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Salvatore Viale (revised Emanuela Frasca)

Dionomachia: edizione digitale


Indice

DIONOMACHIA POEMETTO EROI-COMICO TERZA EDIZIONE

A CHI LEGGE

Per che lieve cagion che crudel guerra!
PETR.

Il poemetto eroi-comico, ch'or notabilmente accresciuto e corretto si riproduce al Pubblico, ha commune con tutti gli altri poemi la realtà d'un fatto, che n'é il fondamento e il soggetto, e che viene accennato nel titolo dell'opera, il quale, per esprimerlo In una sola parola, fu d'uopo trarre dal greco, Aia ovov fiotti, guerra per l'asino, e formarne Dionomachia. E verissimo ch'in Corsica nel distretto, ossia Cantone di Marana nella settimana Santa dell' anno 1812 un asino morto trovato a caso nella pubblica strada nel momento in cui celebravasi una solenne processione, suscitò fra due popolosi villaggi una fiera ed ostinata discordia; che da una parte e dall'altra sì diede all'armi; che i due popoli si tennero vicendevolmente per più giorni in uno stato di blocco, e postarono sui rispettivi confini sentinelle colla parola; che quel cadavere, creduto disonorante ed infamatorio entro il circuito terittoriale de due paesi, fu più volte portato e riportato da un gran numero di gente armata ora in un paese, or nell'altro, ed or gettato presso alla porta della Chiesa di Lucciana, ora impalato sul campanile della Chiesa del Borgo; che seguirono d'ambe le parti molte archibugiate; e che sarebbe senza dubbio succeduta una sanguinosa guerra, qual viene in questo poema descritta, se la prudenza del Maire di Lucciana non avesse alfin tolto di mezzo e imperscrutabilmente sotterrato quel sozzo carcarme. Ecco in breve la somma de' fatti, che poi dal poeta alterati, accresciuti, e modificati secondo suggerivagli la fantasia o esigevano le nuove circostanze e situazioni da lui introdotte, empiono ora un poema di otto canti.

Fra le tante correzioni, con cui l'autore in questa nuova edizione sopprimendo o modificando molti passi ha procurato di rimuovere dall'anime semplici o schive ogni occasione di scandalo, egli non ha potuto appagare lo zelo burbero degli ascetici fino a togliere dal poema l'intervento degli esseri soprannaturali della nostra religione. Egli non si cura d'aggradire o disaggradire a coloro i quali bramerebbero ch'ogni nuova opera fosse scritta in guisa da poter servìre, per dir così, alla lettura de' refettorj. Ei prega soltanto il lettor sano ed imparziale a ben distinguono in lui il poeta dal buon cattolico, e siccome si distiguono sempre questi due caratteri ne' moderni scrittori, che soglion presentare in poemi di grave e serio stile gli Dei del Politeismo, così distinguerli del pari in colui, ch'in qualche occasione faccia intervenire in un poema piacevole gli enti invisibili del Cristianesimo, S'imputi, se si vuole, a fallo dell autore la scelta del genere e del soggetto di questo poema ; ma non gli s'apponga a colpa l'uso de' mezzi necessarj per ben trattarlo. Il poema epico-comico essendo, dirò così, una scimierìa, o ridicola contraffazione dell'epopea, deve essere necessariamente soggetto a tutte le regole del poema eroico, e quindi alla principale fra tutte, che richiede, com'uno de' principali elementi dell'epica poesia, il Meraviglioso, ed il Grande. Anzi nel poema eroi-comico rendendosi tanto più necessario di prestare agli oggetti una tal qual mimica sublimità, quanto il poema per la tenuità del soggetto sarà men'atto ad attirare e fissar per se stesso l'attenzione e l'interesse del lettore, ne consiegue che nella Dìonomachìa, forse più ch'in ogni altro precedente poemetto di simil genere, doveva aver luogo il machinismo soprannaturale. Nè questo machinismo poteva certo esser altro infuori di quello ch'offeriva la religione del tempo e del loco. L'intervento degli Dei già sì stantìi e screditati del paganesimo poteva egli essere ragionevolmente applicabile ad un fatto succeduto fra due paesi cattolici, ch'ha per motivo e fondamento una celebrazione di cattolici riti? Doveasi imitar Tassoni, che fè parteggiare Apolline e Bacco a difesa de' devoti di S. Petronio e di S. Gemignano; e doveansi qui la milionesima volta rifriggere con imagini da Collegio quelle Divinità scolastiche, ch'or ne' versi non han più ch' un' esistenza metonimica ed allegorica, o ch'altro valore non hanno che quello d'un allusione filologica? Nè poteasi, se non ischerzando, introdurre in un poema scherzevole gli agenti sovrumani della nostra religione, senz'alterare il colorito dello stile eroi-comico ; siccome d'altronde non poteansi introdurre dignitosamente in un poema di sì basso soggetto, senza vieppiù degradare la lor dignità.

Uno stile irriflessivo e festevole, il quale non mostrasse nel poeta l'aria di parlare avvisatamente e da senno, era forse più adatto d'uno stil sostenuto e contegnoso a togliere dal poema ogni apparenza d'irreligiosa ironia.

D'un altro fallo io dovrò scolpare l'autore della Dionomachìa presso le persone d'austera morale; cioè di motteggiar qualche volta più arditamente che nol permetterebbero il rispetto ed i riguardi dovuti ai lettori, o alla qualità degli oggetti che talor gli avvien di trattare. Ma quella libertà, che favorisce gli slanci dell'imaginazione, e che quindi tanto è necessaria nella poesia, è l'essenziale elemento della poesia piacevole, ove appunto dee dominare quella fantasia briosa e svolazzante, che si chiama capriccio. Per muovere il riso, convien piccare e soddisfare quella viva curiosità, convien eccitare quella piacevole meraviglia, ch'in noi desta il contrasto d' un' idea cogli usi, e colle convenienze, vale a dir con ciò che suole e dev'essere. Il presentare adunque delle sconvenienze, delle difformità o difetti morali, l'emanciparsi dal linguaggio di soggezione, il dire spiattellatamente delle cose che le riserve ed i riguardi ordinarj non permetterebbon di dire, gli è ciò che principalmente costituice il ridicolo. Se si priva un poeta bernesco di questa libertà, purchè non degeneri in impudenza, gli si tarpa il genio. Questa verità si osserva perfino in quella classe, d'uomini vili, che riducono il talento di barzellettare ad una speculazione parasitica. I Monarchi, per farsi trar delle risate da' buffoni di corte, debbon permettere ch'essi infrangano impunemente le auliche liturgie, debbon loro menar buone delle impertinenze, e debbon ridere a spese della loro venerabilità. Si annoverino tutti i lepidi scrittori da Aristofane fino a' dì nostri, inclusivamente il Canonico Pulci, il Canonico Berni, l'Arcivescovo della Casa, il Vescovo Bandello, Mosignor Sergardi, il Curato Rabelais, l'Arcidiacono Swift, ec. ec. ; e si scorgerà tutti essersi nel motteggiare arrogati il privilegio d'una franca libertà, per non dire d'una sboccata licenza. Leggasi il Ricciardetto di Monsignor Fortiguerri, e vi s'incontreranno tratto tratto de' motti più liberi che nella Dionomachìa, la quale pur non è opera d'un Prelato di mantelletta.

Aggiungasi nel caso nostro che il poeta anche per conformarsi al carattere de' personaggi introdotti, ha dovuto sovente prestar loro quella certa libertà di dire, che distingue d'ordinario la vivacità e la fierezza.

Rispetto alla descrizione de' caratteri è inutile ch'io qui applicando ciò che sopra ho bastevolmente dichiarato, osservi che nell'etopeje e nelle azioni d'un poema ridevole non poteansi presentare che caratteri risibili; e cosi fè perfino lo scrupoloso autore del Lutrin, il quale non annojò il suo lettore, se non quando si avvisò di frammischiare in mezzo a una ciurma di preti pazzi il modello d'un uom saggio e assenato nel Presidente di Lamoignon.

Ciò che qui più importa di notare si è, che coi ridicoli caratteri 1 tratteggiati in tutto il corso del poema, l'Autore, il quale quanto lontano per posizione e per sistema di vivere di ogni cagion di malevolenza, altrettanto presso di chi famigliarmente il conosce è alieno per carattere da ogni spirito di malignità, non intese mai di designare e di offender persona. I personaggi, ch'agiscono in questo poema, trattone alcuni subalterni, di cui egli ha espresso il vero nome, e che non ha mai tacciati di verun difetto infamante, son tutti ideali, e i loro caratteri astratti e fittizj, e forse a niun' individuo propriamente convenienti, comeché dal poeta foggiati sull' idea, che gli avean data di alcuni reprensibili costumi, molti tratti in differenti persone da lui raccolti. In somma i caratteri, come i nomi degli attori, son patrj, senz' esser personali; e l'Autore protesta di neppur conoscere le persone che qualche maligno commentatore potrebbe stortamente interpretare aver lui bersagliate.

Non pochi lettori sgradiranno e rimprovereranno all'Autore la frivolezza e meschinità del soggetto del suo poema; e già parmi veder parodiar contro lui da taluni il verso di Petrarca da me applicato ai Maranesi :

Per che lieve cagion che lunga frottola!

O il verso d'Orazio :

Parturient mures, nascetur ridiculus mons

Essi si meraviglieranno ch'uno scrittore, qualunque egli siasi, non abbia sdegnato di farsi una lunga e grave occupazione d'un'opera di così scarso interesse, nella cui lettura essi crederan forse mal' occupati due giorni. Ma il Filosofo, che associando e generalizzando le sue idee, rapprossima e ragguaglia ogni cosa, e che quindi vede sempre nel piccolo l 'imagine del grande, vedrà qui espresse in miniatura le grandi scelte di lunghe e sanguinose guerre che ci s'offrono talora fra le più culte e popolose nazioni per oggetti proporzionalmente nulla più rilevanti dell'asino di Marana. Il filosofo vede tutti gli oggetti eguali, quasi elevandosi al disopra del livello commune su quell'altissimo osservatorio, su cui Luciano induce Mercurio a filosofar con Caronte sulle umane bazzecole nel suo dialogo intitolato Gli Osservatori. Ecco un passo di quel dialogo, che qui occorre molto acconciamente :

– Dimmi, o Mercurio, chi son là quei combattenti, e per qual ragione con tanta rabbia scambievolmente s'uccidono ?
5– Son questi gli Argivi, e i Lacedemoni. Ve' colà il prode generale Otriade, che semivivo per le tante ferite col dito intinto nel suo sangue segna in sul trofeo l'iscrizione del suo trionfo?
– Oh! Qual fu la causa di sì fiera battaglia?
– Indovinala... Quel pezzo di terra su cui conbatterono.
– Oh sciocchi ! Oh forsennati !

Parlando non al filologo, ma al filosofo, io mi penso che questi non porrà differenza alcuna dagli Argivi e Lacedemoni ai Borghigiani e Luccianesi, e da Otriade a Pancotto.

CANTO PRIMO I

Io canto la civil funesta guerra;
Non già quella, che in Roma orribil' arse
Pel contrastato imperio della terra,
E di sangue latin Farsaglia sparse;
5Ma un' altra poco meno orrida e insana,
Che per un asin morto arse in Marana.

II
O de' begli estri eccitatrice Diva,
Che i gran fatti col canto eterni fai,
Tu l'apollineo fuoco in sen mi avviva,
10Né schifare un subjetto, in cui vedrai.
Come di Tasso ne' sublimi carmi
Signoreggiar Religione, ed Armi.

III
Due popoli azzuffò l'asin, ch'io canto;
Fu lacerato, ascoso, unto, salato.
15Diè briga ad un arcangiolo, ad un Santo,
A un Generale in capite, a un Prelato;
Cometa poi la coda sua divenne,
Ed egli alfin tomba, e pitaffio ottenne.

IV
Marana, piaggia fertile ed aprica,
20All'ostro di Bastia larga s'estende;
E da Mariana 1 , alta cittade antica.
Opra di Mario illustre, il nome prende,
Ch'or pochi appena infra i virgulti e l'erba
Delle ruine sue vestigj serba.

V
25Due le Commune son più insigni e conte,
Che adornan questa pieve opima e vasta.
Corona il giogo d'un acuto monte,
E l'ampia spiaggia domina, e sovrasta
Sublime il Borgo; e poco indi lontana
30In un cupo vallon giace Lucciana.

VI
Nobil tempio ha Lucciana, che s'appella
Dall'Angiol che domò l'infernal drago.
Borgo ha parrocchia ancor più ricca e bella,
E adora sant'Appiano in grand'immago
35Adornata di lucido oricalco,
Martir glorioso, e santo maniscalco.

VII
Vien gran turba in sua festa d'ogni banda
L'illustre Santo a venerare intesa;
Perocch 'ei colla chiave 2 alma e ammiranda
40Della porta maggior della sua chiesa
Da guidaleschi, scabbia, ulceri e calli
Guarisce asini, buoi, muli e cavalli.

VIII
Fiere tra i Borghigiani, e i Luccianesi
Gare di maggioranza arsero ognora,
45Com' usa in Cirno infra i confin paesi;
E venuti anco all'arme, eran talora.
Ma, spente ornai l'aspre discordie antiche,
Vivean fra loro ambe le genti amiche.

IX
Gìà fea del giorno ambe le parti eguali
50Raggiando il sole in sul monton di Frisso;
E già il terzo volgea dei di ferali
Sacri a Gesù per l'uomo in croce affisso;
Giorno, che al sud d'Italia un caso strano
Predisse l'Almanacco di Milano.
55X
Del Redentore effigiar lo scempio
Quel giorno in chiesa ogni Communa suole,
E il dì seguente in processione 3 il tempio
Del paese vicin visita, e cole;
60Anzi quell'anno in santa settimana
Doppia intimò processïon Marana.

XI
Il suol, che il verno aprico inaridìo
D'ogni cultor, la speme avea delusa,
E innanzi al giorno, in cui l'estinto Iddio
65Con visita solenne adorar s'usa,
Per chieder pioggia quella gente e questa
Devota pompa a celebrar s'appresta.

XII
I Maranesi con pietà concorde
Quell'annuo rito a raddoppiare intenti
70Vede, e per rabbia ambe le man si morde
«Il gran nemico dell' umane genti. »
Tem 'ei ch 'al ciel contriti alzin gli sguardi,
E che non sian più 4 bindoli, e bugiardi.

XIII
L'inferne Podestà chiama al suo trono.
75Rimbombaron d'Abisso i ciechi orrori
Della tartarea tromba al rauco suono,
E tutti s'adunàr gli abitatori
Dei cupi regni dell'eterno pianto.
Pel resto vedi Tasso al quarto canto.

XIV
80Tartarei numi, incominciò Satanno,
Pari alle imprese mie son le sventure.
Io fei guerra del Cielo al gran tiranno,
E fui cacciato in queste bolge oscure;
Fei l'uman germe a lui ribelle, e mio,
85E con sua morte il ricomprò l'Uom-Dio.

XV
Ma che ? tuttor, della sua morte a scherno,
Più che di Cristo è regno mio la terra,
Onde a ribocco io popolo l'Inferno.
E or che regna nel mondo empiezza e guerra,
90Sol vil pievuccia a me ribelle fia,
E Marana sarà concorde e pia ?

XVI
Anzi celebrerà concordemente
Il mistero, che l'uom del ciel fa erede,
E i Luccianesi processionalmente
95Spiegheran lo stendardo, in cui si vede
(Ahi rimembranza orribile e crudele !)
Schiacciarmi la collottola Michele ?

XVII
Chi fia di voi, che mie vendette imprenda,
E sturbi tal pietà, rompa tal pace?
100Io, risponde Astaròt, di guerra orrenda
Fra i Maranesi accenderò la face.
Disse; applause Satàn; lieto Astarotte
Fuori sbucò della tartarea notte.

XVIII
Ei con rapido vol giunto a Marana
105Entrò in corpo d'un asino ammalato,
Ch' allor lungo la strada di Lucciana
Fioco ansando traea l'ultimo fiato.
Gli è tutto schianze, e roso infino all'osso
Da gangrenosi guidaleschi ha il dosso.

XIX
110Cronica rogna marcida e schifosa
Già piagato il consunse, e d'anni grave.
Oh s'a tempo accorrea la prodigiosa
Di Sant'Appian veterinaria chiave !
Da morte ella il somar salvato avria,
115E Marana da guerra atroce e ria.

XX
Si scontorcea l'indemoniato ciuco,
Come agitato da terribil colica,
E com' uom, cui travaglia il mal caduco.
Quel parossismo, e convulsion diabolica,
120Dopo lunga agonia, morto lo sdraja
A un canto della via d'una callaja.

XXI
La lingua atra e schiumosa in fuori sporta,
Stravolti gli occhi ha l'orrida carcassa;
Con denti digrignati, e bocca storta
125Sembra far le boccacce a ognun che passa;
E mostra a gambe larghe, e a pancia in sue
Il deretan colle adjacenze sue.

XXII
In quel punto scendea dalla collina
Dei Borghigian schierati il sacro coro;
130E, procedendo giù per l'erta china,
Giunto era al luccianese territoro.
Là in schernevole oscena positura
Trovaro in strada quella bestia impura.

XXIII
E come usa in quel dì ch' ogni villaggio
135Nel territorio suo sgombri le strade
Delle devote squadre al pio passaggio;
Il reo demonio i Borghigian persuade
Che sì sozza carogna in via distesa
Lasciò Lucciana in lor dileggio et offesa.

XXIV
140Quinci rïarse il civil' odio vecchio;
Quinci ha origin la guerra maranese,
Simile a quella, che in Italia un secchio,
E una bagascia in tutta Grecia accese.
Oh ria cagion d'ogni sventura e male,
145Più che il caval di Troja asin fatale !

XXV
Così gran fuoco d'improviso nasce,
Che spinto da ventosa austral procella
Prati, messi, foreste avido pasce,
E incenerisce poi ville e castella;
150E cagiona talor tanto stermino
Acceso ai rai del sol 5 stronzo vaccino.

XXVI
Dell'empia guerra incitator primiero
Fu Tonin sagrestano, e porta-croce.
Che la sucida bestia in sul sentiero
155Si distenda supina, ad alta voce
Grida a 'compagni, e butta irato a terra
La croce, e il miccio per le gambe afferra.

XXVII
Tutti a gara fra lor fanciulli e vecchi,
Con quel furor, che il demone in lor spira,
160Ghermiscono il somar; chi per gli orecchi,
Chi per li piè, chi per la coda il tira;
E acciò maggior riceva onta ed oltraggio
La squadra Luccianese in suo passaggio,

XXVIII
Attraversaro a mezza via supino
165L'asino inverecondo, e in processione
Compiuto a San Michele il lor camino,
Il sepolcro adorar, che in mostra espone
Appiè d'un Cristo, in mesero e in sottane
Due Marìe, che parevano befane.

XXIX
170Ratti al Borgo tornàr. Di San Michele
I Confratelli intanto in ordin folto
Insaccati in stoppose ispide tele,
Nudi le piante, incappucciati il volto,
Difilati procedono in due schiere,
175Miagolando un storpiato Miserere.

XXX
Pria l'ondeggiante insegna il banderajo
Spiega, ove appar picca e bilancia avente
San Michele, che sembra un carbonajo;
Sì brutto, che poteasi facilmente,
180Se l'un non era sopra, e l'altro abbasso,
Sbagliar tra San Michele, e Satanasso.

XXXI
L'Alfiere è Michelaccio, uom d'alta audacia,
Cattabrighe terribile e gagliardo;
Ha quindeci processi in contumacia,
185E me' tratta il fucil che lo stendardo;
Ma pur gode portar l'insegna santa
Dell'Angiol prode, il cui gran nome ei vanta.

XXXII
Sieguon tutti i Fratei con ceree luci.
Ne dirigon la marcia or presta, or lenta,
190E n' appajan le coppie astati duci.
Primeggia Orlando Broda, che sostenta
Un crocion. così grosso e smisurato,
Ge avrebbe il Cirenéo certo allentato.

XXXIII
Poi con Pier Piscialletto a sé compagno
195Spesso alternando il peso, Anton Coglietta
Porta un Cristo massiccio di castagno,
Che pareva tagliato coll'accetta.
Ei di portare il Cristo ha ognor piacere;
Onde per beffa il nominàr Cristiere.

XXXIV
200Siegue il Massajo della Compagnia,
E il Sagrastan maggior, Pieron del Grillo,
Che le lamentazion di Geremìa
Sapea cantar in elafà col trillo;
Poi gli altri Sagrestan Biagio, e Macario,
205E Andrea Boccadiforno antifonario.

XXXV
Infra Lallo il contralto, e Totto il basso,
Succede Frittellone Intonatore :
Indi, spaccando gravemente il passo,
Vien con torcia quadruplice il Prïore,
210Ch' ha cappa di Cambraja da sei franchi,
E un bel cordon' con due pendagli ai fianchi.

XXXVI
Ei già contava il nono prïorato.
Giampier Mostarda, mastro falegname,
Sottoprïor gli procedea dallato.
215Tardo per un cantar di budellame
Bellicone il Pievan chiudea la squadra
In cotta riccia, e in gran berretta quadra.

XXXVII
Questi era un prete d'ignoranza pieno,
Che dormiva, e beveva a tutte l'ore,
220E consecrava a calice ripieno;
Infingardo così, ch'a Monsignore
Addimandar volea la permissione
D'ir sull'asino in cotta a processione.

XXXVIII
Va schierata così la squadra pia;
225Se non ch 'ognun si sbanda, e si dispaja
Per quell'angusta e discoscesa via;
Tal ch' arrivato alla fatal callaja
Di venti passi già lo stendardiere
Avea precorse le seguaci schiere.

XXXIX
230Dalla sacra visiera ombrato il viso,
E a salmeggiare intento egli non vede
Sulla via quell'intoppo; onde improviso,
Scalzo com'era, inciampica d'un piede
Sull' asino ch' a terra il fé cadere,
235E gl'interruppe a mezzo il Miserere.

