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Da Morrona, Alessandro

Pisa illustrata nelle arti del disegno




PREFAZIONE

Lo studio delle Belle Arti ha in ogni tempo distinte le culte dalle barbare nazioni. Nascon'esse dal raffinamento di gusto di una società giunta alla sua perfezione, e suppongono i sensi e l'immaginazione piena di delicatezza. Questa allora ricevendo, come in uno specchio, le immagini che la natura le ha in varj tempi mostrate, e scegliendo fra quelle le più vaghe sa perfezionale, ed accozzarle insieme colla più bella simetrìa. Per tal guisa ella giunge talora a superare il modello: si moltiplicano gl' innocenti piaceri de' sensi e della immaginazione, ed acquistano le Città un pregio novello, che dopo la gloria delle armi e la saviezza della legislazione reca ad esse un non piccolo lustro. Fralle Città che per le produzioni delle Belle Arti si distinsero, quella di Pisa certamente deesi annoverare. Ella ingentilita per l'enunciate prerogative, seppe al valore di Marte accoppiar l'amore pei geniali ed utili oggetti. Conciosiaché virtù
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superiore risvegliandosi in seno a lei, e servendo questa di guida alle grandiose idee, nella prim'alba del secolo XI richiamò nelle sue liete contrade le Belle Arti sbandite. Quindi lo smarrito disegno per mezzo di continuate scuole a poco a poco avvivando gustar ne fece il sapore ai vicini, e el resto dell'Italia l' emulazione ne risvegliò. A trattare appunto un così bell' argomento, e a dimostrarne il vero questo mio secondo lavoro consacro; e se 'l desìo non erra, sembra ch'egli aspirar possa, se non alla gloria dell'eleganza, a quella almeno dell'utilità e della nuovità; giacché la storia dell'Arte antica dei Pisani, o sia quella delle Belle Arti dei tempi di mezzo, rischiarata innanzi all' epoca della prima edizione di quest'opera non venne giammai. Nella presente poi ella dovrà esserlo maggiormente; perocchè l'ordinanza osservo la più convenevole alla tessitura istorica, quella cioè di dare in ogni secolo, dall'XI incominciando a tutto il XVI, il ritratto delle Belle Arti; il corredo vi unisco di molte non disutili aggiunte. Maggiori vedute, e più rapporti a prò della Patria e della generale istoria dell'Arte e degli Artisti pisani discopro;
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di modo che l'opera mia nella divisata foggia rivestita, sarà ben fortunata se riescirà meglio accetta, che la prima non fu, ai Leggitori d'istruzione e di cultura forniti, e veri intelligenti delle Arti Belle. A questi pertanto venerazione portando offro di buon grado il tributo delle molte mie cure e delle lunghe fatiche onde giunsi alla meta di così compilarla. Anche un nuovo attestato avrebbono eglino avuto già col seguito d'altra già incominciata produzione; ma delle virtù sociali amico anche di troppo, disarmato altresì contr'ai colpi degli uomini diversi d'ogni costume e pien d'ogni magagna, farvi riparo non seppi; onde quella fatalità mi colse che con empio laccio gli sventurati circonda. Nel silenzio pertanto di più anni mi giacqui privo di tranquillità, senza che alcuna mano di restituirmi a quella si degnasse giammai. Confidai nella Patria, giacché del mio lavoro, qualunque si fosse, il frutto ne vide; ma la Patria, sorda alle voci di benemeranza, ed al voto consolativo di più cittadini, nel grand'uopo mi dimenticò. Finalmente inspirato dal suono de' graziosi accenti di pochi amici pregiabili, e
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mercè le premure ed il genio lodevole dell'Editore di quest'opera rintracciando le orme primiere di quegli studj, cui dedicai l'età ridente, il dolce esercizio ne riprendo; e per la via difficile della virtù, che mena dritto altrui per ogni calle, all'Arti che sopra di me le attrattive loro mantennero, ed alla Patria, a quella stessa che fin qui considerarmi util non volle, utile di buon grado oggi ritorno. Ma seguitando il preliminare ragionamento, dopo di aver fatto sentire il nuovo sistema di questa seconda edizione, terrò dietro alla prima con far parola degli antichi Monumenti; e perché molti oltre le nozioni delle Arti amano andare in traccia delle vetuste cose, e perché l'Antiquaria può rivolgersi allo studio di quelle, trascriverò le memorie, che le più interessanti sembrano pel pregio dell'antichità, o per i fatti notabili che in se contengono. Siccome non ometterò di riportar le altre destinate ad eternare il nome e le doti degli estinti che fra gli uomini in qualche modo si distinsero. E se talvolta alcuna delle meno importanti trovasi nel carattere corsivo scritta o priva di qualche parte insignificante, ciò si attribuisca all'amor di quella brevità
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che negli epitaffi desideriamo con Platone, il quale si espresse che il titolo della lapida che non eccedeva quattro versi era il più bello e disse, che un tal uso era de' Greci, quantunque de' Romani ancora lo fosse. Non ragionerò, perché ispezion mia non è, della vantaggiosa e bella situazione di Pisa, Città grande, cinta di mura, con larghe strade, e da real fiume nella più vaga e dilettevol foggia divisa, come dalla pianta che ne offro si raccoglie; e nemmeno del clima dolce e sano che la rende più popolata e bella nella fredda stagione, di che il Cocchi, il Targioni, ed altri scrissero. Per quello poi che riguarda l'antico lustro della Pisana Chiesa ed i molti privilegi che le concessero i Pontefici bene affetti per esser' eglino stati dai Pisani accolti e difesi sovente, come accennar dovrò in questo primo volume, consultar si puonno l'Ughelli, il Mattei, ed il Martini nel suo trattato, Theatrum Basilicae Pisanae. Pregevole e decorosa ella è quest'opera non solo per le tavole i rame che in se contiene, ma per le belle erudizioni ecclesiastiche, poi molti privilegj
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e riti, e per quant' altro mirabilmente illustra la Pisana Chiesa tuttora fiorente, con molto decoro formata da un rispettabil Capitolo di Canonici, ed a cui meritamente presiede il degnissimo Arcivescovo Monsignor Ranieri Alliata. Se poi l'opera del Martini di notizie sulle Arti non isfoggia, conobbe l'Autore che non fu di sua sfera il trattarne. Che se si tenesse sempre fermo quell'assioma, quisquis in arte sua, ogni opera pregevole delle Arti del disegno, tolta di mano agl'intriganti guastatori, inviolato conserverebbe quel bello originale, quel carattere puro e divino che il pennello industre, o lo scalpello animatore le dette; gli scritti altresì privi di fantastici giudizj non confonderebbero con falsi lumi i leggeri amatori. Fermandomi ancora sull'idea della prima edizione credo, che al mio assunto appartenga il disaminare il merito dei prodotti dell'Arti in quegli attributi che costituiscono l'idea della bellezza. Né farò ciò con lunghe e sottili considerazioni, ma con semplici parole tanto che ne traggano utile e diletto le anime sensibili, secondo l'insegnamento di Plutarco. Non intendo di voler per questo soddisfare
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alla varia turba de' giudici; né pretendo che siano oracoli i miei giudizj. Imprendo soltanto a descrivere il bello, onde sia palese a tutti, anche agli assenti la celebrità dell'opera, e dell'Autore; e sarebbe indiscreto quel lettore che volesse da per tutto trovar quel bello ideale, di cui furono inventori i Greci, imitatori i Romani, e che dopo il miglioramento delle Arti tanto s'ammira elle opere di que' divini Artefici, che aetas tulit alma Leonis. Ma anche molti altri, che debbo cedere a questi, hanno un merito proprio degno di essere encomiato, o perché si distinsero in altri pregi dell'Arte, perché moderarono lo stile angoloso, e secco, quali ebbe sempre la Pittura ne' suoi principj. E giacché della Scuola Fiorentina dovrò principalmente far parole, dico, ce questa fu studiosissima del disegno, e della notomìa, e che Masaccio, Leonardo da Vinci, Michelangiolo, F. Bartolommeo, e Andrea del Sarto, (dai quali tutti, se l'ultimo se ne eccettua, imparo non poco il maggior de' Pittori il gran Raffaello) ebbero de' valenti successori ne' Salviati, nei Bronzini, nei Cigoli, e i tanti altri rinomatissimi Pittori. Non solo il Vasari, che
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finalmente fu scrittor di merito, e che dette lume anche a quelli, che l'accusavano di patriottismo, ma tanti altri chiari Scrittori nel far l'apologia dei toscani ingegni dimostrano, quanto eglino valessero nel disegno, che predominò a Roma, e a Firenze, come in Lombardia, ed in Venezia il colorito; e che la Toscana nei tre ultimi secoli fu nuova Atene riguardo alle Arti, ed alle Scienze. Nel critico, e molto delicato giudizio delle opere mi conterrò in modo da non riprendere acremente i difetti, e le mancanze. Non già ch'io non costumi di notarle, ma perché materia sconveniente al mio scopo essa non è, e perché mi son note più che per teorica le lunghissime difficoltà, che specialmente nella difficil' Arte della Pittura s'incontrano, talchè rispetto quello ancora, che in una delle tante parti di questa giunse a distinguersi. Il biasimare alla peggio è molto facile, quanto difficil'è il rilevare il bello e l'utile, e ciò che cade sotto la più sana critica. Né soffro taluni che privi di vera intelligenza nell'Arte biasimano con decisiva sentenza generalmente quell'opera, che in una sola parte è difettosa. In tal caso si deponga
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ogn' idea di elogio, che i Valentuomini ancora non vanno esenti da tal censura. Costoro pertanto non chiamo al giusto esame di critica delle opere dell' Arte; non la turba di quegli Artisti, che videro poco più de' proprj dipinti, e che quelli condannano, ove non trovano le meschine loro prerogative; non i parziali, che criticano anche ad onta della favorevole sensazione che ne risentono, né coloro che per comparir di buon senso secondano ciecamente la moda, o che di loquacità e di quattro termini tecnici provvisti decidendo delle Arti che non intendono e del bello che mai non conobbero ingannano che buonamente gli ascolta; ma bensì quelli, che spogliati di amor proprio e dalla natura adorni di delicate idee collo studio del disegno e delle scienze, e con aver formato un gusto sicuro nell' esaminar con frutto le grandi opere della bella antichità e delle più rinomate moderne scuole sgombrano l'ignoranza, e giunsero a conoscere la vera idea del bello 1Questi, che avrebbono con maggior
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decoro una tal materia maneggiata, gli errori miei correggeranno. E se in un opera da me esposta qualche rapporto essenziale inosservato o qualche parte mal giudicata e con troppa facilità d'elogio espressa venisse giammai, potrà ciò derivare dal non bene addestrato ingegno nello studio delle Bell' Arti, difficilissimo riputato dai savj; abbenchè spinto dall'amor di esse coltivandolo per molti anni trascurato ancor' io non abbia di esaminare quel che di più perfetto nell'ornatissima Roma e nel rimanente d'Italia, madre de' genj più felici, si ammira . Cosa discara alla maggior parte de' leggitori non sarà, che da me, nel significar l'opera, delineato sia dell' Autore il carattere, tanto che basti a dare un'idea del credito e della scuola di lui e del tempo in cui visse. Se poi mi si presenterà qualche non triviale notizia, che riguardi l'istoria o la cronologia necessaria per la maggior cognizione delle cose e dei tempi, ne darò un leggerissimo cenno solquanto serva all' ornamento della materia. Procurai di fondar le mie asserzioni più che mi fu possibile senza risparmiar fatica sui monumenti certi, sulle autografe
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carte degli accreditati Scrittori, e sulle memorie che da sicuri fonti io medesimo attinsi, tanto che l'amatore e l'artista possano meglio confrontar le cose da me indicate per conoscere il vero, e per maggiormente erudirsi. Non farò caso delle opere di niuna fama per non istancare il Lettore inutilmente. Pensiero non prenderò di battezzar quelle d'incognito artefice, ma di riguardare l'intrinseca bontà ambirò unicamente. Tantomeno deciderò sull' incertezza di copia e d'originale, impresa talvolta malagevole anche ai Professori più celebri, che in certi giudizj restarono ingannati sovente 2 Accennato quanto convenevol parve a render servigio alla storia degli Amatori delle Arti utili e liberali, passo a dar conto della distribuzion dell' opera. Sarà ella in tre volumi distinta. Questo primo verrà diviso in due parti. L'una racchiuderà l'istoria di Pisa antica; e ben lungi dal pretendere di darla estesa e completa, io sol quasi in iscorto il quadro ne mostro.
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L' altra riporterà l' istoria delle Arti risorte dopo il mille, e segnatamente dell' Architettura e della Scultura Pisana né secoli XI, e XII, coll' illustrazione analoga de' celebri tre edifizj Duomo, Battistero, e Campanile, e col far conoscer gli Architetti, che, aventi per capo Buschetto, additaron la via d' onore ai secoli futuri. Separati pure in due parti saranno il secondo e il terzo volume: ed il contenuto di esse dichiarato verrà nel respettivo proemio. Num. 33 Tavole di rame relative alla materia distribuite saranno negl' indicati volumi. Otto di esse avran luogo in questo primo compresa la pianta attuale della Città. Pareva ch' una qualche pianta di Pisa antica io qui produrre dovesse, ma di rintracciarne un disegno di veritiero carattere originale vana speme formai. Il Dal Borgo una ne presenta dell' 800 3 la suppone di Bonanno Architetto e Scultore pisano, ma la vera istoria di essa sembra che poco si sostenga. Altra ve n' è, se mal non mi lusingo, la quale, mentre porge una sufficiente
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idea di Pisa Gentile, a meno dubbiose tradizioni si appoggia. A buona equità ci assiste la notizia certa, che Lorenzo Magrini fu il primo possessore d'una simil pianta, quale disse a me di aver copiata dall'autografo disegno ch' esisteva nel convento soppresso di S. Caterina di Pisa fra i manoscritti del P. Orlendi Domenicano noto nella Repubblica letteraria. Altresì ben mi ricordo che fralle molte persone di piena fede il Professore Fassini, il Guerrini, Domenicani entrambi, ed il fu Sig. Maggior Alessandro del Testa dell' esistenza d' una tal carta originale mi parlaron sovente, con aggiungervi la circostanza, che al P. Orlendi fu trasmessa dal Duca Bonanni di Palermo. Di presente trovo possessore di un esemplare della medesima il Sig. Cap. Ranieri Zucchelli, il quale ci assicura esser quello stesso da me sopra nominato del Magrini. Ei possiede ancora diverse memorie su tal oggetto, ed eccone un cenno. Pisa da Verga d' oro sino al Falcone 4 lungo il fiume Arno si distendeva, ed era cinta di
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mura, cui i diversi forti e belle torri recavano ornamento e difesa. Quadrangolare bislunga era la figura; avea sobborghi rispettabili e vasti; poichè dessi sino al poggio verso il fiume Serchio, e sino alle falde del monte pisano, e di quello d' Agnano si distendevano. Otto erano le porte della città, e portavano i nomi d' Ercole di Marte di Cerere d' Esculapio, e di altre Deità, se quella del Trionfo si eccettua. Col Circo massimo, col Foro, coll' Anfiteatro, colle Terme, e con i Templi di Diana di Marte di Giove di Vesta di Minerva di Pallade e di Cerere, ( di che non mancano gli architravi i capitelli ed altri celebri avanzi per indicarli ) pongo fine al breve racconto della nostra pianta dei tempi gentileschi, ove le cose anzidette si riscontrano. Finalmente accennar debbo, che un'Appendice relativa all'Antiquaria, ed atta a formar' elogio di uno dei più celebri Potestà di Pisa, Buonaccorso da Palude, ed a rinnuovare un saggio della Zecca Pisana, chiuderà la materia di questo primo volume. Egli è officio di buon Cittadino il servire alla Patria per quanto può. Lo esercita il seguace di Marte, che sotto l' onorato
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incarco delle armi all' oscuro oblìo toglie i gloriosi suoi giorni. Io pure tergendo di lunghi studj il sudore, onde porre in trono la mia Pisa a dar lume delle Bell' Arti all' Italia, come alla Grecia tutta lo diè Corinto, d'averlo ben' esercitato ho fiducia. E se la Patria di benemerenza, a cui aveva ambito, scevro fin qui mi rende per quelle ordinarie combinazioni, che lo stato felice e disgraziato dell' uomo costituiscono, voglio anche prudente speranza nutrire, che la medesima mi si debba mostrar grata in appresso.

Indice

1. PARTE PRIMA ISTORIA DI PISA ANTICA.

1.1. CAPITOLO I. ORIGINE DI PISA GRECO-ETRUSCA.

1.1.1. PARAGRAFO 1. Pisa Greca.


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Non è oscura la fama, che fra i tanti luminosi fasti, onde và altera la Città di Pisa quello si annoveri dell'origin sua per antichità rispettabile. Mestiere fia dunque, ch' un sì bell'argomento dia principio all'opera nostra; e che per rintracciarlo nelle tenebre de' secoli remoti, le carte de' più vecchi, e classici Scrittori ci siano lume, e scorta.
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Il gran Poeta, mentre cantò

……….. di quel giusto
Figliuol d' Anchise, che venne da Troja,
Poich'el superbo Ilion fu combusto.

fà testo valutabile in quei notissimi versi:

Tertius ille hominum, Divumque interpres Asylas
5Cui pecudum fibrae, coeli cui sidera parent,
Et linguae volucrum, et praesagi fulminis ignes,
Mille rapit densos acie, atque horrentibus astis,
Hos parere jubent Alpheae ab origine Pisae
Urbs Etrusca solo 1

Molto rilevan' eglino a formar giudizio che Pisa era di già ricca popolata e potente allorchè dette ad Enea non piccol soccorso in uno stuolo di mille scelti guerrieri sotto il comando d'Asila. E poichè tre anni, o poco più, si contano da Troja distrutta alla venuta in Italia del Figliuol d'Anchise, noi a buona equità dovremo intanto al gran Virgilio la prima notizia plausibile, che la Città nostra è più dei tempi trojani
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antica incomparabilmente. Qual'altro appoggio ei ci porga cogl' indicati versi, lo diremo in appresso; e desideriamo, ch'egli sia di noi pel sentiero difficile, che batter ci conviene, qual fu per la region del pianto dell' autor di que' versi:

10 Ond' io per lo tuo mè penso, e discerno
Che tu mi segui, et io sarò tua guida
E trarroti di qui per luogho eterno.

Producasi or l'autorità di Plinio, che l' anterior notizia ci rischiara, e che costituisce a Pisa l'enunciata origine per antichità rispettabil molto: Pisae, egli narra, inter Amnes Auserem, et Arnum ortae a Pelope, Pisisque, sive Teutanis, Graeca Gente 2 Una tale autorità abbracciata trovasi da molti scrittori. Catone ne' suoi fragmenti la comprova, e si esprime Solino: Chi non sà, che da Pelope Pisa?andro Alberti
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nella sua descrizion d'Italia lo seguita; e noi ci proveremo a dimostrarla qual vero istorico fondamento del disegno nostro. Pelope figlio di Tantalo Re di Frigia con diversi popoli della Grecia, e con i Pisèi principalmente, per fama celebri solo 3lasciate le arcadi contrade, alle spiagge tirrene navigando giunse. E poichè per avventura fermò le piante in quella parte ove forse un paese etrusco giaceasi da due fiumi vagamente irrigato, ella è agevol cosa a comprendere, che la piacevol vista, la situazione pel fiume, e per il mar vicino vantaggiosa, amena per la pianura, e pel terreno fertile, destasse il pensiero a quell'inclito Re greco di fabbricarvi una Città forte, e di grandezza non priva, ma non dai fondamenti, come ogni natural ragione vuol, che si creda. E siccome per l'amoroso acquisto della bella Ippodamia, dopo di aver vinto al corso del cocchio Enomao, o sia che lo vincesse in battaglia 4Pisae regnum tenuit, al dir di Diodoro 5 e perché la
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più parte dei molti suoi seguaci dir poteano come Aretusa in Ovidio.

Pisa mihi Patria est, et ab Elide ducimus ortus,

volle che come in Grecia nell'Etruria altra Pisa vi fosse dando per memoria gloriosa un tal nome alla Città da lui, e da suoi popoli edificata. Lo stile di fabbricare abitazioni, e Città, ove ne discacciavano gli Etruschi fu praticato da diverse Colonie trasmigrate di Pelasgi, parte dei quali detti Alfei, e Arcadi Pelasgi formavano il pelopense guerriero drappello oltre ai Teutoni, ed ai Pisèi. Il Tiraboschi Autor ch. della storia della letteratura italiana la nostra opinione comprova, ove commenda gli studj degli abitatori della Magna Grecia 6 Per gli scritti poi di Strabone, e di Plinio sappiamo che Agilla, o Cere edificata, ed abitata fu dai Pelasgi venuti di Tessaglia. Siccome molto acconcia è la notizia, che i Pelasgi quando nella Campania si ritirarono, eressero quivi la Città di Larissa così denominandola a similitudine dell'altra che fu Metropoli di loro nel Peloponneso. Un esempio anche meglio apposto all'opera soprallodata di
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Pelope lo porge Omero in Cadmo attestando ch'egli edificò nella Beozia una Tebe novella in ossequio della sua Tebe in Egitto, che gli fu patria 7 Teucro in Orazio innalzò in Cipro la nuova Salamina in ossequio dell'altra che fu sua patria in Attica; ed Enea in appresso alla Città di Aceste fabbricata da lui d'Ilio, e di Troja i nomi vi appose. Ma l' asserzion nostra bastantemente assicurata sembra, perch' ogn' altro esempio su tal costume si taccia, e perché tengasi per debole e vana l'opinione che la Città nostra per la moltitudine degli spessi edificj fosse detta Pinsa, e Pisa appresso, o qual altra simile alcun leggero scrittore divulgasse giammai 8 Ma tenendo fermo il fin qui detto riguardo a Pelope, non vada inosservato il racconto dello Scrittor della romana istoria Dionisio d' Alicarnasso, che molto rilevante all'argomento nostro ci fa bisogno a questo luogo. I Pelasgi, dic' egli nel principio del suo primo libro, aventi Deucalione
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per Duce le armi in Italia portarono a prò degli Aborigeni 9, e col valor di quelle vinti gli Umbri, così detti per esser campati dalle acque del diluvio, diverse Città conquistarono, e fra queste Cere, o Agilla, Pisa, Saturnia, ed Alsio. Or la circostanza, che tali note menzion fanno della nostra Pisa nell'epoca di Deucalione ci pone nel caso di ricorrere alla cronologìa: mezzo il più opportuno, onde conciliare le autorità divisate di Plinio, e di Dionisio, ed a convalidare il pensier nostro. Pelope, come fra gli altri M. Guarnacci osserva 10 regnò in Grecia poco prima di Cadmo. Questi tenendo dietro al calcolo del Petavio fu negli anni del mondo 2526, e dopo il diluvio di Noè 871. Dunque non mal ci apporremo a fissar l'epoca del Regno, e della venuta di Pelope in Italia circa agli anni del mondo 2450, e presso il fine dell'ottavo secolo, o sia negli anni 795 dopo il diluvio, e 1600 anni avanti G. C.. Altresì dal diluvio, (che secondo la cronologia della Volgata, e giusta i migliori
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Cronologi accade 1655 anni dopo la creazione del mondo) fino all'età di Mosè si contano 822 anni. Ma nell'epoca di Mosè, che poco allontanandosi dal calcolo del Petavio, e secondo lo stile ebraico vuol dire circa agli anni 880 dopo il diluvio, e 2535 dal mondo creato, e circa a quattro secoli prima della guerra trojana, il Re Deucalione colla greca truppa in Italia giunse; dunque l'epoca del Re Pelope, di sopra indicata circa al 2450, comparisce anteriore a quella di Deucalione. Tanto era appunto desiderabile, dovendosi tener per vero il testo di Dionisio, e creder con esso che Pisa non fuor di stagione con tal nome allora esistesse. Or seguitando con istorico ragionamento a dire qual'altra cosa d'importanza ci lasciarono scritto di Pisa gli Antichi, che riputar si debbono i più informati riguardo all' origin sua, quantunque non abbiano chiara luce tutte l'epoche delle trasmigrazioni dei Greci, o Pelasgi 11 e del
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trattenimento di loro nelle italiche contrade, avvenne una da farne qui ricordanza. Egli è Strabone coetaneo di Dionisio, che scrive nel quinto libro della sua Geografia: Qui Nestorem ad Ilium secuti in reditu tempestate disjecti, alii quidem Metapontum, alii litus Tyrrhenum tenerunt, ubi a nomine relictae Patriae Pisas condiderunt. Noi pel chiaro testo di Plinio, e per l'esame fatto su quello di Dionisio, ed instruiti altresì da Virgilio nostra guida onorata siam' persuasi, che l'edificazione di Pisa da Strabone pretesa, esser non potette per i conquistatori della città distrutta; perocchè, come di sopra avvertimmo, ben pochi anni dopo il trojano infortunio ella fu in grado di dare ad Enea il considerabile ajuto di mille de' suoi più scelti soldati. Rigettando pertanto le ultime due parole: Pisas condiderunt, abbracceremo
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la comune opinione, e venerando quelle dello scrittor dell'oscura Cassandra, di Catone, di Livio, di Solino, di Giustino, e dell' istesso Dionisio, spiegheremo in tal guisa il sentimento del Filosofo Cretense. I Pelasgi, o Pili Pelasgi di Pisa Greca, fumanti ancor le ceneri di Troja, con Nestore Re di Pilo, navigando con mala fortuna, al lido tirreno approdarono. Ed essendo eglino di nemiche opime spoglie onusti, e lieti altresì per aver posto il piede nel bel soggiorno dei loro maggiori non lo edificarono, come parve al nominato istorico, m ma decorandolo con nuove fabbriche, più amplio, e potente lo rendettero. Bensì i prefati Scrittori concorrono insieme ad opinare, che quei popoli il titolo di Alfea a Pisa aggiunsero; e che a simiglianza del fiume Alfeo 12 che presso Pisa, e per Elide in Arcadia scorre, e di cui cantò il mantovano Poeta:

Alpheus fama est huc Elidis amnis,

Alfeo denominarono il Fiume Arno, che colle sua acque in dilettevol foggia la divide.
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Noi per altro inchiniamo volentieri a credere, come più verosimil cosa, che nella sua prima pelopense edificazione la città nostra fosse detta Pisa Alfea dagli edificatori Pisei, o Pisani d'Arcadia per eternar la memoria della patria abbandonata. Finalmente per non condannare ad errore il parer di Strabone allegheremo il costume di alcuni scrittori, che chiamarono impropriamente inventori delle cose quegli, che soltanto le ristorarono, o che le ingrandirono; siccome altri vi furono che il termine fabbricatore applicarono talvolta a chi rendeva gli edifizj più splendidi e belli. Arride a ciò il Fabbricio 13 e osserva le seguenti erronee, ma usate espressioni: Didonem condidisse Carthaginem: Augustum Romam: Constantinum Bizantium, quando sappiamo, che Didone, Augusto, e Costantino restaurarono le città predette, e di nuove magnifiche fabbriche le decorarono. Non si debbono a questo luogo tacere i seguenti versi elegiaci, che nel suo itinerario Rutilio Numaziano scrisse sul vago stile dei primi anni del secolo XV perché molto
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rilevano allo scopo nostro per le cose già dette, e per la conferma che la situazione di Pisa non variò giammai.

15 Alpheae veterem contemplor originis urbem,
Quam cingunt geminis, Arnus, et Auser aquis,
Conum pyramidis coeuntia flumina ducunt,
Intratur modico frons patefacta solo.
Sed proprium retinet communi in gurgite nomen,
20Et pontum solus scilicet Arnus adit.
Ante diu, quam Trojugenas fortuna penates
Laurentinorum Regibus insereret
Elide deductas suscepit Etruria Pisas
Nominis indicio testificata genus.

Ometteremo al presente di volgere il pensiero ai moderni scrittori per tal' oggetto, e ciò per non gravare il volume di citazioni soverchie. Nemmeno lo spingeremo oltre all'edificazione di Pelope, avvegnachè noi farlo risalire potremmo ai tempi di Saturno, sotto di cui favoleggiò l'età dell'oro 14
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se ci fu concessa l'ipotesi dell' immaginato paese, che i fondamenti a Pisa somministrasse. In quell'epoca in fatti una trasmigrazione di Pelasgi pone Macrobio 15 Italia, ed osserva che fù questa la prima, e non quella che sotto Deucalione Dionisio descrive. Ma checchè sia di ciò, si devenga finalmente a conchiudere, che noi squarciato in parte il denso velo che in quei remoti secoli c'ingombra, e le note investigando dei più classici vecchi scrittori, note brevi sovente, e contraddittorie talvolta per colpa forse delle vicende dei tempi, e del cambiamento dei nomi, e dei governi, ci saremo ingegnati di rintracciare con un qualche storico fondamento se non lo stato della cuna della città nostra, l'epoca almeno della primitiva origine: e questa dichiarata avremo per avventura vetustissima ed illustre. Pisa in fatti ha ben ragione di gloriarsi se da un Re potente della Grecia la ripete circa al nono secolo dopo il diluvio, e circa a quattro secoli prima dell'incendio di Troja, e se dopo di esso per Nestore nell'arte della guerra, e nell'eloquenza eccellente un notabile
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ingrandimento ricevette: epoca al parer nostro le più chiara del suo potere. Per tale avvenimento onorevole i migliori Cronisti pisani furon d'avviso a scrivere, che i giuochi olimpici in Pisa fin d'allora si fecero a similitudine di quegli, che dinnanzi alla statua di Giove Olimpico celebravansi dai Pelasgi inventori di Elide, o sia Olimpia prossima a Pisa greca, o per dir meglio dai Pisèi nel dintorno di Pisa stessa. Stazio pertanto si espresse: non aliter quam Pisae sua lustra Tonanti 16 cantò Virgilio:

25 Aut Alpheae rotis praelabi flumina Pisae;

ed il sopraccitato Strabone:

Pisa Civitas est in Elide Peloponnesi juxta Alpheum
fluvium, circa quod quinto quoque anno celebrantur certamina Jovi sacra, quae Olimpia
dicebantur. Ex hac Urbe ortum traxerunt, qui Pisas in Tuscia condiderunt.

Ma basterà quanto fin qui si è detto di Pisa Greca, perché si passi a confermarle il titolo di Etrusca.

1.1.2. PARAGRAFO 2. Pisa Etrusca.


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Per quanto poco sperar si possa dalla solita scarsità delle notizie di quei tempi oscuri per natura intralciate, egli è nostro pensiero di provare che a Pisa il titolo di Etrusca ancor si competa. Noi a buona equità lo troviam sostenuto da molti vecchi scrittori, e dagl' intermedj ancora. Bochart, e Banier, se il Petavio, ed il Montfaucon si eccettuano di Pisa or col nome di Greca, or con quello di Etrusca fan ricordanza. Trovansi sovente negli scritti di Licofrone: Pisa Civitas Tyrrhena. L'istorico d'Alicarnasso, ed altri asseriscono, che Pisa e Cere fossero Pelasghe, cioè Greche, e che fossero insieme Etrusche o Tirrene 17 Fidène, abbenchè edificata dagli Albani, ella è sempre nominata Città etrusca da Livio, e da Dionisio. Ma noi anche per tale argomento non perderem di vista la guida propostaci del gran Poeta mantovano, e ci serviremo di quei versi qui a ripetersi acconci:

…… Alpheae ab origine Pisae
30Urbs Etrusca solo.

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denotando essi senza equivoco ch'era la nostra Pisa

D'origin Greca, e di terreno Etrusca 18

Consultando poi frai moderni M. Guarnacci, dotto Scrittore delle origini italiche, ei giudica Pisa assolutamente Etrusca. Non crede per altro, che per causa della situazione in amena pianura, pel fiume che la bagna, e per il prossimo lido del mare annoverar si debba fralle dodici primarie, e più vecchie Città etrusche, che sul dorso dei monti s'innalzarono, e che Plinio chiamò: Capita originis. Eppure se quei fabbricatori dal timor del diluvio sbigottiti procurarono per le abitazioni di loro i siti più accosti al maggior Pianeta, ed ai quali per iscoscese pietre si poggiasse, egli è da credere, che altri valutassero i vantaggi della pianura, della vicinanza del mare, ed in oltre la circostanza utile di un fiume navigabile. E se ad una tal credenza abbiam già favorevole un esempio nella Città etrusca di Populonia che sul lido del mar Tirreno riposava, molto più aver lo potremmo nella nostra Pisa, che gode le sopraindicate
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prerogative, e che fu superiore a quella nelle forze armate, nella popolazione, ed in grandezza eziandìo. Non sarà inutile, perché riguardo alla posizione pregio le porta, e perch'è dicevole a questo luogo la similitudine di Alessandro il grande; esso la proposizion derise, e rigettò il disegno dell'Architetto, che sopra un alto colle come cosa eccellente la città da esso ideata gli dipinse, e volle nel bel sito piano, e sul lido del mare la sua Alessandria porre, che anche a'dì nostri per tal conto si commenda. Ma qualunque sia il pensier nostro, deesi saper buon grado al Biondo, che nell'Italia illustrata porta opinione, che le dodici Città predette fossero le seguenti: Luni, Agilla o Cere, Faleria, Volsèna, Chiusi, Perugia, Arezzo, Roselle, Volterra, Populonia, Pisa, e Fiesole. Dietro al Biondo Alessandro da Alessandria ne' suoi geniali nominò le Città medesime, senonchè vi aggiunse, Mantova, Tarquinj, Vetulonia, Veii, Fidene, e Corito, cioè Cortona. Il Sigonio tolse Luni a quelle del Biondo, e Veii vi pose. Altri Scrittori moderni ne contano anche diciotto, e più ancora. Gli antichi affermano essere state dodici quelle Città dette Capita originis, ma spartitamente le numerarono, e
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non tutte giammai. Livio per esempio nel decimo libro chiama potentissime Città, e capi d'Etruria Volsena, Perugia, ed Arezzo, ed altrove nomina Roselle ai confini di Volsena. Ne parla confusamente Plinio. Dionisio promesse di parlarne con fondamento, ma nol fece mai. Si conchiude adunque, che né per il testo dei primi, né d'altri Scrittori abbiamo un vero lume per riconoscerle. Per buona sorte Livio, e Plutarco 19 stimano, che dalle dodici Città primitive d'Etruria altre dodici non meno ragguardevoli ne derivarono di quà dall'Appennino fino a tutto il Regno di Napoli, ed altrettante di là per la Lombardia fino all'Alpi. Conciosiaché se dal Cluverio, dal Cellario, e dall'Olstenio, dal Borghini, e dal Guarnacci non vien concesso a Pisa il posto nelle primarie città vecchissime d'Italia, noi credendo all'asserzion favorevole del Biondo, e di altri dietro a lui, ed alle nostre, forse non vaghe congetture, ci contenteremo di riporla fralle dodici indicate Città etrusche non men ragguardevoli di quà dall'Appennino. Il Guarnacci stesso in altro luogo
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del suo secondo volume prova, ch'ella tiene il suo posto fra quelle; ed altrove indica la qualità etrusca di lei, e la pretende anche originaria in grazia di osservarla un oggetto delle conquiste dei Pelasgi sotto Deucalione: ciò che nel primo paragrafo dimostrammo. Siccome nell'incominciare il secondo, provato abbiamo coi voti degli antichi Scrittori, che la fondazione sua pelopense non distrugge la condizione etrusca di lei, vogliasi, o nò concedere la non inverosimil congettura dell'esistenza sua, qualunque fosse, prima di quella. Or non trattenendosi di soverchio sulla materia di questa età decrepita, osserveremo solo ancora, che la greca fondazione, e la circostanza d'esser ella stata Colonia Greca come abitata in alcuni tempi dai Greci tanto Pisei, quanto Pelasgi non toglie a lei la qualità etrusca. Imperocchè ogni qualvolta fu dai popoli edificatori abbandonata, essa venne per forza d'armi in poter de' Toscani 20 E poichè questi per gran tempo la tennero, essa adottar dovette il modo del governo etrusco sotto di loro, e seguitarlo ancora rioccupata
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dai Greci, giacché sappiamo, ch'essi per confederazione, e per parentela ai Toscani si unirono. Su tal proposito giusta considerazione meritar debbono alcuni versi del Principe de' Poeti latini, che già nel tracciar l'origine di Pisa a noi fu scorta. Dopo di aver egli celebrata per bocca d'Enea nel nono libro la fortezza d'Asila,

…..Chorinaeum sternit Asylas.

ci ricorda in appresso ch'egli era Augure non solo, ma ancora Re tosco, e che toschi erano i guerrieri suoi: Citato quel verso del libro undecimo:

….Princeps turmas inducit Asylas

nel libro XII si spiega:

Et Messapus equum domitor, et fortis Asylas
35Tuscorumque phalanx.

In oltre non vada inosservato il Dempstèro, ove dichiara il nostro Asila: Etruscorum Rex: Eneae tempore bello clarus: Augur. E dell'erudito Scrittore giovi a noi di qui produrre quanto appresso 21
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Pergo ad alios Etruriae Reges, qui sub ea regnabant tempora, quibus Ilio exciso, Trojanorum reliquias Aeneas in Italiam intulit, atque tunc non tota quidem Etruria uni, ut videtur, parebat Regi, sed post Mezentii exilium, in dynastias divisa, singulis populis Rectores suos sive Reges adsignabat: quorum hic Asylas unus, spectatae quidem virtutis, qui Regiam Pisis habebat, ut vidit, adnotavitq. Macrobius libr. 58 Saturnal. cap. 15, et Virgilius lib. 10 Aeneid. Qui riporta il Dempstèro quel passo di Virgilio, che incomincia: Tertius ille hominum etc. ma noi perché in principio di questo cap. lo riportammo, stimiamo di esibire in vece i seguenti versi del suo traduttore Annibal Caro:

Asila il terzo, Sacerdote, e Mago
Che di fibre di fulmini, e d'uccelli
E di stelle era interprete, e indovino
Mille ne conducea, ch'un ordinanza
40Facean tutta di picche: e questi a Pisa
Eran soggetti, alla novella Pisa,
Che pria figlia d'Alfeo, d'Arno ora è sposa.

Seguita a dire il Dempstèro, che i Regi erano in quel secolo anche Sacerdoti, o Auguri almeno; che questa dignità passò dagli Etruschi ai Romani, e che i Pisani
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dopo che fu discacciato il crudele Mezenzio surrogarono Asila in luogo di lui. Impariamo poi da altri Autori, che la scienza augurale fu coltivata in sommo grado dagli Etruschi, o Toschi, e che ne fosser' eglino gl'inventori. Diodoro Siculo nel lib. 5 lo spiega, e ne fa testo Ovidio colle seguenti parole del traduttore 22

Ei Tage detto, pria notizia certa
D'aprir futuri casi a Etruria diede.

Or fia cosa superflua di qui esporre quanto la scienza predetta fosse poi dai Romani onorata, avendo detto abbastanza per ciò ch'era dicevole alla cognizione più chiara dei Pisani Etruschi. Finalmente sembra che sufficienti osservazioni fatte si siano sulle autorità non oscure di scelti scrittori, onde conchiudere, che alla nostra Pisa non senza istorico fondamento i titoli entrambi di Greca, e di Etrusca si convengano; e godiamo se per avventura male applicata non fu l'intitolazione a questo capitolo di Pisa Greco-etrusca.

1.2. CAPITOLO II. I pregi di Pisa greco-etrusca.


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1.2.1. PARAGRAFO 1. Riguardo all'arte della guerra ed al commercio.

Dato un cenno che Pisa sotto il governo etrusco dei Re in democratica foggia sovra d'ogni altra Città italica si resse, passo tosto a narrare in semplici parole lo splendor de' pregj suoi. Essa in primo luogo nel tempo della potenza, e della cultura etrusca nelle marziali imprese tanto terrestri quanto navali grandemente si distinse pria che Roma nascesse. Vero è che l'alto valore, e i chiari gesti suoi frall'oscurità impenetrabile di remote stagioni si avvalgono; e che il rintracciargli sembrerebbe forse a taluno sogno d'infermi, e fola di romanzi; pure un qualche valore istorico nei vecchi Scrittori non manca, che per avventura anche un tale assunto protegga. Non c'incresca di rivolgere nuovamente lo sguardo agl'indicati tempi di Enea, ed
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a ciò che il gran Poeta epico mantovano ne scrisse. E se il Beverini per servirci adesso di questo suo traduttore cantò:

Mille lance da Pisa egli traeva
In sembianze a vedersi orride, e belle

E seguitò a dire, che mille uomini dettero le due Città di Chiusi, e di Cosa, e che

Seicento in arme arditi combattenti
La madre Populonia aveagli dato
5Trecento l' Elba…..

tanto basta a provar con chiarezza a prò dell'impreso argomento la superiorità di Pisa sulle altre Città etrusche nella popolazione, e nella potenza. Ma testimonianze anche più magnifiche ricercando, noi frattanto dobbiam saperne grado ai due accreditati Scrittori Strabone, e Plinio. L'uno, dei Pisani espressamente parlando si spiegò: Etenim inter hetruscos in belli gloria excellebant. Nel suo quinto libro l'altro scrisse: Videtur ea Urbs quondam floruisse, ac ne nunc quidem ignobilis est ob fertilitatem et lapidicinas et navalem materiam qua olim usi sunt ad maritima praelia. Dal medesimo Storico in oltre i navali combattimenti eseguiti dai Pisani d'allora
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singolarmente si commendano. E se l'impero marittimo ingrandirono gli Etruschi, e se il nome Tirreno ovunque risplendette non è debil fama che i Pisani la massima gloria ne avessero. Ben' acconcio è l'attestato di Livio, perché dopo di aver egli per tal conto commendati i Pisani nel quarto libro, nel quinto si esprime: Tuscorum ante Romanorum Imperium late terra marique opes patuere. Nemmeno estraneo al proposito nostro è quello dello Scrittore Alicarnassèo ove riguardo al dominio del Mediterraneo scrisse: Deinde Tyrrheni imperatores maris effecti. Che poi molto influissero i Pisani ad ampliare il commercio dei Toscani per ogni dove, l'alleanza dei medesimi coi Tiri, e coi Fenicj lo comprova. Dichiara Diodoro che nei tempi della guerra trojana i Tirreni, o Pisani erano padroni del commercio, e del mare, e che per essi faceasi delle merci il trasporto 23 Non è men favorevole a tal'oggetto l'epitaffio tradotto che ci porta il Noris 24 Marco Nevio….. lasciò al Collegio dei fabbricatori de' bastimenti della vetustissima stazione
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pisana ec.
, perocchè l'epiteto vetustissima appellar deve ai tempi etruschi dei quali ragioniamo. In fine mirabilmente giova alla nostra causa quel verso di Claudiano: Portuque rates instaurat Etrusco. Né qui si ometta di avvertire, che fu stile dei vecchi Scrittori e di Virgilio ancora di servirsi dei nomi Tirreni, e Toschi per denominare i Pisani, perché gli riputavano popoli in tal genere di guerra, e di commercio segnalati, e perché la Città ed il Porto di loro erano dei commerci etruschi, o tirreni l'emporio. Ma del Porto Pisano atto al bisogno delle navali imprese, e necessariamente esistente in quei giorni dovrem fare chiara menzione nella seconda parte del terzo volume.

1.2.2. PARAGRAFO 2. Riguardo all'Arte del disegno.

Non solo nell'arte della guerra, e delle lunghe navigazioni tennero il campo i Pisani nei tempi etruschi, ma quella del disegno riguardo almeno alla Plastica, ed alla Scultura coltivarono eziandìo. Ed avvegnachè per tal materia niuna istoria precisa ci assista, noi non la perdiam di vista come non iscevra di ragionamenti appoggi,
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e come principale scopo del nostro lavoro. Direm di passaggio ch'egli è avviso degli Scrittori eruditi, che i primi semi della cultura nelle Scienze, e nelle Arti liberali si gettarono pria nell'Egitto, quindi nell'Italia e nell'Etruria principalmente. Che poi il disegno prima che fra i Greci fra gli Etruschi fiorisse, ella è opinione concorde degli Scrittori, e dei veri Antiquarj. Questi la formano colla cognizione dell'antichissimo stile delle gemme, e dei vasi, quando una qualche etrusca iscrizione ne manca. Favorevoli sono le autorità dei vecchi Greci. Ma queste a miglior uopo ove dovrem dare un saggio del nascimento, e delle vicende della Scultura si porteranno. Or qui daremo un cenno soltanto, che fra gli Etruschi antichissimo fu lo stile dei Tempj delle are e delle statue, e che inventori degl'idoli furon essi. Ce lo insegna Giovenale; ed oltre che ne parla in più luoghi Virgilio, nel lib. 8. dell'Eneide avvi una tale espressione:

Omnigenumque Deum monstra.

Quindi degli Scrittori moderni favellando il Dempstero, il Gori, ed il Guarnacci su tal'oggetto scrissero. Il Maffei convinto
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dai primi due, le Arti degli Etruschi commenda. Il Winckelmann stima, che i popoli della Grecia, e nominatamente i Pelasgi Arcadi quando la seconda volta trasmigrarono in Italia ne dilatarono il commercio, e la mitologìa: il carattere di loro v'introdussero, ed ingrandiron le Arti. E poichè questi popoli fermarono il piede principalmente in Pisa già Colonia Greca, onde i vecchj Autori la denominano talvolta Pelasga Tirrena, noi non dubitiamo di opinare, che i Pisani, ed i Greci amici, ed affini vicendevolmente si animassero a migliorarle in Toscana. Plinio con queste parole lo afferma 25 Praeterea elaboratam hanc Artem Italiae, et maxime Etruriae. Né anderebbe lungi dal verosimile chi giudicasse che nel suolo pisano in miglior modo, e con maggiore studio che nel resto dell'Italia le Arti si esercitassero. Così quei Greci che successivamente agli Etruschi n'ebbero i principj studiandosi di tergere in esse il carattere sproporzionato e goffo ma sempre semplice e duro, mostrarono il genio loro foriero di quanto poi fecero a pro di esse nel suol natìo. Siccome i Pisani facendo
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lo stesso co' Greci annunziarono di buon'ora quanto felicemente giovarono alle Arti nei tempi repubblicani, ciò che noi nella seconda parte di questo volume incominceremo a provare. Non poco rileva al nostro assunto che Diodoro Siculo dichiarasse i Tirreni cioè i Pisani studiosissimi nel disegno, e che Ateneo si spiegasse: Cum Tyrrheni Artium studiosi essent 26 Al mancamento di altro valore istorico pregio di monumenti certi supplir potrebbe; ma per nostra sventura alcuna moneta etrusca pisana a noi almeno non fu palese giammai, e privi siamo di una preziosa reliquia in marmo, in bronzo, o in sottile argilla, in cui il carattere etrusco ogni difficoltà dello stile disgombri. Di tali mancanze dobbiam render grazie all'incuria non men che alla natìa barbarie degli uomini, ed al tempo distruggitore: colla diversità per altro che l'uno opera lentamente, e che con velocità agiscono gli altri. Che più! questi sempre in contradizione fra loro, mentre sotto gli occhi nostri le distruggono, poco meno che con sonore squille il buon gusto per
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le Arti, e per l'Antiquaria van predicando. Ma se di un appoggio d'istoria ben condotta e di un sicuro avanzo son privi per tal conto gli Eruditi renda men grave il rammarico di loro la notizia, che alcuni dei tanti Sarcofagi nel celebre Campo-Santo dai nostri vecchi situati arridano al commendato ingegno dei Pisani Tirreni, e che inoltre faccia fede di esso l'antico terren nostro di simili anticaglie fecondo. Riguardo ai Sarcofagi, noi nella nuova illustrazione di quel Cimitero c'ingegneremo di ravvisarne forse alcuno dell'età bramata. Passando al secondo articolo, son molte le prove che persuadono qualmente nell'interno della Toscana, più che nel resto dell'Italia molti bei monumenti etruschi si ritrovarono; e che Roma, la Francia, e l'Inghilterra gli accolsero. Non riesca disaggradevole a tal proposito la testimonianza nostra, che in diverse cave fatte in addietro nel suolo pisano, e principalmente fuori dalla porta al mare, molti idoletti, vasellami, e lucerne si ritrovarono; e che alcuni di tai lavori condotti nei bronzi, e nelle terre di quella leggerezza, e sottil vernice dagli Antiquarj encomiata, dimostrarono, almeno agli occhi nostri per poco, che gli fu concesso di rimirargli, l'antichissimo pregio etrusco:
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ma questi ancora alla predetta mala sorte non isfuggirono. Non si ometta a questo luogo di allegar la narrazione, che fa il Canonico Roncioni nel terzo libro della sua cronaca inedita pisana. Mentre dic'egli si facevano i fondamenti delle mura della Città, ritrovate furono molte urne cinerarie per lo più indicanti lo scalpello etrusco; soggiunge inoltre che per non equivoche memorie nell'anno 1638 nello scavo del fosso intorno al baluardo detto di S. Lazzaro furono dissotterrati molti vasi di terra cotta, detti olle, ed una testa antichissima di marmo bianco; che in questa il tempo romano, e che negli altri compariva l'etrusco. Ad una tal'epoca appartenevano alcuni dei tanti rottami d'urne, e sarcofagi, che nel dintorno delle mura fuori della porta a Lucca furono ritrovati nella circostanza del militare accampamento fattovi dagli Spagnoli. Un certo Magrini di tali cose informato, ed altri che vivevano in quei giorni ce lo asserirono. Ma simili avanzi desiderabili quanto mai, dispersi furono deplorabilmente; e basti sol dire, che per attestato dei suddetti serviron'eglino sovente all'equilibrio del peso degli equipaggj
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di quei soldati a prò delle bestie, che gli trasportavano. Simili notizie doveano muover gli animi di vera cultura, e di buon genio adorni, seppur tali ve n'erano, a tentar nuovi scavi. Noi glielo inspirammo nella prefazione dell'edizione prima di quest'opera, additandone il sito, che sembrava il più opportuno. Ma in tale spazio di tempo sappiamo che i guardiani degli orti nel far fosse, o fondamenti di piccole casa qualche anticaglia ritrovarono, facendone quell'uso ch'è proprio di loro. Molto acconcia a tal proposito è la notizia che ci dà il Targioni nel tomo primo de'suoi viaggi. Quivi del castello di Terricciola ragionando ci fa sapere, che presso quel terren fertile di medaglie, d'idoletti, e di simili anticaglie fu scoperto nel 1756 un sepolcro etrusco; e che l'Arciprete di quel luogo gli dette dei rottami di fibula di rame e molti frammenti di vasetti pure di rame assai sottile, i quali ebbenchè rosi dalla verde gruma notabile rendeasi la maestrìa, e l'ingemmamento azzurro di vetriolo di rame nella graziosa incrostatura. Finalmente, ebbenchè non ci sia riescito per l'oscurità del soggetto, e per
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altre cause addotte di dar migliori prove del bellico valore, e delle Arti dei Pisani, ci lusinghiamo di aver dimostrato, scevri di parziale impegno, che frai Tirreni i Pisani primeggiarono nella guerra e nel commercio, e che da Dionisio, da Diodoro, e da Livio in ispecie son per tal conto celebrati. Godiamo in oltre che il Winckelmann, ed il Caylus, e che dietro di essi i nostri non equivoci indizj attestino 27 che Pisa oltre al genio guerriero fu sede dei popoli Etruschi nelle Arti liberali eccellenti.

1.3. CAPITOLO III. PISA COLONIA ROMANA.

1.3.1. PARAGRAFO 1. Romani, e Pisani confederati.


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Se il pensiero nostro d'investigar tracce sicure dell'anno in cui Pisa a Roma soggetta divenne riescì malagevole a vano, abbiasi per indubitato, che circa agli anni romani 745 ella n'era Colonia, come vedremo in appresso. Brama prende a taluno di sentire il testo di Livio analogo a tal oggetto, e per cui 'l Noris ed altri l'epoca della Colonia Pisana all'anno 574 assegnarono; eccolo adunque nelle sue precise parole. Pisanis agrum pollicentibus, quo colonia latina deduceretur gratiae ab senatu actae. Triumviri creati ad eam rem Q. Fabius Buteo, M. et P. Popillii Laenates. Ma Plinio dicendo, che il Senato col mezzo degl'indicati Triumviri rese grazie ai Pisani per aver' eglino promesso il territorio, anzi una porzione di esso (come
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natural ragion vuole) ove dedurvi una Colonia latina, chiarezza non porge, onde credere che la deduzione allor ne seguisse. Conciosiaché non potendosi per altro Scrittore autorevole dichiarar l'epoca, in cui Pisa Colonia Romana divenne, c'ingegneremo di tessere la seguente narrazione per devenire alla più verosimile opinione: ed è ciò che richiede l'idea del presente lavoro. I Romani irritati dalla crudeltà di Tarquinio il superbo, e dalla violenza che fece a Lucrezia Sesto suo figlio dopo di avere scosso il giogo dei Re sofferto per lo spazio di 243 anni, passarono al governo dei Consoli, e di un Dittatore che soltanto nelle grandi urgenze dello stato nominavasi. Sotto di essi perfezionata la militare disciplina incominciò Roma a fiorire, e dette a divedere che destinata ella era dall'amica fortuna a far di se gran comparsa nel teatro del mondo. Abbenchè le costasse cara la guerra dei Volsci, e quella dei Veienti pure mercè l'amor filiale dell'invitto Coriolano, ed il valor di Camillo liberatasi dai primi, e vinti i secondi alla Toscana rivolse le armi. Ciò fu circa all'anno 374, e sappiamo che le tre Città forti Bolsena, Perugia, ed Arezzo costrette furono a dimandar la pace, e
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che i Romani glie l'accordarono coll'ordinaria condizione dei vincitori ben espressa da Livio in queste note: multa quingentum millium aeris in singulas Civitates imposita 28 Ma per dire in semplici parole di ciò che alla nostra Pisa appartiene: dopo che i Toscani assaliti dai Galli poco godendo del favor di Marte costretti furono a ritirarsi di quà dall'Appennino, ella sovente risentir dovette le molestie dei vicini Liguri, e quel terreno perdere, che fralla Macra, e l'Arno si distende. E poichè talvolta osarono i fieri nemici in numero imponente di balenar gli acciari sotto le sue mura, avrebb' essa forse ceduto alla forza maggiore, ed all'ostinato assedio, se per avventura de' Romani il soccorso non le giungeva opportuno. Un tale avvenimento a buona equità c'informa, che ne' primi anni del sesto secolo i Romani dettero ai nostri un chiaro segno d'amicizia non equivoca, e di confederazione. Vero è ancora che solleciti furon' eglino a darne prove novelle in appresso, prendendo motivo dalle scorrerìe che facevano i Liguri sovente nelle
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adiacenze di Pisa colla mira di far bottino come Tito Livio racconta. Continuò lungo tempo il quartier generale delle nuove truppe romane nella Città nostra. Nuova causa ne nacque circa all'anno 529, onde a Pisa convenne di dar ricetto ad un esercito consolare. Scrive Polibio nel 2.° libro che circa all'anno citato Caio Attilio Regolo Console colla sua armata vi giunse per difenderla dalle irruzioni de' barbari. Egli fu che incominciò la battaglia presso Telamone contro i Galli, e che sopraggiunto il rinforzo del suo collega Emilio ne riportò piena vittoria incontrando l'onore segnalato di consacrar con essa la propria vita alla patria. Or qui non andrem' divagando nel disaminare se in appresso, cioè negli anni di Roma 536 Annibale alla testa di 80 mila uomini dopo di aver passati i Pirenei, attraversata la Gallia meridionale, e superate le Alpi fralla neve, e il vento, per l'amena pianura del fiume Arno o sopra al fiesolano colle nell'Etruria discese; ma si dirà soltanto che Pisa tuttora presidiata dalle amiche truppe nulla soffrì nella seconda guerra cartaginese. Fu questa bensì sul Tesino, sulla Trebbia, e sul Trasimeno molto grave ai Romani. Ma poichè in fine grazie al benigno fato, che
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gli accompagnava vittoriosi ne riescirono pieni di coraggio viemmaggiormente si applicarono a conquistar l' Impero di tutta l' Italia. Allora fu che guerra dichiarata mossero ai Liguri, ai Galli cisalpini, ed ai Transpadani perché del Cartaginese invasor dell'Italia giurato nemico di loro furon' eglino socj. Toccò a L. Valerio Flacco Console il comando dell'armi romane; e frai Pretori, scrisse Livio 29 P. Porcius Laeca Pisas, ut ab tergo Lebuis Liguribus esset, et P. Porcius Laecae ad Etruriam circa Pisas duo millia peditum, et quingenti equites ex gallico exercitu decreti. Ciò nel 555 avvenne. Nel 559 le ostilità dei Liguri Apuani cessarono. Ma omettendo noi di narrare le nuove turbolenze, le tregue, ed i diversi fatti d'arme in appresso accaduti e sempre col vantaggio dei Romani, ci ristringeremo a dare un cenno di due segnalate battaglie. Fu data la prima nel 569 da Sempronio Console, il quale a Pisis profectus in Apuanos Ligures, devastando campagne, e bruciando villaggi, e castelli si fece strada sino al fiume Macra, ed al porto della
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Luna. Racconta Livio la seconda nel 572. I Consoli, dic' egli, Gn. Bebio, e L. Emilio mosser le armi contro i Liguri Apuani, e furono sì rapidi i progressi del romano valore, che gli costrinsero a rifugiarsi nelle montuose antiche sedi, e nelle selve. Dopo di una tal vittoria dovendosi ritirare gli eserciti ordinarono i Padri Coscritti che dei due Consoli l'uno dovesse a Roma portarsi, e l'altro prendere in Pisa I quartieri d'inverno onde servire alla difesa di lei 30 Si rinnuovarono le tregue fra gli ostinati nemici. Finalmente nel 574 i Romani a vincere avvezzi sotto il comando di P. Cornelio, e di M. Bebio contro gli Apuani marciarono con animo fermo di riportare una compiuta vittoria. Difatti i castelli di loro espugnarono; e dopo di avergli più volte sconfitti completamente gli vinsero. Per sì fatta vittoria i Pisani, di giubilo compresi nel vedersi una volta liberati dai vicini ostinati nemici, vollero rendere un tributo di gratitudine all' amica Nazione invitta, che contro i Liguri per lo spazio di circa a 40 anni gli fu difesa e schermo.
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Pertanto nell'anno stesso 574, a Roma spedirono una legazione, e fu quella di cui abbiam' fatto parola in principio portando il testo di Livio: Pisanis agrum pollicentibus etc. Ed all'osservazione che in tal luogo si fece qui fà mestiero di aggiungere ad onoranza di Pisa quanto sembra che raccorre, ed argomentar debbasi dal nostro istorico racconto. In primo luogo si fà chiaro per esso che Pisa era città libera; che si governava colle proprie leggi 31 e che i Pisani non in forza di presidio militare dei terribili triumviri, né in forza di gravi imposte, e nemmeno in arbitrario modo costretti, come alla più parte dei popoli addivenne, ma spontaneamente, ed in liberal guisa una parte del terreno, ed il domicilio offrirono a quella Nazione onde ripetevano la sicurezza, e la pace di loro. E poichè dessa a gran passi incamminavasi alla meta del suo glorioso destino, e perché dal fumo fuoco si argomenta i Pisani racchiudendo alto cuore, ed un' innata accortezza in seno, quella che poi spiegò Dante in quei versi:

Trova le volpi sì piene di froda;
Che non trovasi ingegno, che gli accupi.

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si determinarono all'indicato oggetto di politica, e coll'offerta generosa all'ambizione soddisfecero 32 Ella è poi valutabil cosa, che Roma volle di Pisa esser socia e confederata piuttosto che vincitrice altera, perché forse rispettò in lei gli antichi pregi nelle armi, nel commercio, e nelle arti da noi celebrati 33 e ci sia lecito il dire che la Repubblica novella trattò l' antica, come trattata essa fu da Porsenna, il quale convinto dai prodigj dell'animo coraggioso di Orazio Coclite, e di Clelia, e dall'intrepidezza di Muzio Scevola, volle piuttosto divenire amico di Roma che vincitore. Conseguenze non meno plausibili trarremo ancora dai nostri detti, che Pisa atta a ricevere un esercito consolare, ed a soggiornar legioni romane lungamente, doviziosa, e forte esser dovette, come la dichiarò il maestro dell' istoria latina; che in oltre doveva mantenere in arme numerose milizie, che unite ai socj di Roma colsero finalmente il frutto della divisata vittoria per lunghissimo
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tempo desiderata; e che per tale importante marziale occupazione non potetter' elleno seguitare il genio altero, e signoreggiante de' Romani nell' africana spedizione, come fossero altri popoli ausiliarj dell' Etruria. Mentr' è sotto i torchj la presente materia ci giunge opportuno un erudito mss. del ch. sig. Dottore Tempesti pisano, e noi di favor sì grato e cortese profittiam volentieri. Sul testo di Livio, Pisanis agrum ec. già esibito ci si raggira, e contiene delle osservazioni e delle ragioni molto migliori che noi non portammo per non doversi credere che avesse luogo la partizione dell'agro promesso. Or de periodi come stanno nell'originale gioverà molto che noi riportiamo. Possibile, io dico, che trattandosi d'una Città dall'istesso Livio tante volte onorevolmente mentovata, ch'era un sicuro antemurale dei Romani contro i Galli, ed i Liguri, e trattandosi d'un vasto e ricco territorio situato tanto vantaggiosamente nell'Etruria annonaria, il diligentissimo Livio in questa occasione soltanto avesse taciuto il particolare dell'eseguita deduzione? Ed altrove relativamente all'offerta fatta dai Pisani al Senato: è chiaro che il Senato Romano e fosse sensibile ad una tal' offerta e promessa onde mandò una particolare
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ambasceria a farne i ringraziamenti e per quell'affettata clemenza di cui faceva pompa in ogni occasione, non accettasse l'offerta; sì perché sarebbe sembrato accettandola ch'esso dubitasse della fedeltà dei Pisani suoi antichi ligie, ed amici essendosi costantemente come ho detto di sopra mandate in ogni tempo le colonie romane a solo fine di assicurarsi della fedeltà dei rispettivi popoli o di fresco soggettati, o facili a rivoltarsi; sì perché vedendo i Pisani da tanto tempo aggravati pel soggiorno delle milizie Romane, ed altronde forse sapendo il Senato che molti dei veterani eransi già domiciliati nel paese, sarebbe sembrato un abusar soverchio dell'altrui condescendenza il togliere una parte dei loro terreni ai proprietarj d'una Città libera, ed amica, che li accorti Padri Coscritti ben previdero, che presto o tardi sarebbe stata tutta di loro, e così Pisa Etrusco-greca, senza violenza, naturalmente, e progressivamente sarebbe divenuta interamente Romana, come avvenne difatto
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1.3.2. PARAGRAFO 2. Origine della colonia.

Cesare quindi Augusto allorchè s'innalzò sul sepolcro della Romana Repubblica
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ed allorchè dato fine alle guerre civili chiuder fece le porte di Giano, si applicò a dar attestati di benefica riconoscenza a quei bravi soldati, pel cui valore adoprato principalmente contro i Germani, i Traci, i Sarmati, ed i Cantabri erasi sul crine assicurata l'onorata fronde, molte colonie militari costruir volle, ed a ciò l' Italia tutta costrinse. Pisa già da lungo tempo dominata dai Romani non potette esserne esente. Anzi nel suo territorio come il più fertile, e vasto, quei privilegiati militari in gran numero più che altrove si stabilirono. Ad una tal epoca segnata dall'anno di Roma 745 circa, e precedente di poco all' era volgare noi dobbiam' fissar lo sguardo, ed avrem' per avventura trovato in essa quando Pisa Colonia Romana effettivamente divenne. Ragion pur vuole, che Colonia Giulia, e Colonia Julia obsequens si appellasse eziandìo in venerazione della famiglia dei Giuli, che come istruttori di quel benefico provvedimento felicitarono quei Coloni. Colonia Julia obsequens si denomina in que' nostri funerei Decreti, celebri per la dotta illustrazione che ne fecero il Pagani, ed il Noris, e che noi nella descrizione del Campo Santo che gli conserva
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dovrem' riportare. Quello di Lucio Cesare fà chiaro testo al fin qui detto. A piè di esso a chiare note si legge, che i Pisani mandarono ambasciatori ad Augusto per implorare che COLONIS JULIENSIBUS COLONIAE OPSEQUENTI JULIAE PISANAE ei concedesse di formar pompa funebre allo spirto di Lucio. Ma questa Colonia Giulia Romana, concorrendo noi volentieri nel sentimento del soprallodato Sig. Tempesti poco prima dell' Era volgare non prova, e non può provare la pretesa Colonia latina di circa dugent'anni avanti. Conchiusasi in fine che Pisa in una tal' epoca interamente Romana divenne; che obbedì con ispontanea sommissione, ai Cesari, e che ad essi, ed ai Coloni novelli deve saper grado di quello stato felice di magnificenza, e di lusso a cui giunse. Che gl' Imperatori non ordinaria estimazione dimostrassero a questa Colonia in grazia dell'obbedienza, e della celebrità sua non mancano dei classici libri di storia che lo assicurano. Che altresì l'indicato fasto anche in tal epoca a Pisa giustamente si competa, non piccole prove abbiam' noi per crederlo. Bruto il barbaro uccisore di Giulio Cesare, e di se
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stesso la denominò una delle principali signorìe dell'Etruria; lo attesta Dionisio dell'età pure di Augusto che cessò di vivere nel 764 di Roma. Plinio scrisse ch' ell' era in quei giorni la più considerabile dopo la Capitale. E se nell'epoca di Pisa Etrusco-greca il grand'Epico mantovano ci dimostrò la grandiosità sua sulle altre città etrusche, i soprallodati funerei marmi nel bel tempo ramano ce la somministrano. In essi in fatti molti templi, terme superbe, circo, e teatri si nominano; e non è debil prova che in grembo a lei si stabilissero molte famiglie romane illustri quivi enumerate, perché l'esistenza portano di grandi edificj, e palagj. Concorrono pure a denotar fabbriche superbe le indubitate memorie del palazzo, e del tempio d' Adriano, e dei molti delubri a Marte, a Cesare, e ad altre Deità consacrati. Fan chiara inoltre la floridezza sua i molti frammenti in marmo scritti nei tempi traiani, e negli antonini; ma tuttociò avrem' campo di notare nel proseguimento di questo volume, e nel terzo principalmente in cui si dà luogo alla descrizione del bagno detto di Nerone, di vestigj degli acquedotti, dei bagni di S. Giuliano, e del Porto Pisano: tutte romane fabbriche. Direm' qui soltanto
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di passaggio, che i bagni romani erano di un lusso straordinario, onde si lagnò Seneca che quegli della plebe fossero ripieni di trombe d' argento, e che gli uomini fatti liberi calpestassero le gemme. Il Noris dai fondamenti che negli orti sotterra si trovano sovente argomenta, che fino al campanile del Duomo arrivassero le terme pisane, fatte dopo di Augusto, e forse sotto Antonio Pio. Il Gori ne rigetta l' opinione dicendo l'architettura del Laconico appella all' età di Augusto; e che le pareti, e la volta erano ricoperte di un intonaco con polvere di marmo impastato, e ben levigato. Riguardo poi alle terme di S. Giuliano, egli è d' avviso il Cocchi, che fosser' elleno stimate nel tempo di Pisa-romana per soddisfare al costume delle sane, ed insieme deliziose lavande. Originale attestato ne portano quelle colonne e quei capitelli, che nell'indicato luogo si descrivono, e quella rotta tavola di marmo, le cui parole impresse cura ci prende di riportare. Né sarà qui inutil cosa il riflettere, che siccome oltre alle terme artificiali delle naturali ancora ve ne fossero nei pisani contorni (atte per le qualità soavi di loro al bramato intento di dilettare i sensi) tanto le une, quanto le altre
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esistessero nel quarto anno di Cristo o sia nel 757 di Roma, nel qual' anno i suddetti Cenotafj Pisani ordinano, che i bagni pubblici durante il pubblico lutto disserrati non siano. In fine la suddivisata parziale amorevolezza degli Imperatori verso Pisa prova abbastanza, che di romane fabbriche abbondante, e splendida esser ella dovette. Alla magnificenza, al lusso, ed alla popolazione andò congiunto anche in tal epoca il corredo del vetusto carattere guerriero, del commercio marittimo, e del genio avito dei Pisani d' allora per le Arti sorelle. Ricordati son' eglino da Livio in occasione di guerriere spedizioni per la Corsica, e per la Sardegna. Strabone, e Plinio parlano concordemente della celebrità di loro sui primi due articoli. D'essi c'informa la storica narrazione del Porto Pisano inserita come fu detto nel terzo volume. Ma più chiari segni ne somministrano i versi del Poeta Numaziano quivi prodotti, e fan fede autorevole circa alla metà del Sec. V. del bel fabbricato di quel Castello. E se l' ingegno per le Arti addestraron' essi nella Greco-etrusca stagione, nella Romana lo avvivarono. Testimoni indelebili ne sono per avventura i lavori
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di scalpello dei molti soprallodati sarcofagi, ed eseguiti non fuor di ragione nel terren nostro. E se ai barbari distruttori non isfuggivano, veduto avremmo anche oggidì le statue, i templi, e gli ornati nobili provenienti dal disegno nel foro del circo, e nelle terme, e per tale infortunio or ne vediamo soltanto in più luoghi della Città sparsi i miseri avanzi. Un numero prodigioso di artefatti dell'antichità romana oltre agli etruschi già indicati si ritrovarono pure nelle cave diverse, che presso le mura urbane, e nelle adiacenze si fecero, e che nel corso di quest' opera accennar dovremo. I contorni principalmente del Porto Pisano soddisfecero all' erudita curiosità del Targioni diligentissimo investigatore di simili anticaglie. Quivi riguardo al tempo di cui ragioniamo egli trovò due iscrizioni romane sul marmo forse di Carrara, la prima delle quali era con caratteri ben formati; e fralle molte medaglie, e le monete una ne descrive colla testa dell' Imperatore Augusto, e coll'ara della provvidenza nel rovescio, e l'altra coll'effigie di Domiziano, e nella parte opposta con una vittoria che vola. Memoria plausibile a tal' oggetto si legge in uno dei Cenotafj predetti, come
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osserveremo nel riportargli. E questa coll'altra di Numaziano.

Hic oblata mihi sancti Genitoris imago,
Pisani proprio quem posuere foro:

son molto acconce a provare, che in Pisa sotto gl'Imperatori le opere di scultura con decoro dell'arte si praticarono. Ma in fine additando, che il governo romano nella Città nostra ebbe vita fino a tutto il secolo Vdi Cristo, chiuderemo il ragionamento di Pisa Colonia.

1.4. CAPITOLO IV. PISA REPUBBLICA.

1.4.1. PARAGRAFO 1. Sua Origine.


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La divisione dell'Impero romano fatta dal Gran Teodosio nel 395 ed i barbari chiamati in appresso dai male accorti ambiziosi Reggenti ne sollecitarono la caduta. In pochi anni Genserico Re dei Vandali vide a lui sommesse le Spagne, e Signore assoluto divenne di gran parte dell'occidente. La misera Italia circa al 452 al flagello del feroce Attila Re degli Unni non si sottrasse. Tre anni dopo con nuove catene la strinse Genserico invitato dall'Imperatrice Eudossia; e le truppe di lui nel sen di Roma grandemente infierirono. In tal occasione di tumulti, di devastazioni, e di stragi mancarono i Cesari. Finalmente nel 476 Odoacre entrato nelle italiche contrade cogli Etuli popoli della Scizia esiliò Augustulo, e Re d'Italia proclamar si fece. Finì l'Impero di Roma ma non ebbero
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fine con esso i mali dell'Italia. Perocché Teodorico Re degli Ostrogoti indotto dai Greci nel 493 vi sopraggiunse; vinse, ed uccise Odoacre, e vi stabilì il suo regno. Belisario spedito da Giustiniano gliel tolse nel 522. Ma il valoroso Generale mal soffrendo la ritirata ordinatagli dall'Imperatore i Longobardi vi spinse; e questi vi stettero finché non venne Carlo Magno a distaccargli. Lo scorrer di volo questo tratto istorico avrà giovato, io mi lusingo, a comprendere la causa onde dalla metà del secolo V. fino all'epoca di Carlo Magno l'oscurità delle istorie ne derivasse, e di quella di Pisa principalmente. A noi per altro non mancano le forze in dar fama a lei anche in quei giorni infelici. Non intendiamo già di sostenerla scevra di mali nella comune disavventura. Essa al contrario risentì molto delle barbariche sovversioni, e delle stragi in cui fu avvolta l'Etruria; e prestiam pur fede al Canonico Roncioni 34 e coll' Autore degli Annali veneti asserisce, che Pisa molto soffrì nel crudo scempio che fecer le armi di Totila. Ma grazie al destino favorevole che invigilava
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sopra di lei, grazie alla virtù non isperita nel suo cuore giammai, abbiam campo e ragione di narrare che il politico e sobrio governo la sostenne, che le sue forze navali non vennero meno, e che pertanto conservò sempre un certo grado di lustro, e di potere. Infatti ne porge un chiaro segno il ricusar ch'ella fece la pace promossa, e conchiusa da Gregorio Magno fra l'Impero de' Greci e quello de' Longobardi nel 599.E giacché il dotto Autore del discorso accademico sull' Istoria letter. pis. le parole del Pontefice produsse, noi profittiamo di sì bel documento, e trovandolo molto acconcio qui si riporta: Ad Pisanos autem hominem nostrum qualem debuimus transisimus, sed obtinere nihil potuit. Unde et Dromones eorum ad egrediendum jam parati sunt.Or ben ponderando la negativa alterante data dai Pisani al Pontefice, che non valutarono essi la soscrizione dei Duchi Longobardi, e che senza tema furon pronti alla forza dobbiam necessariamente congetturare, che la Città fin' d'allora oltre all'indicato potere era indipendente. Di più, unendo a ciò l' altrui autorevole sentimento, che Pisa nutrendo nelle vene greco sangue etrusco e serbando in petto animo intrepido e marziale tenne ben aperto lo sguardo sulle
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generali rovine, e sui politici andamenti dei popoli d'Italia per profittarne, opinion portiamo che avendola dimostrata indipendente sullo spirare del sesto secolo, avesse colto innanzi il momento fortunato di ritrarre il collo dal giogo, e di rivestirsi in quella nuova gloria a cui aveva aspirato. Pertanto, checché n'abbia opinato il Muratori 35 sembra che quantunque non si possa con tutta precisione deciderne, ciò non ostante siasi in tal guisa con giusto fondamento rintracciato il nascimento della libertà pisana, e l'epoca di quella Repubblica che fu una delle prime d'Italia, e che fu sì chiara in appresso.