XL
Addietro ancor con fiero urto gagliardo
Diede impeto al cadente il reo demòne.
L'urto, e lo scontro lui collo stendardo
Precipitàr sull'asino boccone.
240Tal cieca sirte spinto da Garbino
Riverso abbatte alto-velato pino.

XLI
Si rompe l'asta a mezzo, e il destro 6 ciglio
Con scheggia acuta a Michelaccio fende,
Che fa di largo sangue il suol vermiglio.
245Tu cadi, o illustre Alfier; né ti difende
La tua pietade 7 , o il gonfalon, che porti,
Del duce dell'angeliche coorti.

XLII
250La procession, che siegue a passo lento
Lungi vide cader l'alta bandiera
E a un tempo dell' Alfiere udì il lamento.
Si scompigliò la bipartita schiera,
Ed un tumulto romoroso insorse :
255Ognun s'alzò il cappuccio, e al grido accorse;

XLIII
E vide (ahi vista !) lacerato il viso
Su quel sozzo animal l'Alfier disteso,
E San Michel di polve e sangue intriso.
Muto e d'alto stupore ognun compreso
260A spettacol restò strano cotanto.
Son morto ! ajuto ! quei gridava intanto.

XLIV
Lo rizzar, lo bendaro; e ch'i s'ardia,
Grida la Confraternita fremente,
A gambe larghe attraversarci in via
265Un rognoso somar ? Liberamente
Passàr pur dianzi i Borghigiani, e poi
Sì vergognoso inciampo incontriam noi?

XLV
I Borghigiani il traversàr qui apposta,
Gridò Pieron : li vid'io da lontano
270Alla callaja qui far lunga sosta;
E poi l'asino stesso è borghigiano.
Gli è il Bajon diMengaccio, s'io ben scerno.
Qual dubbio v'ha che vien da lor lo scherno ?

XLVI
Alto un fremir di cento voci e cento
275Tumultuoso udissi a questo dire.
Lieto Astaròt del ben sortito intento
Colla face infernale attizza l'ire.
Fugge pietade in bando, e viapiù fiero
Si raccende nei cor l'odio primiero.

XLVII
280Tal, per opra di Palla, al Santo in riva
Vibrato a Menelao dardo sleale
Mosse a tumulto la grand'oste argiva,
E la tenzon rinnovellò fatale.
La procession, nemica immantinente
285Vuol l'Alfiere inseguir d'ira furente.

XLVIII
E già pronti il seguièno i più feroci;
E forse allor tra l'una e l'altra schiera
Battaglia d'aste, torce, uffizj, e croci
Sarìasi vista sanguinosa e fiera.
290Ma il Prïor, Michelaccio affrena e arresta,
Che pur bestemmia, e di gridar non resta.

XLIX
No, per Dio santo, non andrà impunito
L'affronto reo; n 'ho ricordevol segno,
Né occorre già ch'io me la leghi al dito.
295Bellicone rattien suo cieco sdegno,
E lo esorta a soffrir quella cascata
In penitenza delle sue peccata.

L
Gesù, dicea, da sgherri atroci e fieri
Sofferse in pace in questi dì per noi
300Crudi tormenti, e infami vituperj;
E tu per amor suo soffrir non puoi,
Senza giurare inimistade e guerra,
Una battuta di mostaccio in terra ?

LI
Perdona, o fratel caro, e il dì rispetta
305Sacro alla morte del figliuol di Dio.
Lo rispetto, quei disse; anzi vendetta
Di chi lo profanò prender vogl'io.
E qual s'udì maggior profanazione,
Ch 'opporre un ciuccio ad una processione ?

LII
310E che dirò della caduta fiera,
Ond'il viso battei boccon riverso,
E si troncò la parrocchial bandiera ?
Ah ! pel vessillo del mio sangue asperso
Io giuro (e la man stese, alzato il braccio)
315Vendicar San Michele, e Michelaccio.

LIII
Communale è l'affronto; i Borghigiani
Oltraggiarono in noi tutto il paese.
Vendichiam dunque, o prodi paesani,
Se non l'onor divino, il luccianese;
320E, se ciò par peccato a Bellicone,
Ci neghi a Pasqua pur l'assoluzione.

LIV
Io non vo' fare a' Borghigian gran male;
Vo' in bara questo morto borghigiano
Por dentro la sua chiesa parrocchiale :
325E fortuna, ch'io sono un buon cristiano;
Se no, per fare a' Borghigiani offesa,
Nel Sepolcro il porrei ch' alzaro in chièsa.

LV
Sì parla Michelaccio : ad una voce,
Festosi viva alto iterando, acclama
330La rïottosa gioventù feroce.
Ma Bellicone a lor s'oppone, e sclama
Tutto infiammato di sacro furore :
Una carogna in casa del Signore ?

LVI
Deh ! nel nome di Dio, non commettete
335Sì orribile esecrando sacrilegio.
E a lui Pieron : lasciate fare, o prete :
Chi sa ? Forse anch'a voi l'atto è lo spregio.
Con quest'asino, a voi, don Bellicone,
Forse si fé maligna allusïone.

LVII
340Ma il Prïor d'ire addietro dà comando.
Addietro, allor con voci furibonde
Gli astiferi esclamar, l'aste squassando;
Addietro, il grido universal risponde.
A un tratto inver Lucciana a quelle voci
345Rivolti fur cristi, bandiere, e croci.

LVIII
A Lucciana tornar pieni di sdegno;
Né oziosa dorme in Michelaccio l'ira :
Ei si appresta a compir l'empio disegno,
Che il tentator d'inferno al cuor gl'ispira,
350E sei garzon di vaglia, e d'ardimento
Pronti sceglie a tentar qualsia cimento.

LIX
Appetta ch' atro il vel la notte spanda,
E tutto all'uopo egli ordina e dispone;
Di schioppi, e stili arma la fida banda :
355Egli stesso, accollatosi un trombone,
Con sordo lume in man, lo stuol seguace
Precede, ove Bajone estinto giace.

LX
Prese il somar l'intrepida coorte,
E alla chiesa il portò di Sant'Appiano.
360Con grimaldelli aprìr le sacre porte;
E primo Michelaccio (oh ardir profano !)
In sacristia la feral bara prende,
E tolte all'ara sei candele accende.

LXI
Chi ti trattenne, o Martire beato,
365In quella notte ne' regni celesti,
Che il sacro tempio tuo contaminato
Da' rei profanator non difendesti,
Quando sei cere tolte a tua sant'ara
Circondaro un somar disteso in bara ?

LXII
370Il misfatto sacrilego compierò
Quegli empi, e via partìr, richiuso il tempio.
Nefandezza inudita ! al mondo intero
Non v'ha d'asin ne' templi un altro esempio.
Soli, tal mostro aver veduto in scorgo,
375Lampsaco 8 in Asia, ed in Europa il Borgo.

LXIII
L'ombre de'morti, le cui frali spoglie
In quella bara ebber funèbre onore,
E ch' ora il tempio in cave tombe accoglie,
Prese al tetro spettacolo da orrore,
380Gemito dieron doloroso e fioco,
E abbandonaro il profanato loco.

CANTO SECONDO

I
Si dileguava già dall'orizzonte
Il velo della notte oscuro e tristo;
E co' pie d'oro, e la rosata fronte
Gaja l'alba sorgea da 1 Montecristo;
5E già il crestato augel cantar s'udià,
E le chiese sonar l'Ave Maria.

II
Il vigil campanar di Sant'Appiano
Sorse allora a intimar la triplice ave.
Ver la chiesa s'avvia, recando in mano,
10Con due bei fiocchi penzolan, la chiave
Operatrice d'eccelsi portenti,
Ch'era una chiave femmina a tre denti.

III
Va all'uscio, e mira un pallido barlume,
Che pei spiragli tremulo risplende.
15Si meraviglia, ed il visivo acume
Al buco della chiave affisa e intende;
E il tempio, u' lampa arder solea languente,
D' un vivace fulgor' mira lucente.

IV
Mal s' affidando ai sensi, le palpebre,
20Dalla cispa, notturna ei si deterse;
E affisandosi ancor, bara funébre
Tra quel fulgor confusamente scerse.
Ombre paventa ivi dall' arche sorte,
O ragunata un' infernal coorte.

V
25Ei v'affigura col pensier turbato
Tregende, orchi, versiere, e si disanima,
Né ardisce entrar, poich' un mortal peccato
Fresco di quella notte avea sull' anima;
Fugge, e tre volte il segno del Cristiano
30Colla chiave si fa di Sant' Appiano.

VI
I Massai della Chiesa, e i Sagrestani
Ei desta, e narra lor la meraviglia
Di quei splendor prodigiosi e strani.
Trasogni, od hai le caccole alle ciglia ?
35Falòn gli disse; ed ei : va, se nol credi,
Tu stesso al tempio, e miglior nunzio riedi.

VII
Toglie impegno Falòn di girvi ei stesso,
Né di colui l'esempio il disconforta.
Più acconcia elegge a quel tremendo ingresso
40Di sacristia, la deretana porta;
E impavido s'avvia d' un benedetto
Agnusdei tutelare armato il petto.

VIII
E' già alla soglia il prode sagrestano
S' accosta, pur com' uom che nulla pave.
45Ardisce in pria; ma poi l'incerta mano
Trema e sfallisce in imbucar la chiave.
Apre alfin l'uscio, in sacristia penétra,
Mira estranio splendor; pur non s'arretra.

IX
S' inoltra, e appena in chiesa ha l'occhio fiso,
50Che un mostro in bara qual Gorgon gli apparse.
Dei cerei lumi al vacillar gli è avviso
Veder fantasmi pallidi aggirarse
Attorno a quel terribile ferètro
Gli illIquidisce, il ventre, e fugge indietro.

X
55Talo Alcasto 2 appressò con fier sembiante
Alla selva, di mostri orrido albergo;
Ma, splender visto il fuoco torreggiante
Co ' demonj a difesa, ei volse il tergo;
E in fretta andò, senza veder Buglione.
60A cambiarsi le brache al padiglione.

XI
Stralunato negli occhi, e bianco in volto
Va all' affollate, curïose genti.
Ch'avea l'incerta nuova in piazza accolto,
E lor narra i veduti alti portenti;
65Cinto da larve orribili un ferétro
Con entro un mostro spaventoso e tetro.

XII
Ciò che ad esso ingrandì la fantasia
Al popol con racconti informi e strani,
Per scusar la sua fuga, ei ringrandìa.
70I timorosi e creduli villani,
Or ch' il fatto attestar due nunzj udiro,
Arricciaron le chiome e sbigottiro.

XIII
Altri l'alme credea degli antichi avoli
Errar pei lor sepolcri; altri la chiesa
75Posseduta dicea da orrendi diavoli;
Quando s'accinge alla temuta impresa
Strambone, uom temerario e diabolico,
Poco amico del simbolo apostolico.

XIV
Di notturni ladron fraude credendo
80Quel lume, ei vuol tentar l'audace entrata.
Senza agnusdei sul petto, io, disse, intendo
Penetrar questa chiesa indiavolata.
S'arma d'un lungo stocco in questo dire,
Ed entra in chiesa. Oh ! memorando ardire !

XV
85Entra, e de' lumi, il folgorar non pave.
Nudo brandendo il fero stocco in mano,
S'avanza, e giunto alla seconda nave
Vede un asino in bara (oh !! caso strano !)
Che le rigide zampe alto protende,
90E fra sei candellier l'esequie attende.

XVI
Rise, infodrò la minacciosa lama,
Ed uscito, ove il popol con terrore
Il suo' ritorno attende, alto proclama :
O borghigiano, popolo, fa ' core,
95E via discaccia ogni timor dal petto :
Gli é un asin steso sopra il cataletto.

XVII
In quel momento il diavolo, fingendo
D'asino il rauco, sgangherato canto,
Fe' udir sonoro alto sbadiglio orrendo,
100Che in cento ragli, come un tuon, rifranto
Romoreggiando per la torta valle,
Tutti gli asin destò dentro le stalle.

XVIII
Il rimbombevol raglio si diffonde :
Saluta l'asinella il ciuco amante;
105Il poledruccio all'asina risponde.
Più cresce ognor la musica assordante.
Strambon si volse, che credè sorpreso
Ragghiare anco il somar in bara steso.

XIX
Mai tanti ragli udì l'aurora in Maggio
110In Menalo asinifero, o in Liceo,
Quanti allor consonaro in quel villaggio.
I Borghigian sorprese e stupeféo
L'intronator concento, e l'inattesa.
Strana novella d'un somaro in chiesa.

XX
115Tutta la gente in folla al tempio accorse,
E ne restò d'alto stupor compresa.
Chi dal mostroso oggetto il viso torse;
Chi feroce fremea, mirando in chiesa
Steso un somaro in così brutta guisa;
120Chi si stringea la pancia per le risa.

XXI
Sonò il tempio d'un gran buccinamento,
Come nel dì, ch' eleggesi il Prïore.
Strambon dicea : senza ragion qui drento
Non è il somar; qualch' empio schernitore
125Vel pose apposta, e il creder mio non erra;
Che non piovon dal cielo asini in terra.

XXII
Ma il ciuco da lor steso a mezza via
Ben riconosce ognun, ch' in lui s'affisa;
E la vendetta frodolente e ria
130Del Luccianece popolo ravvisa.
Fremon tutti in furor pel grave insulto
Fatto al paese, al tempio, e al divin culto.

XXIII
Trovan per sacro orror caduti e sparsi
I candellier, che fean l'altare adorno,
135Pria dell'ora, in cui soglion rovesciarsi
Per almo rito 3 in quel funereo giorno.
Per sorte allor veli lugubri ed adri
Togliean l'immonda vista ai santi quadri.

XXIV
Strambone andò da Don Mafrin pievano,
140Che trovò in letto per fortuna solo.
Don Mafrin, prete grazïoso e umano,
Consolator di vedovelle in duolo,
Cui condona, con modi assai graditi,
L'offerte delle messe pel mariti,

XXV
145Strambon per beffa annunzïò al curato
Un ricco funeral : sorge Mafrino,
E si rallegra a quell'annunzio grato,
Come il corvo all'odor del morticino;
E siegue lui, fornito pel mortorio
150Di stola, rituale, ed aspersorio.

XXVI
Ma in veder pien di gente il sacro tetto,
Stupisce, come sia già in chiesa il morto
Non pria da lui scortato, e benedetto.
Qual poi stupor fu il tuo, quale sconforto,
155O don Mafrino, allor ch' in chiesa giunto
Vedesti alfin sul feretro il defunto ?

XXVII
Strasecola il pievan, mirando in chiesa
Sul cataletto, quel bestion profano.
Resta, più ch' esso, attonita e sorpresa
160La gente, in rimirare il parrocchiano
Con ritual, asperge, e sacra insegna,
Quasi il somaro a esequïare ei vegna.

XXVIII
Ei gitta ai suol libro, aspersorio, e freme;
Chè lo irrita del tempio il leso onore;
165E del mortorio la fraudata speme;
Ma poi prorompe in vie maggior furore,
Quando per sè ravvisa, e da ognun' ode
La clandestina Luccianese frode.

XXIX
Oh delitto, ei sclamava, infando e rio!
170Oh Divina magion polluta e lesa !
Nel giorno sacro al funeral d' un Dio,
Carogria vil sta dui ferétro in chiesa ?
Fedeli, ah ! tosto dalle sante mura
Si cacci fuor questa carcassa inpura.

XXX
175Tutti pronti obbedìr : dal sacro loco
L'asin fu in piazza strascinato a gara.
Esclama ognun che incontanente il fuoco
Arda, ed espìi la profanata bara;
Chè niun vorrìa con quel brutto animale
180Commune aver il letto funerale;

XXXI
E, per vietar che la sua salma esposta
Fosse in tal bara, ognun nel testamento
Aggiungerebbe un codicillo apposta.
Approva il prete il saggio pensamento.
185Si bruci anco il somar, grida ei fremente,
E gli sia pira il cataletto ardente.

XXXII
E già il rogo s'innalza, e forse allora,
Come in Spagna ai sacrileghi si fea,
Arso su quella bara il somar fora;
190E perìa la cagion funesta e rea
Di cruda guerra, e di tal mali e tanti,
Né andava il mio poema oltre i due canti.

XXXIII
Senonché Sornacòn, che in quel giumento
D' onorevol ricatto il pegno mira,
195E da vendetta il mezzo, e lo strumento.
Ratto il ritrae dall' apprestata pira.
Così dal fuoco, ond'arse il sacro ostello,
Il Palladio fatal salvò Metello.

XXXIV
Ma, in scuffiotto da notte, dal balcone
200Ciapo Maire colla man silenzio fa.
Il Giudice di Pace del Cantone
Tosto appelliam, diss'ei con gravità;
Acciò qui faccia visita locale,
E stenda in forma processo verbale.

XXXV
205Qualmente in questa chiesa parrochiale
Fu esposto in bara in Marzo addì ventotto
Asin rognoso di pelame tale,
Con segni tai sopra la groppa e sotto;
E venga intanto l'asino prefato
210Nella cancelleria depositato.

XXXVI
E il processo s'invii da me soscritto
Poscia al Procuratore Imperïale,
Insiem coll' asin, corpo del delitto;
E s' intenti la lite in criminale.
215Disse, ma sì vil mezzo il popol sdegna,
E più illustri vendette in cor disegna.

XXXVII
Su massa intanto d'aridi sarmenti
S'arde la bara; ognun disgombra il loco.
Ministra don Mafrin le tede ardenti;
220Facil s'apprende alle vecchie assi il fuoco.
La fiamma volteggiante in alto ascende,
E in ampie liste da lontan risplende.

XXXVIII
Vider là in piazza (chè veder ben lice)
Tra folta turba alta catasta accesa
225I Luccianesi, e all' esito felice
Lieti applaudir della notturna impresa;
E tutti in scherno con discordi suoni
Batton vanghe, padelle, e pentoloni.

XXXIX
Rimbombar s'ode il pastoreccio corno,
230E il fischio acuto, e il roco tamburaccio.
Echeggiaron le piaggie, e i colli intorno,
Poggiolel 4 ,Pettinella, e Cugnolaccio.
Spaventati i padron gettar boccone
D'Orezza 5 i muli sul vicin stradone.

XL
235A quell'insulto obbrobrioso indegno,
I Borghigiani infelloniti, e pazzi
Mandan feroci fremiti di sdegno,
Vendetta ! urlando con' fieri schiamazzi.
Invano il prete al lor furor s' oppone;
240Quando andò in mezzo, e disse Sornacone :

XLI
Ecco all'oltraggio anche lo scherno aggiunto;
E il soffriremo inulti? all'armi, o forti.
L'infamante carogna, in questo punto
In piazza a San Michel da noi si porti.
245Di notte a frode a noi si fé lo scorno,
A forza noi lo renderem di giorno.

XLII
Pancotto, uom saggio e prode, allor raccolse
Il popol tutto a gran consulta in chiesa;
E in pubblica assemblea là si risolse
250D'ir tosto a vendicar la doppia, offesa.
Pancotto arringa, fé' bella, elegante,
Alti sensi d' onor tutta spirante.

XLIII
E acciò ch' ognuno a ben pugnar s' incuori,
Dei Borghigian, che fur più forti in armi
255Addita in chiesa i sepolcrali onori,
E sulle tombe espressi in brevi carmi
Di vetusti guerrier strenui ed invitti
Gli egregj fatti, in travertino iscritti.

XLIV
Poscia indicò dei lor più chiari padri
260Ritratto in tele il marzïal valore.
Incorniciati in or votivi quadri
D'alto pendean presso all' altar maggiore,
Fregi illustri, per cui dalla carogna
Maggior ritrasse il tempio onta e vergogna

XLV
265Mostra il primier, vecchia memoria rancia,
L'impresa, onde nel Borgo aspra e crudele
La guerra 6 incominciò tra Cirno e Francia,
Francia, che, amica, al Ligure infedele
I Corsi inermi, soggettar, quai greggi,
270Volea di vil servaggio a ingiuste leggi.

XLVI
I Galli il Borgo 7 a disarmar mandati
Sbaragliati vedeansi, e dalla chiesa,
Ove il timor li rinserrò, fugati
Precipitar per la montana scesa,
275E dai feroci Borghigian rivolte
Contro i rei predator l'armi maltolte.

XLVII
Nell'altro quadro industre man dipinse
L'orribil pugna 8 che pentita e trista
Ir fece Francia, allor ch' ella s'accinse
280De' Corsi a far per sè miglior conquista.
Vedi aspra mischia fervere, e frequenti
Fumare, e lampeggiar gl' ignei strumenti.

XLVIII
Qui coi Svizzeri, i Franchi, ed i Brettoni
Il Borgo assal Marbeuf 9 , e Chauvelino.
285Là Paoli oppon gl'intrepidi campioni
Di 10 Corte, Aleria, Orezza, e di Rostino;
E primeggia fra lor, propugnatore
Dei patrj lari, il Borghigian valore.

XLIX
Terribile guerriero, e pio cristiano,
290Oppone ai primi rischi il maschio petto
Clemente 11 al Corso eroe degno germano.
Ei, mentre l'infallibile moschetto
Al nemico drizzava, in aria pia
Parea dir : requie eterna Iddio ti dia.

L
295Coll'archibugio in braccio, e in sen lo stile,
Donne vedeansi valorose e ardite,
Ch'abito assunto, al par ch' alma virile,
San le maschie emular vergini scite;
E di guerra dividono i perigli,
300Coi fedeli consorti, e i cari figli.

LI
I chierchi ancor, che in generosi doni
Offrir di chiesa i sacri bronzi e argenti
Da cangiarsi in monete ed in cannoni,
Vedi pugnar 12 d'amor di patria ardenti,
305E colle note religione voci
Nei guerrieri aïzzar l'ire feroci.

LII
Lunge una casa appar mezzo scoscesa
Cinta d'armati e bellici tormenti.
Da trenta Corsi la credean difesa
310A' moltiplici colpi i Franchi intenti.
L' uscio sbarrato un prete ecco disserra,
E ottien la resa, cogli onor di guerra.

LIII
Salutato da trombe e da tamburi,
Solo, Col zaino uscìa sotto l'ascella
315Prete Agostin 13 da' ruinosi muri.
Una mano ha il diurno e la stampella,
Ond' il fianco piagato a trar s'affanna;
L'altra il fucil colla bandiera in canna.