1.4.2. PARAGRAFO 2. Fasti.

Se per lo spazio di circa a due secoli il divisato oblìo ci ricuopre perché i progressi con ordinanza dir non si possano, memorie abbiamo classiche, e sicure che la nostra Repubblica era circa all' 800 florida, e potente. Grande per dire il vero
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fu da quest'epoca in appresso la virtù de' figli suoi; e la fama per più di cinque secoli portò sull' ali ovunque le segnalate gesta di loro. Hann' elleno in fatti in mille carte impresse per opera di molti pisani storici, e cronisti, e di non pochi esteri ancora. Abbiamo pure qui ricordanza frai nostri il Marangone più antico degli altri 36 il Roncioni per la sua ist. pisana inedita, il Tronci, il Dal Borgo, l'Arrosti, il Cardosi, il Sardi, il Pagni, il Mastiani, ed il Mosca, che la guerra balearica entrambi scrissero, gli autori dei tre discorsi accademici 37 il Gaetani, il d'Abramo, il Martini, il Seravallino 38 ed i molti codici mss. che in Firenze nella magliabechiana, e nella laurenziana biblioteca si conservano. Fra gli esteri poi si contano l' Ughelli, Guido da Corvara, l'Ammirato, il Noris, il Tajoli, il Dempstèro, il Gori, il Guarnacci, il Nozzolini, e tanti altri inseriti fra gli Scritt. ital. del Muratori,
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che per brevità si tacciono. Avvertir debbo per altro che tutti le glorie di Pisa Repubblica encomiarono, ma niuno compilò mai una storia pisana con sana critica, e con modo cronologico, e ragionata condotta. Nemmeno ispezion nostra è di scriverla tale a questo luogo. Bensì ci farem pregio di qui annoverare le marittime, e le terrestri imprese, che al più alto grado d'onore la gran Repubblica Pisana portarono, e queste con molta precisione, dovendole noi accennare in più luoghi di quest'opera, e tutte nemmeno, perché soverchio lunghi saremmo. Incominciando dall'epoca sopra indicata concordano i migliori storici in asserire 39 e nell' 820 l'armata navale dei Pisani sotto il comando del Conte Bonifazio datogli da Carlo Magno Principe molto ben affetto di loro spiegò le vele non verso la Sicilia per liberarla dall'invasione dei Saraceni, ma di volo nell'Africa si condusse a portar la guerra nel seno di essi. E poiché gloriosi ne trionfarono, la Sicilia, e le spiagge italiche ne risentirono quel vantaggio che giudiziosamente avea preveduto
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Bonifazio, cioè di rimaner esse per tal modo dall'oppressione di quei barbari disgombre. Per così segnalata impresa Lodovico Imperatore figlio di Carlo Magno confermò a Pisa i privilegj che il padre le dette, e quegli principalmente di crear Consoli, e di continuare a viver libera colle sue leggi. Un nuovo navale combattimento frai Pisani, ed i Saraceni, e la vittoria dei primi narra il Tronci all'anno 874. Non cessarono le imprese marittime dei Pisani nel X. secolo 40 in cui è noto che potrebber' essi porre in mare fino in 300 navi, e che in oltre per antica consuetudine non dimenticando d'intraprendere la mercatura ne aveano allora di già dilatate le commerciali corrispondenze. Ma divenendo al sec. XI. viepiù chiaro comparisce lo splendore della Repubblica Pisana. Ci serviremo dello scrittor da Varna, e di Michel da Vico 41 per denotare in primo luogo quant'essa lodevolmente si occupava nell' accrescer le forze navali, e nella costruzione dei legni di maggiore, e di minor carico: come ancora
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per concepire la grandezza delle spese che far ella dovea negli armamenti, e nelle spedizioni.

…..variantes nomina naves:
His portantur equi, sunt quaedam victubus aptae.
Ingentes aliae possunt portare catervas

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Quindi passeremo a far memoria di altre battaglie, indicanti 'l coraggio risoluto, ed il valor della nazione. Nella prima seguita nel 1003 s'impadronirono i Pisani di 18 galere nemiche; ai Saraceni ritolsero i prigionieri che fatti essi aveano sul lido romano, e dal Pontefice grande onoranza e larghi doni ne riportarono 43 L'assedio, e l'espugnazione di Reggio di Calabria non fu di piccola gloria alle armi pisane. All'an. 1004 l'assegnano alcuni Cronisti, ed il Volterrano, lo Spina ed il Tajoli la descrivono. Il Tronci nell'epoca da essi discorda. I fatti celebri della Sardegna ebbero incominciamento nel 1006. Grande fu la spedizione in quell'isola, narra l'istorico
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Roncioni, e grandi furono i trionfi che quivi ne riportarono i valorosi Pisani. Dopo di aver'essi battuta la Città di Sasseri, e dopo di aver' espugnate altre piazze volsero in fuga colla sua armata il Re Musetto, s'impadronirono di tutta l'Isola, e con ricco bottino se ne ritornarono vittoriosi alla patria. Eterna è la memoria del pisano bellico valore nelle sicule spiagge per l'iscrizione vegliante nella facciata del Duomo di Pisa al suo luogo trascritta. Poiché nel 1017 il guerriero e coraggioso Musetto rioccupò la Sardegna ei di bel nuovo soggiacer dovette alle armi della pisana truppa, che rapidamente vi accorse ad istanza di Benedetto VIII. Or non vada per noi dimenticata la presa di Cartagine, patria del grande Annibale, che dell'onorata fronde ornò le tempia ai Pisani circa al 1030. In essa fecer' eglino spiccare l'innato solito valore nell'arte della guerra, e quelle mura atterrarono, che molti secoli addietro provarono il furor de' Romani. Egli è dovere che per ordine di tempo alla Sardegna si ritorni, perché l'istoria manoscritta del Roncioni ed altre c'informano, che nuovi trionfi in quell'isola coronarono i Pisani, e ciò fu nel 1034. come
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dall' iscrizione nella facciata del nostro Duomo si rileva. Per esser brevi la lunga narrazione dei fatti guerrieri troncando direm' della prigionìa della moglie, e del figlio del Re Musetto: che riescì a questi secondo l' Autor citato di campar colla fuga dai Pisani, o che ne restò prigioniero, se prestiam' fede allo Spina. Questa nobile impresa somministrò il soggetto all'eroico poema di Tolomeo Nozzolini, che in Pisa ebbe i natali nel 1568, e quindi l'onor di dare insegnamenti di Logica, e di Fisica in quelle Università. L'indicato Poema è intitolato: La Sardigna Ricuperata; egli è voluminoso; e sulle tracce condotto della rinomata Gerusalemme dà saggio del talento del Poeta 44 Negli anni appresso i Pisani discacciarono i barbari da Lipari, dalla Corsica, e dall'Elba, e se ne impadronirono. A tal proposito scrisse il Villani 45 In questi tempi la Città di Pisa era in grande, e nobile stato di grandi e possenti Cittadini dei più d'Italia….et per la loro grandezza, e gentilezza erano Signori di Sardigna, e di Corsica, et di Elba….Quasi dominavano
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il mare con loro legni, e mercanzìe
. Non men plausibile al nostro racconto è l' espression dell' Ammirato: Avea con grande sua gloria tolto nei passati secoli ai Saraceni la Sardigna et la Corsica, aveva signoreggiato fino agli ultimi tempi l'Elba: né si dubita che per lo numero delle Galee et de Legni che metteva in acqua non fosse stata quasi padrona del mare 46 Con brevità ricordiamo la presa di Palermo fatta dai Pisani nel 1063. non perché sia lieve la celebrità di essa, ma per non ripetere quello che qui detto si fosse nell'illustrazione del Duomo, che dalle considerabili ricchezze ivi conquistate ebbe l' origine 47 Poiché i Pisani padroni della Corsica divennero, come di sopra indicammo, dovettero circa all'an. 1070. sostenere aspra guerra mossagli dai Genovesi, e piena vittoria ne ottennero. Circa al 1088. i Pisani offesi negli affari di commercio dagli Affricani exercitu congregatoTunis assediarono, ed uccisone il Re, la Regina col figlio a Pisa condussero. Secondo il Breviario d'istoria pisana 48 ritornati ben tosto nell' Affrica
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assieme coi Genovesi le città d'Alessandria, e di Sibilia espugnarono, e colla ricchissima preda gli ornamenti della Primaziale accrebbero, ed eressero la Chiesa di S. Sisto. Da molti Cronisti si raccoglie, che nel secolo di cui ragioniamo i Pisani discacciarono i Mori da una gran parte della Spagna, e che vinsero Rodi, Corfù, Ascalonia, Cefalonìa, Zante, Utica, Tripoli, e Sidone di Soria con Alessandria di Egitto. Non si passi sotto silenzio, che all'onorata impresa di Terra Santa concorsero ancora i Pisani nel 1099, e ch'ebbero parte nelle glorie di quel Capitano,

Che 'l gran Sepolcro liberò di Cristo.

Fu condottiero della flotta di 120 navi composta il Pisano Arcivescovo Daiberto deputato da Urbano II, e che fu poi dichiarato Patriarca di Gerusalemme 49 Oltre a tutte le cronache pisane, autorevoli Scrittori lo affermano, e fragli altri
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il Card. Baronio 50 Ughelli nell'Italia sacra, Leandro Alberti nella descrizione dell' Italia, ed il Viviani 51 In oltre la narrazione che ne fa Guglielmo Arcivescovo di Tiro, e Scrittore di quei tempi 52 come ancora la lettera scritta al successore d'Urbano dagli stessi Goffredo e Daiberto 53 non sono lievi attestati. In fine il P. Ferreri Gesuita nella quarta delle sue collocuzioni parlando dei Pisani in tal modo si spiega, et in Hierosolimorum inclita divinaque expeditione auxilium voluntarium, et valentissimum attulerunt. E se l' Autor celebre della Gerusalemme liberata lo tacque ignorando forse le autorità suddivisate, il Guarini in uno de'suoi Sonetti così lo espresse:

5Pisa al ferire invitta, al vincer nata.
Tal da penna famosa invidiata
Pugnar Goffredo in sul Giordan la vide,
E schiere disarmar perse, e numide
Di sacre spoglie, e più di glorie ornata

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L'espugnazione di Bona in Affrica e la distruzione di molte terre, e castelli attribuisce all'an. 1110. Costantin Gaetani nella vita di Gelasio II. 55 checché ne scrivesse il Dempstèro all'an. 1030. Ne condussero il Re prigioniero al Pontefice, e quel che fu atto di singolarissima umanità reso ch'egli si fu cristiano il lasciarono tornarsene libero a casa sua 56 Or ci prendiam' premura di far parola dell'azione marziale la più rinomata del secolo di cui si ragiona. Ella fu al certo la conquista delle Isole Baleari, che fecero i Pisani nel 1115, e che dalle più accrediate penne viene a gran ragione encomiata 57 Noi per non traviare dal proponimento additeremo soltanto, che i Pisani sotto il comando di Pietro Arcivescovo con trecento legni vi si portarono; ed omessa la lode dovuta allo sfoggio della virtù guerriera, e dell'attività di loro si dirà che
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segnalata, e completa fu la vittoria, e che ucciso il Re di quell'isole, prigionieri la moglie con un piccolo figlio in Pisa condussero 58 Lorenzo Varnese, o Veronese 59 Diacono del prelodato Arcivescovo un lungo Poema scrisse in latino idioma, ed in sette libri spartito sull'indicata memorabil guerra, di cui fu testimone oculare. Esso è interessante, e la scienza militare, l'attività, ed il coraggio dei nostri mirabilmente dipinge; e dove vuol denotare la liberazione di un gran numero di cristiani così si esprime:

10 Millia captorum plusquam tardena fuerunt
Quos sevus Balee vinxit, tenuitque Tyrannus.

Una sepolcrale iscrizione nella Chiesa di S. Vittore di Marsilia la memoria conserva di quei valorosi Pisani che nelle pugne guerriere perirono. La riporta l'Ughelli, ed il Volterrano; e noi qui soltanto ne lasciamo scritti i seguenti versi:


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O pia victorum bonitas! defuncta suorum
Corpora classe gerunt, Pisasque ducere querunt.
Sed simul adductus ne turbet gaudia luctus
15Cesi pro Christo tumulo clauduntur in isto

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Per accennar di volo un nuovo segno della liberalità pisana dagli storici commendata diremo che il mentovato Regio figlio nel suo cambiato regno i Pisani riposero. Or procedendo alle vittorie riportate da essi nell' Italia inferiore contro Ruggero Re di Sicilia e di Napoli, e nemico di Roma troppo lunghi saremmo a contare i fatti d'arme strepitosi già ricordati nelle migliori storie dei bassi tempi. Vero fu che i Pisani espugnarono Napoli, Reggio, Gaeta, Amalfi, Rebello, Scala, Arturina, ed altre città forti in quel tempo. Una tal guerra incominciò dall'an. 1135, e nel 1140 ebbe fine. Il Marangone afferma che le dette città, ed i castelli stettero sotto i Pisani sette anni, e che nel 1147 praticando il carattere magnanimo, e liberale soprallodato renderono
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al Re Ruggero Napoli e le altre terre che tenevano di suo regno
. Non passeremo sotto silenzio, che nell'indicata presa d'Amalfi i Pisani non rapirono com'altri scrissero 61 io dono ricevettero le antiche Pandette di romane leggi dall' Imperator Lotario 62 Nuove spedizioni in oriente delle pisane flotte annoverar potremmo dal 1147 in poi sulle tracce del Gaetani, e del Ciacconio, ma additeremo soltanto quella fatta alle preghiere di Clemente III, che fralle più distinte dobbiam riporre. Dominus Papa Clemens (prima di esortare Federigo Imperatore, Filippo Re di Francia, Enrico Re d'Inghilterra, ed altri Principi) per suam presentiam in Pisana majori petiit, rogavit, et exhortatus est Pisanos, ut surgerent ad recuperandam Terram Jerusalem, et tunc dedit vexillum Sancti Petri Domino Ubaldo Pisis Archiepiscopo ec. 63. Fralle altre militari azioni degna di ricordanza è la presa che costà giunti fecero i Pisani
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della Città di Tiro 64 Corrado, che n'era Signore in segno di grata ricompensa luoghi, doni, stabilimenti, e privilegj novelli ai prodi liberatori concedette per aver' essi folta ai barbari la Città sua. Finalmente mille pubbliche testimonianze abbiam' noi di classici Scrittori, e di più Pontefici di quanto nel sec. XII. operarono col senno, e colla mano, e di quanto soffrirono nei gloriosi acquisti i Pisani nelle orientali contrade. Si tacciano pure le prime, e sol discara non giunga la notizia, che ci dà il Terzi nella descrizione delle due Chiese patriarcali d' Antiochia, e di Gerosolima in queste sue parole: Il Castello costrutto già per opera della Repubblica Pisana sotto il regno di Baldovino sorge nell'Aquilone…munito di quattro bastioni, di larghi, e di profondi fossi, ornato di gran sale, logge ec. Si tacciano ancor le seconde, e sol si accenni che nei brevi dei Pontefici leggesi di Pisa, che favore coelestis Numinis de inimicis Christiani nominis victoriam frequenter obtinuit, et eorum Urbes plurimas subjugavit 65
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Né sol nelle divisate gesta segnalaronsi i Pisani, né sol furon' eglino il sostegno delle orientali conquiste, ma si distinsero ancora nel proteggere i Pontefici, e nel difender l' Impero. Dando dei primi un istorico cenno, serviron' eglino di scampo a Gelasio II. contro la persecuzione dei partigiani di Maurizio, e contro la violenza della soldatesca di Enrico III. Imperatore, accogliendolo gratamente nel sen della Patria; e quindi ab Urbe Pisana recedens a Pisanis per mare usque ad Marsiliam honorifice perductus est 66 Onorevole ricevimento fecero i Pisani la successor di Gelasio, narra il Baronio. Il Volterrano d' entrambi scrisse: Gelasium II. Henrici III. Imperat. iram fugientem, deinde Calistum II. e Burgundio Pisanis concessit, exceperunt 67 Innocenzo II. avendo incontrato in Roma l' istessa sorte di Gelasio per sottrarsi all' Antipapa Anacleto ed agli aderenti del Re di Sicilia implorò l'ajuto dei Pisani, i quali colla forza, e colla scorta delle
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galere di loro a Pisa lo condussero 68 e qui terminò il favor dei Pisani verso Innocenzo; perocché nel ritorno ch' ei fece dalla Francia uniti essi coi Genovesi 69 poderosa truppa coll'armi alla mano lo riposero in soglio. Non con minore amorevolezza per la seconda volta l'accolsero, quand'ei per campare dalla sollevazione insorta nuovamente in Roma, con sollecitudine a Pisa si ricondusse. Costantin Gaetani asserisce che per lo spazio di 5 anni vi si trattenne fino alla morte di Anacleto. Certa cosa è che vi creò Cardinali, vi convocò il Concilio generale coll'intervento di tutti i Vescovi d'occidente, vi spedì molti brevi e con Lotario Imperatore vi tenne abboccamento 70 Scrive il Baronio nel tomo XII, che i Pisani con armata navale riassoggettarono a questo Pontefice Civitavecchia, ed altri luoghi.
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Eugenio III similmente angustiato dall'eretico Arnaldo in Roma volle far conoscere che asilo, e che schermo ai Pontefici era Pisa sua Patria. Gregorio VIII ancora bramando di unire le forze armate dei Principi cristiani per ricuperar Gerusalemme verso Pisa si mosse, vi giunse, e v'incontrò l' eterno ricovero del sepolcro 71 Conchiudendo coll'Abate Gaetani, che Pisa fu primo rifugio de' Papi, e porto sicurissimo della romana Chiesa fluttuante e portando le parole del Volterrano che humani, et hospitales in Romanos Pontifices fuerunt: basterà di aver leggermente trattato un tale argomento 72 Or passando a portare un qualche esempio soltanto del parziale attaccamento dei Pisani verso gl'Imperatori, noi già dicemmo che preser' eglino la parte di Lottario contro Ruggero Re di Sicilia. Nel 1192 con Arrigo V. assediarono Napoli, e ajutarono lo detto Imperatore a conquistare lo Regno di Puglia laddove i Pisani guadagnarono molto, e tornarono vittoriosi 73
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Ebber gloria di prestare ajuto a Federigo II. portandosi con 40 galere ben'armate a conquistar la Sicilia; egli altresì volendo praticare con essi un tratto di riconoscenza, e di grata amicizia nel 1229 ampie conferme di giurisdizioni e di privilegj in Accon, in Tiro, in Joppe, ed in Gerusalemme gli dette. Egli è ancor vero, che i Pisani mentre prestavano officj di ospitalità, d'amicizia, e di guerrieri soccorsi a prò dei Papi, e degl'Imperatori stessi conservando l'animo altero, alteramente, quando fu duopo spiegarono agli uni ed agli altri i sentimenti loro. Giustificano ciò bastantemente gli ardimenti detti del Console Pisano pronunciati in faccia a Federigo: come potrai toglierci la Sardegna, e dare ad altri per poco denaro quello che non è tuo? simili tratti di ardire usati dai Pisani verso i Monarchi leggonsi pure negli annali genovesi, ed in altre storie di quei giorni 74 Fragli Annalisti pisani, e gli esteri il Marangone porge miglior' idea della fierezza con cui si combatteva trai Fiorentini condotti dal Farinata, ed i Pisani e gli altri Ghibellini uniti ai Tedeschi. Forma egli in oltre il quadro dell'ostinato furore al carro intorno ove la bandiera
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dell' esercito era inalzata. Noi diremo il numero dei morti, perché in esso non vanno mai d'accordo i racconti. Certo è, che le fiorentine schiere sbaragliate e rotte cedettero il campo, e che l' Autor citato conta 2000 morti fra quelle. Non ispiegheremo in qual modo nel 1267 i Pisani co' Senesi ed altri di Toscana di fazione ghibellina si mossero contro il Re Carlo. Accenneremo soltanto che la venuta di Corradino in Pisa nel 1268 fu con plauso onorata dai Pisani, e da tutti i Ghibellini dell'Italia, che vi concorsero; e passando sotto silenzio gli avvenimenti di Marte favorevoli al Re Carlo, e sventurati pel mantovato Corradino diremo che la prigionia di questi in Napoli, e la perdita di molti valorosi concittadini fu oltremodo sensibile ai Pisani. Contuttociò nel 1273 non ricusarono l' amicizia, che volle stringer con essi il prefato Re Carlo colla mediazione di Gregorio X. Da questa epoca in poi grandemente infierirono le due fazioni Guelfa, e Ghibellina, ed era interesse dei Fiorentini il fomentarle. Non meno si accrebbe gli odj, e le discordie fralle Repubbliche di Venezia, di Lucca, di Genova, e di Pisa: e la gelosìa del commercio per lo più le produsse.
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Nel 1283 le guerre si accrebbero fralle ultime due Repubbliche. Finalmente nel 1284 quella famosa battaglia accadde presso la Meloria, cotanto mentovata dagli Scrittori, e che la vittoriosa Genova fra' suoi festi annovera. Non è ispezion nostra il descriverla: potrà soddisfarsi il Leggitore se alle storie di Pisa, di Genova, e di Sardegna si rivolge, che dell'orribil conflitto il quadro ne porgono. Bensì crediamo che spetti a noi l' accennar la cagione onde l' armata di Pisa ebbe la rotta. Ella al certo non fu il numero inferiore delle sue navali forze, ma fu l' Ammiraglio di lei il Conte Ugolino della Gherardesca, che per secondare il suo maligno e perfido disegno allorquando rinforzar dovea la battaglia con tre de'suoi migliori, e più ben'armati legni, intimò ad essi la ritirata; e dietro di lui lasciando le onde rosseggianti del patrio sangue velocemente al lido si giunse. Ecco in Pisa il traditore, che fabbrica a lei le catene onde farsene il tiranno. Egli in fatti nel 1287. per condurre a fine il suo malnato pensiero tenendo stretta amicizia coi Fiorentini persuade i Pisani a far pace con essi; dal farla altresì coi Genovesi gli distoglie pel maligno artifizio di tener lungi il ritorno de'principali
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Cittadini nelle carceri di Genova racchiusi. Per buona sorte Nino Visconti nipote d'Ugolino, e Giudice di Gallura a cui disse Dante trovandolo nel Purgatorio:

Judice Nin gentil, quanto mi spiacque
Quando te vidi non esser tra rei.

acceso l' animo d' amor patrio incominciò a tenere aperto lo sguardo sugli andamenti del zio, e ad opporsi alle sue tiranniche disposizioni. Nulladimeno Ugolino seguitato da molti Guelfi suoi partigiani tentava d'indebolir le forze di Pisa per farsene tiranno, e già sui Ghibellini signoreggiava. Per tal cagione, pel trattenimento di concluder la pace bramata coi Genovesi, e finalmente per il delitto da lui commesso di toglier la vita al nipote dell' Arcivescovo Ruggero 76 sollevò il popolo contro in tal modo che il Conte, due figli, due nipoti, e molti de'suoi seguaci restarono prigionieri. In appresso condannato a morte fu il traditore, ed insieme con i
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predetti figli, e co' nipoti fu racchiuso nella torre de' Gualandi detta delle sette vie, e della fame in appresso 77 Questo fu il luogo ferale ov' ei pagò la pena del tradimento, pena ben dovuta al delitto, ma ahi troppo disumana, snaturata, e barbara riguardo a quegli innocenti che servir dovettero a gravarla. Non sappiamo pertanto condannare il gran Poeta Alighieri, se nel suo immaginato inferno collocava Ugolino nell'atto di rodere il teschio dell'Arciv. Ruggeri che gli fu giudice, in tal guisa esprimendosi:

La bocca sollevò dal fiero posto
Quel peccator, forbendola a' capelli
20Del capo ch'egli avea di retro guasto:

Dopo di aver narrato ai due virtuosi pellegrini ciò che ignominia faceva al suo nemico, tacendo per altro quel che portava infamia a se stesso, ne vengono i più bei versi che Dante facesse mai, tanto al
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vivo esprimon' essi la luttuosa, ed orrida scena che a rimembrarla raccapriccia:

Com' un poco di raggio si fu messo
Nel doloroso carcere, et io scorsi
Per quattro visi el mio aspetto stesso;
Ambo le mani per dolor mi morsi:
25Et quei pensando, ch' i 'l fesse per voglia
Di manicar, di subito levorsi;
Et disser; padre assai ci fia men doglia
Se tu mangi di noi: tu ne vestisti
Queste misere carni: et tu le spoglia.
30Quetaimi allhor per non fargli più tristi:
Lo dì, et l'altro stemmo tutti muti:
Ahi dura terra perché non t' apristi!
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si fittò disteso a' piedi
35Dicendo, padre mio che non m' aiuti?
Quivi morì: et come tu mi vedi
Vid' io cascar li tre ad uno ad uno
Tra 'l quinto dì, e' l sesto: ond' i mi diedi
Già cieco a brancolar sovra ciascuno
40Et tre dì gli chiamai, po' che fur morti,
Poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno.

Poiché il Conte si tacque, il nostro gran Poeta non ebbe poi gran torto, qualora si eccettui l'epiteto forte di soverchio, e quant'altro spiega il satirico suo solito stile, s'egli proruppe in quei notissimi versi:


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Ahi Pisa vituperio delle genti
Del bel paese là, dove'l sì sona,
Poich'e vicini a te punir son lenti;
45Movasi la Capraia, et la Gorgona;
Et faccian siepe ad Arno in su la foce,
Sì ch'egli anniegh' in te ogni persona:
Che se'l Conte Ugolino haveva voce
D'haver tradita te de le castella;
50Non dovei tu i figliuol porre a tal croce.
Innocenti facea l'età novella, ec.

Dopo la morte del mentovato Ugolino la fazione Ghibellina in Pisa s'accrebbe, e restò depressa la Guelfa. Altresì gli affari esteri di guerra incominciando a voltar faccia non fu egli mal'accorto avviso de' Pisani di provvedersi di un valoroso Capitano, onde sostenere la non avvilita virtù guerriera di loro. Conciosiaché nel 1289. la Repubblica invitò il Conte Guido di Montefeltro ad accettare il grado onorifico di Capitan Generale al quale contro la volontà del Papa egli acconsentì volentieri. La scorta ed il reggimento di lui ben opportuno giunse a render vani gli sforzi dei Fiorentini collegati con i Lucchesi, ed i Genovesi nel 1290 in ispecie. In quest' anno medesimo procrastinando i Pisani la consegna del Castello di Castro perdettero l' Isola dell' Elba; ed
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il Porto di loro col vicino Livorno gran danno ricevette dall'armata navale genovese, e dalla lucchese di terra, come ci converrà narrare descrivendo nel terzo tomo l'indicato Porto. Nel 1293 il Consiglio del Senato, gli Anziani, ed i Consoli arridendo alla sagacità, ed alla vigilanza del nominato Generale concedono a lui l'onorevole facoltà di eleggere ambasciatori, e di costruire dei patti a nome della Pisana Repubblica 78 Stante la pace conchiusa con i Fiorentini nell'anno sopraindicato ed una tregua ancora stabilita coi Genovesi nel 1299 si ristorarono in parte dei sofferti danni i Pisani, e qualche ombra di calma godettero.

1.4.3. PARAGRAFO 3. Decadenza.

La sconfitta della battaglia della Meloria, e dietro di essa i patti della tregua sopraindicata svantaggiosi alla Repubblica per dover'ella cedere ai Genovesi la città di Sasseri in Sardegna, tutti i luoghi della
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Corsica, e fare uno sborso di denaro considerabile 79 danno bastantemente a conoscere l'indebolimento delle forze di lei: e pertanto non erroneamente avrem dato incominciamento dall' epoca del 1300 al nostro paragrafo. Nell' anno citato in Firenze, ed in Lucca ove i Ghibellini accorsero in ajuto degl' Intelminelli, i semi si sparsero della fazione dei Bianchi, e dei Neri ch' ebbe in Pistoja l' origine. Ma quel che importa di narrare è che lieta ed aggradevole giunse ai Pisani la nuova dell'elezione dell'Imperatore Enrico VII. E facendogli mestiero di esercitare verso di lui quell'osservanza che agli antecessori suoi aveano dimostrata, si occuparono nel 1310 o 1312 secondo il Tronci a riceverlo con i maggiori contrassegni di giubbilo, e di magnificenza. L'Imperatore altresì per mostrarsi grato ai medesimi conquistar gli fece per mezzo di un suo Generale il castello, e la valle di Bruti ch'erano sotto il dominio di Lucca. Come poi proseguisse il suo viaggio alla volta di Roma accompagnato da un buon numero
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di truppa pisana, lo diremo nella descrizione del Duomo, ove la sua nuda spoglia ebbe il sepolcro. I Pisani dal timor compresi per la morte di questo Imperatore, e per i danni recati ai Lucchesi, ed ai Fiorentini e ad altri della Lega Guelfa presero il partito di far' offerta della Signorìa di Pisa al Re Federigo, al Conte di Savoia, e ad Arrigo Conte di Fiandra. Ma poiché tutti la ricusarono, ricorser' eglino nel 1313 ad Uguccione della Fagiola uomo di molto senno, valoroso nelle armi, e già Vicario del defonto Imperatore. Questi non fu lento ad accettare l' onorifico grado; e tosto che vi fu salito ebbe campo di esercitare il genio suo marziale contro i Lucchesi principalmente, le cui campagne, e paesi circonvicini desertando fin sotto la Capitale gli assalì bravamente. Che nell'anno appresso i Pisani facessero pace col Re di Tunis, e che n'esista l' istrumento nell'archivio delle riformagioni in Firenze non ometto di accennare. Ma giova di ritornare a Uguccione per dire che instancabile fu nel nuocere ai Lucchesi a segno tale, che gli costrinse a pacificarsi co' Pisani colla forte condizione di rimettere in Lucca tutti i fuoriusciti Ghibellini e gl' Intelminelli in ispecie.
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Finalmente per la mala osservanza del patto con mano armata della pisana soldatesca entrò in Lucca nel 1314, ne discacciò i Guelfi, il sacco le dette, e giusta al costume dei vincitori, ciò che v'era di buono fu sua conquista. L'ordine del tempo or ci porta a far menzione di altra strepitosa battaglia detta di Valdinievole, o di Montecatino, che non fu inferiore a quella sopraenunciata di Mont'aperto. Nell'indicato luogo ove era accampata l' armata Guelfa, Uguccione dopo di aver dato sistema al governo di Lucca il suo esercito condusse. Egli era inferiore di forze: ma mediante una prudente ed accorta ritirata in un sito vantaggioso, gli riescì dopo di un fiero combattimento di sconfiggere il nemico, che fragli estinti vi lasciò il Duca di Gravina suo condottiero. Questa dolorosa sconfitta, scrisse il Villani, fu il dì 29 Agosto 1315. Fatta la detta sconfitta s'arrendeo ad Uguccione il Castello di Montecatini, e Monsommano. Anche il nostro Uguccione non di mezzano talento, ma di svegliato ingegno, e per se stesso risoluto, e guerriero, ritornato che fu in Pisa tentò di togliere i diritti alla Repubblica. I Pisani per altro non più quegli di prima è vero, ma sempre
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nemici delle oziose piume conoscer seppero gl'indizi delle sue tiranniche mire. E nel 1316, allorquando egli era in Lucca per far dar la morte a Castruccio Intelminelli, l'occasion colsero; e mediante una sollevazione da Coscetto del Colle giudiziosamente condotta dalla minacciata tirannìa d' Ugoccione si disciolsero. Abbenché col solito Magistrato degli Anziani, e con quello de' Consoli di mare si reggesse la Repubblica, era forza di sagace provvedimento l'eleggere un nuovo Capitan Generale, e nella persona del Conte Gaddo o Gherardo della Gherardesca cadde la scelta. Questi abbracciò la confederazione propostagli da Castruccio, che dalla morte campato mercé la sollevazione anzidetta erasi fatto Signore di Lucca. Mancò il Conte Gaddo perché la morte lo colse nel 1320, come si rileva dall'epitaffio da noi prodotto nel terzo tomo parlando della Chiesa soppressa di S. Francesco; fu sostituito il Conte Ranieri suo Zio, che non imitò il nipote nella bontà e nell'amor della Patria. Molte turbolenze ei suscitò frai Cittadini; molti motivi di disgusto gli dette, e fece lega con Castruccio, la cui ambizione di farsi Signore di Pisa fu discoperta.
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L'anno 1324 ci somministra una spedizione fatta dai Pisani di molti uomini di arme sopra una quantità di grossi legni in Sardegna contro il Re d' Aragona, che minacciava d'impadronirsene. E riescì a lui di fatto perché il Giudice di Arborèa capo della terza parte di quell'isola mancò di fede alla nostra Repubblica, e perché dietro di lui molte Città volontarie si rendettero. Dei soli quattro Castelli che restarono ad essi fedeli due malgrado il soccorso ricevuto di 32 galere pisane dopo un lungo assedio capitolarono. Degli altri due che furono quegli di Chiesa, e di Castro già edificati dai Pisani, il primo non potendo più sostener l'assedio ond' era stretto dalle truppe d'Alfonso figlio del Re predetto dopo otto mesi arrendersi dovette. Nuova armata pisana rinforzata da dei bravi Tedeschi, e comandata da Manfredi figlio del mentovato Conte Ranieri in tempo giunse a difendere il secondo; ma avendo ella dovuto cedere al numero maggiore degli inimici, capitolò, ed ottenne in parte il mentovato castello. Contuttociò nuove ostilità ne accaddero. In fine nel 1326 fu stabilita la pace fral Re d' Aragona, e la Repubblica, che restò priva della Sardegna.
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Sembra a noi di non dover tacere a questo luogo che il Re di Baviera accettò la corona imperiale da Guido Tarlati in Milano nel 1327, e che ne godettero i Pisani perché da esso ancora sperarono amorevole appoggio. Fallace per altro, e scemo riescì lo sperare; perocché al suo arrivo in Toscana significò egli alla Repubblica col mezzo di ambasciatori di voler entrare in Pisa in qualsivoglia modo. I Pisani che non volevano far contro al Papa né romper la pace col Re Roberto, né co' Fiorentini, vi si opposero costantemente; né servì al Tarlati Vescovo d'Arezzo ch'era in compagnia del Bavaro la grande amicizia, che aveva con essi a persuadergli. Castruccio intanto, che fu pronto a dimostrar degli atti officiosi al Bavaro, profittò della ricusa data dai Pisani, e sollecitò quel Monarca ad accamparsi colle sue truppe nel dintorno di Pisa offerendosi egli di fare il simile co'suoi soldati. Troncando per amor di brevità le circostanze del forte assedio direm che da esso 80 sarebbero liberati i Pisani per ragion di
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forze, di provvisioni, e di coraggio, ma per le diverse opinioni dei cittadini capitolarono, e principalmente convennero, che stando fermo il repubblicano governo, né Castruccio, né i fuoriusciti entrare in Città dovessero. Ne fu giurata l' osservanza, ma riguardo a Castruccio si smarrì 'l giuramento. Di volo accenniamo, che nell'anno stesso Castruccio mercé l' accorto suo servigio fu dichiarato dall' Imperatore Duca di Lucca, e del suo territorio; che il Bavaro fece partenza per Roma, e che Castruccio da lui non si disgiunse. Accenneremo ancora, che questi mentr'ebbe nuova che i Fiorentini tolta gli avessero Pistoja, a Pisa sollecitamente si ricondusse. In tale occasione tentò di effettuare l'antica brama d'impadronirsene; ma i Pisani, che seco come col lupo trattando tenevano il can sotto il mantello, se ne schermirono. Finalmente per sottrarsene affatto si determinarono di offrirsi piuttosto all'Imperatrice, e per ottenere di esser servi molto denaro a lei mandarono. In quest'epoca noi dobbiam fissar lo sguardo per dare molti gradi di decadenza alla nostra Repubblica per la surriferita perdita della Sardegna, per quella di Sarzana, e d' altri castelli concessi dal
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Bavaro a Castruccio, per le gravose contribuzioni imposte dal medesimo, e per la forzata offerta all' Imperatrice come sopra dicemmo. Poco ci vuole a credere che aggradevol giungesse l' indicata servitù della Repubblica all' Imperatore. Egli ben tosto spedì un suo Vicario a Pisa: l'onorò Castruccio e nel tempo stesso celando de' suoi gravi vapori atra mistura, d' impedirgli il possesso della Città fu suo pensiero. Dei principali cittadini si procurò destramente il partito, si cattivò i dipendenti dal Bavaro, e di tali armi cinto il popolo costrinse ad eleggerlo per due anni Signore di Pisa. Ma per bona sorte dei Pisani fu forza a Castruccio di allontanarsi dalla città per soccorrere la sua Pistoja. In tale occasione forse per le soverchie fatiche della guerra ammalatosi incontrò il giorno dell'ultima partita. E perché ciò accadde nel mese di settembre del 1328 per asserzion de' cronisti, e per conferma del Villani 81 In questo tempo presero padronanza
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di Pisa i figli di Castruccio, ma per breve tempo essi ne godettero. Imperocché il Bavaro sollecitamente vi accorse, ne prese il dominio, all'Imperatrice giusta la predicata offerta la concesse, e Vicario per lei vi lasciò Tarlantino Tarlati d' Arezzo. E se privò i figli di Castruccio della Signorìa di Pisa, non gli tolse ai prieghi della madre quella di Lucca. Quivi per altro persuaso dai Pisani si portò poco dopo con numerosa truppa, ascoltò le voci di quei cittadini contro il governo dei nominati Signori, e mentre i Lucchesi libertà dimandavano, colla forza imponente cacciandone i Castracani se ne fec' egli il padrone. Che il Bavaro ritornato in Pisa dasse la maggior prova del suo sdegno a Papa Giovanni: che solennemente in quella Città ricevesse l' Antipapa F. Pietro da Corvaia appellato da lui Niccola V., e quanto altro accadde su tal particolare, lo passeremo sotto silenzio. Converrà bensì di esporre, che mentre i Pisani soffrivano di mala voglia il comprato giogo, gravi affari richiamarono il Bavaro a Milano. Da Pisa pertanto nel 1329 egli si dipartì: lasciò per Vicario il Tarlati, e raccomandò l'Antipapa. Ma il calor della libertà non ispento prese nuovo
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vigore nel cuor dei Pisani, i quali tosto acclamarono Signore di Pisa il Conte Fazio della Gherardesca denominato il giovane, ed il Vicario colle sue genti alla fuga costrinsero. Questo raggio di tranquillità fu nell'anno stesso adombrato dai Fiorentini pel trattato della compra di Lucca fatto dai Pisani con i Tedeschi. Lo fu ancora nell'anno seguente 1330 in cui si destò una congiura contro gli Anziani, ed il Conte Fazio principalmente: tanta è l'invidia, che nel cuor degli emuli alberga contro i Reggenti il governo. Dicasi di passaggio, che i Pisani già interdetti per motivo del Bavaro mandarono in dett'anno ambasciatori al Papa in Avignone per essere assoluti colla promessa di dargli nelle forze l'Antipapa Niccola, e che si acquistarono il favor del Pontefice; come pure che nel 1332 accaddero dei fatti d'arme narrati dal Malevolti fralle due Repubbliche senese, e pisana, e che poi fu conchiusa la pace col mezzo del Pontefice, e del Vescovo di Firenze come suo delegato. Ritornando agl'interni tumulti contro Bonifazio: poiché svanì ogni speranza di cambiamento negli emuli suoi per essere stata discoperta la prefata congiura, tentaron'
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essi condotti da Mattaione Gualandi una potente sollevazione onde deporlo dal reggimento della Città. Ma poiché gli amici del Conte al suono della campana a martello pubblicarono ad alta voce che i Gualandi aspettavano il soccorso lucchese comandato dal De Rossi Vicario di Mastino della Scala, il numero di essi grandemente si accrebbe, e ben provvisti d'armi, e di coraggio corsero ad affrontare il nemico, e lo vinsero. Per tal vittoria accaduta a piè del ponte della spina, detta della Fortezza in appresso, volle il Conte che s'inalzasse una bella torre col titolo di Vittoriosa, ed apporre vi fece la poetica iscrizione, che troverà il leggitore in quest'opera ove i monumenti repubblicani ci siam proposti di riportare. Pisa lacerata dalle guerre civili, come informati ne fummo, nel 1341 conchiuse la pace con Genova per vent'anni, a detta de'Cronisti; ma con Firenze ebbe nuovi contrasti riguardanti alla presa di Lucca. Descrivono gli storici fiorentini, e senesi, perch'io per brevità la taccia, una fiera battaglia seguìta sotto le mura di Lucca fralle due armate pisana, e fiorentina colla peggio della prima, e di poi col rovescio dell'ultima. Dicono che per la seconda volta questa vi accorse: che
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fu di bel nuovo rispinta, e che in fine gli assediati con maggior forza stretti dai Pisani e di viveri scarsi capitolarono. Correva l' 11 di luglio del 1342 quando i Pisani vittoriosi dopo un assedio di undici mesi spiegate le bandiere della comune entrarono in Lucca, lasciando al comando dei forti, e dei castelli il Tarlati d'Arezzo ch'ivi ritrovarono prigioniero per conto de'Fiorentini. Il Duca di Atene intanto fattosi Signore di essi stimò di far pace co' Pisani lasciandogli tranquilli nella Signorìa di Lucca per anni 15 come attesta Giov. Villani. Asserisce il Marangone nelle sue cronache che costò la guerra della Città di Lucca a' Pisani più d'un milione e mezzo di fiorini d'oro, e per viemaggiormente comprendere le forze dispendiose dei medesimi anche nella decadenza loro egli soggiunge, che si trovavano a loro spese 4000 cavalli. Il Muratori altresì coll'appoggio dei soprannominati storici descrive le considerabili somme, che impiegarono i Fiorentini per sostener quella guerra. Lieve menzion faremo delle congiure suscitate da Giov. Visconti, e dai figli di Castruccio e per buona sorte discoperte, come ancora dei danni che i Pisani ricevettero nel 1345 da Luchino Visconti
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Signore di Milano e dell' accordo fatto di dover'essi mandare a lui un destriero, un palafreniero con tre falconi, e due pellegrini, dice il Tronci, ed in oltre restituire ai Castracani i beni di loro. Nel 1347 si rinnuovarono in Pisa i partiti sotto i nomi ben noti de' Bergolini, e dei Raspanti. I primi lo trassero da Bergo soprannome dato al Conte Ranieri degli emuli suoi, e n'erano i capi i Gambacorti; fu dato quello di Raspanti alla parte contraria come amministratori poco fedeli del pubblico erario, e quegli Della Rocca vi presedevano. Il proponimento di esser breve non mi permette d' invilupparmi nella lunga serie dei mali funesti, che dai mentovati partiti derivarono alla Repubblica. Egli è già noto che Carlo Imperatore giunto in Pisa nel 1355, si adoperò molto per domare la prepotenza dei Gambacorti togliendo loro il capitanato di essa ch'eransi usurpato; e che in fine mal sicuro vedendosi nella Città tumultuante si dipartì da quella. Gli Scrittori fiorentini, e l'Ammirato tra questi fanno menzione di nuove discordie fralla pisana, e la fiorentina repubblica suscitate nel 1356 per causa di gabelle imposte; e sopra d'ogni altra la guerriera zuffa
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raccontano presso Figline da ambe le parti valorosamente sostenuta, e decisa in fine a favor della pisana. Quindi soggiungono che le truppe tedesche, e le inglese al soldo di essa facendo scorrerìa per tutto il Casentino ricca preda ne riportarono. Continuando la discordia fralle due rivali nel 1364 i Castelli di Vinci, e di Lamporecchio, e quel di Barberino in Vald'arno ne sentirono le perniciose conseguenze. Vide Fiesole l' ardimento delle pisane schiere, quando calate sotto Firenze forzarono la porta di S. Gallo con fiero assalto ma con esito poco felice, perché l'oro sparso dai fiorentini, scrisse l'Ammirato, ebbe gran forza in una parte dei soldati inglesi, e dei tedeschi. Per questa, e per altra battaglia vinta dall'esercito fiorentino nella pianura di S. Savino molti pisani prigionieri stettero in Firenze fintantoché dai Nunzj Apostolici non fu conchiusa la pace fralle due Repubbliche 82 Siam giunti all'epoca di Gio. Dell'Agnello altro cittadino pisano, che nel 1365
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pel favor de'Raspanti al grado giunse di regger la Repubblica, o piuttosto d'indebolirla maggiormente colla sua mala condotta. Non essendo egli entrato nella lega dell'Imperator Carlo e del Papa contro di Bernabò Visconti di Milano credette di provvedere all' inconsiderato passo con ispedire ambasciatori all'Imperatore coll'offerta di Lucca. Ma se i Lucchesi in tal guisa alla soggezione de'Pisani si sottrassero, anche l'Autore perdette in tale occasione il dominio di loro. Perocché per la sua caduta ch' ei fece in Lucca dietro a quella del balcone di legno sovra di cui egli stava con altri ascoltando le bizzarrìe di un buffone dell' Imperatore, i Pisani tanto Bergolini quanto Raspanti tutti malcontenti di lui si unirono a sollevarsi. La prestezza onde accorsero i figli dell'Agnello non valse a sedargli: anzi crebbe a tal segno il tumulto, che fu gran sorte il campar dalla furia de' sollevati. Per tal via la Repubblica un lampo vide della smarrita sua libertà. I Bergolini, ed i Raspanti pel maneggio politico del governo gli animi riunirono, ma il ritorno al Gambacorta non fu concesso. Intanto l' Imperatore informato del tirannico sentiero battuto dall' Agnello cura non prese dell'avvenimento: a Pisa sen venne,
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ed ivi grandemente onorato, dopo qualche giorno la strada di Roma intraprese. I Gambacorti mal soffrendo l' indicato esilio si adoprarono in modo coll'Imperatore che la grazia ottennero di ritornare nella Città; e tanto destri furono a dar promesse di sommissione, e di quiete, quanto solleciti a violarle. Di fatto riescì a Pietro di farsi acclamare Signore di Pisa. L 'Imperatore se ne dolse: ed intrigato dai Raspanti gli mosse contro un esercito. La soldatesca di Pietro con bravura lo sostenne, e quindi rinforzata affrontò con tanto impeto gl'Imperiali che fino ai confini lucchesi gli rispinse. Per opera poi de' Fiorentini che in tale occasione con gente, e con denaro Pisa soccorsero fu fatto il trattato d' unione fra essa, e l' Imperatore. Poco ci tratterremo a narrare come Gio. dell' Agnello, che rovinato assieme col balcone in Lucca lasciammo, venne in istato d'andare a Milano ad implorar forza e favore dai Visconti amici suoi. L'ottenne egli infatti; ed alla testa di molti armati sotto Pisa si condusse; ma il Gambacorta seguito da buon numero di Bergolini guerrieri gli andò incontro, e dopo un'aspra battaglia a decampar lo costrinse. Allora fu che l'Agnello deposta
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ogni speranza marciò verso Livorno, e lo prese; quindi devastando passò nelle maremme; in fine avendo i Pisani sempre alle spalle se ne ritornò in Lombardìa. Seguitò il Gambacorta per diversi anni a governare con somma prudenza, e saviezza. E se gli eventi che in seguito gli accaddero ricerca particolare non meritano, la merita pur troppo il suo disgraziato fine. D' esso l' Autore fu Jacopo d'Appiano beneficato e dipendente da lui; ed appunto per esser tale giusta al reo costume de' perfidi macchinò di togliere il governo, e la vita al suo Signore. Questi altresì dotato d'animo buono non se ne guardava. Ma giunto l'Appiano alla meta del suo iniquo disegno al palazzo di lui con una turba di partigiani armati sen corse. Lorenzo il figlio di Pietro coraggiosamente gli si oppose; ma in mala guisa ferito fuggendo in braccio alla sorella Priora del monastero di S. Domenico, ove trovar credette un asilo, rispinto da lei barbaramente, per quanto savio ne fosse il motivo, vi trovò la morte 83 Intanto
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l' ottimo Pietro postosi alla finestra del suo palazzo invitò il nemico a salire in esso ad oggetto di convenire insieme per sedar' entrambi il tumulto. L'Appiano al contrario fece cenno ch'egli piuttosto disceso montasse a cavallo onde ottener meglio l'intento. Discese l'infelice: e dando nuova scoperta di sua bontà soverchia mentre alzò il piede alla staffa per montare in sella da cento colpi offeso perdette miseramente la vita. Sazio l'Appiano dell'orrida tragedia acclamar si fece Capitano, e difensore del popolo; ma poco godette del suo sanguinario trionfo. Perocché pel podere della morte di Vanni suo figlio per i sinistri avvenimenti politici dello stato, e per l'età grave infermo divenne; e dopo che in virtù degli amici suoi ebbe il contento di veder l'altro figlio Gherardo nel suo grado riposto, chiuse i lumi al giorno. Entrato Gherardo al reggimento di Pisa nel settembre del 1398 dette da sospettare ai Fiorentini, ch'ei volesse cederla al Duca di Milano nemico di loro, e già amico del padre suo. Né mal s' apposero eglino, perché questi nutrendo cuor timido, e basso al Duca la vendette per il prezzo di ventimila fiorini riserbandosi soltanto Piombino con alcuni castelli,
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e l' Isola dell'Elba. Così Pisa in quest'epoca non per causa degli stranieri avvenimenti, ma per le male tempre degl'ingrati suoi figli si trovò venduta. Mentre accadde la morte del Duca predetto nel 1402, il figlio Gabbriello Visconti imprese a governar Pisa, e fin dal suo principio motivo dette ai Pisani di odiarlo. Altresì i Fiorentini scevri del timor de' Visconti per l' indicata morte, ed aspirando a impadronirsi di Pisa fecero un movimento contro la città, ma delusi del pensiero si ritirarono; e perché il Duca Gabriello disperando di aver soccorso dai fratelli quello del Re di Francia ottenne mediante l'offerta di Livorno, una tregua di quattr'anni seco stabilirono. Toccando di volo le turbolenze dei Pisani col Duca per sospetto di vendita della Città ai Fiorentini, la vendita realmente conchiusa d' accordo in Pietrasanta presente il Duca fra gli Ambasciatori di Genova, e di Firenze, passiamo a dir che i Pisani stanchi di difender la cittadella opportuna cosa credettero di richiamare i Gambacorti sperando col mezzo di loro di venire a qualche accomodamento con i mentovati rivali. Giovanni in fatti figlio di Gherardo eletto Capitano del popolo di Pisa non mancò di prenderne pensiero.
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I Fiorentini intanto sordi alle istanze, ed ai trattati le ostilità proseguirono. Eccoci giunti all'anno 1406, epoca destinata al decadimento totale della potenza e della libertà pisana. Giov. Gambacorta colse il tempo opportuno, onde farsi assoluto padrone della Patria depressa senza che alcuno avesse campo d'opporsi. L'esercito fiorentino nella notte che seguiva al nono giorno di giugno del 1406 suddetto, scrive Scipione Ammirato, avvicinatosi alla Città incominciò dalla porta di Stampace a quella di S. Marco a metter le scale per salire sulle mura; e già vi erano molti de' più arditi montati; quando levato il rumore delle guardie nemiche esse con gran parte del popolo accorso incominciarono a difendersi valorosamente, e con ferocia grande ad urtare, e ferire in modo tale che ciascuno dei nemici meglio che potette attese a provvedere al suo scampo. Vedendo i Fiorentini di non poter' espugnar Pisa colla viva forza tentarono di opprimere i residui dell' antico orgoglioso potere col blocco, e colla fame. Intanto il prefato Gambacorta perduta ogni speranza di salvar la patria quella nutrì di giovare a se stesso. Ch'egli infatti dasse in mano ai Fiorentini la Città di Pisa, le fortezze, e i castelli dello stato, e delle
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grosse somme di denaro, e che i Fiorentini altresì considerata l'incertezza dell'esito della guerra offrissero a lui cinquantamila fiorini, abitazioni, e privilegj in Firenze, ed il possesso delle isole di Capraja, della Gorgona, e del Giglio non se ne dubita. Sappiamo in oltre che con istrumento pubblico nella Chiesa dì S. Bartolommeo di Putignano nei sobborghi di Pisa fu fatta la capitolazione, o vendita piuttosto come anche il Giovio nel suo primo libro la giudica 84 e che ne furono dati reciprocamente gli ostaggi. Nel dì 14 d'ottobre dell'anno citato l'esercito Fiorentino entrò in Pisa con buona ordinanza osservando il patto espresso nella capitolazione di non fare offesa ad alcuno de' Cittadini. Jacopo Gianfigliazzi coll'insegna del giglio n'era alla testa, quindi ne veniva il Castellani con quegli della parte guelfa. Il Gambacorti a cavallo con i suoi aderenti si fece trovare alla porta di S. Marco pel dovuto officio di ricevere il General Capponi, e di dare a lui la consegna del dominio della Città. Questo Generale quando fu al palazzo degli Anziani
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con parole molto acconce, e con buona grazia fece un lungo ragionamento al popolo pisano, e nell' istessa forma gli rispose Bartolommeo Ciampoli a nome del medesimo 85 Troncando ogni allungamento su tal proposito accenneremo che molte delle migliori famiglie repubblicane, mal soffrendo di vivere sotto i Fiorentini, alle patrie mura voltando le spalle emigrarono in Palermo, ed in altre Città della Sicilia, e del Regno di Napoli, e che i Cittadini rimasti meditaron disegni di squotere l' odiato giogo: ma invano per lungo spazio di tempo. Grazie al favore del Re Carlo VIII, allorquando disceso in Italia alla conquista di Napoli in Pisa si trattenne, discacciati ne furono i Fiorentini, ed i Pisani ottennero il bramato intento di vedere spezzate le servili catene che pel corso di 88 anni gli strinsero 86 Quanto grave ne fosse il peso, chiaro si raccoglie nel libro secondo dell' Ist. d'Italia dal Guicciardini,
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ov' ei descrive il tristo ragionamento dell'imbasciatore pisano dinanzi al soprallodato Re Carlo dimorante in Roma, e per ordin suo pronunziato in faccia all'Imbasciator fiorentino. Noi, per esser lungo, ne riporteremo soltanto le ultime parole: Narrate le crudeltà dei Fiorentini, le acerbe esazioni, le rapine, la proibizione di far mercanzìe, di esercitar le arti, di aver cura degli argini, e dei fossi del contado, conservata sempre da Pisani antichi con esattissima diligenza….per queste cagioni cadere per tutto in terra le Chiese et i palagi et tanti nobili edificj pubblichi et privati, edificati con magnificenza et bellezza inestimabile de' maggiori suoi ec.. Scrive il medesimo Guicciardini che nell' anno 1495 il Re Carlo per le ragioni stesse onde aveva i Pisani sottratti alla servitù dei Fiorentini restituì a questi Livorno, al cui governo civile presedevano i Pisani soltanto, mentr'era francese la guarnigione. Si unirono questi ultimi con l'Imperatore, con i Veneziani, ed i Genovesi per espugnar quella piazza; ma essendo stata ben fortificata, e provvista fu vano ogni sforzo. Il patrio spirito de' Pisani dava ognora dei chiari segni di ravvivamento onde liberi mantenersi: ma ahi libertà passeggiera,
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che come nebbia al sol si dilegua, in breve tempo disparve. Molto ad essi dannoso fu il possesso che di Livorno presero i Fiorentini. Fatti eglino più baldanzosi, e forti circa al 1499 sotto le mura della Città desolata novellamente comparvero. E presa di mira la fortezza di Stampace ed aperta la breccia nella parte del bastione, che guarda il levante, la presero. Ma poiché riescì alle pisane truppe dopo un aspro conflitto di rispinger gli aggressori, perderla essi dovettero. Finalmente nel 1505 accadde l'assedio che della sorte dei Pisani onninamente decise. Noi ci serviremo delle parole dell'altro storico fiorentino Scipione Ammirato per darne un'idea: incominciò parlando del Comandante Bentivoglio nel sorger del sole dell'altro giorno a battere con undici cannoni dalla porta Calcesana infino a S. Francesco con tanto progresso, che a 22 ore era già rovinato poco meno di 40 braccia di muro. Non si perdé un momento di tempo per dar l'assalto con tremila fanti. Ma i Pisani non avendo in questo tempo fornito di fare il riparo…..comparvero animosamente ove era il bisogno, et faciendo gagliarda difesa sbigottirono in guisa i fanti che non fu pur uno, il quale ardisse di calar nel fosso che era fra il riparo e il muro rotto. Parendo per
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questo che si dovesse fare maggior batterìa, si tirarno le artiglierie la notte che seguì più oltre, si attese a tirare per tre dì, e fatta apertura non minore della prima, fu comandato l'assalto… I Pisani disposti prima a morire sulle rovine della loro Patria che venir per forza in mano dei Fiorentini, così gli uomini come le donne riparandosi cogli steccati, e con un fosso innanzi bravamente si difesero
. La consueta virtù costante degl'infelici assediati fu di tal tempra che vince il dire d'assai. Fino al 1509, non allentò essa giammai; e nemmen fin'allora i nemici di bloccar cessarono la Città. Finalmente Pisa condotta all' ultima desolazione, ed all'estremo orribil punto della fame, ed oppressa altresì da 14 anni di guerra crudele, a patti, e per trattato si rendette. Cadde Pisa Repubblica che fralle più famose dell' Europa, come furono Genova, e Venezia, poggiò in fama di grande, onorò se stessa, e l'Italia. Ella per più di due secoli fu il terror de' Seracini 87 Ella fregio decoroso degl'Imperatori soccorsi d'arme dette, e sparse tesori a prò
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di essi, e d' Enrico VII. in ispecie 88 Corredata di un magnifico e celebre Porto potentissima in mare divenne, e fu dominante altera di tutte le Isole tirrene traendo profitto dalle ricche miniere del ferro e dell'argento dell' Elba. Distendendo il suo dominio dall' Isola del Corvo verso Lerici fino a Civitavecchia, padrona fu di più di 500 Castelli, e terre di mura cinte in Toscana 89 per lo spazio di venti anni fu Signora di Lucca. Abbondante ella di cittadine genti, e di straniere ancora per attestato del Monaco Donizzone 90 distese colle prime il suo impero nell' Oriente, e quivi si arricchì di stabilimenti in tutte le piazze commercianti al pari dei potenti Veneziani, e dei Genovesi. Dessa la legislatrice del mare non senza ragione si denomina 91 Fu
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rispettata per i Consoli che teneva in Napoli, in Capua, in Puglia, in Calabria, in Venezia, in Palermo, in Messina, in Agrigento, in Cipro, in Costantinopoli 92 Accon, per tutta la Siria, in Gerusalemme, in Babilonia, nel Cairo, in Antiochia, in Tripoli in Tiro, in Damiata, in Alessandria, in Tunis, e e nelle marittime piazze delle Spagne. A tanta gloria d'armi, e di commercio quella di onorar le lettere, e di ristorar le Bell' Arti smarrite, principal' argomento di quest' opera, in lei si aggiunse 93 Considerata divenne per la sua Zecca che fu ben florida per via di ragione, se alle narrate cose il pensier si rivolge. Tracciando gli accreditati Monetografi il Muratori, il Carli, l' Argelati, ed il ereditata dal benemerito della Patria, ed ottimo Mons. Arciv. Zio di loro. V. il Zanetti Mon., e Zec. d'Ital. T. 2. p. 398., e T. 4. p. 55. Nella improntò monete in rame, in argento, ed in oro dal tempo de'Franchi e de' Longobardi fino
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ai primi anni del Zanetti 94 Racchiudendo essa alto cuore, non forza d'armi fu al certo, giudice ordinaria delle disputanti Nazioni, perché nella sua decadenza fu capace di far fronte a tutti i Guelfi, ed agli altri esteri nemici d'invidia tinti pel soverchio ingrandimento di lei. Bensì dei propri figli i tradimenti dal primo d' Ugolino incominciando, le inasprite ostilità, e le ostinate cittadine discordie dotto i nomi funesti di Guelfi, e di Ghibellini, di Bergolini, e di Raspanti, e dei Gambacorta in fine, desse tutte insieme senza prender pietà dell'oltraggiata augusta Donna gareggiarono col tempo distruggitore delle Città più superbe, e dei Regni a spegnere la vita di lui. Molto acconci fiano a chiudere il nostro istorico ragionamento quei versi, che nel canto 16 del suo Paradiso scrisse l'Alighieri da noi commendato sovente:

55Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal delle Cittade
Come del corpo el cibo che s'oppone…

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Se tu riguardi Luni, et Urbisaglia
Come sono ite, et come se ne vanno
60Dirieto a se Chiusi, e Sinigaglia
Udir come le schiatte si disfanno
Non ti parrà nuova cosa forte
Poscia che le Cittadi termin hanno.

Fine della Parte Prima.

2. PARTE SECONDA ISTORIA DELLE BELL'ARTI DOPO IL MILLE.

2.1. CAPITOLO I. I PISANI PRIMI RISTORATORI NEL SECOLO XI.


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Dall'amor del sapere, se principalmente alligna in anime sensibili non meno che dalla necessità l' aumento delle Arti più che dalle sole ricchezze procede. Per queste due cagioni i Pisani poco dopo il millele richiamarono a nuova vita. In tal epoca noi dobbiam fissare lo sguardo mal sostenendosi che il disegno esistesse anche prima del mille, tempo in cui 'l commercio, le Arti, e gli studj, vinti da lungo sonno languivano. Certa cosa è che sulle coste
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marittime le Arti più che' altrove si sostennero. Né andrebbe lungi dal vero chi affermasse non essersi giammai spento il disegno in Europa, se dir s' intenda di quello ideale meschino, e dalla più rozza natura dettato. Così fatte esser dovettero quelle sacre immagini, o almeno di mala maniera eseguite, ch'avanti il mille per lo più nei chiostri monacali stavansi ritirate; come pure quei vetri dipinti sotto Leone III., che forse furono i primi, di che parlano alcuni contemporanei nel Muratori 95 Ma allorché si trattò d'incamminar le Arti a miglior via, Pisa gloriosa comparve. Essa pel commercio, e pel favore dell'armi era ricchissima. Ma poiché altresì era di bel genio dotata, e di svegliato ingegno a grand' imprese avvezzo, imitando la Grecia consacrò le sue nobili cure a così lodevole oggetto: mal consigliato quel popolo d'animo basso che non lo apprezza. L'Architettura pertanto, la Scultura, e la Pittura eziandìo, come tutte sorelle ed indivisibili compagne, corsero in grembo a lei dimandando aita, e ristoro per disgombrare il tenebroso velo ond' erano
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avvolte. Nella più aggradevol foggia Pisa le accolse. Alla prima si applicarono a gara i cittadini. Colla seconda il disegno ad un grado condussero ch' al resto dell'Italia fu maraviglia, e norma; onde si può dir che seppero per causa di lei, servendoci di due versi del gran Torquato:

Spiriti vivaci risvegliare al core,
E strada aprirgli a non caduco onore.

Adopraron' eglino la Pittura con minore sforzo di miglioramento per le ragioni ch'a suo luogo addurremo, e per gli esempj che somministrano la Sicilia e la Magna Grecia, ove fiorente lo studio delle Bell'Arti, quelle dell' Architettura, e della Scultura primeggiarono. Or facendo mestiero di passare a ragionare di una scuola di tal sorte terrem' noi quella cronologica ordinanza che nel proemio ci proponemmo. E per non render delusi gli studiosi dell' Arti Belle con idolatrare quella sorte di partito o d'altro interesse che all'errore invita ci lusinghiamo di poter sodisfare al genio di loro con appoggiare i nostri detti alle più sicure notizie, ed ai fatti più che' alle parole. Per battere il primo sentiero suppliremo alla scarsità accaduta per colpa de' tempi col
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porre in campo quelle poche notizie che ci fu concesso di attingere dagli autografi libri. Per il secondo in virtù di non aver noi risparmiato fatica di disegno teorico-pratica, porrem sotto gli occhi oltre ad una classe d'ingegnosi soggetti una serie di pregiati monumenti. Conciosiaché questi alle autorità prefate congiunti renderanno a Pisa quel vero lustro in tal genere, ch'altri forse involontariamente le tolse; costituiranno senza questione la Scuola Pisana de' tempi di mezzo; ne segneranno i progressi, ed autenticamente l'istoria formeranno quella in generale delle Arti risorgenti in Italia.

2.2. CAPITOLO II. L' ARCHITETTURA NEL SECOLO XI.

2.2.1. PARAGRAFO 1. Vicende dell' Arte avanti l'epoca pisana.


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Dall'Architettura daremo incominciamento all' istorico lavoro, perché di quest'Arte onorevole, utile, e necessaria alla Repubblica si occuparono in primo luogo i Pisani. E stando all' indicato proponimento di ammaestrare, di giovare, e di recar diletto in filosofica guisa coll'osservanza della distribuzione de' tempi narreremo di essa sol quanto fa d'uopo per condurci a quell'epoca che alla pisana nazione assegna quel rango distinto che nel primo capitolo le attribuimmo. L'Architettura, Arte d'imitazione anche essa denominata, avvegnaché scevra di natural modello dalla necessità, e dal comodo della vita trasse il nascimento suo grossolano, e rozzo. I suoi avanzamenti furono a proporzione dell'umano raziocinio.
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A misura poi dell'industria essa a gradi più raffinata divenne, e si videro allora le abitazioni di solidità e d' ornamenti corredate. Omettendo di rintracciarla nelle vie malagevoli ed oscure dei primi tempi noi con Erodoto il più antico Scrittore di tal materia la ritroviamo circa agli anni del mondo 1802 nell' Impero Babilonese, e nell' Assiro intenta a grandeggiare nelle numerose torri di Ninive, ch'ebbe fama di Città bella, ed a sfoggiare nel tempio di Bel e nella prodigiosa piramidal torre di Babilonia, se la sua base in forma quadra si eccettua 96 In appresso lo spirito grande di Semiramide non cessò di coltivarla se non quando dalla mortal salma si disciolse. Quindi la ravvisiamo nelle grandi opere che il sapiente figlio di David eresse circa agli anni del mondo 2990. Diodoro, e Virgilio c'insegnano, che l'Ateniese fabbricatore del celebre laberinto fu il maggior artista dell' età sua, e che gli scolari con esso norma, e sistema dettero alle opere architettoniche oltre a quelle della
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statuaria; siccome Plinio attesta, che inventori furon' eglino di meccanici strumenti 97 L'opera di più di un secolo, o di circa a 25 Olimpiadi fu necessaria a disporre l'epoca fortunata delle Arti, e delle Scienze. Così bella gloria vantò la Grecia circa a cinque secoli prima dell' era volgare. In grembo a lei, ed in Atene principalmente l'Architettura in maestosa foggia abbellita comparve. Dal bel genio di Pericle sostenuta e protetta fece di sé la più magnifica, e superba mostra nelle ateniesi, e nelle spartane contrade, di tempj, di teatri, e di altre sontuose fabbriche adorne. Dopo quel regno mercé la grandezza ed il favor di Alessandro non meno bella, e fiorente delle due Arti sorelle quivi si mantenne. Vi soggiornò felice per lo spazio di 30. e più Olimpiadi. Nell' Olimpiade CXX. poco dopo la morte del nominato Eroe passò nell' Asia, e nell' Egitto. Dai seguaci di Seleuco fu ben accolta ed onorata nell' Asia, non men che nell' Egitto dai Tolomei. Frai Romani comparve sul finir della Repubblica. Quivi sotto il buon Augusto,
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regno felice per le scienze, e per le Arti, de' più bei fregi magnificamente adorna si rendette. Vitruvio contemporaneo, Autor rispettabile di un architettonico sistema di tal verità ci assicura, e ne fan chiara fede i preziosi avanzi delle Terme, degli Anfiteatri, e de' Tempj. Tal si mantenne l'Arte nostra per qualche secolo in seno all'Italia, cioè dal principio dell' era volgare a tutto il IV secolo. Il regno di Costantino fu l' epoca della sua decadenza. Giustiniano II. con prodiga mano la sostenne, e già sappiamo che per ordine suo esercitò il suo talento Isidoro, e che fu riedificato da Antemio in Costantinopoli il gran Tempio di S. Sofia. Dopo la morte del soprallodato Imperatore, per le irruzioni dei Longobardi, sproporzionata, e dalla barbarie mal concia l' Architettura divenne. Nulladimeno del sesto secolo, in cui Leone Vescovo, ed altri regolari la coltivarono, volle far qualche sfoggio e principalmente nella Chiesa di S. Dionigi sotto Clotario Re di Francia, e sotto Alderano Re de' Mori in Cordova. Respirò anche meglio nell' VIII secolo. per opera di Carlo Magno, perocché desso proteggendo, ed incoraggiando gli Artisti, fece de' grandi e per lo più sacri edifizj
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innalzare. Dopo l' interregno dei Longobardi, e la barbarie de' Visigoti l'Arte nostra nel X secolo. depose le gravi spoglie, ed ornata, e leggera anche di soverchio comparve. Ma già il breve tratto istorico, su di cui non è nostro assunto di trattenerci lungamente, ci ha condotto all' epoca pisana.