LIV
Vedi i nemici, in cui più innaspra l'ire
320L'ostinato valor de' Borghigiani,
Contro donne e fanciulli incrudelire;
Ve' i Corsi allor d'ira più fiera insani
L'oste assalir, ch' all' impeto non regge
Più ch' a rabbia di lupi imbelle gregge.

LV
325Colla voce il buon duce, e coll' esempio
Le due squadre incoraggia a vincer use.
Lascia il nemico il mal difeso tempio
Di Sant'Appiano 14 , ov'alto vallo il chiuse.
Tutto è terrore e morte; e il loco sacro
330Di sangue ostil dilaga ampio lavacro.

LVI
Ecco i Francesi in trepido scompiglio
Lanciar sparso di morti il vasto campo,
E quei persin, che dal mortal periglio
Cercaro entro le case asilo e scampo,
335E le gambe a fuggire ebber mal destre,
Per paura saltar tetti e finestre.

LVII
Ve' piagato Marbeuf d'aspra ferita,
Al rio cedendo irresistibil fato,
Ai piè veloci accomandar la vita,
340Dalla 15 testa del moro spaventato,
Insegna trïonfal, ch' ondeggia eretta
Del liberato tempio in sulla vetta.

LVIII
Quest'opre di valor, ch' a parte a parte
Spiegò Pancotto, ed il profano scorno
345Del santuario, già teatro in parte
Dei fatti, ond'era istorïato e adorno;
Punger l'onore, e accesero il primiero
In cor dei Borghigiani ardor guerriero.

LVIX
La turba esce dal tempio, e immantinente
350Corre ad armarsi da stolt' ira invasa.
Resta il curato, e le sei cere spente,
Che la bara cingean, si porta a casa;
Acciò l'ara per lor più non s' oltragge;
E da quel morto un qualche frutto tragge.

LX
355La parrocchia pro interim sospesa,
Tosto al Vescovo ei scrisse in grave stile
Che nel Giovedì Santo trovò in chiesa
Grigio giumento di sesso maschile
A pancia in su nel cataletto steso;
360Né sa se il tempio è sconsacrato e leso.

LXI
Utrum dell'asin la profanità
Il tempio abbia polluto ed interdetto;
O viceversa, se la santità
Del tempio, dei candeli, e cataletto,
365E del dì sacro, in cui fu lì trovato,
Abbia il morto somar santificato.

LXII
Mandò Mafrino a Monsignore il caso :
Ma si pentì, poi che spedì lo scrilto;
Giacchè temea ch' il santuario a caso
370Dichiarando il buon vescovo interditto,
S'a benedirlo ei stesso ivi si renda,
Non gli abbia a sbasoffiar mezza prebenda.

LXIII
Appena il Vesco il gran quesito apprese,
Per scioglierlo (sì grave a lui parea)
375Gli affar delle tre Isole 16 sospese.
E al cominciar dell'anno il ricevea,
Ei certo il caso avrìa straordinario
Proposto ai preti in fin del 17 calendario,

LXIV
Ferve frattanto di marzial furore
380La fera gioventù; sprona ed impelle
All'illustre cimento emulo ardore
Fin l'acerbo garzone, e il vecchio imbelle.
Le ragnatele ognun toglie al moschetto,
Che tien vicino al Cristo a capo al letto.

LXV
385L'armi la moglie al fier marito invola.
Chi seppellì nel nuzïal saccone,
O nel fenil lo stile, e la pistola,
Chi allo schioppo di lardo unge il focone,
O fa alla canna 18 arcano incantamento;
390Chi per più sicurtà vi piscia drento.

LXVI
Rappella ognuna ai suoi lavor giornali
Lo sposo, ch' a battaglia s'apparecchia;
Lo avverte ch' a potare i suoi novali
Rimangon pochi dì di luna vecchia,
395Che non lasci dolenti i figli suoi,
Affamata la vacca, oziosi i buoi.

LXVII
In più tenero suon pregar s' udìa,
E lamentar la giovinetta Rosa,
All'ardito crocifero, ch' in via
400La bestia attraversò, novella sposa :
Resta a casa, Tonin, se mi vuoi bene :
Ah ! se tu muori, che sarà di mene ?

LXVIII
Deh ! riponi quell'arme : il cor mi detta
Che questa ell'è per te mala giornata.
405Michelaccio, lo sai, giurò vendetta
Su chi fu causa della sua cascata.
Ah ! tu lo sai guanto gli è fiero e tristo
Vè che non la perdona a ' Santi e a Cristo.

LXIX
Io vendei gioje e anelli di valuta,
410E un campo, ch' ebbi in dote pastinato.
Per non farti ire in Francia di recluta;
Chè forse ritornavi ingallonato;
Ed or con questa gente scimunita
Per un somaro vuoi giocar la vita ?

LXX
415Tu se' la dota mia, caro Tonino,
Tu la mia grascia, ed il mio pan di grano.
Ah ! se ti perdo, io resto a mal destino.
Così pregava e rattenea per mano
L'armato sposo, al cui feroce sdegno
420Son pietade ed amor debol ritegno.

LXXI
Nulla accheta in quei cor l'ira furente
Negletto giace il giornaliero arato;
Cede al fucìl l'innocuo util bidente,
Cede allo stil la ronca ed il pennato.
425A gara ognun l'armi funeste orrende,
Che lunga pace irruginì, riprende.

LXXII
Smeriglia ognun lo schioppo; a liscia cota
Per molta disusanza ottuso e nero
Lo stiletto diruggina ed arruota.
430Munisce, e al ventre accinge il gran carniero;
E pria la polve in carche eguai riparte,
Avvolte e rotondate in brevi carte.

LXXIII
Poi la fida terzetta al fianco adatta,
E a spianare il fucile il braccio alleggia,
435Prova s'il cane a un lieve tocco scatta,
E l'ignifera scaglia intacca e scheggia;
La polve sul focon schiaccia coll' ugna,
Carca la ferrea canna, e il calce impugna.

LXXIV
E avendo i più di munizion difetto,
440Acciò sien tutti all'uopo istrutti e pronti,
Fu tolto alla parrocchia il censo addetto
A suffragare i confratei defonti,
Onde alla sacra guerra parrocchiale
Provveder polve, piombo, od altro tale.

LXXV
445E fu rivolto in rio civile eccidio
Ciò ch' era a pio sacrato uso divino;
E privati restàr d'util sussidio
L'alme del purgatorio, e don Mafrino.
Così ì bellici appresti il Borgo affretta,
450Onde compir l'insigne, alta vendetta.

CANTO TERZO

I
Da' venali nojata epici suoni,
Con miglior senno, ad Osterlizza e Jena
I campi di Marana or' anteponi,
E meco ivi ten vieni, alma Camena;
5Nè il cadaver d'ignobile somiero
Schifi ritroso il Pegasèo destriero.
II
Già la gente del Borgo all' arme corsa
In piazza a Sant' Appiano d' ogn' intorno
10Sbocca tumultuando e già la corsa
S'ode sonar tromba di guerra 1 , il corno,
Ch'armati e capre usa guidar del pari,
E ch' or suonan due 2 Sténtori caprari.

III
Alto echeggiò la valle; ed Astarotte
15Che in quei contorni ognor s'aggira ed erra,
L' eco add'oppiando dalle cave grotte,
Rinforza il suono eccitator di guerra.
L'orrido suon sconciò più donne, e tutte
Per quattro mesi impallidì le putte.

IV
20Visto del Borgo il subito armamento,
Ed inteso de' corni il fier muggito,
Risposta fer di cento corni e cento
I Luccianesi al bellicoso invito;
E armàrsi in fretta, duce Michelaccio,
25Cui l'onta anco pungea dei suo mostaccio.

V
Nel Borgo infra Pancotto, e Sornacone
Di Duce il grado avvien che si combatta.
Giudice il caso sia, gridò Falone;
Indi sputò sopra una 3 pietra piatta.
30Scelse sua parte ognun, senz'altra lutta,
Bagnata Sornacon, Pancotto asciutta.

VI
Lancia il sasso Falòn cogli occhi intenti
Della pietra al rotar la gente tutta,
Ch 'asciutta cada, al ciel fa voti ardenti;
35Cade, e gridano ad una : asciutta ! asciutta !
Ognun Pancotto acclama capitano,
E risuona Pancotto il monte e il piano.

VII
Veste in quel giorno e'i s'adattò guerriera,
Stivali a tromba alto cappel solenne.
40Capitan giubilato a paga intera
Era Pancotto, e tal favore ottenne,
Perché il padre fu amico d'un amico
Di chi 4 a Napoleon legò il bellico.

VIII
Ei fu già d'Osterlizza al gran cimento,
45Ove la pancia rotta, inclito merto,
Gli valse un nastro e un ciondolin d'argento.
E se congedo ei non prendea, per certo
(Caso non lo sventrassero i cannoni)
Ottenea la spalletta a Maccheroni.

IX
50Pancotto il prisco in sè rinascer sente
Bellico arbore : ei già nobil guerriero
Per la pace pugnò del continente,
E per la sicurtà del franco Impero.
Or Pugna per cadavero asinile.
55« Come, o Fortuna, vai cangiando stile !»
X
Egli compon d'ogni guerrier gagliardo
La fronte dell'armata, e pon con arte
I men giovani e forti al retroguardo,
60E tutti in varie torme ordina e parte.
Poi le zampe legar fece a Bajone,
E attraversarvi un castagnin stangone.

XI
Due spalluti villan soppone al peso,
Che il somaro sostengon di leggieri,
65Qual lampadario di cristal, sospeso;
E del nobile incarco van più alteri
Di due facchin, ch' in bussola sedente
Portino ad istallare un Presidente.

XII
Pose in mezzo all'esercito il somiero,
70Com' i Guelfi 5 il carroccio in altra etade.
Un placido animal, ch' è simbol vero
Di pacifica flemma e d'umiltade,
Come d'ira guerriera e micidiale
Or addivenne il fomite, e il segnale ?

XIII
75Ben ganascia asinil rotta e sdentata
Fé già de' Filistei strage e sbaraglio;
Ben ' i giganti 6 alla flegrèa giornata
Del buon ciuco niséo disperse il raglio;
Ma mai finor s'udì, ch' un tal giumento
80Fosse di guerra orrenda alto argomento.

XIV
Si Pancotto l'escercito apparecchia;
E poiché già disposta ebbe ogni schiera,
Grave salì sopra una botte vecchia,
E qual da dignitosa alta ringhiera,
85Ond'egli tutti domina i contorni,
Col dito al labbro impon silenzio ai corni.

XV
E com' ei fu gran leggitor del Tasso,
Ch' anco a 7 Guerrin Meschino anteponea;
E si risovvenia d'un qualche passo
90Della parlata, che Goffredo fea
«Al campo domator dell'Oriente;
Soffiossi il naso, ed arringò eloquente.

XVI
O de' nemici vostri aspro flagello,
O forti, o bellicosi Borghigiani,
95Che feste d'un' armata 8 ampio macello;
Talchè stesi quaggiù ne' nostri piani
Gli eroi di valor raro e peregrino
Suppliro al gran lo sterco pecorino.

XVII
Or richiamate il pristino coraggio,
100Per vendicare il paesano onore.
Ci han fatto i Luccianesi un grave oltraggio,
Che per Cristo ! dee muovere a furore
Ogni uomo, in cui senso d'onor non langue,
E che non ha nel sen piscio per sangue.

XVIII
105Lucciana in bara questa vil bestiaccia
Qui collocando a pubblico dileggio,
Dette d'asini a noi l'indegna taccìa.
Nè di ciò paga ancora (ah ! questo è il peggio)
Applause al nostro scorno (oh cielo ! oh stelle !)
110Col suon di pentolacce e di padelle.

XIX
A' Borghigiani, a noi sì brutto scherno?
Noi che femmo d'un dì nel breve spazio
Gesta, il cui grido sonerà in eterno
Dalla punta di Sacro 9 a Bonifazio;
115Noi, che d'Atene e Roma i grandi eroi
Uguagliamo in valore, asini noi?

XX
Si faccia del gran torto aspro ricatto;
Che siam fieri leoni a lor s'insegni.
Portiam l'asino a lor; mostriam col fatto
120Che son d'averlo essi di noi più degni;
Fiacchiam le corna al popol vano e altero;
Diam lor 10 la mala pasqua daddovero.

XXI
Vittoria il valor nostro ci assicura,
Ed il favor del cielo : ah ! sì, con noi
125Contro l'empia Lucciana Iddio congiura,
Iddio, ch' ella insulto ne' Santi suoi.
Marciam sicuri e ognun ricordi intanto
«L' onor suo, l'onor mio, l'onor del Santo. »

XXII
E tu, beato Vesco 11 Alessandrino,
130Se mai per muli, per cavalli, e buoi
Chiaro facesti il tuo poter divino,
Or vieppiù chiaro il fa per te, per noi... »
Così pregando, alzata al ciel la testa,
Gli cadde il suo cappel del dì di festa.

XXIII
135Troncò il discorso, e di marciar diè segno.
L'armata è di guerrier ducentrentotto.
Marcian ripieni d'efferato sdegno,
Che mosse l'eloquenza di Pancotto,
E d'Astaròt l'istigamento insano
140Che parve ispirazion di Sant'Appiano.

XXIV
Lo stuol, che jeri in umile contegno
Tra sacre torce al suon di preci pie
Di nostra redenzion portava il segno.
Feroce or porta per le stesse vie
145Tra ferree canne (ah sì cangiò dì corto !)
Al suon dei corni un somaraccio morto.

XXV
Viste le borghigiane armate schiere
Scender veloci il colle col somaro,
E compreso il guerriero ostil pensiere,
150I Luccianesi incontro a lor marciaro,
Per vietare il trasporto di Bajone
Nella lor communal giurisdizione.

XXVI
Giunser colà 've con ondoso gorgo
Di 12 Frataja precipita il torrente.
155Questo è il confine infra Lucciana e il Borgo
Combattuto tra lor già lungamente.
Qui s'arrestàr presso ad un vecchio ponte
Sulle due sponde ambe l'armate a fronte.

XXVII
Pria Pancotto sparò suo fucil doppio,
160Nè al calcitrar della grand'arme arretra.
Fa la torta valléa l'orribil scoppio
Moltiplicare e dilungar per l'etra.
Nube squarciata non sì forte tuona,
Quando il rovente folgore sprigiona.

XXVIII
165Non io, se ferrea lena e ferrea voce,
E 13 lingua avessi d'Uffizial francese
Narrar potrei quai nella pugna atroce
Fur di tanti guerrier le forti imprese.
Sonar confuso odi il ronzìo del piombo,
170Lo scoppio dei fucil, dei corni il bombo.

XXIX
Ordinato non fan campal cimento ;
Ma pugnan 14 spicciolati : chi ad un masso,
Chi s'inginocchia a un canto di palmento,
Chi si rannicchia accoccolato e basso
175Dietro ad un ceppo o a una muraglia rotta,
Chi di cavo troncon nel sen s'ingrotta.

XXX
Chi dietro una muriccia, ch' il difende,
Quasi prono si cala, e l'anche inarca;
S'un piè si regge, l'altro al suol distende,
180E l'arma in fretta infra le gambe carca ;
Tira, e con ringhi ed urla furibonde
Tema ai nemici, a sè coraggio infonde.

XXXI
Il feritore or cangia loco, e il posto
Corre a occupar, donde il nemico scaccia;
185Or esce a guerra aperta, ed or nascosto
Quinci e quindi da un tronco il capo affaccia;
Or fugge l'oste, or corregli vicino :
Par la battaglia un gioco a rimpiattino.

XXXII
Tra' primi Michelaccio s' appresenta,
190Coperto il ciglio d'un cerotto 15 aschese,
Che coi capelli invano asconder tenta.
Zannin lo vide, e a motteggiarlo prese :
A che vieni a pugnar qui col cerotto ?
Va, va a cambiar le taste al capo rotto.

XXXIII
195Lo stramazzòn sulla carogna assai
Non dissanguotti il cervellaccio matto ?
Di fartelo impiombar bisogno anch' hai?
Michelaccio da sdegno sopraffatto
A subita vendetta si dispone.
200Zannin, fa l'atto pur di contrizione.

XXXIV
Michelaccio, ch' il colpo unqua non falla,
E sulla lama d'un coltel per taglio
Talor per giuoco dividea la palla,
Lo mira al ciglio, e lì, senza far sbaglio,
205Gli tira un colpo, a cui non val cerotto,
Ma a vendicar Zannin sorge Pancotto.

XXXV
E certo all' uccìsore ei dava morte;
Ma San Michele non lasciò indifeso
Te, ch' il suo nome, e la sua insegna porte;
210E fè che quei da troppa furia preso
Male incannò il cartuccio e non fè botto;
Che mise polve sopra, e piombo sotto.

XXXVI
Raddoppia Michelaccio i colpi sui :
Gli ha l'enorme trombon di 16 Zampaglino :
215Scrucchiolel colla vita il tolse a lui;
L'ereditò Tambone, indi Chirino,
Ch'a Michelaccio il diè per tre terzette;
E in giunta poi lingue 17 porcine sette.

XXXVII
Sarda ha il fucile attortigliata canna,
220Ch' argento in spesse boccole contorna.
Un capo di lion la scaglia azzanna;
Gentil rabesco il guardamacchie adorna,
Calza l'impugnatura argentea lama,
Che serpeggia in bei fregi, e si dirama.

XXXVIII
225Sulla lucida piastra impresso in auro
Porta il natio suo nome Oraproéo
Tra fronde in teste di cipresso e lauro;
Se non che, quando in potestà cadéo
Di Michelaccio, il prisco nome perse,
230E in quel di Lavastomaco il converse.

XXXIX
L'arma segnati al calce, insigni prove,
Ha trenta uccisi; feritor gagliardo
Michelaccio in quel dì fè trentanove.
Ei d' un castagno a sè fa baluardo.
235Lì da' frequenti colpi ei si ripara;
Carca il fucil, fa capolino, e spara.

XL
Fé tanti colpi che votò il carniero.
Colse il tempo, e in furore a nudo stile
Gli s'avventa Taddeo; l'attende il fiero,
240E alto levando il calcio del fucile
In sul cocuzzo il percotè; qual bue,
Cadde il meschin, senza pur dir Gesùe.

XLI
Quei la carniera di Taddeo s' allaccia
Intatta ancora, e d'atro sangue intrisa;
245Ricarca Lavastomaco, e l'imbraccia,
L'occhio sovrà Tonin strizzando affisa.
Tonin gli addrizza una pistola al petto;
Tira, e il dito gli arresta in sul grilletto.

XLII
Nol fere; ma gli stritola e fracassa
250Il manico dell'arma : indolenzita
La man ritrae dalla echeggiata cassa
Il Luccianese, e soffiasi le dita.
Ratto accorre Tonin; caduta al suolo
L'arma ricoglie, e a' suoi ritorna a volo.

XLIII
255Col calce alzato in trionfal spettacolo
Mostra lo schioppo, e grida ebbro di gioia :
S' io t'ho sgarrato, e' fu, di Dio miracolo,
Che ti riserba, o Michelaccio, al boja.
Vieni a prender quest'arma, e la rattoppa :
260Ma i' vò tu senta pria, s' ancor' accoppa.

XLIV
Disse, e, l'ampia anguinaja al campo ostile
Fra la zuffa crudel scopre e sciorina,
E imperterrito piscia entro il fucile.
Ma Michelaccio gli arrestò l'orina,
265Che, di Taddeo preso il moschetto, al piano
Supin lo stende colle brache in mano.

XLV
Emula il duce suo Pier Piscialletto :
Palla addentata in una coscia ei scaglia
A Falòn, ch' appoggiato al suo moschetto
270Si ritrae zoppicon dalla battaglia,
E d' un anca d'arqento, ov' ei risani,
Fa voto a San Pancrazio 18 di Furiani.

XLVI
A Zaccagnin, per nobil schiatta altero,
Ch' in Pasqua dovea far suo matrimonio,
275Die' sotto il pettignone un colpo fiero,
Che di sua nobiltà gli ruppe il conio;
Ruppe il sacramentai suo requisito,
E il Zaccagnino stipite è finito.

XLVII
Pancotto salta furibondo allora
280Nella Frataja, qual nel Santo Achille,
E in rosso l'onda limpida colora.
Via dall' acque fuggìr trote ed anguille;
Cruenta il rio fave e fagiuoli, e strano
Dà tributo a Chiurlin 19 di sangue umano.

XLVIII
285Pancotto a Piero, ch' in lui pon la mira,
Chiappa il fucil, e di strappargliel tenta,
Questi la canna, quegli il calce tira,
Nè questi, o quei strappa il fucile, o lenta.
Pancotto alfin trae la bacchetta fuore,
290E infilza a Pier, qual fegatello, il core.

XLIX
Poi del curato di Furian, bastardo
Pitron di palla in testa egli percosse.
Delto 20 San Pier, perch' era un gran bugiardo,
E carote spacciar solea si grosse,
295Che di Michele in sulla lance doppia
Si trovaron pesare un rubbio a coppia.

L
Parò a Totto una palla il medaglione,
Ch' avea, di Santa Barbara sul petto.
La Santa ei ringraziò, pio guiderdone
300Votando a lei; ma un colpo maledetto,
Ch' il colse poi più giuso un pel di gatto,
L' impedì d'adempire il voto fatto.

LI
Nè, Frittellone, io tacerò di te,
Ch' in quel giorno con prove ardite e belle
305Illustrasti quel nome, che ti diè
La tua bravura in divorar frittelle.
Fra Borghigiani ei fere Cazzerello,
Pisticcin, Ferracanne, e Tignosello.

LII
Rompe uno stinco a Battistin Prudente,
310Succiamòccichi uccide, e Giabicotto,
Castraporci e cerusico valente.
Ma un colpo alfin del Capitan Pancotto
Frittellone aggiustò fra le mascelle,
E il canal gli tagliò delle frittelle.