2.2.2. PARAGRAFO 2. Buschetto Capo della Scuola Pisana.

Poiché i primi passi de' nostri Pisani furono rivolti all' Architettura, come già dicemmo, fu gran mercé del prelodato animo di loro, dei sensi delicati per natura, e dei lumi acquistati dai viaggi ben noti, e forse ancora dalla preziose reliquie dell'antichità rimaste, che la grande idea formassero d' innalzare un Tempio in estraordinaria foggia, e che per effettuarla, il pensamento necessario adottassero di andare in traccia del maggior maestro di tal' Arte. Per avventura lo ritrovaron' eglino in Buschetto. Questi al grand'uopo prescelto in virtù del bel genio pisano ebbe campo di far fiorire l' elevato suo talento e di destar l'animo suo civilizzato all'amor della gloria.
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Per così fortunata combinazione l' Architettura dall' infelice stato, e dal letargo in cui giacea nel X secolo sollevata si disciolse. Nel superbo edifizio del Duomo di Pisa impiegata il primo notabil ristoramento ne ottenne, e vide l' alba foriera de' suoi bei giorni. Che un tal vantaggio all'Arte ed ai paesi ne accada allor quando i soprantendenti alle fabbriche d' importanza portano amore ed intelligenza all'Arti bisogna convenirne. Perocché allor ne deriva una buona scelta di Artefici; e dalla capacità di operare in questi, e d'intendere in quegli ne risulta eccellenza di esecuzione, utilità a chi ordina, ed ornamento al paese. Grazie al genio de'Grandi godono a' dì nostri simil vantaggio le Capitali in ispecie Parigi, e Milano; in quest'ultima con proprietà relativa, e con molto decoro, e spesa il magnifico Duomo viemaggiormente si abbella. Egli è desiderabile, che anche fra noi or che l' istesso Gran Luminare ci aggiorna una tal sorte accada; e che non essendo ogni virtù sbandita, sempre lungi ne stia il mal costume di destinare alla direzione dei luoghi illustri persona di tutto altro istruita, e che parla più di quel che meno intende.
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Ma sopra di ciò ogni altra sana riflessione troncando ritorniamo al nostro Architetto. Buschetto, se dalla Grecia piuttosto, che dall' Italia, e da Pisa principalmente traesse i natali, noi senza prove certe non osiam di decidere. Ch' ei fosse di greca origine, l'antica tradizione lo vuole, e molti scrittori lo affermano. Per non ragionar soverchio non esporremo ciò che va supponendo Flaminio Dal Borgo ne' suoi scritti 98 mentr' ei non fa che riprendere il Can. Martini di non avere intesa l' iscrizion sepolcrale. Nemmeno anderemo dietro a semplici congetture per rintracciarne l' origine piuttosto da Pisa, che dalla Grecia. Né sappiamo quanto possano sostenersi, sottoponendole alle regole della sana critica, tanto la seguente congettura stimata fralle migliori, quanto l'autorità, che addurremo di passaggio, affinché ognuno possa darle il giusto peso. La congettura ella è, che rimasta povera l' Italia di artefici, da che spenta l'Arte in Roma si trasferì in Costantinopoli, facesse mestiero ai Pisani viaggiatori, e floridi commercianti di ricorrer là dove aveva essa il nido, o in altre parti del
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Levante. Così fecero in fatti circa a quel tempo i Veneziani, e l'Abate Desiderio di Monte Cassino 99 in quella nuova Atene. Concorde a questa fia la notizia, che i Pisani Buschetum ex Graecia favore Costantinopolitani Imperatoris obtinuerunt per quanto apocrife si sospettino le antiche carte Pisane, ond'ella è tratta 100 Riguardo poi all' autorità divisata ella è dello Scrittore anonimo del Santuario Pisano, che afferma di aver tradotto dai libri originali dell' opera i nomi dei primi Uffiziali della medesima, e fra questi quello di Buschetto da Dulichio e che tutti gli altri confrontano colle famiglie d'allora. E giacché una tal notizia l'idea ne risveglia, abbiano finalmente quella fede che meritano coloro, che per forza di ragione argomentano, che i nostri vecchi non dalla iscrizione, né da altre fallaci persuasive, ma da sicuri fonti a noi sconosciuti l' opinione traessero. Malgrado tuttociò noi avremmo desiderato di trovar
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documenti onde alla Patria nostra attribuir l'onor di aver prodotto un tanto meraviglioso Artefice. Ma le forze al desiderio mancando ci contenteremo in questo luogo di osservare, che il nome Busketus, come si legge nell'antica lapida, può convenir benissimo a un nome greco latinizzato alla maniera, e all'uso di que'tempi, e che da ciò certamente non può trarsi un plausibile argomento per provare, che Buschetto non fosse greco d'origine. S'io non temessi d'esser lungo, potrei riportare molte riflessioni espostemi in una lettera da un celebre Professore di questa Università 101 comprovanti una tale osservazione, e che giustificano l'indeciso mio giudizio. Ma mi restingerò soltanto a riferirne alcune della più essenziali colle medesime sue parole: Esser fuor di controversia, che l'opinione, che fa Buschetto greco di patria, meriti la preferenza sopra l'altra, che lo fa Pisano, o almeno Italiano. Quella è di tutti gli Scrittori Pisani, nessuno eccettuato, ciascun dei quali, sebben posteriore all'età di Buschetto, è per altro molto verisimile, che ne abbia
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veduti autentici documenti, o perduti posteriormente, o sepolti di nuovo nella polvere degli Archivj. Certamente Pietro Cardosi Autore del Santuario Pisano dice di aver ricavata questa notizia dagli antichi libri dell' Opera
102 il quale se molte altre cose ha fedelmente trascritto, perché s'avrà da giudicare impostore intorno a Buschetto? questo universal consenso degli Scrittori dimostra almeno una univeral tradizione orale del Popolo Pisano costantemente mantenutasi fino a'loro tempi, la quale non è verisimile che potesse variare senza che di tal variazione rimanesse vestigio alcuno; né potrebbe sospettarsi o d' ignoranza in cosa così semplice, o di malizia nell'aver dato alla Grecia, e tolto a Pisa contro ogni interesse nazionale un uomo sì illustre. Ora a confronto di tutto ciò, che pure ha molto peso, che cosa si adduce a favore dell' altra opinione, che finalmente è nata sola da pochi mesi? Buschetto è nome Italiano: dunque il nominato apparteneva a Pisa, o almeno all' Italia. Eccone tutto il discorso. Ma questo in amendue le sue parti è vano, se non anche ridicolo. Se Buschetto è nome Italiano, Buskettos, o anche meglio Buskeptos
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è egualmente nome Greco; e se frai nomi Greci a noi noti non troviamo Buskeptos nemmen troviamo Buschetto frai nomi a noi noti Italiani. Ma chi è che sappia, o abbia saputo, o saprà giammai i nomi, di cui è capace una lingua o per ragione, o per caso, o per bizzarrìa? Che se la voce Buschetto ha qualche svanita analogia colla voce Italiana buscare, e altra simile, da cui nulla per altro di buono può rilevarsi, la voce Buskeptos ne ha una più fondata colla voce Buskeptomai, considerare altamente, da cui derivandosi significherebbe un alto consideratore, un alto ingegno, nome convenientissimo a un grand'Architetto. Sebbene queste fredde analogìe, queste forzate derivazioni a che vagliono finalmente? a confonder tutti i linguaggi, avendone voglia, ciascuno de'quali essendo composto degl'istessi suoni, non è possibile, ammessi ancora i dissimilari del Leibnizio, che per tutto non s'incontrino sovente combinazioni ora simili, ed or l' istesse, quantunque senza alcuna dependenza fra loro né di origine, né di significato. Non v' ha dunque ragione alcuna di torre alla Grecia la voce Buschetto, e darla all' Italia. Ma quando si avessero tutte quelle, sulle quali legittimamente si giudica di tali materie, basterebbe per torle colla voce
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anche la Persona? Nò certamente; converrebbe provare in oltre, che una tal voce, un tal nome non vi potè passare con alcuno di quegli infiniti Italiani, che insieme con tanti altri Popoli dai quattro venti v'inondarono specialmente dopo i tempi di Costantino, e che ne alterarono la Religione, le Scienze, la lingua, i costumi, che ne fecero in sostanza una nuova Grecia, ed oh quanto diversa da quell'antica! Or questa prova s'è mai fatta? è impossibile a farsi? Sicché ammesso ancora quel che non è, che la voce
Buschetto fosse pretta Italiana, la di lui Patria italiana resterebbe in fine niente men che conclusa. La recente opinione adunque che lo fa Pisano, o Italiano è senza fondamento, ed i trapassati Pisani meritano somma lode per essersi mostrati in questo punto più amici della verità, che dell' onore della loro nazione. Or molti mi mossero ad apportare in questa seconda edizione la lettera del ch. Tiraboschi tanto benemerito della Letteratura Italiana. Ella è molto acconcia ed onorevole alla nostra materia, sì perché conferma la gloria di Pisa, e dell' Arte sua, come perché dietro al parere allegato dal Bianucci tratta dell' origine di Buschetto. Passi per altro il Lettore tutto ciò che a me appartenente per solo tratto di somma gentilezza da lui si dice. Signore, Giorni sono mi è stato recato il Tomo II. della sua Pisa Illustrata, di cui colla consueta sua gentilezza ha voluto farmi un cortese dono. Per esso io le professo, come debbo la più sincera riconoscenza, e tanto maggiore, quanto meno io conosca di aver meritato un sì pregievol dono. Io mi son divorato il libro con incredibile piacere, perché l' ho trovato pieno di notizie nuove ed interessanti di bellissimi lumi per le teorìe dell'arti, e di giustissime riflessioni, e perché con esso sempre più si conferma a codesta Illustre Città la gloria di essere stata la prima a richiamare le belle Arti all' antica eleganza. Ciò debbo anche renderle grazie per la frequente e troppo onorata menzione, che vi ha voluta far del mio nome. Veggo che ella, e il fu Sig. Dott. Bianucci inclinano a credere Buschetto Greco, né io mi ostinerò in dirlo Italiano. Veggo però della contradizione tra ciò che dice il Dott. Bianucci che tutti gli Scrittori Pisani nessuno eccettuatone, fanno Buschetto nativo di Grecia, e ciò che si dice nelle note all' Elogio di Giunta nel T. I. degli Illustri
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Pisani pag. 252. Noi per un vecchio possesso di oltre sette secoli lo crederemo Pisano. Il Dott. Bianucci dice che Buschetto può esser nome Greco, e che se non è Greco non è neppure Italiano. Quanto alla prima parte non so se potrà trovarsi un nome proprio Greco che finisca in etto. Quanto alla seconda noi abbiamo qui a buon conto la Famiglia Boschetti che nelle antiche carte talvolta si dice Buschetus, e tante altre ne ha l'Italia di somigliante terminazione. L'Autorità del libro delle Riformagioni da lei citato nel T. 1. pag. 30 avrebbe molta forza se potesse provarsi che fosse d' autore contemporaneo, o che egli avesse fedelmente copiati i libri di codesta Opera. Ma né provasi la prima parte né la seconda. Anzi provasi, che la memoria non è esatta perché ella prova (T. 1. pag. 10), che la prima pietra del Duomo fu posta l'anno 1063, o 1064, e il Codice Fiorentino fissa l'anno 1080. Non vi è dunque documento sicuro, che ci mostri Buschetto natìo della Grecia. Gli autori posteriori, che l' hanno affermato, possono essere stati tratti in errore, o dall' iscrizione attribuendo a Buschetto ciò che ivi si dice di Dedalo, o dell' opinione allora comune, che tutti gli artisti dell' XI, e del XII. secolo fossero Greci. Il nome di Buschetto è certamente più Italiano, che Greco. Tutto ciò
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parmi che potesse indurre il Sig. Dott. Bianucci a non dire ridicolo il raziocinio fatto per credere Buschetto Italiano, e a non dire che essa era opinione nata da pochi mesi, mentre pure ei poteva sapere, che questa fu anche l' opinione del Dal Borgo. Ho letto con piacere ciò che Ella dice intorno a quadri, che diconsi pinti ad olio, fino del secolo XIII., e XIV., e la giustissima riflessione, che Ella fa, m'era stata fatta mesi sono dal Sig. Antonio Armanno, che ha molte cognizioni in questo genere. Se mi è nondimeno lecito proporre un dubbio in una materia nella quale mi confesso totalmente ignorante, mi pare che dovrebbe trovarsi qualche diversità tra un quadro lavorato con colori misti ad olio, e un quadro lavorato a colori, senza olio, a cui pure sia stata sopraposta una vernice, e che un maestro nell'arte e diligente osservatore potrebbe conoscere, se il quadro sia della prima o seconda maniera. Se ciò è praticabile, sarebbe a bramarsi che si facesse questo tentativo con alcuni di questi quadri. Aggiungo a ciò, che il quadro di Tommaso da Modena, che ora è in Vienna è stato fino ai tempi di Giuseppe II. abbandonato in un Castello della Boemia, ove è difficile che si pensasse a inverniciarlo. Perdoni di grazia, Sig. Alessandro stimatissimo questa lunga e nojosa cicalata, e
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l'attribuisce alla stima, che fò del molto suo merito, e della sua bellissima Opera, che certamente è una delle più interessanti, che abbia avuta l'Italia in questi ultimi anni riguardo alla storia delle Belle Arti. Mi protesto col più riverente ossequio. Di VS.
Modena 3 Decembre 1792. Dev.mo Obb.mo Servitore Girolamo Tiraboschi. Noi professando vera stima ben dovuta all'erudito Scrittore della prefata lettera, né osando di rigettare la ragionata inclinazione di lui conchiuderemo, che qualunque si fosse l' origine del nostro Architetto vero è, che desso per la nostra Pisa prodiga remuneratrice del valor suo singolare si distinse in modo, che giunse alla memoria de' posteri come il Maestro e l'Autore della risorgente Architettura in Italia. Simili elogi di lui vanno già in mille carte espressi. Il nostro Vasari fra gli altri scrittori nel suo proemio appella Buschetto rarissimo in quell'età; ed altrove si esprime:
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ch'ei diede principio all'Arti del Disegno in Toscana, e che fu gran cosa metter mano ad un corpo di Chiesa così fatto di cinque navate e quasi tutto di marmo dentro, e fuori. Non è da tacersi, che l'Arte meccanica altra prerogativa fu dell'eccellente Maestro. L'intelligenza sua particolare nelle macchine fece sì ch'oltre alla cognizione di ciò che può destare incanto, e che il bello architettonico forma, ebbe egli ancor la maniera facile, ed ingegnosa per eseguirlo ; e pertanto d' ornamenti valutabili arricchì il suo bel Tempio. Eterna prova di tanta singolarità di Buschetto ognor sarà l'iscrizione incisa nel marmo che ne racchiuse il mortal velo, e che noi riporteremo descrivendo la facciata di quel Tempio ov' è collocata.

2.2.3. PARAGRAFO 3. Allievi di Buschetto comprovanti la Scuola Pisana.

Fra gli Architetti, che ammaestrar si dovettero sotto l'encomiato Buschetto abbia per noi il primo posto Rainaldo. Questi nell' esecuzione della Grand'Opera di lui spiegò i suoi talenti; il miglior Maestro di quell' età frai Pisani coltivatori di
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tal'Arte comparve, e meritò l'elogio scolpito in marmo, che nell' anzidetta facciata ritroveremo, unendovi opportunamente le nostre osservazioni. Qui ci prendiam pensiero di dire, che quel che si fece per opera di Buschetto, e di Rainaldo presso di noi basta a convincer coloro, che indistintamente affermano che all'Italia mancasse in quei tempi calamitosi ogni lume di buona Architettura. E senza cercare quel che si facesse altrove basta a noi di poter dire, che la Pisana Repubblica fu il nido, in cui si nutriron quegli ch'erano destinati a farla risorgere. I premj, e gli onori, ch' ella accordava a questi, le cure che adoperava per trasportare da lontani paesi quel che mancava al proprio suolo, un certo gusto che cominciava a diffondersi ne' suoi cittadini, l'amor della gloria, e della magnificenza ch'era in tutti, la sicurezza di poter'esser'ella maestra alle altre Nazioni produssero quello, che tuttora fa l'ammirazione del culto forestiere. In fatti dopo di essersi eretta in Pisa la bella Cattedrale, le più illustri Città dell'Italia furono animate dallo stesso bel desiderio di erigere a Dio grandiosi Tempj. Né perciò solamente si giovarono l'estere Nazioni dell'esempio, e dell' ajuto dei
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Pisani, ma a questi ancora per altri bisogni ricorsero. Molte antiche carte, ed il Vasari stesso attestano, che così fecero i Milanesi per l' oggetto di costruir macchine militari, poiché il gran meccanico Buschetto aveva tramandato alla sua scuola l'arte di farne per ogni uso di pace, e di guerra. Ma una tal notizia come appartenente ai primi anni del sec. XII. verrà in esso meglio dichiarata. Il Muratori attesta, che sullo spirar del secolo XI., in cui la Cattedrale Pisana s' incamminava al suo compimento, Chiese, e Basiliche rinnovate furono in Venezia, in Verona, in Modena, in Piacenza, in Lucca, in Pistoja, ed in Pisa stessa per tacer d'altre Città dell' Italia 103 In Pisa difatti a prò dell'argomento nostro veglian tutt'ora dei Monumenti sacri malgrado ch' altri siano stati spenti a' dì nostri. Fra questi citeremo la Chiesa di S. Vito di non mediocre grandezza, il cui lato meridionale era spartito, ed ornato di marmi a similitudine del prelodato Tempio, come nel terzo volume ci converrà meglio accennare. Riguardo ai Monumenti ch' esistono ancora, la gran Chiesa di
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S. Paolo, e quella di S. Matteo concorrono meglio che le altre a provar di fatto, che presso allo spirare del secolo XI. riscaldati gli animi dei Pisani all' amore dell' Arte, e della gloria, pensaron' eglino ad incoraggiar gli Artefici, ad accrescer lustro alla scuola ingrandita di Buschetto, e ad abbellir la Città con ornati simili di ricca materia composti: virtù sbandita a' dì nostri. Il Tempio mentovato di S. Paolo anche per poco che all' esterno si consideri, nella perfetta imitazione dell'applaudito esemplare primeggia; e godiamo che il Sig. Milizia scrittore intelligente di architettonici precetti abbia in tal guisa opinato. Ma degli abbellimenti, e dell'originaria struttura di esso ne parleremo nel terzo tomo ove frai pubblici edifizj descriverlo dovremo. Quivi ancora faremo conoscere quella parte della sopraindicata Chiesa di S. Matteo che appella alla prelodata scuola indubitatamente. Ma tempo è ormai che la nostra penna si adopri ad illustrare in tutte le sue parti quell'insigne Monumento sol fin qui nominato, che fa epoca nell'Arte del secolo di cui ragioniamo.

2.3. CAPITOLO III. DUOMO DI PISA.

2.3.1. PARAGRAFO 1. Qualità architettoniche, e origine della fabbrica.


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La regolare unione di tutte le parti che compongono un Tempio, l' imbasamento molto elevato dal suolo, sovra di cui egli posa, il giro spazioso di libera piazza ove isolato trionfa, la piazza medesima alquanto superiore al piano della Città, ed a cui si apre l' ingresso per larghissime strade, son rari pregj meritamente esaltati da Leon Battista Alberti, e da altri Scrittori di architettoniche dottrine: e questi meravigliosamente compariscono nella nostra celebre Primaziale. A lei d' intorno sono vagamente disposte tre altre rinomate fabbriche, Battistero, Campanile, e Camposanto. Una sì bella unione di quattro rispettabili Monumenti produce un nobile sorprendente prospetto teatrale, si rende unica in Europa, e forma il più cospicuo
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ornamento di Pisa. Ella in oltre somministra una chiara idea della potenza, e della ricchezza di quella città onde famosa si rendette specialmente ne'due secoli dopo il mille 104 denota a sufficienza che la medesima fu in que' tempi l'Atene dell'Arte risorgente. Né fia meraviglia, se una Nazione già florida, e adulta mostra scevro lo spirito delle più basse, e materiali nozioni, ed affinata si scorge nelle idee più sublimi, e delicate. L'edifizio che il primo ad illustrare imprendo come il più antico degli altri, e come onor dell' Arte del secolo XI. portò già il vanto sopra tutti quegli eretti nei rozzi secoli, e passa anche presentemente per una della più belle Cattedrali che vanti 'l Culto della cattolica Religione. Giova a noi di repetere ch' ei risvegliando in Italia, e principalmente in Toscana l'animo di molti a belle imprese fu cagione, che si dette principio a varj edificj in quel secolo di ragionevole architettura prima che prendesse generalmente possesso il germanico stile, che circa al 250 fra noi s'introdusse. Quasi un simile
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miglioramento la medesima Italia sotto Carlo Magno quando si liberò dai Barbari nell' ottavo secolo, nel quale alcuni Architetti raddolcirono in parte la longobardica sproporzionata goffezza, sforzandosi d'imitare il buon'ordine antico, come osserva l'eruditissimo Muratori. Questa maniera di architettare non ebbe più relazione colla gotica antica, ma con un innesto di barbaro stile al bello dell'antichità fu distinta dagli Antiquarj eruditi col nome di Greco-barbara. Siccome chiamarono Arabo-tedesca la maniera del decimoquarto secolo, e Greco-tedesca, o Gotica moderna greca quella del decimoquinto nei primi ristabilimenti della buona Architettura in Toscana. La nostra si può chiamar simile a quella praticata nel quarto secolo sotto Costantino, epoca del traviamento dell'Arte, come potrà combinare chi ammirò nella Città di Roma varj Tempj eretti sotto il detto Imperatore, e specialmente la gran Basilica di S. Paolo, dove sempre si mantenne una certa greca proporzione ad onta della decadenza dell' architettura, giacché il variar delle cose succede sempre per insensibili degradazioni 105
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Qui non ha luogo la precipitosa opinione di coloro, che senza differenza alcuna avviliscono quegli edifizj ancorché splendidi, e magnifici, che son di costruzione barbara, e che alla confusa chiamano col nome improprio di gotico tutto quello, che partecipa d' indole barbarica. Gli edifizj detti volgarmente gotici non in tutto, e non sempre son difettosi, e l'innesto delle due specie d' architettura non è sempre una spiacevole sconcordanza. All'osservator di buon gusto, e al delicato ammiratore della sola vera bellezza non intende di far passar quest'opera per un modello dell'Arte architettonica. L'uno, e l'altro sanamente decidano, s'ella è per quel tempo meravigliosa; e se coll'indicato innesto non solo sia di dissonanza scevra, ma greca nelle essenziali parti, e discretamente barbara nelle accessorie unisca alla magnificenza dei marmi quella maestà che spesso manca agli edifizj sulla norma della moderna bellezza costrutti. I medesimi proveranno ancora, come provo io stesso che il nostro Tempio, quando che per la vista all' animo si presenta, produce un certo incanto, e dilettando appaga, sicuro effetto di quell'accordo d'impressioni, che nasce dalla proporzione, e dal consenso delle parti, principali cagioni della
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bellezza dell'architettura. I difetti che compariscono sì nella mancanza di un determinato numero di dette parti, come ricercherebbe la leggiadrìa, sì nella qualità di certi antichi ornamenti, sono moderatamente adoprati, né son tali da distruggere intieramente la sodezza, e la indicata proporzione dell'opera commendata, ed in conseguenza non tolgono a lei il merito di bella, e la rara prerogativa di dilettare i riguardanti. Tanti bei pregj suoi ella deve a Buschetto, che come primo sorprendente Maestro, e Capo-scuola d'Architettura nel sec. XI. abbiam di sopra encomiato. Or fa d'uopo di accennare, che una delle più splendide imprese dei Pisani forma l'epoca luminosa di questa Basilica. Se fino dal principio del VII secolo. secolo per la scarsità degli Storici di quei tempi, e per la fatalità degl' incendj restarono nelle tenebre involti tanti anteriori fasti di loro, con altrettanto splendore alla fine del decimo ricorsero 106 Allora fu che dopo di
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aver condotte a buon fine molte nobili imprese nell'isola di Lipari, ed in Affrica, e dopo di aver domato in più luoghi della Sicilia l' orgoglio dei Barbari in ajuto di Roberto Guiscardo Duca di Puglia, e di Ruggiero suo fratello, finalmente nell'anno 1063 soli sotto il comando del nobile Giovanni Orlandi uno dei Consoli tentarono l' espugnazione dell' antichissima città di Palermo con sì felice evento, che spezzata la catena del porto s'impadronirono di sei navi cariche di ricche merci, e vittoriosi alla patria fecero ritorno. Attestano sì segnalata impresa gli annali di Pisa, e della Sicilia; vien riferita dall'eruditissimo Muratori nella sua Storia d'Italia 107 scolpita in antichi caratteri la leggeremo in appresso. Le riportate ricchissime spoglie suscitarono negli animi dei Pisani inclinati alla magnificenza, ed alle Belle Arti l'idea nobile, e grande d'impiegarne il
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considerabil prodotto in erigere un Tempio, che degno si rendesse dall'ammirazione di tutti per la grandezza della spesa, e per una nuova in quei tempi architettonica struttura. Così quei valorosi Cittadini ebbero in considerazione la dignità della Città loro; e sulle onorevoli orme degli antichi Eroi unirono sempre alla potenza la nobiltà del pensare, onde procacciarsi fama presso i posteri. Per tanto per dar effetto al gran pensiero fu demolita l'antichissima Chiesa di S. Reparata, nota principalmente per gli scritti di Raffaello Volaterrano, per la cronaca pisana pubblicata dal Muratori, e per la carta topografica prodotta da Flaminio dal Borgo nella sua storia pisana. Questa al riferir di Gio. Marangoni 108 Del Tronci e di alcuni moderni Storici era già stata costrutta nel quarto secolo sulle rovine delle terme di Adriano. Ma credono Michele di Montagna 109 il Roncioni predetto 110 ch'ella più tosto sui fondamenti di porzione del
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palazzo di detto Imperatore si erigesse, perché le terme erano altrove, e secondo il parere del Cardinal Noris dalla porta a Lucca al Campanil del Duomo si distendevano 111 Quindi sul fine dell'anno medesimo 1063, o sia sul principio dell'anno pisano 1064 fu gettata la prima pietra dell'edifizio sotto il Pontificato di Alessandro II., e sotto Enrico III. Imperatore, essendo Vescovo di Pisa Widone, o Guidone di nazione Pavese. Senza consultar gli Scrittori ella è chiara una tal epoca per l'appresso inscrizione, che smentisce il Vasari assegnandola nel suo proemio al mille sedici. Egli ebbe poi fine circa all'anno 1092 secondo le sopra riferite memorie, e nel 1100 secondo altre esistenti nella biblioteca magliabechiana, e giusta la cronaca pisana attribuita a Bernardo Marangone 112 Molto consideratamente avevano già provveduto i Pisani, che sì magnifica Chiesa avesse convenevol dote, ad oggetto di viemaggiormente arricchirla di ornati, e conservarla alla posterità. Perocché nell' anno 1089 spedirono in Alemagna Ambasciatori Gualando Orlandi, e
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Aldebrando de' Visconti ad Enrico Imperatore a chiedere varj luoghi nel territorio di Val di Serchio per dote del Duomo, e gli ottennero 113 Molto ancora alla ricchezza, e alla dignità di esso contribuì la gran Contessa Matilde, che fin dall'anno 1103. come abbiamo dal Tronci, alcuni beni gli concesse ad effetto, che all'intero compimento recato fosse; né ciò distrugge la soprallegata testimonianza del Marangone. Ad istanza della medesima fu l'Episcopio pisani inalzato alla dignità maggiore di Arcivescovado da Papa Urbano II. 114 Daimberto fu il primo de' Vescovi a esser dichiarato Arcivescovo, e Primate di Corsica, e di Sardegna. In appresso, cioè nell'an. 1118. Gelasio II. la conferma ne fece; consacrò la Chiesa, dedicandola alla gran Madre di Dio, ed ornò la medesima, ed il Senato ancora di bellissimi privilegj, come ne fa menzione Pietro Diacono nelle cronache cassinensi 115

2.3.2. PARAGRAFO 2. Facciata.


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Prima di ogni altra cosa giusto è ch'ella facciata il mio ragionar si rivolga, come la più nobil parte esteriore di un edifizio. E giacché molte delle principali Chiese dell'Italia son mancanti di una tale essenzialissima decorazione, la nostra facciata oltre l'intrinseco suo merito pel tempo in cui fu fatta, si rende maggiormente degna d'osservazione, ond'io colle più semplici, ma non inutili parole distintamente la descriva. Ella è rivolta a ponente; e se col magistero del disegno, e con una total sodezza l'occhio non appaga, offre per altro il raro pregio dell'eleganza predominando a colpo d'occhio senza eccesso l'altezza alla maggior larghezza; e perché tutta è composta di marmi, e di varie pietre egiziane, nobiltà e magnificenza nella fantasìa risveglia. I suoi ornamenti per la ricca materia, e pei numerosi non volgari intagli fan decorosa comparsa, né tutti si discostano dalla greca norma. Eccone la disposizione. Cinquantotto colonne distribuite in cinque ordini formano un vago
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compartimento. In quattro di essi compariscon elleno isolate ed equidistanti dalla parete, dimodoché ne risulta un nobil peristilio di quattro loggiati, uno sopra l'altro. La maggior parte di esse sono di marmo bianco greco, e lunense; ve ne sono di bel granito orientale rosso, e di quel cenerino tirato a buon pulimento. Una è di bellissimo porfido, come tutto io stesso da vicino osservai 116 Nel prim' ordine sei alte colonne di bel marmo bianco incassate nei pilastri, e due ante-pilastri quadrati sugli angoli sostengono con grata simetrìa sette grandi arcate, che voltano in semicerchio, ond'esso per la buona architettura dagli altri si distingue. Le due colonne corilitiche giustamente collocate dall' Architetto a fregiar la regia porta richiamano l' occhio dell'osservatore per l'intaglio a fiorami, che tutta la superficie ne adorna. Il lavoro è
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antico, greco, o egiziano che sia 117 giacché fra gli antichi Greci, e gli Egizj si ornavano in tal guisa le colonne destinate ad arricchire i Tempj, come osserva Strabone 118 Intorno al fusto delle altre quattro colonne girano delle scannellature ripiene a dati intervalli di bacche d' ellera, e di rose. I capitelli di scultura parimente antichi son degni anch'essi di considerazione; i corintj pel sottil lavoro, ed i compositi per lo stil' egizio. In questi gli animali, i putti, ed altre figure geroglifiche fan le veci dei caulicoli. Scherzoso è quello, ove al vivo espressi son due leoni, che mentre sulle foglie situati sostengon l' abaco, due capi di timidi animali che gli escono dalla bocca, formano lo sporgimento de' caulicoli. Il lavoro dell'acconciatura delle teste, piuttosto che indicare il predetto stile, sembra un'imitazione di quello che sotto gl' Imperatori Romani si praticava sovente. Marmi bianchi da liste di marmo ceruleo divisati vestono le mura, ed un fregio di non ordinario intaglio incastrato prende lo spazio di due
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arcate. Altro simile scompartito a formelle quadre con rosoni, ed altri sottili fogliami, lavoro forse di antica mano industre, gli stipiti, ed il sopracciglio delle due porte laterali circonda. Passando al second'ordine, egli è composto di diciotto colonne eguali ma d'inferior grandezza alle prime; queste co' due pilastri sugli angoli diciannove piccoli archi sostengono. Altrettante formano il terzo a differenza, che dieci vanno diminuendo secondo l'inclinazione dei piani fino quasi al semplice capitello: cosa difettosa nell'arte. Nove se ne contano nel quarto, che all'uso barbaro non piombano sulle sottoposte, e sette nel quinto, che degradano come sopra. Termina la facciata in un solo frontespizio triangolare, che supera in altezza gli altri due mezzi frontespizj indicanti le minori navi, ciò che viene approvato dal buon gusto palladiano. Scrisse Giorgio Vasari di Buschetto nel suo proemio 119 Ed oltre alle altre cose nella facciata dinanzi con gran numero di colonne accomodò il diminuire del frontespizio molto ingegnosamente, quello di varj, e diversi
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intagli d'altre colonne, e di statue antiche adornando
. I capitelli delle quattro indicate loggie sono la maggior parte moderni sostituiti ali antichi guasti dal tempo, fra' quali ne restano alcuni composti di sole quattro teste di leoni, e di uomini di ragionevol disegno sull'indicato stile egizio, e anche etrusco, come alcuni pretendono. Gli archi, e le cornici andanti al di sopra di essi, ed altri fregi son tutti in varie guise nobilmente arricchiti d' intagli. Non resti inosservato l' antico bassorilievo della cornice del second'ordine, dove son bene adattate varie specie di animali, e ciascun pezzo mostra la mano di bravo Scultore. Varie teste di uomini, e di bestie sono scompartite nel centro degli archi, ed altrove; e fra di esse alcuna se ne osserva non ordinariamente delineata. Finalmente due mezzi leoni posando maestosamente sulla cima delle già lodate colonne guardano il principale ingresso. Con tali rappresentazioni di figure diverse, maschere, rosoni, e simili altri ornati decorando Buschetto così bell'opera imitò le bellissime degli antichi, i quali con la varietà di sì eleganti forme credettero di dilettar maggiormente; e forse nelle teste umane diverse fra loro imitar
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volle que' vecchi Architetti, che ornavano i pubblici edifizj delle effigie dei vinti nemici secondo il sentimento di Vitruvio 120 imitò parimente nei sopraccitati leoni i Greci e gli Egizj, che studiosi dell'arte simbolica soleano situargli per lo più sulle soglie de' sacri Tempj, come narra Valeriano 121 segno di maestà, e come vigili custodi delle cose divine. Erano talvolta geroglifici tutte le suddette rappresentanze, e quelle ancora di frutta, e di fiori. Simili cose s'incontrano in quasi tutte le antiche Chiese, perché i primi Cristiani da tali usi non si allontanarono 122 Sulle estremità de' frontespizj s' inalzano cinque statue di marmo bianco della rozza maniera di que' tempi. Dimostran' elleno, che la Statuaria decaduta dalla sua nobiltà dopo la traslazione dell' Impero in Costantinopoli non si smarrì affatto, ma quasi deforme ed incolta stette nelle mani di pochi, sinchè non fu ristorata dalla Scuola Pisana circa al 1200 123 A quest'epoca attribuiremo la più eminente statua, che
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rappresenta la Madonna col Divin Figlio, sembrando molto migliore di pieghe, e di movimento. Infatti sù quell'alta cima stava prima collocato un tabernacolo, che ornato di colonnette, e di fogliami all'uso germanico una statua racchiudeva, come c'insegna quella pittura del Campo-Santo, dove Antonio Veneziano dimostra di aver copiato questa fabbrica. Negli angoli dei mezzi frontespizj si gettano in fuori due cani per lo scolo delle acque: uso molto praticato nelle fabbriche sacre di quei tempi, ed anticamente osservato presso i soprannominati popoli dagli Jonici, e dai Dorici, che di teste di leoni invece di grondaie per lo più si servivano 124 Finalmente nel sodo degli spartimenti, porfidi, serpentini, ed altre belle pietre son commesse alla mosaica. Attese le quali cose tutte con verità esposte, e sovente dai critici inosservate, cedano alla nostra le gotiche facciate sì antiche, che moderne, le une di goffezza non vuote, le altre quanto ricche di marmi, tanto
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ripiene, e cariche di sottigliumi, e di sculture.

2.3.3. PARAGRAFO 3. Inscrizioni de' Tempi mezzani inserite nella facciata.

Varie antiche inscrizioni sovra i marmi scolpite son poste in fronte di questa Basilica, e meritano che io qui le trascriva pei luminosi fasti, che in se contengono. Mi protesto di averle estratte dall' originale, copiando gli errori, e fedelmente imitando abbreviature, ed innesti, massimamente quando cader vi possa dubbiosa interpretazione. Soltanto non istancherò inutilmente il Leggitore nel confondere insieme le parole senza distanze, eccettuato il caso di qualche ambiguo senso. Cominciando dallo spazio della prima arcata sulla sinistra di chi osserva, trovasi incastrato nel muro il sepolcro del mentovato Buschetto, dove non molto facilmente si leggono i seguenti elogj, perché le lettere vi sono in gran parte corrose. Nella prima l' Encomiaste paragona l' ingegno di Buschetto a quello di Ulisse, e di Dedalo celebre per il laberinto cretense, e per altri edifizj, che furon col suo disegno
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inalzati in Egitto, in Atene, e nell' Italia ancora, e particolarmente in Sicilia. Sono i seguenti caratteri scolpiti in grande nel frontespizio del sepolcro. BUSKET. 125

JACE…HIC….INGENIORU
DULICHIO…PREVALUISSE DUCI 126
5 MENIB' JLIACIS CAUTUS DEDIT ILLE RUINA
HUJUS AB ARTE VIRI MENIA MIRA VIDES.
CALLIDITATE SUA NOCUIT DUX INGENIOS
UTILIS ISTE FUIT CALLIDITATE SUA.
NIGRA DOM' LABERINTUS ERAT TUA DEDALE LAUSE
10AT SUA BUSKETU SPLENDIDA TEMPLA PROBANT.
N HABET EXPLU NIVEO 127
DE MARMORE TEMPLU
QUOD FIT BUSKETI PRORSUS AB INGENIO.
RES SIBI COMISSAS TEMPLI CU LEDERET HOSTIS
15PROVIDUS ARTE SUI FORTIOR HOSTE FUIT.
MOLISET IMMENSE PELAGI QUAS TRAXIT AB IMO
FAMA COLUMNARUM TOLLIT AB ASTRA VIRUM

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EXPLENDIS A FINE DECEM DE MENSE DIEBUS
SEPTEMBRIS GAUDENS DESERIT EXILIUM.

Sotto la cornice si legge in caratteri più grandi la memoria della prontezza, e della facilità con cui s' inalzavano per opera di Buschetto tante, e sì smisurate moli nei seguenti versi; onde oltre a quello del Dulichio Ulisse è a lui maggiormente convenevole il paragone di Dedalo, il quale non solo, al dir di Plinio, fu padre dell'architettura, e della statuaria, ma fu ancora inventore di varj stromenti spettanti alla meccanica.

20 QD VIX MILLE BOU POSSENT JUGA JUNCTA MOVE.
ET QUOD VIX POTUIT P MARE FERRE RATIS.
BUSKETI NISU QD ERAT MIRABILE VISU.
DENA PUELLARV TURBA LEVABAT ONUS 128

Nel corpo dell'urna in cartella di marmo vien repetuto con caratteri più minuti l'istesso elogio. Convenne ch' ei veramente ne fosse meritevole. Seguono altre illustri inscrizioni in rozzi, ed abbreviati caratteri tutte in un gran marmo comprese. La prima scolpita da
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più trascurato scalpellino dimostra, quanto Pisa fosse rinomata, ed illustre; Ed è la seguente:

EX MERITO LAUDARE TUO TE PISA LABORANS,
25NITIT E PROPRIA DEMERE LAVDE TVA;
AD LAUDES URBS CLARA TUAS LAUS SUFFICIT ILLA
QUOD TE PRO MERITO DICERE NEMO VALET;
NON RERUM DUBIUS SUCCESSUS NAQ SEDS
SE TIBI PRCUNCTIS129
30FECIT HABERE LOCIS;
QUARE TANTA MICAS QD TE Q. DICERE TEMPTAT
MATIA PRESS DEFICIET SUBITO;
UT TACEA RELIQUIA QS DIGNUM DICERET ILLA;
TPRE PRETERITO QUE TIBI CONTIGERINT;
35ANNO DNICE INCARNATIONIS M. VI.

Tratta la seconda delle vittorie riportate dai Pisani in Sicilia contro i Saraceni. In questa, come nell' antecedente le parole per lo più si uniscono insieme, e tanto l'esametro, quanto il pentametro sono nella medesima riga.


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MILIA SEXDECIES SICLU PROSTRATA POTENTER
DU SUPERARE VOLUNT EXSUPERATA CADUNT.
NAMQUETUUMSICULACUPIENS GENS PERDER NOMEN
TE PETIIT FINES DEPOPULATA TVOS.
40UNDE DOLENS NIMIV MODICV DIFFERRE NEQVISTI
IN PROPRIOS FINES QVIN SEQ' RERIS EOS.
HOS IBI CONSPICIENS CVNCTOS MESSANA PERIRE
CVM GEMITV QVAMVIS HEC TVA FACTA REFERT.
ANNO DOMINICE INCARNATIONIS M. XVI.

Accenna la terza la liberazione del Regno di Sardegna dai Barbari mediante il valor dei Pisani.

45 HIC MAJORA TIBI POST HEC URBS CLARA DEDISTI
VIRIB' EXIMIIS CU SUPATA TUIS.
GENS SARACENORU PERIIT SINE LAUDE SUORU
HINC TIBI SARDINIA DEBITA SEMPER ERIT
ANNI DNI M. XXXIIII.

L' ultima narra la guerra portata dai Pisani nell' Affrica con felice esito, e la conquista della città di Bona.

50 TERTIA PARS MUNDI SENSIT TUA SIGNA TRIUMPHI
AFRICA DE CELIS PSULE REGE TIBI.
NA JUSTA RATIONE PETENS ULCISCIER INDE
EST VI CAPTA TUA SUPERATA BONA.

[p. 155]

In differente pietra, ed assai consunta è altra memoria scritta confusamente, che appartiene alla costruzione del Tempio, allora fuori dalla città, ma non lungi. Sembra molto probabile, che uno dei motivi per quivi erigerlo fosse il sito spazioso, libero da ogni traffico, e rilevato dal piano della città con idea di rinchiuderlo poi dentro le mura, come fu fatto 130

QUABENE QUAPULCHRE PROCUL HAUD EEDER ABURBE
55QUE CSTRUCTA FUIT CIVIB' ECCE SUIS
TRPRE WIDONIS PAPIENSIS PSULIS HUJUS'
QUI REGI FAMENOTETIPSPAPE

131

Leggesi finalmente in marmo pario impressa l' inscrizione sepolcrale della Regina di Majorca, che dopo la conquista delle Baleari condotta prigioniera a Pisa col Real figlio il Battesimo ricevette, ed il rimanente di sua vita piamente condusse 132


[p. 156]
REGIA ME…..GENUIT; PISE RAPUERUNT
HIS EGO CUM NATO BELLICA PREDA FUI.
60MAJORE REGNU TENUI, NUNC CONDITA SAXO
QUOD CERNIS JACEO, FINE POTITA MEO.
QUISQUIS ES ERG TE MEMOR ESTO CONDITIONIS
ATQ. PIA PRO ME MENTE PRECARE DEUM.

Tra la prima, e la seconda porta è la tavola di marmo, dove distintamente si legge la spedizione dei Pisani contro i Saraceni in Palermo, e l' anno in cui fu principiato il Duomo nelle seguenti parole edite dall' Ughelli, dall' Orlendi, dal Tronci, e da altri.

ANNO QUO XPS DE VIRGINE NATUS, AB ILLO;
65TRANSIERANT MILLE DECIES SEX, TRESQ; SUBINDE
PISANI CIVES CELEBRI VIRTUTE POTENTES;
ISTIUS ECCLE PRIMORDIA DANT INISSE 133
ANNO QUO SICULAS EST STOLUS FACTUS AD ORAS;
QD SIMUL ARMATI MULTA CUM CLASSE PROFECTI;
70OMS MAJORES, MEDII, PARITERQUE MINORES;
INTENDERE VIAM PRIMA SUB SORTE PANORMA;
INTRANTES RUPTA PORTU PUGNANDO CATENA;
SEX CAPIUNT MAGNAS NAVES OPIBUSQ: REPLETAS;

[p. 157]
UNA VENDENTES RELIQUIAS PRIUS IGNE CREMANTES;
75QUO PRETIO MUROS CONSTAT HOS ESSE LEVATOS;
POST HINC DIGRESSI PARU TERRAQ' POTITI;
QUA FLUWII CVRSV MRE SENTIT SOLIS AD ORTUM;
MOX EQUITU TBA PEDITU COMITANTE CATERVA;
ARMIS ACCINGUNT SESE CLASSEMQ RELINQUUNT;
80INVADUNT HOSTES CONTRA SINE MORE FURENTES;
SED PRIOR INCURSUS MUTANS DISCRIMINA CASUS;
ISTOS VICTORES, ILLOS DEDIT ESSE FUGACES
QUOS CIVES ISTI FERIENTS VULNERE TRISTI,
PLURIMA P 134 PORTIS STRAVERUNT MILIA MORTI,
85CONVERSIQ. CITO TENTORIA LITORE FIGUNT;
IGNIB., ET FERRO VASTANTES OMIA CIRCU;
VICTORES VICTIS SIC FACTA CEDE RELICTIS,
INCOLUMES MULTO PISA REDIERE TRIUMPHO;

Finalmente vedesi in alto presso la porta maggiore la seguente inscrizione. HOC OPUS EXIMIVM, TAM MIRVM, TAM PRETIOSUM: RAINALDUS PRUDENS OPERATOR, ET IPSE MAGISTER: CONSTITUIT MIRE, SOLLERTER, ET INGENIOSE.
[p. 158]
Egli è avviso di alcuni, che questa per l' espressione delle parole, e come posta in luminoso luogo, ed in lettere cubitali scritta faccia grande ostacolo a ciò che affermai riguardo al nome dell' Architetto di questo Tempio. Dico per altro che il chiaro significato di quei versi inseriti nel riportato epitaffio di Buschetto nella facciata istessa, cioè:

"Hujus ab arte viri, menia mira vides,
90"At sua Busketum splendida Tempia probant.
"Non habet exemplum niveo de marmore templum,
"Quod fit Busketi prorsus ab ingenio".

smentisca bastantemente coloro, che trasportati da spirito di novità ricercano l'Architetto in Rinaldo, lasciando a Buschetto la semplice virtù di macchinista, come di lui l' altro elogio ci narra. Su tal proposito inutil cosa non credo di proporre l' original memoria di un anonimo scrittore, quella cioè, che accennai poc'anzi come vegliante nell' archivio delle Riformagioni di Firenze, e come fedelmente tradotta dagli antichi libri dell'opera. Quivi accennati vengono tutti i primi Operaj del Duomo di Pisa dalla sua edificazione in questi termini: Fu l'anno 1080
[p. 159]
Ildebrando del Giudice, Uberto, Leone, Signoretto Alliata, e Buschetto da Dulichio, che fu Architetto; il capo di detti fu Ildebrando, e gli altri furono Ministri, e Uffiziali dell'Opera, come si trova nell' Archivio di detta Opera
135 In virtù di tal memoria, e principalmente dei suddetti versi scolpiti nel sepolcro di lui sembra certissimo, che Buschetto sia stato l' Architetto di questo Tempio, onde convien dedurre, che il rammentato Rinaldo altro non fosse, che un semplice esecutore del disegno di lui, o il Capo-Maestro. L'espressioni in fatti degli accennati versi sono atte ad indicare un tale impiego, indicando la parola Operatorchi lavora nella fabbrica materialmente, e praticandosi la parola Magisterper significare il Capo-Maestro, secondo il Du-Cange 136 quegli a cui si appoggia la principal cura delle cose secondo il Facciolati, e secondo altri l'esecutore d' invenzioni architettoniche. Ella difatto preceduta
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dall' altra parola Operatoracquista maggiormente un tal significato. Da ciò ne viene altresì la conseguenza di non doversi abbracciare neppure l'opinione di coloro, i quali attribuiscono a Rinaldo la sola facciata, che il nome scolpito ne porta, perocché anche quello di Buschetto si legge nella facciata istessa, ed autor della fabbrica senza eccezione, e senza equivoco si dichiara. Siccome non giova il credere, che con gli altri marmi un sepolcro si collocasse; poiché la facilità del lavoro e le tracce tuttavia segnate, dove lateralmente all'arca intorno dovea ricorrere la fascia turchina, simil credenza smentiscono. Stante che conchiudendo, che Buschetto Autor del disegno fosse, e che fosse Rainaldo il Capo Maestro, vengono mirabilmente a conciliarsi le due riportate inscrizioni, che in altra maniera sarebbero contradittorie. Né quanto fin' ora esposi avrà d' uopo di essere autenticato dalla comune opinione di tanti autorevoli Scrittori, e da varie antiche inedite memorie, che attestano, come concorsero da straniere parti i Maestri più accreditati a prestare la loro opera in sì importante Edifizio sotto la direzione di Buschetto, fra i quali il prefato Rinaldo il più industre ingegno, sollecito, ed esperto
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nell' intagliare (secondo che si espresse l'Encomiaste) dovette tenere il primato, ed esser dichiarato soprantendente all'opera. Ognuno sa, che così accadde in tutte le fabbriche di straordinario lavoro; e questi tali appunto vengono nominati dagli Scrittori, e reputati sono talvolta dai compositori delle inscrizioni. Fra gli altri esempj quel ci rimembri, che inalzandosi il Duomo di Siena uno dei più bei gotici edifizj, ebbero gran nome M. Lapo, e M. Goro di Giotto fiorentini, ma però come i più valenti Maestri operatori di scalpello sotto la direzione dell' Architetto Giovanni Pisano. Riferisce il Baldinucci che 137da Carrara, e da Pisa furono fatti venire a Loreto trenta dei più pratici Scalpellini, e fermati più intagliatori, e Andrea Contucci dal Monte Sansavino fu dichiarato Capo-Maestro. Tralascio gli allegorici versi de ore Leonis ec.come non interessanti. Non v' ha dubbio che questi incisi in piccolo variato marmo sottoposto al suddetto, ed in caratteri più minuti non abbiano relazione alcuna col surriferito elogio; l'avran forse con i due Liocorni intagliati con
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plice traforo forse in quei bassi tempi, e con i due Leoni similmente espressi nel marmo dell'opposta parte. Il Can. Martini per altro non ebbe un tal riflesso; ma solo per recar meglio in proprietà la simbolica spiegazione fatta da S. Pietro riguardo ai leoni, scrisse: Potissimum quia huic explicationi consonat mens ipsius, mi fallor Artificis, nam prope Leonem Columnae introeuntium dexterae sequentia verba insculpta leguntur; quindi l' una, e l'altra inscrizione insieme unite, e con egual carattere ei riporta, come se fossero analoghe fra loro. Veramente nella supposizione del Martini né l'artista né l'opera meritava la pena di un tanto elogio; perocché il disegno è meschino, e l' accapigliatura in ordinate ciocche parallele sembra all'egiziana: alla qual foggia molto si rassomigliò quella del secolo XI.

2.3.4. PARAGRAFO 4. Porte di bronzo storiate.

Inconveniente e disaggradevol cosa non fia che noi senza troncar l' ordinata descrizione delle bellezze del nostro Duomo anche delle più moderne si ragioni. Ornato, che per la materia, e per
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il pregio dell'arte indica magnificenza, e proprietà dicevole a sì superba Basilica, e che Pisa e l' Italia onora, son le tre Porte di bronzo storiate, che ne rendono ampio l' ingresso. La grazia degli ornati, le numerose figure ben distribuite, la difficoltà dei tondi rilievi, il disegno, l' artificio dei ben rinettati bronzi, e il decoro in somma di tutto il lavoro richiama l' attenzione dell' intelligente osservatore. La Porta principale superiormente alle altre è alta braccia dodici, e braccia sei larga. Un grazioso contorno di fronde, di frutta, e di fiori, che imitano ben la natura, e che sono di un getto maraviglioso divide in quattro quadrature ciascuna imposta. Vengono in esse rappresentati varj Misterj della Madonna; le figure ben atteggiate, e di bei panni vestite sono, ed alcune quasi dal piano si distaccano. Nelle divisioni dell' ornato gli emblemi relativi sono espressi. Effigiati sono nei tre fregj varj Profeti, e Santi, che nelle estremità loro, e nelle mosse tengono molto del grave stile michelangiolesco. In fine diversi geroglifici colle epigrafi relative sono negli angoli collocati. Le due Porte laterali alte braccia otto, e mezzo, e larghe quattro, e due terzi
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restano scompartite dal contorno simile all' indicata foggia in tre soli riquadri per imposta. Quegli della sinistra porta dimostrano varie istorie del Nazzareno incominciando dalla Nascita di lui, e dall' offerta dei tre Magi. Sono col solito ordine scompartiti i respettivi geroglifici. Fregiata di due ben' espressi animali, il rinoceronte, ed il cervo colla simbolica inscrizione è l'inferior parte delle imposte; e la superiore di un' aquila, e del pellicano. Negli angoli sono otto simulacri di Santi dintornati con vivezza nelle parti risaltate. Sull' istessa norma egli è il partimento della destra porta, dove sono distinti altri fatti di Cristo con i soliti ordinati geroglifici. Tutte le prefate storie si trovano minutamente descritte nell'Opera del Can. Martini con i respettivi rami condotti col disegno dei due fratelli Melani di Pisa. Narrata la rappresentazione, ed il pregio dell' arte di così raro, ed eccellente lavoro dritto è ch'io esponga da quali valorosi Artefici egli deriva. Primieramente ne fece il disegno il fiammingo Scultore, ed Architetto Gio. Bologna da Dovay, celebre per le tante opere sue maravigliose, che abbelliscono varie Città d' Italia, fralle quali Genova, Lucca, Bologna, Roma che alimentò i suoi rari
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talenti, e Firenze dove molto si trattenne ne' più decorosi lavori col favor d' illustri Mecenati 138 Nell' anno 1601 si modellarono le tre Porte nella suddetta Città di Firenze, e furonvi adoprati più valenti Artefici di quel tempo nell' arte fusoria sotto la scorta, ed approvazione del mentovato Maestro Gio. Bologna. Fra gli altri fu prescelto il principale scolare di lui Pietro Francavilla, che nato in Cambrai riconobbe la perizia nell'arte dalla città di Firenze: Pietro Tacca con Antonio Susini fiorentino, della cui particolare abilità molto si servì Gio. Bologna nell' operare: Orazio Mochi della scuola di Giovanni Caccini: Giovanni Bandini da Castello, detto Giovanni dell'Opera Scultore assai diligente della scuola di Baccio Bandinelli. Finalmente è degno di essere nominato il P. Domenico Portigiani dell' Ordine dei Predicatori. Se questi venne in fama di abile Professore nel fondere il bronzo 139, lo dimostra il difficile, e gran lavoro, di cui egli coll' ajuto di un certo
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Maestro Angelo Serrano fece il getto con tanta accuratezza, e felicità, che sommamente diletta. Il lavoro per altro non fu perfezionato da lui, che morte gli sopragiunse, ma da un certo Zanobi suo nipote, ed ajuto. Tutte le surriferite memorie sono nell' archivio del Capitolo inserite nel codice Lett. M. spettante al risarcimento della Chiesa dopo l' incendio. Evvi eziandìo un attestato del Susini, e di Pietro Tacca, ai quali, attesa la perizia nell' arte, e l'aver fatto quivi alcune storie, fu dato a stimare il lavoro dopo la morte del Portigiani. Notizia ancor si trae dall'indicato fonte, che M. Raffaello di Pagno o Pagni pisano 140 Ne ebbe la soprintendenza in compagnia di Gio. Bologna, e che l' uno, e l' altro furono anche giudici, e revisori. Non ometto l' importante memoria scritta dal Baldinucci ella vita di Gregorio Pagani fiorentino scolare di Santi di Tito. Questi dic' egli universalissimo in tutte le arti, che provengono dal disegno dette particolarmente sicure prove
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del suo talento nel gettar metalli, e modellare in terra, ed in cera. Che però facendosi l'anno 1600 le Porte di bronzo storiate per la Cattedrale di Pisa non solo toccarono a Gregorio le gran fatiche di riveder le cere, ed ogni altra cosa, ed assistere a chi operava, ma ebbe anche a fare di sua mano i modelli in tutto, e per tutto di tre Storie di mezzo rilievo. In una di esse figurò Nostro Signore orante nell' orto, in una la Flagellazione del medesimo, ed in un'altra la Coronazione di Spine, e le condusse finite quanto mai può dirsi, e tali appunto quali egli le modellò furono messe in opera nelle Porte. Da tutto ciò si raccolga quanto convenevolmente si provvide al decoro dell' opera combinando la scelta dei migliori Professori di quel tempo colla grave, e considerabile spesa, che ascese a 8601 scudo 141. Così non si fece sotto Eugenio IV. nella Porta di S. Pietro in Roma, perché furono fatti venire da Firenze Antonio Filarete, e Simone invece di Lorenzo Ghiberti. Fu pertanto lodevol cura di Ferdinando dei Medici di farla eseguire con tali riguardi; siccome ancora molto contribuì la generosità grande del
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medesimo Principe al riparo dei gravosi danni, ed la nuovo abbellimento della Chiesa, dopo che restò in gran parta arsa, e guasta dall' incendio: solita fatalità dei più celebrati Tempj. Tanta onorevol memoria al Regio Mecenate, e benemerito delle Arti fu con molta ragione a caratteri di bronzo impressa nelle due cartelle che ornano superiormente la porta maggiore, e nei quattro scudi, che sono nel rovescio della medesima. È dovere che io qui la esponga:

TEMPLUM HOC INCENDIO
FERE CONSUMPTUM
95FERDINANDUS MEDICES
MAGNUS DUX ETRURIAE III.
MAGNIFICENTIUS
PROPRIIS SUMPTIBUS
PENE REAEDIFICANDUM
100JUSSIT AN. SAL. MDCII.

Il mentovato incendio seguì nella notte del 25 ottobre 1596 stile pisano, e non nel 1600 come scrisse il Papebrochio. Il Canonico Roncioni allora vivente racconta l' infortunio accaduto per trascuraggine di un capo maestro stagnajo M. Domenico da Lugano, mentre era impiegato a risaldare alcune lastre di piombo ond' è coperto l' edifizio. Rimasero distrutte allora le antiche porte, la maggiore delle quali fu
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opera di bronzo fatta nel 1180 da Bonanno Architetto, e Scultore pisano. Giorgio Vasari, e Paolo Tronci ne riportano l' antica inscrizione; la riportiamo ancora noi, perché serve ad illustrar l' epoca dell' arte di gettar metalli tanto gloriosa alla Città di Pisa.

Janua perficitur vario constructa decore
Ex uno Virgineum Christus descendit in alvum
Anno MCLXXX. Ego Bonanns Pis. mea arte hanc Portam uno anno perfeci tempore Benedicti
Operarii.

Per dimostrare quanto uno mal possa fidarsi degli scrittori di viaggi, osserveremo che Mons. Cochin nel tomo secondo Voyage d'Italie. A Paris 1796 parlando di Pisa, scrisse: Les Portes en sont de bronze a bas reliefs, mais presque tous mauvais, et demi-gotiques; ils sont de Bonanne. Errore sì massiccio di cronologìa, e d' imperizia non essendo credibile in lui come amatore, ed artista, prova che egli scrivendo asserì talora ciò che non vide, o che la memoria perdette di quel che aveva veduto: lo confessa egli stesso nella prefazione dell' opera indicata. Il Sig. de La Lande in ciò non lo seguita, come fa in altre cose. Quali fossero le imposte della altre porte non gioverà molto di rintracciare.
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Accennerò soltanto (non valutando quel che dice il Baldinucci 142 certe porte di legno recate dai Pisani da Majorica) che il citato Roncioni contemporaneo all'incendio afferma, 143Ch' oltre quella fatta da Bonanno nel 1180 eravi altra porta di bronzo coll' intaglio di tutta la vita di N. S. in figure di argento; che fu donata nell'anno 1100 da Goffredo Buglione ai Pisani, i quali portarono la terza nell'anno 1114 dall' Isola di Majorica. Giovanni Villani 144 dice che tornata l' oste de' Pisani dal conquisto di Majorica renderon grazie ai Fiorentini, e domandarongli qual segnale del conquisto volessero, o le Porte di metallo, o le colonne di porfido, che avevano recate, e tratte di Majorica. Le Pitture a mosaico nelle lunette sulle porte laterali vengono attribuite dalla tradizione a un certo Filippo di Lorenzo Paladini. Nel soffitto dell' arco della porta destra per chi osserva sono scompartiti tre ritratti parimente a mosaico. Non volendosi interpretare a caso quello sotto posto agli altri con un berretto nero avente nelle pieghe una striscia di carta bianca,
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senza che alcuna lettera vi sia segnata, convien dire col Vasari, che alcuni pittori di quel tempo costumarono di ritrarsi in quella guisa. Negli altri due vestiti di rosso compariscono effigiati due Signori di Pisa, e forse col figlio Gherardo Jacopo d' Appiano, che con gran solennità prese possesso del suo governo in questa Primaziale. La cronologia può combinare col Mosaicista, il quale probabilmente della scuola di Vicino pisano non avea molto dirozzato la maniera.

2.3.5. PARAGRAFO 5. Interno scompartimento del Tempio e sue bellezze.

Lasciate per ora altre meritevoli osservazioni riguardo all' esterno, imprendiamo a descrivere l' intera parte di questa Basilica. Con proprietà, e con decoro porta essa un tal nome perché all' antiche Basiliche del gentilesimo, e dei Cristiani imitatori si rassomiglia, e perché tale diceasi allora quel Tempio ch' era di regio edifizio, e di singolar costruzione 145
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L'occhio dell'osservatore a gustare avvezzo l' eccellenza delle cose, resterà certamente colpito al primo aspetto di sì nobile, grave, ed ampia mole. Alcuni rapporti allo stile di quei tempi non impediscono, che una magnifica disposizione di parti da bella varietà elegantemente combinate desti l' idea di quella proporzione e simetrìa, che rende armonica, e piacevole un' opera di architettura. Speriamo che ciò venga approvato anche dagli ammiratori della sodeza dei Greci, che se quella onninamente qui non ritrovano, negar non possono, che una certa grandiosa bellezza non gli si presenti. Sorprendente è il numero, e la mole delle colonne, che sono di questo Tempio l' ornamento più ragguardevole pe' grandiosi peristilij, che da esse si formano. M.r Cochin così si espresse: L' interieur a de la beauté par la quantité des grandes colonnes de granit, dont il est soutenu, ce qui lui donne un air demi-antique, et demi-gothique. Tutte le colonne sono 208, settanta sono quelle, che si alzano dal piano a reggere le arcate della gran macchina. Essendo rotonde, e lisce fanno di se bella mostra; e così fatte le giudica Leon Battista Alberti più convenienti alla maestà d' un Tempio. L' altezza di loro non si può dar
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certa, e fissa in tutte egualmente: Perocché le 24 colonne corintie di considerabil mole, ond' è fiancheggiata la gran nave di mezzo sono per l' ordinario di braccia 17 compresa la base, e il capitello. Di braccia 14 è il fusto; e di 6 braccia, e un sesto è la circonferenza. Le altre minori sono alte per lo più braccia 13, e un quarto in tutto: anno il fusto di 10 braccia, e di 4 braccia, e cinque sesti la circonferenza. Tali dovettero esser messe in opera secondo che venivano da diversi paesi, o che si trovavano nella Città medesima, avanzi di nobilissimi antichi edifizj. Per altro no si distingue senza una particolare attenzione l'irregolarità dell' altezza di loro in un ordine istesso Un tal difetto dell' arte fu benissimo adombrato dalla maestrìa di Buschetto, mentre le dispose in maniera, che l' occhio a prima vista resta ingannato; e senza concepire disuguaglianza, dell' ordine, e della general proporzione si appaga. In prova di ciò egli è da notarsi particolarmente, che l' accortissimo Maestro con falsi attici sotto le basi, e con capitelli, e abachi alcune delle più corte ajutando le collocò verso le tre porte, dove appunto tali cose fanno minore impressione
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ai sensi, e meno s' incontrano nella linea visuale. Giova eziandìo di qui ricordare il modo facile, e maraviglioso, con cui Buschetto non men valente nella meccanica che nell' architettura seppe eseguire la difficile operazione di estrarle dalle navi, e d' innalzarle, e collocarle sulle basi. Di ciò fa indubitata fede il riportato epigramma Quod vix mille bovum ec., ed i seguenti versi nel primo elogio espressi:

105 Molis, et immense pelagi quas traxit ab imo
Fama columnarum tollit ad astra virum

Inoltre dal distico, che a questo precede:

res sibi commissas Tempi cum lederet hostis
Providus arte sui fortior hoste fuit.

si raccoglie, che Buschetto medesimo ne fu talora il condottiere (molto probabilmente dalla vicina Isola dell' Elba, le cui cave erano già da gran tempo aperte) superando con grande sforzo dell' arte sua gl' insulti delle barbare genti, che allora corseggiavano i nostri mari. Seppure il componitor dell' iscrizione non volle qui forse indicare, che offesa la nave in qualche porto; e pel grave peso affondatasi,
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convenisse al Buschetto estrar dal fondo del mare i commessi marmi, e recuperargli con somma industria. Sembra che letteralmente venga ciò indicato dalle parole,, pelagi quas traxit ab imo. A quanto sopra è forza di aggiunger nuovamente l'esposizione del pentametro