LIII
315Di molti paesan spenti in battaglia
Quest'uno ucciso i Borghigian consola.
Incalzando Pancotto urta e sbaraglia
Gli atterriti nemici, e grida a gola :
Addosso, addosso, o bravi paesani
320A questi pidocchiosi sparapani.

LIV
Struggiam questa genìa porca e villana
Sicché di far pazzìe perda la voglia.
S'ho grazia di por piede oggi in Lucciana,
Io vo' per Dio ! che non ci resti c...
325Sì gridava del fiume all'altra sponda,
A fiero stuol, ch' ivi addensato inonda.

LV
Di San Michel fino alla piazza ci caccia
La fuggitiva armata : ah per Dio Santo !
Grida a' suoi Michelaccio, ah canagliaccia,
330Chi fu quel becco, che vi diè per Santo
L'Arcangiolo, ch' in man la spada tiene ?
Santo Bartolomeo vi si conviene.

LVI
Ecco il Somaro : or' ite in processione
A riceverlo, o incontro gl' inviate
335Una municipal deputazione,
Ed in chiesa un deposito gli alzate.
Ah vili, otri di cacca ! ah greggia imbelle !
Eroi da castagnacci e pappardelle.

LVII
Così dicendo alle fuggenti schiere
340Fé volger fronte; ed ei primier, senz' alma
Fè prosteso al suo carco soggiacere
Un portator dell' asinina salma.
L' altro, che del compagno il fato mira,
Dal periglioso carco il piè ritira.

LVIII
345Si razzuffaro allor più fieri e insani;
E qual pugnàr sul morto Sarpedòne
Quinci e quindi gli Argivi ed i Trojani,
Così del par sul corpo di Bajone,
(S' un' eroe somigliar lice a un somaro)
350I Luccianesi e i Borghigian pugnaro.

LIX
Mentre atterrito alle fischianti palle
Niun più vuole al somar sopporre il dosso,
Com' un capretto, in sulle quadre spalle
Sornacone, omaccion robusto e grosso, '
355Con quella forza, che niun pondo doma,
Se l'accavalla e del somier fa soma. !

LX
Portò Milon 21 già per l'Olimpia arena
Enorme bove in suo trofeo glorioso;
E il Santo senza brache 22 , in sulla schiena
360Peso s' accavallò più ponderoso.
Ma dopo San Cristofano, e Milone,
Tu merti il terzo vanto, o Sornacone.

LXI
Fino alla piazza ei va, nè trova scontro.
Sua l'orza e ardir Pancotto ammira e loda.
365Ma Michelaccio gli sospinge incontro,
Formdabil guerriero, Orlando Broda,
Che gli s' appresa col fucil spianato,
Lo stile in bocca, e un pistolone allato.

LXII
Già, l'un eroe dell'altro a fronte stassi.
370Broda non vuol ferir; poichè gl' importa
Che l'altro ivi il somar cader non lassi.
Ritratti, ei grida, e l'asino riporta.
Se tu per Dio ! lo fai cader qui presso,
Con questo stil ti fo cader sovr' esso.

LXIII
375Che far dee Sornacon ? nulla paventa,
Ma colla destra muscolosa e soda
Alto solleva, e in lui Bajone avventa.
Al piombar del gran colpo Orlando Broda,
Abbandonando larme, a mezza piazza
380Uppresso sotto l'asino stramazza.

LXIV
Tal da molare aspro macigno oppresso
Cadde per man d'Ajace il pro' Trojano.
Tal di Parigi al regio tempio 23 appresso
Stese esanime a terra il sagrestano,
385Da membruto canonico slanciato
Grave di doppia glossa 24 un Inforziato.

LXV
Oh fato a Luccianesi infesto e reo !
390Orlando Broda or cade all' asin sotto.
E Michelaccio pria su vi cadéo.
Tutti a quel colpo applaudano, e Pancotto :
Vincemmo, grida; al Borgo or si ritorni;
E fa trombar la ritirata ai corni.

LXVI
395Parton di là, che di San Pier 25 la balza
Con fiochi raggi il sol cadente indora.
L'onte, ch' altro divisa, or non gl' incalza :
Ma a mezza via non eran giunti ancora,
Ecco un drappel ratto la strada prende,
400Che più dritta e spedita al Borgo ascende.

LXVII
Quei, per timor ch'indi Bajon riporti,
Rivolgon l'armi allo squadron nemico,
Che con errori insidïosi e torti
Gli schiva a lungo per sentiero oblico.
405Tutta girò la sinuosa valle;
Ma volse alfine a' vincitor la spalle.

LXVIII
Trenta in quel dì perìr; lor alme addotte
Ne' regni bui, quai glorïose palme,
Offerse in dono a Sàtana Astarotte,
410Ad onta di Michel, ch' in pesar l'alme
Si vide la bilancia al lato manco
Pendere ognor d' undici libbre almanco.

CANTO QUARTO

I
Già rotta in campo la nemica armata,
E la squadriglia, ch' al cadente giorno
Nuovo assalto tentò, spersa e fugata,
Fan lieti al Borgo i vincitor ritorno.
5D' inni di gioja, e di dileggi, e d'onte
I modulati corni empieano il monte.

II
Nè a quei campioni valorosi e forti
Troppo cara la nobile vittoria
Al prezzo par di consanguinee morti.
10Festeggian tutti, e si fan plauso e gloria,
Che di Bajon con prova inclita e degna
Fero al nemico personal consegna.

III
L' omero, e il cor di Sornacon si loda,
Che con impulso di mural balista
15L'asino balestrò sul fero Broda;
Quand' ecco giunti a mezzo il Borgo, ahi vista !
L'asin per caso inaspettato e strano,
Steso in piazza trovàr di Sant'Appiano.

IV
Com' Annibal 1 ch' Asdrubale in suo scampo
20Carco attendea di trïonfali prede,
E il teschio suo dall'inimico campo
Sanguinoso mirò gittarsi appiede;
Sul reduce Bajon, senza far motto,
Fiso così strabilïò Pancotto.

V
25Ben avvisò che disvïolli ad arte
L'oste con finto attacco in lor ritorno,
E ivi l'asin portò per altra parte.
Acceso in volto di furore e scorno
Tre pugni in fronte per dolor si dette,
30E mille s' imprecò 2 lupe e saette.

VI
Perso in mirar d'aspra battaglia il frutto
Vuol ritentar la sanguinosa sfida.
Ma gliel vieta la notte, e i pianti, e il lutto
D'afflitte donne, che con alte strida
35Gli orfani figli, e i padri, ed i consorti,
E i fratelli piangean feriti, o morti.

VII
Ma tra 'l confuso feminil compianto,
Lacerate le vesti, il sen disciolto,
Ulula Rosa al morto sposo accanto;
40E lui baciando, e 3 sgraffiandosi il volto,
E svellendo in furor le trecce bionde,
Col sangue del marito il suo confonde.

VIII
Ella, poichè Tonin dalle sue braccia
Fiero genìo dì guerra avea diviso,
45Spediti avea due fidi messi in traccia,
Per ricondurlo, o riportarne avviso;
E questi in bara il sospirato sposo
Freddo le riportaro e sanguinoso.

IX
Cadde a tal vista senza moto e vita
50Sul petto del marito; e poich'alquanto
Riebbe i spirti per amica aita,
In, lai proruppe, e in disperato pianto,
E fra le donne, che cerchio le fero,
Cominciò singhiozzando 4 il piagnistero.
55X
Sento intonare in piazza il lazzerone;
Il can, che chiuse oggi Tonino, io sento
Che raspa forte, ed uggiola al balcone;
Sento di mamma suocera il lamento.
60Appronta, o mamma, la cappa, e il lenzuolo;
Vieni, e appaja 5 le mani al tuo figliolo.

XI
Oh mio Tonino ! il cor me lo dicea
Che qualche guajo mi ti avrebbe tolto.
T'amava troppo, e sempre mi parea,
65Che non t'avessi da goder di molto.
Ahi! trista me, che t'avea tante cure,
E temeva il mal 6 d'occhio, e le fatture.

XII
Io di mia man t'aveva impellicciato,
Per francarti dal gel, cappotto e saja;
70Io ti cambiava, quand' eri sudato,
Nè volea, che dormissi alla giuncaja.
Ma oh Dio ! che non potei, marito caro,
A colpo sì crudel metter riparo.

XIII
Oh ! dov'è andata quell'allegra ciera,
75Quando stanco al tornar dalla vangata
Mi davi sì graziosa buona sera,
Trovavi pronto il letto, e la panata ?
Anco stadera i' t'ho racconcio il letto;
Ma tu se' steso sopra un cataletto.

XIV
80La cena anco approntai; ch' avea pensiero,
Che tu tornassi; ma quando al camino
Cocea le foglie, in un ciocco di pero
Parlò 7 la fiamma con tristo latino,
E si spegnette, e frisse con stridore :
Mi venne il giracapo e il batticore.

XV
Ahi che n' ebbi l' augurio anche jersera !
90Sturbò il pollajo, e sbattendosi l'ale,
Cantò da gallo 8 la pollastra nera,
Io temea che venisse il temporale
Ne' nostri grani, e desse volta il vino;
Ma non che mi morisse il mio Tonino.

XVI
95Chi detto me l'aría l'anno passato,
Che femmo a 9 Pasqua-rosa gli sponsali,
E venne da tre pievi il parentato,
E ci fu serenata, e spari, e sciali;
Chi m'aría detto in chiesa, o alla 10 travata :
100Rosa con lui non finirai l'annata ?

XVII
Tu la mia gioja, tu il mio San Martino
Fosti, o Tonin, quand' eri vivo, e sano.
Non mi mancava nè olio, nè vino,
Nè sei mesi dell' anno il pan di grano.
105Avea 'l 11 gratajo, e le chiudende piene
Or tu se' morto, ed io non ho più bene.

XVIII
Non ho più bene al mondo, e in tante doglie
Non c'è chi mi soccorre o mi consola.
Non m' hai lanciato, o cor della tua moglie,
110Per arricordo un bacio, una parola;
Lasciasti Rosa tra miseria, e stento,
Mammata sola, e il tuo 12 fuoco spento.

XIX
Sì diceva, e agli autor dell' empie risse
Agginse imprecazioni orrende, e fiere.
115Perfin quel sacro giorno maledisse,
E cappe, e processioni, e miserere,
E in un con esse del morto Bajone
La Patria, i genitori, ed il padrone.

XX
Il pietoso tenor di quei lamenti
120Tutte a pietà le femine commosse,
In quei di Rosa i proprj guai piangenti.
Ma bentosto in furore il duol caugiosse,
Furor, che la cagion sozza aborrita
Di tando duolo a sterminar le incita.

XXI
125Gnesa, Chiacchierellina, e Pelosella,
Caccolosa, Mattea, Togna Soffritta,
Ghia Parabene, e Cecca Belculella,
Sperandea, Filignocca, e Pisciaritta;
Tutte il somar dilanïare, e i brani
130Disperder vonno, o sazïare i cani.

XXII
S'avventano a Bajon, chi con accette,
Chi con ronca, rasojo, asce, o scardasso,
Pennati e pestaruole da polpette,
E fanno un lungo assordator fracasso,
135Cui d'aïzzati cani alto si mesce
Famelic' urlo, ch' il tumulto accresce.

XXIII
S' opra pietosa a feritade immane
Non disdice adeguar, di tirso armate
Tal si dipingon per vendetta insane
140Le Menadi squarcianti il Tracio vate.
Cecca fende gli argnon colla squarcina;
Togna più giù con ferrei raffii uncina.

XXIV
Col pennato apre il ventre, e l' interiora
Chiacchierellina ne sparpaglia a terra;
145E ben quel dì commemorato or fora
Per la spenta cagion di lunga guerra;
Ma la speme a salvar d'alta vendetta
Scossi al tumulto escon gli armati in fretta.

XXV
Nuova tenzon con più temuto evento
150Fra le donne, e i guerrieri sorse repente,
Ancor sudanti pel campal cimento.
Primo accorse a difesa, e un gran fendente,
Ch'al Ciuccio in testa Sperandea rivolse,
Sul nudo braccio Sornacon raccolse.

XXVI
155Uomini e donne con aspra tenzone,
Chi per li piè, chi per l'infranta testa
Colle pendenti viscere Bajone
Traggono a gara in quella parte, e in questa;
E strappate restaro in tal contesa
160L'orrecchie a Cecca in man, la coda a Gnesa.

XXVII
S' inferocì la zuffa : ebbri i guerrieri
Di sfrenato furor l'asino allentano,
E sulle donne ponderosi, e fieri
Pugni, e pedate impetuose avventano.
165Chi la moglie bastona e chi l'afferra
Pei crini, e in casa la strascina, e serra.

XXVIII
Pela i mustacci, e una pala di forno
Rompe in testa a Pancotto Belculella.
A lei strillante invan fra doglia, e scorno
170Quei con accesa scopa 13 il cul flagella,
S'abbrustolàr le vesti, e fu ventura
Ch' ella si scompisciò dalla paura.

XXIX
La contrastata preda alfin pur cede
La frotta feminile, e si disbanda.
175Riposo il duce a' suoi guerrier concede,
Ed a Scappino trombator comanda
Ch' ivi vegghiando infino al nuovo giorno
Suoni ad allarme, ove fia d'uopo, il corno.

XXX
E serbi del somaro i membri intatti
180Qual pegno inviolato e sacrosanto,
Non men da donne, che da cani e gatti.
Col medic' ago il Dottor 14 Rocca intanto
Al Ventre di Bajon fesso, e trafitto
Fece la cucitura a sopraggitto.

XXXI
185Racconciato Bajone, ognun s'avaccia
Sè medesmo a sanar : per le ferite
Cravatte, e moccichini ognun sfilaccia.
Chi solfanello adopra, e chi acquavite,
Chi piscio caldo, chi grasso porcino,
190E chi di San Giovan 15 l'olio divino.

XXXII
Sulla stoppa si fer tante chiarate,
Che mancò Pasqua d' ova benedette.
Poi lasso ognun le membra affaticate
Pien di vino, e 16 ranocchi al sonno dette
195Ma dell' asin l'imago in mente impressa
Pur di turbare i sonni lor non cessa.

XXXIII
Frattanto il capitan de' Vincitori,
Che del felice inganno avea la gloria,
Postò guardie, a' confini, e scorridori;
200Poscia a sue spese in giubilo e in baldoria
Fè a' più strenui campioni, e valentuomini
Lauta imbandire, e grassa Coena Domini.

XXXIV
Con lasagne, migliacci, ova, e frittelle
Del Santo Giovedì fer berlingaccio,
205Stivando quai salsicce le budelle,
Ed alla sanità di Michelaccio
Allegramente ubbrïacossi ognuno,
E ad onor della chiesa, e del Communo.

XXXV
Già le chete ombre sue sovra ogni cosa
210L'atra nemica distendea del giorno.
Rompean la notte muta, e tenebrosa
I signiferi fuochi, e il vigil corno
De' Luccianesi, che fan guardia, e ronda
Della Frataja in sulla destra sponda.

XXXVI
215Ravvolto in capperon di pel caprino
Scappin coll' archibugio al collo accinto,
Sta vegliando il cadavere asinino,
Così d'Achille 17 appo l'amico estinto
Per la gran lancia dell' eroe trojano,
220Teti sedea col cacciamosche in mano.

XXXVII
Per trarsi il sonno, ei vuol far serenata
Di Filignocca ivi al vicin portello.
Egli sa strimpellar qualche sonata,
Schiacciapaglia 18 , ciaccona, e salterello,
225E, fa ottave, e canzon per eccellenza,
E bei sonetti colla coda, e senza.

XXXVIII
Corno, fiasca, e fucil dal destro lato,
Panciuto colascion 19 di fregi adorno
Dall'altra parte pendegli accollato :
230Per plettro ha lungo unghion, che pare un corno.
A Febo (s' il confronto non l'offende)
Tal quinci l'arco, indi la cetra pende.

XXXIX
Ei pria di Bacco col sincero umore
Stanche le fauci dal cornar ristora;
235Si stuzzica l'orecchio, e le sonore
Corde concerta, e pizzicando esplora ;
Poi l' aspra voce usa a guidar l'armento
Mollisce, e acconcia a lirico concento :

XL
O 20 Spechiu d' e zitelle di la pieve,
300O La miò chiara stella matuttina
Più bianca di lu brocciu 21 e di la neve,
Più rossa d'una rosa damaschina,
Più aspra d' a cipolla, e d' u I stuppone
Più dura d'una II teppa, e d'un IIIin pentone.

XLI
305Tu m' hai IV strigata : eo V struchiu a pocu a pocu,
VI spitittattu, e au core VII achiu gran pena.
A notte un dormu, e achiu lu sangue infocu,
Cume manghiassi u VIII piverone a cena;
Lasciu andà le mio IX sciotte X a gueru intornu
310E un tessu mancu tre XI fattoghje au jornu.

XLII
Duve fai XII trischie u sabatu peu fornu
Eu bengu XIII in nice di circà u vitellu;
Ti facciu u cherchu, e ti vo sempre attornu,
Cume lu to agnellettu e cagnulellu.
315Ami tanto u tò XIV cucchiu e u tò XV mertinu;
E pò tant'odiu porti a me mischinu.

XLIII
Se in XVI cherciula dai cena au XVII mannerinu
A sera, cogli in l'ortu l'insalata,
T'appostu, e tu ma' nun mi voi bicinu.
320Eppuru eo t'amu, e t'achiu sempre amata,
Fin da quandu era tantu XVIII chiuculellu
Ch' un XIX m'arrivava a coglie au sumerellu.

XLIV
Lasciava I scumbià l'II echie e l'agnelle,
Cullava III a coglie e frutte sui IV chiarasci,
325Cun tecu e mi jucava alle piastrelle,
E V guagnandu bulea VI l'impatta in basci.
D' u morsu, chi per VII zerga a lu VIII puchiale
Tu m'attaccasti, achiu ancu u IX mercu avale.

XLV
Un ghiornu, ch' era in tempu di X sighere,
330E d'orzu novu si fecìa lu pane,
Tu cantavi a diana; eo cun piacere
Sotto un XI sépalu stava ad ascultàne.
All' impruvisu ti venne la tossa;
Eo dissi : lisca! 22 e tu ti festi rossa.

XLVI
335Ti ricordi in quest'ultima nivata;
Tiravi e XII tolle, e a u tò balcone supranu
Fecìa tra mezza all' XIII albe l'XIV affaccata.
Eo fecìa a bocca-risa un basciamanu.
Quelle sere eo benìa da te a XV bichiàne
340E ghiucavamo insemme a scallamane.

XLVII
Bengu spessu cu a cetra au tò XVI fucone,
Mi XVII arrembu a tene, e allor sò tutto in bena,
E sonu e cantu XVIII strunelli e canzone;
Mi scordu di lu sonnu e di la cena;
345U XIX troppu, duv' eo sto, mi par di piume,
E nun mi curu d'accecà di fume.

XLVIII
Ti dedi u core, o Filignocca ingrata,
E tuttu u meo ti sarìe prontu a dane.
U casciu, ch' a miò vacca I bracanata
350Mi fa' gni jornu, eo lu bendu in citàne
E all'appiattu di mamma e d' e surelle
Ti ne II accattu III friscetti, achi, e IV curdelle.

XLIX
T'achiu datu una reta crimisina
Cun quattru V pendalucchi VI, ìnfrisciulata,
355Un cusacchinu a frange di stamina;
Quandu lu porti pari una VII spusata.
In VIII ghiescia la dumenica damane
IX l'imbilia di tutte e paesane.

L
Blilentier lascerie d'esse Scappinu,
360Per esse u casacchin, ch' eo ti dunai,
E stringhie lu to senu alabastrinu;
E or chi durmendu in lettu ti ne stai
Oh fussi u cavizzale, o u cuscinettu
O u lenzolu supranu d' u to lettu !

LI
365In rozzo stil di montagnuola Musa
Tale il pastor cantò grata canzone
Coll' ululato, e gnaulìo confusa
Di gatti e cani, ch' attraca Bajone.
L' udì, vegliando in casa Filignocca
370Con Togna e Cecca a dischiomar la rocca.

LII
Per involar Bajone a' rai del giorno
Cecca ingannar la fedeltà volea,
E del caprajo ammutolire il corno,
Che la somma di guerra in guardia avea;
375E fa che da socchiusa finestrella
Lui sibilando Filignocca appella.

LIII
L'ode Scappin; guerra d'affetti il core
Fiera gli assal, nè sa quel che far deggia.
Qui lo chiama il dover; colà l'amore
380E fra Bajone, e Filignocca ondeggia.
Vago di prolungar la guerra infesta
Strana Astarót tentazïon gli desta.

LIV
Ei da lasciva colpa il dissüade,
E di religïoso alto terrore
385Pel Santo Giovedì l'alma gl'invade;
E di Scappin la prima volta in core
(Esempio ignoto a Ilarïone, e Pavolo)
Fur, contrarj tra lor la carne, e il diavolo.

LV
Lascia alfineBajon, cetra, e fucile
390D' invincibile amor Scappino ardente;
Cecca, e Togna per l' uscio del porcile
A lunghi passi e lievi escon repente.
Ciò che poi Filignocca fè con esso
Nol seppe alcun che nove mesi appresso.

LVI
395Lo spirito infernal, che tanto impera
Nel debol sesso infin dalla fatale
Ghiottornìa della femina primiera,
Dal buon proposto a distornar non vale
Le pietose eroesse, che por fine
400Vonno al furor civil, nuove Sabine.

LVII
Con fune al collo avvinsero Bajone,
E al noceto, macchion fuor del paese,
Strascinato il gettaro in un burrone,
Ivi il celàr qual contrabbando 23 inglese;
405Lo coperser di frasche, e zolle, e sassi :
Poi volser cheti alle lor case i passi.

LVIII
Pien della gioja d' un contento amore
Tornò Scappino al posto in quegl' instanti.
Ma bentosto il piacer volse in dolore
410Tutti insultò del calendario i Santi;
Maledisse framento il divin nome,
E si strappò le lendinose chiome.

LIX
– Manca Bajon : forse il predaro i cani? -
Gira per tutto, aguzza gli occhi, e il naso;
415Cerca, addimanda a tutti i paesani;
Fere innocente can, ch' incontra a caso.
Trova la coda sol con lunga inchiesta,
E il mozzo onor dell' asinina testa.