Et quod vix potuit per mare ferre ratis,

affinché vieppiù chiaramente si concepisca, che alcune colonne furono d' altronde condotte. Né andrem' lungi dal verosimile congetturando, che non solo se ne formassero dal granito della detta Isola allora soggetta al pisano dominio, e queste bensì in piccolo numero, come dalla disuguaglianza di loro, e da altre circostanze rileveremo in appresso, ma ancora, che qualcuna di esse, e parte de' tanti pregiati sassi si trasportassero da più lontani paesi. Non dovrà ciò recar meraviglia, come la recò a Gio. Lodovico Bianconi 146 perocché è molto facile persuadersi, che i Pisani quantunque fossero allora inclinati
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soltanto alle cure marziali, ed al commercio, e non all' anticaglie, potevano benissimo unire ai sempre verdi allori, e all' interesse loro questa per essi non indifferente, e gloriosa cura; e spogliando all' uso de' vincitori i luoghi ricchi, ed illustri anche delle pregevoli pietre, queste per soddisfare al concepito nobile pensamento alla patria portassero. È notissimo, che così fecero appunto altri popoli potenti, e vincitori. Lo fecero i Romani dopo d'aver trionfato de' Greci; i Saraceni nel VII secolo. secolo da Siracusa in Alessandria traghettarono opere di bronzo; i Veneziani nel mille dalla Grecia trasportarono colonne, ed altri preziosi marmi per il Tempio loro; e nel 1180. per opera del lombardo Architetto condussero le due grandi colonne, che poste sulla riva del mare alla piazza di S. Marco fanno decoro. Che il trasporto difficile di simili cose si potesse mettere ad effetto dai Pisani, non è da negarsi. Famoso emporio, e porto franco il più considerabile del Mediterraneo era Pisa in quel tempo, come noi a suo luogo narrammo portando l' attestato del Monaco Donizzone Poeta contemporaneo. Siccome appoggiati alle autorità di Strabone, di Lucano, di Virgilio, di Claudiano
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147 di Rutilio Namaziano, e di tanti altri vecchi, e moderni Scrittori dicemmo indubitata, e notissima la marittima potenza della Repubblica dominante, e intraprendente di lunghissimi viaggi per tutti i mari allora conosciuti. Dal che si può raccogliere, che espressamente ancora si costruissero in Pisa grossissimi legni, come si fece in Roma sotto Augusto, ed in altri tempi; e che in Lei fiorisse allora grandemente l'arte Meccanica, onde molti fossero gli Artefici capaci dell'esecuzione di tai navigli da carico, e da guerra, e di macchine militari da porvi sopra; ma di ciò daremo miglior' avviso nell' incominciar la storia dell' Arti nel sec. XII. Sul proposito dell' indicata opinione scrisse il Vasari nel suo Proemio, che fu questo Tempio ornato dai Pisani d' infinite spoglie condotte per mare, essendo eglino nel colmo di loro grandezza, da ben lontanissimi luoghi. Inoltre si legge nel nostro pisano
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accreditato Storico 148 Che nella fabbrica del Duomo fu speso grandissimo denaro senza computare molte cose maravigliose, che dai Pisani per arricchirlo portate furono da diverse parti del Mondo; e dove parla delle colonne, dice, che ne furono portate dall'Africa, e dall'Egitto, da Gerusalemme, dalla Sardegna, e dalla Sicilia ancora, che in abbondanza di marmi alla Grecia non invidiava 149 È ben vero però che se io per le indicate ragioni non seguito le tracce del sopraccitato Bianconi, e di altri, i quali invogliati soverchio di dare a Pisa la gloria di molti superbi edifizj romani quella già dichiarata le tolsero, intendo di non distruggere la prima opinione di loro anzi di valutarla, e di unirmi volentieri con i migliori Scrittori dell' istoria pisana conciliando, che la maggior parte di tali cose fossero ritrovate nella Città istessa celebre propter saxorum operaal dir di Strabone. La credenza d' entrambe le opinioni avvalorata viene dal numero considerabile, e per lo più disuguale delle colonne, che in ultimo come cosa ragguardevole accenno, e dal detto comunemente
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approvato, che la novità delle cose straniere sempre piace. E per portare un luminoso esempio, con tutto che nella Città di Roma non mancassero marmi di raro artificio si sà, che ne venivano d' oltre mare. Dicesi in fatti che varj membri architettonici di greco marmo scavati sotto il monte Aventino sulla spiaggia del Tevere, dove era il Porto, fossero lavorati in estero paese, e trasportati a Roma per servizio delle fabbriche rimaste imperfette per il devastamento dei Barbari. Attese le quali cose si può conchiudere con l' Alberti gran Maestro in Architettura, che non è più facile il decidere, se abbia più contribuito alla maravigliosa costruzione di questo Tempio l'ingegno, e l' artificio dell' Architetto, o lo studio dei Cittadini in raccogliere tante cose singolarissime, ed eccellenti, che saranno un eterno monumento di quanto amore portavan' eglino alle Belle Arti in tempo, ch' erano trascurate, o mal coltivate dalle altre nazioni. Ma la nostra narrazione seguitando egli è da osservarsi, che nella nostra fabbrica trionfa l' ordine corintio il più delicato, il più pregiato dai Greci, ed il più adoprato dai Romani nelle stupende opere di architettura: e n' è una prova il Panteon.
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Fa bellezza lo spartito della pianta disposta in proporzionata, e grata forma di croce latina. La parte più lunga è grandiosamente sconpartita in cinque navi da quattro eleganti ale di colonne rotonde e isolate; perciò si offre allo sguardo oggetto nobile, e grande, che fissa l' attenzione, e che riempie l' animo di stupore. La parte trasversa della crociata è a tre navi, e conseguentemente con due file di colonne. Nell' uno, e nell' altro braccio la nave di mezzo come più vasta delle altre molto si distingue. Un Tempio così decorato, e da Vitruvio distinto col termine tecnico di Deiptero, produce l' effetto, che passando l' occhio per gl' intercolonnj nasce nei sensi una illusione meravigliosa, e insieme dilettevole tanto per la varietà degli oggetti, che ad ogni passo si presentano, quanto per la maggior grandezza, ed estensione, che si concepisce. Non sono così frequenti le Chiese d' Italia, che sieno adornate, e sostenute da sì gran copia di colonne giudiziosamente disposte. Convien dunque dir di Buschetto, che non paventò l' ingegno all' alta impresa. Or la qualità esaminandone: se ne contano 56. di granito, e 14 di marmo. Le 24. grosse colonne sono per lo più di granito nostrale, cioè di quello dell' Isola
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dell'Elba, e del Giglio, che fu molto stimato dai Romani per la sua saldezza, e perché prende buon pulimento; se ne adornarono le Chiese più grandi fralle quali il Duomo di Ravenna nella sua tribuna, il S. Giovanni di Firenze, ed in parte la gran Rotonda di Roma. Fra i pregiatissimi graniti orientali sono di bella sorte la maggior parte delle colonne, che reggono le due navate poste sulla sinistra di chi entra per la regia porta. Elleno sono di granito rosso egizio, di quella bella pietra onde gli Egiziani per lo più i celebri obelischi formarono che accrescono tanto ornamento a Roma. Infatti dimostrano essi chiaramente le parti rosse, o sia il feldspath di colore rosse distinto dalla mica nera ; ed in qualche pezzo, che restò meno offeso dal fuoco, lustrate si conservano. Di granito bigio orientale sono altre colonne, e quasi tutte quelle dell' ordine che resta sulla sinistra verso la Cappella di S. Ranieri; e queste hanno la superficie con macchiette bianche, e nere, ma di un nero che dà in verdognolo, simile alla pelle delle serpi 150 Dal pulimento, che anche in alcune
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parti di queste colonne si conserva, si può raccogliere, che tutte le orientali dovettero essere lustrate avanti l' incendio, che per tal conto tolse una maggior bellezza alla fabbrica. Or se il pulimento no si può adesso restituire, meritano per altro dei decorosi restauri, e non quegli di rozza calce, che in alcune benchè piccole parti le disonora. Fra le 14 colonne di marmo alcuno sono di misto di Seravezza, quattro di bardiglio, una di cipollino, ed altre sono vagamente brecciate; fra queste il Targioni 151 ne trova alcune di marmo numidico, o sia breccia affricana. Le due colonne striate, una a fronte dell' Altare della Madonna detta di sotto gli organi, e l' altra poco distante nella medesima fila hanno le strie proprie del fusto corintio sulla greca norma; siccome greco è il marmo dell'Isola di Paros, che tale alla patina ed alla grana si dimostra. Quella gran colonna di ricontro all' Altare dei Dottori non è di diaspro, o di altra pietra dura, come fu da molti tenuta, a di un bel marmo misto da molte parti rosse, e gialle divisato. I capitelli son tutti di scultura, o corintj, o compositi. Ma perché la maggior
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parte sono corintj, e per conseguenza meglio proporzionati alla colonna una maggiore sveltezza producono, e danno leggiadra forma alla simmetrìa. Egli è bensì vero che tanto gli uni quanto gli altri mostrano gran finezza d'intaglio. Alcuni modani di scultura son per eleganza pregevoli. Questi, ed altri disuguali membri architettonici, frantumo di raro antico edifizio furono propriamente scelti, perché relativi sono alla magnificenza della fabbrica, e con gran riflessione, ed intelligenza adattati. Da ciò si raccoglie, che se Buschetto non potette felicemente porre in effetto l'euritmìa consistente nell'unità, e nella varietà, ne intese però la forza; e ricercò maravigliosamente per quell' età l' equilibrio delle parti, onde ne risulta la sodezza, e la solidità della fabbrica. Il Vasari architetto, e pittore intelligente su tal proposito così si espresse nel suo Proemio, Fu grande il giudizio, e la virtù di Buschetto nell' accomodare sì fatte cose tutte disuguali fra loro, e nel far lo spartimento della Fabbrica dentro, e fuori molto bene accomodata. Anche nei tempi più barbari un certo Daniello architetto, perché con prodigiosa unione abbellì di tali differenti marmi la celebre Basilica di Ravenna meritò l' elogio, che di lui scrisse Cassiodoro
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Segretario del Re Teodorico Mecenate delle Arti fra i Goti. Fu certamente portentosa l' arte di alcuni pochi Architetti di quei tempi, mentre nell' accozzare molti disuguali membri, da tanti adoprati a caso, e senza decoro, conservarono la proporzione, riguardandola, come ella è difatti, per il principale ingrediente della bellezza dell' Architettura. Quantunque è altresì vero, che gli Edifizj di antica buona maniera, poiché no si distrussero affatto, dettero sempre norma agli Architetti di qualche buon senso, attesa la facilità nell' imitar con misure le parti architettoniche, il che nella Pittura, e nella Statuaria non accadde. Avendo noi molto parlato di un tale ingegnoso accozzamento di parti, sembra anche proprio il ricordare che fu già costume fino dei primi Cristiani di erigere le Chiese di rottami delle opere del Gentilesimo, da loro medesimi barbaramente distrutte. Roma moderna dà prova dell' uso, che quivi si fece degli antichi avanzi fino dai tempi di Costantino. Per la Basilica di S. Paolo furono tolte al gran Mausoleo di Adriano le colonne onde formarne quella pregiata selva che tanto l' onora; e l' arco medesimo di Costantino portando superbi ornamenti del più vetusto arco di
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Trajano, mostra il confronto dell'Arte cadente. Di ciò scrivendo l'erudito antiquario Winckelman 152 Commenta la Chiesa rotonda di S. Costanza presso quella di S. Agnese, detta volgarmente il Tempio di Bacco; ed ivi dimostrando le basi, e i capitelli ineguali fra loro convince di errore il Ciampini 153 Il quale intende, dalla proporzione delle parti specialmente di provare, che fosse anticamente quella Chiesa un Tempio di Bacco. Un tal costume fu ancora fuori d' Italia. Per esempio la Cattedrale di Cordova, anticamente Tempio di Giano, quindi Moschea presso i Mori, fu ornata ne' tempi barbari dopo l' irruzione dei Longobardi, e degli Arabi di quel gran numero di colonne la maggior parte milliare. Inutil cosa non sembra di passare ad accennare che dopo il mentovato incendio di questo Tempio per opera in ispecie di Cosimo Cioli Intagliator fiorentino 154 si fecero nell' anno 1604. considerabili risarcimenti, come si ricava dall' antico codice
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lettera L. nell'archivio capitolare. Veglia nel medesimo la notizia, che nel cambiamento di alcune colonne, nel 1597 quattro grossissime furono condotte dall' Isola del Giglio per la navata di mezzo; che Andrea Sandrini, e Pasquino Parducci si obbligarono di mutare otto colonne nella gran nave suddetta; e che le altre quattro vennero dall' Isola dell' Elba per la somma di scudi 520. compresa l'opera di appuntellar gli archi, di che tuttavia si vedono i segni. Le notizie stesse vengono confermate dal codice 92. cl. 37. della Biblioteca Magliabechiana col di più, che rimase una colonna nell'Isola del Giglio sulla spiaggia del mare, la quale alcuni raccontano d' averla veduta. È altresì noto, che nell'Isola dell' Elba nel Territorio di Campo alcune colonne intere sul lido esistono tuttora nelle quali è scritto Opera Pisana. or se accenniamo la spesa occorsa nelle 8. suddette grosse colonne ascendente a scudi 9177., come nel codice num. 366. cl. 25., e se narriamo che altra ne occorse di scudi 2096 per 8. colonne mezzane, intendiamo di far sempre più comprendere, quali innumerabili spese furono fatte nella restaurazione, e quanto un Sovrano della Real Casa de' Medici si mostrasse degno de' suoi maggiori col non aver risparmiato
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denaro, e cura per rendere a Pisa uno de' suoi più magnifici ornamenti. A queste notizie quella si aggiunga ce Raffaello Roncioni coetaneo scrittore asserisce che le principali colonne soffersero il danno del fuoco, fralle quali sette di granito orientale tenevano il primo luogo. Né si taccia la memoria esistente nel sopracitato archivio, che una delle colonne di granito orientale levate dalla crociata dopo l' incendio fu ridotta al di fuori sulle gradole per sostegno dell' Urna, ch' or più non sostiene ; onde da tutto ciò si raccolga, la quantità maggiore dei ricchi marmi, e de' graniti stranieri avanti l' incendio, e la probabilità maggiore delle due conciliate opinioni. Ha il suo gran pregio il vasto pavimento di tutto il Tempio. Sotto la cupola è a opera musaica di rare pietre intersiato; nelle altre parti è tutto nobilmente coperto nelle altre parti è tutto nobilmente coperto di lucide pietre di marmo bianco ordinatamente divisate da liste di marmo ceruleo. Egli è molto ben conservato ; e si rende egualmente stimabile se sia pario il marmo o lunense, perché l'uno e l'altro si eguagliano in pregio secondo i seguaci del sentimento di Plinio 155
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Il soffitto delle maggiori navate è intagliato in legno a rosoni, e di oro riccamente coperto. Comparisce in esso uno dei considerabili restauri dopo l'incendio, perché prima era di tavole dipinte, come si raccoglie dalle suddette memorie nella Biliot. Magliab., dove nel codice num. 17. cl. 25. è descritta la forma, e lo stato del Duomo avanti il fatale avvenimento. Le navi laterali sono con volte, ornamento stabile; e decoroso di un Tempio; Son condotte di sesto acuto conforme voltano gli archi, uso che ne' due secoli posteriori fu generalmente praticato. Al disopra delle dette volte gira un loggiato, o gallerìa d' intorno a tutta la fabbrica sullo stile delle antiche Basiliche. Quivi è di già noto, che presso i Gentili si radunavano le femmine, e gli uomini ad ascoltare le arringhe dei giusdicenti; e che presso i primi Cristiani le sole donne consacrate a Dio per assistere alle funzioni sacre v'intervenivano 156 Divide la gallerìa suddetta una fila di pilastri di marmi bianchi, e turchinj, e di colonne di varj marmi, e di graniti, che corrispondono
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appunto sull' altre sottoposte, e che sostengono il tetto delle minori navate. Altra simile a confronto ne comparisce nella muraglia della gran nave, il cui partimento in tante arcate aperte, quante sono al di sotto è molto proprio all' uso dei portici superiori. Quest' ordine, che volentieri denominerei un attico continuo, nel concedere la vista delle interne logge fa che maggior grandezza si concepisca; e simmetricamente ricorrendo esso sopra la cornice corintia intorno a tutto l' edifizio sembra bene ideato per giovare alla grandezza delle sottoposte colonne, e per togliere l' odiosità dell' altezza dalle prime arcate al soffitto. Dobbiamo in questo luogo notare, che le colonne poste nel mezzo di ciascun vuoto dell'attico suddetto venendo a piombare sul centro del grand'arco di sotto contro le buone regole architettoniche non tolgono lode alla fabbrica, come può sembrare a taluno; e dovrem' dire sciolti d' ogni pedantesca affettazione, che se tal cosa non è lodevole ad imitarsi, nemmeno nel caso presente disgusta l' occhio, e molto soffribile si rende in un' opera di quell'età: tanto più ce le colonne compariscono in buona proporzione, e atte al puro abbellimento di quel vacuo. Quest' ornato in foggia più sottile andò molto in moda
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ne' due secoli posteriori. Un tal ordine poi fu praticato sovente nelle antiche principali Chiese, dove la costruzione, e il comodo de' portici superiori lo ricercava. Vedesi tutto a colonne nel Tempio illustre di S. Sofia di Costantinopoli 157 d'onde il Martini supponendo greco Buschetto congetturò, ch' ei ne trasse il pensiero. Comparisce in oltre in S. Marco di Venezia, e nel S. Giovanni di Firenze, dove tal quale, e con ornamento simile ricorre sul primo elegante colonnato. Questo Tempio però quantunque abbia certe variazioni di buon gusto (ciò che lo fan credere eretto non a bei tempi di Augusto, ma in quelli di Valentiniano) vien generalmente stimato, e diè norma al Brunellesco. Benché in questa superior parte comodamente non si passeggi per non essere tutti i pavimenti smaltati, ciò che sembrerebbe decoroso, e necessario, tutta volta ella merita, che vi si ascenda ad osservare più dilettevoli cose. Son' elleno di fatti la bella vista della grandiosa fabbrica, che in diversi punti grata si mostra, le pitture a fresco del Coro, i bassi rilievi antichi
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di Giovanni Pisano scompartiti nel parapetto del corridore sopra le tre porte, di che parleremo in appresso, e alcune colonne di un bel granito bigio orientale, o granitello egizio lustrato, ed altre di marmo greco scannellate. I capitelli sono per lo più jonici antichi; e possono interessar l' Amatore quegli non solo che alludendo addirittura all'invenzione di Callimaco, mostrano fralle foglie l' intreccio del canestro, ma quegli ancora composti di quattro cicogne, e suoi vilucchi, o di quattro soli animali, or di grafi, e di civette, che furono il vero simbolo di Pallade, ed or di scimmie, strano oggetto del culto di greca gente in Africa 158 d'onde è facile, che i Pisani ne facessero il trasporto. L'istessa osservazione potrà farsi in alcuni antichi capitelli sovrapposti alle grandi colonne delle navate. Le quali cose vogliono alcuni Antiquarj, che non sempre siano indizj di egiziano, ma talvolta di etrusco antico scalpello, perché non sempre gli antichi Etruschi usarono quell'ordine, che prese da loro la denominazione, ma molti simili generi di capitelli alle colonne adattarono.
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Dove s'incrociano le due braccia dell'edifizio s'innalzano da terra quattro piloni a sostenere la gran cupola di forma ellittica. Due delle grandi arcate, che voltano sopra di essi, cioè l'orientale, e l'occidentale essendo aperte, e vuote fino alla sommità loro mostrano del Tempio il prospetto più magnifico, e dilettevole a colpo d'occhio. Le altre due, meridionale, e settentrionale occupate restano dalla comunicazione delle descritte logge. Più di 100. finestre piccole, e strette (cosa difettosa) con vetri per lo più coloriti, portano debil luce alla fabbrica. Un tal uso fu praticato è vero nelle Chiese dei primi Cristiani per rendere il luogo più atto al raccoglimento; e lo fu presso i Gentili ancora, perché non si divagassero con la mente queglj, che attendevano ai sacrifizj. Ma Leon Batt. Alberti, di certi vani di finestre troppo angusti parlando, dice, che loderebbe grandemente, che il di dentro dei Tempj non fosse malinconico; e noi goderemmo altresì, se dal nostro si togliessero affatto i vetri tinti, che tramandano scarsa luce, e che se ne introducesse una maggiore per render più chiare, luminose, e godibili le rarità, che doviziosamente l'arricchiscono.
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Per dare una certa norma delle essenziali misure dello spaccato, avendole ritrovate non simili in varj scritti, non ho ricusato la fatica di riscontrarle io stesso, e sono le seguenti. Tutta la lunghezzza dalla soglia della porta maggiore alla parete della tribuna è braccia fiorentine 165., e piedi di Parigi 293 e un terzo. La larghezza totale delle cinque navate è braccia 55 e mezzo, e piedi 98 e due terzi 159 La larghezza della sola nave di mezzo è braccia 22. L'altezza della medesima è braccia 57. Misura della crociata trasversale: Tutta la lunghezza è braccia 123 e mezzo comprese le tribune. La larghezza da muro a muro è braccia 29 e mezzo. La larghezza della sola nave di mezzo è braccia 13. Il giro interno, e l'area sulle date misure valuteremo, se non che la maggior lunghezza non più si considera dell'indicate braccia 165 ma di 162 presa da muro a muro.
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Tutto il giro è braccia 551 in circa, mentre i cerchi delle tribune e impediscono l'esattezza. L'area del braccio dritto della croce è 8570 braccia quadre. L'area del braccio traverso, defalcata l'incrociatura, è braccia quadre 1765 160 L'area totale è braccia quadre 10335. Le mura, che lateralmente chiudono l'edifizio sono scompartite da dodici pregevoli Altari, che corrispondono ad ogni terzo intercolonnio. Fra un Altare, e l'altro sono pilastri incastrati dirincontro alle colonne con i capitelli composti, e colla cornice, che fa il giro di tutto il Tempio. Questo spartimento, che maggior vaghezza otteneva dalla migliore scelta del marmo venato di Carrara, fu fatto sull'idea nobile in gran parte eseguita di vestir riccamente i vacui, che ne risultano, di pitture a olio sulla tela prodotte da valorosi pennelli, come andremo divisando in appresso. Qual decoro resulterebbe proprissimo dell'arte se gli accennati pilastri dassero contezza delle basi di loro, e se ricorresse intorno un qualche sodo marmoreo imbasamento piuttosto,
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che un ingombro di oscuri sedili, i quali per quanto siano bene seguiti, sono piccole cose in paragone alla grandezza di una Chiesa colossale. I nominati Altari son tutti di un bel marmo lunense. Furono rinnovati dopo l'an. 1500. La tradizione ascrive il disegno della più parte a Michelangiolo Buonarroti bastantemente rinomato Professore delle tre Belle Arti, che dal disegno han vita. Lo Scultore Stagio Stagi da Pietrasanta vi adoprò i suoi valorosi scalpelli, e vedrem'alcuni per esso di sopraffino intaglio abbelliti. Giorgio Vasari perch'ogni altra citazione si ometta, fà chiaramente attestato, che quando Perino del Vaga lavorava in Pisa, che dovette essere circa al 1540, Stagio Stagi aveva incominciato l'ordine delle nuove cappelle di marmo 161

2.3.6. PARAGRAFO 6. Opere di Pittura, Scultura ec.


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Volendo noi ordinatamente descrivere, e mostrare tutte le rarità, che a opera di tarsia, e di musaico, e che in marmo, e in tela distinte fastosamente nobilitano la nostra Primaziale, se ne prenda un regolato giro nella seguente forma. Dalla regia porta sulla destra volgendo si presentano due depositi 1.° Il primo è dell'Arcivescovo Matteo Renuncini fiorentino, che ricco di meriti fu inalzato all'Arcivescovado di Pisa nell'anno 1577., come attesta l'Ughelli, e che morì nell'anno 1582 come si legge nell'inscrizione riportata dal P. Mattei 162 Il lavoro, se non è del tutto di Pietro Tacca (come scrissero alcuni) celebre Scultore
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fra gli scolari di Gio. Bologna, opera sua è certamente il Cristo di bronzo di un bel getto, e di bene intesa notomìa. 2.° L'altro deposito appartiene all'Arcivescovo Francesco Frosini, che dalla vescovile dignità della Città di Pistoja sua patria fu inalzato nell'anno 1702. a questa di Pisa sotto Clemente XI, e sotto Cosimo III Gran-Duca di Toscana. Riportata pure dal Mattei è l'iscrizione in cui si legge, che questo Prelato aveva già fatto fare il deposito molto tempo avanti la sua morte. Il marmo tanto nei lavori di quadro, quanto nei bassirilievi fu scolpito da un certo Vaccà Scultore di Carrara. Nell'uno, e nell'altro sepolcral monumento oltre il venato di Seravezza, il nero, e il giallo di Portovenere e le lucentissime breccie, tenute da alcuni per diaspri di Sicilia, si distingue lo statuario lunense, l'alabastro cotognino, ed il bellissimo nero detto da alcuni pietra di paragone, da altri nero orientale, o nero antico come il più morato di tutti 163 E' da dubitar per altro, che egli sia nostrale dei monti di Prato, o di quegli di Carrara, dove si cava una bella qualità di nero, 164
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che in molte casse, e ne' mausolei fu adoprato 3.° Un gran Candelabro di bronzo qui d'intorno inalzato porta scolpita nella base di marmo la seguente iscrizione:

ALEXANDER TIBANTEUS PISANUS
JOANNE PATRE VIRO NOBILI PATRIA FRANCO
PIETATIS ERGO DEO DICAVIT ANNO 1600

4.° L'Immagine di N. S. dipinta a fresco nel pilastro sembra alla durezza dello stile un avanzo del decimo quarto di secolo, quando in questa Chiesa secondo il Baldinucci 165 dipinsero alcune tavole Bernardo Nello di Giovanni Falconi pisano amico di Bruno, e di Buffalmacco, e Tommaso di Stefano detto Giottino, come imitatore dell'opere di Giotto. 5.° Il primo Altare architettato con soda e semplice maniera, se manifesti l'indicato stile michelangiolesco non oso decidere, mentre la purità dei membri delle cornici, e dei profili quasi indicherebbe quello del Vignola. Negl'intagli de' marmi comincia a comparire il buon gusto del nominato Scultore da Pietrasanta. La bella
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tavola, dov'è effigiata la Madonna in mezzo alle Sante Vergini escì dal pennello di Cristofano Allori fiorentino detto il Bronzino, perché figlio di Alessandro, il quale ebbe parimente un tal soprannome come discepolo, e nipote di Angiolo Bronzino. Che questo Pittore affezionato alla maniera del Cigoli, e del Pagani, e imitatore nello stil della grazia del prodigioso Correggio mostrasse un ottimo gusto, e si acquistasse luogo fra i più accreditati Professori di Pittura, che fiorirono sul principio del secolo passato nella scuola fiorentina, si rileva competentemente da questa opera sua. Comparisce in essa il robusto colorito lombardo: le figure hanno del grande, sono svelte, e di bei panni vestite: quella della Madonna nobilmente atteggiata signoreggia sovra le altre, e nel grembo di lei siede un leggiadrissimo putto. Le teste impastate con somma morbidezza mostrano una bell'aria, e la mostrerebbero anche di più, se si togliesse loro l'insipido ornamento delle corone. Per sodisfare all'osservazione, che verrà fatta dagli' intendenti, di alcune parti non finite, né corrispondenti alle prelodate diremo, che questa tavola restò imperfetta per la morte di Cristofano, e che fu poi terminata nell'anno 1626 da Zanobi
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Rosi suo scolare, il quale terminò eziandìo altri suoi lavori rimasti imperfetti 166 Noteremo altresì che non deve attribuirsi al Pittore la mancanza di quel primo fiore di fresco colorito, ma bensì al savio conservatore del quadro che circa a trent'anni sono sacrificò lo sventurato al guasto di cattivo ripulitore. Il primo degli spartimenti da noi poc'anzi divisati ci offre una gran tela da Antonio Cavallucci colorata. Se d'essa favellar non potemmo nella prima edizione di quest'opera perché l'Autore pochi anni prima della sua morte in Roma la fece, or ne diremo che alla mancanza del bello ideale nelle figure supplisce la proprietà del carattere, e che l'effetto del rilievo, il morbido impasto delle carni sul tinto chiaro campeggiando trionfano Che alcuna figura introdotta non sia senza cagione analoga al fatto del vestimento di S. Bona, egli è un bel requisito. Tali prerogative apparendo non false, e molto superiori ad alcune parti poco felici, ed a qualche
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difetto non disgustoso per altro, come dimostrar si potrebbe, sembra ch'abbia ben dritto di piacere questa Pittura de' giorni nostri, come piace agli amatori di pendanterìe scevri, ed al volgo. Il contiguo spazio fu ricoperto sullo spirar del 1787 di simil tela che Domenico Corvi accreditato Pittore della scuola di Francesco Mancini poco innanzi all'estremo suo giorno in Roma condusse. Se nell'altra edizione l' altrui sentimento esporre dovemmo, or presente l'oggetto diremo, che la figura di S. Ubaldesca ha conveniente attitudine, buon garbo di panneggiamenti, ed espressione, ma non rara ai giorni nostri. Tutto il dipinto trattato col lume di notte risquota dal conoscitore di tal modo di dipingere le adeguate riflessioni. 6° La Tavola del seguente Altare, detto dei Dottori, è opera del celebre pannello di Francesco Vanni, che fiorì nel XVI. secolo., e di cui in Città di Siena, madre feconda dei bei talenti nell'arte, più eccellente Dipintore non vantò mai. Il conoscitore esperto, che abbia molte belle opere di lui osservate (mi si conceda di rammentar quella in lavagna unico quadro originale frai grandi in S. Pietro di Roma da me più volte, e sempre con
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sorpresa veduto) potrà conoscere in questa lo stil suo barroccesco, per cui ebbe particolar genio, ed onde formò la bellissima sua maniera ricca di contorni in ordine squadrato, e vero, di un bel carattere di mani, e di teste, e di un vago colorito. Questo nella grazia, e nelle pastose tinte dei tre putti viene abbastanza indicato; e la testa del S. Tommaso per viva si distingue. Si rende notabile la figura in atto di scrivere, che riceve il lume opposto a quello del quadro. Ella è attribuita ad Annibal Carracci gran Maestro della scuola bolognese, giusta la seguente storia, che io non garantisco per vera. Dicesi, che questo valent'uomo si portò a visitare il Vanni; e che mentre lo stava attendendo dipingesse la suddetta figura con tal sollecitudine per riescire nell'amichevole scherzo, che non pensò a ricercare il lume del quadro. Ad un tale racconto avran prestato fede gl' intendenti allorquando dal fatto se ne poteva dedurre una prova; ma ciò non accade al presente per causa del deterioramento della figura, la cui mano reggente il libro è un cattivo ritocco d'inesperto restauratore. E poiché questi sul quadro tutto l'ardita man'distese, molta ragione avrem noi di dolerci che le migliori
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opere de' più insigni Maestri o dalla incuria de' possessori o dall'ingiuria del tempo offese, destinate siano a cader sovente nelle mani di coloro, che lungi dal conservare anche quel poco che la fortuna ha rispettato in esse contaminano tutto di mala maniera, ond'altro che l'imperizia, e la presuntuosità loro non apparisce. 7° Nello spazio contiguo s'incontra il gran Quadro, che ci rappresenta la traslazione del Corpo di S. Guido pisano. Ne fu il dipintore Gio. Domenico Ferretti di Firenze, che ha fiorito in questo secolo, e che fu scolare di Gio. Giuseppe dal Sole bolognese. Egli è tinto con ispirito; e alcune vesti sacre nel franco maneggio dei lumi, e delle ombre mostrano fantasìa pittoresca. Il tutto insieme però, e massimamente alcune figure un po' trascurate, o mal disegnate fanno sì, che questa debba cedere ad altre opere, che il Ferretti fece per Bologna, per Firenze, e per Pisa ancora, come a suo luogo diremo. 8° La rappresentazione del gran quadro, che veste l' altro spartimento dimostra, quando Eugenio III. S. P. celebrando alla presenza dei Legati Vescovi greci, ed armeni fu colpito in fronte dal divin raggio, in mezzo al quale apparvero due candide colombe. Questo soprannatural prodigio
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osservato da uno solo degli astanti Vescovi (dice le storia) bastò a disciogliere il dubbio insorto sul rituale della Messa fra la greca, e l' armena Chiesa. Egli merita lode sì nella parte istorica, che nella pittoresca. Si trova nella prima una rigorosa osservanza del costume, e questa principalmente negli abiti convenienti de'Vescovi Armeni; si distingue la seconda nella bene ideata composizione, nel disegno, e nel maraviglioso effetto del riposo, come pure nello sfuggimento delle parti, che produce un largo notabile, e fà sì che nella piana superficie la vista s'interni. In fatti il gruppo della femmina voltata in ischiena, e del grazioso e ben atteggiato putto situato nelle prime linee del quadro in una massa di ombre, allontana mirabilmente gli alti oggetti. Queste, ed altre ordinate parti spiegano bastantemente il genio felice dell'Autore Go. Battista Tempesti pisano, a cui debbo saper grado di quel poco che negli anni miei giovanili appresi nella difficil arte del disegno 167 Nell'ara appresso un'opera di pittura in tavola porta speciale attenzione come derivante
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da uno dei primi pannelli, n'ebbero fama in quel secolo, quando l'Arte risorta si perfezionò in Italia; e tale essendo giust'è che l' autore, il significato, ed il pregio se ne produca. L'Autore fu Andrea del Sarto fiorentino bastantemente noto nella storia dell'Arte, perché io non ne descriva il carattere. Figurata in essa è la Madonna assisa in alto, e luminoso luogo, sostenente con molta leggiadrìa di posizione il divin Figlio, che al vivissimo volto porta insegne di amore. Ai fianchi del trono son situati due fanciulli bene intesi, e di forme semplici, e molli, che uno ha la figura d'Angelo, l'altro di S. Gio. Battista. Ordinate più abbasso sù confini del quadro sono le immagini di S. Francesco e di S. Bartolommeo; quella di S. Girolamo è in prima linea genuflessa. Una tal composizione quasi spogliata della vecchia freddezza può francamente annoverarsi fralle migliori di quella età. Le tinte mostrano passabilmente il natìo loro splendore, abbenché il quadro in addietro molto mal tenuto sia stato sovente in qualche piccola parte restaurato. Questo lavoro ch'è fragli ultimi di Andrea sarebbe al giudizio di chiaro Scrittore uno dei migliori di lui come lo furono i primi del Pontormo; ma l' esser'egli stato terminato
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da altra mano fà contro l'opinione. A questa ascriver volentieri potrebbesi la figura del S. Francesco. Ella è ben condotta nella testa, nelle mani, e nei piedi, ma priva è di quella agilità non sempre osservata da quei primi Maestri; siccome non dà contezza della sua posizione, quantunque le regole della prospettiva generalmente nel quadro trionfino. Giorgio Vasari scolare del medesimo Andrea ne somministra l'istoria nella vita del Sogliani in questi termini. E perché egli (cioè il Sogliano) si era acquistata molta grazia fra' Pisani, gli fu dopo la morte di Andrea del Sarto dato a finire una Tavola per la Compagnìa di S. Francesco di Pisa, che il detto Andrea lasciò abbozzata. Soppressa una tal Chiesa nell'anno 1785. il pittoresco lavoro fu destinato da Pietro Leopoldo ad aggiunger decoro a questo celebratissimo Tempio. 9° Il seguente Quadro grande rappresenta il B. Pietro Gambacorti pisano in atto di supplicare Urbano VI. per l'approvazione del suo Istituto. Fu fatto in Roma da Sebastiano Conca di Gaeta, che fu allievo di Francesco Solimene, ed uno dei migliori Professori del secolo presente nella bell'Arte della Pittura. Si può dir questo lavoro con buon ordine pittoresco eseguito, e forse più studiato sembra nell'imitazione
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della natura, che nella buona scelta del bello ideale; mostra qualche grazia nei composti, e vivezza in alcuni volti come in quegli de' due soldati sull'estremità del quadro. Trionfa l'Eroe, che all'occhio senza fatica si presenta, e la gloria ha un bel partito di luce, che dà il brio, e l'anima a quel silenzio, ond'è tutto il quadro condito; ciò che sovente più che un abbaglio di tanti lumi alletta. 10. Nella gran tela dell'altro reparto Francesco Mancini di S. Angiolo in Vado scolare del celebre Carlo Cignani, seguitò l'istoria del medesimo B. Gambacorti, allorché instituisce l'Ordine. L'uniformità delle tinte, e quel tuono generalmente cenerino di un debol colorito lo rende, ma non gli toglie il pregio di aver buoni contorni, e di essere con facilità dipinto. 11. Ne segue l'Altare detto de' SS. Martiri Gamaliele, Nicodemo, ed Abibone, i corpi dei quali giacciono nell'urna di marmo, come accenna l'inscrizione quivi scolpita. Questo prezioso dono del Patriarca 168
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e del Re Gottifredo portarono i Pisani con molte spoglie dall'assedio di Gerusalemme. Paolo Tronci riporta l'inscrizione hoc in Sarcophago ec. il cui originale in tavola si ritrova in una delle stanze dell'opera; accenna in oltre, che sotto la mensa ancor oggi si vede l'istessa Tomba, al presente dall'ornato moderno ricoperta, entro la quale i detti Santi furono trasportati da Gerusalemme. L'inscrizione, che vi si leggeva è scolpita all'esterno nel fianco dell'Altare non troppo fedelmente, per quanto mi asserì persona di tali cosa bene informata. Ella è in questi termini, ed è prodotta dal Gori.

115HIC OLYMPII QUATUOR QUISCENT
AVUS, PATER, FILIUS, NEPOS
JAM PLENU EST NON MOLESTOR
AUT MALO MEO ET MEORUM.

Porgono gli scritti maggiori prove, che quest'Altare fosse eretto col disegno del sempre celebre Scultore Michelangiol Buonarroti. Alla mancanza del gusto dell'architettonica
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struttura supplisce il pregio del ricercato, e sopraffino lavoro d'intaglio; e di esso la più intenta osservazione sarà di non ordinario piacere alle persone di buon gusto, e di utile agli studiosi, e dilettanti di sì nobil facoltà. Lavoro di greca mano esperta potrebbe egli agevolmente sembrare, se le contemporanee memorie, e le tempre di esso chiare per la cognizione e pel confronto non ci assicurassero, che fu mirabilmente condotto dal rammentato Stagi da Pietrasanta. Non men ch'il Civitali, che per un certo istrumento poc'anzi nominar dovemmo, e che nella statuaria ben esperto nelle Cattedrali di Genova, e di Lucca per noi si distinse, niuno dei moderni pareggia il nostro scultore nei capitelli, nelle cornici, e nelle fregiature. Ell'è particolare la diligenza di scalpello onde son'ivi introdotte maschere, che non esagerando sembran gettate, uccelli, ippogrifi, ed altri mostri, e figurine ideali, fogliami sottilissimi, e quanto di bizzarro un greco, o un antico romano Artefice inventasse giammai. Il mezzo rilievo di marmo bianco statuario è circoscritto dall' architettura dell' Altare. Se altri non lo riputarono degno di memoria, e se qualcuno dell'Autor dubitasse, il Borghini lo additò chiaramente
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scrivendo nel quarto libro del suo riposo: Le prime figure, che facesse di marmo Bartolommeo Ammannati furono nel Duomo di Pisa a una sepoltura di corpi Santi, un Dio Padre con alcuni Angeli di mezzo rilievo. Nel piedistallo sinistro per chi osserva sta scritto: OPUS FACTUM AN. SAL. MDXXXVI. MENSIS JANUARII. 12. Entrando nel sinistro braccio della croce trasversale si trova nel primo Altare sulla destra una bella Pittura in tavola, dove la Madonna col Bambino siede in alto soglio attorniata da più Santi, fra' quali S. Gio. Battista, S. Giorgio, S. Francesco, e S. Barbera. Ella viene attribuita a Gio. Antonio Sogliani accreditato Pittore fiorentino, ed imitator felice delle opere del gran Maestro dell' Arte F. Bartolommeo da S. Marco. La figura di S. Pietro, il tinto di alcuni panni, ed altri pochi attributi ne indicano lo stile. Ma se lo sguardo io volgo al gruppo delle due principali figure, le più graziose di tutte: se la cera de' volti, l'andamento della natura, il giro della testa del Bambino, ed il piegar delle vesti ne osservo:
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se l'atteggiamento ammiro de' sovrapposti due putti, alcune proprietà del S. Giovanni, e di una delle Vergini genuflesse, la sveltezza, e il colorito più castigato, e semplice, che non usò altrove il Sogliano, abbraccio volentieri il sentimento di Cochin, e di altri eruditi viaggiatori, agli occhi de' quali il far grazioso di Raffaello in quest'opera splendette. Né fia mal fondato il mio, e l'altrui parere; perocché con gl'impulsi del genio molto concorrono le memorie di questo Archivio Capitolare, il componitore dell' elogio del Sogliani nel quarto tomo degli Uomini Illustri 169 e la tradizione in somma, ch'egli oltre avere eseguito per questa Chiesa due quadri rappresentanti la Madonna con più Santi, altro ne terminò sul medesimo soggetto incominciato da Perino del Vaga. Ognuno sa, quanto sì eccellente artefice imitò la maniera del divino suo Maestro, affinché ne tragga l'enunciato pensiero. E se il Vasari, e Raffael Borghini contemporanei parlando di questa tavola nella vita di Pierino non dichiarano, che fosse cominciata da lui, ci assicurano per altro, che gli fu commessa dall'Operajo, come
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meglio dovrò in appresso accennare; ella è poi notabil cosa che tanto in ambedue i citati Scrittori, quanto nel libro lett. L. del detto archivio, dove nominatamente si fa menzione di quest'opera di pittura, ella si dice soltanto terminata dal Sogliano. Conchiudasi finalmente, che la nostra tavola mostrando la mano di due bravi artefici Pierino del Vaga , e Gio. Antonio Sogliani tiene un rango molto distinto, e lascia dietro di se quasi tutte le altre, che adornano gli Altari di questo Tempio. Ella fu tenuta giustamente in pregio anche dal Gran-Duca Cosimo. In prova di ciò la notizia vegliante in più carte autentiche mss. adduco, che un Operajo Papponi pel troppo amore, che portava alle Arti nobili se ne disfece vendendola per contratto a Pietro Tacca scultore in Livorno per pochi scudi nell'anno 1589; e che nel 1619 per ordine del G. D. suddetto e perché il Ceoli fu bene scelto al decoroso reggimento di questa Chiesa, mediante lo sborso di 199 scudi fu recuperata. Anche all' ara presente il decoro degl'intagli non manca, e nemmen l'indizio in essi del prelodato stile dello Stagi. 13° Chi ritrae diletto da qualunque bel prodotto dell'Arte non ometta di osservare al di sopra alcuni avanzi di stimabilissima
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pittura. Son sei fanciulli commendati dal suddetto Borghini, che condusse a buon fresco Pietro Bonaccorsi bastantemente noto col prefato nome di Perino del Vaga 170 Malgrado l'incuria sufficientemente si scorge in essi la purità del disegno, e la vaga maniera di quel grazioso pennello. Come poi un tal lavoro proseguito non fosse, il Vasari più degli altri scrittori ne fa estesamente l'istoria 171 Ma noi combinandola con varie antiche inedite memorie, daremo brevemente un cenno di ciò, che forma epoca di un abbellimento notabile di questa Chiesa riguardo alla pittura. Si trasferì Perino da Genova 172 Pisa in tempo, che i Pisani intenti al maggior lustro della Primaziale procuravano la scelta de' migliori scalpelli, e de' più rinomati pennelli: riguardo molto necessario, e lodevole di chi soprintende alle pubbliche fabbriche per non riempire la Città di volgari abbellimenti.
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Pertanto l'Operajo di quel tempo M. Antonio d'Urbano ricercò subito sì rinomato Maestro, gli comunicò la nobile idea, e l'incarico di tutta l'opera gli detta. Per lo che fece Pierino il disegno, dove in bell'ordine divisava le cappelle con graziosi compartimenti di stucchi, di grottesche, di serie di putti, e di varie istorie di Santi. E perché gli fu commesso, che prima eseguisse la tavola a olio per l'Altare di S. Barbera (come il primo ultimato dallo Scultore di Pietrasanta) fece i cartoni per quella facciata, dove fra bellissimi ornamenti aveva divisato la storia di S. Giorgio, che ammazzando il serpente libera la figlia del Re; ed incominciò la grande impresa degli indicati sei putti. Condotti che gli ebbe a fine, o per estro pittoresco, o pel motivo di amorosa passione, che lo distogliesse, come scrive il Vasari, deliberò di ritornare a Genova, dove aveva già dipinto con grande estimazione, e lasciò il lavoro di Pisa imperfetto. Ma fu così lunga la sua assenza, che l'Operajo stanco di più attenderlo dette finalmente a terminare la detta tavola a Gio. Antonio Sogliani, il quale aveva già dipinti alcuni quadri per la tribuna. Tornato Pierino da Genova, prese sdegno talmente della
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risoluzione dell'Operajo, che non volle altrimenti proseguir l'opera; e poco dopo se ne partì per Roma. La tanto furiosa determinazione di lui molto concorre a confermare l' allegata opinione sulla prelodata dipintura. Così questo nobil Tempio perdette il fregio di mostrare le mura intorno arricchite degli stimatissimi dipinti in fresco dell'imitator più felice del gran Raffaello, e che secondo il Vasari, erano per riescir cosa degna di lui, e da far nominare quel Tempio oltre le antichità sue molto maggiormente, e da fare immortale Perino ancora. Era almeno molto desiderabile, che non incolta mano dasse compimento alla delineata storia che tutta quella superior parte di cappella comprendeva; perocché ottenuto in tal guisa l'intento d'un maggiore ornato, quello ottenevasi della conservazione degli eccellenti avanzi, onde il rozzo pennello dell'imbiancatore più da lungi gli rispettasse. Siccome sperar potevasi, che il vegliante modello l'animo gentile di qualche Operajo inspirasse al proseguimento della nobile idea di tali dipinture d'intorno a sì bel Tempio, in cui 'l bianco di calce è incompatibile, ed alle sottoposte pitture in olio svantaggioso. Lodevol fia mai
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sempre per noi qualunque provvedimento si destini alla maggior bellezza di lui, perché agevolmente ( anche alla moda operando, tanto che il gusto trionfi ) potrebbe farsi tale da stare a confronto colle più belle prime Chiese d'Italia, sempre che si eccettui l'inarrivabile Basilica di S. Pietro di Roma, la cui fama per ogni dove trascorre. 14. Quattro tele dentro i divisati compartimenti di marmo vestono lateralmente le pareti di questa parte di crociata. Fu Dom. Cosi del Voglia adorno di profonde cognizioni legali, e d'animo generoso, e pio, che nell'an. 1700 continuar volle l'idea nobile, e grande. Conciosiaché i primi due quadri ai più valenti Professori di quel tempo della scuola romana commise; ed ordinò il terzo al miglior pisano Maestro, che allora maneggiasse con decoro i pennelli. Il primo che si presenta ha per soggetto cosa soprannaturale operata da S. Ranieri pisano Protettore della Patria. Fu dipinto da Domenico Muratori bolognese in Roma nell'an. 1718., come egli scrisse nell'angolo destro del quadro. Studiò questi il disegno da Lorenzo Pasinelli scolare di Simon Cantarini. Una tal'opera da lui trattata col maggior'impegno tiene al parer
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nostro uno dei primi posti frai lodevoli prodotti onde si acquistò credito nella Città suddetta. Se pei lumi sparsi soverchio resta mancante al primo colpo d' occhio di unità d'oggetto, e di ciò ch'è la base del buon colorito, ella si distingue penetrando colla mente più addentro nella tanto difficile espressione delle passioni, nella proprietà delle figure, e nella felicità dell'invenzione. La femmina ossessa dimostra propriamente terrore, e squotimento, ed è nell'agitazione più risentita. Le tinte del volto, e del petto son maneggiate con somma verità; e bellissime pieghe secondano il moto della figura. Il Santo bene espresso per il soggetto più ragguardevole del quadro (nel cui volto era solo desiderabile una più nobil cera) opera effettivamente; perocché tenendo con risolutezza la femmina per i capelli, sembra, che ordini al Demonio che da colei se ne parta. Con maestrìa son tirate a fine molte figure, che conducono alla presenza del Santo gl'infermi per la bramata guarigione. Ben intese sono le parti nude dei poveri, fralle quali la bella accademia nel carro si distingue. Proprissimo è l'atteggiamento dei putti; e la femmina per la piaga dolente si contorce con sì viva espressione nel volto, che lo spirito ne prova fisicamente il raccapriccio,
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e la pietà. Del buon disegno finalmente, parte principale della pittura e fondamento della romana Scuola, di bei partiti di pieghe e di grandezza di maniera non è scevro il pittoresco lavoro. Se non prestai troppa fiducia alla fantasìa, spero che il formato giudizio disapprovato non venga da quegli che sanno fare scelta di un'opera; e che sebbene non provenga essa da un Luminare, s'internano ad esaminarne le parti, poiché il bello, e l'utile non può concepirsi al primo sguardo. 15. Forma il piacer degli occhi il seguente bellissimo quadro escito da' floridi pennelli di Benedetto Luti fiorentino scolare di Domenico Gabbiani, e nudrito in Roma in grembo alle opere de' greci artefici. Quivi tenne l'onorevol grado di maestro dell'accademia del nudo, ed eseguì nel 1711 la presente opera meritamente stimata dagl'intendenti dell'Arte. Ella rappresenta il vestimento di S. Ranieri. Vedasi qual si presenta il Santo Giovine sciolto il crine a' piedi del Sacerdote; e come all'aria del volto la gentilezza dell'animo, e dello spiritual raccoglimento palesa. Molto proprio è l'atteggiamento alzando con la mano destra un lembo della mondana spoglia, di cui non desìa rivestirsi. Segni di meraviglia e di stupore nella più parte dei
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volti, e negli atti delle figure si scorgono. Si distingue fra queste una leggiadra femmina con capelli biondi ravvolti in trecce, mentre è condotta con non ordinaria delicatezza, ed è sì ben riflessata nelle carni, che effettivamente riluce. Dimostra all'opposto robustezza nelle sue parti più terminate, ed aspre la gran figura in prima linea del quadro; ella è da risentita ammirazione colpita, e forse di soverchio; perocché se Raffaello l'inventò proprissima al soggetto ch'egli trattava, nel caso presente nol sembra. Bellissimo è l'Angelo che in alto collocato agile, e lieve accenna il fatto graziosamente. Egli ha del celeste nell'aria del volto, sulla cui fronte sono i bei crin d'oro semplicemente raccolti; egli è tinto nella parte nuda con morbidezza di vero impasto, che può servir di norma a certi moderni Pittori, che ai dipinti loro dan compimento con cento sottili inverniciati impiastri. Finalmente questa nostra dipintura può divisare a chiunque abbia occhio erudito il tocco leggiero, e molle, la general floridezza, e l'armonica magìa nel tingere unita ad una industriosa distribuzione di ombre, e di lumi. Ricca degl'indicati requisiti, tutti difficili nell'Arte della Pittura vien meritamente giudicata l'esemplare di Benedetto Luti, e quella che porta
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il vanto sovra le altre, che in gran tela espresse adornano questa Basilica. Fa merito al nostro egregio Dipintore l'accennare, come egli in segno di riconoscenza, e di stima per il prefato suo Maestro fece passar il quadro da Firenze indirizzandolo al Gabbiani, onde ne giudicasse; ciò costa dalla lettera del medesimo Luti inserita nelle pittoriche del Pagliarini 173 16. In fronte dalla crociata si ammiri presentemente la Cappella già detta dell'Incoronata, ed ora di S. Ranieri pisano. Ne fece il nobil disegno Lino Senese, Architetto, e Scultore. Questi come uno dei migliori scolari dell'accreditato artefice Giovanni pisano venendo impiegato in quei tempi nelle cose di maggior rilievo fu chiamato a Pisa per architettare questa Cappella dov'esser collocato doveva il corpo del Santo Protettore. Se si ha riguardo a ciò, che potea farsi in quella per anche grossa età, ella è stimabile, come per formare qualche concetto di Lino il Baldinucci osserva, e come molto propriamente ne scrive il Vasari 174 Non ordinario è il partimento della Tribuna artificiosamente incrostato
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di ben terzi, e puliti marmi bianchi, e mischi; e di si ricca materia è tutta l'archittettonica struttura. I due fregi sopra le nicchie si distinguono fralle opere d'intaglio. Un gruppo di figure condotte di mezzo rilievo di marmo bianco lunese adorna, il compartimento di mezzo; ed esprimon'esse la Madonna Assunta in Cielo con un ceto di Angioli, e con gli Apostoli al di sotto. Lateralmente dentro le nicchie son situate due grandi statue, che sembrano rappresentar due Profeti. Nella volta son gruppi di putti scolpiti di mezzo rilievo. Dentro l'ornato superiore, ch'è un frontespizio molto conveniente, son collocate tre statue di marmo bianco rappresentanti la Madonna incoronata dall'Eterno Padre, e dal Figlio. Tutti i suddetti lavori di scultura, dopo che altri n'ebbe eseguiti nella cappella di rincontro, fece circa all'an. 1583 Francesco Mosca da Settignano, detto il Moschino, figlio e scolare di Simone Mosca intagliatore di quel tempo sul gusto antico. Quantunque qui non con molta grazia ei lavorasse i suoi marmi, operò con buon credito assieme col Padre in Roma, in Orvieto, in Firenze, ed in Parma, come attesta il Vasari 175
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e venne destinato da Duca Cosimo per l' Opera del Duomo di Pisa. M. Batista Lorenzi Scultor fiorentino travagliò nelle due nicchie della tribuna, dove fra i membri intagliati si distinguono i fregi. A far le stime di queste opere di scultura fu deputato Valerio Cioli da Settignano valente Scultore, che l'arte imparò dal Tribolo. Tutte le allegate notizie furono da me estratte da' citati codici di questo archivio. Nell'alta nicchia finalmente fuori del divisato ornamento vedesi a musaico espressa la Madonna sedente in trono con Angioli intorno, lavoro di Gaddo Gaddi fiorentino uno de' più esperti maestri di musaico dell'età sua, ed imitator felice della giottesca maniera. Giorgio Vasari 176 parlando di quest'opera dice, che fu secondo quei tempi (correndo l'anno 1308) con gran diligenza, e stabilità eseguita. Uno dei marmi, ond'è smaltato il pavimento di questa cappella, le ossa ricopre dell'Arcivescovo Francesco Bonciani fiorentino, oratore, e poeta celebre; e la seguente iscrizion sepolcrale in esso incisa si legge:


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HIC SITA SUNT OSSA
120FRANCISCI BONCIANI FLORENT.
ARCHIEP. PIS.
OBIIT AN. D. MDCXX.

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17. Vicino all'Ara 178 sorge dal pavimento un gran piedistallo di granito egizio rosato con conciami di giallo antico, e di quello di Siena, e con bozze di broccatello di Spagna. Sopra di esso posa la nobilissima urna di verde di Polsevera con fiorami, ed altri ornamenti di bronzi dorati, ed è quella che in se racchiude le sacre ossa di S. Ranieri Pisano della nobil famiglia degli Scaccieri, 179 che morì nell'anno 1161 e che acclamato fu dal Popolo Protettor della Patria. Dessa insieme col nuovo Altare, la cui mensa è di bellissimo giallo di Siena, si eresse per ordine,
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ed a spese del piissimo Principe Cosimo III. Né fu l'Architetto Gio. Battista Foggini Scultor fiorentino, che ammaestrato in Roma da Ercole Ferrata milanese, e da Ciro Ferri nel disegno, lasciò in patria, ed in Pisa ancora opere di scultura e di architettura degne di lode. 18. Passando alle due facce delle minori nevate, che la descritta cappella fiancheggiano, son'elleno adorne di un magnifico lavoro di architettura, ricco d'intagli, e condotto di finissimi marmi bianchi, e di mischi, di giallo antico, e di quello di Siena. In cartella di marmo replicatamente si leggono i seguenti caratteri:

FRAN. MED. SERENISS.
MAGN. HETRU. DUCE II.
125FELICITER IMPERANTE
A. SALV.
M. D. LXXXVI
HIERO. PAPPO. AEDITUO.

Due colonne di marmo bianco scannellate sostengono i frontoni, e fanno ala alle due nicchie, entro le quali due statue grandi più che natura son decorosamente situate. Quella sulla dritta della tribuna vestita in abito militare antico, e circa quattro braccia alta è di marmo bianco di Carrara. Alcuni Scrittori appoggiati
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a dubbiosa tradizione l'attribuirono al nominato Moschino. Ma la miglior maniera, ch'io ne ravvisava mi fe ricorrere al fonte usato; e dal cod. let. M. trassi memoria, che Giovan Battista Lorenzi, e Accademico fiorentino, questa statua di marmo terminò nell'anno 1593, e che Pietro Francavilla ne fece la stima di 270 ducati di lire sette l'uno. Quivi in oltre si narra, che dall'opera del medesimo Battista furono fatte le due nicchie ch'ornato formano alle due facce laterali della tribuna. Egli per attestato del Baldinucci morì in anno dopo, ch' ebbe ultimata la detta statua; ed è quel professor di scalpello ben noto col nome di Battista del Cavaliere, e come autore della bella statua rappresentante la Pittura nel sepolcro di Michelangiolo, che tanto ornamento accresce alla magnifica Chiesa di S. Croce di Firenze. L'altra Statua in più parti racconcia che arricchisce la facciata dall'opposta nave, di antico scalpello vien giudicata. Vogliono alcuni, che fosse ritrovata a caso nello scavo di qualchè antico edifizio; e che il Paganesimo pel simulacro di Marte l'adorasse. Al presente è stata convertita in S. Potito, e l'opposta ha di S. Efeso il nome.
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19. Sulla dritta volgendo s'incontrano altri due quadri per ornamento delle pareti. La rappresentazione del primo è la morte di S. Ranieri. Il Dipintore fu Giuseppe Melani pisano, che fiorì circa al 1700, e che unitamente all'Architetto suo fratello fece onore alla Patria col distinguersi nell'arte della Pittura. Quest'opera fu l'ultima ch'ei condusse. Abbenché condannata al peggior lume, e priva sia di una ricercata eleganza nelle tinte, ella avrà sempre del merito presso quegli che intendono, e che di osservar si degnano anche le opere, che non portano il nome di luminoso Autore. Essa in fatti così addormentata dimostra buona disposizione di figure convenevole al soggetto, e regolar prospettiva, che per lo più in molti quadri si trova in pratica osservata, quand'esser dovrebbe, al dir di Leonardo da Vinci, briglia, e timone della Pittura. E' da considerarsi l'atteggiamento della femmina ossessa, che per soverchia angoscia abbandonata si mostra. La caduta stessa del candeliere ben disegnato nello scorcio è il più studiato effetto dell'arte. 20. Nella seconda tela Felice Torelli veronese, che esercitò la Pittura in Bologna nella scuola di Gio. Giuseppe dal Sole, espresse nell'anno 1700 il miracolo operato
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dal medesimo S. Ranieri di restituir la vita ad una morta bambina presentatagli da' proprj genitori. Venuto a morte l'Autore fu colorita la gloria da Lucia Casalina consorte di lui, che apprese l'arte nella medesima scuola. 21. Passata la porta orientale è degno da osservarsi il piccolo Altare di S. Biagio. Egli è altro modello di eleganza pe' molti bei lavori d'intaglio sul marmo lunese condotti col più delicato finimento dal prelodato Stagi. La statua del Santo collocata nel mezzo di sì pregiato lavoro al medesimo scalpello attribuir si vorrebbe. Ma dar fede dovendosi ad alcune inedite carte di circa a quel tempo ed alla concordante notizia 180 che il Tribolo fu amicissimo dello Stagi, e che seco lavorò nel Duomo di Pisa, crederla piuttosto dovremo di questo celebre Scultor da Firenze, che allievo del Sansovino fiorì verso la metà del sesto secolo. 22. Non dubbiosamente ascriveremo al medesimo Stagi la statuetta di marmo posta nel mezzo sulla vicina pila dell'acqua santa, perché molte memorie lo attestano. 23. Voltando nel lato superiore della croce un'opera di pittura additeremo nell'ordine
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stesso delle divisate tele grandi, ma di gener diverso a tutte le altre, di quel che vero fresco volgarmente s'appella. L'Operajo Borghi a proprie spese per acquistarsi lode eseguir la fece al Tempesti nel 1793. Con facilità di pennello, con buon disegno, e con espressione nei volti ei vi rappresentò la cena del Redentore. Sulla porta della Sagrestìa il mausoleo vedesi dell'Arcivescovo di Pisa Pietro Ricci aretino, il cui marmoreo simulacro giace sull'urna. Eccone la memoria sepolcrale:

HOC CELEBRI TUMULO PETRI DE RICCIS
130DE FLORENTIA
ARETINI DEINDE PISANI ANTISTITIS BENEMERITI
SITA SUNT OSSA
QUI FELICITER E VITA MIGRAVIT
PRIDIE KAL. DECEMBR. AN. MCDXVIII.

L'altra iscrizione denota, che nell'anno 1713 fu dalla cappella di S. Ranieri nel presente luogo trasferito. 24. Dentro la Sagrestìa a fronte della porta è situata in alto la tomba del Cardinal Francesco de Moricotti Arcivescovo di Pisa. Narra il Tronci 181 All'osservazione
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del Ciaccone che morì egli in Assisi nel 6 di febbraio 1394; che di lì a Pisa fu traslatato il cadavere; e vuole erronea riguardo all'anno l'iscrizione, che dice:

135 SEPUL. FRANCISCI MORICOTTI CARDINALIS S. R. E.
VICECANCELLARII PATRIABQUE ARCHIEPISCOPI
OBIIT MCCCXCV. PISANO.

25.Dirimpetto è incassato nel muro altro Sepolcro di marmo colla seguente iscrizione:

J. FRAN. SCHERLACTI C. PIS. ARCH. OB.
A. MCCCLXIII.

Giacciono sopra le due casse i simulacri dei defunti Prelati; e la fronte delle medesime è a figure di bassorilievo scolpita con simmetrico spartimento, e con istile non de' peggiori di quell' età. La nuda salma per altro dell' Arcivescovo Scherlatti dall'effige di marmo separar si volle, e breve strada facendo nel fianco della piccola porta presso l'Altare di S. Ranieri si nascose. L'iscrizione quivi impressa dichiara che ciò fu nell'anno 1714. pis.. 26. Nell'Altare contiguo alla porta di questa sagrestìa è una bella Tavola dipinta
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nell'anno 1630 da Gio. Bilivert pittor fiorentino di padre fiamingo. Fu questi il miglior discepolo del rinomato Lodovico Cigoli; e tanto si avanzò nell'arte colla sua morbida maniera, col buon disegno, e col colore, che si acquistò fama, e fu protetto da Ferdinando I., e da Cosimo II Principi amorevoli ai grandi ingegni. Il soggetto del quadro son le Marìe a piè del Crocifisso. Egli è pennelleggiato con facilità somma, ed una gran naturalezza apparisce negli atteggiamenti delle figure, e negli andamenti delle pieghe. La pasta del colore dovette esser molle, e saporita, pria che dal ripulitore ignorante sfiorata fosse. Sono al vivo espressi gli affetti delle Marìe; fra queste mi ferma la grandiosa figura della Madonna, che dritta in piedi dinanzi al divin Figlio, non piangente, ma a ciglio asciutto è posta in un di quegli atti, che giusta l'espression del Petrarca parlano col silenzio. Gli ornati del moderno Altare son di bei marmi bianchi composti; e le colonne essendo di un bel marmo rosso vagamente mischiato da varj degradati colori, sono additate dai Naturalisti. L'iscrizione in marmo nel fianco della mensa dichiara, che quando nel 600 furono fatte da una, e dall'altra parte le divisioni pel comodo
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delle due Sagrestie, furono anche eretti i due Altari a spese del Canonico Sabini. 27. Venendo ora a parlar del Coro, non mi fermerò sul recinto di esso, ch'è tutto di marmo, condotto al di fuori di fiorami, e d'arabeschi con intersiature di diaspri, e d'altre pietre di varj colori, ma sul nuovo Altar maggiore, che per la ricca materia con nobiltà si presenta. Il verde antico, il lapislazzuli, ed il broccatello di Spagna lo compongono, e facilmente ne adombrano il gusto. I corniciami, e varj altri membri furono di dorati bronzi propriamente immaginati. Incrostature di persichino di giallo di Siena di polsevera di bardiglio e di brecce di Seravezza la posterior parte ne vestono. Egli fu eretto nell'anno 1774. a spese del defonto Arcivescovo De Conti Guidi, come spiega l'iscrizione posta nel pilastro. Non si passi sotto silenzio a questo luogo l'antico altare lavorato in noce. Se il moderno vanta ricchezza di pietre, vantò l'antico il decoro di buoni intagli nel prefato legno, e quello di tre statue in bronzo del celebre Giov. Bologna 182 sovra di esso innalzate. Eppure
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un tal decoro dell'arte per bontà dell'Operajo d'allora ad ignobil magazzino fu destinato. Ei ne campò per avventura mediante le premure da me fatte presso il successore Operajo Cammillo Borghi, ond'ora è concesso ai veri amatori di ammirarlo nel Cristo sull'ara moderna e nei due Angeli, reggente ciascuno un candelabro, sulla sponda dell'indicato recinto del coro. I gradini intagliati in una cappella del Campo Santo furono posti. Giova l'accennare, che su quest'Ara nel giorno del Corpus Domini s'innalza una maestosa macchina degna d'essere osservata per l'architettura eseguita con mirabile effetto, e con dolcezza di tinte da Francesco Melani, e per le figure dipinte da Giuseppe fratello di lui. 28. Lateralmente negli angoli, dove i pilastri sostengono la grande arcata son situate due grosse colonne di porfido rosso orientale sopra non ordinaria base di marmo, alle quali fan corona due stimabilissimi capitelli. La prima ad osservarsi merita
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esser quella sulla destra dell'Ara maggiore, e per la bella qualità della pietra, e pel suo capitello principalmente. Egli è condotto con istupenda finezza di eccellente lavoro. Se si esamina l'artificio delle maschere, degli aggruppati putti, e delle figure del satiro, e di varj animali cavate dal finissimo marmo statuario: se le foglie lavorate col maggior gusto, e giri di quelle con delicato traforo: e se generalmente la particolare morbidezza, e il sommo pulimento dell'intaglio si osserva sembra doversi giudicare quest'opera di finissimo greco lavoro. Conosceranno gl'intendenti, che aggrandita non fu con parole la descrizione, e recherà forse meraviglia, ch'ella provenga per quanto la tradizione ed alcuni mss. ci assicurano, dalla mano sempre felice del sovente lodato Maestro Stagio Stagi da Pietrasanta. 29. Sul medesimo capitello leggiadramente s'innalza una statua in metallo, altra opera degna di somma stima. Un Angelo di belle forme, vestito di sottili, e bene accomodati panni, che sostiene con pronta attitudine un candelabro ella rappresenta. La base parimente di bronzo è molto ben lavorata. Tanta bellezza di esecuzione si deve a Stoldo di Gino Lorenzi da Settignano, che molto operò in Pisa, e che atteso
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il non ordinario suo credito fu dichiarato dal Gran Duca Francesco soprantendente all'opera del Duomo, come distesamente ne parlano il Borghini, e il Baldinucci. Nella base è scritto l'anno 1583. in cui si fece il lavoro. Nel cit. codice di quest'archivio è indicata la stima fatta dal nominato M. Valerio Cioli Scultore di scudi 420. per la semplice fattura 183 30. Serve di accompagnamento nella parte opposta altra colonna del medesimo porfido. Ella è di due pezzi, che tale fu quivi collocata in luogo di altra intera, che per ordine del G. D. Cosimo III. servì per l'Altar Maggiore della Chiesa di S. Stefano. Asserisce il Tronci 184 di aver egli veduta questa colonna fralle altre nella prima loggia della facciata occidentale sopra la porta grande, dove era stata collocata dai Pisani a perpetua memoria dell'ottenuta vittoria nelle Isole Baleari, d'onde l'aveano trasportata insieme con le due colonne che regalarono a' Fiorentini. Il Capitello di marmo bianco statuario è anch'esso di non ordinaria bellezza. Ei fu commesso dal detto Principe
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al rinomato Scultore Gio. Battista Foggini per accompagnamento dell'altro soprallodato. In quest'opera, dice l'elogio nel tomo XI. serie degli Uomini illustri ec. dimostrò il Foggini che la maniera del suo operare non portava invidia alle opere de' più eccellenti Maestri. Fu fatto nell'anno 1714. 31. Per quanto lo permette il gran baldacchino, che per lo più defrauda la bellezza dell'architettura delle Chiese, si alzi lo sguardo verso le pitture a fresco, che ornano il grande arco trionfale 185 La rappresentazione è di gruppi di Angioli in campo d'oro. Il lavoro fu de' primi di Domenico Ghirlandajo fiorentino secondo gli scritti del Vasari 186 Esso fiorì dopo la metà del XV. secolo, facilitò l'Arte del musaico, lavorò bene a fresco, togliendo nella pittura certi usi antichi, e fu maestro ne' principj del disegno al gran Buonarroti. Scrisse ancora l'Aretino, che Domenico avea prima dipinto tutta questa tribuna, in prova di che sotto i quadri presenti ne esistono tuttavia alcune reliquie. 32. I freschi compresi nelle pareti del presbiterio dagli archi fino al soffitto, dove
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son divisati in più spartimenti i principali misterj della Madonna, i fregi con fogliami, ed i putti, mal si ascrivono dal Martini, e da altri all'istesso Ghirlandajo. Imperocché molto ne soffre la cronologìa, trovandosi scritto nelle due cartelle situate dove si congiungano gli archi il Real nome del benemerito Principe Ferdinando I. de' Medici, e nel mezzo della faccia orientale della grande arcata, che sostiene la cupola, l'anno MDLXXXVIII., in cui fu dato compimento al pittoresco ornato, e in conseguenza più di cento anni dopo la morte del suddetto Ghirlandajo. Oltre di che l'errore si fa chiaro mediante l'esame degli arabeschi, e delle figure, alcune delle quali son molto ben condotte nel disegno, e nel colorito, e ben panneggiate. Bensì agevolmente mi determinerei ad attribuire il lavoro a Bernardino Poccetti fiorentino eccellente pittore in fresco di grottesche, e di figure, perché egli operò in Pisa circa all'anno enunciato, come dovrò dire a suo luogo, perché molto ne prevalse il prefato Principe, che ordinò questo lavoro, e perché in fine fu maestro di Michelangiolo Cinganelli fiorentino, del quale abbiamo certa notizia, che quivi operasse circa al 1600., allorquando colorì i peducci della cupola. E poiché in
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questa parte si scorge eseguita la grande idea, che fece Perino del Vaga per abbellire tutte le mura del Tempio, come appunto fu poco innanzi da me descritta, fia molto verisimile il congetturare, che sul disegno lasciato da Perino operassero i suddetti maestri. Se osserviamo di fatto una certa leggiadrìa di disinvolta posizione in alcune figure, e certi putti svelti, e graziosi ci confermeremo nella opinione. La solita fatalità delle scrostature derivate forse dall'umido delle pietre richiederebbe il restauro. 33. Non sono di spregevol fattura i seggi de'Canonici, e di tutto il coro per gl'intagli, e pe' lavori di tarsia, manifatture introdotte in Toscana a' tempi del Brunellesco, e di Paolo Uccello, come insegna il Vasari. Da una artificiosa connessione di legni di diversi colori vengono quivi rappresentate figure, fogliami, ed altri ornamenti. Giuliano da Majano, e Giuliano da S. Gallo ingegneri accreditati, ed Architetti fiorentini nel secolo XV. ebbero gran parte ne' suddetti lavori, e si servirono dell'opera di Guido da Servellino, o Seravallino, e di Domenico di Mariotto, come attestano il Vasari 187
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Raffaello Roncioni 188 In appresso Gio. Battista del Cervelliera Architetto pisano, in simil genere di grande ingegno dotato terminò con miglior maniera sì d'intagli, che di tarsie non solo la maggior parte dei suddetti seggi, ma quegli ancora, che annessi alle pareti tutta la Chiesa circondano. Egli ancor si distinse nei lavori della cattedra nel mezzo della medesima dirimpetto al pulpito situata. 34. Nelle pareti, che chiudono gli spazj delle due ultime arcate veggionsi due gran quadri di pittura a olio sul muro contenenti due fatti di pisana istoria. Quello, che resta al di sopra della cattedra arcivescovile rappresenta l'armata pisana che sotto il comando del concittadino Arcivescovo Pietro vittoriosa ritorna dalle Isole Baleari, conducendo schiava la Regina moglie dell' ucciso Re Nazzaradeolo, ed il figlio 189 Nella superior parte del quadro è la seguente iscrizione apposta:
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PASCHALE II. P. M. AUCTORE PISANI CLASSE CCC. TRIREMIUM COMPARATA PETRO ARCHIEPISCOPO PISANO DUCE BALEARES INSULAS PROFLIGATIS SARACENIS IN DICTIONEM REDIGUNT, CAPTAQUE REGIA CONJUGE, AC FILIO PRAECLARAM VICTORIAM ILLUSTRI PIOQUE TRIUMPHO EXORNANT. A. D. MCXV. Volendo i Pisani nel XVI. secolo perpetuar la memoria di sì segnalata impresa mediante la nobil' arte della Pittura, ne commisero il lavoro a Domenico Passignani fiorentino scolare di Federigo Zuccheri, come uno degli accreditati Pittori dall' Italia in quel secolo 190 Si portò egli pertanto a Pisa; e coll'ajuto del suo scolare Cesare Dandini condusse a fine il gran lavoro nell'anno 1618. Abitò nel palazzo dell' opera 15 mesi; e per ordine di Cosimo II. quarto Gran-Duca di Toscana, il cui glorioso nome si legge nella fascia sotto al piano del quadro ebbe per sua mercede scudi 1000., come resulta dalle memorie di quei tempi. L'intelligenza grande del nudo, ed altre qualità pittoresche proprie di quell'esperto pennello,
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se qui si occultano al dotto conoscitore, ei ne comprenderà le cagioni. Le mestiche di quei tempi di sole terre senza biacca composte, e l' usato stile del Passignano di distendere liquido il colore e di servirsi talvolta per mezza tinta della mestica sono i motivi onde il nostro quadro l'idea del primiero stato appena dimostra, ed onde altre opere di lui negli scuri sono annerite, e guaste. Tanto più questa dovette esservi soggetta per la disparità dei composti, su' quali fu lavorata, o per la mal preparata calce. 35. Pietro Sorri senese, primo allievo, genero, e compagno del suddetto Passignano, che seco lo condusse in Venezia ad erudirsi sul paolesco grandioso stile, ravvivò nell'altro gran quadro dirimpetto la gloriosa memoria per la Chiesa Pisana della onorifica consacrazione di questa Primaziale fatta dal Pontefice Gelasio II. Non fia discaro ch'io qui brevemente dell'istoria l'idea ne risvegli 191
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Questo Pontefice per la seconda volta da Roma fuggendo per sottrarsi a' sediziosi Romani, ed alla forza de' Frangipani, giunse per la via del mare nella Città di Pisa nel settembre dell'an. 1118 dove con sommo onore ed applauso fu accolto. E poiché lo supplicarono i Pisani di voler consacrare la Basilica di loro, ei v'aderì di buon grado. Fatti pertanto con sollecitudine i più magnifici preparamenti nel giorno stabilito del dì 26 di settembre dell'anno 1119 pisano, e dell'anno comune suddetto 192 fu la consacrazione con gran pompa, e con l'intervento non solo di quei Cardinali, che seco condotti avea, ma di quasi tutti i Vescovi della Toscana, di alcuni della Sardegna, del Clero di Lucca, e di gran numero di Sacerdoti, e di Diaconi. Tanta Clericorum, Laicorum, nec non et Mulierum multitudo ec.e tutto ciò che allora avvenne gli scritti narrano di antico codice medesima
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Chiesa. Il mentovato Pittore molto bene espresse le particolarità tutte della storia, i Personaggi, che vi ebbero parte, il luogo, e tutte quelle azioni accessorie, che poteano render più nobile, e vero il soggetto. Usò molto artificio negli abiti convenienti, nello sbattimento de' lumi, e delle ombre, quantunque non modificate, e dolci; talché l'opera tutta bene ordinata, e non confusa ad onta della necessaria quantità delle figure, sembra doversi giudicare una delle migliori, che escisse da' pennelli di Pietro Sorri. La riconobbe egli medesimo; mentre attesta il Baldinucci 193 che ricusò l'offerta di 800 scudi, perché al Passignano n'erano stati dati fino a mille. E fattone ricorso al Gran-Duca Cosimo, ottenne di esser considerato eguale nella ricompensa, giacché per quello, che ne fu allora giudicato anco eguale a quel del Passignano in bontà era riescito il suo lavoro. Soddisfatti gli Artefici dell'operato loro ciascun di essi vi pose il suo nome in questa guisa:

140 AB EQUITE PASSIGNANO PICTUM.
PETR. SORIUS SEN. PINXIT.

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Il divisato quadro parimente era di così denso, e fosco velo ricoperto, che quasi nulla più vi si ravvisava. In tale necessità divenute queste due Pitture inutili al pubblico, ed agli intendenti, al pulimento, ed al restauro fu giustamente ricorso. Quella del Passignano perché troppo rovinata non ebbe un esito molto felice; ma questa tornò a far di se nuova mostra. L'inscrizione superiormente collocata è la seguente:

TEMPLUM HOC, UT AUCTAE POTENTIAE,
AC RELIGIONIS INSIGNE MONUMENTUM.
POSTERIS EXTARET, A PISANIS E
145SARACENORUM SPOLIIS CAPTA PANORMO
AEDIFICATUM AC SANCTORUM RELIQUIIS
A PALESTINA USQUE ADDUCTIS AUCTUM,
GELASIUS II. P. M. SOLEMNI POMPA
CONSECRAVIT A. D. MCXIX.

Nella dorata fascia, che chiude l'inferior parte dell' uno, e dell'altro quadro son segnati i seguenti caratteri:

150 COSMO II. MAGNO AETRURIAE DUCE IV.
FEL. IMPERANTE.
FRANCO BONCIANIO ARCHIEP. ET CURTIO CEULIO
AEDIT. AN. SAL. MDCXVIII.

35.Dell'opere dell'inimitabile Andrea del Sarto, ornamento delle più cospicue
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gallerìe, e dei Reali Palazzi quattro qui se ne ammirano; che due l' arcivescovil residenza, e due l'opposta fiancheggiano. Una sola figura al naturale è effigiata per quadro; e tutti e quattro colla celebre S. Agnese, che per un prodigio dell'Arte si addita, formavano la tavola dell'Altar maggiore della distrutta Chiesa che di detta Santa portava il nome. Fu l'Operajo Coeli, che con molta lode dimostrando amore alle Belle Arti, ottenne nell'anno 1618 dal Gran-Duca di ornar viemaggiormente la Primaziale con quelle pregevolissime dipinture. Ma le figure dei primi due quadri osservando, hanno elleno verità nei volti, bellissime pieghe, semplicità nell'atteggiamento, ed unione co' respettivi campi; cosa ignota a' primi Pittori. 36. I due opposti rappresentano in giovenil figura S. Margherita, e S. Caterina, le più belle, e più leggiadre femmine così si espresse Raffael Borghini 194 Che mai facesse quell' innarrivabile, ed eccellente pennello. La Vergine in particolare a destra di chi osserva ha dolce inusitata fisonomìa, e un'aria tranquilla nel
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volto, che è il proprio stato della bellezza. Desso mostra la guancia tinta di saporito color di carne, e la fronte tondeggiante con intorno bellissimi capelli stretti da vaghi nastri; il collo è di rotondetta forma propria del bel sesso. In ambedue la proporzione, l'aggiustatezza delle pieghe, il rilievo, ed altri pregi potrà meglio conoscere l'intendente del bello. 37. La gran Tribuna, che dà compimento al braccio dritto della croce è quella che presentemente io debbo descrivere. Essa è posta verso Oriente; e poiché in simil foggia fu situata quella del Tempio di S. Sofia di Costantinopoli, come si può riscontrare nel rame del Du Fresne da me altrove accennato, porta opinione il Canonico Martini, che il nostro Architettore Buschetto, utpote natione Graecus, dice egli, questa edificasse sul nominato esemplare; ed osserva eziandìo, che d'esso il presbiterio non molto differisce dal nostro. Ma checché sia di ciò è molto interessante al mio scopo, ch'io faccia palese il raro pregio della nostra Tribuna per le pitture a musaico, o ad olio, onde tutta riccamente si veste. A opera musaica è la nicchia, ove sono scompartite tre grandi figure in campo d'oro, il Salvatore in forma gigantesca sedente su nobil seggio con
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geroglifici a' piedi, la Madonna, e S. Giovanni. Avvegnaché sian' elleno condotte con maniera di que' tempi, denominata greca dal Vasari, e con quel disegno, che allora poteasi sperare, quando l'arte della Pittura era ancora imperfetta, il lavoro delle pietre è saldo, spianato, e ben commesso, e molto migliore in somma, che non fu fatto ne' due secoli anteriori. Fu verso il 1290 che ebbe mano principalmente in questo musaico F. Jacopo da Torrita dello stato senese, chiamato in Siena maestro Mino Francescano uno dei migliori Musaicisti dopo il risorgimento dell'Arte italiana; lo conferma il P. della Valle. Fu ajutato come il Vasari, ed il Baldinucci scrissero, e come trovo in più memorie di vecchi Pisani da Andrea Tafi, e da Gaddo Gaddi, ambedue maestri anche più esperti di frate Mino, i quali molto operarono nell'antichissimo Tempio di S. Giovanni di Firenze, dov'è a musaico un Salvatore simile a questo. Altro parimente così atteggiato, se non che in natural figura sta nella nicchia del celebre S. Marco di Venezia, che ci conserva la storia dell'Arte musaica. Alcune parti terminate nell'anno 1321 da Vicino Pittor pisano, che era stato scolare del
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suddetto Gaddo Gaddi. Lo attesta il Vasari 195 sulla memoria, che lasciò l'istesso Vicino nei seguenti versi scritti, dice egli, nella medesima tribuna, ma che presentemente più non esistono.

TEMPORE DOMINI JOHANNIS ROSSI OPERARII
155ISTIUS ECCLESIE, VICINUS PICTOR INCEPIT
ET PERFECIT HANC IMAGINEM B. M.,
SED MAJESTATIS, ET EVANGELISTE PER ALIOS
INCEPTE IPSE COMPLEVIT, ET PERFECIT AN.
D. 1321 DE MENSE SEPTEMB8. BENEDICTUM etc.