LX
Nè già sonare osa ad allarme il corno;
420Che de' compagni il rampognar temea;
Ma confuso a celar corre il suo scorno;
E il suo fallo a scoprir già gli parea,
Che più ratta dell' uso, e più lucente
S' affacciasse l'Aurora all'Orïente.

CANTO QUlNTO

I
Già chiaro albeggia il venerdì nascente,
E la nuova si sparge infausta, e rea.
L'asin perduto il Borgo ode dolente,
Ch' a Lucciana in quel dì portar dovea.
5Chi il misero Scappin, ch' invan si scusa,
Di tradimento, chi di sonno accusa.

II
Il nemico tal nuova udì contento.
E fin le guardie da' confin rimosse,
Bajon per tutto, anch' agli avelli drento,
10Da' Borghigiani indarno ricercosse.
Cecco Prïor, grave di cure il ciglio
Fa convocare un parrocchial consiglio.

III
Già la dieta si pubblica, e bandisce,
Ove sull' alto affar si parlamenti.
15Già il fragoroso cròtalo supplisce
Le sacre banditrici alto-pendenti,
Ch' ammutola in quel dì lugubre, e tristo
Il pio dolor dellà passion di Cristo.

IV
Del chierican la voce, a cui s' accorda
20Il suon della tabella aspra, e molesta,
Che qual maciulla strepitando assorda,
Dall'ozïose paglie ognun ridesta.
Pancotto vien da' suoi campion seguito;
Vien sulle crocce anche Falòn ferito.

V
25Vien Ciapo con gran pipa allato a Cecco :
La ciarpa 1 corta alla ventraja ha stretta
Da fibbia d'oro, ch' ha per ago un stecco.
Del resto egli è in calzari, ed in berretta.
Tutti i municipal gli fan codazzo:
30Riverente fa ala il popolazzo.

VI
Tutti accoglie nel tempio, e li dispone
Il Prïor giusta i gradi in sui sedili;
Ei grave in sul suo seggìo si compone.
Nell'una mano ha i tre resti asinili,
35Nell'altra un campanel di similoro,
De' suoi commandi interprete sonoro.

VII
Questo il silenzio, le genuflessioni,
E nel rosario i Gloriapatri intìma
Poich' egli a' Confratelli inginocchioni
40Breve ordinò giaculatoria imprima,
Col campanel fè cenno a ognun, che taccia,
E comminciò dalla sua sedia a braccia :

VIII
O confratelli nobili, onorandi,
Noi perdemmo Baion, sia colpa, o froda
45Di Scappin, che tradì nostri comandi.
Ecco i suoi soli avanzi, orecchie, e coda.
Quindi avvien ch' a consiglio or' io v'appelli,
O nobili, onorandi confratelli.

IX
Facciam seria consulta, onde non resti
50Il parrocchiale onore invendicato.
Scappino, o chi sa il furto, il manifesti,
O farem precettarlo dal curato.
Sulla predella allor Mafrin. montando,
Fè un discorso ex-abrupto: E fin a quando,
55X
Guerra a far seguirete orribil tanto,
E tanto infausta a voi, perchè la fate
Del purgatorio coll' erario santo ?
Oh quante anime avreste riscattate
60Con quel sacro danar, ch' empi, e rubelli
Usaste a trucidar vostri fratelli!

XI
Sì vi pentite de' vostri peccati,
Per cui, pioggia negandovi quest'anno,
Dio v'ha s trutte le vigne, e i seminati?
65(Per me non parlo; è tutto vostro il danno.
Da che Francia ha le decime annullate,
Ho pensïon che pioggia, o sol non pate.)

XII
Invasi voi da questa furia insana,
Trasandate, per struggervi a vicenda,
70Le funzion della santa settimana,
Profanata da voi con guerra orrenda.
Perchè furor tant' empio, e sanguinoso
Pel cadaver d' un asino rognoso ?

XIII
Mai fostù morto, o ciuco di Mengaccio,
75Che scabbia rea per nostro danno uccise !
O per tor via qualunque briga, e impaccio
Dentro la bara, ove Lucciana il mise,
Perchè non s'arse l' animale infausto,
Alla pace civil degno olocausto ?

XIV
80Cessi or la guerra, giacchè l'argomento
Se n' è perduto; e credo il tolse a noi
Di Sant'Appiano un provido portento;
E posdomammattina ognun di voi,
Mercè l' assoluzion sacramentale,
85Sgusci in grazia di Dio l'ovo pasquale.

XV
Strambone allor parlò : tal guerra, o prete,
Fatta col Santo Erario dei defonti
V' addolora a ragion; ma non temete;
Lasciate farla; agguaglierete i conti;
90Chè se duran di jer l'ire mortali,
Vi fate un capital di funerali.

XVI
Ci fè Lucciana un vergognoso affronto,
Esclama allor Pancotto e d'ira sbuffa;
Chiede l' onor, che ne prendiam lo sconto :
95Per l'onor provocai questa baruffa;
E giuraddio ! finchè di sangue ho stilla,
Giacchè l'ho cominciata, i' vo finilla.

XVII
L' avvocato 2 Biadelli in eminente
Panca a tai detti alto sei braccia sorse,
100Ch' a' Podestà de' due commun parente
Là da Bastìa l'ire a sedare accorse,
E finita la guerra atroce, e ria
Per lo bene comun veder desia.

XVIII
Ei parlator scaltro, e facondo a prova
105Stornar gli spirti da quel reo puntiglio
Con più destra rettorica fa prova,
E in grave, e serio tuon parla al consiglio :
Deh ! cessi omai l'ira civil, s' a core
Il proprio avete, e il terrazzano onore.

XIX
110Dì sì funeste aspre contese è frutto
Pubblico smacco, ed immortal vergogna.
Già sparso è il suon pel circondario tutto
Della guerra civil per la Carogna,
E so già, ch' in Bastia su questo tema
115Progetta 3 un tal satirico poema.

XX
Tal poësia, se mal si compie, e spaccia,
Per Golo 4 , e Lïamon cantata io scorgo;
E' in tutta Cimo, più che 5 Meria e Caccia
Favola, e riso fian Lucciana, e il Borgo,
120E alla Frataja la crudel tenzone,
E i nomi di Pancotto, e Sornacone.

XXI
O Marïana, ove ne' prischi tempi
Fiorì di Cirno 6 la città regina,
Chiaro per grandi di valore esempi
125Io veggo il nome, tuo messo in berlina,
E il lustro estinto, onde ne' patrj fasti
Famosa splendi, ed all' oblìo sovrasti.

XXII
E tu, che duce a malandata impresa
Dell'avito valor colla memoria
130L' insana gara hai qui primiero accesa,
Di quest' inclita pieve apri la storia,
E del furor, ch' in cieca turba ignara
Ieri eccitasti, a vergognarti impara.

XXIII
Ogni villa, o bicocca in questa terra
135Per alti fatti è memorata, e altera.
Marïana in sei secoli di guerra
Fu della patria libertà frontiera;
Fede ne fan pei piani, e le colline
Le ceneri ancor calde, e le ruine.

XXIV
140Qui 7 numeroso esercito in campale
Fiera battaglia antico 8 eroe distrusse,
E due liguri 9 duci in trïonfale
Pompa a Biguglia incatenati addusse,
E liberato da servaggio indegno
145Signoreggiò da questi colli il regno.

XXV
Qui del famoso ligure guerriero
La vecchia gloria perigliar facea
Il valoroso intrepido 10 Sampiero;
E mentre il prezzo 11 al sangue suo crescea
150Messo a guadagno di San Giorgio al monte,
Di nuovi allori 12 ei qui cingea la fronte.

XXVI
E quando 13 a' corsi liti Austria mandava
Sue legïoni a Genova in sussidio,
Ch' eran soverchie a far l'Italia schiava,
155Qui le trasse 14 Giafferi a fero eccidio,
E costar 15 caro al ligure senato
Fè di sangue tedesco il vil mercato.

XXVII
Rispinser trenta corsi un' oste intera.
Di Furïan sull' indifeso scoglio,
160Quando 16 la Corsa vigorìa guerriera
Contro il ducale, e senatorio orgoglio
D' ampie ricchezze, e di poter munito,
Fe' trïonfar scenico 17 re fallito.

XXVIII
Di vostra pieve trionfal retaggio
165Son queste glorie; e qual follia vi sprona
A fare or del natìo guerrier coraggio
Abuso tal, ch' ei pongasi in canzona ?...
Volea più dir; ma Sornacon levosse
Gridando in tuon, che le vetrate scosse :

XXIX
170Or ch' offeso è il commun, saria viltate
Il por fin colla pace a tai contese;
Bisogna definirle a fucilate,
E quanto 18 al poëtuzzo bastïese,
Che di farci la satira ha prescritto,
175Con una fucilata io sol l'azzitto.

XXX
Sulle stampelle sue Falòn rizzato :
Sì, fucilate grida; a ognun che torna
A propor pace, giuro a Dio sagrato,
Gli do d' una stampella in sulle corna.
180Ma ser Cecco, sonando il campanello,
Grida : olà, siamo in chiesa, o in un bordello ?

XXXI
Ad Antoncello Sciscia sagrestano
Poi commandò ch' il suo parer propogna.
Questi ognor gratta coll' unghiuta mano
185Fedecommissa ereditarïa rogna;
Ed una voglia in sulla guancia dritta
Ha d'una fetta di paniccia fritta.

XXXII
Colla man smoccicatosi, che terse
Al fondo de' calzon : manca il giumento,
190Diss' ei; ma tre sue parti non son perse :
Chiuse l'orecchie in due teche d'argento,
Quai voti, o quai reliquie sante, e rare,
Di San Michel s'appendano all' altare.

XXXIII
La coda poi, cinta di nera benda,
195Al trave in su, qual vescovil cappello,
Inghirlandata di cipresso penda.
L' asin da noi lì ascoso in qualche avello
I nemici a tai segni crederanno,
E più invano di noi lo cercheranno.

XXXIV
200Fa un spurgo, onde intronò la volta arcata,
La pipa attizza il Maire, sua ciarpa alliscia,
E alternando un periodo e una fumata, Dice :
il fratel preopinante Sciscia
Propon contro i nemici un bell' inganno;
205Ma che l' asin perdemmo essi già sanno.

XXXV
Nè suppliscon del ciuco la mancanza
Orecchie, e coda, nè tali accessorj
Costituiscon l'asinil sostanza;
Prendiamo intiero un'asino o signori.
210Io ho Mufrone in stalla, asin da monta,
Giovin, che sette maggi appena conta.

XXXVI
Orecchie ritte, e folta coda ei scuote;
Co' più nobili ciucci è imparentato;
Di quel di 19 don Rutilio è pronipote,
215E fratel del muletto di Smischiato.
Ei dal Borgo a Bastia someggìa a trotto;
Val tre zecchini, e nol darei per otto.

XXXVII
D' una sua monta io non baratto 20 il prezzo
Col parto d'una vacca 21 maremmana.
220Egli a montar sarde giumente è avvezzo,
Senza bisogno d' asina 22 ruffiana.
Pur, benchè sia sì bravo, io non rifiuto
Che s' uccida, e a Bajon sia sostituto.

XXXVIII
Il Prïore al corista Giambracone
225Fè cenno allor, sciocco imbambito vecchio,
Ch' il canto gregorian sa a perfezione;
E in quella mane tutto in apparecchio,
Per il Passio cantar con alti trilli,
S' avea messo un brachiere a due sigilli.

XXXIX
230Ei disse : io dico che non ho che dire,
Se non che dir quanto ser Ciapo ha detto;
Perch' ei l'ha detto con sì saggio dire,
Ch' io non ho che ridire a quanto ha detto.
Perciò non dico nulla, o miei Signori,
235E lascio dire agli altri dicitori.

XL
Scampanellando allor s'alzò il Prïore,
E disse : per vendetta equivalente
Vuolsi un somaro bajo di colore,
Rognoso, gonfio, frollo, e finalmente
240Quell' identico ciuccio, che qui in bara
Lucciana espose, ahi rimembranza amara!

XLI
Il nobile onorando Confratello,
Illustre Maire della comnunità,
Parlò da degno Maire, e Confratello.
245La Confraternità, e Communità
Si professano a lui grate in eterno
Pel suo amor Communale, e Confraterno.

XLII
Ei con quell' atto generoso, e umano
D' offrirci il suo Mufron, par che somigli
250Quasi a quel Bruto Imperator spartano
Ch'uccise alla Repubblica i suoi figli.
Ma a noi di miglior uso il suo Mufrone
Fia questo maggio : or cerchisi Bajone.

XLIII
Di Sant'Antonio è qui l'altar, che scorno
255Ebbe anch' ei dal somar d'empia memoria.
A lui, che fa tredeci grazie al giorno,
L'inno cantiam con pater, ave, e gloria,
Acciò, mediante il suo divino ajuto,
Noi ritroviamo l'asino perduto.

XLIV
260Tutti intonàr l'inno devoto al Santo,
Del campanel prostrati al tintinnîo;
Quando Scappin, troncando a mezzo il canto:
Zitti; già il Santo i nostri voti udîo.
Come ? ch' è stato ? ognun chiede a Scappino ?
265Io sento i corbi qui gracchiar vicino.

XLV
Intento ognuno il corvin canto ascolta:
Lascian smezzato il responsorio, e affrettano
Con furia tal, ch' uscendo ratti in folta,
Panche, leggìi, confessionali gettano.
270Usciti fuor la crocitante schiera
Vider, che lunga, e spessa il cielo annera.

XLVI
Drizzan gli augei ratto al Noceto il volo:
Fan vento, e rombo le grand' ali scosse.
Guida strillando il nereggiante stuolo,
275Duce Astaròt, ch' in atro augel cangiosse.
I Borghigian dell' opra del demonio
Un miracolo fan di Sant'Antonio.

XLVII
Saluta ognun l'auguroso indizio,
Ringrazïando il Santo patavino.
280Con tal gioja i sparvier, di regno auspizio,
Romolo non mirò dal Palatino;
Nè così lieto, i due materni, Enea,
Del ramo d'oro indici augei scorgea.

XLVIII
Rapidi sieguon l'auspicato volo.
285Chi, fiso gli occhi al ciel, cade in un fosso,
Chi sdrucciolando batte il culo al suolo,
Chi saltando, del piè si sloga l'osso.
Anche Falon col fianco egro, ed imbelle
Saltelloni correa sulle stampelle.

XLIX
290Chi alla meta di lor giunse primiero ?
Tu Sornacon. Ratto ei seguìa la pesta
Del suo buon Mustafà, nobil levriero.
Che il precorrea scodinzolando in festa;
Ei mal celata zampa ne scoprío;
295Ecco Bajone, alto gridar s' udío.

L
Ognun rapir la preda a' corbi agogna,
E accorre al grìdo, ed alla puzza grata.
La verminosa, e putrida carogna
Fu a gara con gran gioja disumata.
300Se rinvenian l'ignoto 23 corpo santo
Del divo Appiàn, non s' allegravan tanto.

LI
Portan lieti Bajon dipeso al Borgo:
Alto echeggiare i viva ovunque s' ode.
Ah ! sì, grida Scappino, or ben m' accorgo;
305Le donne lo celár con trista frode,
Mentre io lasciai per poco l'animale,
Per far certa faccenda naturale.

LII
Zitti, grida il Prïor, non s'oda un fiato:
Che perdemmo il somar Lucciana apprese :
310Deh ! udir non le facciam ch' or s' è trovato,
E rimetta le guardie alle difese,
Stanotte poi gliel porterem : domane
Vo' ch' il trovino appeso alle campane.

LIII
Troveranno Bajon, buona memoria.
315Doman degli alleluja al lieto canto;
E attristerassi ai primo suon del gloria
La sacra gioja del sabbato santo;
E scampanando, a lor dispetto, e scorno,
Onereran dell' asino il ritorno.

LIV
320Intanto a spese pubbliche dipinto
Io vo' ch' un quadro a quest'altar s'appenda,
Ove di luce Sant'Antonio cinto.
Al Noceto dal ciel l' indice stenda,
E a Sornacon, che n 'assitò la traccia,
325Doni ogni foco una pasqual focaccia.

LV
Quetarsi, e, ascosto l'asino in segreto,
Sparárlo, e a Mustafà dier le busecchie.
Lo lavan poi con acquarosa, e aceto;
Sforzan Togna a cucir le sozze orecchie,
330Che il dì nanzi al somaro avea recise;
Nè porsi i guanti pur le si permise.

LVI
Poi lo salaro, e d' aromatich'erbe
Gli empiro il ventre, ond' eì da tabe immune,
Q,ual morto porco, o........si serbe;
335Chè, se per sorte al borghigian commune
Men' era avaro di ricchezze il fato,
Visto avremmo un somaro imbalsamato.

LVII
Lucciana più Bajon non attendendo,
La sera al fin del vespro, in cui si suole
340Far pio fracasso, con fragor tremendo
Di battute padelle, e cazzeruole,
La derisoria della mane avante
Musica rinnovò romoreggiante.

LVIII
De' coperchi di pentole odi il cozzo;
345Chi d' un teglion fa timpano sonante,
O tambur d' un crivello, o barilozzo,
Chi d' un imbuto fa fromba echeggiante,
Chi un secchio scampanar fa col randello,
Chi bastona un pancon col matterello.

LIX
350All' armi, all' armi; un Vespro siciliano
Sia questo, allor gridaro i Borghigiani
Ma il Maire sedando quel tumulto insano :
Eh ! stiam cheti : alla messa di domani
Ricambierem con spari alti, e sonori
355Quei, ch' al Vespero or fanno, aspri romori.

LX
Per impedir doman l'ostil vendetta,
Io vo' ex officio al General stasera
Una lettra spedir per staffetta,
Acciò tosto a Lucciana armata schiera
360Mandi a finir tal guerra. Ei disse, e invia
Pronto un messo con lettera a Bastia.

LXI
Tacito ognuno il fin del giorno aspetta.
Il sol, ch' a lor mai tramontò sì tardo,
Cesse alla notte alfin; Pancotto in fretta
365Addossa a Sciscia, e a Sornacon gagliardo
L'asin ravvolto dentro il suo cappotto;
E a Lucciana con lor va cheto, e chiotto.

LXII
Portano il carco attraversato a un schioppo;
E al destinato loco il drappel prode
370Giunto, senza trovar di guardie intoppo,
Il mobil ferro, dell' usciuol custode,
Con punta alzando d'affilato stile,
La lumaca salír del campanile.

LXIII
Sornacone le tre squille tacenti
375Snoda, che danno un flebile lamento,
Quasi della profana opra dolenti.
Pancotto appende a' canapi il giumento :
Due funi a' quattro piedi egli attaccò;
L'altra, a che l' attaccasse, io nol dirò.

LXIV
380Dirò sol ch' a Bajon, se vivo fosse,
Corda più atroce dar non si potría,
E i sacri bronzi con gran crolli, e scosse
Sonoramente ei dindondar faria;
E d'asin posto in così rio travaglio
385Udría 24 Pineto il doloroso raglio.

LXV
Qual' agnello pasquale in foggia strana
Poi lo stelláro a bei lustrin d'orpello;
Gli fecero di fior serto e collana,
E in fronte gli attaccar questo cartello :
390Borgo a Lucciana dà l'agnel pasquale,
Onde rompa il digiun quaresimale

LXVI
Il progetto compiea, ch' ebbe già in mente
Sciscia frattanto : entra furtivo in chiesa,
E fa per la carrucola stridente
395Calar la lampa il maggior trave appesa;
E ornata di cipresso, e fiocco nero
Vi rappicca la coda del somiero.

LXVII
La sacra si smorzò perpetua face,
Ch' il proprio Scorno illuminar disdegna.
400Partì, ciò fatto, l'empia schiera audace,
Ch' omai mezzo la luna il cono segna,
E già vedeansì rilucenti e belle
All' occaso inclinar le gallinelle.

CANTO SESTO

I
Notte nel mondo il tenebroso velo
Scuro più dell'usato avea disteso.
S' annugolò, nè veder volle il Cielo,
Di San Michele al campanile appeso,
5Insultare il più vil degli animali
Al duce delle squadre celestiali.

II
Lucciana alto domia : cuculi, e upùpe
Invan pe' tassi e per gli antichi muri
Mandan querele dolorose, e cupe;
10Invan lunghi iterò sinistri auguri
Gufo feral con ululante voce
Del campanile in sulla negra croce.

III
Urlò fin quando fu Bajone appeso;
E certo egli avría salvo il campanile,
15Ed alle vigili oche, onde difeso
Fu il campidoglio, avría vanto simíle,
S'era a Manlio simíl don Bellicone,
Ch' ivi presso alla chiesa ha sua magione.

IV
I lai nol destan del lugubre augello,
20Od il latrar del suo mastin porticro;
Che imbrïaco ei dormía di moscatello.
Ei gran vin consumava e bianco, e nero;
Il vino vecchio gli piaceva assai;
Ma in sua cantina e' non invecchia mai.

V
25Chiuso in caldo mefitico stanzino
Ei carca, e affonda un sprimacciato letto,
E russa, e rutta il maldigesto vino.
Degrada il mento triplice sul petto,
Nè d'un grado il digiun quaresimale
30Gli scemò la giogaja badïale.

VI
Presso al letto ha su picciol tavolino
Un orciuol d'acqua santa, e l'orinale,
Ed il breviario, ed un fiasco di vino.
Egli unía sempre il fiasco al brevïale.
35Al gloria d'ogni salmo, ch' ei finiva,
Solea col vin cambiarsi la saliva.

VII
Michele intanto, guerrier pronto all'ire,
Più risentì del tempio suo l'affronto
Che il martir Sant'Appiano suo a soffrire;
40E quale apparve 1 al Vesco di Siponto
Per la violazion del sovrumano
Suo cavernoso tempio in sul Gargano,

VIII
In chiara nube di tutt'armi adorno
Tale al Curato luccianese appare,
45E, sì gli tuona in suon tremendo : oh scorno!
Si contamina il tempio, e il santo altare
Con sacrilega, e rea profanazione
Ed in letto a dormir sta Bellicone ?

IX
A che più giaci in molli piume corco ?
50Sorgi, o del sacro loco profanato
L'alta vendetta io sovra te ritorco.
Disse, e fè il brando, che pendeagli a lato,
Sonar strisciando, e dileguossi a volo :
Tremò il Curato, e scompisciò il lenzuolo.

X
55Si risvegliò; ma vano sogno, o forsi
Credè tal visïone opra infernale.
S'armò, si rincorò con spruzzi, e sorsi
D'acqua santa, e di vino; e non gli cale
Se l'ora ancor sia giunta, in cui per stanza
60Dee sgombra, e asciutta a Dio serbar la panza.

XI
Si fa croce, s' annicchia entro il lenzuolo,
E a russar più che pria torna il buon prete.
D' un' ora avean già il vertice del polo
Trascorso l'ombre della notte quete,
65Allorchè ruinoso, e vïolento
L'aria sommosse un turbinío di vento.

XII
Cangiamento nel ciel sì tempestoso,
Dopo il sereno dì, niun s' attendea.
Sol lo predisse Simon 2 Braca ernioso,
70Simon, che d' Almanacco il nome avea,
Strologator di venti, e temporali;
Ma avea l'astrologia ne' genitali.

XIII
Per negre nubi cinta in rosso, e smorta
Corre la luna : equinozial bufera
75Sbuffa, e imperversa da libeccio insorta,
Ch' in Lucciana il demón rese più fiera,
Per spargervi tumulto, e tafferuglia.
Ei di diavoli seco ha gran pattuglia;

XIV
Graffiacan, Barbariccia, e Rubicante,
80Moloc, Belzebub, Belial, Belfegore,
E altri, che son nella Scrittura, e in Dante.
D'orribile uragán suscitatore
Grand' ali l'archidiavolo Astaróte,
Qual di galea vele maestre, scuote.

XV
85Tutto l'inferno allor par scatenato ;
Si rintanan l'upúpe, e i tristi augelli;
Chiurlin turba, e diguazza il vento irato,
E manda a galla anguille, e calcinelli,
Flagella i boschi, e vien che schianti, e atterri
90Frassini, querci, e centenarj cerri.

XVI
Della montana foce infra le rupi
Sbocca, e rimugge pel vallon profondo;
Stormisce in boschi, ulula in antri cupi,
Fischia ne' muri il turbo furibondo :
95Spalò le vigne, disertò i giardini,
Scoperchiò tetti, e diroccò camini.

XVII
Le crocette di palma benedetta
Fitte a' balcon, scudo a tempeste, e venti,
L' infernal burïana isvelle, e getta.
100Il diavolo con impenti frequenti
Fin la temuta croce sacrosanta
Del campanti d'in sulla vetta schianta.

XVIII
Traballa il campanil ; l'orribil vento,
Qual paléo, ruota l'asino, e lo scaglia,
105E d'oro, e fior gli strappa ogni ornamento,
E con impeto il batte alla muraglia;
Or qua, or là lo dondola, e dimena :
Rapida fa Bajon lunga altalena.

XIX
A quello squasso un gran scampanamento,
110Ed uno squillo triplice, a martello
S'ode a ogni buffo, e turbine di vento.
Or odi il suono a festa or a tempello;
Ed or sembra, ch' il pensile Bajone
Lugubremente il suo mortorio suone.

XX
115Voi che fugaste orrende libecciate,
Grechi, scilocchi, e tramontan frementi.
Ah ! per qual fato mai, squille sacrate,
Or siete scherno, e vil ludibrio a' venti,
Ch' insultando al poter vostro sonoro,
120Or fan vendetta in voi de' danni loro ?

XXI
Desto al romor delle vetrate rotte
L' intempestivo suon Braca sentì.
Ei si stupisce di chi suona in notte,
Ed in notte di Santo venerdì,
125E del lieto indoman, cui sol conviene,
Lo scampanío legittimo previene.

XXII
Del vento ode la furia, e la ruina;
Teme che fiamme alla legnaja accese,
Od a qualche solajo di cucina
130Propaghì il vento per tutto il paese,
E ch' al fuoco stormeggino quei suoni;
E, ch' fuoco, al fuoco, grida da' balconi.

XXIII
Agli alti gridi, e delle squille ai suoni
Molti destársi, e si vestiro in fretta.
135Chi al di dietro abbottonasi i calzoni,
Chi s'infila un stivale, e una calzetta;
Chi per fretta alle braccia le braghette;
Ed alle gambe la camicia mette.

XXIV
Chi per fretta maggior salta il balcone;
140Chi si pon, non trovando i suoi calzoni,
La gonna della moglie, e il suo giubbone;
Chi cozza al muro, andando brancoloni;
Chi dalla scala allo scuro è caduto,
Chi dalla cataratta, e grida : ajuto !

XXV
145Daccanto alla moglier di Celestino
Presciome, cancellier municipale,
Levossi spaventato; chè vicino
Teme il fuoco all' archivio communale;
Teme ch' in sacre pergamene scritti
150Divori il fuoco i communali dritti.

XXVI
Tumultuare, e scampanare intese
Michelaccio, e dal letto uscì d'un salto,
Credendo che l'allarme nel paese
Per notturno si suoni ostile assalto,
155E, afferrato il fucile a capo al letto,
Gridando, all'arme, all'arme, esce in farsetto.

XXVII
A quel grido più d'un diè fiato al corno :
Scosso al monte il pastor con alti suoni
Risponde : chi uno spiedo, o un pal da forno
160Prende, chi schioppi, e vomeri, e forconi;
Con febbre addosso anche 3 Schizzone sorse,
Avvolto entro il lenzuolo in piazza corse.

XXVIII
Lui risanò da triennal quartana,
E l'itterizia a 4 Fabrizio Ciaccone
165Causò dell' asin la paura strana.
Per lo colpo mortal di Sornacone
Orlando Brosa anch' egro, e barcollante
Accorse in piazza ultrice ira spirante.

XXIX
Ma udendo i gridi, al fuoco, s' acquetaro;
170E de' pali affasciati entro il palmento,
Pagliai, vigneti ognun corre al ripavo.
Chi il sagro ulivo fugator del vento
Apporta, chi candele benedette
Incrociate, od accese in lanternette.

XXX
175Contro il fuoco 5 Sant' Agata invocando,
Chi porta acqua in baril, secchi, o Stagnate;
Chi dal fuoco temuta recitando
L'orazïon di Sant'Antonio abbate,
Per non trovar mastello, od altro tale,
180Frettoloso accorrea coll'orinale.

XXXI
Escon di casa scarmigliate, e sciatte,
I piangenti bambin recando in braccio,
Pavide madri e lor si secca il latte;
E' fin la forosetta in tale impaccio
185Le carni molli, e caste osa agli oltraggi
Espor del vento, e della luna ai raggi.

XXXII
Più infuria ognor la rabida tempesta,
E strappa berrettini, alza sottane,
E rovescia a più d'un tegole in testa,
190Affogate dal suon delle campane,
E dal ruggir, del turbinoso vento
S' odon ida di doglie, e di spavento.

XXXIII
Niun vede fuoco : alto stupore insorse.
Stretta la voce infra due man, gridò
195Lello Prïor : suoni pel vento forse,
O campanar ? quei, ch' era in piazza : io no;
Suon non farei sì sconcertato, e tristo.
Chi invoca San Michel, chi giura a Cristo.

XXXIV
Opra di streghe, e diavoli quei suoni
200Il popol teme : accrescon lo spavento,
E menan chiasso orribile i Demonj.
Chi appanna della luna il vivo argento;
Dan Barbariccia là, qua Graffiacane
Moto alterno al somaro, e alle campane.

XXXV
205L'urla altri fingon di lupi mannari;
Chi entrando in chiesa pel balcone infranto
Rovescia i candellieri in sugli altari,
E le Marie sopra il sepolcro santo,
E al simulacro di Michel la lancia
210Tenta strappare, e la fatal bilancia.

XXXVI
D' agglomerati nugolon compone
Per lo cielo Astarót somar gigante.
Con eccelsi orecchion, lungo codone
Tutta Lucciana copre minacciante
215L'asin di nubi, e infernal fumo denso,
Come d'Omero la Discordia, immenso.

XXXVII
La nubilosa gigantea figura
Chiara or tra' lampi, e più terribil splende;
Rizza or la coda, e l'ampia luna oscura.
220Due stelle d'Orïon le più tremende
Ne' foschi cigli ardon d'orribil luce,
E su Lucciana guatan bieco, e truce.

XXXVIII
Gorgoglia nella pancia smisurata
Il tuon, ch' erutta poi l'aperta bocca.
225Qual nave, che vuol dare una fiancata,
Volta le groppe, e orrendi fulmin scocca.
Fan tutti il degno della santa croce,
E invocan Santa Barbara a gran voce.

XXXIX
Nè il vento mai, nè le campane han posa.
230Niun, per tema de' diavoli, ha ardimento
D' andar sul campanile, e neppur l'osa,
Per paura che giù nol getti il vento,
E s' abbia a fracassar più ch' il mostaccio,
Il luccianse Ettorre, Michelaccio.

XL
235Più d'uno a risvegliar corre il Pievano,
Che russa immoto, e sordo a quei frastuoni.
Poich' a gran voci lo chiamaro invano,
Al libeccio spalancano i balconi,
Ch'entrando tutto sgomina, e sovverte
240E dal letto lenzuoi strappa, e coperte.

XLI
Scosso il Prete all' udir nel gabinetto
Freddo, e fischiante imperversar Garbino,
Non scese, no, precipitò di letto,
Gettando per la furia il tavolino,
245E cadde il brevïario al suol riverso
In vino, piscio, ed acqua santa immerso.

XLII
Pregato a scongiurare il temporale
Ei, per dare a' demón dal ciel lo sfratto,
Arma la man del sacro rituale,
250Ch' insegna ogni esorcismo a espeller' atto
Dal ciel, dal grano, da castagni, e cavoli
Bruchi, grilli, moschin, pinzacchi, e diavoli.

XLIII
Ei si mette una scarpa, e una ciabatta;
La quadra pon sacerdotal berretta
255Sulla rete da notte, ed all' ovatta
E cotta, e stola ei sovrappone in fretta.
Chiusa in cribroso otton la sacra spugna,
Sazia d'acqua lustral, la destra impugna.

XLIV
Va a scongiurar l'aeree podestà;
260Taglia il libeccio In croce, e lo precetta
Col tuon, ch' al dio del mar Virgilio dà,
E lo spruzzola d'acqua benedetta;
E, Dio pregando, e San Michel, latina
Fa al vento minacciosa ramanzina.

XLV
265Ma quel 6 libico vento musulmano
Sordo a' scongiuri, e d'infuriar non sazio,
Presi a scherno gl'intimi del Pievano,
Gli accecò quasi l'occhio 7 del prefazio
Colla rotata polve, e entro le foci
270Gli soffocò l'esorcizzanti voci.

XLVI
Qual mobil burattino, dal demóne
Mosso l'aereo mostro, il cul tonante
Rivolta, e al precettor di Bellicone
Con doppio insulta peto fulminante,
275E a' sacri spruzzi, onde il Pievan l'offende,
Di stigio umor larga spruzzaglia rende.

XLVII
Anzi un rio farfarel, che la tempesta
Movea, fé al Prete un più indolente oltraggio;
Il sacro pileo gli strappò di testa,
280Gli alzò l'ovatta, e di que' lampi al raggio
Al popol tutto sconcacata, e impura
La camicia mostrò dalla paura.

XLVIII
Mosso a pietà de' suoi devoti, e a sdegno
Pel sacrilegio, ch' il suo tempio offende,
285Michele intanto dall'empireo regno,
Fulminea sciabla in man, rotando, scende,
E in suo corteggio numeroso eletto
Trae di celesti alabardier picchetto.

XLIX
Come al nascer del sol notturni, augelli,
290All' apparir dell' angiol folgorante
Ratti fuggir gli spiriti rubelli.
Ei spacca il nugoloso asin tonante,
Che da' gran colpi in cento parti, e cento
Fesso, e sformato si dilegua al vento;

L
295Indi all'Asino ver d' un sol fendente
I cinque membri, ond' alle corde è avvinto,
Taglia : dal vento infra la folta gente
L'Asino, ahi non più asino ! fu spinto.
I Luccianesi restano di gelo,
300Ch' un somaro cader veggon dal cielo.

LI
L'Asino in piazza il vento, il diavol gitta.
Schiacciò quel colpo il naso 8 a Spiridione,
A Spinutel slogò la spalla dritta,
Ch'il salvò poscia della conscrizione;
305Stordì per sempre, e dissestò il cervello,
E diede il soprannome a Scemarello.

LII
Ei stramazzano al colpo oppressi, e pesti;
E tu di tua sventura, e disonore,
Orlando Broda, tre compagni avesti.
310Tacquero a un tempo le squille sonore,
E s'ode il botto del Somar caduto,
E ìl gridar de' percossì : ajuto ! ajuto !

LIII
Tutti accorono; a un Asin soggiacenti
Mirano i tre feriti (ahi strano evento !)
315Del colpo ignoto attoniti, e dolenti.
Ognun credea, con panico spavento,
Che quel Somar dal pregno ventre enorme
Piovve di quella nube asiniforme.

LIV
L'Arcangiolo, acquetato il temporale,
320Vidde i demòn nel tempio sacro a lui.
Anch' in Chiesa ? gridò : canaglia ! or quale
Luogo del mondo è omai salvo da vui ?
Su via di qua : l'inferno è vostro ostello,
La corte, i tribunali, ed il bordello.

LV
325A sciablate i demonj ci caccia via
Poi mira appesa la coda asinile.
Or che farà ? com' espïar potría
Il disonor del ciondol brutto, e vile,
Che d'un morto asinel dal tafanario
330Alla volta passò del Santuario ?

LVI
Nobilitata con illustre esempio
Vuol che cessi esser coda di giuniento;
La vuol tratta alla volta del suo tempio,
Alla volta attaccar del firmamento :
335Con strana metamorfosi novella
L'irraggia, e accoda ad un'errante stella.

LVII
Mentì chi disse il crin di Berenice
Dal tempio di Ciprigna in ciel traslato.
Bajon sol' ebbe quest' onor felice :
340Sua coda or splende interprete del fato;
Adduce guerre, siccitadi, e fami,
Abbatte dinastie, turba reami.

LVIII
Questo 9 è l'astro, ch' allor con lunghi razzi
Splendè, vincendo le più fosche nubi.
345Ne misuràr la coda Oriani 10 e Piazzi,
In lei fisando i lor vetrati tubi;
E a' posteri il fenomeno preclaro
Gli astronomici fasti tramandaro.

LIX
Questo la guerra del settentrïone,
350E al Papa annunzïò funesti guai,
E a' suoi Prelati in Calvi 11 acqua, e razione.
Detronizzato i suoi sinistri rai
Napoleon predissero, e ridotto
A mezza paga il capitan Pancotto.

LX
355Albeggia intanto il dì : ride il ciel puro
D' un tranquillo seren, che Bellicone
All' effetto ascrivea del suo scongiuro.
Stupì Lucciana in ravvisar Bajone,
Che perduto credea, sceso or dall'etera
360Privo di trippa, e zampe, e coda, eccetera.

LXI
Sul campanile Michelaccio sale;
Vede quei membri appesi, e i fior dispersi,
Che l'asin travestían d'agnel pasquale,
Trova il cartel, ne legge alto i due versi
365(Ahi rio cartel di sanguinosa sfida !),
E in man tenendo i cinque membri, ei grida :

LXII
Ecco le prove, che quell' animale
Non è un' agno pasqual dal ciel disceso.
Il vento lo staccò già marcio, e frale
370Da campanile, a cui l'ha il Borgo appeso;
Scosso al vento sonò l'asin pendente,
E fé, al fuoco, gridar tutta la gente.

LXIII
Oh fosse stato pur l'incendio vero !
Sarebbe il danno a tolerar più lieve.
375Ah ! pria che riveder quivi il somiero,
Ci avesser sparse per tutta la pieve
Divorato le fiamme in monte, e in piano
L'annata intera di castagne, e grano.

LXIV
Il falso incendio, che creder ci fero
380I Borghigiani, giuro alla Passione !
Io vò ch' or essi il provino davvero.
Marciam con ferro, e fuoco e con Bajone.
Perchè guerra mai più nasca in appresso,
Strugga Borgo, e Bajone un fuoco istesso.

LXV
385Così dai campanil paria, e con ira
Getta que' membri in piazza, e quel cartello;
Poi della maggior squilla il fune tira,
E con sonoro allarmator martello
Desta un tumulto, un fier desío di guerra;
390Cala ognun la beretta, e i denti serra.

LXVI
Riconobbe ciascun chiaro, e palese
De' nemici il notturno tradimento.
Verificata la vision comprese
Il Prete e con sincero pentimento
395Votò a Michele, del suo fallo in pena
Cinque bicchier di men ber sempre a cena.

LXVII
Di vergogna la gente, e d'ira pazza
Frem, che desta, e accorsa in fretta grande
Vedeasi scinta, e seminuda in piazza,
400Chi in camicia merdosa, e chi in mutande;
Chi prese mal di petto, e infreddatura,
Chi si fè salassar per la paura.

LXVIII
Ma più doleansi del lor tristo caso
Quei due, cui col gran colpo eternamente
405Bajon disonorò la spalla, e il naso,
Delle campane al martellar frequente
Corre il popolo all'armi; e a più funesta,
Più terribil di pria guerra s'appresta.

LXIX
Perchè, o Michel, quell'Asin non si vide
410Colla coda per te nel cielo assunto
Fra le memorie sfolgorar d'Alcide,
Segno novello allo Zodiaco aggiunto
Siccome i vati del leon nemeo
Favoleggiaro, o del somar 12 niseo ?

LXX
415O perchè con quel vento furibondo
Nol traesti in remota estrania banda
E tomba a lui nell, ocean profondo
Non destì, o pira nel vulcan d'Islanda ?
Per toglier di discordia i semi infesti,
420Perchè a Bajon, come a Mosè, non festi?

LXXI
Tu pur celasti all'empia gente ebrea
La salma 13 di Mosè, ch' il rio Satàno
Strumento a gravi mali usar, volea,
Ma ab eterno sull'asin borghigiano
425Altrimenti avea scritto, e decretato
Nel gran registro l'immutabil fato.

CANTO SETTIMO

I
Borgo, ch'in San Michel la notte udìo
Sonar le squille, e fé gran riso, e festa
Del notturno tumulto, e romorìo,
Vista or Lucciana in armi, anch' ei s' appresta.
5Già tutti al suon del corno all' armi corrono,
E fin le capre equivocando accorrono.

II
Fansi i corni da lungi alte risposte;
Ferve a quel suon la gioventude audace,
Fiera scorrendo già l'una, e l'altr' oste.
10Scuote Discordia la sanguina face;
E nascea forse più crudel rïotta
Ch'Ilio non vide, o la città del Potta.

III
Quando echeggiar d'intorno il colle, e il piano
Odesi a un tratto di tambur sonanti,
15E bajonette in carina da lontano
Veggonsi in lunga schiera folgoranti
Due squadron di soldati, e un stuol giungea
De' turchini 1 satelliti d'Astrea.

IV
Il 2 General dal primo dì per fama
20De' Maranesi udì l'aspre tenzoni;
E in quel giorno, per fare un bel proclama
Con punti ammirativi, e interjezioni
A' suoi cavalli d'anglica famiglia
Lasciò di dar, come solea la striglia.

V
25Marana, ah ! ben ti fu la sorte pia,
Ch' il cento austral lo sciatico 3 dolore
Non glì mosse ìn quel dì : s'il fatto udía
Quando il morbo il tenea di mal' umore,
Avría ordinato, che distrutte, e rase
30Fossero in te vigne, campagne, e case.

VI
Gli pervenne dappoi di Ciapo il foglio;
Ond'ei? ch' in Cirno ha Satrapìa sovrana,
Spedì a finir quel romoroso broglio
Truppa a piede, e a cavallo in ver Marana.
35Vanno a Lucciana l'armate caterve,
Là va sapean, che più tumulto ferve.

VII
La squadra cinta del ciarpone 4 occhuuto
Fra i Luccianesi un gran scompiglio desta.
Chi fu meno a fuggir pronto, e avveduto,
40La fiera birrería disarma, e arresta,
E in cerca va per sequestrar Bajone,
Dell' insigne querela alta cagione.

VIII
Ma Michelaccio provido sottrasse
L'Asin, ch' ei vuol serbare alla vendetta;
45E acciò da' birri invan si ricercasse,
In chiesa entro la tomba, a' preti addetta,
Ch'è nel santo Santoro, (opra profana !)
La carogna celò quatriduana.

IX
In ogni casa ogni angolo, e pertuso
50Fruca, armadj, e cucine a sacco pone
La sbirraglia crudel, ch' ha 5 sempre in uso
Cominciare ogni sua perquisizione
Da spiar le dispense, e le cantine,
E catturare i porci, e le galline.

X
55I forni a sciable nude indi assaltarno,
U' dan forno odoroso arrosti eletti;
E l'ira pel somar cercato indarno
Negli agnelli sfogaro, e ne' porchette
E al pasquareccio invïolato pasto
60Dier con profana aviditade il guasto.

XI
Oh luccianese fedeltate ! a costo
Di celebrare il dì pasqual digiuni,
Niun fra tanti accusò l'Asin nascosto.
Gioía frattanto il Borgo, ch' opportuni
65L'apprestata vendetta a render vana
I giandarmi pervennero a Lucciana.

XII
Il Vesco altronde, a cui Mafrin già scrisse
Sul tempio dal somaro profanato,
E che l'aspre udì poi civili risse,
70Tai scandali a finir, (send' ei malato
D' indigestione, in lui male ordinario)
Don Patacca inviò suo Provicario.

XIII
Di paffuta beltà questi è un modello;
E gran sorte è per noi che, s' egli muore
75Non perderem la razza d'uom sì bello.
Sa il Francese, e l'insegna alle signore;
Ma della lingua delle genti dotte
Apprese appena infino al qui que quotte.