In fatti la figura della Madonna, opera tratta di Vicino, tanto nel volto, che nei contorni, e nel panneggiamento si allontana un poco più delle altre dal far dei Greci, a cui molto si accosta il Salvatore agli occhi grandi, ed aperti. Le memorie ch' altri Pittori, e Cimabue fra questi avesser mano nella divisata opera di musaico, la dobbiamo all'erudito Professore Sig. Sebastiano Ciampi. Queste con altre da citarsi a suo luogo egli trasse di recente da certi vecchi libri dell'opera del Duomo, che incogniti, e nascosti tenne ai profani l'Operajo in quel
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tempo, in cui le rarità di questa Chiesa a scrivere impresi. Non ometto pertanto di riportarle nella supposta nota come appunto le pubblicò il medesimo Professore 196 E se stimai di replicare in questa
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edizione quanto nella prima su tal proposito scrissi, ciò fu per soddisfare a quel poco di lume che nella cognizione dei lavori dell'Arte m'assiste, e per non ridurre a nulla tanti attestati di vecchi mss., e di Autori di merito, qual fu il Vasari, che tutti si conformano, e che tutti inventori altresì giudicar non si puonno. In oltre far' oltraggio non volli al genio de' Pisani, che trattandosi di abbellire il maestoso edifizio non avrebber chiamato giammai Artisti di basso, né di mediocre rango. Finalmente in me fu costante il pensiero non discosto dalla verosimiglianza, che i prelodati Pisani per l'indicato premuroso oggetto non indugiassero al 1301, ma incitati dagli esempj veneti, romani, e fiorentini molto innanzi ideato avessero di dare incominciamento alla grand'opera
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musaica. Ne ricusammo di credere, che seguendo essi lo stile usato, ai Professori di tal'arte ch'avean nome in quei giorni si rivolgessero invitando il nominato F. Jacopo da Turrita musaicista del S. Giovanni di Firenze, e di quello di Roma, e Gaddo Gaddi ambedue in quell'epoca celebrati. Se poi da principio per dare ajuto al Frate venir facessero i Pisani anche Andrea Tafi altro esperto maestro nella musaica greca maniera, come vuole il Vasari, non istarò a sostenere. Ma per far conto delle enunciate memorie, intanto gratamente mi si conceda di osservare, che la circostanza della deputazione fatta nel 1301 come dal documento XXIV. si raccoglie, potendo essa indicare sospension di lavoro fino a quel tempo, o cambiamento di deputati non fa ostacolo alla vetusta opinione; siccome vedremo in appresso che nemmen gli altri ricordi dell'Operajo la distruggono. A Cimabue devenendo per tanto concediamo pure che sia quello stesso del vasari, e diam pure a lui un anno di vita di più, senza che ce ne sappia grado, in virtù delle anzidette partite segnate all'anno pis. 1302. Ma ch' ei con Francesco da Pisa maestri fossero di somma riputazione in quell'opera musaica, di mala voglia
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ce ne persuadiamo, perché un lavoro sì fatto altri ne permette al certo, meno la scienza infusa, e perché altresì nella storia di una tal'arte niuno scrittore ricordò Cimabue, né ad esso il nome di musaicista attribuì giammai. Il Dante, e Piero suo figlio primo commentatore della commedia vider di Cimabue le opere di pittura, e non mai di musaico. Altro espositor di Dante che scrisse nel 1334, tempo in cui Giotto viveva, parlando di Cimabue si esprime, che fu di Firenze pintore nel tempo di l' Autore, e nulla di più. Francesco di Bartolo da Buti cittadino pisano che circa al 1400 lesse pubblicamente in Pisa la commedia di Dante nel suo commento originale esistente nella librerìa laurenziana fiorentina così ne scrisse: Questo Cimabue fu un dipintore, e ebbe gran nome nell'arte del dipingere. Ma che più: il Vasari encomiaste dichiarato di lui avrebb'egli dimenticata la minima opera musaica se Cimabue fatta l'avesse? Conchiudasi adunque che conciliar noi volendo le vecchie autorità divisate colle partite dell'Operajo sovraesposte fà d'uopo di concedere, che Cimabue, e Francesco fossero pur valenti nella pittura, e che avendo qualche pratica della maniera musaica,
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o per amicizia che avessero con F. Jacopo, e col Gaddi di cui era al certo intimo amico Cimabue, o per qualche altra causa prestassero sotto sì rinomati Maestri nel prelodato lavoro l'opera giornaliera 197 Quando poi valutar si voglia la circostanza di non trovarsi segnato negl'indicati libri dell'Operjo 198 alcuno stipendio dato a F. Jacopo, ed al Gaddi sembra facile a opinare: o che il primo per causa di vecchiezza, ed il secondo per impegni altrove contratti lasciata avessero la grand'opera imperfetta, onde Cimabue, e Francesco coll'ajuto degli altri mentovati pittori nelle parti di minore importanza la tirassero innanzi 199 o ch'essi come Maestri di primo rango appartenendo direttamente alla Comune, che della Chiesa maggiore avendo il dominio costituì ancora l'accennata deputazione, non
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potevano aver luogo in questa tale scrittura dell'Operajo. 200 Che il documento 26. ci faccia sapere che Cimabue avesse dieci lire della figura del S. Giovanni presso la Maestà, per quanto il valor della lira di quel tempo s'ignori, ragion vuol che s'intenda non del musaico lunghissimo e difficoltoso lavoro, ma verosimilmente del cartone dipinto, che faceasi innanzi. Di lui non è al certo il disegno di Gesù Cristo; indica ben'esso lo stil greco del Turrita, (e potrebbe indicar quello del Tafi), data l' ipotesi del Vasari, pel confronto che in Firenze, ed in Roma ne abbiamo. Egli è altresì vero, che i musaici del Turrita conservano la nativa loro consistenza, e che in lui non meno che nel Tafi comparisce l'arte di commettere i colorati smalti con molta diligenza: tali appunto son le prerogative del pisano lavoro di cui si ragiona. Potrebbesi ancora non male a proposito sospettare che alcuno dei tanti Pittori, Vittorio, Lapo, Duccio ec. impiegati fossero nell'esecuzione delle pitture destinate
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a coprire la concava parete sottoposta alla Maestà, se sotto un tal nome si vuol'intendere il Salvatore, e talvolta tutta la tribuna a mio parere 201 In fatti nei citati fogli un'espressione non avvi che ad un tal sospetto si opponga. Anzi (concedasi pur quanto piace, che i musaicisti volgarmente fossero nominati pittori, ma non che tutti i pittori potessero esser musaicisti) oltre che il termine musaico, nome forse arabo a quell'operajo, non vi si legge mai, trovo sul fine del libro 1301. Magr. Franciscus pictor Magiestatis p. dieb. V. ad rone…p. se et famulo suo op. ad dictas picturas, e poco innanzi: Magri pictores opa magiestatis majoris eccle.. Ma checchè sia di ciò utili per più conti sono i documenti esposti che il Sig. Ciampi raccolse. A buona equità v'impariamo col valido appoggio delle chimiche esperienze dell'erudito, e mio pregiato amico Sig. Giuseppe Branchi professore della pisana Accademia, che era vernice di vetro ridotto in polvere impalpabile, e di soluzione di gomma o d'altro liquido
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composta, quella che serviva a difendere la foglia d'oro sui pezzi dello smalto lavorato, ov'era sottilmente distesa; e che in oltre adopravasi l'olio di lino, e la trementina nominata nel docum. XXVI. per comporre lo stucco atto a sostenere i colorati pezzi del predetto smalto. Finalmente prima di chiudere un tale argomento si rinnuovino le dovute lodi al nostro Vicino pittore, e musaicista pisano per attestato del Vasari in ispecie. Questi comparisce autor non equivoco della Madonna, e delle parti non finite delle altre due figure mercé la riportata iscrizione che lesse il Vasari stesso; in lui l'arte musaica si fa chiara e spicca; e gli scrittori della metà del sesto secolo il pregio di Pittore, e di Musaicista di riputazione in esso non tacquero. Passando a far palese l'altro pregio di questa nobilissima Tribuna dirò, ch'ella è cosa dilettevole, come nell'architettonico spartimento, che in prima fila è di marmi statuari con variati leggieri rabeschi sul gusto antico provenienti dal noto eccellente scalpello dello Stagi, compariscono ordinatamente, e con vaghezza distribuite sullo stile appunto delle gallerìe, eleganti pitture a olio tutte di mano di
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Artefici 202 Ne incomincio pertanto la narrazione prendendo l'ordine sulla destra del primo giro inferiore. 38. S. Matteo, e S. Marco effigiati nei due primi quadri, l'istoria di Corè, Datan, et Abiron, e Mosè, che spezza le tavole della legge, son tutti lavori di Domenico Beccafumi, detto Mecherino da Siena. Questo Pittore dopo avere studiato in Patria la maniera di Pietro Perugino, si dette in Roma al fare raffaellesco, e a quel di Michelangelo, e fu Architetto, e Scultore sulle tracce di Duccio senese 203 Eccone la riprova ne' due Evangelisti, figura condotte alla michelangiolesca, dove benché apparisca lo statuino, e lo stil secco di quei tempi, i contorni, e l'estremità son marcate. E muscoleggiate con maniera grande, e con intelligenza; i panneggiamenti nell'andamento son facili, e naturali, ed il colorito non è dispregevole. 39. Nel terzo quadro studiosissimo il Beccafumi della Notomìa, benché ricercò gli scorti più difficili, e non grati, pure furon reputati degni di lode quei nudi
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morti dai tempi del fuoco alla presenza di Mosè, dal Borghini, da Giorgio Vasari, e da altri Scrittori, che parlano di queste opere 204 40. Nel quarto il Legislatore ha vivacità nel volto, la testa del putto è mossa graziosamente, ed il tinto nel suo primo essere appariva condotto con grassezza di colore. Il volto della femmina è il ritratto della favorita del Beccafumi, ch'egli fu solito replicare in altre opere, ed eziandìo nel pavimento del Duomo di Siena. Appartiene alla storia dei quadri di questa tribuna, ch'io esponga ciò, che lasciò scritto l'Aretino Pittor contemporaneo dopo di averci instruiti, che Mecherino si fermò in Pisa per veder la Città venendo da Genova, dove avea dipinto pel Principe Doria, e fu circa all'anno 1530. Intanto dic'egli loc. cit. Sebastiano della Seta Operajo del Duomo avendo inteso dal Cervelliera le qualità, e virtù di Domenico, desideroso di finire quell'opera, stata tenuta in luogo da Gio. Antonio Sogliani allogò due quadri della detta nicchia a Domenico, acciocché gli lavorasse a Siena, e così fu fatto….Questi condotti a Pisa furono
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cagione, che Domenico fece in quattro quadri, cioè due per banda i quattro Evangelisti che furono quattro figure molto belle. Onde Sebastiano della Seta, che vedeva di esser servito presto, e bene, gli fece fare dopo questi la Tavola d'una delle Cappelle del Duomo
, che fu una di quelle, che perirono nell'incendio. Seguita a narrare ch'ei la dipinse in Pisa, e poiché non riescì della perfezione degli altri quadri, egli scusandosi di ciò con molti amici e particolarmente con Giorgio Vasari diceva, che come era fuori dell'aria di Siena, non gli pareva di saper bene operare. In fatti fece Mecarino in essa sua Patria opere di somma fama da me vedute con piacere, e reputate dal detto Scrittore, le più eccellenti, ch' egli abbia fatto in fra tante sue, e diè fine nel 1500 con miglior maniera al singolar pavimento di quel Duomo, ch'avea Duccio cominciato nell'anno 1350. 41. La Tavola dove sono rappresentati i figli di Aronne Nadab, ed Abiu consunti dalle fiamme, e quinta da questo lato viene attribuita dal Martini, e da qualche suo copista al medesimo Mecherino. Io non oso asserirlo, facendomi forza in contrario la maniera totalmente diversa, ed il gusto riflesso, che i precitati Scrittori coevi precisamente accennano i
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quattro Evangelisti, e le altre due tavole, e di questa non fanno menzione. 42. La rappresentazione del sesto quadro è del fratricida Caino. La figura nella conformazione delle membra, e nel volto ha tutta la proprietà per dimostrar la tristezza dell'animo. Egli è uno dei tre quadri, che ha in questa tribuna il Sogliano, il quale come il più accreditato Pittor fiorentino di quei tempi fu scelto il primo dai Pisani, che per ornar la gran Chiesa, ed eseguire la nobile idea furono liberali, cauti nella scelta, e solleciti. 43. La Tavola di mezzo, che rappresenta la Deposizione di N. S. con le Marìe fu dipinta da Gio. Antonio Razzi da Vercelli, detto il Sodoma, soprannominato il Mattaccio per il suo bizzarro umore che fiorì nel 1500; ma di quale scuola ei fosse non viene dagli Scrittori accennato. Di questo quadro parlando il Vasari suo contemporaneo, e di quello del Sacrificio di Abramo, che viene in seguito scrisse: Perché questi quadri non riescirono molto buoni, l' Operajo, che aveva disegnato fargli fare alcune tavole per la Chiesa, lo licenziò 205 Avverte per altro, che
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allora il Sodoma era molto vecchio, quando non resta ai Pittori, che un operar di pratica, e una maniera poco lodevole. In fatti Gio. Antonio quando volle, dipinse con qualche stima; e Siena lo dimostra nella Tavola della Chiesa di S. Francesco, e nel Cristo alla Colonna del chiostro, ch' è il suo capo d' opera. 44. D'intorno alla divisata Pittura, ed al vacuo superiore, in cui si racchiudono molte sacre Reliquie è disposto un architettonico ornato di marmo, ricco de' soliti pregiati intagli, di due colonne con superficie parte striata, e parte con arabeschi, e di sei statuette di marmo bianco. Due di queste situate su' pilastri del parapetto sono alte un braccio, e tre quarti, e rappresentano due Angioli con candelabro in mano; una è del Tribolo, e l'altra di Silvio Cosini da Fiesole scultor valente, e bizzarro nei grotteschi, del cui ingegno, e pratica si servì più volte il Bonarroti. Attesta il Vasari 206 Che la fece il Tribolo invitato dallo Stagi mentre lavorava le due colonne coi capitelli di quest'ornato, e che la condusse con sommo finimento nei sottili panni, e
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nel nudo. Soggiunge, che il medesimo avrebbe fatto anche l'altra di sua mano, ma non ottenuta dall'Operajo quella mercede, che desiderava, se ne ritornò a Firenze. Pertanto nell'anno 1528 fu supplito alla mancanza del detto Silvio Cosini, il quale, ad dir dell'Aretino fece un Angiolo tanto simile a quello del Tribolo, che sembra fatto dalla medesima mano 207 45. I due quadretti posti lateralmente sopra le due porticciole, che conducono al terrazzino, sono attribuiti dalla tradizione a Clemente Bocciardi, detto il Clementone genovese, scolare di Bernardino Strozzi il famoso Cappuccino, compagno in Roma del Castiglione, ed in Firenze di Jacopo da Empoli. 46. Succedono due opere stimate del nominato Antonio Sogliani. La prima dimostra Abelle, che guarda gli armenti, dove Giorgio aretino giustamente commendò il paese per la sua vaghezza, e la proprietà della testa di lui, che esprime l' istessa bontà 208 47. Nell'altra è figurato il Sacrifizio di Noè escito dall'arca. Quivi il Sogliano
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sciolto dal freddo comporre di quel tempo dimostra il suo vero carattere lodevole nelle estremità, e ne' movimenti bene intesi di alcune teste; e lo stile, che prese ad imitare apparisce nella distribuzione delle masse de' cangianti panneggiati, e nella figura in prima linea. Con più diletto potrebbe gustar di questo dipinto in tavola l'Amator dell'Arte, se egli più volte non avesse avuto il restauro per mano del Cinganelli, e di Stefano Maruscelli secondo il Martini 209 48. Il Sacrificio d'Abramo è del nominato Antonio Soddoma. Se per questo dipinto fa poco buon'effetto per la principal cagione de' molti lumi sparsi di soverchio, egli per altro dimostra intelligenza nelle parti nude, ed espressione nelle teste ad onta dell'età avanzata dell'Autore, e dell'altra notizia, che detti poc'anzi tratta dal Vasari. 49. Un grazioso pittoresco lavoro ci dimostra Mosè nel deserto, che fa piover la manna al popolo ebreo. Fu eseguito nell'anno 1607 da Ventura Salimbeni senese, figlio, e discepolo di Arcangelo, e fratello uterino del celebre Francesco Vanni,
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tutti valentuomini fra i tanti, che fino dal risorgimento della Pittura produsse la Città di Siena con somma sua gloria. Questo dipinto pennelleggiato con buon gusto, e facile, sembra, che aspiri a quella tanto desiderata, e rara unione di aggiustati dintorni, e del buon colorito, che ci rappresenta il bello delle cose. Le figure han dolci arie nelle teste, e si vestono di panni ben cangiati, e mossi con aggiustate pieghe. La leggiadra femmina in prima linea del quadro tiene il rango principale; e l'ultimo si conviene al Mosè freddamente atteggiato. 50. Danno compimento a questo primo ordine gli altri due Evangelisti di Domenico Beccafumi. I piedi son messi in iscorto, e ciascuna figura è condotta coll'indicato stile, che di leggieri si manifesta. 51. Nel primo quadro del secondo giro sulla destra di chi osserva è figurato Elìa sotto l'ombra del ginepro risvegliato dall'Angelo. Viene dai pennelli di Rutilio Manetti altro senese ingegno, scolare di Francesco Vanni. Questo pittore benché non seguisse la maniera del maestro, fiorì con estimazione nel 1600, cercando per lo più d'imitare la scuola caravaggesca, allora in gran voga, come si può distinguere in questo suo lavoro degno di stima
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per la naturalezza, e per la forza del sugoso colorito. Ne riscosse la mercede di cento scudi, essendo Operajo Curzio Ceoli nell'anno 1626. 52. Fa luminosa comparsa il secondo quadro, il cui soggetto è il Signore sul roveto ardente, che parla a Mosè. Il tinto è risoluto, e caldo. La grandiosa figura è mossa con proprietà riguardo all'azione, e nella testa ha pittoresca forma, e decoro. Egli è di Matteo Rosselli fiorentino; fu messo al posto nell'anno 1629, e fu pagato scudi 160 per rescritto del Gran-Duca, secondo le memorie di quest'archivio. Il Baldinucci nell'elogio di lui scrisse: Nel 1623 dipinse la tavola, che fu posta fra altre di altri celebri artefici nella tribuna del Duomo di Pisa. Dal medesimo Autore si raccoglie, ch'ei dalla scuola di Gregorio Pagani seguì in Roma il Passignano, e che sempre corretto nel disegnare maneggiò con somma riputazione i pennelli a fresco in ispecie, e che fu protetto da illustri Mecenati. 53. Il terzo quadro rappresenta la cognita istoria di Mosè, ed è opera non dispregevole di Paolo Guidotti lucchese 210
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Le prerogative che in lui si unirono di dottore, di poeta, di suonatore, di musico, d'architetto, e di scultore, lo rendettero accetto a Paolo V., da cui ebbe segnalati onori in Roma, dove fece molte opere di pittura circa all'anno 1582. 54. Il quarto quadro, uno di quegli, che danno maggior lustro alla tribuna esprime Mosè in atto d'inalzare il serpente all'adorazione. Fu fatto in Roma nell'anno 11626 (come apparisce in alcuni mss. di quel tempo) da Orazio Riminaldi pisano, che ottenne mercede 350 scudi dal suddetto Ceoli, amico delle belle Arti. Questo Pittore della scuola di Aurelio Lomi passò in quella città sotto la scorta del Gentileschi, del Domenichino, e del Manfredi; e tali progressi fece nell'arte, che divenne non solo il miglior genio dei pittori pisani, ma uno de' più accreditati maestri del XVI. sec. Questa sua pittura conserva una maniera grandiosa, e soda, un tingere d'impasto forte, e quella quieta unione, che tanto piacque ad Annibal Carracci. Vive, e pronte sono le attitudini: la femmina svenuta si getta con naturale abbandono sulle proprie braccia; e le parti delle figure nude ben pronunziate esprimono violenta agitazione, e tormento pel velenoso morso dei serpenti. Quella in piè
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dritta può stare a fronte de' migliori pezzi bolognesi. Di questa erudita opera del Riminaldi ebbe tanta stima il Principe Ferdinando di Toscana, che nell'anno 1697 volle, che ella adornasse le sue regie stanze, facendo qui porre una copia di mano di Pier Dandini. Successivamente il Gran-Duca Cosimo III. rimandò a Pisa l'originale da rimettersi al suo posto, ove presentemente si vede; e nel Palazzo di Firenze se ne conservava la copia. 55. Il miracolo della moltiplicazione dei pani fatta dal Salvatore sul Giordano è di Aurelio Lomi pisano, il quale ebbe i primi rudimenti dell'arte da Lodovico Cingoli, e dipinse con gran credito in Genova, in Roma, in Pisa, ed in altre Città d'Italia. 56. Fà nobil mostra sull'ala di quest'ordine un lavoro di Gio. Antonio Billivert, eseguito nell'an. 1626. sotto il prefato Operajo, che premiò l'Autore di 210. scudi. La rappresentazione è nobilmente condotta, e tinteggiata con floridezza. Se si esaminano le tre bellissime figure, elleno son ben aggruppate insieme, e vi trionfa l'espressione. L'Angelo in particolare col più risoluto atteggiamento trasporta per i capelli il Profeta a prestar cibo a Danielle esposto alle fiere, il cui panno cade
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in ben cinque disposte falde che arricchisce la figura senza nasconderla. Sopra tutto lo sbattimento de' lumi, la maestrìa delle ombre, e il riposato impasto delle parti nude danno rilievo al compimento: ciò, che fa colpo ai sensi, e l'immaginazione diletta. 57. Passando al terzo giro, sempre sulla destra volgendosi, fa una elegante comparsa il quadro, dove il Patriarca Abramo sotto la quercia di Mambre stà a mensa con tre Angioli, che gli annunziano la nascita di Isacco. Fu dipinto nell'an. 1628. incirca con aggiustato disegno, e buon colorito da Gio. Stefano Maruscelli dell'Umbria discepolo di Andrea Boscoli, che molto operò in Pisa, dov' essendo in qualità di Ingegnere fu tenuto in istima di buon Pittore mediante la sua vaghezza nel tingere, e la felicità nell'inventare. 58. Il Sansone, che fa strage de' Filistèi è altra opera prodotta dai commendati pennelli di Orazio Riminaldi, ed eseguita intorno all'an. 1626. 59. Nel quadro contiguo, la cena del Re Assuero con la Regina Ester è di mano di Cosimo Gamberucci. Questi condiscepolo di Andrea Boscoli, e di Antonio Tempesta apprese l'Arte dal rinomato Maestro Santi di Tito.
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60. Del sopraccitato Guidotti lucchese è la Cena fatta nelle nozze di Cana Galilea. 61. Dopo di essa s'incontra un'opera di distinta bellezza con due sole figure: Giuditta colla testa di Oloferne nella sinistra mano, e la vecchie serva posta indietro. La vittoriosa donna tinta con leggiadrìa di pennello, ed ombrata con maestrìa lombarda diletta la fantasìa, e resta piacevole all'occhio. L'Artefice è incerto. Alcuni mss. di quel tempo, ed alcune carte di anonimo scrittore attribuite a Paolo Tronci contemporaneo, ne fanno Autore Ottavio Vannini fiorentino colla circostanza, che fu l'an. 1630., e che gli fu pagata per sua mercede la somma di scudi 120. Attesta il Baldinucci nella vita di lui, che la maniera del Vannini nato nel 1585. fu corredata di buon disegno, e di buona pasta di colore, e che fu differente da quella del Passignano suo maestro. E' noto altresì, che nell'anno indicato fiorì Gio. Battista Vanni da Pisa Pittore, Architetto, e intagliatore di rame, della scuola di Cristofano Allori, e studioso delle opere del Correggio, come asserisce l'Orlandi. Con tal notizia concorderebbe qualche ms. che attribuisce l'opera al Vannino pisano, quando sia vero, che tale era il
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suddetto Vanni denominato. Di questi il modo di dipingere non mi è noto, né difendo per certa l'una né l'altra tradizione soggette ad equivoco. Ma checché sia di ciò, il vero è che la nostra Giuditta merita per la sua eccellenza la stima degli Amatori, e de' Maestri del disegno. 62. Ultima di questa gallerìa è la pittura di Michele Cinganelli fiorentino. Il soggetto della medesima è il Sacerdote incontro a Giosuè coll'oblazione de' pani di proposizione. Il fondo del quadro è quieto, onde le figure di bei panni arricchite trionfano. 63. Lasciando il corpo, e sempre proseguendo con ordine s'incontra l'Altare ove si conserva la dipinta immagine della Madonna detta di sotto gli organi, perché anticamente era sotto l'organo situata. D'essa avrò campo di favellare nel tomo secondo. I santi Pisani effigiati nel quadro furono coloriti nell'anno 1630 da Francesco Curradi fiorentino. Egli uscì dalla scuola di Battista Naldini, e fece molte opere grate agl'intendenti. Questa per altro il suo valor primitivo non mostra perch'è un avanzo, come ognun vede, di cattivo ripulitore.
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L'ornato architettonico dell'Altare è tutto di bei marmi, e le colonne sono dell'istesso marmo rosso misto, che osservammo nella parte opposta all'altare della Madonna. 64. Sopra la porta della contigua Sagrestìa è collocata l'arca sepolcrale, che contiene l'illustre spoglia di Enrico VII, e che ne mostra la figura giacente. In qual modo fosse egli sepolto in Pisa nella Cattedrale eccone in breve l'istoria, che vien descritta estesamente dal Muratori 211 Dal Tronci da Gio. Villani, dal Can. Bernardo Marangoni, e che fu da me accennata nella prima parte di questo volume. Il valoroso Principe dopo di aver dato ai Pisani varj contrassegni di affetto, ed ai Fiorentini di sdegno, nel dì 5 di agosto dell'anno 1313. partì di Pisa con numeroso esercito di Oltramontani, e d'Italiani, fra' quali i Pisani stessi. E poiché si portava all'acquisto di Napoli contro il Re Roberto, seguitato per mare da Federigo Re di Sicilia, dai Veneziani, e dai Genovesi suoi confederati, non lasciò di danneggiare i
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Fiorentini, rispinse i Senesi, e finalmente sotto Monte Aperti sull'Arbia dopo di avere sconfitti i Fiorentini medesimi, sentendosi infermo si ritirò a Bonconvento. Quivi si aggravò talmente, che nel dì 24, del suddetto mese di agosto, e dell'anno 1313, fu sorpreso da morte, o naturale, o violenta che fosse; corse voce in fatti ch'ei restasse avvelenato nell'ostia, mentre si comunicava per mano di F. Bernardo di Montepulciano dell'ordine de' Predicatori 212 Per la qual cosa i Pisani, che lo accompagnavano, benaffetti al detto Imperatore, ritornandosene da estremo dolore compresi condussero seco il cadavere, e lo lasciarono in deposito a Sughereto di Maremma 213 Per lo spazio di due anni vi stette fino a tanto che preparato nel Duomo di loro il Mausoleo di Architettura, di Scultura e d'epitaffio decorato, con funebre, ed onorevol pompa nella Città di Pisa fu trasferito. S'innalzò un tal sepolcrale edifizio 214. Nella tribuna dell'Altar maggiore: ma dovendosi poi questo
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ornar di quadri, si collocò nell'anno 1494. nella muraglia laterale della cappella di S. Ranieri; correndo poi la sorte degli altri anche di lì fu rimosso, e con iscapito di decoro tanto pel sito, quanto per gli ornati di architettoniche parti, di statue, d'arabeschi, sull'indicata porta così degradato fu posto. In questa ultima traslazione referisce Flaminio dal Borgo nell'appendice ai Diplomi pisani, che nel dì 27. maggio 1727. fu fatto il riconoscimento delle ossa, e delle Insegne Imperiali con celebrarne pubblico instrumento; che vi si ritrovarono alcuni confusi avanzi dell'Imperial manto tessuto in oro; e che questo era sparso di piccole aquile, e di leoni, rappresentanti le divise delle due nazioni, guelfa e ghibellina. Colle stesse divise vedesi intagliata la sopravveste Reale della statua di marmo giacente sull'urna. L'inscrizione scolpita è la seguente.

160 HOC IN SARCOPHAGO NON QUIDEM SPERNENDO.
HENRICI OLIM LUCEMBURGENSIS COMITIIS.
ET POST HEC SEPRIMI HUJUS NOMINIS
ROMANORUM IMPERATORIS OSSA CONTINENTUR.
QUE SECUNDO POST EJUS FATUM
165AN. VIDELICET MCCCXV. DIE VERO XXV. SEXTILIS
PISAS TRANSLATA SUMMO CUM HONORE, ET FUNERE
HOC IN FANO AD HUNC USQUE DIEM
COLLOCATA PERMANSERE.

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Più sotto si legge in una cartella di marmo sostenuta dagli artigli di un'Aquila.

QUIDQUID FACIMUS, VENIT EX ALTO.

>65. Dentro la sagrestìa è il Sepolcro di Uladislao Duca Tessinense, che giunto in Pisa in compagnìa di Carlo Re de' Romani vi trovò l' ultima sera. Carlo altresì con gran dimostrazione di parziale amicizia quivi si trattenne, come in una Città stata sempre amorevole verso gl'Imperatori. L' urna incassata nel muro mostra la fronte condotta di più antica scultura; ma impropriamente ella è occupata da un confessionario, ond'io non ne assegni il carattere. Due sono gli epitaffi sovrapposti. Il primo è in questi termini.

170 S. ILLUSTRIS. DNI. DNI. ULADISLAI
DUCIS TAXINENSIS, QUI OBIIT
PISIS A. DNI. MCCCLVI MENS8 APRILIS.

L' altro in più gran marmo scolpito, e fiancheggiato dalle Insegne Imperiali vi fu posto quando vennero in Italia Federigo III. Imperatore, ed Eleonora sua moglie. Non essendomi stato possibile riscontrarne i caratteri per l'indicato motivo, quelli espongo pubblicati dal Tronci che riporta anche il primo epitaffio, ma non troppo fedelmente.


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IMPERATORIS FEDERICI III.
LEONORAM PORTUGALLIAE REGIS FILIAM
175CONJUGEM ULADISLAO DUCE ILERIAE,
AC DNO TEXINENSI COMITANTE,
INVENTO HOC SUAE ANTIQUITATIS TUMULO,
INNOVATA SUNT HAEC INSIGNA
A. D. 1452. 3. IDUS FEBRUARIS STIL. PIS.

Lo spazio compreso fralla sagrestìa, e l'angolo della crociata è adorno di un gran quadro, che esprime la nascita della Madonna. La Pittura fu eseguita in Roma da Giacinto Corrado napoletano, scolare di Solimene, che ha fiorito nel secolo scaduto. Questa se totalmente non resiste al critico esame, ella è per altro seducente nella parte del colorito magico, e brillante, se non vero, e sostanzioso. Il lume altresì più pittoresco, che fondato sul vero riguardo all'opposta molto aperta, e vicina campagna, è conservato con maestrìa, e rende all'occhio un piacevole chiaroscuro. Il braccio della femmina, perché senza fatica troppo materiale si dimostra egli è causa che alcuni risoluti censori più tosto, che impiegarsi ad esaminare altre parti più difficili annichilano il merito di tutta l'opera, ciò che sovente suole accadere. A questo luogo opportuna è la saggia riflessione di molti Scrittori di pittoriche dottrine, che ai vivaci spiriti
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nell'operare, denominati manieristi, concedono talora qualche sbaglio di purgato contorno, perché una tal prerogativa di rado con l'esattezza della correzione che deriva da replicate riflessioni si accompagna. Ottima cosa, e molto desiderabile sarebbe al certo il ritrovare in un' opera di pittura unite insieme le tre parti essenziali, e gli attributi loro, onde si ottien l'idea del vero bello; ma una tale unione con grandissima difficoltà si ritrova. Anche i bravi Maestri hanno per lo più in qualche parte mancato, ma questo non fà sì, che le opere di loro non siano pregevoli. 66. Entrando nel braccio trasversale della crociata, il Mausoleo che il primo s'incontra fu lavorato nella scuola del Vaccà in Carrara con buona scelta di marmi tanto nei modani lisci, quanto nelle statue. Il candido lunense, il giallo di Siena, il diaspro di Sicilia, e il verde di Seravezza sono i marmi, che dagli altri si distinguono. Esso contien le ceneri dell'Arcivescovo Francesco d'Elci fiorentino, che morì nell'anno 1703. Fu fatto fatto erigere dal Cardinale Ranieri d'Elci in segno di gratitudine e di affetto verso l'Arcivescovo amatissimo zio di lui circa a 40. anni dopo la indicata morte.
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L'iscrizione è riportata dal P. Mattei nella sua storia pisana. Nel tabernacolo si conserva l'immagine di un Crocifisso scolpito in legno, sotto la quale volle esser sepolto il prefato Arcivescovo. Ella è vecchia tradizione, che questo Crocifisso fosse fatto quivi collocare nell'an. 1678 dall'Operajo Venerosi, e che stesse anticamente sul celebre pulpito del coro, quando vi predicò S. Tommaso d'Aquino. Et allora da Buffalmacco Pittore fu dipinto il suo Ritratto in Campo Santo, referisce Paolo Tronci 215 Per l' epoca del prelodato provvedimento, che contribuì cotanto al lustro di questo Tempio, egli è dover di notare che le quattro Tele grandi che vestono i primi quattro scompartimenti di questa crociata, le prime furono a far di se bella mostra. 67. Fra queste sono da annoverarsi la Circoncisione del Nazzareno, che per ordine ci si presenta, e la contigua Pittura che l'adorazione de' Re Magi dimostra. Ambedue sono attribuite ad Aurelio Lomi; ma son condotte con tal diversità di stile, che appena vi si ravvisa
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l'istesso pennello. L'Adorazione è certamente della prima maniera di lui 216 L'altra ha belle parti; e varie teste fanno chiara la perfetta simiglianza di loro col vero. 68. Due magnifiche decorazioni di architettonica struttura la tribuna fiancheggiano, e fregiano le fronti delle minori navi. La disposizione è consimile a quella, che già descrissi nella cappella opposta di S. Ranieri. La prima di queste, che si offre allo sguardo oltre la buona scelta de' marmi ha il pregio del sopraffino intaglio, onde sono arricchiti i capitelli, i fregi, e le modanature. Quivi non si occulta la scuola del più volte lodato scalpello dello Stagi. Una statua maggiore del naturale è collocata nel mezzo della gran nicchia, e le fanno ala due addossate colonne di bel marmo brecciato di Seravezza. Ella rappresenta S. Crestina, e fu scolpita in marmo dal Chiarissimo Fancelli da Settignano discepolo di Gio. Caccini, e Scultore di qualche estimazione di quei tempi, come ne fa testimonianza il Baldinucci. Ei volle
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lasciarci memoria del suo nome nel sasso, dove posa il piede la Santa, ov'è scritto:

180 CLARISSIMUS FANCELLIUS SCUL.

In oltre ci rese chiara l'epoca del suo lavoro scrivendo nello zoccolo, su di cui ella posa.

FERD. II. M. D. ETR. V. F. IMP.
JUL. M. ARC. P. CUR. CEULO. AED.
A. S. M. D. CXXVSS.

Tanto in questa, quanto nell'altra facciata le cartelle, che ornano i piedistalli portano scolpiti i seguenti caratteri:

FERD. MED. MAG. HETR. DUCE. III.
185AC. S. R. E. CARD. AMP.
FELICITER IMPERANTE
A. SALU.
M. D. LXXXVIII
HIERO. PAPPO AEDITUO.

69. Passando ad osservar l'Ara, che fuori della tribuna s'innalza, degni d'osservazione sono il superbo ciborio di argento soda da tre Angioli nobilmente sorretto, ed i bassi rilievi de' gradini parimente di argento, che esprimono varj misterj del Redentore. Può francamente l'Autor fissar nelle figure il guardo
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intento; Che vinta è la materia dal lavoro. Gio. Battista Foggini
ne fu l'Architetto, e fu esecutore esperto del disegno di lui Sebastiano Tamburini pisano l'anno 1692. L'inscrizione in marmo, che si legge nella posterior parte dell'Altare dichiara, che sì maestoso lavoro fu ordinato da Cosimo III. Gran-Duca di Toscana nell'anno 1685; ch'erano operaj M. Antonio Veronesi, e di poi Giulio Gaetani; e che i nominati maestri ne furono gli artefici. Indicano i ricordi della Primaziale, che ascese la spesa a scudi 24000. 70. Esaminando presentemente la tribuna, ella è riccamente variata da opere di scultura, e d' architettura condotte di bellissimi marmi per lo più statuarj, ed è simmetricamente divisa in tre scompartimenti in foggia magnifica e simile a quella dell'opposta tribuna di S. Ranieri. Le due statue di Adamo, e di Eva a piè dell'albero, in cui avvolto il serpe tentatore si aggira, formano decoroso ornamento al reparto di mezzo. Nelle nicchie laterali son collocati due grandi simulacri alti quattro braccia, la Madonna, e l'Angelo, che l'annunzia. Il Dio Padre, e gruppi di angelici putti sono scompartiti nella volta. Negli angoli dell'arcata son due figure di mezzo rilievo. Tre statue
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esprimenti la Religione, la Fede, e l'Angelo con lo stemma del Nazzareno ornano il vacuo del frontone, che dà compimento all'architettonica decorazione. Francesco Moschino Architetto, e Scultore condusse le predette opere, come accennai altre sue descrivendone nell'opposta cappella. Il Vasari contemporaneo attesta, che due delle dette statue situate nella tribuna acquistarono al Moschino assai nome, ed onore 217 Queste per altro non furono delle opere sue più felici; in quelle principalmente di Adamo, e di Eva manca quella eleganza di stile, e di movimento, che viene al suo fare attribuita in un moderno elogio. Autentica memoria del mentovato archivio attinsi, che il Gran-Duca Cosimo mandò il Moschino espressamente a Pisa ad abbellir questa tribuna di sue sculture; che ne fecero le stime il citato Vasari, e Vincenzo de Rossi scolare di Baccio Bandinelli, e che negl'indicati lavori fu impiegata la somma di 3020 scudi; siccome altra di 2300 fu spesa nelle balaustrate erette nell'anno 1618 tanto in questa quanto nella opposta parte. Qui parimente si fermerà l' Amatore sulle fregiature, sui cornicioni, sui pilastri,
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e sugl'imbasamenti, dove sono in vaghi giri condotti bellissimi meandri, vitalbe con particolar traforo, ed arbitrarie teste finite, e lustrate con portentosa delicatezza. Tutto ciò deve attribuirsi al nostro soprallodato Stagi, come anche ogni altro simile ornato di questa cappella, se si ascolta l'aretino maestro. Il lavoro di musaico entro la nicchia sovrapposta al frontone fu eseguito da Gaddo Gaddi, e da Vicino pisano. Rappresenta la Vergine annunziata dall'Angelo. Le pitture fino al soffitto benché mal conce siano, dimostrano buona maniera; o sono dell'epoca indicata di quelle del coro. Dirò di passaggio, che i freschi accennati dal Vasari di mano di Taddeo Bartoli senese circa al 1400 dovettero ornar la tribuna prima del nuovo abbellimento. 71. La marmorea fronte dell'altra minor navata rinnova la piacevole osservazione degl'intagli. La grande statua situata entro la nicchia fu condotta dall'istesso Fancelli. Egli effigiò in essa S. M. Maddalena; lasciò il suo nome in cifra in un lembo della veste di lei, e rinnovò nello zoccolo l'iscrizione medesima, che nell'altra parte osservammo.
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72. Seguitano i quadri grandi a olio nelle pareti; e nel primo, che si presenta, il prefato Aurelio Lomi colorì la nascita del Redentore. Lo stile è quasi bronzinesco simile a quello del quadro opposto. Tanto l'uno, che l'altro se non hanno il pregio di allontanar gli oggetti, e se non vincono la secchezza, e l'insipido colorito di quei tempi, hanno però alcune parti, che da se sole potrebbero apparire. I pittori Giov. Stradano, e Jacopo Ligozzi furono destinati dall'Operajo a farne la stima, che fu di 300 scudi l'uno, non compresa la tela, e l'azzurro oltremarino. 73. Un'opera condotta con robustezza, con grandiosità di stile, con ben'intesa architettura, e con regolar prospettiva è il quarto quadro, che rappresenta la disputa di Gesù Cristo co' Dottori. Quivi lasciò scritto l'Autore, Petrus Sorius. Sen. pin. an. 1617. Che questi si erudisse in Venezia sul far maestoso di Paolo, potrà ben ravvisare in quest'opera il conoscitore. 74. Il quinto, che mostra la Madonna col divin Figlio gravemente atteggiata, ed alcuni Santi, che con buon'ordine la circondano è del Passignano maestro del prelodato Sorri. Benché il tempo, o altra cagione lo abbia coperto di fosca superficie,
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traluce però in esso la primitiva bellezza. Per aggrandirlo a forma del reparto furono necessarie alcune giunte; e per colorirle fu fatta la buona scelta dell'estimabil pennello del nostro Tempesti, che imitò felicemente il vecchio lavoro. 75. L'Altare, che s' incontra ha una tavola del medesimo Aurelio Lomi. Questa presenta una maniera tutta differente, e di un merito superiore a quella di già osservata nei quadri della Nascita, e de' Re Magi, ed ha sempre incontrato il genio degli Amatori. Se manca di pittoresco fuoco ella ha il pregio di una felice espressione del Redentore, che in grave atteggiamento si accinge a guarire il cieco nato. Il cieco medesimo genuflesso dimostra in volto la fiducia, e il desiderio insieme della sospirata luce. Primeggiano gli andamenti delle pieghe, e la morbidezza dell'impasto, forse soverchia ne' dintorni. Le cornici, ed altri membri architettonici dell'Altare mostrano eleganti sculture attribuite al solito Stagi. Sempre si osserva, che desso nell'accompagnamento di una qualità medesima di rosoni, di arabeschi, di maschere, e di simili altre bizzarrìe variando le forme loro seguitò l'uso antico.
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76. Nella gran navata ritornando, il primo Altare detto di S. Guido si fa degno di osservazione per altri meno eccellenti lavori del detto maestro, e per esser egli decorato di due superbe colonne, tutte di un solo pezzo di bellissimo verde antico. Ne fa menzione, commendandolo il Cesalpino; ed il P. Agostino del Riccio, verde d'Egitto lo denomina. Altri naturalisti stimano specialmente la sinistra colonna, perché conserva le sue maggiori macchie distintamente lattate, perch'ella è di una bellissima breccia. Nel marmo dell' imbasamento delle predette colonne è scolpito l'anno 1592 indicante l'epoca, in cui fu rinnovato l'Altare. Lino Senese fu lo scultore della tavola di basso rilievo di marmo statuario: e quivi effigiò di buona maniera per quei tempi la B. V. quando apparve a S. Ranieri nella Città di Tiro. L'urna, che servì a contenere il corpo di detto Santo prima che fosse trasferito nel nuovo di già commendato mausoleo, le reliquie di S. Guido pisano oggi conserva. 77. Seguitando l'ordine de' quadri grandi dipinti a olio: il primo da questo lato, che abbellisce la parete settentrionale rappresenta il martirio di S. Torpè pisano. L'Autore fu Placido Costanzi romano della scuola di Benedetto Luti. Attesa la morte
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di lui seguita nell'anno 1761 restò imperfetta l'opera, e tale qui da Roma pervenne. Volendosi renderla compita fu bene scelto a tal' uopo il Tempesti, come pittore esperto dell'arte, e come scolare del medesimo Costanzi. Egli in fatti sull'esempio dell'original bozzetto riescì nell'impegno, ed imitò la maniera nella gloria, e nel Santo, che al fiero colpo si sottopone. Quest'opera, quantunque a prima vista il merito suo non mostri, esso per altro apparisce agli occhi degl'intendenti nell'ordinato componimento, nella proprietà armonica, e nella ricchezza del nudo. Il manigoldo è muscoleggiato secondo il movimento; e il Martire, non molto bene atteggiato, pietade inspira, ed entrambi posti furono in quell'eminente luogo con arte somma, perché spiccati dall'altre figure richiamassero a se l'occhio, e denotassero l'azione importante della storia. Alla Mancanza di ciò, che si chiama strepito, e vaghezza suppliscono le masse del chiaro scuro, che se non son tali da animar lo spettatore producono l'effetto del riposo, e del lume. Se il Costanzi avesse condotto a fine questo quadro, è autorevole opinione, che esso sarebbe passato pel suo capo d'opera al certo.
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78. In altra gran tela s'incontra un pittoresco lavoro trattato con ispirito da Gio. Battista Cignaroli veronese, che visse nel secolo passato. Il soggetto n'è il medesimo S. Torpè, la cui testa campata dalle onde viene restituita all'Arcivescovo Federigo degli angelici putti. Dice l'istoria che un impetuoso flutto gliela togliesse di mano, mentre sul lido, ove il martirio di detto Santo accadde, implorava la bramata pioggia. Il gruppo de' Sacerdoti forma il maggior pregio di questa composizione; esso è rappresentato con particolar carattere, e con artificioso, ed animato chiaroscuro. Genuflesso il Vescovo primeggia, il cui volto non so, se più vivo, e più nobile possa desiderarsi. Le forme sono scelte dal bello ideale, mentre vi comparisce un aria devotamente sublime; e la carnagione è maneggiata d'impasto con bella unione di sugose, e vaghe tinte. Se la mani per nobiltà corrispondevano alla testa, la figura sarebbe stata eccellente. Il Sacerdote genuflesso 218, e l'altro ancora hanno belle qualità pittoresche. Con pulizìa dipinti sono i bianchi difficili. Le tonacelle
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con proprietà variate son condotte con libere pennellate piene di spirito, e di paolesco grandioso stile. Con freschissime tinte di soda carne sono pennelleggiati i due putti: e qui parimente dalla grata unione del tinto vero coll'artificiale deriva il dilettoso inganno. Questa maniera di tinger vigoroso, e saporito fu portata al maggior segno da' veneti rinomati Pittori, l'ultimo de' quali fu dichiarato il nostro Cignaroli da Raffaello Mengs nei suoi scritti. Siccome talvolta la moltitudine delle figure senza unità dà noja agli intendenti (qualunque istoria poche figure esprimendo) se ne può soffrir la scarsezza in questa rappresentazione; e dicasi più tosto, che non la trattò l'artefice con egual amore in tutte le sue parti, e nella gloria in ispecie. Nel basso del quadro stà scritto in greco idioma il nome dell'Autore. 79. L'altare che segue detto degli Angioli è ornato di una graziosissima pittura nota agli Amatori, il cui pregio non mai abbastanza lodato devesi all'elegante pennello di Ventura Salimbeni 219 Ella
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corredata di buon disegno, e di bel colore appaga l'occhio, e parla al gusto dello spettatore. Un tocco leggiero, e molle seconda la leggiadrìa dello stile. Bella disinvoltura nelle figure, adattati panneggiamenti, e parti nude maneggiate nelle estremità con sanguigne, e facili tinte sono altri vantaggi, che gode questo stimatissimo dipinto. Dalle vaghissime teste degli Angioli (che il Padre Eterno non mi dà conto dell' esser suo divino) condotte con amore, e con fluido, e riposato impasto, gli studiosi prendano le belle forme, e le arie dolci: fortunato, e raro dono negli artefici. Prevale ad esse il volto dell'Angelo Raffaello, ed è proprio divino. Avvi l'inscrizione: Opus Venturae Salimbeni Sen. 1609. I membri d'architettura ben'intesi, e meglio intagliati nel marmo il solito commendato stile rimembrano. 80. Nello spazio contiguo una gran tela vedesi che Lorenzo Pecheux di Lione in Torino dipinse nell'anno 1784, come chiaramente in una cartella si legge. Quivi l'Autore con ogni suo studio espresse il battesimo di Lamberto figlio de Re Nazaradeolo;
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questi come altrove si disse, fu condotto schiavo a Pisa dopo la conquista delle Isole Baleari insieme colla Madre, e col Re chiamato Burabè, che al Padre di lui ucciso fu sostituito. Le qualità architettoniche, che tutto il campo del quadro comprendono, indicano, che la sacra funzione seguì in questo Tempio. Riceve Lamberto devotamente le acque battesimali dal B. Pietro Moriconi Arcivescovo di Pisa coll'intervento degli Anziani della Città, del Magistrato, e del Clero; e la Regina Madre è spettatrice del salutar cambiamento del figlio 220 Nel gran quadro annesso Gaetano Gandolfi, che fu buon Pittore bolognese, figurò nel 1788 la fondazione dello spedale de'Trovatelli in Pisa fatta per il B. Domenico Vernagalli pisano dell'ordine camaldolese. 81. La tela del seguente Altare infelicemente ritoccata, come fan testo gli occhi del S. Torpè, debbesi al Passignano. Or godiamo di ammirare nel gran reparto una bell'opera de' nostri giorni. Il
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Sig. Pietro Benvenuti d' Arezzo Direttore dell'Accademia della Bell'Arti in Firenze la fece in Roma nel 1802.; e rappresentandovi il martirio del B. Signoretto Agliata pisano lasciò anche in questo Tempio una delle prove luminose de' suoi talenti. Dalla ben trattata campagna, e dal gruppo artificiosamente situato di modo che l'uno dall'altra con vaghezza si spiccano, come ancora dal sugoso impasto delle colorate figure, e dall'espressione che nei manigoldi primeggia ne risulta quella sorta di magìa che colpisce e diletta. 82. Nell' ultima tavola d' altare furono effigiati varj Santi sotto il martirio per mano di Gio. Battista Paggi pittore assai riguardevole frai genovesi ingegni. Egli fiorì intorno al 1600; esule dalla Patria godette in Firenze la protezione dei Gran-Duchi Francesco, e Ferdinando, illustri Mecenati delle Arti. Anche quest'opera di soda maniera, e da altro industriosamente lumeggiata, non trovò scampo dalla comune disavventura onde il valor pittoresco del Paggi non più vi trionfa. Qui finiscono i belli ornati d'intaglio, ne' quali lo Stagi mostrò tanto ingegno, e tanto gusto. Egli arricchì questo Tempio non men nobilmente di quel che facesse il famoso Sansovino in Roma alla
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Pace, e alla Madonna del Popolo, in Padova, ed altrove: e spero che gl'intendenti non ne troveranno alterata la narrazione. Siccome attesa la quantità loro è molto verisimile, che altri valenti Artefici dovessero operare in ajuto dello Stagi, m'indurrei volentieri ad annoverar fra questi il Tribolo, e Silvio Cosini eccellente ne' grotteschi, perché entrambi furono amici dello Stagi, e perché si rileva dal Vasari nella vita di Andrea da Fiesole, che abitò Silvio qualchè tempo con tutta la sua famiglia in Pisa. 83. Il primo de' due depositi, che ornano i vacui fralle due porte fu eretto nel mese di settembre dell'anno 1786 per ricordanza di Mosignor Francesco de' Conti Guidi Arcivescovo di Pisa benemerito di questa Cattedrale, che cessò di vivere nell'anno 1778. L'Operajo Quarantotto fece eseguire il disegno ad alcuni Artefici di Carrara coi più candidi marmi di Luni lavorati con finimento nei corniciami, e con bellissimo bianco, e nero antico nell'imbasamento. La casa è di giallo di Verona, che coll'antico gareggia 221
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84. Nell' altro spazio ebbe l' onor della tomba l'Arcivescovo di Pisa Giuliano dei Medici, il quale di distinse per tante opere sue lodevoli, e per le premurose cure verso i Pisani specialmente in tempo del contagio. Il ch. P. Mattei eruditamente ne scrisse, riportò l'iscrizione sepolcrale, che da noi pure non si omette 222 Lo spartimento de' bassi rilievi, e de' membri, che formano l'architettonico ornato fu fatto simile a quello opposto dell' Arcivescovo Renuccini, e co' medesimi marmi bianchi, co' persichini, co' neri, e con quegli di Polsevera. In fronte di un sasso nel marmoreo
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bassorilievo è scritto: Patrono suo beneficientissimo Ant. Franciscuc Bigazzius hujus Templi Canonicus grati animi. 85. Sulle due porte laterali sono in marmo impresse due inscrizioni, una delle quali indica la morte di Gregorio VIII., l'altra l'elezione di Clemente III. Due fatti sì luminosi alla Città di Pisa meritano di essere più ampiamente ricordati. Avendo molto a cuore Gregorio S. P. di recuperare la Città di Gerusalemme e di sottrarre i Cristiani dalla Siria all'infelice stato di loro, e vedendo non potersi ciò conseguire senza la forza, e senza l'unione di tutti i Principi cristiani si portò dalla Città di Ferrara, dove fu assunto al Pontificato, a quella di Pisa per riunire gli animi discordi dei Pisani, e dei Genovesi, ed esortar quei popoli allora molto considerati per la marittima potenza, alla sacra spedizione in Oriente contro Saladino Capo de' Saraceni. Quando doveva vedere il frutto delle sue paterne cure, e dell'amore de' Pisani ch'erasi conciliato fu rapito dalla morte nel dì 16 di dicembre dell'anno 1186 nel secondo mese del suo Pontificato. Ebbe solenni esequie, e l'onor del sepolcro nella Cappella dell'Incoronata di questa Cattedrale. Un tal monumento ch'era tutto ornato di
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figure di marmo bianco pregevoli per quel tempo, or più non esiste, perché nell'incendio dell'anno 1595, trovandosi allora situato presso la porta reale sulla destra, dove ora è il mausoleo dell'Arcivescovo Renuccini, corse il fatal destino di molte simili decorazioni. Così Raffaello Roncioni allora vivente, e con esso altri Scrittori 223 ci attestano. Per quel che riguarda l'altro glorioso monumento dell'elezione di Clemente III. dice nella sua istoria il sopracitato Roncioni, che i Cardinali, i quali si trovarono in Pisa alla morte di Gregorio VIII. elessero nel conclave fatto nella Città medesima a' 6 di gennajo 1187 Clemente III. romano Cardinale; e questi seguitando la pietosa idea, e il desiderio del suo antecessore tanto si adoprò fralle due suddette Repubbliche, che finalmente le accordò insieme 224 Dalle lettere del Pontefice, riportate dal Tronci, e da Flaminio Dal Borgo nei Diplomi Pisani si raccoglie, che la pace fu conciliata da' due Cardinali spediti
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a tale effetto da Roma nel mese di maggio 1188, e che fu pubblicata in Lucca, e confermata dall' istesso Pontefice nel mese di decembre 225 Le due citate iscrizioni furono fatte quivi collocare da Cammillo Campiglia Operajo nell'an. 1658, affinché non si annullassero due cotanto onorevoli memorie; e noi ci facciam premura di qui riportarle.

D. O. M.
210GREGORIUS VIII. P. M. DE SANCTA
URBE HJERUSALEM RECUPERANDA
SOLLICITIS SUMMIS VIRIBUS BELLUM
ADORNAT ADVERSUS FIDEI PERDUELLES.
PISANOS GENUENSIBUS CONCILIATURUS
215FERRARIA HUC MIGRAT, UT CIVES
MARITTIMIS COPIIS FLORENTISSIMOS
ECCLESIAEQUE FIDELISSIMOS IN SACRAM
EXPEDITIONEM MOX SIBI CONJUNGAT
PISIS OBIIT XVII. KAL. JAN. A. S. MCXIIIC.
220INGENTI CUM DOLORE CHRISTIANAE
REIP., CUI TANTAM GLORIAM PROSPICIENS
DIES SOLUM PRAEFUIT LVII. RESIDUA
MORTALITATIS PIGNORA HOC IPSO LOCO
SEPULTA CAMILLUS CAMPIGLIA AEDITUUS
225AD REDIVIVAM MEMORIAM FUNESTO POSITO
LAPIDE VENERATUR. A. D. M. D. CLVIII.

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D. O. M.
ANNO SAL. M. C. LXXXVIII. CLEMENS III. HAC
IN AEDE MAXIMA PONT. CREATUR. MAX.
230FAUSTISSIMO APPARITIONIS DIE
TRIBUS ORNATO MIRACULIS AD TRINI
SANCTITATEM IMPERII VOCATUR.
POSTRIDIE CORONATUS APPARET
PISANA ECCLESIA GREGORII VIII.
235DECESSORIS IMMATURO OBITU
THEATRUM MODO FUNERIS
SUFFECTI CLEMENTIS III.
AESPICIALI POMPA IN SEDEM VERTIT
AUGUSTAM LAETITIARUM. UTRIQ.
240PAR, ET CORONIS, ET CINERIBUS
MAXIMORUM CAMILLUS CAMPIGLIA AED.
PIETATIS, ET GLORIAE MONUMENTUM
LOCAVIT.

86. Meritano lo sguardo dello spettatore i bassi rilievi, che arricchiscono la faccia del parapetto della ringhiera, la quale composta tutta di bei marmi di qualità, e di colori diversi apre il passo fra i portici superiori. Di questi ragionando dirò a gloria di Pisa, che vennero prodotti circa all'anno 1320 dai prodigiosi scalpelli di Giovanni Pisano scultore, figlio del rinomato Niccola, le cui opere tanto di scultura, quanto di architettura sparse in molte Città d'Italia fanno fede del raro suo talento, e della fama, che allora si era acquistata. Essi rappresentano varj misteri del Redentore; e riguardo
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all'arte convien dire che pel tempo in cui furon fatti sono stupendi. Malgrado l'incomodo sito dovuto al capriccio di un Operajo, a cui di tal abbaglio non darò perdonanza, la divisata caratteristica per me si rileva dal disegno di più figure dalla molteplicità delle medesime, dall'esserne alcune quasi spiccate dal fondo, dalla varietà delle attitudini, e dal pulimento ancora. Gran destino, che simili sculture quasi perdute siano agli occhi del vero intelligente, che non solo le greche, e le romane produzioni ricerca, ma che desìa di veder quelle ancora del nascimento dell'Arte. Per dar breve notizia, dove queste opere erano in antico situate, tralasciando le autorità del Tronci, del Roncioni, del Baldinucci 226, e di altri Scrittori porto quella del Vasari, che ocularmente ne vide fregiar le sponde del Pergamo grande, che restava nel coro, ov'erano ancora figure tonde, ed altri lavori di Giovanni, che a suo luogo dovrò accennare. Risulta dalle memorie in marmo, che produrrò in appresso, e dai mss. della bibliot. magliabechiana, che Borgondio
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Tadi, quegli che cinse il dintorno del Duomo con grandole di marmo, fece fare il pulpito suddetto a otto facce con minutissime storie di bassorilievo, abbondanti di figure in varie attitudini. Nei ricordi della stessa Basilica si trova 227 la mutazione di esso seguita dopo l' incendio, e che l'Operajo Ceoli diresse il lavoro dell'indicata ringhiera. Quivi eziandìo di legge, che un certo Francesco Cecchi intagliatore dell'opera vi aggiunse col proprio scalpello i due bassi rilievi laterali, rappresentanti la Nascita di S. Gio. Battista; che fra gli altri lavori intagliò i mensoloni in buona forma; e che tutta l'opera compita fu stimata da periti maestri fiorentini la somma di scudi 2388. I due Angioli maggiori del naturale situati sulle testate del corridojo intagliati furono in legno nell'anno 1631 da Domenico Riminaldi bravissimo Artefice in simil genere, come attesta il Baldinucci 228 L'intaglio dorato del Santuario per la notizia, che abbiamo da anonimo Scrittore di quel tempo fu fatto da un certo Girolamo Tacca nell'anno 1625; e se il prefato
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Baldinucci lo attribuisce al medesimo Riminaldi, egli è molto verosimile, che l'uno, e l'altro maestro adoprati si fossero in questo lavoro. I Quadri a olio scompartiti nelle quattro dorate imposte ad Aurelio Lomi si attribuiscono. 87. L'ornato interno della porta maggiore è di vaghe pietre incrostato, ed è sorretto da due colonne di bellissimo divisato marmo, detto da alcuni misto di Seravezza, una delle quali è stata molto danneggiata dal sal marino. Il medesimo Francesco Cecchi, questa magnifica decorazione di architettura nell'an. 1621 condusse. Nel fianco de' piedistalli si legge duplicatamente:

COSMO II. M. AETRURIAE DUCE IIII. FEL.
245IMP. JUL. MED. ARCH. PIS. CURTIO
CEULIO AED. AN. SAL. MDCXXI.

88. Voltando per la navata di mezzo, le due pile per l'acqua Santa furono fatte nell'anno 1618 di un bel marmo misto, denominato persichino dal Targioni, e da altri marmo di Campiglia, o misto rosso. I due Simulacri in bronzo di buon segno, e bene atteggiati, che sorgono nel mezzo di esse, secondo la memoria vegliante
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ne' libri più volte citati di questo archivio 229 Furono modellati col disegno di Giovan Bologna e ne fece il getto Felice Palma di Massa di Carrara, che scolpì il proprio nome nel piedistallo. Egli apprese l'Arte della Scultura, e dell'Architettura da Tiziano Aspetti Scultore padovano in Pisa, e fiorì nel 1600 230 89. Non è cosa volgare il Pulpito in forma esagona, a cui serve di appoggio una delle grosse colonne di granito quasi nel mezzo della gran nave. Intorno a lei simmetricamente girano due bellissime scale di marmo bianco, che sostenute da' mensoloni bene intagliati conducono alla sommità del medesimo. La sua pianta non poteva occupar minor luogo per non togliere l' essenzial bellezza del fusto della colonna. Sul davanti egli è sorretto da due colonnette. Molto considerata è quella composta di differenti pezzi di porfido rosso uniti insieme. E poiché stretti son eglino da cemento porfireo, più propriamente le converrà il nome di breccia porfirea, che quello di porfido brecciato,
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come la dissero alcuni naturalisti 231 L'altra è di broccatello di Spagna tenuto per orientale dal P. Agostino del Riccio, e molti per il più gran pezzo di simil pietra lo valutano. Posano ambedue sul dorso di due leoni di marmo bianco (geroglifico tanto usato negli ornamenti degli antichi edificj), che sotto gli artigli in servitude astringono due cavalli. Sotto il Pergamo è situato un gruppo di cinque statuette di marmo bianco, alte due braccia ognuna. La più eminente con la corona in capo, con due putti in collo, e coll'Aquila a' piedi Pisa rappresenta secondo il sentimento di varj Storici. Nelle altre effigiate sono le quattro virtù cardinali. Tanto le statue quanto le nominate colonne servirono già di ornato egualmente, che i bassi rilievi de' quali parlammo, all'antico pulpito del coro. Furono le statue dall'istesso Giovanni scolpite; e nel secondo volume ove se ne tesse l'elogio, siccome fralle iscrizioni esterne del nostro Tempio l'epoca sarà chiara dell'operoso lavoro. Sotto l' istesso Operajo Ceoli fu innalzato questo nuovo pergamo nell'an. 1607. per
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opera di un certo Scultor francese molto stimato, il quale l'incrostò di varie pietre, l'ornò negli angoli dei piccoli simulacri degli Evangelisti, e le cinque suddette statue vi aggiunse. Da altre memorie, e dal Baldinucci si raccoglie 232 Che prestò quivi la sua opera anche il Fancelli, che nell'anno suddetto terminava le due statue per la cappella del Sacramento. Volendosi di nuovo osservare altro lavoro di tarsia, la Residenza Arcivescovile a rincontro del commendato pulpito porta espressa l'Adorazione de' Magi con i servi, ed i cammelli, e con tutto ciò, che l'istoria richiede. il Cervelliera con maggior maestrìa che altrove la eseguì nell'anno 1536. 90. La vicinanza de' primi due pilastri grandi isolati, che sostengono la cupola, rinnova il piacere di osservare altre Pitture di rinomati Artefici, che da ricchi dorati intagli rinchiuse, ornano le quattro faccie dei medesimi. Primieramente nel pilastro sulla dritta, andando verso l'Altar maggiore s'incontra il S. Filippo Neri del celebre cortonese Pittore Pietro Berrettini. La reputazione di lui, e della sua
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fioritissima scuola è nota abbastanza; ma questa sua dipintura con dispiacer sommo degli intendenti fu onninamente alterata dagl'infelici ritocchi. 91. Il quadro sulla dritta, ov'è effigiata una Madonna col Bambino è da alcune memorie attribuito al Sogliani, e da altre a Andrea del Sarto. 92. Contiene il terzo quadro un'antica Pittura sulla tavola di Francesco Benozzo Gozzoli fiorentino scolare di F. Giovanni Angelico da Fiesole. Ella esprime S. Tommaso d'Aquino con gran numero di Dottori, che sono in Atteggiamento di disputare delle opere del Santo. Avvi il ritratto di Sisto IV. da molti Cardinali, e capi di diversi Ordini attorniato. Toltone la secchezza, e la scelta infelice, soliti difetti delle pitture di quei tempi, fu considerato questo lavoro tanto del Borghini, quanto dell'aretino Maestro uno de' migliori, e dei più finiti, che facesse Benozzo, e lo è di fatto anche adesso che dell'esser suo primiero è scemo. 93. Il quarto quadro, dov'è figurato S. Torpè pisano che in ispoglie guerriere, ed avente in mano l' insegna della Città ad un pilastro appoggia, fu dipinto in Roma da Salvator Rosa napoletano, scolare del Ribera detto lo Spagnoletto. Qui
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ne fa fede la spiritosa sua maniera, ed il franco suo pennelleggiare. Egli fiorì circa all'anno 1670 con gran rinomanza, e fama nel possedere le due congiunte, e nobili facoltà Pittura, e Poesìa 233 Il Putto in ovato, che si vede nel superiore ornamento vien detto della scuola di Andrea del Sarto. Tutti gli ornati d'intaglio, secondo il Baldinucci 234 Furono ingegnosi lavori del nominato Domenico Riminaldi. Con molta probabilità altre memorie insegnano, che eziandìo vi lavorarono Girolamo Tacca, e Francesco Gaeta pisano, entrambi in quel genere esperti. 94. Passando all'altro pilastro, chi si sente accender l'animo al sentimento del bello, venga a mirare la celebre S. Agnese, una delle più stupende opere del gran maestro dell'Arte, Andrea del Sarto. Questa è la sesta ma la più insigne di quelle, che uscite dalla mano di lui fregiano questo Tempio; ed io mi fo un dovere di mostrarne l' eccellenza agli Amatori, ed
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all'estere Nazioni. Ella con le altre due Sante osservate nel coro, già riscosse l'elogio del Vasari in questi termini: «Fiigure ciascuna per se, che fanno meravigliare per la loro bellezza chiunque le guarda, e son tenute le più leggiadre, e belle femmine, che egli facesse mai». Dirò francamente, che nella sola figura della nostra S. Agnese le tre parti essenziali della pittura si riuniscono mirabilmente. E quanto alle prime due cioè alla bellezza delle forme, ed all'espressione, dove mai si vide nelle teste di Andrea tanta delicatezza unita al magistero del disegno come in questa, che piegata in soave, ed umil giro, un aria dolcemente nobile, ed alla sua onestà convenevole dimostra? Concordano al volto le mani atteggiate col più castigato contorno; e la sinistra, che appoggia sul dorso dell'Agnello è una vera grazia raffaellesca. Concordano gli atti, che indicano placida compostezza; e le bene adattate, e vaghe piegature dei panni scoprendo le membra tondeggiati provano, che molto cresce una beltà un bel manto. Passando al colorito, quantunque scevro egli sia del florido primiero stato, attestando di averlo veduto di viepiù bella tempra nei panni specialmente, contuttociò condotto si mostra con leggiadrìa, e
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con morbidezza, che di più non usarono i celebrati maestri di quel tempo. Ai divisati pregi si aggiunge l'elezion del lume, e la grazia; e da sì mirabile unione ne viene all'immaginazione, e ai delicati sensi il magico effetto del rilievo, e dell'animata figura. Conchiudasi pertanto, che questo nostro raro modello portando in fronte l'immagine del bello ideale, il Tempio che lo possiede, e la Cittade onora, e che forse non invidia ai più rari prodotti di altro primo luminare dell' Arte. 235 Il putto nell'ovato, che fa corono all'intagliato lavoro è di Autore incerto. 95. La tavola che porta le immagini degli Apostoli S. Andrea, e S. Jacopo è lodato lavoro del sogliano. 96. Una graziosa Madonna in piè dritta, che sostiene gentilmente il leggiadrissimo Putto è l'ornamento dell'altra faccia del pilastro. Sono ambedue figure di gran disegno, e son'espresse, ed atteggiate in vaga, e natural mossa. Tali prerogative unite al semplice piegar delle vesti destano l'idea del gusto raffaellesco, come ne giudicarono il Cochin, ed altri intelligenti scrittori:
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e noi non ci discosteremo dal ragionato pensiero stante l'autorevol opinione, che una tal opera sia di Perino del Vaga possessore della prelodata caratteristica. Un Pittor di merito ci attestò mentre visse, ch'ei ne vide il bozzetto original e del detto Maestro; che questo dalla nobil famiglia De Angelis passò in altre mani, e finalmente in oltramontani paesi. 97. Nel quarto spartimento di questo ornato è un S. Antonio da Padova dipinto in Roma dal commendato Pietro da Cortona. Il replicato pulimento oscurò l'espressione della testa del Santo, la bella cera del divin Putto, ed altre doti di quel valente pennello. 98. Cade qui in acconcio di osservar quella parte di pavimento, che dinanzi al coro, e sotto la cupola resta. Ella è alla musaica, ed è spartita con varj misti di porfidi, di graniti, e di molto serpentino, così denominato dai lapidarj, e riconosciuto per porfido verde dai Naturalisti 236 99. Finalmente merita lo sguardo dell'intendente (per quanto la lontananza ne concede) la Pittura a olio che la circolar
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parete della gran cupola nobilmente ricuopre. Ella è stimato lavoro del nostro pisano dipintore Orazio Riminaldi, condotto con grandezza di stile, e con robustezza di colorito. Il significato delle immagini quivi rappresentate è la Madonna, che sorretta dalle nubi, e dagli Angioli poggia all' Empireo; all' intorno son disposti gruppi di varj Santi, in gran parte pisani. Il volto della celeste Regina fu da me osservato in vicinanza, ed attesto, che rende stupore per l'espressione, per la morbidezza della grandiosa maniera, e per l'amoroso finimento delle parti. La figura tutta, la più degna, e la più gentile spira agilità, ed è panneggiata con disinvolta leggiadrìa. Fu il più delle volte rammentato Operajo Ceoli, che commesse ad Orazio quest'opera di somma importanza, dopo che con plauso grande ebbe terminato i divisati due quadri per la tribuna. Egli però non la condusse a fine; poiché sorpreso dal mal contagio dell'anno 1630 tanto infausto per la Toscana, cessò di vivere sul fior degli anni 237 Quando la sua fama già precorsa fino all'estere Nazioni lo invitava alle più lodevoli imprese.
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Per rendere adunque compito questo stimatissimo dipinto fu fatto venire da Roma Girolamo fratello di lui; e questi molto inferiore nell'arte essendo, non con tanta felicità fece qualche putto, e terminò alcuni Santi, che erano restati imperfetti. I ricordi dell'opera danno per compìto tutto il lavoro nell'anno 1631. La spesa dei ponti ascese alla somma di scudi 1500; la mercede stata assegnata per ordine del Gran-Duca di Toscana 238 Riminaldi fu di scudi 5000, e dall'una, e dall'altra somma resulta l'intiera spesa di 6500 scudi. La cupola non doppia, e conseguentemente all'umidità soggetta motivo dette a quei danni che van lentamente crescendo, ma che per gran ventura le parti più essenziali, e belle rispettano ancora. Il pregio dell'opera, e il decoro di quella Basilica meritano ogni cura perch'un maggior guasto non ne derivi. 100. I quattro Evangelisti nei peducci, e le altre pitture a fresco fatte furono
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precedentemente dal già nominato Michele Cinganelli fiorentino. L'altezza del pavimento alla sommità della cupola è braccia 83. 101. Ne' due vacui de' portici superiori compresi fra l'uno, e l'altro pilone, e sostenuti dalle più grosse colonne di granito son situati due ornamenti d'intaglio in legno dorato, che mettono in mezzo dalla parte meridionale l' orologio, e l'organo dall'altra. Questa macchina non solo è per la magnificenza, e pel decoro di figure tonde gigantesche pregevole, quanto pel musicale armonioso istrumento. Ne furono i periti Maestri Francesco Palmerio, o Palmazio, e Giorgio Speringa. Valente esecutor degl'intagli fu Benedetto Cioli fiorentino (forse fratello del rinomato Valerio), che intagliò parimente tutta la soffitta. Per dar sempre maggiore idea del dispendioso, e considerabile risarcimento fatto dopo l'incendio accennerò col citato Scrittore anonimo 239 Sempre conforme alle altre memorie della Cattedrale, che la spesa degl'intagli messi a oro dell'organo, e dell'orologio ascese alla somma di scudi 5264, e quella delle soffitte a scudi 10300.
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102. Resta appeso nel mezzo della Chiesa un rotondo antico lampadario in bronzo con putti in tondo rilievo, che sembrano reggerlo in giro. La tradizione vegliante nell'archivio capitolare ne attribuisce il getto, e l'intiera esecuzione a un certo Vincenzo Possenti pisano l'anno 1587. Merita memoria la grande illuminazione, che si fa annualmente nell'interno di questa Chiesa nella sera del dì 14 di agosto ad onoranza dell'Assunzione della Madonna. Mediante la vaga distribuzione, e la quantità della cera, che armonicamente varie parti architettoniche ricorre, e che ardendo discioglie le ombre, il superbo edifizio fa di sé bella mostra tal che diletta, e rapisce l'occhio degli spettatori. Così soprendente apparato fu più volte espressamente messo in ordine ad appagar la vista d'illustri Viaggiatori. Antichissima è l'epoca della festa, traendo origine dalla fonazione del Tempio, allor quando si celebrò con solenne pompa, e con l'intervento di tutti i magistrati: lo affermano le surriferite carte, ed altri Scrittori delle storie pisane. Egli è un prodigio, che dessa fino al presente si conservi, e che circa al 1790 sfuggisse il destino di alti lieti spettacoli, che rendean
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quel giorno più decoroso, e da maggior numero di confinanti frequentato. Non tralascio di opportunamente accennare la seguente notizia, che denota la ricchezza, e la magnificenza di quei tempi. Raccontano i Cronisti, che nel suddetto giorno, innalzate le bandiere sulle più alte estremità del Duomo, del Campanile, di S. Giovanni, e del Campo Santo una fascia ricca di rare pietre cingeva esternamente le mura della Chiesa, e che simboleggiava la Cintura della Madonna. Fan fede al racconto i sostegni di ferro tuttora esistenti, e una parte di essa, che povera, e nuda nel palazzo dell'opera sempre si conserva 240 Il Dipintore Pietro Sorri nel divisato suo quadro la espresse.