XIV
Gran mula rossa invaldrappata il porta;
80Gli ha spron d'argento, e guanti, ed ombrellino,
Zazzera inciprïata e, in ricci attorta,
E sotto il braccio aurato brevialino.
Arriva al Borgo il Provicario bello,
Ed accorge ogni femimnina a vedello.

XV
85Cortese a' baci lor la mano ei stende,
E porge anco a baciare a quella, e a questa
Un sacro anel, ch' all' orïol gli pende;
Con gentili accoglienze in tutte desta
Un segreto desío spirituale
90Di far da lui la confession pasquale.

XVI
Ei, benedette a instanza universale
Di Sant'Appiàn le mura profanate,
Ebbe in mercè da tutto il communale
Capretti, anguille di Chiurlin salate,
95Prosciutti di cinghial mezza dozzina,
E trenta palmi di salsiccia fina.

XVII
Ind' inteso a calmar con dolci accenti
Il fiero spirto di civil contesa,
Molce alcun po' gli ostili animi ardenti.
100Per meglio poi santificar la chiesa,
Lo prega il Borgo a celebrare in essa
Dell' alleluja la solenne messa.

XVIII
Malfrin frattanto in venerati ammanti
Benedice ogni foco a prezzo 6 d'ova;
105Pace 7 prega alle case, e agli abitanti;
Ma asil pace in Marana anco non trova.
Ferma, o Giano, nè ancor tua porta serra :
Ah ! cessata non è l'orribil guerra.

XIX
Appunto allor con ingannevol'arte
110Meditavan vendetta i Luccianesi.
Visti i birri, o giocar tra loro a carte,
O mangiare, o brïachi a dormir stesi,
Coglie il tempo Michele, e a pronto effetto
Mandar divisa un suo novel progetto.

XX
115Dal sagro monumento ei fa furtivo
Dissepellire, e via portar Bajone.
Mandare un Borghigiano asino vivo
Vuol' al Borgo col morto a cavalcione.
Ei, co' suoi fidi in piaggia, ed in foresta
120Fa di membruto abil somaro inchiesta.

XXI
Di Patacca la mula alfin ravvisa
Ch' in un chiuso pascea : di questa appunto
Valersi all'uopo Michelaccio avvisa;
Giacchè, siccome udì ch' al Borgo giunto
125Patacca avea la chiesa benedetta,
Vuol far d'esso, e del Borgo in un vendetta.

XXII
La mula dal cammin stracca, e sudante
Si riposava in sull' erboso letto;
Chè il padrone era un carco assai pesante,
130E a sminuir l'esorbitante effetto
Nel corpo suo de' lauti desinari,
Non bastavan la fante, e le comari.

XXIII
Su ricco valdrappon ben' annodato
Co' mozzi membri le addossàr Bajone :
135La buona mula al carico inusato
Obbedïente le groppe soppone,
Quasi ch' ella non senta (oh gran divario!)
Di cambiar col somaro il Provicario.

XXIV
Le infiocca con tre nastri orecechie, o coda;
140La striglia, e l'inghirlanda Michelaccio;
Largo alla testa aureo frontal le annoda,
Ed al collo le appende un campanaccio.
Pel sentier, ch' ampio, e dritto al Borgo mena.
Avvïatala alfin la lenta, e sfrena.

XXV
145Astaròt, che la guerra atroce, e dira
A rinfiammare usa tutt' arti, e prove,
Or, per celarsi di Michele all'ira,
Dentro la mula entrò, nè so per dove;
Non so se colse il tempo, in ch' ella un po,
150Aprì la bocca, o pur la coda alzò.

XXVI
Come asinello, cui tormenti, e sproni
Cardo, o razzo appiccato al deretano,
O bue punto da vespe, e calabroni,
O come invasa da furore insano
155Corre in agosto innamorata vacca,
Si la mula correa di don Patacca.

XXVII
Del ciuco, che le ciondola sul dorso,
La mobil'ombra spaventosa, e il puzzo,
E lo squillante campanaccio al corso
160Ratta la sptnge, ed il tartareo ruzzo :
Nitrendo a gonfie froge, a coda eretta,
Rabida al Borgo omai vicino affretta.

XXVIII
Era l'ora, che sciolti i bronzi santi
D'Iddio risorto il lieto annunzio suonano.
165Le campane del Borgo in suon festanti,
Alto echeggiando da lontan dindonano.
Sol tacea San Michel; chè il campanaro
Negò sonare, ove sonò il somaro.

XXIX
Di spari di schioppette, e di pistoni.
170E mazzagatti il Borgo festeggiante
Tutto risuona : ei ricambiando i suoni,
Ch'i Luccianesi fer la sera avante,
Applaudía di Lucciana al disonore,
Più ch' al resuscitar del Redentore.

XXX
175Nunziata pria dal campanel sonante
Ecco la mula appar, ch'ha sopra il miccio.
Il popolo a tal vista a primo istante
Si stupia d'un montar sì primaticcio,
E più lo strano accoppiamento, e raro
180D'una mula ammirava, e d'un somaro.

XXXI
Ma la bestia appressando, ognun ravvisa
Di Patacca alla mula accavallato
Il reduce Bajone in strana guisa.
Tutto incontro alla mula ammutinato
185Grida il volgo per farle ombra, e spavento,
E le drizzò ben cento spari, e cento.

XXXII
Quella ostinata avanza : o del padrone,
Che cantava il prefazio, oda la voce,
O spinga lei l'agitator demòne,
190A orecchie ritte correndo veloce
Infin sul limitar del tempio santo,
Sconci nitriti accoppia al sacco canto.

XXXIII
Le genti in chiesa strepitàr, fremero
A mostro tal : visto Bajon, chi prende
195Croce, asta, libro e fino il pasqual cero?
E chi' l baston, che le candele accende,
E alla povera mula in groppa, e in testa
Piovon di colpi orrendi aspra ternpesta.

XXXIV
L'energumena bestia esce fuggendo;
200L'insiegue a bastonate il popolazzo.
Don Patacca, il prefazio interrompendo,
Co' dïaconi, e i chierchi a tal rombazzo
Esce in pianeta, e fra un tumulto insano
Vede sua mula con quel carco strano.

XXXV
205Dal popol tutto in furia a bastonate
Tempestata la vede : ah cani ! ah boi !
Grida in furor; mia mula rispettate;
Rompetevi le corna infra di voi,
Canaglia maladetta, e popol pazzo;
210E vo' crepar, se me n' importa un c...

XXXVI
Co' noti nomi poi la sua Rossetta
Appella dolcemente : ella atterrita
Da' sacri ammanti fremita, corvetta,
Calcitra, e fugge : ei credela ammattita.
215Oh, se sapevi ch' era indemoniata !
Tu l'avresti, o Patacca, esorcizzata.

XXXVII
Dal diavolo spinta, ch' aïzzare intende,
E razzuffair le due nemiche genti,
Ratta la mula inver Lucciana scende.
220I Luccianesi in sull'avviso attenti
La vider lungi, e da tutto il villaggio
Corsero in fretta a chiuderle il passaggio.

XXXVIII
Con baston, sassi, ed urli la minacciano;
Fin con pale, e fumanti spazzaforni
225Le donne accorse addietro la ricacciano.
Scende anco il Borgo ad impedir che torni,
E corre in folla ad incontrar la mula,
Che spaventata, e attonita rincula.

XXXIX
Già l'uno all' altro esercito s'appressa,
230E ambo in spazio minor Rossetta stringono.
Fugge incerta qua e là la bestia ossessa;
Quelli qua e là l'incalzano, e respingono.
Gia sul confine a nova zuffa pronte,
Stan quinci, e quindi ambe le genti a fronte.

XL
235S'ode un discorde schiamazzío confuso.
Grandin di sassi alto per l'aria fischia;
Chè ognun scordò per fretta l'archibuso.
I suoi guerrier gridando a fera mischia
Pancotto là, qua Michelaccio sprona,
240E l'ampia valle al gran romor rintrona.

XLI
E già calda fervea crudel tenzone:
Ma la sbirraglia a smigliacciare intesa
Or ch' ode la gran lite, che Bajone
Da una mula portato avea raccesa,
245Schierata in lungo stuol l'ire a comporre.
E a sequestrar Bajone armata accorre.

XLII
Crebbe allora il tumulto, e la baruffa
Contro un popolo, e l'altro la milizia,
L'un contro l'altro popolo s'azzuffa.
250Quelli: alto là, rispetto alla giustizia;
Addosso, addosso, grida il popol folle:
Volan qua, e là sassi, randelli, e zolle.

XLIII
Ma i fucili spianati alfin frammessero
I giandarmi, e sbandár quel popolaccio;
255Arrestan quei che più ritrosi cessero;
Poi là ve udiano il suon del campanaccio,
Sieguon la mula, che pei campi ratta
Fuggìa dal gran tumulto esterrefatta.

XLIV
La sieguon cheti per scoscesa bricca;
260Li lascia ella appressar, nè move trotto:
Quando gli ode vicini, un salto spicca,
E per l'erta, com' agile leprotto,
Fugge, e gli elude, e fa mille carole,
Caracolli, corvette, e caprïole.

XLV
265Gettando un laccio al collo, l'incapestra
Un birro, e a sè la trae; ma strascinato
Dalla mula per rupe erta, e silvestra
Cadde tra fango, e pruni in un fossato.
Col cappio un' altro i piè le annoda; strappa
270Rossetta i nodi sgambettando, e scappa.

XLVI
Alfin divisa in tre squadriglie, e diece
La birrería cerchia la mula, e serra.
Ella tal nelle file impeto fece,
Che stese a un urto il capitano a terra;
275Diè a un tenente sull' anca una zampata,
Che gli fè meritar la ritirata,

XLVII
Non tanta briga alla sbirraglia intiera
Dìè la cattura de' più fier ladroni
Capracinta 8 , Caton, Scarpaleggiera
280Dal fior de' più valenti achei campioni
Non fu cacciato con travaglio eguale
Terror di Caledonia, il gran cinghiale.

XLVIII
Già la milizia trafelante, e lassa,
Per arrestar la mula, in atto fiero
285I montati fucil contr'ella abbassa;
Quando l'astato Arcangiolo guerriero,
Ch'un commando divino a scender mosse,
Dal ciel, ratto qual fulmine, calosse.

XLIX
Ei d'ondeggianti piume alto ornamento
290Scuote sul lucid' elmo; a fianco ha il brando,
E in man la picca di Satàn spavento.
Tale allora apparì ch' espulse in bando
Dal terren paradiso Adàm fellone,
Od in letto pisciar fè Bellicone.

L
295Alla mula si oppon con lancia in resta:
A' rai celesti, al truce atto tremendo,
Quella abbagliata, e sbalordita arresta.
Sul negato sentier l'Angiol veggendo,
Così arrestossi immota, e pertinace
300Di Balaàmo l'asina loquace.

LI
Per paura un gran peto scaraventa
Umido, ch'ai giandarmi il volto spruzza.
Starnutenti li fuga, e gli spaventa
L'orribil botto, e la tartarea puzza.
305Da guerra, per cui fora alfin distrutta,
Quel peto liberò Marana tutta.

LII
Col peto esce Astaròt : Michele il caccia
Colla lancia all'inferno, e con tenace
D'adamante catena ivi l'allaccia,
310Onde non rieda a più turbar la pace;
Torna al cielo, e del liquido sereno
Segna la via d'un rapido baleno.

LIII
Rossetta allor del diabolich' estro
Disebbrïata la milizia arresta;
315Le sdossa, e rattien l'Asino in sequestro;
La mula al Borgo invia, che stanca, e pesta
Muove a gran stento, e, s' il camin durava
Una nuova carogna al Borgo dava.

LIV
Da' fieri colpi lacera, e malviva
320Dal lungo corso era spossata, e fiacca;
Il demonio una febbre convulsiva
Le avea lasciata. Ah ! quale, o don Patacca,
Fu il tuo dolor, la mula tua mirando
In stato sì crudele, e miserando ?

LV
325Straccia, e scompiglia l'arricciate chiome,
Di tenera pietade il viso bagna,
Chiama amoroso la sua Rossa a nome:
Beveron di farina di castagna,
Panni caldi, unzïon d'aceto forte
330Nulla giovàr : Rossa minaccia morte.

LVI
Guardie a Bajon lasciando, intanto il passo
L'armata schiera inver Lucciana volse
Da cui nato sapea quel sì gran chiasso :
Lì Michelaccio, ch'improviso colse,
335Arresta, e i terrazzan più conti, e degni,
Finchè pace non siegua, ostaggi, e pegni.

LVII
Sequestrato Bajone, e Michelaccio,
Cessa ne' cor la guerra : il maire cui piace
Gli ostaggi liberar, pensa un dispaccio
340Mandare al Borgo a patteggiar la pace,
Ed una lettra al segretario detta,
Al Borghigiano Podestà diretta.

LVIII
Ivi dicea, che fra i due Communali
V'era d'ingiurie omai mutuo compenso;
345Che le partite eran pattate, e uguali,
E ch' omai venga di commun consenso
Sepolta la carogna, e stipulato
Sia di pace un solenne concordato.

LIX
Ma ch' anzi tutto a benedir venisse
350Il loro campanile il Provicario,
Come la chiesa al Borgo benedisse.
Sì dettata la lettra al Segretario,
Abbasso il maire, che scriver non sapea,
Una crocetta fè di Sant'Andrea.

LX
355Poi stilato nel foglio 9 il solfanello
Negro per nobil ruggine v'imprime,
Oltre il municipale, un suo suggello,
Che di sue nobiltà le marche esprime;
Quinci una man mostra inguantata, e stesa,
360Quindi una zappa ad un arpione appesa.

LXI
A Ciapo, e al Provicario per messaggio
Stoppin depúta, e Pacchiarello il Toso,
E Panzecul, dotto, eloquente, e saggio,
Uom, che da dir fin l'abbici a ritroso,
365E ristampar potrebbe tutt'intero,
Se mai venisse a perdersi, il saltero.

LXII
Questi affibbiansi al collo ampia cravatta;
Ritto han sul capo un bel berretto rosso,
Coda tesa, e infioccata, e barba fatta,
370Ed il giubbon dell' alleluja addosso.
Montan così tre vecchie mule ignave,
Che van con passo contegnoso e grave.

LXIII
Michelaccio : ah ! fermatevi, gridava:
Vo' star prigion : fossi anco condannato
375A trarre il remo, ed a mangiar la fava,
Non voglio a sì vil costo esser salvato.
Oh Regol nuovo ! tua virtù sovrana
Il secol diciannove orna, e Marana.

LXIV
Ma il generoso eroe declama invano;
380Vuol Lucciana salvarlo a suo dispetto.
Parton gli ambasciator; portando in mano
Un ramuscel d'olivo benedetto,
Va in mezzo Panzecul, vangli a livello
Quinci e quindi Stoppino, e Pacchiarello.

LXV
385Giungono al Borgo e dan la lettra al maire.
Tosto il consiglio in chiesa aduna Ciapo;
Lì fa leggere il foglio al cancelliere;
Poi Panzecul, dell'ambasciata capo,
Sputata l'erba, che biasciar solea,
390Fè un bel sermon con gran prosopopea.

LXVI
Finì pregando, ch' il Vicario vegna
Del campanil per la benedizione;
Che, per scortarlo in nobil forma, e degna,
Quella or Lucciana invía deputazione.
395Disse, e alla pace, omai concordemente
Stanco da lunga guerra il Borgo assente.

LXVII
Dite a Lucciana, in tuono acerbo, e amaro
Grida allor don Pafacca, ch' io rammento,
Ch' alla mia mula ella addossò il somaro,
400Comparando il Vicario a un vil giumento.
La mia Rossetta egra, piagata, esangue
Per voi meschina ! or moribonda langue.

LXVIII
Sol questa chiesa ad espïar profana
Io venni per mandato vescovile.
405Io non ho che far nulla con Lucciana
E anzi che benedirle il campanile,
Se avessi autorità qual si conviene,
Vorrei scommunicarla in 10 bulla cœnœ.

LXIX
Il popol nostro, Panzecul riprese,
410De' torti suoi dev 'esser soddisfatto.
Sia benedetto, oppur del Borgo a spese
Ci sia di pianta il campanil rifatto;
Altrimenti ogni accordo è tra noi rotto.
Risero tutti, e sì parlò Pancotto :

LXX
415Lucciana si può far con gran sparagno
Un nuovo campanil senza travaglio:
A due pertiche appenda, o ad un castagno
Due secchie con pestello per battaglio;
O se vuol provvedersi in miglior guisa,
420Vada a comprarsi il campanil di Pisa.

LXXI
«Chi la pace non vuol la guerra s'abbia»
Disse allor Panzecul, che Tasso 11 ha letto;
E sfronda, e scorza il ramuscel con rabbia.
Ch'in mano avea, d'ulivo benedetto;
425E alto levando il nudo fusto : or ecco
E guerra, e pace apporto in questo stecco:

LXXII
Vo' portarlo a Lucciana intero, o rotto:
Quivi a piè fermo or chi lo rompa aspetto.
Fiero inver Panzecul mosse Pancotto.
430E lo stecco tagliò 12 col suo stiletto.
Si scioglie l'assemblea : tra doglia, e smacco.
Tornano i messi colle trombe in sacco.

LXXIII
Il rotto stecco, e l'ambasciata vana
Riportaro al paese i tre messaggi.
435D'ira all'aspra risposta arse Lucciana;
E ad onta de' Giandarmi, e degli ostaggi,
E a costo d'attaccar nuova battaglia,
Ferma ceder non vuol la gran puntaglia.

CANTO OTTAVO

I
Or chi rinforza in me la lena stanca,
Sì ch'alla meta omai vicina arrivi?
Chi l'estro al maggior uopo or mi rinfranca ?
Emulo, e sprone a' canti miei festivi,
5Partecipe fedel de' studj miei,
Petrignani 1 diletto, ah ! dove sei ?

II
Io spero invan, che più co' detti arguti
Tu mi ridesti in sen l'idee ridenti.
Ah ! da' tuoi labbri eternamente muti
10Bramo invano il lepor de' dolci accenti;
Invoco invan Talìa, ch' in bruno ammanto
Rivolge il riso alla tua morte in pianto.

III
Il caro laccio d'amoroso affetto,
Ch'Imen t'ordía, recise Atropo rea.
15Ed è pur ver, ch' al genïal tuo letto
Mentre i canti augurali io già sciogliea,
Debba (ahi sorte funesta!) in suon di pianto
Lugubre scior sulla tua tomba il canto ?

IV
Ma neppur tomba hai tu, ch' il passaggiero
20Colla memoria de' tuoi pregi arresti
Pinga il vivace insegno, il cor sincero
La fé incorrotta, e i bei costumi onesti,
Onde ogni cor tributi alla tua morte
Qualche sospir, che l'ombra tua conforte.

V
25Nel cupo orror d'erma boscaglia ombrosa,
Sepolti fur gli ultimi tuoi lamenti,
Nè assisa al fianco tuo l'afflitta sposa
Baciò sui labbri tuoi gli estremi accenti,
Nè co' tuoi fiochi aneliti confuse
30I suoi sospiri, o i spenti rai ti chiuse.

VI
E qual cagione ha d'ira truce acceso,
E all' atto rio gli empi uccisori ha spinto ?
Fur poche spanne di terren conteso.
O Cirno, e quando in te fia l'uso estinto
35Di sì truci vendette, ed esecrate,
Su cui fremon Giustizia, e Umanitate ?

VII
Ah ! ben ti stà, s' orba di figli, e incolta
Or sei deserto, e desolato lido,
Nè in te, fra ree discordie 2 ognor ravvolta,
40Le belle arti di pace han culto, e nido.
Delle sventure, ond'ognor fosti oppressa,
Folle ! il seme fatal covi in te stessa.

VIII
Che valti il vigor d'alma, onde sei tanto
D'ogni gente maggior, se quel valore,
45Ch'esser dovría tua sicurezza., e vanto,
In tuo danno rivolgi, e disonore,
E in te raccende ogni cagion più vile
Sete di sangue, e rio furor civil?

IX
Nascon sovente ire feroci, e stolte,
50E odj immortali, ed esterminj, e morti
Per svïato ruscel, giuste ricolte,
E per dubbj confin di prati, e d'orti.
Arse guerra feroce unica al mondo
Fin d'un giumento pel carcame immondo.

X
55L'inezie di sì vil dissidio indegno,
Da me cantate in stil ridente, e ameno,
Deh, disprezzo ispirandoti, e disdegno,
Per sì frivole gare, util ti sieno
Eterno esempio ! all'umile, e leggiero,
60Nè vano canto, altra mercè non chero.

XI
Ma ove, o festevol Musa, trascorresti?
Ed a che mai discorde or da te stessa
Censorio stile a tenue canto innesti ?
Dall' aspro cruccio inopportuno or cessa,
65E smesso il grave tuon, mal qui locato,
Tempra l'arguta cetra al suono usato.

XII
Non sagezza, e virtù ben sempre insegna
Chi in linguaggio le detta acre e, severo.
Gaje sembianze anco talor non sdegna,
70Più gradito vestir l'Utile, e il Vero,
E spiegata, Sofia, la fronte trista,
Spesso scherzar, nè men giovar fu vista.

XIII
Già il quinto dì volgea che cruda, e ria
Fean guerra i Luccianesi, e i Borghigiani;
75E fin allor Dio li lasciò in balìa
Al reo demonio, e alor furori insani;
Ch'ad essi i tristi effetti ei mostrar volle
D'una passione immoderata, e folle.

XIV
Son nulli al guardo dell'Onniveggente
80Delle terrene il ineguaglianze i metri.
I grandi oggetti, e i vil mira egualmente,
Metropoli, bicocche, e zappe, e scetri,
Dorata nobiltà, scalza plebaglia,
Napoleoni, e Michelacci agguaglia.

XV
85Sdegnato alfin Gesù, che l'empia guerra
Della divina sua resurrezione
Profani il dì, la sera innanzi in terra
Mandò Michele a espellere il demóne;
Nè altrò alla pace omai facea ritegno
90Che del pacier Vicario il grave sdegno.