2.3.7. PARAGRAFO 7. Rarità esterne. Porta antica storiata in bronzo.

Fralle rarità esteriori del nostro Tempio annoveriamo le due imposte di bronzo della porta laterale, ch'è nella crociata
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di S. Ranieri a rincontro del campanile. Varie sacre istorie vi sono scolpite su quel far goffo volgarmente chiamato greco o gotico antico. Elleno sono ordinate in dodici reparti per imposta. E perché arreca curiosità l'osservare con quali meschine, e stravaganti idee furono immaginate, ne incomincio la narrazione della Nunziata. Ella è espressa nello spazio inferiore sulla sinistra di chi entra, e vien seguitata nella medesima linea dalla visitazione, dalla nascita di Cristo, e dalla venuta de' Re Magi. Formano la seconda fila la presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, Erode, che ordina la strage, ed il battesimo di N. S. espresso per immersione nel modo stravagante, che si costumò in quei tempi dagli artefici. In terza fila vedesi Cristo tentato dal Diavolo, la trasfigurazione di lui, il resuscitato Lazzaro, e l'ingresso in Gerusalemme. Segue del medesimo la lavanda, la cena, la presa nell'orto, e la Crocifissione; e finalmente la discesa all'inferno, il sepolcro di lui, l'Ascensione, e la morte della Madonna. Nel primo dei quattro angoli dall'alto cominciando sulla sinistra è il Nazzareno sedente in trono, fiancheggiato dagli Angioli; avvi nell'altro la Madonna; inferiormente scompartiti sembrano varj Profeti. Se delle
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prefate storie abbiam dato un cenno, il Ciampini, ed il Martini riportandone i rami distesamente le descrivono 241 Ella è questione, se la nostra antica porta fosse fatta in Pisa, o in remote parti da stranieri Artefici. Alcuni di quegli che son del secondo parere vogliono, che da Gerusalemme, e da altre orientali spiagge fosse dai Pisani condotta; ed una tale opinione avvalorano coll'esempio, che circa all'anno 1070 sotto Alessandro II. fu fatta trasportare da Costantinopoli, dov'era stata lavorata, la fodera di bronzo della porta di mezzo di S. Paolo di Roma. Altri, ed il Ciampini fra questi opinano, che ella nel secolo XII. trasportata fosse dalle Isole Baleari dopo l' onorato trionfo, forse sul racconto di Gio. Villani da me altrove allegato 242 Che il disegno appelli all'undicesimo secolo in circa potrei asserire per effetto di qualchè pratica nel combinar certe goffe maniere. Se sia poi più fondata l' una o l'altra opinione io non saprei decidere. Dirò bensì, che siccome la prima
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epoca dell'Arte fusoria fu fra noi certamente nel 1180 per opera di Bonanno Architetto pisano, perciò congettura più facile, e migliore delle altre fia quella, che la predetta porta si facesse in Pisa, o poco prima di Bonanno da qualchè suo maestro, o da Bonanno stesso, o da' suoi scolari. Il Marmo destinato a servir d'architrave alla predetta porta ricco di sopraffino intaglio ci assicura che avanzo illustre egli fu di antico epistilio. Debbo qui far menzione, che sopra di esso per attestato del Vasari stava un gruppo di quattro statue di marmo di mano del nostro Giovanni. Erano dic'egli, una N. Donna, l'Imperatore Enrico da un lato, dall'altro una femmina con due bambini figurata per Pisa, e ne riporta alcuni versi impressi nelle respettive basi: quello che farem'noi nel secondo volume, ove del pisano Scultore dovremo ampiamente ragionare. Bensì non si traccia a questo luogo che l'aver tolto e disperso un tal monumento è contro i buoni insegnamenti de' migliori Scrittori: ma non contro il barbaro costume. Noteremo di passaggio che i sedili di marmo a questa parte intorno ornati furono dall'architetto, forse sull'accennato
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stile degli antichi con teste d'uomini e di bestie. Così egli fece nella facciata occidentale ed altrove; ed alcune teste benché corrose mostrano qualche disegno. Sol per appagare i curiosi menzion' faremo del simulacro di David che sebbene mal concio sta sempre in atto di giuocar la cetra. Stante il noto incendio, ed in occasione di doversi rinnuovar gli stipiti ed il sopracciglio, guasti dal fuoco egli abbandonò la nicchia della porta maggiore del Tempio, e quella della finestra da questo lato si scelse. Nuovissime, e significanti traslocazioni or ci convien narrare. Presso l'angolo del lato meridionale, che anniam' dinanzi, stava quel bel sarcofago, che noi nella prima edizione qui descrivemmo; e poiché desso fu traslatato nel Campo Santo colà lo ritroveremo per rinnovellarne le osservazioni. Le due iscrizioni scolpite nei marmi commessi nella parete, giacché del passaggio orbate tuttora vi restano, saran da noi qui acconciamente trascritte. Anche il Vasari, il Tronci, i Gori ed altri le pubblicarono.


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AN. DNI. MCXVI. KLAS AUG. OBIIT DNA
MATILDA FELICIS MEMORIE COMITISSA
QUE PRO ANIMA GENETRICIS SUE DNE
250BEATRICIS COMITISSE VENERABILIS IN HAC
TUMBA MONORABILI QUIESCENTIS
IN MULTIS PARTIBUS MIRIFICE HANC
DOTAVIT ECLAM QUARUM ANIME
REQUIESCANT IN PACE.
255AN. DNI. MCCCIII. SUB DIGNISS. OPERARIO
BURGUNDIO TADI OCCASIONE GRADUUM
FIENDORUM PER IPSUM CIRCA ECLAM
SURADICTAM TUMBA SUPERIUS.
NOTATA BIS TRASLATA FUIT
260NUC DE SEDIBUS PRIMIS IN ECLAM
NUC DE ECLA IN HUC LOCUM
UT CERNITIS EXCELLENTEM.

Gio. Villani, e il P. Silvano Razzi presero errore forse per l'equivoco della prima iscrizione asserendo che la Contessa Matilde avesse in Pisa il sepolcro mentre lo ebbe nella Chiesa di S. Benedetto da lei edificata presso Mantova. La seconda bensì porge memoria certa, che l' onorata tomba, e le ossa di Beatrice con ella nel 1303 il vetusto riposo sulle gradole esterne lasciarono, e
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che nell'interno della Chiesa ebber luogo; né il migliore né il più difeso dalle ingiurie degli uomini, e degli umidi elementi potea desiderarsi. Ma coprendo ombra notturna il merito delle figure sculte agli occhi di quell'operaio; ei destinò ad un secondo passaggio il nostro monumento; e situandolo nel luogo ove noi siamo, se gli giovò per l'altezza egli di nuovo ai salsi umori, ed alle pioggie lo espose. Finalmente udito, per quanto dicesi, il suono delle nostre doglianze sparse nel primo volume del 1787, sul già sofferto deterioramento considerabile delle predette figure, fu risoluta nell'anno scorso la terza indicata trasposizione ormai tarda ed utile soltanto non al nuovo soggiorno che senza di lei era ragguardevole abbastanza, ma per quel poco che risentir ne potranno ai figli dei figli, e a chi verrà da quelli. Di altra traslocazione ci fa saper la colonna che sull'imbasamento del Tempio presso l'esterior parte della cappella di S. Ranieri isolata s'innalza. Vedova del suo bel vaso che ambiva di sostenere onde servir con esso all'ornato esterno del grand'edifizio, contro di me mal'accorta si sdegna, quasi che non iscrivere nella prima edizione: egli è un danno
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che anche questo bel monumento abbia sofferto per colpa dei tempi…. e che ancor di presente sia condannato all intemperie dell'aria
, contribuito aver possa alla sua sciagura. Ma cessi di trar dal duro fianco altri sospiri, e prenda pur conforto, perché il moderno grandioso gusto che per ogni dove sfavilla, e perché gli amatori che zampillano ovunque le renderan solleciti quel decoro che le fu tolto, altra bell'opera sostituendovi; Dio voglia che per me ella sia presaga, e certa omai di sua fortuna. Si contenti frattanto che i Naturalisti ammirino in lei il bel granito minuto orientale che la compone, e non il marmo bianco, come il de la Lande erroneamente ascrisse.

2.3.8. PARAGRAFO 8. Ippogrifo di bronzo.

Nell'estremità del comignolo del Tempio verso levante è situato sul capitello jonico d'una colonna di marmo bianco un animale di bronzo con quattro gambe, che nelle ali, nelle unghie e nella testa avente sotto il becco due bargigli di gallo all'aquila si assomiglia. Egli è circa a un braccio e mezzo alto, e più
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di due braccia lungo. Dicesi che fosse ritrovato sotto terra nel fare i fondamenti del Tempio, e che quivi fin dall'epoca si collocasse, avendosi riguardo a un certo preteso ornamento, e non all'intrinseco pregio del medesimo. Non valutate le volgari favole, e l'opinione del Martini, che riconosce in esso l'animale dell'Apocalisse, egli non è che un Ippogrifo figurato animale di Mitologia, uno dei simboli di Apollo, e noto a tutti, trovandosi sovente in varie medaglie ed in molte casse sepolcrali espresse, come nel mio rame lo dimostro. Il Roncioni scrisse nel terzo libro delle sue storie, che fu collocato dai Pisani par magnifico ornato del loro Tempio un Ippogrifo di bronzo tutto intagliato da lettere Egiziache. Una tal notizia suscitando l'instancabil mio desiderio di ritrovar certe cose onorevoli a Pisa m' inspirò a ricercare il vero. Conciosiaché vinto il timore, mi portai a quell'eminente luogo, solo accessibile ai muratori, e vidi ocularmente, che tutti quei segni, che da lungi comparivano lettere, altro non erano che variati lavori eseguiti con intaglio in incavo, e molto conosciuti dagli antichi. Giusto mi parve di levar con l'argilla il modello di ciascuno di essi, e mediante il disegno esibirli nel rame,
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come mi protesto di aver fatto colla maggior precisione; questa bensì non sarà forse nella disposizione de' medesimi stante l'osservazione, che dovetti far di volo, e on molta sollecitudine. Nel nostro rame pertanto (Tav. I.) osserviamo che nelle spalle dell'animale avvi l'impronta di due leoni, e quella di due aquile nelle cosce da un rabescato contorno circoscritte. L'intaglio delle ali, del collo, e del petto è a piume di variegata figura. Di gran lavore è ricoperta la schiena, il cui contorno non bene espresso per la piccolezza del disegno è di arabeschi, e non mai di parole: altro simile ne comparisce sull'attaccatura della coda, della quale l'animale è mancata per colpa de' tempi. Tutti questi ornamenti son condotti minutamente, e con incredibil fatica d'intersecate linee. Or si esercitino gl'ingegni degli Antiquarj in assegnare al nostro Ippogrifo il più vero carattere: Io noterò soltanto, che il giro degli arabeschi è conforme a quel, che sovente si osserva in certi vasi antichi; che ne' musei s'incontrano piccoli bronzi tenuti per etruschi similmente lavorati per incavo, e che i leoni, e le aquile ad onta del rabescato giro, che prende una tal qual forma d'arme, o di scudo, ma che effettivamente è un ornato
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che seconda il contorno della coscia, e della spalla, possono essere i più antichi geroglifici espressi con semplicità, ma sempre meglio delineati di quel che si veggono negli obelischi. Noterò ancora che le ali molto comuni ai simulacri etruschi son contornate con una sola linea, e che ripiene sono d'ideali contrassegni di penne, come appunto si trovano in alcune medaglie etrusche 243 In oltre mi sembra necessario il proporre, che le gambe dell'animale parallele non mostrano i necessarj muscoli, e pochissimo gl'internodi, e le giunture; ch'egli è in altre parti ancora non istupido, ma poco più goffo di quel che mostra il mio rame; e che oltre all'esser ricoperto di antica patina è lacero e traforato nel petto, ed altrove, indizj di non indifferente vecchiezza più che di naturali accidenti. Qual mistero si abbia il globetto, che è sulla testa di lui, si veda nel Pignorio, nel Monfaucon, nel Kircher, ed in altri, che di questi globi, come di geroglifici egizj favellavano. Attese le quali cose escluso il
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pensiero che il lavoro ai tempi barbari appelli, ed'inverosimil cosa giudicando che un animle simile si eseguisse per colassù collocarlo, dove nulla conclude, e dove diveniva inutile l'indicata laboriosa incisione, di che non credo neppur capaci i goffi artefici di quel tempo, sembra che francamente valutar si possa il nostro Ippogrifo un monumento egizio della seconda epoca meno aspra, o etrusco dello stile ancor secco, che fu simile a quel degli Egizj. Se mai taluno dal crederlo ritrovato in quei fondamenti, come dissi, dove fu il palazzo di Adriano, stimasse di opinar che fatto egli fosse regnanti gl'Imperatori romani perché i geroglifici dei leoni, e delle aquile ad essi, ed il misterioso segno del globo a Cesare si riferiscono e perché sotto Adriano fu imitato il gusto egizio, oppure se mai lo giudicasse di stil greco antico sulla ragione, che le Arti presso tutte le nazioni cominciarono dal più semplice, e dal piò facile stile, sono idee ricercate, e non valide, perché l'intendimento del disegno dovrebbe esser migliore nel primo caso, e peggiore nel secondo. Piuttosto volendo sottilizzare, e dichiararsi più per l'uno, che per l'altro degli esposti sentimenti, inchinerei quasi a crederlo etrusco, senza giammai osar di
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deciderne. Gioverebbe a un tal pensiero la qualità dell'indicato lavoro trovandosi praticato con simil incisione, come dissi, e così ripieno di minute linee nei monumenti etruschi, ed altresì con diversità e non sovente negli egizj. Gioverebbe ancora il parere di alcuni moderni Antiquarj , i quali vogliono etruschi i bronzi di una massima antichità, perché i primi ad inventare una tal Arte in Italia furono i Tirreni secondo Cassiodoro, e per l'attestato di Vitruvio, e di Plinio. Il primo in fatti il numero delle italiche officine per tai lavori decanta; afferma il secondo che sulle sommità dei Tempj non solo si ponevano etruschi simulacri di creta, ma di bronzo, e dorato talvolta Tuscanico more. Se poi un tal Monumento fosse ritrovato in Pisa negli scavi di antico edifizio, come dissi esser voce, o se da' Pisani trasportato fosse da esteri paesi con altre anticaglie, di che adornano il Tempio, poco interessa. Siccome lasciando ogni altro esame sopra un oggetto sì lontano dagli occhi conchiuderemo, che il nostro Ippogrifo è da riputarsi d'indubitata antichità; ch'egli è da vedersi con sorpresa pe' tanti suoi lavori d' incavo, (quando il coraggio non manchi), e da celebrarlo raro più per grandezza, che per buona forma. Tanto
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son rari i grandi antichi bronzi, quanto numerosi sono i piccoli particolarmente di mano etrusca, e molto più erano tali prima che si scoprissero le Città sepolte dai Vulcani, vedendosene arricchito il Museo di Portici, dove si conservano bellissime anticaglie.

2.3.9. PARAGRAFO 9. Inscrizioni Romane, e de' tempi di mezzo nelle mura esterne del Duomo.

Al nostro assunto appartiene i far menzione di alcuni marmi scritti, che si trovano inseriti confusamente con gli altri nelle esterne mura dell' edifizio. Quantunque gli Amatori dell'antiche cose per la maggior parte pubblicati gli abbiano, noi non dubiteremo di riprodurli colla lusinga di supplire, e di correggere talvolta quel che sfuggì alle ricerche altrui. In alcuno di essi il nome leggesi di Augusto grande amatore, e restauratore delle Arti, e per cui Roma più bella e più magnifica divenne. Avvi quel di Trajano, che si segnalò nel far costruire i più superbi edifizj; a chiare note è quello del suo successore Adriano non solo protettore, ma possessore eziandìo delle tre Arti sorelle, e che fece costruire in Pisa oltre al suo
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palazzo, l'anfiteatro, e le terme; anche i nomi non mancano, sì cari ai buoni, degli Antonini, ch' ebbero cura di mantenere in vita le Arti suddette, le quali già a gran passi correvano alla rovina. Né fia meraviglia, che così preziosi avanzi della bella antichità fra noi si trovino. Ne saranno anche molti nel seno delle muraglie, e nei fondamenti sepolti per le ragioni da noi più volte allegate ove di Pisa antica, come de' Romani la più florida, e principal Colonia favellammo. Dalla rozzezza degli scalpellini che adoprano a capriccio, e che spietati ruppero simili pietre a gran danno dell'Antiquaria prese motivo il citato Bianconi 244 di accusar di barbarie, e di niuna erudizione i Pisani. Ma se tanto esclamò quando essi finalmente dirigevano i primi sforzi con tanta cognizione verso l'Architettura, e quando lo studio dell'Antiquaria era nella massima oscurità, e negligenza, poiché solo cominciò a coltivarsi nel decimoquarto secolo sotto il Petrarca, che direbbe egli mai de' correnti giorni, nei quali si commettono simili, e peggiori mancanze perniciose alle Arti, ed alle Lettere
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in tempo che una dipinta tavola tarmata, e lacera si raccoglie, ed in custodia ponesi una pila o simil marmo avente un qualche segno di scultura scontraffatta, e vile? Ecco i caratteri trascritti con quel disordine che trovasi negli archetipi marmi. Nell'ante-pilastro in angolo verso il campanile si legge

…RONEP 245 T. AELIO. HADRIANO
ANTONIO. AUG. PIO. PONT.
265MAX. TRIB. POTEST. III. COS. III. P. P.
INDULGENTISSIM….

Nel medesimo luogo son le seguenti lettere poste a rovescio AR. T. AE. Voltando si trova I. TRA., cioè Imperatori Trajano; ed in altro marmo AE. PRO. Presso la prima colonna della tribuna è una iscrizione posta a rovescio. Ella sembra de' tempi romani, ma per essere stato il marmo barbaramente rotto da tutte le parti per quivi adattarlo, eccettuati i soli nomi di Marcello, e d'Albino, le altre
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parole sono insignificanti, e conseguentemente inutili a riportarsi. Non lungi è un avanzo di un piccolo sarcofago scolpito di buona maniera con le sigle A. F. D. M.; ma diverrei troppo minuto, s'io notar dovessi tutti i frammenti simili, come pure i meandri, ed i rosoni in marmo greco espressi, onde son ripiene le mura di questo Tempio. Passata la tribuna maggiore nella faccia settentrionale del gran pilastro in angolo sta scritto in bellissimi caratteri cubitali

IMP. CAESARI.
DIVI. HADRIANI. FIL.
DIVI. TRAIANI. PARTH.

246

Questo frammento il più visibile, e vantaggiosamente situato convien, che sfuggisse alle ricerche del Gori, menrt'egli intanto lo riferisce innestato al primo, che espressi, in quanto che lo ritrovò in un manoscritto di Frate Giocondo da Verona, e nelle collezioni dell'Appiano, e del Grutèro così intiero:


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270 IMP. CAEASARI. DIVI HADRIANI
FIL. DIVI. TRAIANI. PARTH. NEP.
DIVI. NERVAE. PRONEPOTI.
T. AELIO. HADRIANO.
ANTONIO. AUG. PIO. PONT.
275MAX. TRIB. POTEST. III. COS. III. P. P.
INDUGENTISSIMO
PRINCIPI.

Osserva saviamente il P. Zaccarìa (il quale fa soltanto menzione de'predetti due frammenti) 247 che le parole PARTH. NEP. DIVI. NERVAE. PR. al presente guaste, e corrose furono probabilmente intiere al tempo di Frate Giocondo; e che l'ultima parola principj che non dovette esser certo nel marmo fu bene aggiunta dal prefato Antiquario, da cui soltanto era desiderabile la medesima distribuzione nelle due prime righe, che nella pietra si vede. In oltre osservato lo sbaglio del Martini in aver copiato AVGVST. in vece di AVG., e che egli non fece il dovuto confronto, così spiega il senso della lapida. Imperatori Caesari Divi Adriani filio, Divi Trajani Parthici nepoti, Divi Nervae pronepoti,
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Tito Aelio Hadriano Antonio Augusto, Pio, Pontifici Maximo, Tribunicia potestate tertium; Consuli tertium, Patri Patriae, indulgentissimo Principi
; e conchiude, che all'anno di Cristo CXL., o al certo a' primi due mesi del medesimo, ne quale il giorno XXV. di febbrajo terminava Antonino il terzo anno della tribunizia potestà appartiene la nostra iscrizione. Il Cardinal Noris nella terza dissertazione fa memoria di questi frammenti senza però esporgli; e dal nome quivi scritto di Antonino Pio congettura poter' essere state costutte le pisane terme dopo l'Impero di Augusto, e sotto quello del detto Imperatore. Referisce il Gori, che Antonino si cattivò l' animo de' Pisani beneficandoli, e ricolmandoli di onori ; e che essi si dimostrarono sempre officiosi a così beneficentissimo Sovrano. Non molto distante dall'ultimo allegato frammento si trova scritto in un marmo posto a rovescio da que' buoni maestri IMP. CAESARI. Seguitando il giro esterno della Basilica non ometto di far memoria di un iscrizione de' bassi tempi incisa in un candido
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marmo affisso sul canto della crociata che guarda il Campo Santo. Forma essa l'elogio di un certo Arrigo Console pisano; e come uno de' più esperti, e dotti guerrieri vien paragonato a' primi Eroi dell'antichità. Il Dal-Borgo allega un tal documento per prova del gran numero dei valenti Pisani, che solevano andar con le armate a guerreggiare 248 La traccia alcuna dell'età precisa in cui visse non accenna.

Quam sequeris belli fortuna laude sequaris
Romam Pisa tui Consulis egregii.
280Claruit Henricus dic dic virtutibus altis
Nomen sujus erit semper in ore meis.
Hic tibi nempe Cato fuit Ector Tullius alter
Mente manu lingua par tribus unus Homo
Fabricius castis sprevit temporibus olim
285Munera contempsit hic, et in orbe levi.
Regulus iste tibi captus tua bella gerendo
Blanda minas mortem spernere ferre pati.
Preposuit pro te mutans non vivere perdens
Clauditur hic Mundi climata corde tenens.

Nel fianco di uno de' pilastri settentrionali, ch' è il settimo cominciando da
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quello in angolo della facciata occidentale, si leggono presso il seggio di marmo i seguenti ben formati caratteri,

290 POPVLVS
.. SANVS
…VS NUM…
MAIES…
Q. EIVS
295D.

Questo frammento in addietro non visto, né pubblicato da alcuno mi fu additato da erudita persona. Sembra che facilmente se ne rilevi l' intera iscrizione indicante il buon secolo cioè: POPULUS PISANUS DEVOTUS NUMINI, MAJESTATIQUE EJUS DICAVIT. Il marmo, quantunque penetrato da macchie provenienti dal musco, sembra statuario, ed ha la grana simile a quella del marmo di Carrara. Egli dalla inferior parte intera con zoccolo, e sua cornice, e dalla forma di uno dei lati comparisce una porzione di un piedistallo, sopra di cui dovette riposare la statua, alla quale si riferiva l'allegata iscrizione. Ecco un nuovo argomento chiaro, e plausibile delle sculture, che ornavano Pisa rispettabil Colonia de' Romani. Altri caratteri sono scolpiti in alto nel medesimo pilastro entro la riquadratura
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di un marmo da due sole parti intero, che per un ara, o per un piedistallo si manifesta. Sono i seguenti da me ricopiati con esattezza.

IO
OSTIENS
CRVM
MOTHLVS
300DOMUS
POSVIT

Sol per diletto parvemi rilevare il senso appresso, che se non vero nemmeno è affatto inverisimile secondo le tracce di simili iscrizioni edite dal Grutero, e da altri.

MERCURIO GENIO OSTIENSI SACRUM…..
MOTHLUS PRO SALUTE DOMUS SUAE POSUIT.

Il ritrovamento di questa nuova iscrizione fa, che l'altra ancora da me scoperta, ed accennata alla pag. 328 in questo luogo esibisca così mancante com'ella è nell'archetipo frammento. Della spiegazione di questa ne lascio ad altri l'impegno.


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ANYCHIV
305MARCELL.
AMANDV
VIR.
SPICES
SINAS ORO
310MANDO. PAT.
BINO. FRAT.

Due iscrizioni de' tempi di mezzo sono scolpite nella parte meridionale dell'ante-pilastro della facciata. Indica la prima il tempo in cui furon fatte le gradole di marmo intorno al Duomo.

IN NOMINE D. AMEN.

BORGHOGNO DI TADO OPERAJO DELL'OPERA DI SCA MARIA FECE FARE TUTTI QUESTI GRADI LI QUALI SONO INTORNO A QUESTA ECCLIA DELLO SUOMO ET FURNO INCHOMINCIATI ANNI DNI CUR. MCCLXXXXVIII. FURO FINITI ANI DNI MCCC. E sotto ANCHO FECIE FARE LO SOPRADDETTO MESSERE BORGHOGNO L'ALTARE DI SCO RANIERI, E DOTTOLA NELA VILA D'ARENA DE LA SUA PROPRIA TERA, ET FECIE FARE L'ECLESIA DI CHANPO SANCTO
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DAL ARCHO ARA IN SU, ET FECIE FARE LO CIOSTRO DEL CHE IN CHAPO DE LE CHASA DELL'OPERA, ET FECIE FARE LA FONTE, CHE E' NELLA VIA DA PORTO A SCO STEFANO. In altro pilastro di questa facciata meridionale è altra inscrizione spettante all'istessa epoca, e alla medesima persona.

IN NOMINE DOMINI AMEN.

BORGHOGNO DI TADO FECIE FARE LO PERGAMO NUOVO, LO QUALE E' IN DUOMO COMINCIOSI CORETE ANI DNI MCCCII. FU FINITO IN AN DNI CORETE MCCCXI DEL MESE DI DECIEMBERE. Fra gli altri marmi compone il sesto pilastro un architrave di bel granito egizio, dov'è scritto a lettere cubitali, e belle.

…ERERI SACRVM.
315…AVG...LIB...ACTE.

Da questo bellissimo monumento si può plausibilmente raccogliere, che in Pisa era fra gli altri il Tempio di Cerere e che probabilmente fu da Acte Liberata,
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di Augusto a quella Dea dedicato, come pensa il Gori 249 Nel fianco del medesimo pilastro in alto si legge MAE. MINORUM., e nel nono è segnato in un piccolo pezzo di marmo TH. Alcune brevi inscrizioni, e semplici abbreviature, che si leggono presso i sedili son tutte de' bassi tempi, e si referiscono alle arche sepolcrali gentilesche, quando erano quivi collocate, ad oggetto di racchiuder le ossa dei trapassati Cristiani: che tale fu l'uso di loro.

2.3.10. PARAGRAFO 10. Osservazioni sull' esterno scompartimento del Tempio.

Descritto in principio il pregio della facciata, e dato generalmente un cenno dell'architettonica struttura di questa Cattedrale, giusto è, che prima di dipartirsi da lei viemaggiormente si soddisfaccia
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all' osservazione, ed all'interessante scopo d' illustrarla. Narreremo adunque che molto decoro à lei si accrebbe mediante il lodevole sopraccennato provvedimento di ridurre la sua base con la massima splendidezza propria di quei tempi. Una area cinse l'Edifizio intorno alta dal suolo per cinque scalini, e più di otto braccia larga. Il marmo bianco è la nobil materia di tutto l'imbasamento, che nella piana superficie è da liste cerulee ordinatamente diviso 250 Dinanzi alla facciata occidentale l'area per lo spazio di quattordici braccia molto convenevolmente si distende. Simile comparisce nella posterior parte dintorno al semicerchio della tribuna maggiore verso Oriente. Non farà mestiero ch'io prenda di mira, (lasciandone la cura ai severi critici, che il bello nei prodotti delle Arti considerano) alcuni ornati effettivamente gretti, e meschini, quali sono le anguste alte finestre, le tante formelle sferiche contornate da lavori di variati marmi commessi
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alla musaica, e simili cose inconcludenti, e non conformi alla buona Architettura. L'Osservator giusto spero, che non me ne farà carico, ed approverà, ch'io gli creda agevolmente adottati dal nostro non ignorante Architetto per secondar la moda di quel secolo, e il pregiudizio delle Cattedrali antiche, poche essendo le Chiese grandi che ne vanno esenti, non eccettuate neppure alcune dei buoni tempi, come osserva il Milizia. Giudico bensì cosa utile, a me doverosa, ed onorevole all'Edifizio di cui ragiono, il far commemorazione de' pregi esterni tanto più stimabili, perché ad onta delle indicate irregolarità non si nascondono all'occhio purgato, ed imparziale. La maestà, e la proporzione in genere si osservarono da principio, come cagioni della bellezza, e del concepimento di tutto l'insieme senza pena, e con diletto. In oltre innegabile è l'architettonica distribuzione, che insieme, e con l'interna si accorda; così ancora la solida costruzione esprimente il suo fine, e la ricca materia de' marmi. In fatti i bianchi stranieri superiormente ai nostrali con fasce cerulee ricoprono le mura; e i cipollini, i brecciati, i mischi di Seravezza, e per lo più i bianchissimi parii, e lunesi, ed eziandio varie qualità di
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graniti, e di altre pietre orientali compongono le colonne: le quali cose tutte eccitano nell'animo rispetto, ed ammirazione. Osservando di passaggio il reparto esterno della elevazione, il primo è simmetricamente diviso da due continuati ordini di pilastri addossati ; e se il secondo più piccolo raddoppia sull'altro non se ne offenda di soverchio il delicato osservatore. La parte più eminente, che indica la maggior nave è scompartita da una bella ordinanza di colonne annesse al muro, ma non impegnate, con archi che voltano su' capitelli per reggimento del tetto. Il tetto è magnificamente tutto ricoperto di grosse lastre di piombo, che facili a calcinarsi per l'intemperie dell'aria furono in questi anni in gran parte rinnovate: ottimo provvedimento del Rettor dell'opera. Pilastri quadrati sono in tutti gli angoli giusta le buone regole: isolati non mai. Le cornici andanti, che circondano tutta la fabbrica, ed altre modanature sono intagliate sul gusto antico. I capitelli son di scultura, e la maggior parte antichi. Uno fra gli altri nella tribuna volta a settentrione in vece delle prime foglie porta espresse due colombe per facciata, che appoggiano il becco sul fiore di mezzo.
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Le colombe sacre a Venere possono indicare l'antico uffizio di lui. Finalmente tre semicerchi chiudono con vaghezza le tre parti estreme della proporzionata croce. Fra questi merita osservazione il semicerchio della tribuna maggiore pel vaghissimo peristilio, ond'egli è cinto, per la qualità delle belle pietre, e per gl' intagli, che arricchiscono i corniciami, ed altri membri architettonici. D'esso il comparto è distinto da tre ordini di colonne, e conserva armonìa colla facciata. Le colonne sono 42. Otto Corintie addossate si alzano dal piano a sostener nove arcate rotonde, e di buona proporzione. Il secondo giro è composto di diciannove colonne più piccole raddoppiate (solito abuso), alcune delle quali si avvolgono a spira. Essendo isolate, e dalla parete equidistanti formano una rotonda loggia. In tal guisa è disposto il terzo ordine. Tanto le colonne, quanto i capitelli di esse, corinti la più parte, e quasi tutti jonici nell'ultimo giro sono avanzi di pregiati antichi edifizj. Tutte queste parti varie, ma ben disposte, ed unisone fra loro son nuove prove dell'altrove esposta, ed ammirata cognizione del nostro Buschetto, rara in quel tempo. Anche da lungi compariscono le vaghissime pietre
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delle profate colonne, due delle quali di bellissimo porfido fralle brecce, ed altre pietre affricane si distinguono. Ultima osservazione sarà la Cupola, che se non è tale da sodisfare tutti i riguardanti, la sua figura ellittica è sempre giovevole al raggio visuale, ed esige reputazione, e laude presso chi esamina la cronologìa. Ella posa sopra un largo imbasamento di figura ottangolare ben ideato dall'Architetto per evitar l'inconveniente di far nascere dal tetto la gran mole. Sopra di esso comparisce una loggia formata circolarmente da un ordine di 48 sottili colonne sostenenti un ornato di piramidi, e di arabeschi. Questo probabilmente fatto intorno al 1100 e forse dopo si può dir l'unico tritume col quale si volle favorire il nascente gusto di sottigliezza, che con tanto impeto, e ardore nel duodecimo secolo si spargea per l'Italia. Con questa corona intorno di candidi marmi greci, ed italici, e sopra l'indicato tamburo signoreggia la Cupola ricoperta delle solite lastre di piombo, che dà compimento alla descritta nobilissima Fabbrica. Dando contezza delle esterne dimensioni; tutto il giro della muraglia è braccia 583. La pianta del lastricato inferiore
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è braccia 706. L'area è braccia quadre 13242 circa. In fine è cosa molto notabile, e non inutile a riportarsi per decoro del nostro Tempio, che nel comparto di esso sì esterno, come interno siano impiegate fra grandi, e piccole 450 colonne per gli indicati marmi, e pietre dure pregevoli, non considerati i molti pilastri atti al medesimo officio 251 Laonde nella ricchezza, e nel numero di esse egli si può mettere in riga con quelle Chiese grandi, che per la quantità prodigiosa, che ne hanno sono fastosamente nominate; e quando se ne eccettui la ricchissima Basilica di S. Marco di Venezia niuna ve n'ha nell'Italia che la pareggi, e la superi. Questo, ed altri già divisati pregi son luminose prove di ciò, che da principio esposi; e qui replicar mi
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giova, che questa celebre Primaziale non solo fu la più stimata in quel secolo, in cui con onorevole emulazione di magnificenza s'innalzavano Chiese e Basiliche nelle Gallie principalmente, e nell'Italia, ma anche di presente pel tempo, in cui fu fatta è stimabilissima. In oltre annoverar ella si deve per la ricchezza ancora delle numerose pitture fralle più belle dell'Italia medesima, sopra di che superiormente al mio potrei produrre il parere del ch. Tiraboschi diviso 252 e quello di molti accreditati Scrittori di Belle Arti.

2.3.11. ANNOTAZIONE.

Avendo ragionato più volte dei non volgari abbellimenti, e dei restauri considerabili che si fecero nella descritta Basilica dopo l'incendio del 1596. abbiamo stimato di portare in nota l'autentica memoria delle spese occorse in tal occasione come appunto si trovano nel codice num. 57. frai Biscioniani, ora num. 366. della classe 25. dei mss. della Bibliot. Magliab. Una tal memoria già pubblicò il Targioni nel Tom. XII. E noi ammirando in essa qual fu la gara, ed il nobile, ed amorevol genio dei Pisani d'allora per così bella fabbrica, procuriamo d'imitarne il luminoso esempio per conservarla.
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SPESE. Di travi d'abeto, e piombo per le coperte de' tetti. Scudi 17000 Di tutte le soffitte » 10300 Di 8 colonne grosse nella nave principale. »9177 Di 8 colonne mezzane. »2096 Di tutte le colonne piccole, sopra a . »1156 Di tutto il pavimento. »11011 Del coro. »1226 Delle finestre dove mancavano. »724 Delle volte delle navi dove mancavano. »744 Delle invetriate dove mancavano. »1518 Delle sagrestìe. »2229 Delle due cattedre arcivescovile ec.. »712 Dell'altar maggiore. »1081 Del restauro delle due cappelle del Sacramento, e S. Ranieri. »1366 Di restaurazione d'altari. »961 Dei pergami di coro con le scale ec. . »568 Di tutto l'organo grande. »5264 Di porte di marmo. »861 Delle tre porte di bronzo. »8601 Del reliquario dietro al coro. »931 Di scarpellini, muratori, intagliatori, e altro. »5607 Della pittura del coro, e cupola del Cinganelli. »1375 Delle pitture fatte dal Lomi delle 4 virtù. »500 Diversi altri conti di spese non saldi ed altre spese apparenti al libro dell'Operajo Castelli sino a quest'anno 1616. Scudi 85008 Si ritrova nel libro mss. intitolato: Visita fatta l'anno 1740 alla pianura pisana esistente nell'archivio del soppresso Uffizio de' Fossi di Pisa la seguente notizia, che sembra opportuna riportarsi a questo luogo. nell'anno 1595 essendo bruciato il Duomo di Pisa, per riparare ai danni di tale incendio fu dalla Città offerto spontaneamente che si accrescesse di nuovo il prezzo del sale nella detta Città e suo contado quattro quattrini per libbra acciò il prodotto di tale accrescimento s'impiegasse nell'accennata riparazione; il che fu approvato per rescritto ec. per anni dieci. Nell'anno 1603 essendo restaurata la Chiesa, il prodotto di tale aumento per il rimanente del decennio fu rivolto in benefizio dell'Uffizio de' Fossi di Pisa.

2.4. CAPITOLO IV. La scultura nel secolo XI


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Ragion vuole che si tratti or leggermente di quell'Arte a cui ci dovremo molto applicar di buon grado nel sec. XIII. Che nella edificazione del nostro Duomo adoprato fosse un buon numero di Scultori, e che perciò una tal'Arte in Pisa si risvegliasse circa alla metà del secolo XI sembra che non vi cada alcun dubbio. L'adottarono i Milanesi, ma sullo spirar del medesimo per ornar di figure il sepolcro del B. Alberto da Pontida, delle quali porge la descrizione il Giulini 253 E poichè in quel tempo si approfittarono dei Pisani per costruir macchine militari sembra verosimile, che i maestri di Scultura anche da Pisa acquistassero per l'indicato oggetto. Vero è che nella gran Chiesa Pisana molti avanzi di antiche fabbriche di bei
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tempi romani quivi messi in opera compariscono; ma anche facilmente vi si osserva molto lavoro di quadro intagliato, e fatto espressamente per ordinare i profili dei corniciami. Siccome oltre agl' innumerabili intagli chiaro si vede che alcune teste, rosoni, maschere, e simili ornati far si dovettero da quegli Scultori per supplire alla mancanza dei pezzi antichi. Acconcia a questo luogo è la ricordanza di quel Rainaldo, che capomaestro dei medesimi ed insieme operatore esperto, e direttore dell'edifizio fu forza di dichiararlo per le parole nel divisato marmo espresse. lavoro degl'indicati artefici, giudicheremo senza scrupolo alcune mezze figure di animali, e le quattro statue poste sugli angoli dei frontespizj della facciata, che il rozzo carattere d'allora non ascondono. da queste, e dal altre opere di scalpello poco dissimili, facil cosa fia di comprendere quanto di buon'ora si applicarono i Pisani a quel genere d'arte nel modo che l'età grossolana gli somministrava. Ma nel secolo venturo ben gli ravviseremo dar di mano col massimo impegno ad esercitarla.

2.5. CAPITOLO V. LA PITTURA NEL SECOLO XI.

2.5.1. PARAGRAFO 1. Sue vicende


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Avvegnache l'Arte della pittura scarsa materia ed orme inerte nel secolo XI ci presenti, nondimeno fà mestiere d' incominciarne da esso la narrazione. E tenendo il sistema di rimembrare anche della medesima le vicende precedenti alla epoca pisana, (come si è fatto dell'Architettura, e come si farà a miglior' uopo della Scultura) io mi propongo di darne solo un cenno per esser breve Non istarò pertanto a dire quando fu coltivata in Italia fragli Etruschi, né quando in Grecia incominciasse. Ometterò pur di narrare come di vaga luce vestita quivi per Polignoto, per Zeusi, per Parrasio, e per altri fiorisse. Plinio, Cicerone, e Quintiliano molto e scrissero; e cantò della sua bella Olimpia il ferrarese Omero:


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E se fosse costei stata a Crotone.
Quando Zeusi l'immagine far volse
Che por dovea nel tempio di Giunone,
E tante belle donne insieme accolse,
5E che per farne una in perfezzione
Da chi una parte da chi un'altra tolse,
Non avea da torr' altra che costei
Che tutte le bellezze erano in lei.

Nemmeno la rintraccerò frai popoli della Magna Grecia, e della Sicilia che divennero in essa eccellenti, potendosi ognuno di ciò istruire nel Winckelman, e nel Tiraboschi, Le daremo un semplice sguardo frai Romani nella lieta stagione di loro. E servendoci della scorta di Plinio la ritroverem' presto salita ad onore più per mano di molti Greci, che in Roma la esercitarono, che de' Romani stessi. Un certo Ludio tra questi ebbe gran nome. I Fabj, famiglia d' illustre lignaggio, di Pittori il sopranome portarono; ed il Tempio della salute, che il fuoco sotto Claudio distrusse, fu dipinto nell'an. 450 da uno della predetta famiglia. Furono i Romani avidi e geniali ancora nel trasportare a Roma le più belle pitture, che nella Città straniere trovassero. Vitruvio nel libro secondo insegna che dalla Città di Sparta a
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quibusdam parietibus etiam picturae excisae intersectis lateribus inclusae sunt in ligneis formis et in comitium ad oratum aedilitatis Varronis, et Murenae fuerunt allatae
. La Pittura per altro in Roma incominciò ben presto a decadere. Si lagnò a ragione il soprannomato Vitruvio che posta in bando la verità, e la verosimiglianza si dipingessero sotto Augusto sottilissime colonne reggenti le lucerne degli antichi, e sulle canne, e sui candelabri i palazzi. Plinio stesso, dopo aver esaltati i Corneli e gli Acci Prischi principalmente, e dopo aver detto che alcuni Imperatori onoranza dettero a egregie pitture si esprime nel trentesimo quinto libro: Hactenus dictum sit de dignitate artis morientis. Venn' ella bensì in istato molto peggiore, e si può dir quasi a morte negl' infelici tempi de' Goti. Ma la brevità proposta ed il silenzio degli Scrittori in quell'epoca fatale alle Arti, ed alle Scienze vogliono che si passi a ritrovarla presso i Longobardi. Questi dello studio dell'Arti ebbero qualche avviso; ma il buon gusto si separò totalmente dalle medesime. La nostr' Arte in mezzo all'ignoranza risentì la mala sorte più che le due sorelle; ben è vero per altro che no s'estinse giammai. E se alcuni scrittori pensarono al
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contrario, il Maffei, il Muratori, ed il Tiraboschi, tutti valentuomini, l'allegata opinione sostennero. Anche al tempo dei Goti dimostra l'ultimo di essi che pitture, e musaici si facessero. Nell'età poi de' Longobardi ei produce l'attestato di Anastasio bibliotecario, il quale di molte immagini dipinte per ordine di Onorio I, di Giovanni VII, e di altri Pontefici in diverse Chiese di Roma fà ricordanza. Paolo Diacono manifesta il carattere delle vesti longobardiche mercè le pitture a' suoi giorni ancora esistenti, onde la Regina Teodolinda ornar fece il suo palazzo in Monza. Anche più infelicemente esercitata fu l'Arte nostra ne due secoli susseguenti. Nel nono di fatto dal vescovo Anastasio, e da più Pontefici si ornarono di pitture le Chiese di Roma, ma di pessima maniera. Nel decimo poi restò la Pittura viemaggiormente oppressa 254 ed il ch. Tiraboschi appena ritrova nel Papa Formoso un protettore, che scontraffatta nella Basilica di S. Pietro la trattenga. un ricovero ella ebbe ancora presso i
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Monaci di Monte Casino, come altrove accennai coll' autorità di Leone Ostiense. Ed in vero la Religion cristiana, che per annullare il gentilesimo inveì prima del ferro de' Goti contro le Arti, distruggendo in gran parte cogli onorati Tempj le belle produzioni di esse, al contrario poi le ricovrò raminghe nei chiostri monacali, e sfigurate ne' tempi più infelici le mantenne. E se crede il Winckelman sull'autorità di Procopio che a Teodorico, ed a Giustiniano s'innalzassero statue da dei contemporanei maestri, pensano altresì gravi Autori moderni, citando le vite de' Vescovi napoletano scritte da Giovanni Diacono, e quelle de' Pontefici illustrate da Guglielmo Cardinale, e dal precitato Anastasio 255 Che anche la Pittura benchè più infelicemente, e con più lentezza che la Scultura in quei barbari giorni nell'Italia si esercitasse.

2.5.2. PARAGRAFO 2. Stato della Pittura nel secolo XI.


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Che nella medesima Italia adoprata fosse la Pittura nel secolo undecimo prove più che sufficienti non mancano nel Muratori 256 nella cronaca di Leone Ostiense continuata da Pietro Diacono, nel Lami, e nel Tiraboschi. Pandolfo Masca Pisano, uomo assai dotto 257 Perla di alcune pitture fatte per ordine di Callisto II. da cui egli ebbe il posto di Suddiacono della sede apostolica. I codici manoscritti italiani di quell'età, come dovremo osservare in appresso, hanno pitture. Basterà qui citare quelle miniate con molto cattivo disegno nel Saltero monastico di S. Lorenzo di Firenze fatto scrivere nel secolo XI da Giov. Abate camaldolese 258
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Che i Pisani non mancanti di comodo né d'ingegno facessero nel sec. XI salire in alto grado l'Architettura noi lo provammo finora; ch'essi altresì non istupidi né privi dell'ingenito desiderio d'imitar la natura stimoli onorati avessero di esercitarsi anche nell'Arte del dipingere contemporaneamente a quella di scolpire, arti ambedue figlie del disegno, oltre ch'ella è induzion ragionata, pensiero mi prendo di dimostrarlo in appresso. Noi già sappiamo che la condizione delle tre nobili sorelle ella è di congiurare amichevolmente fra di loro, di porgersi l'una all'altra soccorso, e di avere per lo più comune se non egualmente splendida la fortuna. Autentico, e sicuro documento di pittura in grande nei divisati barbarici tempi non trovasi; e noi se prima del nostro Giunta, che fiorì circa all'anno 1230 non ne abbiano un simile da citare, c'ingegneremo d'indagarne non pochi, e di dar notizie molto rilevanti all'assunto nostro. Certe cattive miniature, per quanto poco giovino alla storia dell'Arte, ed alcune Pitture in tavola rimasteci che appellano a que' secoli avvalorando l'induzione proveranno, che si cominciò molto prima di Giunta anche fra noi ad usar quest'arte. E perché mancavano i buoni
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esemplari da imitare, s'imitò quella rozza maniera, che in quegl' infelici secoli fu comune nella Grecia, e nell'Italia, ma che fu propria de' Greci, come conosceremo in appresso. Alcune piccole figure a colori con parole rabescate, e belle dorature si possono tuttora osservare sopra di alcune antiche pergamene, che si conservano nella nostra Primaziale, e che appese alla cantorìa si mostrano nel giorno della sua consacrazione. In una di esse men lacera dell'altra è scritto l' exulteta rovescio, perché mentre la carta avvolta cadeva dall'ambone, il Sacerdote legger potesse, ed il popolo altresì avesse luogo di osservare le precitate figure. La maniera meschina e sproporzionata, e dalla natura affatto discosta in quelle non innuovate da moderno pennello assegnerà l'epoca di loro intorno al 1100, checchè una certa tradizione l'assegni al 1119, quando Papa Gelasio II consacrò la Primaziale. Anche due sacri arredi tutti tessuti in oro con figurine ed arabeschi nell'indicato giorno si mostrano. L'uno è un paliottto, un piviale è l'altro, che vestì, per quanto dicesi, l'indicato Pontefice. Vero è, che nel sec. XI già introdotta in Italia era l'arte di
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ricamare detta acu-pictura, come ancora l'arte plumaria, o sia di tesser figure ed arabeschi 259 ed in entrambe si ravvisa che il barbarismo del disegno hanno per guida. Le monete, e i sigilli in cera, ed in metallo, ove si trovano figure d'uomini, e d'animali, danno pure un'idea del far di quel tempo, di che avremo luogo altrove di far parole. Miniature non tanto barbare quant'altre da me vedute in accreditate librerìe ebbe campo di osservare in alcuni codici in pergamena della sopressa Certosa di Pisa. Allo spirar di questo secolo spettavan' elleno in parte, ed altre al susseguente. Erano per lo più lettere iniziali rabescate con figure di uomini, e di animali in campi azzurri d'oltremare, e dorati talvolta. Notai gli uomini sempre inferiori agli animali piuttosto tollerabili. Un S. Paolo nella lettera P del codice secondo era con occhi spiritati; e di due solo colori rosso, e giallo avea la carnagione. Tale appunto è la testa del Nazzareno da me posseduta che reputo di quei
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giorni, e ch'è un misero avanzo di un Crocefisso dell'antica Chiesa distrutta di San Barnaba. Essa in oltre è con arcate ciglia contornata nelle sue parti da una grosse linea quasi nera, e da una sola tinta pochissimo ombrata, ed ecco lo stil di quella barbara stagione che greco si denomina. Sotto una tal superficie avvi uno strato di gesso con colla disteso sù grossa cartapecora inchiodata sopra d'un' asse tarmata, e logora. Non può negarsi che certe cattive immagini trascurate e vilipese avvegnachè siano di niun conto per l'intrinseco merito loro, non somministrino dei lumi a prò della storia generale delle Arti. Alla pisana poi nocque grandemente lo scempio fattone in più tempi. Nulladimeno nel caos delle recenti variazioni qualche pittura molto idonea al nostro assunto nei monastici abituri stavasi nascosta. Lieto fui di ravvisare per avventura nella Chiesa interna di un monastero soppresso, che nominar non giova, un dittico, come pure un trittico in altro riformato chiostro, e qualche sportello altrove di simili tabernacoli da chiudersi, che dallo stile delle dipinte immagini, dal Nazzareno avente in vece di libro una carte in giro avvolta, dal carattere dell'architettura, e dalla forma delle sigle
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l'epoca di cui si ragiona manifestarono; ma questi per l'incuria come nebbia pel vento disparvero. Niuna per altro delle finqui nominate dipinture superiori in bontà a quelle del secolo dodicesimo dichiarate saranno, non fia mai per darsi in esempio volendosi dimostrare il primo miglioramento dell'Arte. Potrebbe parere ad alcuno che a questo luogo io far parola dovessi delle pitture che il Dal Borgo osservò in uno scavo datto nella Chiesa di S. Michele di Pisa; ma piuttosto che al presente ragionamento io le reputo convenienti alla descrizione del sotterraneo di quella Chiesa 260 E se il detto Scrittor pretese di applicarle ai primi giorni di quel monastero per due colombe l'una contro l'altra rivolta conforme allo stemma del soppresso ordine camaldolese, egli forse no seppe che nelle pitture del quinto, e sesto secolo circa si trovano sovente due uccelli uno contro l'altro ed un vaso nel mezzo di essi. In simil posizione ne vidi sopra gli archi sorretti da dei pilastrini in certi tabernacoli dipinti in un codice del sesto
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secolo nella librerìa laurenziana di Firenze. Nemmeno gioverà che io facciaqui menzione del Crocifisso di S. Miniato al Monte presso Firenze, né delle Croci tuttora esistenti in S. Frediano, in S. Pierino, in S. Martino, ed in altre Chiese di Pisa, perché dovrò farla tessendo l'elogio di Giunta nel secolo XIII.

2.6. CAPITOLO VI. LA SCUOLA PISANA NEL SECOLO XII.


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Nel secolo di cui ora si vuol ragionare Pisa gloriosa e celebre nelle armi comparve, e fiorì nelle Arti non meno che nelle Scienze. Del guerriero splendore nel capitolo IV della parte prima ed altrove in semplice modo scrivemmo. Fu poi d'altri omeri soma il celebrare i Borgondi, gli Ughi, i Leoni, gli Uguccioni nelle greche lettere principalmente eruditi; come ancora, per tacer d'altri, un Bulgaro dotto giureconsulto, ed un Lucio Drusi, che la nativa durezza del volgare idioma mitigando in rima scrisse 261 Or noi discendendo per l'impreso sentiero ci rivolgemmo all'Arti belle; e fia ben giusto che dall'Architettura, come da quell'arte che merita il primo luogo
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anche in questo secolo diasi incominciamento. A dar nome alla Scuola, e ad altri pisani Architetti concorre mirabilmente la celebre fortezza della Verruca. Un tale edifizio benchè lacero il seno mostra tuttora la maestrìa dell'Architetto che sul dorso dell'aspra altissima rupe maestoso, e forte costruir lo seppe. Or gioverà di aggiungere alla notizia indicata alla pag. 133 del presente volume, che l'anonimo Scrittore de bello mediolanensipresso il Muratori 262 fa testo autorevole, che i Milanesi verso l'anno 1126 a Pisa spedirono ad oggetto di aver'allievi del celebrato Buschetto:

Et repetunt Pisas nec non satis ingeniosas
Acquirunt multos, qui sunt hac arte peritos
Artifices doctos ad muros effodiendos.

L'istesso Muratori dimostra anche all'anno 1137 quanto i Pisani esperti fossero nel costruire macchine militari: Consules Pisanorum civitatis, di Salerno, constantiam aspicientes etc. lignorum machinam mirabiliter excelsam et ultra quam credi
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potest terribilem construi, summaque cum festinatione levari mandaverunt. Non meno opportune a provare una florida scuola d'Ingegneri e d'Architetti in Pisa nel secolo XII fiano le seguenti notizie che trovansi nel citato Autor classico. La prima è all'anno 1167 in cui si portarono i Pisani con molte macchine militari ad assediare Alessandria occupata da Saraceni. Interessante del pari è la seconda di Michel da Vico presso di lui: anno 1171 iverunti Pisani all'assedio di Motrone del dominio lucchese cum manganis, gattis, castellis ligneis, et petreriis, et … cum praedictis, et aliis machinis ipsum viriliter oppugnaverunt. Finalmente l'anonimo presso il medesimo si espresse: compositis ab ingeniosis Pisanorum Artificibus manganis, gattis, atque ligneis castellis urbem fortiter expugnabant, et cum his machinis urbis moenia, et moenium turres potentissime rumpebant. Pure acconci a tal proposito mi giungono i tre versi di Lorenzo da Varna.

Hinc balista minax, aries, testudo petuntur
5Sicque per innumeros lignum consumitur usus;
Nec cessant fabri, ferrum consumitur Ilvae.

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Ma di riepilogare omettendo quelle sacre fabbriche, che in Pisa, ed in altre Città italiane nel secolo XII si perfezionarono per opera degli Architetti derivati senza dubbio dalla primaria continuata Scuola di Buschetto, passeremo a tessere i dovuti encomj ai due celebrati pisani Maestri di tal' arte Diotisalvi e Bonanno, ed alle opere stupende di loro.

2.7. CAPITOLO VII. BATTISTERO PISANO

2.7.1. PARAGRAFO 1. Diotisalvi Architetto


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Che a Pisa debbasi senza contrasto il primato dell'Architettura anche nel secolo XII. una bella prova n'è al certo il Tempio rotondo di S. Giovanni. Godiamo che gl' intelligenti imparziali, e giusti estimatori dei nobili prodotti dell'Arte con noi si uniscano a costituirlo il più sontuoso e corretto esemplare di tante fabbriche onde il predetto secolo andò fecondo. Era il tempo in cui cominciò a prender possesso in Italia quella moniera d'architettare che già dicemmo denominarsi volgarmente Gotica-moderna perché non ebbe relazione alcuna coll' antica, e più convenevolmente germanica perché in Germania ebbe i suoi principj. E se piacque a Buschetto di dare il primo saggio di essa nel sec. XI adoprando alcuni archi
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di sesto auto una delle principali proprietà di lei: qual meraviglia se altresì l'Autore della nostra fabbrica avvegnache del buon gusto, e della magnificenza sciente fosse e dotato e dotato di un genio superiore, e di quello studio che fa per fama gli uomini immortali volle farne sfoggio in alcuni ornati soltanto degli ordini superiori, i quali però non adombrano il soprallegato giudizio! Diotisalvi è il suo nome: e lo dobbiamo all'iscrizione che porteremo in appresso. Essa bensì nulla di più contenendo ci priva della bramata certezza della patria sua, ed occasion porge che un tal costume si condanni degli artefici di quei tempi, e degli encomiasti di loro mentr' esso oltre ai casi di fortuna grande scapito arreca alla storia, ed all'erudizione degli amatori di lei. Sappiamo intanto, che l'erudito Tiraboschi nel far menzione dell'egregio Architetto inclina a crederlo probabilmente pisano, e certamente italiano, come mostra lo stesso nome 263 Se la prima opinione da noi volentieri si abbraccia elle è fondata sopra diverse non vane congetture. Di lieve momento non è quella di trovarsi in varj monumenti sincroni
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appartenenti a Pisa registrato un simil nome. Fralle antiche pergamene pisane da me vedute nell'archivio diplomatico di Firenze si legge: Diotisalvi Giudice, e Notaro nel 1224. Siccome altro Diotisalvi del q. Bentivenga leggesi in un istrumento datto nel Porto Pisano nel 1250. Riguardo poi a dei nomi di altri pisani che si conformano a nostro, nel Marangone trovasi un Diotifè all'anno 1264, ed è frequente il nome di Aiutamicristo nella cronaca di lui. Finalmente non si passi sotto silenzio che di tal famiglia pisana fu il B. Bartolommeo Monaco Camaldolese circa il 1200; e che l'Abate Grandi fa menzione di un Diotisalvi nelle mem. sacre dell'Isola di Gorgona 264 Opera del prelodato Architetto fu eziandìo la Chiesa, e il campanile di S. Sepolcro. Un marmo quivi incassato ce lo attesta in questi termini, e con caratteri a quell'epoca confacenti:

HUIUS OPERIS FABRICATOR DS TE SALVET
NOMINATUR

Ma di tal fabbrica di mediocre grandezza darà conto il terzo volume alla descrizione di tali edifizj destinato.
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Nulladimeno, quantunque altre opere in grande fatte col disegno di lui ci si ascondano, il monumento di cui si ragiona egli è da se solo più che sufficiente ad attestare la singolarità del merito di Diotisalvi, ciò che non avrebbe trascurato di encomiare il Vasari se lo esaminava.

2.7.2. PARAGRAFO 2. Epoca, e struttura esterna.

Ebbe incominciamento il nostro Tempio nell'agosto dell'anno 1152, 1153 stile pisano. Chiaro documento nel marmo impresso, e che fra poco produrremo, lo attesta; ma l'istorico Vasari dandolo all'anno 1060 nol vide. Una tal'epoca trovasi conforme in tutti gli Annalisti pisani; e Michel da Vico, il Marangone 265 e l'anonimo dei mss. nell'Archivio delle Riformagioni altrove citati soggiungono, che nell'anno, e mese suddetto furono gettate le fondamenta sotto il consolato di Cocco di Tacco Griffi 266, e che furono
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dichiarati per dirigere, e sollecitar la fabbrica due operaj, o capomaestri Cinetto Cinetti, e Arrigo Cancellieri entrambi da Pisa. Non è da tacersi a questo luogo che sotto il Console suddetto dettero incominciamento i Pisani (come fecero in quel secolo altre nazioni mosse dall'amor di libertà) alle nuove mura della Città loro col disegno di Bonanno Architetto Pisano secondo la cronaca stampata fra gli Scrittori Italici del Muratori. Per la gloria di que' floridi tempi, e per un breve tratto istorico giovaqui accennare, che compito il primo ordine esterno di architettura e forse anche il secondo, come si rileva dal Breviario della Storia Pisana restò sospeso il lavoro per mancanza di denari. Ma tanto fu l'onorato stimolo di quegli invidiabili Cittadini in veder sollecitamente terminata la fabbrica, ed anche il desìo di seguitare ad ornar Pisa in istraordinaria foggia fu tale, che si determinarono a un volontario tributo di un danaro, o soldo d'oro per famiglia, che equivaleva a un fiorino non usato in que' tempi, checchè il Tronci ne scriva. Che però ritrovato il considerabil numero di 34000 famiglie capaci di dazio, comprese le urbane, e le suburbane per quanto almeno creder si deve, con quella considerabil colletta
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tirarono innanzi la grande impresa. Così attestano concordemente i sopraccitati Istorici, e per convalidar quanto sopra portan' eglino l'attestato di Pietro Gualandi Operajo scritto in un libro dell'Opera. Il solo Dempstero ascrive il tempo del prefato censo all'anno 1164. Erronea poi giudicar conviene la difficil credenza del Martini, del dal Borgo, e di qualche altro Scrittore, che questo Tempio nel corso di otto anni restasse compito. Circa alle prime spese si legge nel Muratori 267 Che Roggeri re di Sicilia fatta lega, ed amicizia co' Pisani diè loro copiosi doni, di che fondonno la Chiesa di S. Gio. Battista. Non sarà inutile che dall'indicato numero delle famiglie si raccolga quanto grande essere allora dovette la popolazione di Pisa; ne è da stupirne in considerazione delle poderose armate navali, che univa insieme questa potente Repubblica e del florido suo commercio. In prova di che riporta il prefato Dal Borgo 268 ciò che lasciò scritto Beniamino Tudolese capo Rabino visitatore delle scuole giudaiche nel suo viaggio dell'an. 1159
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quando di Spagna venne a visitar la scuola di Pisa, che la ritrovò con 10000 torri, dove abitavano i nobili Cittadini. Ed in vero se per testimonianza del Sigonio 269, e di altri si fabbricavano in que' secoli molte torri in varie Città d'Italia per difesa contro gli stranieri, e i domestici nemici. E se sotto Federigo II. Imperadore Nobilium locupletum erat gloria turres habere. Quo empore urbes Italiae singulae multis Turribus inclitae florebant, come si legge nel Muratori 270. Tanto più dovette esserne ripiena questa Città come al mar vicina e conseguentemente più soggetta alle guerre. Il Dempstero 271, e il Marangone pertanto s'indussero ad assegnarne a lei anche un maggior numero di 15000 dicendo per altro, che ogni casa era una Torre, e tutte quelle, che avevano i merli ciascuna armava una Galera 272 Il battister, di cui ragiono, fu posto isolato dicontro alla porta di mezzo della Cattedrale, e fu volto a levante, come si praticò avanti, e poco dopo il mille nella nostra Toscana ad imitazione degli antichi
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cristiani, che vicino alle principali Chiese eresser Tempj di forma ottagona, come osserva il Grutèroi, con porre nel centro di essi fonti, o vasche per uso del Battesimo, come il Battistero lateranense, il ravennate, il bolognese, il parmigiano, e il fiorentino. Il nostro vien citato sovente come esemplare per l'uso de' sacri riti ecclesiastici da Edmondo Martène Scrittor francese 273, e dal Mon. Ciampini, entrambi dottissimi nell'antica ecclesiastica erudizione 274 Ne fa menzione eziandìo il P. Mabillon nel suo museo italiano per sicuro attestato dell'iscrizione, che produrrò in appresso. Or prendendo di mira la struttura della nostra fabbrica, non dubito di opinare che la già compita Cattedrale contribuisse allo sviluppo dei talenti di Diotisalvi che l'amor proprio ne lusingasse ad innalzarla non men pregevole, e nel suo genere anche più bella di lei. Vi riescì di fatto; e gran cosa fu che mentr' egli di secondar la moda in parte fu vago, i tre bei pregj dell'arte, solidità, grandezza, e bellezza al sommo grado osservasse. Fa
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meraviglia, che la patria, e il valore di un Artefice di rara tempra per quell'età sia rimasto nell'oblìo di essa, quando egli era degno della maggior rinomanza, e fama per questa sola opera sorprendente. Il Vasari fra gli Architetti del secolo dodicesimo non ne fa ricordanza. Eppure potea con lui provar assai sull'Arte rinascente in Pisa molto prima ch' altrove, e nominar nel posto conveniente il suo Lapo, ed Arnolfo. L'erudito scrittore delle Lettere Senesi da me più volte citate, nell'accennare i più celebri Autori delle opere antiche, così si spiega: Dio ti Salvi (che per semplice supposto lo brama originario da Siena della nobil famiglia Petroni) fioriva alla metà del secolo duodecimo avendo in tal tempo fabbricato il Battistero di Pisa, del quale checchè ne dica in contrario uno Scrittor vivente, può dirsi con tutta verità essere una delle più belle, e meglio intese Fabbriche di quel secolo, e de' due seguenti. Ma ogni altra autorità troncando l'oculare inspezione smentirà, io mi lusingo, l'intendente fantastico, e alla moda. Altresì il Conoscitore di svelto ingegno, e addestrato all'esame del bello resterà sorpreso davanti a questo egregio Edifizio. Lo ammirino pure certi moderni
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fabbricatori, che seguaci del proprio capriccio fan cose peggiori delle gotiche, se m'è permesso il dirlo, e sempre instabili, meschine, male ordinate, e senza gusto. Almeno i grandi e pesanti cornicioni, i frontoni immensi, e simili architettoniche partiqui non alterano, come in alcune moderne fabbriche l'impressione dell'altezza. Egli si presenta con aria di magnificenza, con istruttura nobile, e nuova, con ben intesa elevazione, e proporzionata sveltezza, che dal suo punto senza dissonanza grata trionfa. Si solleva da terra in forma rotonda; è regolarmente piantato sopra un imbasamento di tre scalini di marmo cosa molto vantaggiosa: ed è in tutte le sue parti condotto a compimento. La gran copia del marmo bianco generalmente apparisce in tutti gli ornati sian lavori di quadro, d'intaglio, e di basso, o pien rilievo. Le pareti eziandìo son costrutte di grosse pietre di marmo bianco ben connesse: e da fasce di marmi cerulei divisate son elleno graziosamente. Il tempo non ha cagionato loro sì fosca superficie, che non se ne tragga un piacevole oggetto. Fa poi meraviglia che la saldezza, e la stabilità della gran mole nel corso di più secoli manifestato non abbia il minimo mancamento di che
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sembra gettata con facilità, e con sorprendente esattezza. Ciò forse dovette indurre alcuno a scrivere, che i quel sito appunto fosse il palazzo di Adriano; ma noi avendo appreso da' migliori Scrittori, che dove giace il Duomo ei distendeasi, doverem credere più verisimilmente, che più tosto su' fondamenti del Tempio rotondo di detto Imperatore, o di simile altra fabrica si erigesse da' Pisani il Battistero. L'Achenhoe Scrittor tedesco lo vide con sorpresa, e ritrovò in lui tal pregio di stabilità, e di bellezza, che s'indusse a giudicarlo un Tempio del Gentilesimo, dai Pisani così ornato, e ridotto: ciò che dalle tradizioni, e dalle memorie viene smentito. Le dimensioni della fabbrica, secondo la più esatta diligenza, che feci per ritrovarle, son le seguenti: Il diametro, compreso tutto l'imbassamento è braccia 76. La circonferenza totale è braccia 238, e sei settimi Senza la base è il diametro braccia 62 La circonferenza della muraglia è braccia 194, e sei settimi. L'area totale è braccia quadre 4538, e due settimi.
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Tutta l'altezza, eccettuata la Statua è braccia 94 per quello che mi fu riferito. La disposizione estera è come segue: Nel primo gir inferiore sono distribuite con giusti intercolonnj venti colonne proporzionate, e grandi. Voltano sui capitelli di scultura archi semicircolari ornati di cornici intagliate; ed ecco un ordine svelto, di buona e soda architettura corintia ignota all'antico gotico, e dal moderno leggierissimo di rado praticata. Termina questo in una bella cornice lavorata di non ordinario intaglio, che gira tutta la Rotonda. Sono quivi scompartite in croce quattro porte. Giusto è il ragionare della principale volta a levante, come ornatissima d'intagli, di bassirilievi, e di statue. Primieramente due grosse colonne corilitiche riccamente la fiancheggiano; e son lavorate nella superficie sul gusto di quelle della Regia Porta del Duomo. Pure a opera d'intaglio, ma di più sottili fogliami sono le due più minute colonne spiralmente avvolte, che sostengono l'arcata più addentro. Ornano i due lati degli stipiti, o dei pilastri varie piccole figure di bassorilievo non goffe né dispiacevoli affatto. Nel destro di essi sono scompartite alcune storie del Nazzareno, e il Re David è in ultimo
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luogo: contiene il sinistro i geroglifici dei mesi con le respettive inscrizioni. Simili rappresentanze furono in moda in quell'età, mentre nell'anno 1210. Marchionne Aretino fece l'istesso nell'arco sopra la porta della Pieve di Arezzo, come scrive il Vasari, e nell'arco superiore della porta di fianco di S. Petronio di Bologna. Non rimanga inosservato l'architrave, mentre egli è storiato con figure quasi di tondo rilievo, e di molto pregio, se si riflette al tempo in cui furon fatte. La rappresentazione è il martirio di S. Gio. Battista, e varj Misteri del Redentore, dove osservo replicato l'uso curioso di quella grossa età in esprimere il battesimo di Cristo per immersione, come fu praticato nella descritta porta di bronzo del Duomo. Tali figure risvegliano alla mente i principj dell'arte rinascente, e una maniera di mezzo fralla greca così detta dal Vasari, e dal altri, e quella de' Pisani restauratori. Ignoto è il nome dell'Artefice, e l'indagarne la patria sarebbe inutile occupazione. Ma un tal monumento ci aprirà la via a incominciare la storia della Scuola Pisana di Scultura nel secolo XIII. Il fregio posto a guisa di cornice sul prelodato architrave è parimente arricchito di sculture, giusta al costume ch' usato
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vedesi nelle Chiese grandi de' due secoli dopo il mille. Sono undici mezze figure di molto risalto, tutte immagini sacre. Queste se non si agguagliano al sottoposto bassorilievo, eppure son di quella goffezza, che correva allora, e mostrano anch' esse i primi avazamenti dell'Arte risorgente in Pisa. Detto fregio serve di base atre statue di marmo, la Madonna col bambino, S. Gio. Battista, e S. Gio. Evangelista. Per dirle di mano di Giovanni Pisano, e in conseguenza fatte molto dopo la fabbrica, come credono alcuni, è cosa difficile a stabilirsi. Del significato simbolico delle predette figure, e dei bassirilievi, il Martini ne fa minuta decrizione, chequi sarebbe comparsa inutile. I soffitti degli archi son tutti lavorati; l'uno è a mensole bene intagliate, l'altro a rosoni; e nel terzo sono scompartiti i ventiquattro Seniori, e l'agnello, il simbolo del Nazzareno. Le altre porte hanno ai fianchi colonette spirali di armo greco Quella verso tramontana ha l'architrave con figure condotte di bassorilievo non affatto rozze, e poco inferiori a quelle, delle quali parlai poc' anzi. Il fregio fu scompartito a rosoni di musaico, in parte rovinato pel solito trasandamento.
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Nella porta volta a ponente è un bellissimo fregio lavorato a fogliami, il cui marmo comparisce un avanzo di antico epistilio, ed il lavoro da maestra mano condotto. I soffitti, e le fronti degli archi sono arricchite de' soliti intagli, e la scultura de' capitelli non è de' bassi tempi. Un tale ornato indica, che fu considerata anche questa porta come una delle principali del Tempio; ed in fatti quasi in faccia vi dovea corrisponder quella rinomata della Città, detta al leone. Ella presentemente è murata, condannata alle immondizie, e quasi oppressa dal rozzo muro dell'orto vicino, quando d'intorno a sì pregiata fabbrica un largo considerabile anche da quella parte sarebbe stato necessario, e decoroso. Il secondo ordine è un circondario di 58 colonne più piccole delle già divisate, e più spesse, mentre una piomba sulla sottoposta, e due difettosamente sull'arco. Isolate, ed equidistanti dalla parete formano un peristilio a guisa di rotonda loggia. Han capitelli di scultura, e archi tondi; e dove questi si distaccano è situata una testa di marmo di figura umana. L'inganno dell'altezza non impedisce, che in alcune di esse teste il magistero si osservi di buono Artefice antico
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nel disegno, e nella naturalezza. Il medesimo si scorge in varie teste di leoni, e di altri animali. Seguitando l'Architetto il genio di ornar le fabbriche di quei tempi consistente in affollare ornamenti, ed usare in gran numero opere di scultura, che altrimenti sarebbe stato un fallo il far contro la moda, terminò quest'ordine in una corona di sottili, e capricciose forme. Ella è composta di tante piramidi, o triangoli, ciascuno de' quali comprende due sottoposte arcate, ed ha una figura nel centro di ciascun vuoto. La maggior parte di tali sculture si manifestano dei più goffi Maestri, i quali senza che affatto il parer del Vasari si escluda, saranno stati probabilmente Greci, e Pisani, e qualche altro Italiano ancora per quel che sempre accade nelle fabbriche di somma importanza. Fra una piramide, e l'altra nascono tanti tabernacoli, o campaniletti, tutti adorni di fiori, di arabeschi, e di simili lavori. Un tale stile già si vide praticato nella Spagna mentr' era invasa dagli Arabi, e dai Mori, ed in appresso adoprato fu in Italia nella fabbrica contemporanea alla nostra del celebre S. Marco di Venezia 275
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ed in altri ragguardevoli edifizj 276 e fu denominato Arabo-Tedesco, come altrove avvertimmo. Per altro di bel nuovo si rifletta che se in una tal posteriore aggiunta di caricature sfoggia l'uso di quel tempo, non viene adombrata la buona maniera nella forma degli archi, e in altre divisate parti della nostra Rotonda, che tutta insieme innamora a vederla. Un terzo ordine ricorre alla fabbrica scompartito da 18 pilastri, e da 20 finestre, al di sopra del quale è altra simil corona di piramidi, e di tabernacoli in guisa tale disposti, che gli uni fanno corona alle finestre, e gli altri corrispondono sopra i pilastri. L'occhio avvezzo a sottili esami trova in quest'ornato una irregolarità, per altro non molto sensibile, ed in certo modo necessaria ad oggetto di conservare con tante frascherìe di moda una certa corrispondenza di parti. Da quest'ordine coma dal suo tamburo stacca la gran cupola, la quale di forma circolare, e condotta in insolita guisa di pera, come la denominò il Vasari, termina in un cupolino serrato, sulla cui alta cima
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s'innalza la grande statua di bronzo di S. Gio. Battista. D'essa l'Artefice è incerto per noi; il Martini l'attribuisce a Gio. Bologna. Il convesso della medesima è diviso da dodici cordoni rabescati, i quali andavano prima a riunirsi alla cime, e presentemente terminano dove ha principio il suddetto cupolino. Fra un cordone e l'altro nel corpo della cupola verso levante, dov' ella è nobilmente coperta di lastre di piombo, si ergono tanti altri tabernacoli composti di sottili colonne, di frontoni, e di fiori per mezzo de' quali passa internamente la luce; ed è molto verisimile, che questi facessero simmetricamente il giro della Rotonda.

2.7.3. PARAGRAFO 3. Struttura interna

Si presenta l'interna parte sferica maestosamente decorata di due soli ordini di Architettura. Il primo sodo, e bello è scompartito da dodici grandi arcate semicircolari sostenute da otto grossissime colonne corintie isolate, e da quattro grandi pilastri pariment isolati. Questi, e quelle equidistanti dalla parete formano un vago rotondo peristilio largo dieci braccia.
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Altro simile al di sopra circonda la fabbrica con tutti i pilastri regolarmente piantati, sopra de' quali girano archi parimente tondi, dove posa la concava parete della fodera interna della gran cupola. Il sottile ornamento di colonnette, d 'intagli ch'è nello spazio di uno di essi indica, che il medesimo dovea ricorrere da per tutto. Notando la qualità delle pietre, abbaio i pilastri di questo secondo ordine di marmi bianchi divisati da liste di marmo ceruleo, sulla qual foggia sono ordinate le concave pareti ingegnosamente incrostate. Nel primo ordine i pilastri sono di marmoree pietre ben lavorate di quadro: le colonne son tutte di granito, ma non tutte libiche, come qualcuno scrisse. Sei son di granito nostrale di quello dell'Isola dell'Elba e di Sardegna In prova di che si trova concorde l'autorità del Marangone riportata dal Tronci con quella del Roncioni. Questi lasciò scritto, che Cinetto, uno degli accennati soprantendenti, andò nell'Isola dell'Elba con la nave detta S. Giovanni, e condusse tre colonne grossissime, e il dì 14 Maggio 1155 si trasferì in Sardegna per l'istesso effetto, d'onde due sole ne furono trasportate, lo attesta il suddetto Marangone. Dirò delle
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due colonne poste con ragione dall'Architetto a fiancheggiar il principale ingresso, che si rendon' elleno singolari non solo per la gran mole forse superiore alle altre aventi sei braccia, e un terzo di circonferenza, ma per essere di un granito bigio orientale bellissimo, in cui fra le parti costituenti si distingue il quarzo romboidale di pezzi grandi più dell'ordinario. Il pulimento avrebbe ad esse accresciuto molto pregio. Soggiunge il prefato Roncioni, che nel primo d'ottobre 1156 fu messa la prima colonna verso Oriente, e che ai 15 del detto mese furono tutte drizzate coi pilastri di pietre quadrate, e tirate a fine tutte le prime volte colle cornici intorno Il vasari encomiando nel suo proemio la sollecitudine, e l'eccellenza del lavoro riporta la soprallegata notizia, come estratta da un antico libro dell'Opera, e come meravigliosa, e quasi incredibile. I capitelli delle colonne, e dei pilastri sono di variata scultura. Foglie bene intagliate hanno i corintj; e i composti antichissimi contengono con bizzarro intreccio animali, e mitologiche figure, fralle quali l'ariete sacro a Mercurio si ravvisa. No si ometta d'osservare il
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capitello del pilastro meridionale, dove sono intagliate varie caccie. Il buono Antiquario lo giudicherà forse un avanzo del Tempio di Diana. Son capricciosi i piccoli capitelli incassati nella parete, d'onde si staccano le arcate della volta. Son queste novelle prove dell'abbondanza di tali marmi, nobili avanzi degli antichi edifizj di Pisa o trasportati d'altronde. Le dimensioni interne del Tempio necessarie a sapersi sono: Tutto il diametro è di braccia 52. La circonferenza è braccia 163. L'area totale è braccia quadre 2124. 1° Una delle prime regolate osservazioni sarà quella, che nel primo pilastro sulla dritta di chi entra è l'iscrizione, che indica il tempo della edificazione colle seguenti parole:

MCLIII MENSE AUG8 FUNDATA FUIT HEC
ECCLESIA

Ella è replicata nel pilastro opposto con peggiori caratteri. 2° Inciso in altra faccia del medesimo è il nome del soprallodato Architetto in cotal guisa.

5 DEOTISALVI MAGISTER HUJUS OPERIS.


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3° Le due statue di marmo erette sulle pile dell'acqua santa, che una S. Francesco, l'altra S. Pietro rappresentano sono opere, per quanto dicesi, di Gio. Pisano. 4° Il pavimento è smaltato di lastre grandi di marmo generalmente bianco, eccettuati alcuni lastroni di giallo antico, e di porfido nostrale, ed è ordinatamente scompartito con fasce cerulee. Nella parte del coro dinanzi all'Altar maggiore è intarsiato di rare pietre a opera musaica. 5° Seguitando la narrazione vedesi nel mezzo di sì vasta Rotonda magnificamente situato il sacro fonte battesimale. Ei daterra si solleva piantato sopra un imbasamento di tre scalini di bianchissimo marmo. Il Ciampini ed altri osservano, che così fatto differisce dall'antica foggia. Ei si slontana dalla rotonda nave con eguale spazio di dieci braccia. La forma è ottangolare, della quale parla il Grutero, e non è rotonda, come scrivono il Mabillon, e il Martenè. Il giro è tutto 22 braccia: sei braccia è il diametro: e due braccia scarse è profonda la gran vasca. L'orlo e la base del fonte è di un bel broccatello della cava della Contea della Ghelardescca, chiamato marmo rossiccio dal Cesalpino 277 L'esterna
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superficie del medesimo è tutta intagliata nei corniciami, e nei compartimenti, dove rosoni bellissimi sono condotti con sottigliezza dal candido marmo lunense, e staccano dai fondi di pietre bianche, e turchine alla musaica. Tale ornamento dovette esser fatto molto posteriormente alla fabbrica quando l'Arte era migliore. Disposte nel piano del margine sono quattro vaschette, o piccoli lavacri. Quivi secondo l'uso antico, che sembra praticato anche nel sec. XIII. si battezzavano per immersione i fanciulli, e nella gran vasca gli adulti, come è opinione del suddetto Ciampini 278 e di molti altri. L'erudito P. Mabillon 279 Parlando di questo sacro Fonte pisano così si spiega: Prope scilicet Ecclesiam adest Baptisterium in primis insigne, in cujus medio extat Fons sacer rotundo opere (ciò che notai erroneo) cum multis fonticulis in petra excitis, in quo forsan baptizandi olim immergebantur. Non sò poi quanto sia valido il parer del Martini, dicendo 280 Che quivi dovevano entrare i Ministri per immergere più comodamente i putti nella gran vasca, poichè in
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essi non compariva alcun foro per espeller l'acqua. Il P. Mattei di ciò ragionando in alcuni suoi mss. concorda col sentimento del Ciampini; né cangia di pensiero con tutto che Dante descrivendo i fori della terza bolgia, ove erano i simoniaci col capo fitto in giù, si esprimesse:

Non mi paren meno ampi, ne maggiori
Che quei che son nel mio bel S. Giovanni
Fatti per luogo de' Battezzatori.

Imperocchè il medesimo Poeta soggiunge:

L'un degli quali ancor non è molti anni
10Rupp' io per un che dentro v'annegava.

Dunque, riflette l'autor sopraccennato, non erano quei pozzetti unicamente destinati per i sacri Ministri. Il medesimo asserisce in forza di un documento esistente nel libro de' Battezzati, che nella vasca grande si conferisse il Battesimo fino al sec. XVI., quindi nel Duomo nel fonte fatto da Lino senese nella cappella di San Ranieri, di che parla il Vasari, e che finalmente nell'anno comune 1617 tornassero i Pisani a servirsi del Tempio di San Giovanni. La pila posta dicontro all'Altare serve per l'amministrazione del Battesimo
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secondo il presente rito della Chiesa. Ella è di bei marmi con mensoloni intagliati che la sostengono. Scompartita dai riquadri dell'indicato broccatello è la gran vasca. Il fondo della medesima è commesso di due qualità di marmi, bianco, e ceruleo in forma di onde. Fu costume degli antichi il coprire di tali musaici in particolare i pavimenti dei bagni, e delle stufe imitando le pitture; talmentechè l'acqua postavi sopra faceva un bell'effetto, e dava loro un particolar vivezza. Gira internamente la prelodata vasca una fascia di marmo bianco colla seguente iscrizione allusiva al Sacramento battesimale.

HUNC OPE FIDELI FONTEM QUO GAUDIA COELI
DET BAPTIZATIS TOTIUS FONS BONITATIS;
ET QUI TAM MIRO LAVACRO PIA DONA DEDERE
ET QUI CONSILIUM PRECOR HOS BAPTISTA TUERE
15PER DOMINUM XTUM FONTEM QUI PROTEGAT ISTUM

Dal mezzo dell'accennato pavimento sorge una base centinata di marmo bianco d'onde sgorgano per più fonti le acque. Sopra di essa è posta una colonnetta del medesimo marmo, che regge sul capitello il simulacro di S. Gio. Battista, opera di
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bronzo. Nello zoccolo parimente di bronzo sono impresse le seguenti parole, che altri non accuratamente trascrissero:

LAURENTIUS JACOPI DE ANCROJA CAN. PIS. AC
TEMPLI RECTOR D. M. PRAECURSORIS JOA.
BAT. IMMAGINEM COSTITUI, ET ERIGI
JUSSIT A. D. MDXX.

Nel lembo della irsuta veste di S. Giovanni è scritto l'anno indicato. In forza di che diremo, che il Chiusole, ed altri attribuendo la statua a Lino senese non si avvidero del cronologico errore, e copiarono il Vasari senza riflessione. Ella bensì può giudicarsi di qualche scolare di Baccio Bandinelli, quantunque il carattere non meriti attenzione. 6° L'Altare è volto a ponente giusta l'uso antico, ed è costrutto di bei marmi. Gl' intagli che lo adornano sono sull'idea di quelli del fonte, ma di più antico, e meno sottil lavoro fatto a forza di trapano. Sovra di esso è collocato un vaso di un bel marmo con alcuni membri di alabastro, dentro il quale è parere del Mabillon, e del Martené, che si conservasse l'Eucaristìa per uso dei Battezzati. Ai fianchi son situate due colonnette ioniche di marmo, che han sul capitello due piccole statue di rozzo stile.
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7° Nel pavimento compreso el circuito del coro elegantemente tassellato, osserverà il Naturalista le porfiree brecce rosse, e verdi, i gialli, e i verdi antichi, ed altre scelte pietre. 8° Il recinto che serra intorno l'accennato coro è incrostato di belle lastre di marmi. La cornice di esso è del solito vago broccatello; i compartimenti sono con modani di candido marmo; e i lavori alla musaica chiudono venti lastre del suddetto broccatello, ed altre quattro di quel mischio brecciato, detto dal Targioni porfido di monte pisano 281 Una fra queste volta a tramontana scherzosamente accenna in un angolo la figura di un romito narrata con maraviglia da molti, che hanno scritto i loto viaggi. Varj naturalisti denominadola un aggruppato d'innumerabili specie di pietre ne decantarono la combinazione meravigliosa della natura; ma il Targioni è di sentimento che non sia da farne menzione. 9° Oggetto di meraviglia è il sontuoso, e rinomato pulpito, che può denominarsi una delle più belle opere di Niccolò da Pisa Architetto e Scultore. Questa se non
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và in confronto per la perfezion del disegno con le opere de' bei tempi dell'Arte, porge non dubbie prove del prodigioso, e considerabil miglioramento, che in quella rozza età la scultura per mano di lui ricevette. Denota ella altresì qual può trarre un industrioso ingegno, arte, e valore dallo studio de' preziosi monumenti della bella antichità, ciò che non dubiterò di asserire ov' io l'arca descriva della Contessa Beatrice. A gran ragione l'Italia tutta considerazion prese di Niccolò; e chiamando esso, e poi Giovanni suo figlio i restauratori della Scultura si abbellì delle opere di loro, come istericamente nel tomo secondo dovrò narrare. Il Pulpito che imprendoqui acconciamente a descrivere giustifica questa grande stima. Egli è isolato, di forma esagona, ha di circuito 14 braccia, e quattro e due terzi di diametro. Tutta la nobil macchina è sorretta da nove singolari colonne. Sei sono disposte in ciascun angolo, e una nel mezzo; le altre due son dietro a queste reggenti la scala. Tre delle suddette premono il dorso di due leoni, e di una leonessa, animali vivamente espressi. Questa allatta i proprj figli; fralle zampe di quegli giacciono placidamente piccoli, e timidi animali, soliti
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emblemi, che s'incontrano nelle antiche fabbriche, e ch' eziandìo nel pulpito di questo Duomo, e di quello di Siena si osservano. La base della colonna di mezzo posa sugli omeri di figure d'uomini, e di animali scherzosamente aggruppate. Da una all'altra colonna son tirati archi tondi ornati di tre piccoli archetti alla moda di quel tempo. In ciascun capitello corintio a minute foglie tutte traforate dalla subbia posano statuette intere di candido marmo addossate ai pilastrini. Alcune dritte altre sedenti con geroglifici di varj animali in braccio han misteriosa significazione, ed agli angoli fanno ornamento. Negli spazj delle arcate sono scompartite di bassorilievo figure di Evangelisti, e di altri Santi. Sopra a detti pilastrini si posa l'imbasamento andante con cornice intagliata, che gira d'intorno al pergamo, Il parapetto sovrapposto ha su ciascun angolo tre colonnette; e cinque lati di esso, perché il sesto apre l'ingresso, mostran le fronti fregiate degl'ingegnosi bassirilievi. Chiude finalmente tutta l'opera una cornice andante di marmo rosso, sol che viene interrotta verso levante da un aquila di marmo bianco molto al naturale, che preme un coniglio e sostiene sulle ali aperte un leggìo per uso del Vangelo.
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Volendo noi considerar le parti adorne di scultura, e principalmente le cinque storie a bossorilievo, la nascita del Nazzareno, che occupa la faccia del parapetto rivolta a ponente è più con bizzarrìa, che con buon' ordine rappresentata. Notato il rigiro dello scalpello, onde alcune parti son distaccate dal fondo propongo sovra d'ogni altra la figura dell'Angelo genuflesso, che versa acqua nel lavacro, dov'è posto il bambino potendosi ammirare in lei un portento dell'Arte riguardo al secolo. Disinvolto atteggiamento, bell'aria di volto, maestrìa di scalpello, e pieghe graziose, e lievi son tutte prerogative certe provenienti da un disegno, che mai non si sognò Giotto di possedere, e che forse ritroveremo anche a stento fino a Raffaello, e chi nol crede venga egli a vedella. Le due statuette sugli angoli inferiori che fanno al a questo quadro mostrano, se mal non mi lusingo, nelle diverse membra, e nelle attitudini delle parti nude altre doti dell'artefice. Segue l'adorazion de' Re Magi, dove fa ammirazione la morbidezza del lavoro, il piegar di alcune vesti, i movimenti, e le teste animate di varie figure. Simili prerogative, e anche miglior disposizione, e panneggiamento osserveremo nella presentazione al Tempio.
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La storia della Crocifissione nel quarto lato mi sembra espressa più confusamente, e con minor naturalezza, e maestrìa. Evvi qualchè caricatura, se non che la Madonna cade svenuta nelle braccia delle pietose donne con molta naturalezza. Ultima rappresentanza è il Giudizio universale, dove il Giudice comparisce in alto soglio simbolicamente fiancheggiato da un toro, e da un leone. Il lavoro è molto operoso, e il freddo marmo ha anima, e vivezza sì negli eletti, che ne' condannati secondo la proprietà loro, di modo che in questa parte debbo reputare stupendo riguardo al secolo alcune teste avanzate all'ignoranza; né si prenda norma da quella stravolta, o sproporzionata, ch'ella è un pessimo restauro. In un angolo del quadro son con poetica immaginazione espressi il can cerbero, e Lucifero ben formato nelle sue parti. Fra gli eletti una figura nuda giacente, ed alcune voltate in ischiena meritano senza esagerazione l'elogio di sopra espresso. Nella fascia di marmo bianco sotto l'accennata storia sono intagliati i seguenti versi, il terzo de' quali non molto intelligibile sfuggì agli occhi del Vasari, e de' suoi copisti; e desso i primi due versi riportando gli vuole scritti dall'Autore,
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quando l'elogio di lui formano chiaramente.

20ANNO MILLENO BIS CENTUM BISQUE TRICENO
HOC OPUS INSIGNE SCULPSIT NICOLA PISANUS
LAUDETUR DIGNE TAM BENE DOCTA MANUS

Veduto con sorpresa nel partimento del nostro Pergamo ciò, che reputai convenevole, e giusto di additare, ed in oltre la maniera di render generalmente il lavoro lustrato, e netto quanto qualunque altro de' bei tempi, giudichi sul fatto il vero cultor delle Arti, che scevro d'impostura sa misurare il pregio delle opere relativamente al secolo, e che colle altre non le confonde, qual diè saggio il pisano Maestro dell'esteso suo talento in questa opera di scultura. Tralasciando i giusti encomj, ch' ella riscosse dal Vasari, e da' migliori scrittori dirò, che con la divisata proprietà, e dicevol decorazione gareggia il pregio, e la buona scelta de' marmi che nobilitano quest' edifizio in modo, che si può chiamare un musèo di rare pietre: e fia ben giusto notarle. Primieramente il marmo de' prelodati bassirilievi diafano, e lucente fu giudicato dal Targioni alabastro antico, detto comunemente orientale, e marmo pario dal
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Cesalpino 282 Io per alcune osservazioni fatte lo credo statuario lunense del più fino, e bello, essendo conciliabile con la natura di esso il diafano che ne risulta nelle parti ridotte a sottigliezza. Il broccatello rosso altrove osservato fa molta vaghezza, poichè essendo distribuito nella cornice del parapetto come dissi, nelle colonnette aggruppate su ciascun angolo, e nelle fasce inferiori, chiude graziosamente i candidi bassirilievi. Le due colonne reggenti la scala sono di marmo bianco venato: l'una è spirale, l'altra scannellata. Di quelle nobilmente destinate al sostegno del pergamo una stupenda è di broccatello di Spagna, ch' esce dell'ordinario, come osservarono, commendandola, varj Naturalisti; altra è di quel rosso misto, o più propriamente brecciato, detto porfido di monte pisano assai bello; e cinque sono di varie belle specie di granito orientale, che per il pulimento mostra la particolar sua lucentezza. Descrivendole il Targioni suddetto si esprime, che se si ha riguardo alla bellezza, e alla singolarità si posson dir preziose. Ma egli, ed il Cesalpino
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non ammirano in particolare, che la colonna sorretta dalla leonessa senza dar conto della natura sua. Oltre a questa effettivamente rara fra l'egizie pietre, comparve a' miei occhi straordinaria quella ancora di mezzo; ed avendola trovata conforme nella grana ad una lastra che possedeva il defonto Sig. Dottor Niccola Branchi celebre Professore di Chimica, e che ora il figlio non meno erudito possiede ne feci il confronto, e con la valida approvazione di quell'eccellente Naturalista non dubito di asserire, ch'ella è di granito scorlaceo, o basaltico, composta di quarzo bianco opaco, e di schorl squamoso, chiamato dagli Svezzesi Horne Blende. Di natura simile sospettando esser l'altra colonna dove il Targioni vide le monete per taglio, che altro non sono che cristalli aghiformi di schorl, ne consultai il suddetto Professore, ed egli gentilmente m'instruì esser ella un granito schorlaceo composto di pietra ollaria verdognola, e di schorl fibroso. I sottoposti leoni sono di marmo mischio, come un bardiglio dilavato; e di un bel marmo straniero vien reputato da alcuni naturalisti il leone sottoposto alla colonna del detto porfido pisano.
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Un'altra bella qualità di broccatello di Spagna simile alla suddetta, ed ambedue di maggior pregio ancora di quella del pergamo del Duomo, si può osservare nella colonnetta, che posa sul dorso di un leone di marmo bianco giacente sul ripiano della scala, che tutta di marmo comodamente dal giro del Coro al pulpito conduce. Conchiudasi adunque, che tanto la scelta della materia, quanto il pregio del lavoro, per quell'età in cui fu fatto, mirabilmente conciliano il merito all'Autore, infinita lode ai Pisani, che l'ordinarono, e l'ammirazione degl' Intendenti. Non passerò sotto silenzio, che questo pulpito era tenuto in tanta stima presso i nostri antichi Concittadini, che nel Sabato Santo, giorno allora di gran concorso in questo Tempio, il Potestà dovea mandare uno de' suoi ministri con guardie per custodia di un'Opera sì rispettabile 283 Chi ha giusta nozione degli usi greci circa alle leggi a favor delle Arti loderà nel suddetto provvedimento l'onorevole immitazione. Si dolse Raffaello Roncioni 284 Che i Pisani
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successori non seguitassero ad avene ogni cura; e scrisse, che Lorenzino de' Medici fece ad alcune figure de' bassirilievi troncar teste, e gambe per ornare il suo museo. Io dò poca fede al racconto, quantunque anche Michel di Montagna attesti, che correva in Pisa una tal voce, e che il Duca ne facesse presente alla Reina di Francia 285 La fama di quest'Opera fu che mosse i Senesi a commettere a Niccola il pergamo del Duomo di loro nel 1266. Egli infatti lo lavorò in simil guisa con l'ajuto del figlio Giovanni, e di Lapo, e d'Arnolfo suoi discepoli; dell'opera de' quali dovrem' dire con molta verisimiglianza che si servisse il detto Maestro in questo pulpito ancora. Sì fatti edifizj erano allora comunemente in uso: siccome Giovanni in appresso due simil ne fece di gran rinomanza per quei tempi; quello cioè di S. Andrea in Pistoja Chiesa architettata da Buono, e l'altro nel nostro Duomo che già si disse esistere avanti l'incendio: ma d'entrambi faremo parole nell'elogio di lui nel tomo secondo. Passando presentemente alle Opere di Pittura; alcune ornano i due Altari
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laterali, altre appese alle pareti occupano la superior parte delle quattro porte. 10. La Pittura dell'Altare sulla destra della porta principale è del Ferretti; e nel quadro di mezzo evvi una copia di una delle Madonne che si dicono dipinte in Roma da S. Luca. Un addietro vi fu una copia della bella tavola di S. Barbera posta in Duomo nella crociata di San Ranieri, in cui lo stil ci comparve di Perin del Vaga superiormente a quel del Sogliano, che la recò a compimento. I libri dell'Archivio Capit. ne fanno Autore un certo Domenico del Pietrasanta. È decorata l'Architettura di bei marmi; lunese è quello de' modani ornati; i riquadri son di alabastro, e di altre belle pietre. 11. Il Quadro che segue sulla contigua porta esprimente le nozze di Cana Galilea è opera di Aurelio Lomi, e non è delle inferiori. 12. Sopra la porta occidentale vedesi altra tela dell'istesso Lomi, dove colorì quel fatto celebre di Mosè, quando fa scaturir l'acqua dal sasso. 13. È parimente di Aurelio altra tavola posta sulla porta meridionale; e il gran convito del Re Assuero è quivi espresso. Queste re Opere di quell'instancabil
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pennello sono di qualche stima, benchè malamente conservate. 14. Nell'Altare che segue si può ammirare il quadro, che rappresenta S. Jacopo, e S. Filippo, e N. S. in atto di operare il miracolo sulle rive del Giordano. Il celebre Francesco Vanni Senese ne fu il Dipintore. La barroccesca maniera nella facile composizione, e nel tinto generale amoroso, e vago, le belle teste fra le quali primeggia quella dell'Angelo Raffaello, e il carattere delle estremità fan conoscere il vero. Se il quadro fosse stato meglio tenuto, come richiedeva il merito suo, formava totalmente il piacer degli' Intendenti. Si noti una piccola aggiunta nell'indietro, dove una femmina allatta un bambino, che per esser non mal colorita dell'istessa mano rassembra. Dicesi, che il pezzo originale fosse tagliato da un avido osservatore, e che l'istesso fu tentato senza buon successo nell'angolo del quadro in prima linea, dove una sporta è tessuta al naturale. L'inscrizione sotto la mensa indica, che nell'an. 1606, fu fatto eriger l'Altare, e dipingere il quadro. 15. La Tavola finalmente sopra la porta orientale rappresenta altra storia di Mosè. Ignoto è il nome dell'Autore.
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Non tralascio di notare, che il minimo bisbiglio fa il giro della Rotonda, effetto delle volte ellittiche. Siccome qualunque piccolo rumore forma un eco sonoro procedente dalla medesima causa. Per sodisfare alla più esatta osservazione, ed affinchè una maggior celebrità, e costruzione soda, e magnifica si concepisca della nostra Rotonda, mi convien dire, che poggiando alla superior loggia, quindi alle seconde volte si vede, che la cupola vuota concede spazio tale fra l'una, e l'altra fodera, che se ne formano dodici stanze di una capacità considerabile, divise dagli indicati dodici speroni. Che in oltre le due scale sono con grande ingegno ordinate fra l'uno, e l'altro muro, dove fa sorpresa la stretta connessione, ed il pulito lavoro di quadro delle lastre tanto nella parte concava, che nella convessa. La materia è tutta di marmo bianco, proprietà valutata in quei tempi, che noi diciamo barbari. In fine qualunque parte, e il tutto insieme del nostro Tempio stupendo è condotto in modo, che fa onore a Pisa, all'Italia, ed all'Architettura. Pareva, che niente di meglio per que' tempi si potesse fare dopo la fabbrica del Duomo; ma pure i Pisani seppero tirare a fine un Edifizio
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superiore al Duomo medesimo se non nella estensione, e nella magnificenza, nella bellezza, e nella mossa degna de' più floridi tempi dell'Arte. Onde per questi, e per altri Monumenti insigni può dirsi di questo Popolo che

L'Arte guasta fra noi, allor non vile
Ma rozza, e oscura ei la dichiara, e stende 286

Ma la prova del proseguimento della Scuola Pisana unica, e celebre nell'Architettura e' due secoli dopo il mille, e della serie di Artefici continuata, e descendente da Buschetto sarà la piacevole narrazione del seguente non men rinomato Edifizio.

2.8. CAPITOLO VIII. CAMPANILE DI PISA

2.8.1. PARAGRAFO 1. Costruzione.


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Se Diodoro, parlando nella sua Olimpiade 287 il famoso Tempio, che a Giove fu innalzato dai Cittadini di Agrigento si espresse, che la struttura di esso mostrava chiaramente la magnificenza degli uomini di quella età, potrem' dir noi lo stesso dei Pisani, imprendendo a parlare del Campanile. Lo eresser' eglino dopo di aver dato compimento al Duomo, e al Battistero; ed in quel secolo medesimo, in cui fu innalzata la torre degli Asinelli di Bologna e quasi contemporaneamente a quella di Venezia si vide sorger questa, che in quel tempo esser dovette lo stupore, e la meraviglia universale. Ella è nobile,
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e ragguardevole per la ricchezza dei marmi, ond' è tutta costrutta, ed è altresì unica e portentosa per la sua non indifferente pendenza, ed ingegnosa struttura, talchè viene a ragione anche in oggi riputata una delle più belle, e alte Torri d'Italia, e fralle sei, ch' an maggior nome si annovera. Le cronache pisane, ed altri monumenti ci fan sapere, che due furono gli Architetti, i quali diressero la fabbrica, Guglielmo d'Inspruk, e Bonanno Pisano 288 Il secondo è quel medesimo, che fece la distrutta antica porta di bronzo del Duomo. Vengono ambedue celebrati dal Vasari, e dal Baldinucci 289 Dai primi Architetti di quel secolo insieme con un certo Buono di nazione Italiana, che fra le altre fabbriche eresse in Napoli il Castel Capuano, e il gran Campanile di S. Marco di Venezia nel 1155. L'ultimo ordine, dove son collocate le campane fu un'aggiunta fatta posteriormente, che la tradizione attribuisce
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all'Architetto, e Scultore Tommaso Pisano, uno de' più valenti discepoli del rinomato Andrea, parimente Architetto, e Scultore da Pisa. Scrive il citato Aretino Maestro, dopo avere allegata la suddetta notizia, il qual Tommaso si crede che fosse figliolo di Andrea, trovandosi così scritto nella tavola dell'Altar maggiore di S. Francesco di Pisa 290 La seguente inscrizione conserva irrefragabil memoria dell'epoca di questo Edifizio. Ella è a gran caratteri scolpita in marmo nella parete dell'arcata contigua alla porta sulla dritta di chi osserva.

A. D. MCLXXIV
CAMPANILE HOC FUIT FUNDATUM MENSI
AUGUSTI.

Si trova in antiche scritture dell'Opera, che fu la vigilia di S. Lorenzo il giorno, in cui fu dato principio alla fabbrica; e son precisamente indicati i due citati Architetti, se non che in vece di Guglielmo Tedesco, si dice Giovanni Onnipotente di Germania per la mala interpretazione della parola Oenipons, o
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Oenipontanus, che significa nativo d'Inspruk. In un anno furono fatti i fondamenti. Quando avesse fine non viene accennato dall'Anonimo nella Bibliot. Magliab., d'onde trassi le suddette notizie. L'ultimo ordine si può dir fatto circa alla metà del decimoquarto secolo, perché in quel tempo dovette fiorir Tommaso, assegnando il Vasari la morte di Andrea Padre, e Maestro di lui all'anno 1345. Negli spazj delle due arcate laterali a quella dov'è compresa la porta son replicatamente scolpiti tre animali di basso rilievo, cioè un drago messo in mezzo da un cinghiale, e da un toro. O dessi fatti in quell'epoca quivi si ponessero per simbolico significato, o come avanzi gentileschi quivi per ornamento si adattassero, il vero è che provengono da scalpello poco industre. Con più ragione adotteremo il secondo pensiero allor quando internamente sulla finestra ch' è di fronte alla porta altro animale osserveremo figurante un pesce al naturale, e di buona maniera. Alcuni scrittori fanno menzione della piccola torre rozzamente espressa nel marmo superiore a' detti animali con bastimenti sull'onde immaginandola un significato di quella della Meloria circa a
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quel tempo fabbricata da' Pisani, o di altra, che nel 1158 eressero i medesimi nel porto di loro. Io non m'oppongo alla prima opinione, anzi m'induco a credere, che Bonanno il nostro Architetto avendone fatto il disegno ne bramasse la memoria scolpita nella sua grande opera del Campanile. Sembra pertanto che quivi un tal marmo non si ponesse a capriccio, come si pose l'altro similmente scolpito destinandolo all'uso di stipite in una finestra presso la porta del Duomo detta di S. Ranieri. La nicchia sopra l'architrave della porta che sola manifesta l'interno ingresso racchiude quattro mezze figure di tondo rilievo in marmo bianco. Mostrano esse la Madonna col Bambino in braccio di non ispiacevole atteggiamento, ed ai fianchi di lei S. Pietro, e S. Giovanni, e son forse coetanee all'opere di Andrea, e di Tommaso. Le varie dimensioni del nostro Edifizio, delle quali parlano variamente il Tronci, il Roncioni, ed altri Scrittori son le seguenti da me diligentemente riscontrate. Tutta l'altezza dal suolo ond'egli si distacca fino alla sommità dell'ultimo piano presa perpendicolarmente dalla parte
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più alta è 95. braccia, o siano piedi parigini 168., e otto noni. La circonferenza totale presa nel corpo del primo infimo giro, non considerato il risalto delle colonne incassate, è braccia 83., e due settimi; e 26. e mezzo il diametro. Se poi si comprendono le colonne, risulta un diametro di 28. braccia, e un sesto, e di 88., e mezzo la circonferenza. Dell'interno vuoto il diametro è 12. braccia, e mezzo; la circonferenza è braccia, 39., e due settimi; e l'area è braccia quadre 123. incirca. La superficie interna del Campanile quando fosse egli cilindrico in ogni parte sarebbe uguale a 3588. braccia quadre. L'inclinazione è fuori del suo piombo sette braccia, e mezzo ovvero tredici piedi, e un terzo di Parigi. Il de la Condamine l'assegnò di tredici piedi, e di dodici il Soufflot; il Vasari di sei braccia, e mezzo la scrisse. Quantunque la nostra Torre non vanti la bellezza di greco disegno, che mal si ricerca in un'opera di que' tempi da un moderno Scrittore, egli è innegabile che non ingrata, ben'adorna, e dilettevole si mostra. Ha la forma di cilindro, a cui girano intorno otto ordini di colonne vagamente spartiti uno sopra dell'altro; e
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ciascuno è con archi su' capitelli, ed ha la sua cornice. Le colonne sono 207., checchè il Roncioni, il Martini, il Tronci, ed altri diversamente ne scrivessero. Ecco la disposizione, e la qualità della materia copiosa e ricca, ed in qualche parte anche rara, qual non apparve agli occhi del suddetto moderno scrittore. Nel prim'ordine quindici grosse colonne di marmo, e di granito girano con simmetrìa corintia lo spazio della parete. Sono alte dodici braccia in circa. I capitelli mostrano la rarità loro riguardo all'antica variata scultura. Se si esaminan quelli, che in vece de' caulicoli han teste umane con orecchie caprigne, uno se ne trova bizzarramente composto di due capricciose figure con un canestro in mano ripieno di pampani, e di frutta. Con molta probabilità giudicandole due Fauni con le ceste, Dionisj arnesi ben noti, e che spesso si riscontrano nelle rarità Ercolanesi, comparisce il capitello un antico ornato di qualche Tempio consacrato a Bacco. Negli ordini sovrapposti le colonne sono di bianchissimo marmo, alte cinque braccia; e tutte, eccettuatene alcune moderne, si manifestano avanzi di antiche fabbriche illustri. Ciò che fa vaghezza, e che rende la Torre agreable, ornée, et
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legère
come si spiega il Cochin si è, che dette colonne essendo isolate e lasciando fra di loro, ed il muro circolare una egual distanza formano sei loggiati, e in termine tecnico sei peristilj. D'intorno a questi mediante l'area che ne resulta larga più di tre braccia comodamente si passeggia. Il muro suddetto è composto di lastre quadrate di marmi bianchi. Queste ben lavorate a opera convessa, e con grande arte congiunte producono stabilità, e conservano perfettamente la rotondità del cilindro. Della medesima materia variata da cerulee fascie si vestono gli spazj compresi fra gli archi, e la cornice. Venendo a parlar dell'interno, egli è disposto con somma pulitezza, e proprietà. Merita lo sguardo dello spettatore pel sommo lavoro, e per la gran copia de' marmi la parete del concavo giro, che lascia un vuoto considerabile in foggia di un altissimo e vasto pozzo, come ancora il muro raddoppiato, dove con decoro dell'arte si raggira la scala; è la scala medesima di 293. scalini ben comodi dell'indicata materia di marmo bianco. Ella è cavata nella grossezza considerabile di tutta la muraglia ch'è sette braccia, ed offre agevole ingresso a ciascuna delle rotonde logge, d'onde fra
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gli equidistanti intercolonni si godon le più graziose vedute. Si poggia per la medesima al piano del settimo cerchio dove sono magnificamente architettati cinque finestroni, che aprono la luce all'interna parte. Quivi si trova una ingegnosa scaletta a chiocciola di 37. scalini di marmo uniti insieme con pochissima calce, che conduce dove posa l'ottavo ultimo giro. Questo è scompartito nella superficie esterna da dodici colonne, ed ha sei arcate aperte per uso delle campane. Sono elleno di buon getto, sette di numero, e la maggiore pesa più di 10000 libbre. Non ispaventò gli Architetti di quei tempi il collocare nell'alta cima di così obliqua torre il grave peso delle medesime. Ciò che fa ornamento, e proprietà fu il porle nei vuoti degli archi espressamente ordinati senza ingombrar di legnami l'interna parte, e in tal guisa renderle più utili alla vista, e all'udito coll'armonico suono. Il piano di quest'ordine è chiuso da volta reale aperta nel mezzo con rotonda finestra ferrata. Girano al di fuori diversi scalini di marmo, l'ultimo de' quali, che piomba sulla cornice del settimo ordine ha una ringhiera in ferro, che fa comodo e ornamento. Finalmente si ascende alla sommità di quest'ultimo giro, il quale da
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simile altra ringhiera è molto propriamente attorniato. Quivi la sufficiente larghezza del marmoreo ripiano concede godibile la sorprendente veduta della più bella campagna, dei vicini Bagni, degli acquedotti, del mare, e della Città e Porto di Livorno.

2.8.2. PARAGRAFO 2. Pendenza.

Trascurando le volgari favole, e ciò che vien proposto dal Tronci 291 Certo è, che sulla causa della notabil pendenza di questo edifizio non vi è memoria, che il vero accenni, o per fatalità degl' incendj, o perché veramente i Pisani erano allora solo intenti a gloriosamente operare, ma non a scrivere l'operato loro. Imperocchè parendo ella problematica ho tenuto in dubbio Uomini d'ingegno, e Professori dell'Arte architettonica in decidere, se al caso attribuir si debba, o alla virtuosa idea dell'Architetto fin da principio concepita. Alcuni per una delle due opinioni si dichiararono 292 Io credo di pormi dal
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partito il più probabile, e ragionato del quale furono, Giorgio Vasari, il Cochin, ed altri intelligenti Viaggiatori, e Scrittori di Mattematica Scienza 293 In tal guisa congetturando. Dico che siccome un grave peso sovrapposto a tenera base deve necessariamente opprimerla, così non esaminata l'incostanza del suolo, e perciò non ben palificata la platea, come fu inalzata una porzione della gravosa macchina, ella dovette avvallare, e cedere sulla parte più debole del suolo. Per la qual cosa, o per non incontrare la considerabile spesa in disfare, e rifar tutto di nuovo, o che effettivamente piacesse la capricciosa idea, egli è molto verosimile, che si determinassero gli Architetti di tirare avanti la Torre così pendente con rialzare, e ristabilire i fondamenti (finiti nello spazio di un anno se si dà fede al Tronci), giacché la linea della direzione non dovette escir fuori della base per la buona, e ben cementata costruzione. Benchè una tale opinione, chiamata dicerìa da un certo Scrittore non sia fondata sulla autorità di qualche sicuro documento, ella prende
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molta forza appoggiata sulle seguenti osservazioni da me fatte, perché unitamente alle altre credetto convenienti al mio assunto, e valevoli, ond'io soverchio non ragionasse senza le necessarie prove. Primieramente osservando l'interno vuoto facilmente resulta dall'oculare inspezione, ch' egli non è egualmente in piombo. Mi sorprese pertanto di trovare scritto nel Dempstero: Turris, et inclinata foris, minitansque ruinam pendula, recta intus si videris, e quanto altro si sognarono di vedere, tanta è la forza talora della prevenzione, e di una cieca mal fondata persuasiva. Fattone pertanto l'esatto esperimento resultò l'interno pendìo di circa a sei braccia, e mezzo. La scala eziandìo pende evidentemente dalla medesima parte, dove la Torre s' inchina. Nelle pareti del primo, e del second'ordine fatto l'opportuno esame delle buche formate per costruire i palchi tanto nell'interna, che nell'esterna parte, e introdotta a tale effetto nel vero piano di alcuna di esse una inflessibile riga di ferro, e postovi sopra l'archipendolo trovai l'inclinazione di due soldi di braccio; ed ecco la maggior prova di tutte. In oltre misurate le altezze delle colonne compresa la base, e il capitello, come ancora la sommità degli archi
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fu chiara l'uguaglianza tanto nella parte inclinata, che nell'opposta. L'istesso resultò nel terzo ordine. Quivi più che altrove notai gli stipiti, e i corsi delle pietre troncati, e aperti dove piega la Torre per aver forse dato lieva nella pendenza, e gli vidi con lastre di ferro bene sbarrati e stretti. L'uso poi delle catene fann' essi posando l'una delle due teste di loro sul capitello, e legando l'altra col sodo del muro. Nel quarto giro delle colonne, e gli archi dalla parte declive alzano quasi un soldo di braccio; le buche si trovano in piano, e le catene delle pietre sono intiere. Molte di queste erano incotte, e corrose affatto dall'acido marino, ma se ne sostituirono delle nuove nell'ultimo restauro degno di lode 294 Parlando di quest'ordine non tralascio di accennare all'Antiquario molti capitelli di antica variata scultura, e per lo più con maschere sceniche, e bizzarre teste, fralle quali è sovente l'irco allusivo a Mercurio, indicazione referita al costume de' Toscani. Nel quinto dalla solita parte declinata si alzano le colonne quattro, e cinque soldi di braccio; ivi alcuni
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contrafforti offesi del sal marino sono sbarrati. Qui più che altrove nelle commettiture compariscono molte zeppe di bronzo, e di rame quasi calcinato verso ponente, dove ha il maggior guasto il Campanile. Un tale uso fu molto praticato dagli antichi per dar maggiore stabilità, e collegamento di una pietra coll' altra: e molto più necessario fu egli nel caso nostro dove inchinava l'Edifizio, e dove infatti furono solo adoprate. Né il vedere alcuna di esse eziandìo ne' primi tre ordini può fare ostacolo all'opinione, mentre dall'osservazione sembra introdotta dopo a colpo di martello in qualche più aperta fessura. Nella sesta, e settima loggia è meno sensibile la maggiore, e minore altezza degli archi perché forse varierà la distanza dal centro dei medesimi alla cornice. Al fin qui osservato se si aggiunge la più attenta considerazione oculare, le prime tre loggie veggionsi pendere egualmente; le altre quattro insensibilmente raddrizzarsi; e visibilmente poi sembra in piano l'ottavo giro, benchè egli medesimo inclini. Dalle quali cose tutte si può chiaramente raccogliere, fino a qual ordine era avanzata la fabbrica, quando dovette per la soverchia gravezza dell'accennata costruzione avvallare, e cedere sul suolo più debole; e
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conseguentemente quando fu tirata innanzi con particolar maestrìa, e con ingegnoso inganno sull'idea nuova e bizzarra. In cotal modo opinando, si tolgono tutti quegli inconvenienti che nascer potrebbono dal creder la medesima così fattta ad arte fino dal suo principio, e molto più poi dal giudicar ch' ella già compita cadesse. Siccome fralle varie mal fondate ragioni di coloro ch' ebbero un tale avviso, referita dal de la Lande, invalida diviene quella eziandìo, che a prima vista sembra alquanto ragionata, cioè, che essendo le parti tutte sì ben legate, e intiere resta difficile il credere, che sì prodigiosa inclinazione si facesse per la debolezza del terrena, senza che ne soffrisse alcun danno la costruzione; imperocchè facilmente si concepisce che cedendo la macchina egualmente, e a poco a poco inchinando nella enunciata guisa, salde si dovessero conservare le mura ben commesse del cilindro. Le colonne ancora rispondenti al suolo mantennero la fermezza. Non ascoltando ciò che adduce lo Chambres per bocca del Masio all'articolo del Campanile seguiteremo ad esporre ciò che inoltre può render favorevole la nostra opinione. Ella è troppo natural congettura, che una torre, che doveva per proprietà
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trionfar nell'altezza, non si dovesse cominciar sotto al piano del terreno, tanto più ce le anteriori due fabbriche, il Duomo, e S. Giovanni, costrutte nel medesimo piano si fecero anche più alte, ad oggetto di darle appunto un trionfo maggiore. Arrise al pensamento nostro, nella prima edizione sposto, la discoperta che in vano desiderammo di fare noi stessi, e che fecesi nel dì 24 di agosto del 1798. Poichè nel riparare al guasto cagionato da un fulmine già indicato alla pag. 417 convenne fare uno sterro a piombo di una colonna del primo ordine, ritrovato fu il rimanente del fusto in proporzione, la base ancora, e gli scalini di marmo conforme che sono nell'opposta parte sopratterra. Non omettiam' di accennare, che la balaustrata intorno fu fatta nell'an. 1537 come nei libri dell'opera apparisce. Finalmente certezza abbiamo, essere il terreno di Pisa poco stabile, e soggetto a cedere per lo più dalla parte del fiume. Il chiarissimo Perelli che fu Mattematico insigne ritrovò nella Torre dell'Osservatorio notabile inclinazione per debolezza del terreno. Il Campanil di S. Niccola pende evidentemente. Ma senza altre citazioni abbiamo una riprova dell'incostanza del suolo nella Cattedrale istessa, cioè
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nelle due prime arcate verso la facciata, che guardano il mezzogiorno, e se ne vede la correzione nella cornice, che le suo vero piano ritorna. Nel fondamentar questa Torre era necessario il giustissimo riguardo ch' ebbe l'Autore dell'antico Panteon di Agrippa, onor di Roma il quale dopo di aver fatte le fondamenta raccontano che fuggisse per timore di non esser costretto a compir la fabbrica, prima che il getto delle medesime avesse preso la stabiltà necessaria. Simil notizia ne porge il Rossetti nella descrizione delle pitture di Padova scrivendo; che alzate le fondamenta del gran salone parallele al terreno restò interrotto il lavoro dall'anno 1172 all'anno 1209, affinchè si rassodassero perfettamente. Se dai riportati esperimenti, e congetture restò avvalorato il mio avviso, non intesi per altro di avanzare un decisivo giudizio o di formarne una teorìa, lasciando al discernimento del leggitore la più sana critica. Vero si è, che anche la nostra opinione non toglie pregio alla fabbrica, né fa scapito al decoro della Città, come falsamente si danno a credere alcuni che sol per tale oggetto la sostengono ad arte totalmente costrutta. Egli è facile il
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concepire, che nell'altra accennata guisa comparisce sempre grande nel nostro Campanile il valor de' due Architetti; e desso per rara, e mirabil cosa sempre si addita. Dirò di più che quantunque ceda in altezza, ed in rarità di marmi ad alcuna delle cinque rinomate Torri d'Italia, egli può francamente per le qualità esposte sostenerne il primato. Conciosiaché meritamente risquote gli elogi de' Meccanici, e dalle più sagge penne. Giorgio Fabbricio fra gli altri si espresse 295

Turris item cui vis operi aequiparanda vetusto
5Aeria, inque unum latus inclinata, minansque
Si procul aspicias, alia plus parte ruinam.

Si legge nel Dempstero un bellissimo encomio in itiner. Italiae anonymi Germani. Turris pensilis, artificio insignis, et marmore illustris; nulla est alibi similis, excepta Turre Bononiensi de Garisendis dicta, quae tamen illius Pisanae magnificentiam nulla ex parte assequitur: illa enim ex cocto tantum lapide, haec ex solido marmore facta; illa mutila, atque imperfecta, haec perfectissima, et marmoreis columnis suffulta, undique septem ambulacris, sive perystiliis pulcro ordine circumdata est, gradus habet supra
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fundamentum, in altitudine centum quinquaginta tres. Facta est haec Turris artificiosissima ab Architecto germano Joanne de Inspruck an. 1174 mense Aug.
. Produco il parere dell'Architetto, e Pittore Aretino Giorgio Vasari sulla nostra Torre, il quale molto commenda la particolarità sua nel sostenersi attesa la considerabil pendenza dicendo, che dee restarne ognuno meravigliato; e che la ragione, onde non abbia mai l'edifizio minacciato rovina, e neppure gettato un pelo sia stata quella di esser rotondo dentro, e fuori, ben collegato con le pietre, ajutato da fondamenti, che hanno fuor della terra un getto di tre braccia fatto come si vede dopo la caduta del Campanile per sostentamento di quello. Soggiunge, che se fosse stato quadro non sarebbe oggi in piede, perciocchè i cantoni delle quadrature l'avrebbono come spesso si deve avvenire di maniera spinto in fuori, che sarebbe rovinato. E se la Garisenda Torre quadra in Bologna pende, e non rovina ciò addiviene perché ella è sottile, non pende tanto non aggravata da tanto peso a un gran pezzo, come questo Campanile. Altri la ragion portano, che tanto nell'una, che nell'altra fabbrica il centro di gravità non cade fuori della base, e noi valutiam' molto che la nostra essendo
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rotonda ha il vantaggio della connessione più stretta delle pietre. La Pisana Torre ha acquistata ancora una nuova celebrità degli esperimenti fattivi dal Galileo 296 Alla caduta dei gravi mentr' era egli Professor di mattematica in Pisa. Avendo quest'uomo ingegnosissimo ed inventore del cannocchiale fatto cadere dei globi dello stesso diametro, ma di differente specifica gravità dalla cima del Campanile, ed osservato avendo quanto poca differenza vi era nel tempo della caduta di loro conchiuse, che tolta la resistenza dell'aria tutti i corpi, tanto un capello, quanto un pezzo di piombo caderebbero colla stessa velocità, ciò che poi fu verificato nel vuoto. Queste fabbriche parvero destinate dalla sorte a presentare a quell'illustre Mattematico degli oggetti di nuove scoperte; giacché osservando egli a caso nel Duomo le oscillazioni di una lampana cominciò a pensare, che tutte queste oscillazioni tanto le più ampie, quanto le più corte si facessero
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nello stesso spazio di tempo, come poi felicemente gli riuscì di dimostrare: scoperta di utilissima all'umana società, giacché dallo stesso Filosofo, non già dall'Ugenio, come falsamente hanno alcuni asserito fu applicata agli orologi, ed ebbe così origine l'esatto orologio oscillatorio. In virtù di tutto ciò che finqui esponemmo vada pur fastosa ad onta del profondo silenzio degli Scrittori coevi, la fama del Germanico, e del Pisano Architetto, i quali fabbricando con grandissima spesa, e con un poco miglior maniera, per servirsi delle parole del Vasari, condussero in quel tempo sì prodigiosa Torre. Questa altresì, che per tanto secoli si sostenne senza manifestar giammai il minimo mancamento con sommo decoro dell'arte, e della Città che a gran ragione si gloria di possederla, per cosa rara meritamente si ammiri.

2.8.3. APPENDICE Riflessione sullo stile delle tre grandi Opere d'Architettura Pisana.

Breve epilogoqui soltanto faremo di ciò ch' allo stile della Scuola Pisana d'Architettura de' due secoli dopo il mille
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appartiene. Egli è un'unione in armonica guisa, io ripeto, del bello architettonico con qualchè rapporto barbaro, o gotico-moderno: e per tal cagione stile greco-barbaro sulle orme di buoni Autori fu denominato. Ordini di buona proporzionata, e svelta Architettura 297 Composti d'equidistanti colonne e d'arcate rotonde di tutto sesto, peristilj, o loggiati nascenti da colonne isolate sulle quali voltano archi tondi senza architravi, costumanza lodata dall'Alberti nel suo libro VII., leggeri corniciami, modanature intagliate, pareti di marmi bianchi ben commessi, e da liste di marmo ceruleo spartite formano la principale caratteristica della commendata scuola. Se al Duomo ci rivolgiamo, la facciata dinanzi avente l'ordine, ed i peristilj predetti con quella della maggior tribuna si confronta: il compartimento dei lati, e delle minori tribune è concorde, di modo che un solo stile, ed un solo Architetto ne risulta. Il medesimo stile, e la stessa scuola nel Battistero, edifizio d'altro genere, comparisce ancora 298 Il
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greco-romano carattere nel primo ordine splende; superiormente il peristilio facente il giro della Rotonda non manca; gli archi semicircolari, le leggière intagliate cornici, e le liste bianche e cerulee vi sono; conciosiaché forza è di conchiudere che un solo stile, ed un solo Architetto lo compose; né v' abbisogna la mancanza delle liste cerulee nello spazio della parete occupata dai soprornati del peristilio, che lo comprovi. Degli ornati germanici in maggior copia adoprati, e forse in parte accresciuti più tardi, cura non prendo. Nella edificazione del Duomo la moda era appena nascente in Italia, e però fu in alcuni archi di sesto acuto giudiziosamente da Buschetto adoprata. Ella altresì era quasi adulta nell'edificazione del S. Giovanni; e qual maraviglia se piacque a Diotisalvi di unirla con più sfoggio alla sua bella architettura? Ma l'una
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e l'altra senza che la disposizion dell'opera ne risentisse, con mirabil tempra egli congiunse 299 Nel Campanile finalmente se si ha riguardo all'architettura del primo ordine, ai sovrapposti loggiati, e ad altri rapporti, il prefato stile della stessa Scuola Pisana ben si discerne. Nelle Chiese di Pisa contemporanee al Duomo ed al Battistero, si fa comprendere senza fatica la dimostrata maniera; e la gran Chiesa di S. Paolo a ripa d'Arno eretta circa al 1100, tanto nella facciata simile a quella del Duomo quanto negli alzati del fianco destro un solo stile e quello appunto suddivisato dimostra. Anche nel secolo XIII seguitarono lo stile originario da Buschetto nel fabbricar in ispecie qualche facciata Niccola, ed i suoi allievi, come osserveremo allorquando di lori si favelli. Ma egli è vero altresì, che un tal Maestro nelle opere di Architettura diè prove del suo sapere migliori, e diverse; né confondere conviene le facciate fatte ad imitazione della scuola de' primi due secoli, colle altre cariche di leggerissimi ornati, e di statue che son proprie del predetto secolo, e ben conosciute in più luoghi di quest'opera.
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In Lucca, ed in altre Città dell'Italia non mancano Templj ove il nostro stile più o meno primeggi. Ma di rintracciargli a questo luogo io ricuso, né più su' tal soggetto mi trattengo per non esser lungo. Mi si conceda soltanto di dare il passeggero cenno, ch' io mi tengo onorato dell'appoggio estimabile dei chiaris. Tiraboschi, Lanzi, Milizia, e P. Della Valle 300 Per tacer d'altri bravi Scrittori, i quali tutti ai miei pensieri (comunque siano) sparsi in queste carte favorevoli si dimostrarono.

2.9. CAPITOLO IX PROGRESSI DELL'ARCHITETTURA PISANA PER BONANNO


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Poichè molte Città nel secolo XII riconobbero il provvedimento di cingersi di mura, onde servissero eglino di schermo contro gl' Imperatori, e contro i popoli confinanti Pisa fralle prime nel 1155 e negli anni seguenti, come per incidenza accennammo il Battistero Pisano illustrando, contribuì col suo Bonanno anche per questa parte ai progressi dell'Architettura. Genova emulatrice ne fu; e devesi al Caffaro coevo istorico la descrizione delle ampie, e ragguardevoli mura di lei innalzate con difficile lavoro nel 1159, e con incredibil celerità compiute. Grande ancora esser dovette la costruzione delle nuove mura e delle torri di Milano nel 1167 cioè cinque anni dopo che da Federigo I. distrutte furono; e non sarà forse ricercata congettura il dire che i Milanesi anche in tale occasione dei pisani maestri si giovassero.
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Ma ritornando alla nostra Pisa Bonanno il prelodato Architetto fu scelto dal Console Cocco Griffi a dare il disegno delle enunciate mura e di belle torri alla difesa delle medesime; i migliori Storici, e la cronaca stampata fra gli Scrittori italici del Muratori lo attestano 301 La torre della Meloria, ed altre si eressero nel Porto Pisano circa al tempo indicato, come nel terzo volume narrar dovremo; ed il disegno della prima all'istesso Bonanno attribuimmo volentieri, dietro alla tradizione da noi allegata nel descrivere il primo giro del Campanile. Non omettiamo di ricordare a quest'epoca un certo Buono al cui disegno si assegnano dal Vasari molte fabbriche in Napoli, in Arezzo, in Firenze, ed in Pistoja; ma celebre sovra d'ogni altra è il gran Campanile di S. Marco di Venezia, che s'innalzò verso il 1150 per opera di lui. Pure in questi anni sorger vide Bologna più torri, e quella degli Asinelli già mentovata si distinse. Si terminò nel 1178 il bel Campanile di S. Zeno di Verona col disegno di un certo Martino.
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Ma cessando di diffondermi in altre architettoniche ricerche analoghe al secolo di cui si tratta, i tre famosi esemplari fin qui celebrati fian bastanti a persuaderci sul merito, e sullo stile di fabbricare della Scuola Pisana a preferenza di qualunque altra ne' primi due secoli dopo il mille. A prò della conservazione pertanto di sì pregiati Monumenti, elle sempre a cuore mi stette come sempre fui sventurato in aspirarvi, si rivolgano in fine i voti miei. Ma poiché malgrado la buona volontà manca in me ogni potere per quella varia combinazione o destino occulto che il vario stato degli uomini ordina, e costituisce, abbiano pur' essi con ispeme di maggior frutto i suffragj dei felici estimatori, siano veri, o falsi, dell'Arti Belle. Ecco per tanto a fronte di prove incontrastabili convinta quella classe poc' anzi nominata di appassionati, e ciechi decisori sull'Architettura de' primi tempi barbari dopo il mille. Fra questi si conviene un de' primi posti al Baldinucci, allorquando inconsideratamente così parla delle vicende di quest'Arte: Fece ancora essa poi colle altre Arti naufragio, onde i Maestri, che dopo l'usarono per più secoli fino ad Arnolfo, condussero le opere loro tutto che grandi, e dispendiosissime, con ordine barbaro,
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senza modo, regola, e ornamento
. Ed in appresso volendo citare i più rinomati Architetti anteriori al suo Arnolfo fa menzione di un certo Buono, di Marchionne Aretino, di Fuccio Fiorentino, degli Autori della Pisana Torre, dando per altro a Bonanno il solo titol di Scultore, e tace i nomi insigni, e le gloriose opere di Buschetto, di Diotisalvi, e di Niccola, onde si ammaestrò nelle Arti d'Architettare, e di scolpire il medesimo Arnolfo con Lapo 302 é questi ei riconosce per i primi Ristoratori dell'Architettura in Italia. Quanto è mai spiacevole, e qual danno arreca alla storia dell'Arte, che certi Autori scrivendone sottomettino le cognizioni loro a spirito di partito.

2.10. CAPITOLO X SCUOLA PISANA DI SCULTURA NEL SECOLO XII.


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2.10.1. PARAGRAFO 1. Scultura in marmo.

Or il primo passo che fece la Scultura verso il miglioramento per opera de' Pisani maestri circa alla metà del secolo XII. si vuol narrare. Il Tempio di S. Giovanni esternamente è ornato di tre classi di lavori di Scultura. Vi son quegli dei diversi tempi romani, di cui si dissero molte teste situate ove gli archi del peristilio si distaccano, e gli altri sono della prima, e della seconda epoca pisana. Quegli della prima prendendo di mira dico, che ad essi come vuol ragione fu messo mano contemporaneamente, o poco dopo al 1153 dietro al disegno di Diotisalvi, perché allora e non innanzi come credette alcuno, fu dato principio alla Rotonda giusta i riportati documenti.
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Per lavori di tal sorta io già ravvisai la più parte delle mezze figure di tondo rilievo poste ad ornare il vuoto delle nicchie triangolari del second' ordine, come ancora molte statuine sulle cime delle piramidi collocate, e quant'altro indicante un qualche respiro dell'arte a questa prima epoca appella. Riguardo poi alla seconda le storie a bassorilievo del nuovo testamento, i simboli dei dodici mesi, gli Apostoli ed altri lavori mi persuasero di appartenerle. E siami lecito il dire, che quest'epoca viepiù che la prima dimostra non a qual segno al Scultura decadde ne' due secoli dopo il decimo (se mai lo pensò taluno), ma bensì fa chiaro che la medesima decaduta soverchio in addietro di sollevarsi procura. Conciosiaché gl' indicati bassirilievi che in virtù dei ragionati sopra espressi avanzamenti della fabbrica esser dovettero negli ultimi anni del secolo di cui si favella ed alcuno nei primi del susseguente, daranno principio nel secondo volume alla Storia della Scultura del secolo XIII.; e come indicanti a gradi la disposizione dell'Arte al miglioramento ne formeranno la prima epoca italiana. L'aver io considerate in primo luogo le opere di Scultura che fanno fede della
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comune straordinaria ignoranza nei sec. precedenti all' XI, tanto in Pavìa nella Chiesa di S. Michele quanto in altre Città, come pure quelle che nel sec. XI stesso, e nel seguente si eseguirono, ed altresì il por mente, ed il far' esame intenso sulle maniere più o meno barbare dei divisati lavori del Battistero combinati, come dissi, col fondamento più che verosimile degli avanzamenti della fabbrica piuttosto che con idee ricercate, e leggere, furon gli appoggi ond' io della mediocre mia cognizione fornito m'indussi a formar guidizio di loro. Ma nel capitolo secondo del seguente volume porterò più a proposito gli esempj di altre sculture a noi vicine di stile confacente alle suddette, come ancora di quelle, che in peggior guisa si fecero in diverse Città dell'Italia, onde a Pisa viemaggiormente la primizia diasi di quei frutti che dipoi raccolse. Riguardo alle ultime basterà qui far ricordanza di certe che adornano la Porta romana di Milano, che il Giulini all'anno 1167 assegna, ed ove l'iscrizione leggesi:

HOC OPUS ANSELMUS FORMAVIT DEDALUS
ALE cioè ALTER

Ma d'esse il parer mio si taccia, e si acolti il Tiraboschi: Forse ai tempi d'Anselmo potevano queste sembrare sculture eccellenti, ma a' nostri occhi, elle appaiono sì rozze che appena possiam' tener le risa al mirarle. Ma ritornando alla Pisana Scuola consultiamo il Vasari. Ei riflettendo che grande era il traffico, immensi i lavori sculti che far si doveano in Pisa nel sec. XII. vuol tutti greci gli Artefici forse perché onninamente per mezzo di loro ci fece risorger le Arti in Italia: sopra di che gravi difficoltà promosse l'erudito Tiraboschi. Io non entrerò in minuto dettaglio, se questi primi Scultori fossero veramente pisani più tosto che greci, o altri stranieri. Solo, se mi è lecito di semplicemente proporre quello che ne sento, dirò che grande era il commercio de' Pisani in que' due secoli in diverse pari dell'Egitto, e dell'Asia, di che si trovano bellissimi documenti in diversi Storici, ed in un Autore Spagnolo principalmente, che di fresco l'istoria di Barcellona scrisse. Da tali documenti, che furon tratti dagli Archivj di Spagna frequentata anch'essa da' Pisani, plausibilmente si raccoglie, che in Pisa erano i Consoli di tutte le nazioni più rispettabili di Europa, e che i Pisani ancora gli tenevano presso le medesime: e di ciò detti un
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cenno nel fine della prima parte. Che in Costantinopoli avessero i Pisani nel tempo di cui ragioniamo un traffico speciale, e ferma abitazione, che il favore godessero degli Imperatori Bizzantini, e che sovente Ambasciatori spedissero loro, egli è chiaro per gli attestati di Michel da Vico, del Tizio, e di altri che tacer debbo a scanso di citazioni 303 Sappiamo altresì da accreditati Scrittori, e dal Winckelman fra questi, che nel secolo XI. in quella Metropoli esistevano ancora fralle altre la statua di Pallade di Lindo, l'Anfitrite rammentata da Cedreno, la Giunone di Lisippo, e il Giove Olimpico di Fidia, e che in oltre molti lavori del quarto secolo eranvi rimasti, fatti sotto Costantino da quegli
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Artisti ch'egli abbandonando l'Italia seco condusse. Tali notizie rendono più facile il suppor quivi tuttora un Avanzo di greci Artefici, e questi se non buoni, almeno per tali vantaggi superiori agl' Italiani, che per cagione principalmente de' barbari, e dell'Imperator Costante, ed in ultimo per le guerre civili, e per l'ignoranza si vuole che rimanessero senza gusto, e senza lume. In oltre vien referito nella storia Chimica del medio evo, expeditionibus tandem Cruciatis multi Artifices, et cum illis Artes migrabant in Italiam 304 Conciosiaché si conchiuda, che ragionevol cosa, e niente meravigliosa è, che i Pisani culti, e potenti molto in quelle parti apprendessero, e che quando trattarono di erigere il Duomo nel secolo XI seco trassero da Bisanzio alla Patria i migliori Artefici, di là dove l'Arte meno languida, ed incolta, e meno sfigurata che in Italia esser dovette. Dovendosi poi verso la metà del secolo XII. erigere altro edifizio di non minore importanza, aumentato il buon
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gusto, accesi gli animi alla gloria, e cresciuto il bisogno per l'idea di ornare la gran mole fastosamente, si formò in Pisa una scuola considerabile, che sempre più verisimil rende l'esposto pensiero; e con tutto che la Patria allora ne somministrasse, qui riunir si dovettero i migliori Artefici. Per la qual cosa da Costantinopoli a Pisa si trasferì colle Arti, il glorioso nome di Atene, ed ella emporio famoso dell'Arti rinascenti in appresso divenne. Sottopongono al discernimento del Leggitore questa mia qualunque siasi induzione, mediante la quale non intesi di pervenire al vero, ma soltanto di supporre con verosimiglianza, che in principio i Greci fossero d'ajuto nell'Arte ai Pisani. Egli è certo assioma in fatti, che dal commercio, e dalla comunicazione di una con un'altra nazione dipendono talvolta le Arti, e le Scienze, mentre la più colta alla meno colta le somministra. Un tal pensiero favorirebbe la prevenzione fondata sul parer quasi comune, che i Greci all'Italia comunicassero la seconda volta le Arti; ma se ciò fu per avventura, accadde per mezzo de' Pisani, ch'esercitati a cose grandi seppero apprezzarle, ond' ebber poscia la gloria di averle ristorate.

2.10.2. PARAGRAFO 2. Scultura in bronzo.


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Il fin qui esposto non basta a formare la vera e compita idea dello stato della Scultura Pisana nel secolo XII. Qui primieramente si vogliono aggiungere per viepiù arricchire e convalidar la storia nostra, e per far cosa grata a chi ama di rintracciare intimamente il vero le seguenti notizie sull'Arte fusoria, per poi passare a quella del dipingere nel seguente Capitolo. In que' due primi secoli, dai quali prendono origine le Arti in Pisa, siamo certi che colla Scultura la Statuaria si esercitasse. Riguardo al secolo XI. la memoria vegliante negli annali camaldolesi attesta, che Domenico Monaco di quell'ordine circa alla metà di esso fu di sette campane per la Chiesa di S. Michele in Borgo artefice esperto. Grazie poi al Vasari abbiamo un contesto magnifico di un'opera di bronzo che il nostro celebrato Architetto Bonanno condusse nel 1180. Noi veduta l'avremmo occupare un bel posto fralle produzioni pisane di tal genere in quella età, se non ci fosse stata dalle fiamme rapita. Se ne apprezzi pertanto
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l'iscrizione che lesse l'Autor predetto, e che per avventura veglia negli scritti suoi.

JANUA PERFICITUR VARIO CONSTRUCTA DECORE
EX QUO VIRGINEUM CHRISTUS DESCENDIT IN ALVUM
5AN. MCLXXX. EGO. BONANNUS. PISANUS. MEA. ARTE.
HANC. PORTAM. UNO. ANNO. PERFECI. TEMPORE.
BENEDICTI. OPERARII.

L'altra scultura in bronzo, che ancora esiste nella Porta laterale della Primaziale, è altra prova forse più antica di una tal'Arte, se mal non ci apponemmo nel fissarne l'età, ove si parlò di questo rispettabile monumento. Ci piace ora di addurne un altro anche di pochi anni anteriore. Nella vecchia campana di mediocre grandezza ch'era della Chiesa di S. Giovanni in Spazzavento di Pisa, e che ora è per uso della piccola Chiesa appartenente alla Villa di Pugnano della ex-nobil famiglia dal Borgo, avvi nel fregio superiore quest'iscrizione:

S. JOANNES ORA PRO NOBIS.

E nell'inferiore:

ANGEL ROSSI OPUS 1173.

In mezzo ai fregj la figura di Cristo Crocefisso, e quella di S. Giovanni sono espresse non colla maniera più barbara di quei giorni.

2.10.3. CAPITOLO XI. LA PITTURA NEL SECOLO XII.


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Le Poesie, e le Pitture del secolo di cui scriviamo andaron del pari. Frequente fu l'uso delle rime 305 Il titol di Poeta davasi allora agevolmente a qualunque verseggiatore, ed erano Poeti molti Monaci Cassinesi. Tutti per altro erano incolti, e lo furono meno degli altri Lorenzo da Varna, e Donizone Monaco di Canossa, che la vita di Matilde verseggiando scrisse. I Pittori eziandìo furono molti come dal gran numero delle Chiese erette in quei giorni si raccoglie, ma tutti tennero presso a poco quello stile che nel secolo antecedente additammo; di modo che da essi a Giotto fiorentino vi fu quella distanza che passò da Donizone a Dante. La Scuola
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della Pittura in Pisa che con quelle della Architettura, e della Scultura andò congiunta come arti tutte relative al disegno, se e gusto e per grazia alcuno non fioriva, ella si manteneva in esercizio quivi più che altrove, e con quella maniera, che andremo ora divisando. Fralle opere di pittura al mio proposito acconce annoverar debbo in Pisa la Madonna detta di sotto gli organi, quella della Chiesa nuova dello Spedale di Santa Chiara, la S. Caterina nella Chiesa di San Silvestro, la Madonna che stette nel coro dei soppressi Carmelitani scalsi, ed altre Sacre Immagini che per brevità si tacciono. 1.° Della prima mentovata Madonna di sotto gli organi esistente nel Duomo favellando, nell'occasione, che le occulte Immagini sacre della Toscana con ordine di Leopoldo allora G. D. palesi all'umano sguardo si rendettero ella ancora fu discoperta nel dì 13 decembre del 1789. Ebbi campo allora di esaminarne le qualità pittoresche, prima che dal pulimento e dal restauro, se così vuol chiamarsi, adombrate fossero. Mi lusingo perciò di porgere idea bastantemente adeguata di loro, e di una tale Scuola del nostro secolo.
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Non ci prolungheremo sulla storia di essa 306 Che trovasi concordemente scritta nelle memorie del Capitolo della Primaziale Pisana, nella Cronaca di Jacopo Arrosti esistente nell'archivio di questa Comune, e negli annali di Lucca, opera inedita conservata nella Biblioteca del Collegio di S. Maria Corte Landini di quella Città 307, e questa sola già esposta nella prima edizione, come dal Sig. Decano Zucchetti allora vivente ci fu comunicata qui si riporta. Idem annus 1224. 308 alterius arcis in Versilia evertende, alterius edificande consilium attulit. Lumbricum solo equatum cum
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compertum esset oppidanos proditione ad Pisanos spectare. Sed patefacta conjuractione qui Pisanorum recepti in oppidum fuerunt, arrepta fuga secum Divae Virginis Immaginem antiqua religione venerabilem Pisas deportavere, quae in Basilica Principe adhuc colitur
. Ma passando ad oggetto più interessante daremo un saggio della qualità dell'antico lavoro esponendo ciò che ci fu suggerito dalla più esatta diligenza nell'osservarlo. Una linea oscura contornava piuttosto crudamente ma con ragionevol disegno i profili di ciascun membro delle due figure. In tal guisa eran circoscritte le vesti; semplici tratti angolosi, e regolari indicavano le piegature, e queste erano per lo più insipide, secche, e senza rilievo. Un color poi di oscura filiggine, un rossastro, ed un giallo opaco le distinguevano; e se mal non mi apposi alcuni tratti dorati lumeggiavano uno dei panni del Bambino. Nella testa della Madonna si notarono gli occhi molto aperti, le pupille grandi, ma distaccate dalla palpebra inferiore, la bocca stretta, la mascella molto larga, e piana, ed il naso adunco sulla cima. Tuttociò produceva una seria, e non molto grata fisionomìa. Avea miglior forma la
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testa del Putto sedente sul destro braccio di lei, avvegnaché priva di grazia, soverchiamente rotonda, e attaccata al collo sottile, e lungo. Lunghe oltremodo, ed aguzze sulla cima eran le dita delle mani, fralle quali la destra del Putto sforzatamente atteggiata facea la peggior comparsa. Or veda il lettore se qualche traccia della divisata caratteristica ritrovasse giammai nel disegno delle prelodate immagini, che cl mezzo dell'incisione in questo libro gli presentiamo. 309 Passando al tinto delle carni egli era un giallo fosco tendente al color olivastro, con qualche lume ben sottile, e pochissimo ombrato; una sola tinta quasi lo componeva, e per conseguenza mancava di rilievo. Il tempo, e l'incuria aveva cagionato l'alterazione eccessiva al colorito, siccome distrutto avea gran parte del fondo del quadro 310 Ma dai residui giudicar potremmo della doratura di esso. Ad una tal foggia di delineare, e di dipingere, se l'acconciatura avviluppata delle vesti, la posizione della mezza
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figura della Vergine, e dell'intera del Figlio si aggiunge, e se anche si vuol considerare la cifra in greco sul capo di esso, e quel che parimente è scritto in greco sopra un libro che fa parte del quadro avremo tutti gl' indizj per credere esser questa Immagine opera di genio greco. Non è dissimile quello delle miniate lunghissime figure in campo d'oro con occhi molto aperti, nasi aquilini, mani, e piedi sgraziati, e capelli a linee parallele che si trovano in un Evangeliario scritto in pergamena a caratteri d'oro, e che esiste nella Biblioteca Laurenziana 311 Sonvi altre Immagini, che appartennero a Chiese Greche, e che anoi da esse furono
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trasportate. Vi sono Musaici sicuramente greci, e da tutti questi monumenti si traggono argomenti di similitudine per confermare, come si disse, la nostra Immagine di greco stile. Se si dimanda a qual tempo preciso, o a qual luogo ella appartenesse, potrà verosimilmente dirsi, che fu fatta in Pisa allo spirar del primo o all'incominciar del secondo secolo dopo il mille, e noi a questa seconda epoca più volentieri inchiniamo. Ragion non vuole che a una più remota antichità una tal opera si riporti, in cui troverebbesi una più spiacevole sproporzione, e goffezza. Le miniature sempre migliori delle pitture grandi col più barbaro modo espresse sono nel codice Siriaco Laurenziano scritto nell'anno 586 sotto Pelagio II. e l'Imperatore Maurizio Tiberio. Tali sono le altre ancora della bibbia Ammiatina de' tempi di S. Gregorio Magno: raro e ben conservato monumento, che in quell'illustre Biblioteca si ritrova. Ed è altresì noto che dopo il settimo secolo suscitata l'eresia degl' Iconoclasti, e degl' Iconomachi non vi fu più artifizio, ed ogni ombra si perdette del fare antico greco, e romano: né le Arti come già dissi furono mai peggiori di quelle del secolo X. ad onta delle cure di
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Eugenio II., e di Leone IV. E se muove a riso, come si osserva in Pavia nella Chiesa di S. Michele, quanto di Scultura fu fatto sotto i Longobardi, dovean essere le Pitture vie più ridicole e sciocche. Piacerà forse a taluno di opinare che la nostra Immagine da greca mano fosse lavorata in oriental paese. Ciò potrebbe essere accaduto: ma a noi sembra più verisimile il crederla fatta in Pisa, che respettivamente alla Grecia fu come la Spagna ai Saraceni quando per causa del commercio con essi tutta si dette all'amor dell'arti arabiche e della letteratura. Se di questa ragionar dovessi potrei citare molti uomini insigni, come Bernardo da Pisa che tenne scuola di Teologìa in Parigi, e Burgundio Giureconsulto Grecista superiore ad ogni altro dell'età sua, che fiorì sotto Federigo I., e tant' altri encomiati dal Tiraboschi, dal Fabbricio, dal Grandi, e dagli Estensori degli elogj di più uomini illustri pisani. Ma il fine nostro è di parlare delle Arti non disdegnando di servirsi del raziocinio, ove mancano i monumenti. Se i nomi, e la cognizion delle opere de' migliori Pittori di que' due primi secoli per fatalità non ci pervennero, ciò che de' migliori Architetti, e Scultori per avventura non accadde, chi dice a noi che alcuni Pisani
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istruiti da' Greci in Levante 312, o in Pisa da' Greci stessi nella Pittura, com' altri nella lingua, e nel modo di vestire lo furono, questa con altre sacre imagini sul greco stile non dipingessero sforzandosi di migliorar l'arte, come i maestri di scultura facevano, e che poi dalla scuola di loro quella di Giunta ne derivasse?n erano certamente tutti Greci i Pittori di quell'età. E poiché l'induzion' nostra sembra fondata sulla probabilità non ce ne discosteremo dandoci a credere che terminato il nostro Duomo nel 1100, e che dovendosi esso consacrare alla B. Vergine fosse scelto il migliore Artefice secondo il lodato costume de' Pisani d'allora per farne l'immagine, come accadde della Madonna dell'Impruneta 313 Ovvero che si scegliesse l'immagine già fatta circa a quel tempo dalla più esperta mano, e che un tal prezioso monumento sia appunto quello di cui si ragiona.
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Egli ha tutti i requisiti onde giudicarlo un trittico, o dittico in forma di tabernacolo da tenersi all'uso de' Greci sull'altar maggiore; e non fu per noi piccolo indizio quello delle due giunte apposte nei lati superiori della tavola ad oggetto di ridurla rettangola dalla sua piramidal figura. Sembra pertanto di dover opinare, che i Pisani piuttosto ch' aver tolto il sacro monumento dal Castello di Lombrici seco lo portassero contro i Lucchesi ad imitazione di quegli che portarono il noto Crocifisso contra i Saraceni Restituito poi alla sua sede, e andato in disuso il modo di tenere i suddetti tabernacoli sull'altare, può credersi che la sola tavola della Madonna si conservasse con affiggerla alla parete di un pilastro sotto l'organo ( come fu praticato altrove di certi tabernacoli ); e che seguìto l'incendio della Cattedrale fosse collocata ove attualmente si venera Se paresse ad alcuno, che grand'ostacolo al nostro raziocinio facesse la formula degl' indicati caratteri greci, ond'è segnato il sacro testo nel libro del Bambino, e la cifra sul capo di esso esprimente Mater Dei lo preghiamo d'avvertire, che pel reciproco commercio fra i Pisani, ed i Greci si coltivavano in Pisa le lettere greche a segno, che formò il Burgundio una scuola di traduttori; pongasi mente che i Latini medesimi, specialmente i Notai per vaghezza di mostrarsi intendenti del greco idioma si sottoscrivevano talvolta usando caratteri greci, e che in fine un tale idioma si pregiava o al pari, o superiormente al latino presso di noi, ed in altre contrade ancora dell'Italia 314 Cosicché se in tata stima era il linguaggio dei Greci, non meno si saranno reputate pregevoli le opere loro, e quelle fatte a similitudine di esse; e per darle più aria di originalità oltre l'imitazion dello stile, e della maniera pittoresca si saranno apposte iscrizioni di quell'idioma. Così venendo ai più bassi tempi troviam l'alfa, e l'omega sovente in antiche tavole; trovasi pure l'iscrizione in greco Mater Dei nelle pisane medaglie; né manca fra i moderni Italiani chi affetti di scrivere parole greche nei propri lavori 315
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In tal guisa pensando non intendesi di impugnar la probabilità, che (in ogni scuola qualche esterno ingegno esercitandosi) l'Autor del nostro quadro potesse esser greco d'origine, come nemmeno la verosimiglianza, che dalla Città Bizzantina, o da altre orientali piagge si trasportassero dipinte tavole. Perocché è nota la particolare ambizion de' Crociati di tornar dall'Oriente di rare, e pesanti reliquie talvolta più che di gloria onusti; e che Pisani particolar devozione nutrivano verso la Madonna tenendo in Tunisi una Chiesa a lei consacrata, oltre a quelle de' SS. Pietro, e Niccolò in Costantinopoli 316 Ma lasciando ad altri il malagevole impegno di assegnare all'Opera di cui si ragiona il vero suo princìpio, ed augurandogli il ritrovamento di qualche autentico foglio, ch' ogni difficoltà rischiari, noi, o greco o pisano che ne sia stato il
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pennello ci contenteremo di aver' osservato, ce la maniera della nostra Pittura superiore a quella che ravvisasi nelle miniature di quell'età, e nei quadri anche più antichi possa aver data origine, e cagione a formare la scuola, e lo stil di Giunta, e di quei tanti Pittori pisani già nominati, ove dalla maggior tribuna del nostro Duomo si descrissero i lavori di musaico, la cui arte dai Greci gl' Italiani appresero. Aperta che fu in Pisa la via che guida alla Pittura, molti camminarono per essa in modo da vincer quegli delle altre nazioni, e perfino i Greci medesimi. Ne sono una prova le imagini di S. Domenico, e di S. Francesco in S. Marco di Venezia già notate dal Ridolfi, e quella figura a fresco di S. Miniato nella Chiesa col nome di questo Santo fuori di Firenze attribuita al secolo XI, e data per tale in esempio dagli Editori dell'Etruria Pittrice. Ebbe pertanto ragione il Vasari di scrivere nel proemio delle sue vite, che sì fatte immagini han più del mostro nel lineamento, che effigie di quel che sia. Siccome l'Autor della Pittura veneta scrisse: che i Musaici di S. Marco assicurano della maniera del disegno di quella Nazione stranamente in quei
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secoli imbarbarita
317 E ciò a noi costando anche per ocular confronto di tavole vedute in Venezia, in Padova, in Verona 318 In Siena, ed altrove, tutte presso a poco nel divisato modo condotte, sempre più riputiamo la Scuola Pisana d'allora non tanto barbara, e ci allontaniamo dal credere che la nostra tavola fosse trasportata dalla Grecia. Riguardo poi a provare detta scuola nata, e fiorente in Pisa più ch' altrove nei due secoli dopo il mille, non mancano sincroni monumenti da citare comprovanti un drappello di Pittori pisani senza escluder da essi gli esteri, ed in ispecie quegli di greca origine. 2.° Nella Chiesa nuova dello Spedale di S. Chiara è situata nel foro del quadro dell'Altare grande un'immagine della Madonna reggente il Bambino col destro braccio, Pittura delineata, panneggiata, e tinta come la Madonna di sotto gli Organi. Ella è difettosa nel poco rilievo, nella mano del Bambino, che stà in atto di benedire, ed ha tutti i contrassegni per comparirle coetanea.
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3.° Parimente la tavola dell'Altare a destra di chi entra nella Chiesa di S. Silvestro è colorita, e condotta su quel gusto greco-pisano, ch' andiam ravvisando in quella stagione. Essa è uno di quei prodotti dell'Arte, che stà di presente rigorosamente coperto. E poiché ebbi campo di bene osservarla grazie alla premura del defonto Sig. Decano Zucchetti, brevi nozioni ma giovevoli al mio disegno in questo luogo ne accenno. La S. Caterina quivi espressa è vestita alla greca con abito lungo colorato di rosso, e con sopravveste verde, che aperta dinanzi, e ripiegata sulle braccia cade sui fianchi in due uniformi ma non mal' intese falde. La sua misura è sotto al naturale. Non direm' delle piegature, del colorito delle carni, del far dei capelli, delle dita lunghe, e secche delle mani, della posizion di esse, e finalmente degli occhi aperti col contorno inferiore distaccato dalle pupille, e delle altre parti componenti la faccia per non ripetere la caratteristica delle dipinture precedenti al secolo XIII. Noteremo però che la fisonomìa della Santa non è molto grata, e poco ritiene del femminil sembiante; che inoltre l'indicata sopravveste è tutta rabescata, e gli arabeschi di color quasi
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nero consistono per lo più in tante figure sferiche con un mezzo un uccello presso a poco immaginato come le aquile nelle medaglie pisane 319 Pisana stimerei volentieri la croce sulla man destra di lei, che in ogni estremità termina in tre punte. Finalmente cinge la fronte della nostra Immagine una corona a triangolo a guisa di mitra con una pietra bianca naturale nel mezzo, e varj contorni di perle dipinte. Così è la stola che sul davanti calando oltrepassa le ginocchia. Il piede posa ragionevolmente sul piano, e vestito di scarpa rabescata si rassomiglia a quegli della Madonna di Guido sanese. Siccome tutta la Santa nel modo di vestire, e nella posizion delle mani confronta col S. Miniato riferito poc' anzi, se non che questi riesce di peggior disegno. Ma per dir di tutto il nostro quadro, egli contiene in oltre otto storie di detta Santa indicanti la divisata maniera di piccole figure. Alcuni caratteri che in parte cancellati appariscono sù fondi d'oro, ove le figure tutte campeggiano, son della forma, e del
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costume greco di quel tempo, ed anno relazione a quelle storie 320 La Madonna col Bambino sul sinistro braccio che i soppressi Carmelitani scalzi tenevano nel tabernacolo della Tribuna di Chiesa è la pittura in tavola più somigliante alla Madonna di sotto gli Organi. Tale si reputa non riguardo alla posizion del Bambino, che non credo da valutarsi 321 Ma per quel che s'intende maniera greca, o greco-pisana di quell'epoca; né il panneggiamento con orli, e penero alla greca, né la forma del volto, e delle mani furono i soli requisiti che m'indussero a caratterizzarla per tale. Il tinto più giallastro, più livido, e senza
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chiari, e la linea più grossa che ne segna i contorni fanno ostacolo al divisato confronto. Ciò ch'è valutabile, ella è senza ritocchi, e ben conservata. 5.° Le altre Madonne, una sul primo Altare a destra per chi entra in S. Pierino, l'altra in S. Michele sopra un Altare similmente situata mostrano il carattere di cui ragioniamo. Questa fu alterata dal restauro. Ma la prima se oltre il guasto de' replicati ritocchi paresse sovra ogni altra sformata e massiccia, abbiasi per fermo, che in ogni epoca vi sono stati Artefici di migliore, e di peggiore abilità; e che talvolta un'opera sarà più moderna di tempo, ma perché fatta da più ignorante maestro, può per inavvertenza più vecchia riputarsi. Pure nell'elogio di Giunta inserito nel tomo secondo, dovrò parlare più opportunamente di alcune opere rappresentanti Cristo nella Croce che a questo dodicesimo, o agli ultimi anni del secolo undecimo appartengono. Concedendo finalmente la verosimiglianza di altri quadri di tal genere distrutti in più tempi nelle molte Chiese pisane, e nelle case ancora dove alcuni tuttora si conservano, e che tutti non saran venuti dall'Oriente, né da greca mano condotti avrem detto assai onde restar persuasi,
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che Pisa anche prima del XIII. Secolo non solo era culta nella Letteratura, nell'Architettura, e nella Scultura, come già si è dimostrato, ma che lo era eziandìo nella Pittura avente una scuola di Artefici. Questi, perché gli uomini insieme commercianti nudriscono in principio un egual gusto, e si comunicano non meno i vizj che le virtù, imitando il far meschino de' maggiori di loro, vestendo, e atteggiando le figure alla greca con iscritti talvolta in quell'idioma, e finalmente copiandosi l'un l'altro s'ingegnavano di dare novellamente il carattere d'Arte alla Pittura che innanzi all'epoca pisana de' due secoli dopo il mille erasi ridotta quasi lineare, e poco meno che monocromatica, qual ce la descrivono ne' suoi principj Pausania, Plinio, ed Epicuro. Conciosiaché le descritte Immagini giunte per gran ventura ai dì nostri a prò dell'Arte si conservino, e si ravvisi nel genio greco di esse la squallid' ombra di quello stil pittoresco, che sì glorioso un tempo indusse Alessandro a donare la sua favorita Campaspe all'amico Pittore, e per cui ebbe a dire Ovidio cantando di Venere

10 Si Venerem Cois numquam pixisset Apelles
Mersa sub aequoris illa lateret aquis.

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Ma omettendo di far gl' indovini sulle maniere più o meno barbare, e lasciando dietro di noi le folte tenebre di que' primi secoli, meglio nel seguente volume rivolgeremo il nostro pittoresco ragionamento al più vecchio Pittor di Pisa, il cui nome per avventura ci pervenne.

Appendice A APPENDICE AL CAPITOLO IV. DI PISA REPUBBLICA

Appendice A.1 ARTICOLO I. Relativo all'Antiquaria

Appendice A.1.1 PARTE PRIMA DELL'ARTICOLO I.


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Poiché nella parte prima di questo libro, i pregi della nostra Repubblica narrando, fu fatta considerazione della zecca pisana, opera novella di cittadino scrittore sarà il far qui ampia ricordanza di due rispettabili Monumenti di tal sorta, che han correlazione collo studio dell'Antiquaria e che a quella stagione appartengono. Due Monete son' eglino tratte di recente dalle oscure viscere del terren nostro suburbano precisamente nei contorni della Chiesa di S. Stefano, che furono di tali generi sempre fecondi. Di fatti io già ne detti cognizione bastante alla pag. 31 di questo volume; or mi si conceda che per poco mi trattenga a narrare, che da diversi anni in qua i contadini nel cavar
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fosse o nel far altri simili lavori non piccola quantità di monete, e di antichi arnesi di genere diverso con facilità ritrovano portando profitto a più persone, ed a se stessi ancora con i pezzi di maggior valore. Un tale avvenimento stimolò di recente il genio del Sig. Baldassarre Benvenuti pisano, che l'arte del disegno esercita, ond' egli ha potuto agevolmente far raccolta di monete dei tempi di Carlo Magno, e di quegli di Pisa Colonia e Repubblica, ma singolarmente d'artefatti di terra cotta di qualità e forma diversa, e di pezzi variati di rame e di bronzo, molto usati dagli antichi. Oltre a ciò ei favorì mostrami una corniola d'antica incisione quivi ritrovata, alcuni chiodi di getto, qualche stile forato come un grosso ago, ed altri simili puntali indicanti forse quei graffi di bronzo, che si trovarono nelle fabbriche d'Ercolano, e che si dissero strumenti atti a scrivere sulle tavole incerate. Vago di porgere per oculare ispezione tali notizie non discare agli Antiquarj, ed a Pisa onorevoli, mi condussi di recente sul locale accennato colla prelodata persona; e per poco che due soli campi rotti dall'aratro si discorressero ritrovammo quel più che a fior di terra presentar si poteva cioè: dei frammenti
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di opera testacea in gran parte d'ordinaria terra cotta, e non de' bei tempi: dei pezzi di manichi d'olle si buona forma: pochi frantumi di vasi, di tazze, e di lucerne di bucchero e d'altra leggerissima terra con buona vernice nera, con opera reticolata, a rosoni, ec.: dei treppiedi di terra, ed in fine de' tritumi di scodelle e di lagrimatoj di cristallo di grossa parete. I vetri colorati in forma di dado atti al musaico sonovi in copia; ma niun pezzo di conseguenza mi si presentò. Notabili bensì mi sembrarono alcuni marchj in certi frantumi di vasi di terra con vernice rossa, che all'antichità romana debbonsi ascrivere 1 vale o rotonda, e talvolta di un piede o d'uno scudo era la forma loro entrovi il seguente monogramma composto delle lettere ben formate VOLV, e VOLVC, il cui significato possono indovinar gli Antiquarj. Io soltanto senza pretendere di formar giudizio, immaginerò volentieri in questa parte una fabbrica di detti generi a opera testacea e le fornaci atte a cuocerli, forti indizj
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traendone non dagl' indicati marchj, ma da una quantità di ferro, e di ferrigne pietre miste con minerali diversi fusi insieme dall'azion del fuoco, e principalmente dalla combinazione de' ritrovati treppiedi, che alcuni di vernice colata dai sovrapposti arnesi erano tinti. In oltre le monete de' tempi di Carlo Magno ritrovate nel suolo pisano, come dissi, dal Sig. Benvenuti e da altri in addietro mi muovono a far qui ricordanza, in aumento di quel poco lume che detti alla pag. 107. A pro della Zecca pisana, ch' essa fino dal 750 in rame, argento, ed in oro operò vigorosamente; che i tremissi, ben noti ai Monetografi, si coniarono in Pisa in quel tempo, e che pure il soldo d'oro si coniò allora in Pisa come in Lucca: perocché fralle Città vicine comuni essendo le costumanze, comune anche la Zecca esser dovette. E mentre i migliori Antiquarj vetustissima dichiararono la moneta lucchese, altresì non inferiore di tempo la pisana stabiliscono. I ch. Argelati ed i Carli sopra di ciò fan testo valutabile: lo Zanetti nel lib. II. Sul proposito del soldo d'oro un documento riporta dell'anno 14 di Desiderio ultimo de' Re Longobardi, ed in nota si esprime: Io conservo un Tremisse un
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poco scodellato, del peso di gr. 24., ch' io stimo uscito da essa Zecca
, cioè Pisana. Da una parte si legge all' intorno d'una croce D. N. AISTUF. REX. Dall'altra una stella come in quelle di Lucca; e nel margine FLAVIA PIFAC.. D'altro Fremisse d'oro ci fa sapere il ch. Autore del Ragionamento Accademico della Navigazione e del Commercio della Repubblica Pisana; che una tal moneta esista presso il Sig. Fabrizzi Udinese coll' istessa leggenda ei ci assicura, spiegando le ultime due parole Flavia Pisas, ed apprezzando il Sig. Cammillo Volta che nella sua Dissert. sull'orig. della Zecca di Mantova la confermi Pisana e del secolo ottavo. Ritorno alla fine allo Zanetti per altra notizia non men plausibile ch' ei porta nel T. IV. Col dare in luce un denaro d'argento d'otto carati con questa leggenda: + CARLUS REX francorumnel contorno; nell'area una croce. Nel rovescio PISA; col monogramma KAROLUS, cioè Carlo Magno: nuova prova, egli osserva, della Zecca Pisana sotto i Longobardi ed i Franchi. Trattandosi poi de' tempi Repubblicani fa pregio a Pisa, ch' una quantità considerabile di monete di rame, d'argento e d'oro se ne ritrovi di quella stagione sì presso gli esteri che presso i Pisani.
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Dovizioso n'è di fatti il Museo Franceschi da me veduto, e quello del Sig. Giorgio Viani. Il primo di essi ci ricorda il genio patrio ond' era dotato il benemerito Collettore Monsignor Angiolo, che fu Arcivescovo di Pisa, e zio de' viventi ottimi Signori di tal'ex-nobil famiglia. Non è da tacersi, che fralle pisane monete d'oro di dette raccolte varie se ne contano del peso, e della bontà del fiorino per devenire a dare un cenno del Fiorino d'oro, che Pisa vanta fino dal 1246, e che dal medesimo Targioni fiorentino col documento alla mano Auri Pisani etc. vien comprovato anteriore a quel di Firenze del 1252; e quindi da tali compendiarie notizie caratterizzare la Zecca Pisana. In oltre credo di dover riescir grato agli Amatori dell' istoria patria col porre a questo luogo la notizia di un aureo istrumento che m' offre il più volte mentovato archivio Da Paùle, ove in pergamena si conserva. Uniformandomi all'esposto piccolo saggio della Zecca Pisana ne porgo in luce solo il compendio. Il Collegio ed Università della Zecca della Città di Pisa, ed i componenti la medesima Ser Matteo del q. Ser Nino di Nuvola della Cappella di S. Cristofano di Kinseca Prepositus Moneterius et Moneterii
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e da altri Cittadini Pisani (i cui nomi per brevità si omettono) convocati insieme conoscendo ed osservando, che il probo e prudente uomo Pucciarello del q. Giucco de Porcari della Cappella di S. Margherita, pure cittadino pisano, egli è un ottimo Maestro di conj da improntar monete, coll' autorità loro lo costituiscono Magistrum Monete, e dichiarano, che non solo in Pisa ma ancora in tutti i luoghi di giurisdizione della Repubblica Pisana esser debba lo Zecchiere. Gli accordano pertanto tutti i privilegj, esenzioni, e dignità solite accordarsi ec. Ne segue di detto Pucciarello il giuramento riguardo alla fedeltà ed all'esattezza nell'esercitare l'officio suo di Zecchiere. L'istrumento fu celebrato in Pisa nella sala della casa, ove si coniavano le monete o sia ov' era la Zecca del Comune Pisano, posta nella Cappella di S. Margherita nel mese di novembre 1370 indiz. ., e fu rogato da S. Tomeo del q. Martino da Marti Cittad. Pis. Not. Imp.. Si vuole che il luogo preciso di detta Zecca fosse presso il monte di pietà e precisamente nella casa che fu poi di Misericordia, e che all'uffizio centrale di presente appartiene.
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Esso in fatti non è lungi dalla piazza 2 ch' oggi detta di S. Margherita ove nel tempo indicato era la Chiesa o Cappella di detta Santa. Dal fin qui esposto un' idea prendasi delle numerose Magistrature e de' savj provvedimenti de' Pisani d'allora, e si rilevi l'importanza in cui tenevasi l'Arte Monetaria nelle diverse Zecche della Repubblica in cui si esercitava. Or ritornando alla suburbana campagna, se un deposito di buoni avazi dell'antichità la denomineremo, qual meraviglia perciò? Essa è vicina alle terme ed al parlascio. Informato dagli scritti del Targioni ben mi ricordo ch' oltre alle notizie del Roncioni e del Magrini da me allegate alla pag. 31, ed al barlume che detti nella Prefazione della pianta di Pisa gentile riscontrai nelle cronache dell'Arrosti altrove citate, che nel farsi il baluardo fuori della porta a Lucca nel 1638 molte anfore di terra cotta con ceneri, ed accanto a ciascuna un termine o colonnetta di marmo bianco furono ritrovate e vendute a un Tedesco con una bella testa di
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Giove e con dei pezzi di pavimento di calcistruzzo e di marmi intarsiati. Le anfore o urne di terra erano con due maniglie, e appuntate nell'estremità, come appunto si son ritrovate nella divisata parte di S. Stefano; i termini finivano pure in punta e piantavano sopra una simil pietra rotonda, e forata nel mezzo 3 Giacché di cose antiche attualmente ritrovate si favella, notizia molto acconcia lasceremo a questo luogo di nuovi sepolcri formati da tambelloni e da una sola gran pietra ricoperti, di molte monete per lo più romane, di rottami di marmi di qualità diverse, di musaici, e di pietre quadre. Il tutto nello scorso settembre fu ritrovato mentre i contadini affondavano il ferro usato in un pezzo di terreno incolto non lungi dalla fonte di S. Stefano nel piano di Livorno, ed in quel luogo appunto ove il Porto Pisano si distendeva, ed ove il Targioni immaginò le rovine de castello di Turrita 4 Per essere breve
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accennerò soltanto i cadaveri, o scheletri umani ritrovati interi e grandi più che natura negli indicati cassoni con più monete accanto onde soddisfare il nocchiero del torbido Lete. In fine menzion farò di una lastra di marmo fino di Carrara alta circa a un braccio e mezzo, e circa a un braccio larga. Essa termina in un frontone ornato da due delfini ai fianchi d'una nicchia, ed ha un'iscrizione circoscritta da una cornice, i cui caratteri, da me copiati sulla sera nella casa del proprietario dell'indicato terreno, sono, come gli produco.

D . M
FAB .. PROCL
AE L . C
PISANUS . CUM
5FILIS SUIS . CON
IUGI B M
P . S F

Dopo di aver di passaggio opportunamente toccata una materia a Pisa antica convenevole, delle due monete in principio mentovate il ragionamento riprendo. Mentr' esse grand' elogio formano del Potestà di Pisa Buonaccorso da Padule servon di guida all'istoria patria, e di
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splendore alla discendente famiglia illustre, che il Sig. Tommaso da Paùle, meritevole di molta stima per l'animo al patrio lustro rivolto, oggi rappresenta. In oltre somministran' elleno qualche cognizione riguardo al lavoro di quel tempo in cui furono coniate che fu dal 1242 al 1244 pis. come rileveremo in appresso. La prima di esse principalmente, sconosciuta fin qui essendo, interessò l'Antiquaria Repubblica, e l'attenzione riscosse de' dotti Numismatici. Il culto Sig. Giorgio Viani, che in quella classe tiene un posto distinto le ha illustrate entrambe 5 Ed io non potendo far meglio, ed altresì volendo a lui porger tributo di speciale amicizia e di stima, mi fo pregio di riportare ne' miei fogli l'illustrazione medesima della prima moneta, che col mezzo della stampa nell'anno 1809, epoca del suo ritrovamento, egli produsse, come pure di pubblicar della seconda, di conio diverso e posteriormente scoperta, l'inedita descrizione ch' oggi per tal' oggetto cortesemente ei mi trasmette.
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Una copia fedele dell'una e dell'altra moneta che nella terza tavola di questo libro inserisco richiamino i ponderati riflessi degli Amatori della Numismatica.

Appendice A.1.2 DOCUMENTO I. BONAC. DE PALUDE PIS. POT. Bonaccursus de Palude Pisanorum Potestas. Aquila coronata sopra mezza Nave; e sotto Leone rampante.

PISE. Madonna sedente sol Divin Figliuolo in braccio; e Campana dal lato diritto. "Questa preziosa Moneta di Argento, ignota ai Monetografi e forse unica fino al presente, appartiene alla Repubblica di Pisa. La singolare sua rarità consiste nel diritto, ove all'intorno si vede il nome di Buonaccorso da Palude, e al di sotto l'arme del medesimo espressa in un Leone rampante, non essendovi esempio che nelle Monete delle Repubbliche Toscane sieno stati mai posti i nomi ed i segni dei Consoli, Podestà, Capitani, o altri Capi di esse. Si noti ancora, che l'Aquila quale formava lo stemma della Città di Pisa, in vece del solito Capitello, come si vede nei Sigilli e nelle Monete, tiene sotto gli artigli una mezza Nave; il che
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potrebbe essere allusivo alle imprese marittime del suddetto Buonaccorso. Il rovescio colla Madonna e colla figura della Campana, segno del Presidente della Zecca, è comune". "Abbiamo dalla storia e dai pubblici monumenti, che Buonaccorso da Palude, Uomo insigne per la sua virtù e per la sua dottrina, fu Podestà di Pisa negli anni 1242, 1243, 1244: comandò due volte la flotta di quella Repubblica: venne spedito dall'Imperatore Federico II. in Garfagnana per distaccarla dalla Parte Guelfa e ridurla alla Ghibellina nel 11249: e restò ucciso in quella Provincia per insinuazione dei Lucchesi nel 1250. Al che si può adesso aggiungere essere cosa manifesta che nel tempo del suo governo ebbe questo personaggio una straordinaria autorità o particolare considerazione, giacché per arbitrario potere o per facoltà concessagli esercitò il sovrano diritto di far coniare Monete col proprio nome e collo stemma di sua famiglia". Fu trovata la presente Moneta sotterra in un campo contiguo alle mura di Pisa nel 1809, e si acquistò dal Sig. Tommaso da Paùle o Palude di detta Città, il quale si pregia di essere della medesima chiarissima stirpe del nominato Buonaccorso.
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Il titolo del metallo è ottimo, ed il peso di grani 24 e mezzo Fiorentini". G. VIANI.

Appendice A.1.3 DOCUMENTO II. BONAC. DE PALUDE PIS. POT. Bonaccursus de Palude Pisanorum Potestas. Aquila coronata sopra mezza Nave; e sotto Leone rampante fra le due lettere F. I.

PISE. Madonna sedente col Divin Figliuolo in braccio; e Campana dal lato diritto. "Nell'anno 1809 ad istanza di un degno e rispettabile Amico fu da me illustrata una Moneta di argento della Repubblica di Pisa col nome del Podestà Buonaccorso da Plaude. Dissi allora, che tale Moneta non solo era preziosa e rarissima, non essendovi esempio che le antiche Repubbliche Toscane abbiano permesso ai loro Consoli, Capitani, Podestà, o altri simili Capi di coniare Monete col proprio nome e stemma, ma che forse poteva credersi unica, non essendo stata osservata l'eguale nei pubblici e privati Musèi. Contro ogni mia aspettativa altra ne fu scoperta nel luogo medesimo ove trovossi la prima, la quale essendo di conio alquanto diverso
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merita di essere pubblicata e conosciuta dagli Amatori delle cose antiche d'Italia". Nel diritto di questa Moneta si vede come nell'altra un'Aquila coronata sopra un rostro di Nave colle medesime parole all'intorno: ma il Leoncino rampante, che resta al di sotto e forma l'arme della famiglia da Palude, è in mezzo alle due lettere F. I., le quali non esistono nella prima. Non sarà difficile l'interpretazione di queste lettere quando si rifletta, che in quasi tutte le antiche Monete della Repubblica di Pisa si legge il nome dell'Imperatore Federico I., il quale con diploma del dì 25. Di agosto 1155 le confermò il privilegio della Zecca. Le due lettere F. I. non sono dunque, a mio giudizio, che l'abbreviazione della solita leggenda FEDERICUS IMPERATOR, e che fanno vedere, che Buonaccorso da Palude volle indicare in tal modo che la Moneta col suo nome era simile a quelle della Repubblica, oppure esternò un atto di gratitudine a Federico II. da cui fu singolarmente onorato e protetto. Il rovescio colla Madonna e col segno della Campana è perfettamente eguale a quello dell'altra, eccettuata qualche piccola differenza nella fattura della seggiola ove riposa la Vergine col Bambino in braccio".
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"Se fu grande l'ammirazione con cui venne accolta dalla Repubblica Letteraria la prima Moneta del celebre Podestà pisano, non minore sarà quella farà nascere la pubblicazione della seconda. In fatti sì l'una che l'altra, nell'atto che illustrano una chiarissima ed antica famiglia la quale esiste tuttora in Pisa, fanno epoca nella storia della Monetazione Toscana, e meritano un luogo distinto nei più scelti e doviziosi Musei". "Questa Moneta alquanto logora fu da me acquistata nel 1810, è di ottimo argento, e pesa grani 24 Fiorentini". G. VIANI.

Appendice A.1.4 PARTE SECONDA DELL'ARTICOLO I.

La prima di queste due monete fu singolarmente ammirata dai chiar. Lanzi, Puccini, Zannoni, Lucchesini, Millin ed altri principali Antiquarj d'Italia, e d'Oltramonti. Tralle varie cose poi che si leggono nei giornali intorno all'illustrazione fattane dal Sig. Viani mi piace di riferire quanto fu scritto nel Giornale di Padova del 1810 tomo 25. Il Sig. Viani obbligò certamente la riconoscenza dei Pisani nel descrivere ed illustrare questa moneta, nello stesso tempo, ch' ei fa conoscere quanto sia versato in queste materie.

Appendice A.2 ARTICOLO II. Breve elogio di Buonaccorso da Palude.


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Ora è dover ch'io discenda a consacrare alla posterità ciò che di memorabile si raccoglie del lodato cittadino Buonaccorso da Palude. Debito di giusta lode daremo in primo luogo al già nominato Sig. Tommaso da Paùle; ciò che per avventura conservando fragli antichi ritratti della famiglia quello ancora del prefato Buonaccorso eternare lo volle col mezzo dell'incisione; ed avendomene egli favorito il rame meritevol fece il mio libro di contenerne una copia 6 Primo nostro assunto fia il narrare, che di Buonaccorso patria fu Pisa, madre feconda di simili Genj in quell'aurea stagione. Non valuteremo ciò che ne scrisse il Dal Borgo 7 Perché protetti siamo abbastanza dall'Istoria della Garfagnana
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del Sig. D. Domenico Pacchi
8 per le parole quivi espresse: Buonaccorso Signore Pisano stato già Potestà nella sua Patria. In oltre prova non avvi più confacente e valida delle due autorità, che vado a riportare. La prima ella è d'uno degli Scrittori italici del Muratori, che in seguito ad un fatto d'armi accaduto per mare fra i Pisani, ed i Genovesi a chiare note si esprime: avendo il detto Buonaccorso fornito suo officio con buona grazia de' suoi Cittadini, fu eletto in Potestà Messer Rinaldo da Machilonia per un anno 9 La seconda ce la somministrò un nostro amico dopo di averla attinta in certe cronache mss. nella biblioteca magliabechiana. L'Autor di esse nel narrare una segnalata vittoria riportata dalla flotta pisana verso l'anno 1240 fa menzione, che Buonaccorso Da Paùle o Palude comandava la flotta, e questo soggetto era uno dei soggetti e cittadini più benemeriti della Patria per i servigj resi alla medesima nelle circostanze più calamitose fra le fazioni Guelfe, e Ghibelline. Finalmente non è lieve l'appoggio
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della seguente iscrizione sepolcrale per viemaggiormente convincer d'errore il citato Dal Borgo, e conchiudere che Pisa fu la patria di Buonaccorso. Il Sig. Cappellano Zucchelli molto versato in ogni sorta di antiche memorie, e delle pisane indagatore indefesso ce l'ha comunicata, e noi coi precisi termini qui la pubblichiamo 10

S. JOANNIS BONAJUNCTE FILIORUM BONACCURSII
DE PALUDE DE PISIS, IN QUO JACET
BONACCURSIUS SUPRASCRIPTUS QUI OBIIT DIE VI.
SEPTEMBRIS AN. D. MCCLXXXIV. 11

La lapida, ove un tal funereo ricordo collo stemma di un leone era scolpito, giaceva in terra presso la porta principale della Chiesa di S. Michele in Borgo; ed allorquando ne fu rinnovato il pavimento restò vittima dell'ignoranza, che di simili circostanze profitta per distruggere certi monumenti dell'antichità.
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Or passando a far conoscere le cagioni onde Buonaccorso si rendette benemerito della Patria e come inglorioso non visse ci si offrono al primo sguardo i gradi onorifici di Potestà, i quali non solo in Patria con plauso e con decoro sostenne, ma in Verona ancora, in Siena, ed in Ravenna. Qui potett' egli gloriarsi di dettar leggi, come ci fa sapere il Conte Fantuzzi nel Tomo IV. Dei Documenti Ravennati, ove al num. 136 si legge: 1234 Sententias et condamnationes et regimenta facta per dominum Bonacursium de Palude Potest. Rav. et per Judices suos et per alios etc.. Di Siena ei fu Potestà nel 1236 giust' al Catalogo dei Consoli, e dei Potestà che lesse il Dal Borgo nell'archivio dell'opera del Duomo di quella Città. Che il celebre Buonaccorso fosse Potestà in Verona nel 1238 fresca notizia ne porge il Sig. Zucchelli, che da sicuro documento nei registri della stessa Città la trasse. Devenendo a Pisa, da un ms. del prefato Sig. Zucchelli col titolo di Selva Paludiana si raccoglie, che il governo di Buonaccorso ebbe principio nel primo giorno di gennajo dell'anno 1242 stil pisano, e che terminò nel 31 decembre 1244 stile medesimo. In oltre allega le seguenti parole tratte dalla cronaca attribuita a
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Bernardo Marangoni; 1243 Era Potestà della Città di Pisa Buonaccorso da Paùle uomo di grande ingegno ed amatore della Città. Durò il suo uffizio anni tre. Ma di maggior importanza sarà il citare una sentenza del nostro Buonaccorso che fralle molte pergamene in accurata guisa si conserva nell'archivio Da Paùle. Eccola nei suoi precisi termini. In Eterni Dei Nomini Amen. "Ex hujus publici Instrumenti clareat lectione quod Dominus Batizatus de Batizatis de Mutina Judex et Assessor Domini Bonaccursi de Palude Dei Gratia Pisanorum Potestatis coram me Bonaccurso Notario et Testibus infrascriptis precepti bartholomeo quondam Ranuccini Benecti ut hinc ad dies quindecim proximos det et solvat Odimundo Mele libras viginti denariorum Pisanorum quas se ei dare debere confitebatur fidejussorio nomine pro Gottifredo Corso". "Hoc preceptum factum fuit Pisis in Curia publica suprescripti Assessoris que est in Turri Dodonum presentibus Ugone Berte et Filipo Pichiandulo et aliis. Dominice Incarnationis Anno Millesimo ducentesimo quadragesimo secundo Indictione quintadecima nono Kalendas Aprilis".
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"L. + Ego Bonaccursus Filius Bernardi de Sancto Andrea Domini Friderici Dei gratia Romanorum Imperatoris Notarius et nunc scriba publicus predicti Assessoris hoc preceptum a suprascripto Assessore factum ejus parabola et mandato scripsi st firmavi". Plausibil cosa è trar notizia dall'esposto documento, che nella torre di Dodone esser doveva il Tribunale in que' giorni. Che quivi precisamente la Curia fosse, lo prova il Sig. Zucchelli, mediante un precetto ed una sentenza; il primo fu emanato dall'Assessore di Buonaccorso contro Bartolommeo Benetti nel 24 di marzo del 1242, la seconda fu data dall'Assessore dell'antecedente suo collega Pisis in Curia Potestatis que est in turri Dodorum. Questa torre era situata a piè del ponte nuovo, di cui diamo cognizione nel terzo libro: ella restava in capo della via S. Maria, ed era presso la torre denominata Verga d'oro, che, tuttora esistente, nel Palazzo Imperiale è compresa. Eccone la riprova in un istrumento di procura del 1383 presso il mentovato Sig. Zucchelli: Actum Pisis in solario pedalis turris Dodorum et Gaitanorum que est in pede Pontis novi.
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Vantaggioso aspetto dei meriti non volgari di Buonaccorso ci presenta la spedizione navale, che il Popolo Pisano fece contro Genova, e contro Portovenere nel dì 8 di settembre del 1244; perché non pochi Autori Pisani, e Genovesi attestano, che Buonaccorso Ammiraglio ne fosse. E se nella memoria incisa nel marmo, ch' io riporto nel Tomo II., e di cui fo parola nel Tomo III., queste sole espressioni vi sono: NEL TEMPO DI BUONACCORSO DA PALUDE; ed in fine DODUS FECIT PUBLICARE HOC OPUS, si può a buona equità congetturare, che questo Dodo occupando in tal impresa un posto subalterno a quello di Buonaccorso maliziosamente tacesse dell'uno e dell'altro la qualità del comando. Racconta il Roncioni l'indicata bellica impresa, e fattosi partigiano di quel Duodo senza citare alcun valido appoggio lo suppose Condottier Generale della pisana flotta. Ma noi conciliando l'attestato dei precitati scrittori genovesi e pisani colla costumanza, che in certe importanti spedizioni il Potestà pisano v'interveniva avendone solo e talvolta con altri il reggimento, in oltre tenendo ferma la notizia esposta, che Buonaccorso fu già verso il 1240 Duce vittorioso dell'armata navale pisana, ed in fine dando il suo
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valore al rostro navale dagli artigli dell'uccel di Giove sorretto nelle due indicate monete, e praticato innanzi all'Impero Romano nelle consolari, non dubiteremo di credere, ch' ei fosse ancora Comandante in capo della truppa montata su centocinque galere 12 cento vacchette. Ed attribuendogli l'onore se non di aver preso Portovenere, perché il Conte Pandalo nemico dell'Impero non volle, ma di aver reso libero il commercio de' Pisani da quella parte col soggiornare i contorni, ed altresì conto facendo della recente iscrizione apposta in Campo Santo sotto alla mentovata memoria di Duodo, che incomincia: Buonacursium de Paùle sive de Padule navalem Ducem eximium etc., avremo ottenuto fin qui delle non equivoche prove, che Buonaccorso far dovette la gloria e la delizia della Repubblica. Ma quest'uomo celebre non contento di occupare nella società uno de' primi posti secondò gl' impulsi dell'animo suo nobile ed elevato, che lo avvertì di rendersi benemerito eziandìo
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dell'Imperatore. Ardito ne' suoi voli giunse al grado, difficile e raro, di batter monete in onorevol guisa. Se per tal conto le memorie mancano dal fuoco, e dalle solite malnate cause disperse, per gran ventura i due non mai abbastanza lodati monumenti di fino argento suppliscono a far chiara la benevolenza e la gratitudine della Repubblica, e la speciale stima dell'Imperator Federigo, che col predetto privilegio ornar volle Buonaccorso della sua grazia, di novità, e d'onore, per aver egli bene oprato in servigio di lui. Che gl' Imperatori per tal conto distinguessero generalmente i Pisani, l'insegna il Zanetti fra gli altri nel lib. II. al paragrafo delle Monete Pisane, riferendo il favor di Corrado II., ed il privilegio della moneta spendibile in qualunque parte d'Italia, che Federigo I. nel 1155 gli accorda; siccome riporta l'original documento, ignoto ad alcun Monetografo, dic' egli, sull'ampia facoltà di cambiare, e mutare il peso di esse secondo le occorrenze. Facoltà simile accordar volle Federigo II. al nostro Buonaccorso. Egli espresse nel diritto l'aquila colle ali aperte, ma sul capitello d'una colonna, giusta lo stemma dato dagl' Imperatori al popolo Pisano in segno dell'Imperial protezione, non la
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poggiò; la pose bensì sul rostro di una nave ad imitazione dei Consoli Romani e per denotare le navali sue imprese. Nel rovescio poi conservò l'immagine di Nostra Signora col divin Figlio in braccio, colla campana a destra, marca annuaria della Zecca, e con ai fianchi PISE, tipo con cui per molto tempo coniò la Zecca di Pisa le sue monete, e di cui 'l disegno già dettero l'Argelati ed il Manni. Nella moneta poi, che fu seconda a trovarsi, egli aggiunse le sigle F. I. ai fianchi del leone rampante, stemma sempre continuato dalla famiglia; e ciò forse per essere stato poscia obbligato a coniarle secondo le pristine convenzioni, e la costumanza, o per esternare un atto di gratitudine all'Imperatore, sana osservazione del Sig. Viani 13 Ma nostro scopo non è di ragionar di proposito sulla Zecca Pisana. Goderemo, che lo faccia in appresso chi di gran copia di documenti, e di doviziosa serie di monete fornito in tale studio lodevolmente s'impiega. Or dell'encomiato Buonaccorso devenendo a chiudere l'elogio coll' ultimo de' suoi
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giorni, funesta notizia ci si presenta nella già nominata Storia della Garfagnana del Sig. Dott. Pacchi. Essa alla pag. 129 incomincia: "Il fatto si è, che sebbene i lucchesi col riportato diploma d'investitura ottenuto aveano il privato lor fine; pur nei torbidi, e nelle fazioni che ardevano allora in Italia tre' Ghibellini, o sia Partitanti dell'Impero, ed i Guelfi, o sia partitanti del Papa, essi nulla curarono di favorire piuttosto il Pontefice, che Federigo. Avvedutosi questi per altro, che malgrado le loro promesse, ed esibizioni e la cessione a loro fatta, egli erano divenuti nemici mandò del 1249 nella nostra Provincia, Bonaccorso da Paule, perché vedesse di sopraintendere a suo nome a questi popoli, e rivolgergli insieme al partito Imperiale. Era Bonaccorso un Signore Pisano, stato già Potestà nella sua patria; (parole già adoprate alla pag. 480) e con somma avvedutezza spedì Federigo a nostri un personaggio di tal nazione, poiché essendo i pisani Ghibellini, ed in oltre amici in addietro, e confederati de' Garfagnigni, più facilmente riescito sarebbe a Bonaccorso di distaccare i nostri dal partito guelfo, che pur ve n'erano, e ridurgli ghibellini contro a' lucchesi. Ei venne in Garfagnana due volte per questo fine:
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" Fridericus Imperator videns Lucanos favere Innocentio IV. Papae iterato mittit in Garfagnanam D. Bonaccursium de Padule: così Tolomeo negli Annali". Essendo moltissimo dispiaciuta a' Lucchesi questa spedizione di Buonaccorso, perché prevedeano, che agevolmente egli avrebbe subornati i nostri, pria che cosa alcuna in proprio danno seguisse, accordatisi col March. Pallavicino, e con alcuni de' principali Guelfi di Garfagnana ne tramarono la morte: Tunc Lucenses procuraverunt ipsum occidi per Marchionem, et Cataneos praefatos, qui tunc amici erant Lucentium, et Papae (Tolom. Ann.). Scampò tuttavia questa volta dalle insidie Buonaccorso; e toccò al Marchese Pallavicino istesso la disgrazia di vedersi discacciato dalla Garfagnana per opera de' medesimi Lucchesi coll' ajuto de' nostri Guelfi, e d'un Marchese Bernabò, forse della famiglia de' Malaspina. Eodem anno Palavicinus Marchio de Garfagnana expellitur per Lucenses, et Marchionem Bernabovem cum auxilio Cataneorum. (Annali istessi). Sarà ciò probabilmente avvenuto, o per gelosia che i Lucchesi avessero concepita contro di lui, che già da più anni se ne stava in questa Provincia, o fors'anche perché egli stesso avesse fatto cadere
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a vuoto il colpo ideato contro di Bonaccorso. Ma questi per altro, se vide il principio del seguente anno 1250, non così poté aver la sorte di vederne la fine, perché rimase qui ucciso; D. Bonaccursius occiditur in Garfagnana per Marchionem Bernabovem, et Cataneos consentientibus Lucensibus: (Annali citati). Nel medesimo anno avvenne la morte anche di Federigo II. alli 18 d'ottobre; morte, che produsse alquanto di quiete e in Toscana e altrove". Che la nuda salma del Cittadino illustre trasportata fosse alla patria, e che nel bel Tempio di S. Michele in Borgo avesse onorato sepolcro, per avventura non restò nell'oblìo mercé il prezioso documento dianzi riportato. Non perderemo di vista un tal soggetto senza far ricordanza d'una iscrizione onorevole, le cui parole scolpite sono in marmo sotto all'apice acuto dell'arco della porta murata ove facea capo la via Emilia, e che non lungi dalla porta fiorentina verso ponente si riscontra. Avvegnaché dessa fralle repubblicane memorie nel terzo volume si riporti, inutil cosa non fia di lasciarne anche in questo luogo una copia, giacché novellamente con maggior accuratezza la trassi
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dall'originale, ov'è scritta con buone lettere di quel tempo in due strisce di marmo, bianca la superiore, e quasi nera la seconda, come indicano le linee che le circondano entrambe.

5 HOC OPUS. FACTU E.TPRE. DNI BONACURSI DE
PALUDE DEI GRA PISANOR POTESTATIS DNICE INCAR
NATIONIS ANNO MCCLIII.
INDICTIOE XV MSE MARTII

Riguardo alla diversità dei colori delle due indicate fasce pensa il mio erudito amico Sig. Viani, che siccome una delle tre porte della Chiesa dei Santi Simone e Giuda di Lucca cogli stipiti di marmo bianco era destinata al passo di quegli della fazione de' Bianchi, pei Neri l'altra cogli stipiti neri, e per entrambi quella di mezzo avente uno stipite bianco, e l'altro nero, così la pisana iscrizione scolpita in due marmi dei colori delle divisate fazioni indicasse la neutralità di Buonaccorso, come Potestà, per le medesime; e che altresì 'l marmo bianco maggiore del nero la superiorità della fazione dei Bianchi in Pisa denotasse.

Appendice A.3 ARTICOLO III. Notizie analoghe all'elogio di Buonaccorso.


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Merita memoria eziandìo Jacopino da Palude altro degno soggetto di questa illustre famiglia. Di esso pure possedendo l'antico ritratto nella guisa indicata il nostro benemerito Cittadino volle eternarlo col mezzo del rame, che nella quinta tavola mi fo dovere di mostrare in questo libro (Tav. 5.). Potestà di Pisa egli fu negli anni 11263, 64, e 65, per memorie veglianti nelle cartepecore del prefato archivio Da Paule, e per l'istorico Tronci, che ne fa menzione all'anno 1263. Risulta poi da un documento delle citate pergamene, che Jacopino fu Potestà di Genova nel 1267; ed interessa ch'io qui lo riporti. In Nomine Domini Amen. "In praesentia testium infracripstorum. Dominus Bonifacius de Canossa Ianue Civitatis Potestas volens observare contentionem factam Aldeguerio Vicedomino de Cornilia per Dominum Jacobinum de Palude olim Potestatem Ianue scriptam manu Rioboni Notarii MCCLXVII Die XXV. Januarii.
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de ipso promovendo ad officium Notarie ad scedam vacaturam de numero ducentorum notariorum Comunis Ianue post illam vacaturam que promissa fuit per Comune Ianue Vivaldo Spaerio Notario quia cognovit ipsum Aldeguerium fore promovendum et promoveri debere ad predictum officium Notarie. Quia locus et conditio advenit ex forma conventionis predicte ipsum Alduguerium promovit ad dictum officium Notarie et ipsum promotum et promovendum pronunciavit. Ita quod de cetero officium notarie libere exercere possit et debeat pro (ut) alii Notarii de numero Notariorum Ianue exercent et exercere possunt et debent et in matricula in qua scripti sunt Notarii Comunis Inaue eundem Aldeguerium scribendum jussit. Presentibus Testibus vocatis et rogatis Janvino Osbengerio et Lanfranco Bancherio Scribis et Cancellariis Comunis Inaue. Actum Ianue in Palatio illorum de Auria ubi regitur Curia Potestatis MCCLXVIIII. Indictione undecima. Die octava Julii inter nonam et vesperas". "L. + S. Ego Marinus de Monterosato Notarius Rogatus scripsi". Non si taccia in fine che il prelodato Jacopino fu Capitan Comandante di galera armata nel 1284, come si rileva dalle
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mentovate pergamene, e dalle notizie storiche di più Cronisti. E sebbene assegnar non si possa con sicurezza il fine della vita di lui, vogliono alcuni che gloriosa sorte troncasse in battaglia i giorni suoi, e precisamente in quella fatale della Meloria. Ragione di non far cosa inutile al trattato argomento esige, che la seguente semplice narrazione io qui distenda. Nel modo ch'altre pisane famiglie il nome traggono da un luogo o castello di che in antico furono dominanti, così quella, di cui ragioniamo, discende dal territorio denominato Padule, forse pel suolo paduloso ch'avea dintorno, e Paùle in appresso. E poiché questo era sovente dalle rapid' acque del torrente Era danneggiato, si determinarono gli abitanti di abbandonarlo, e per sicuro soggiorno un luogo più eminente eleggendosi vi formarono provvisoriamente delle capanne, ond' oggi Capannole e Capannoli viene un tal luogo denominato. Valida conferma ne abbiamo nell'istorico Tronci. Nel giornal toscano dell'an. 1794 in data di Capannoli in Valdera si descrive il riattamento della Chiesa Abbaziale di S. Bartolommeo, traslata dal paese Paùle a norma delle antiche memorie di quella Pieve, allora della Diocesi
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di Lucca 14 Ch' ivi col titolo stesso e come Pieve esistesse nel 1329 ce lo afferma il Dal Borgo, portando di un trattato di pace fatto in Montopoli fralla lega Guelfa e la Repubblica Pisana le seguenti parole: Domino Francino Coralli de Upethinghis Plebano Plebis de Padule 15 Siccome il prefato villaggio or Padule or Paùle giusta al consueto si nominava, noi siam d'avviso che lo stesso alla famiglia derivante da quello accadesse. Così nel modo che indifferentemente dicesi Padule, o Palude in toscana favella non fa meraviglia s'or da Padule e da Palude talvolta la nostra famiglia si appelli 16 Finalmente atti a persuadere, che il cognome da Palude e da Paùle sia senza dubbio lo stesso, due documenti abbiamo:
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il primo è nel libro degli Anziani e dei Priori esistente nell'archivio della Comune, in cui alla pag. 179, Ubaldus de Palude, si legge, e de Paùle negli anni successivi: il secondo è in pergamena legalmente autenticato, ove il Senato Pisano in tal guisa si esprime: Antichissima e nobilissima famiglia da Paùle, da Padule, e da Palude è stata ed è riconosciuta i tutti e tre questi casati. Troncando ogni riflesso sullo stemma del Leone, da Buonaccorso in poi sempre continuato, ed esibito nel 16 maggio 1594 al soppresso Ordine di S. Stefano da Francesco di Pompeo quando ne vestì l'abito 17 E su quant'altro non istà a confronto delle autorità esposte, l'utilità mi porta a far conto della notizia di Arduino da Palude figlio di Guidone, che trovo nella Selva del Sig. Cappellano Zucchelli. In virtù di più documenti raccolti dal Zaccarìa, dal Mansi, dal Bacchini, e dall'Ughelli ei dimostra, che fra i personaggi di rango della comitiva della
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contessa Matilde il prefato Arduino da Paùle si distinse dall'anno 1102 fino al 1115, in cui frai molti testimoni insigni di una donazione fatta dalla prefata Contessa nel terzo posto si nomina Arduino coll'onorifico titolo di Conte: Arduinus Comes de Palude 18 Il medesimo Sig. Zucchelli non dubita d'asserire, che desso un Progenitore fosse degli encomiati Buonaccorso, e Jacopino, come pure di Giolio da Padule che fu Potestà in Siena nel 1262 19 Or col far noi qui ricordanza di Bona da Paùle sorella dell'encomiato Buonaccorso, la gloria si accresce alla famiglia di cui si ragiona. Ella nel 1215 era già congiunta in matrimonio con Ranieri di Gherardo Visconti Principe di Gallura, o sia della terza parte della
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Sardegna 20 Per memorie desunte da pubblico istrumento in pergamena che nel capitolare archiv. dei Sigg. Canonici del Duomo di Pisa ed in quello da Paùle duplicato si conserva. Esso fu fatto nella villa di Campo presso Pisa nel dì 25 di ottobre del 1215 indiz. III., e rogato da Silvestro figlio del q. Bono Giudice e Not. d'Enrico Imperatore de' Romani; ed in esso leggesi: Rainierius Vicecomes de Burgo quondam Gerardi Vicecomitis et Bona uxor ejus et filia quondam Ugolini quondam Rainerii de Paùle etc.. Della prelodata Bona fu figlio Giovanni Visconti 21 Padrone del Giudicato di Gallura, il quale come partigiano
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potente del partito Guelfo riescì dannoso ai Ghibellini Pisani 22 Da esso, e da una figlia del Conte Ugolino della Gherardesca nacque Ugolino Visconti. Questi ebbe in moglie la Principessa Beatrice D'Este sorella di Azzone VIII. Signore di Ferrara, Modena, e Reggio, la quale passò alle seconde nozze con Galeazzo Visconti Duca di Milano. E poich' egli ebbe per zia materna la figlia del Re Arrigo di Sardegna figlio dell'Imperator Federigo II. 23 Bisnipote comparisce del nominato Imperatore mediante l'accasamento fatto dal Conte Guelfo zio materno di lui colla Principessa Elena 24 In istima di gran
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valore ed insieme d'umanità e di gentilezza fu il nostro Ugolino, ed esser ben lo dovette subito che meritò una lode dal Poeta Alighieri in quei versi del Canto 8 del Purgat. Giudice Nin gentil ec. da me già riportati alla pag. 96. In fine non ometterò di accennare, che Giovanna figlia del commendato Conte Ugolino, e sorella uterina di Azzone Visconti Signore di Milano perché nata da Beatrice Estense nel primo matrimonio fu l'ultima di tal famiglia pisana; che si maritò a Riccardo da Camino Signore di Trevigi, e che lasciò la sua eredità al prefato suo fratello uterino Azzone Visconti Signore di Milano, Vercelli, Piacenza ec.. Poscia da tal famiglia escirono Giovanni Galeazzo, e Gabbriello, i quali fecero crudel vendetta delle offese, che nel furore dei partiti il Giudice di Gallura afflissero. In fine crediamo di non doversi trascurare la memoria, che fralle molte famiglie illustri che da Pisa emigrarono nella Sicilia piuttosto che viver soggette all' insoffribil giogo dei nemici, anche la commendata Da Paùle si annovera. E se costa da due mandati di procura in pergamena del citato archivio Da Paùle, uno del 20 mag. 1367, e l'altro del 1572 che Pietro
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Cammillo, e Lodovico fratelli e figli di Filippo Da Paùle passarono da Pisa in Alemano in Sicilia, risulta eziandìo, che il Dottor Pompeo fratello e Suor Brigida sorella di loro in Pisa lasciarono. Parimente nel citato archivio al protocollo 14 dei Testamenti a 25 si leggono di ciò nuove e valide conferme. Ma, per non deviar' soverchio dal bel sentiero, virtù mi guida a trattare nel tomo secondo il maggior vanto della Pisana Scuola.

Godine, o Pisa, poiché sei sì grande.

Appendice B ERRATA CORRIGE


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pag. 34, linea 16, Errore: Plinio, Correzione: Livio.


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1. Junius de pict. vet. L. I. C. V. p. 34.. Artifices non eos tantum, qui ex quotidiano harum artium usu quaestu faciunt, verum etiam qui ad delicatissimum artium examen afferunt judicium longa praeparatione subactum

2. E' noto l' esempio di Giulio Romano, che prese per originale di Raffaello suo maestro una copia del ritratto di Leon X. fatta da Andrea del Sarto

3. Dissert. sopra l' Ist. Pis. T. I. P. II.

4. Furono due delle principali rocche, o fortezze. Si chiamò pure Verga d'oro una delle torri repubblicane nominate nell' Appendice in fine di questo libro alla pag. 484

1. Eneid. L. X. v. 175.

2. L. III. C. V. in notis Arduini: Ita libri probatiores, non Arintanis. Teutonion ager fuit in Peloponneso Sicionae regionis. Steph. sive igitur Teutoni, sive Pisatae, Pisas condiderunt, a Pelope ortae dicuntur. Pertanto è da rigettarsi il parere del Cluverio, che così scrisse: Ergo Pisani conditiores fuerunt jam inde multis ante bellum Trojanum annis Ligures Celtica gens. Ital. ant. L. II. C. I. p. 494.

3. Strab. L. VIII. p. 245. Piseorum famae celebritas primam originem duxit a Principibus ipsorum, qui potentissimi fuerunt Oenomaus, et successor Pelops.

4. Così racconta il Boccaccio Geneal. degli Dei coll'autorità di Alfonso Laram negli annali de' Greci.

5. Diod. Sic. L. V. Pelops sumpta uxore Hippodamia etc.

6. Stor. della letterat. ital. P. 2. p. 71. ediz. Fior.

7. Iliad. L. IV.

8. ) Ved. ciò che scrisse Servio nei comment. di Virg. Eneid. X.

9. Iidem atque Indigenae. Servio ad Virg. Eneid. 8. v. 328., e Giustino l. 43 C. I. gli chiama antichissimi Popoli del Lazio. Il Dempstero vuole, che gli Aborigeni, e gli Umbri fossero di una stessa origine. Etr. Reg. L. I. C. 7. p. 26.

10. Tom. I. p.360.

11. Lasciando al Guarnacci il malagevole impegno di voler decidere sull'italico primitivo essere di loro, saranno per noi sinonimi i due titoli Greco, e Pelasgo, come lo furono per Plinio, e per Virgilio. Erodoto, il più vecchio autore, gli fa originarj d'Arcadia. Eustazio comment. di Omero si esprime: Pelasgi quippe Graeci. Dionisio gli fa discendenti dal Peloponneso. Strab. nel lib. 8. gli chiama i più antichi popoli dominatori della Grecia; e Banier mitol. L. I. c. 4., edificatori del tempio antichissimo di Dodone. Vero è, che Tucidide, e Plutarco gli dicono talvolta Tirreni, ma credesi in grazia di ciocchè in Tirrenia fecero tanto nell'arte della guerra, quanto in quella del fabbricare. Isidoro, ed altri vogliono, che così si denominassero, non dalla similitudine delle cicogne erranti, come alcuni dicono, ma da Pelasgo figlio di Giove, e di Larissa, e Re d' Argia nel Peloponneso, detta Pelasgia da esso.

12. Egli è notissimo pel favoloso racconto, ch'esso per amor d' Aretusa, dalla Grecia sotto il mare scorrendo presso Siracusa in Sicilia si condusse. Alpheus fluvius est, scrisse Servio, inter Pisas, et Elidem civitates Arcadiae, ex quibus locis venerunt, qui Pisas in Italiam condiderunt, dictas a civitate pristina.

13. Biliot. L. I. c. 6.

14. Sat. fuggitivo di Creta, a detta d'ogni autore sia favoloso, o istorico, fu in Italia, allora detta Enotria, molto prima di Deucalione e fu accolto da Giano primo Re, il quale per essere stato istruito nell'agricoltura da esso, gli compartì una porzione del suo regno nella magna Esperia, in quel luogo detto in appresso Lazio littorale

15. Saturnal. L. V.

16. Theb. L. I. pag. 421

17. L. I. p. 16; e p. 148.

18. Beverini Enei. trad. p. 446.

19. Liv. L. V. p. 638 ediz. Aldi Venet. Plut. in Cammill. Galli ec.

20. Scrisse Dionis. L. I. parlando di Cere, e di Pisa: quae postea a Tirrenis occupatae sunt.

21. De Etrur. reg. Tom. I. lib. 38

22. Ovid. libr. 158 Metamorph. Traduttore Fabio Marretti 1569 ediz. Ven.

23. L. 5 p. 300.

24. Cenot. Pis. Diss. 1. cap. 2.

25. Plinio L. 35. Cap. 12.

26. Atenes. Dipnos. L. 15 C. 24.

27. Caylus: Recueil d'antiquit. Win. mon. ant. ined. c. 3.

28. Liv. Lib. X.

29. Lib. 33. cap. 43.

30. Dagli attestati di Livio apparisce, che in altre occasioni Legionibus Pisas in hibernacula missis. Libr. 42.

31. Appunto per tal ragione Festo V. annovera Pisa frai municipii.

32. Purgat. c. 14. ove descrivendo il corso dell' Arno prima di lodare i Pisani li chiama giusta il satirico suo stile pieni di frode.

33. Livio chiama in più luoghi della sua storia i Pisani socj de' Romani.

34. Ist. Pis. inedita T. 3.

35. V. le sue Dissert. 45, e 51. Antiq. med. aev., e poi la Dissert. 70.

36. La sua storia è in lingua latina fino al 1175. Se ne conservano molti frammenti nelle antiche cronache mss.; e quelle italiane sotto il suo nome, e prolungate, sono nel T. 1.continuaz. degli scrit. ital.

37. Furono recitati in Pisa nella pubblica adunanza del 1789 dagli eruditi Sigg. Tempesti, Fanucci, e Masi.

38. Di questi ne informa il Giovio, traduz. del Domenichi ediz. Fior. 1549.

39. V. il Roncioni Ist. Pis. inedita L. 2., e la Storia genov. del Borgo.

40. Il Tronci: nell'an. 957 i Pisani andarono contro i Saraceni di Calabria, e fecero gran prove.

41. Par. 1. col. 23. R. Ital. script. T. 6.

42. V. T. 3. Descriz. del Porto Pisano ove sono indicati gli Arsenali atti a costruire i legni suddetti sotto i nomi di Dromoni, Garabi, Gatti, Usceri, Cocche, Platte ec.

43. Ronc. Ist. pis. mss. lib 8.

44. L'elogio di questo Letterato trovasi nel T. IV. Mem. di più Uom. illustr. pis., ediz. Pis. 1792.

45. Lib. 7. cap. 82. Tom. 13.

46. V. Il P. Mattei Sardinia sacraCap. II.

47. Vedi l'iscrizione che quivi si riporta.

48. Rer. Italic. script. T. VI.

49. La virtù di questo Prelato viene meritamente encomiata dal dotto estensore dell'elogio di lui che dà principio al T. III. delle mem. di più Uom. Illustr. Pis. Quivi si dimostra che i Pisani partirono nel marzo del 1099, e che nell'agosto di detto anno giunsero nella Palestina.

50. Annal. cronolog. 1098, e 1099.

51. Viviani de Jur. Patronat. part. 1. lib. 3. num. 79.

52. De bell. sacr. Hierosolym. lib. 9. cap. 15.

53. Esiste nel Baron. an. 1100 ed incomincia: Paschali Papae Romanae Ecclasiae, et omnibus Episc., et univ. Christ. fidei Cultoribus Pisanus Archiepiscopus Apost. sedis Legatus, et Godefredus Dux ec.

54. V. mel. T. 3. che Cucco Ricucchi fu Comandante di 120 galere in tale spedizione, ed in che modo si dice ch'ei fosse il primo a entrare in Gerusalemme.

55. V. l'iscrizione in marmo riportata nel descrivere la facciata del Duomo.

56. Scip. Ammir. Ist. fior. lib. I.

57. Raffael. Volater. comment. Urban. Scip. Ammirat. ist. fiorent. par. 1. lib. 2. an. 1117. Costant. Gaet. in Gelae II. vit., e il Tarcagnot. Ist. del mond. par. 2.

58. Vedi l'iscriz. sepolcrale di lei nella part. II. di questo volume, siccome l'altra iscriz. indicante la singolarità di tal vittoria, e l'an. cit. in cui accadde.

59. Il Murat. lo vuol piuttosto toscano; il Tiraboschi parimente, ed entrambi ne fanno il giusto elogio.

60. Noi riportiamo la memoria di tale impresa copiata dal marmo posto sulla porta della Mad. in porta d' oro, o sia de' Galletti.

61. Grandi Epist. de Pandectis: post Amalphitanam direptionem ec.pag. 7.

62. Hosman lexicon univers. historic. V. Dissert. milit. pag. 68.

63. Presso l' Ugh. lib. 3. sacr. Ital. V. il tom. 2. di quest' opera: Campo Santo.

64. V. Chronolog. Brev. apud Ughel., e nel Baron. An. Chr. 1141. tom. 12.

65. Onorio, ed Innocenzo secondi, ed i terzi Eugenio, Alessandro, Lucio, Urbano, Celestino, Innocenzo sono i Pontefici tutti del secolo che delle glorie di Pisa fan chiaro attestato.

66. De gestib. triumphal. per Pisan. fact. an. 1119 post Ugh. lib. 3. Ital. sacr.. V. nella par. 2. di questo tomo la consacraz. della Primaziale fatta da Gelasio nel 1119

67. Geograph. lib. 5. de reb. pis.

68. V. il Ciacc. in vita Innoc. II. T. 1. an. 1130.

69. Fu Innocenzo, che pacificar volle quelle due potenze, che concesse il primato della Sardegna alla Ch. Pis. e che eresse la genov. in archiepis. e che divise fra esse i Vescovadi della Corsica.

70. Baron. A. Chr. 1134. n. 1. tom. 10. L'Ab. Bern. di Bonevalle nella vita di S. Bern. T. 2. cap. 1 riporta un frammento dell'Orazione che fecero i Consoli Pisani al Papa Tua est Civitas ec.

71. V. la Descriz. del Duomo di Pisa nella seconda parte di questo Vol. ove si riporta la memoria riguardo a Greg. VIII., e l'altra contenente l'elezione di Clemente III.

72. Il Ciacconio nel suo tomo primo dà contezza di 19. Cardinali Pisani nel sec. 12.

73. Monum. Fis. ex cod. bibli. Laur. Mur. R. I. S. tom. 15.

74. Per quello riportato di sopra leggasi l' Ist. genov. del Foglietta.? Convenevolmente ricordiamo, che vacando l'Impero nel 1256, i Pisani credettero dritto di loro l'eleggerne il Rettore. Conciosiaché per quanto altri nominassero
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il fratello del Re d'Inghilterra, e Riccardo Conte di Cornovaglia, mandaron essi a tal' oggetto risoluta ambasciata al Re Alfonso di Castiglia, e questi accettò volentieri la pisana elezione 75 Pisa per tale operazione, e per la parzialità sua verso l'Impero si tirò contro quasi l'Italia tutta. Noi non diremo i nuovi fatti d'arme insorti ora per il castello di Castro, or per quello di S. Gilia nella diocesi di Caglieri frall'emule due Nazioni pisana, e genovese, né come la prima fece lega colla veneziana per dieci anni contro la seconda. Non ometteremo bensì di far menzione della battaglia di Mont'Aperto seguita nel 1260 come una delle più memorabili, onde l'istor. lucchese dir di lei dovette: In Thuscia citra tempora salvatoris non fuit major clades.

75. Il Tronci riporta il documento contenente i privilegj che al nuovo Imperat. dette ai Pisani, leggesi poi la predetta ambascerìa, e l'accettazione nei Dipl. pis. del Can. Dal Borgo.

76. Così scrivono gli storici. V. il Tronci fra gli altri alla pag. 169. Il Landino nel comm. salva il Conte da tal delitto, e vuole che un suo parente fosse l'uccisore

77. Vuole il Tronci che restasse inclusa nella fabbrica del palazzotto sulla piazza detta de' Cavalieri; altri credono che il palazzo nel cui mezzo s' apre una strada in volta contenesse due torri, e che la più v