XVI
Ei per l'egra sua mula afflitto, e irato
Negò a Lucciana la benedizione
Del campanil polluto, e inespïato.
Ma, Sant'Appian chiamando or Dio gl'impone
95D'ir la mula a sanar, che inferma giace,
E ogni ostacolo omai torre alla pace.

XVII
Di Patacca alla stanza Sant'Appiano
Ratto al Borgo arrivò, d'una volata
Scorso in un anime il vuoto neutoniano.
100Gran mitra in capo gli torreggia aurata;
Due ricciuti angiolin del gran piviale
Reggongli, e un altro il pastorale.

XVIII
Punto per Rossa il cor da rio dolore
Tutta notte Patacca avea vegliato.
105Gli appar, mentr' ei domìa sul primo albore,
E sì gli parla il Santo alto-mitrato :
Sorgi: a Lucciana, per parte di Dio,
A benedire il campanil t'invio.

XIX
Spegni fra i due Communi il civil sdegno.
110Stamane, al tocco di mia chiave, sana
Tua mula rivedrai; ciò ti fia segno,
Ch'io non t'illudo, ombra fallace, e vana.
Un' altro illustrerà maggior portento
Il pacifero mio sacro intervento.

XX
115A' Maranesi Iddio per più stagioni
Fé secco il cielo, e infrutuoso l'anno,
Sdegnando fecondar tante invasioni,
Furti, e rapine, che sui campi ei fanno.
Ma io loro, in grazia dell'odierna pace,
120Impetrerò da Dio pioggia ferace.

XXI
Disse, e sparì : stupido quei si desta,
Sorge dal letto, e ondeggia in suo pensiero;
La vision narra al popolo, e s'appresta
Sulla sua mula a spermentarne il vero;
125Corre a prender la chiave benedetta,
E si veste la cotta, e la mozzetta.

XXII
Va col popolo in stalla, e colla chiave
Tocca la mula, che lassa dormiva.
Com' uomo oppresso da letargo grave,
130Cui d'elettrica boccia il tocco avviva,
Tal sorge Rossa, e vispa, e riavuta.
Dolce intrendo, il suo padron saluta.

XXIII
Tutti quel, ch' assistean col Provicario,
Strasecolaro a quel portento strano,
135Di cui non ha maggiore il leggendario
(Tranne e solo il miracolo sovrano
Di Sant' Antonio, che potè d'un motto
Risuscitar, nel forno un porco cotto).

XXIV
Sclama Patacca : ah ! la mia mula sana
140È del voler di Dio segno verace.
Vuol Dio, Ch' a benedir vada in Lucciana
Il campanile a statuir la pace.
Voi seguitemi là : chi al voler mio
Nega obbedir, disobbedisce a Dio.

XXV
145Disse, e senza depor cotta, e mozzetta,
Per render più ammiranda, e manifesta
L'insigne guarigion di sua Rossetta
Monta su lei, ch' agile trotta, e lesta.
Lo siegue il popol pio, l'alto portento
150Stupidamente a contemplare intento.

XXVI
La maggioranza di Lucciana corse
A incontrare il Vicario in gran robone :
Il Maire a dismontar la man gli porse
Ei la ragion di sua venuta espone;
155Indi, tutta Lucciana spettatrice,
Sul campanile ascende, e il benedice.

XXVII
Per più onorar quelle Campane, ci stesso
Sonò la messa, che vuol dir solenne.
Va poscia a celebrar; gremito, e spesso
160A udir la messa il popolo convenne.
Decoran la funzione insigne, e bella
Bellicone, e Manfrino in tonicella.

XXVIII
Caldo di zel, che Sant'Appian gl'infuse,
Giunto al Vangelo, alla turba affollata
165Fè Patacca un discorso, a cui preluse
Con sonora oratoria scatarrata :
Pax vobis, disse ai discepoli suoi
Gesù ritorto, «pace sia con voi.»

XXIX
Oggi ei con detti sì dolci, e soavi
170Dà pace a tutto il mondo, anch' agli Ebrei
Che venerdì gli affissero a due travi
Ambe le mani, e, con rispetto, i piei;
Benchè tanti portenti, e benefici
Ei fatto avesse a pro de' suoi nemici.

XXX
175Fè veder zoppi, e ciechi camminare.
E, con universale ammirazione,
Satollò, per miracol singolare,
Con quattro mila pan cinque persone.
Pur dagl'ingrati Ebrei quai strazj fieri,
180Quai scherni, e insulti non soffrì l'altrieri!

XXXI
Una Santa 3 in un libro santo, e dotto
Dice, ch' ei trentanove mostaccioni,
E tirate di barba ebbe ventotto,
Tre cadute, centundici spintoni,
185Tremila in testa orridi pruni acuti,
Trenta berleffi, e cencinquanta sputi.

XXXII
E or risorgendo ci dona a tutti pace.
Voi per l'insulto d'un morto Asinello
Nutrite odio sì fiero, e pertinace ?
190Pur Gesù Cristo, d'umiltà modello.
V'apprese ei stesso a tolerar non solo,
Ma ad onorar quest' umile bestiuolo

XXXIII
Entro una stalla scaldò Cristo infante
Un. asinello, col suo fiato grosso.
195Non sopra un dromedario, o un elefante,
Ma super pullum asinae a bisdosso,
Fra gli osanna, domenica passata,
E fé in Sion la trïonfale entrata.

XXXIV
L'umil cavalcatura di Gesù
200Ebbe poi culto, ed inni in suo preconio,
E in Francia 4 tempo fa stimata fu
Bestia più sacra, ch' il porcel d'Antonio,
Di Rocco il can, l'agnello del Battista,
E il bove di San Luca Evangelista.

XXXV
Anzi in Sisco 5 , ove son reliquie rare
210(Di Moise un corno, d'Esaù il pelame,
Del cane di San Rocco un mascellare,
E del porcel d'Antonio evvi un salame;
E io la punta dell' unghia ho visto, e tocco
Del mignolin del manco piè d'Enocco) ;

XXXVI
215Là forse preservato da qualch' Agnolo,
Di quel che scaldò Dio nella capanna
S'adora il barbazzale, e 6 il soccodagnolo,
Insiem collo scuffiotto di Sant'Anna,
Della Vergin Maria col moccichino,
220E col bavaglio di Gesù bambino.

XXXVII
L'asin Cristo onorò, come ritratto
Di pace, mansuetudine, e modestia.
Tai virtudi evangeliche di fatto
Niun' esercita più di questa bestia.
225Mai dal somar s'ode un lamento, un fiotto;
Si carica, si frusta, e non fa motto.

XXXVIII
Stanno in pace i maiali, ed i caproni;
Stanno in pace le pecore, e gli agnelli;
Stanno in pace i pollastri, ed i piccioni;
230Stanno in pace li bovi, e i somarelli;
E voi, figli di Dio, fedel Cristiani,
Vorrete esser tra voi sempre alle mani?

XXXIX
Deh ! fate pace : in spiaggia ogni semente
Ai caldi si seccò continui soli.
235O fate or penitenza, e largamente
Dio vi feconderà grano, e fagioli;
O tarda penitenza ognun di voi
A pane di lupin farà dappoi.

XL
Io pregherò la piaggia or nel memento,
240E, l'otterrò ; voi di finir tal guerra
Fate intanto di cor proponimento.
La pace amate, o miei fideli, in terra;
Acciò ch' in ciel, là dov' Iddio si specula,
Godiate pace in seculorum secula.

XLI
245Tutti persuasi a tal sermone, intesa
La messa con pietà, cantaro il Veni;
Poi, convocata la consulta in chiesa,
Fu accettata la pace a voti pieni.
I birri Michelaccío, e ogn' altro ostaggio
250Sciolsero allor, ch' avean di pace in gaggio.

XLII
Pria dal Consiglio per preliminare,
Che s'interri Bajon venne risolto :
Ma su tal punto insorsero aspre gare.
Vogliono i Borghigian ch' ei sia sepolto
255Nel loco ove dapprima essi il trovoro,
Ch'era nel Luccianese territoro.

XLIII
Lo vuol nel borghigiano Communale
Lucciana seppellir; pende il Concilio.
Michelaccio : il somar non è nostrale,
260Grida; al Borgo ebbe patria, e domicilio;
Dee de jure sepolto esser Bajone
Nella sua parrocchial guirisdizione.

XLIV
Ma, per torre ogni lite, fui deciso
Da' barbassori, e anzian del concistorio
265Che, per traverso in due l'asin diviso,
Se ne interri metà per territorio.
Ma quivi insorse altro litigio strano;
A chi tocchi la testa, o il deretano.

XLV
Vuolsi una division giusta ed eguale;
270E siccome credean molti opinanti,
Che la parte dell'asin principale
Sia nel didietro più, che nel davanti,
S'agitò, se possa esser conguagliato
Coll' orecchiuta testa il cul scodato.

XLVI
275Ciapo propose allor la divisione
In lungo, e non in largo : e le mozzate
Parti pudende, replica Strambone,
A qual Commun saranno aggiudicate ?
Per finire ogni disputa in buonora,
280Infra i due Maire si giochino alla mora.

XLVII
E già l'Asin diviso per metate,
E su bilance egual le due porzioni
Pesato avrían, per agguagliar le rate.
Ma il Provicario sciolse tai quistioni.
285Sia, diss' egli, il cadavere asinino
Sepolto intier, sul communal confino,

XLVIII
A bocca aperta al prudenziale avviso,
Cui niun pensato avea, plaude il Senato.
Il punto principal così deciso,
290Ser Cavicchio, notar matricolato,
Scrisse un trattato in stampatello grosso
In carta magna coll' inchiostro rosso.

XLIX
«D'Iddio, di Sant'Appian, di San Michele
«In nome, gloria, onor sit semper amme.
295«Conciossiacosachè d'aspra, e credule
«Guerra un Asin destate abbia le fiamme
«Fra le nobili antiche di Marana
«Prime Communità, Borgo, e Lucciana.

L
«Per riunirsi in nodo saldo, e stretto,
300«E terminare i sopraddetti piati
«Concernenti il Somaro sopraddetto,
«Le sopradette due Communitati
«Unanimiter amboe consenzienti
«Convenner; negli articoli seguenti.

LI
305«Primo. Vi sarà pace ed armonia
«Fra le Communità belligeranti,
«E perpetua reciproca amnistía;
«E con salda unïon d'or' in avanti
«Le genti luccianesi, e borghigiane
310«Riguarderansi, come cacio, e pane.

LII
«Sì stimerà come non data o avuta
«Ingiuria qualsivoglia hinc inde data
«In qualsivoglia modo, o ricevuta.
«Secondo. La Carogna sotterrata
315«Presso al fiume al Convento San Francesco
«Porrà fine a ogni piato carognesco;

LIII
« Il sopraddetto luogo confinante
«Di Santo Coglia, quondam Boracocco,
«Col canneto e la macchia da levante,
320«Di Scornabue col chiuso da scilocco,
«Da ponente di Cecco colla vigna,
« Gnignúcolo chiamato, o Pottagnigna.

LIV
« Colà dei due Communi in su' confini
«Si farà un fosso largo sei sommessi
325«Profondo undici piedi parigini.
«Della Carogna, e suoi connessi, e annessi
« Ivi l'inumazion s'eseguirà,
«Assistenti le due Communità.

LV
«Terzo. Un pitaffio, che palese, e chiara
330«Faccia tal sepoltura, a commun spese
«Sarà intagliato in marmo di Carrara.
«Quarto,Per anni cinque ad ogni mese
«Della fossa, dai Maire verrà lo stato
«Per processo verbal verificato.

LVI
335«Chi ardirà disumar l'Asin prefato,
«Sarà tosto il fedifrago, e spergiuro
«Perseguito, inquisito, e processato
«Qual nemico commun. Quinto. In futuro
«Niun ricordi l'affar della Carogna,
340«Nè indichi, o nomi pur detta Carogna;

LVIL
«E ogni designazion della Carogna
«Sotto questa o qualunque altra espressione
«Equipollente a quella di Carogna,
« Od implicita, o esplicita allusione,
345«Sarà stimata un atto criminoso,
«Attentatorio al pubblico riposo.

LVIII
«Sesto. Tutti i primarj contraenti
«Al predente atto firmansi, obbligando
«Lor successori, eredi, e discendenti,
350«Derogando, abrogando, ed annullando
«Ogni posterïor del presente atto
«Derogatorio, o abrogatorio patto.

LIX
«Soscritto, e sigillato in ceralacca
«Sia l'atto dal Paciere, idest Garante,
355«L'Illustre Provicario Don Patacca.
«Settimo. Per le man di me rogante
«Si faran cinque copie del trattato;
«L'una a darsi al Pacier soprallodato;

LX
«L'altra a spedirsi all'Alta Polizia;
360«Un'altra poi del Tribunal 7 vicino
«S'archivierà nella Cancellería.
«Due copie scritte in foglio pecorino
«Nella Cancellería municipale
«De' due Commun faran jus Communale.»

LXI
365Steso il trattato, alza la destra, e giura
Solennemente ogni primasso, e anziano,
E pria tocca il Vangel, poi la scrittura;
Indi in segno d'amor l'amica mano
Porgonsi tuttì, e dansi un matuo abbraccio
370Sornacone, Pancotto, e Michelaccio.

LXII
Letto da Ser Cavicchio indi il contratto,
Tutti i Municipal de' due villaggi
Scrissero il nome loro al fin dell'atto
Con zappe, uncin, zigzaghi, e scarafaggi.
375Poscia van tutti al loco, u' la Carogna
Fetente omai la sepoltura agogna.

LXIII
Per torre ogn'invidiosa discrepanza,
Due villan delle due Communitati
Tolser Bajon : la gente in ordinanza
380Col Vicario seguía, Mairi, e Curati.
I tumulti a impedir dietro venia
Tutta nell'arme la Giandarmeria.

LXIV
Fra' tanti Marescialli dell' Imperio,
Di cui vide oggi Francia il funerale,
385Numeroso corteggio al cemiterio
Niun'ebbe a questo or di Bajone eguale.
Giunti al confin, la fossa Ser Cavicchio
Disegna, e colla Zappa, e il mazzapicchio

LXV
Profondo il popol scava avel capace,
390Ove gettár co' membri suoi Bajone;
E, simbol memorabile di pace,
D'olivo vi calár verde piantone:
Fu fatta poi l'inumazione a esempio
Della solenne fondazion d'un tempio

LXVI
395Primamente una zolla fu gittata
Dal Provicario, indi da due Curati.
Poi vi trasser ciascuno una vangata
I Podestà, ch' ivi assistean ciarpati;
Tutti alfine; e il cadavere asinino
400Quasi un popolo intiero ebbe becchino.

LXVII
A tutti all'opra pia parte aver giova;
Tutti co' piè calcando il terren pressero,
E sopra ognun godea saltarvi a prova.
Qual cippo sepolcral, poscia v'eressero
405Dalle ruine del convento tolto
Un bel pilastro, ove han tai note scolto :

LXVIII
Bajon, ch' in questo communal confine
Fiero causò conflitto sanguinoso,
Qua, e là portato, e riportato, alfine
410Ha quivi, e aver fa altrui pace, e riposo.
Nessun v'osi appressar zappa, od arato :
Alla pubblica pace è il suol sacrato.

LXIX
Sì Bajone alla gatta 8 del Petrarca
420Fu negli ultimi onori appareggiato,
O al caval 9 del macedone Monarca.
Forse il suo scheltro in avvenir scavato
Dagli antiquarj, raro monumento,
Fia di qualche museo ricco ornamento.

LXX
425Verbal processo dell'interro scrisse
Del Giudice di Pace il Segretario;
Don Patacca l'ulivo benedisse
Dalla benedizion del Provicario
Fecondato bentosto, e da Bajone
430Crebbe ad ombrar la tomba il bel pollone.

LXXI
L'inno di Sant'Ambrogio intuona allora,
Per la cessata guerra Iddio laudando
Don Patacca con voce alta e sonora:
Rispondono i due popoli alternando;
435Ed il solenne armonico Teddéo
L'ampia vallata, e gli alti poggi empiéo

LXXII
Intanto il ciel rannuvolato mugola:
Scroscia pioggia dirotta, e il suol disseta,
Da Sant'Appiano irradïata nugola
440Mostra alla gente stupefatta, e lieta,
Non più, qual pria, tremendo asin minace,
Ma l'iri a bei color, nunzia di pace.

LXXIII
E di Patacca ognun plaude, e dà vanto
Con lieti viva all'avverato oracolo.
445Anzi una donna più, ch' il tenne un Santo,
S'accostò tra la folla, e confusione
E da' calzoni gli tagliò un bottone.

LXXIV
I due già amici popoli si fanno
Mutui fra loro a desinare inviti,
450E dalla Pioggia scampano, con danno
Non deplorato dei pasqual vestiti;
E van, congiunti in amistà tenace,
A mangiare il brodetto in santa pace.

FINE

1.

Basti per ogni esempio il carattere di crapulone, ch'in due tratti allusivi del 2º e 6º canto viene attribuito al Vescovo introdotto nel poema. Ora è troppo nota la temperanza nel vitto dell' attual Vescovo di Corsica, per isgombrare dall' animo di chi legge ogni sospetto di satira personale.

1. Mario dedusse in Corsica una Colonia di Romani fondatrice dell'antica città di Mariana, le cui rovine danno oggi il nome al Cantone corrottamente chiamato Marana.

2.

In Marana da' più superstiziosi del volgo viene attribuita alla chiave della Chiesa di Sant'Appiano la virtù di sanare i quadrupedi domestici.

3.

Nei vilaggi di Corsica il Giovedì Santo le Confraternite d'ogni parrochia, per rito usuale, vanno in processione a far vicendevolmente visita, e adorazione al Santo Sepolcro della parrocchia vicina.

4.

L'autore si è protestato lealmente ch' egli ha detto ciò soltanto per finire la sestina con una barzelletta. In Marana non vi sono né più bindoli, né più bugiardi ch' altrove.

5.

Lo sterco vaccino secco è sì accensibile, che serve a un bisogno ai pastori, invece d'esca.

6.

V'è realmente in Lucciana un Michelaccio, uomo coraggioso come qui si descrive; il quale ha una notabile difformità sotto un Sopracciglio.

7.

. ... Nec te tua plurima, Pantheu,
Labentem pietas, nec Apollinis infu la texit.
VIRG.Æneid. L.II.

8.

Ne' Tempi di Lampsaco, antica città della Bitinia, ove adoravasi Priapo, l'asino era la bestia sacra destinata per le immolazioni.

1.

Piccola isola del mar Tirreno situata all'Oriente della spiaggia di Marana.

2.

Vedi Tasso Gerus, Can. XIII, St. 24.

3.

Nel Giovedì Santo si stendono in segno di lutto i candellieri sopra gli altari. È noto che le immagini si velano fino dalla Domenica di Passione.

4.

Nomi proprj di luoghi nei contorni del Borgo e di Lucciana.

5.

I mulattieri, e i piccoli trafficanti d'Orezza, Cantone che fa gran Commercio con Bastia, calcano tutto giorno la gran strada, propriamente Chiamata stradone, che conduce alla città, e che si stende lungo le vicinanze de' due paesi, Borgo e Lucciana..

6.

Alludesi alla prima guerra intrapresa da' Francesi, come ausiliarj della Repubblica di Genova, affine di ridurre i Corsi sotto la signorìa di questa Repubblica.

7.

Il disarmamento de' Corsi, che fu ordinato dal Generale Francese Boissieux, e che cominciò a farsi nel Borgo, diede nel 1738 occasione e principio a questa guerra. Le truppe Francesi, dopo essersi trincerate nella Chiesa di Sant'Appiano, furono con grave lor perdita fugate.

8.

Si allude alla seconda guerra con migliori intenzioni intrapresa da Francesi nel 1768, affine d'aggregar la Corsica ai loro stati. Questa guerra ebbe da primcipio un esito infelice pe' Francesi, i quali furono pienamente sconfitti nel Borgo dalle truppe del General Paoli ciò que qui s'accenna rapporto a tal guerra, è tratto quasi interamente dalla storia, o da sicure relazioni.

9.

Il Marchese di Chauvelin era il Comandante in Capite, e il Conte di Marbeuf il Comandante in secondo della spedizione contro la Corsica.

10.

I migliori soldati, che militavano sotto il General Paoli, erano di queste quattro Provincie, le quali formano in gran parte la così detta Terra di Commune.

11.

Era questo il vero carattere di Clemente Paoli, fratel maggiore del Generale.

12.

È forse senz'esempio la bravura militare, che mostrarono nel corso di queste due guerre i preti ed i frati Corsi, fra' quali son degni di particolar menzione D. Carlo Paoli, l'Abbate Giansanto Guerrini detto Prete Tiscione, il Pievano Astolfi detto Prete Mugghione, Fra Serapione, Fra Venanzio, e Fra Sammarco, ossia Fra Filippo Bernardi. Quest'ultimo solea gridar dal pergamo che chi uccideva un Genovese scancellava tutti i suoi peccati. Questi e molti altri sacerdoti in numero di 240, dopo aver valorosamente difeso il villaggio di Loreto contro 500 Francesi, ritolsero a' nemici tutta la pieve di Casinca.

13.

L'Abbate Francesco Maria Agostini del Silvareccio, soprannominato l'Abbate settembre, era un pretòzzolo piccino, ma pieno di coraggio. Nel Borgo si difese lunga pezza solo contro un grosso squadrone di nemici, e ne uccise un gran numero. Ma la Capitolazione cogli onori di guerra, ch' il poeta volle attribuire a Prete settembre in questa battaglia, fu fatta poco avanti con queste medesime circostanze nel castello di Nonza da Giacomo Casella di Corte, valoroso patriota, che sopravvisse lungo tempo alle sue ferite, ed è morto pochi anni fa colle ossa fracassate da quattordeci pezzi di piombo.

14.

L'occupazione fatta da' Corsi della Chiesa di Sant' Appiano, ove, anche in questa occasione, erasi refugiato e munito uno de' più forti distaccamenti Francesi, decise in gran parte della vittoria.

15.

Una Testa di Moro forma l'insegna nazionale de' Corsi.

16.

L'isole di Capraia e dell'Elba erano in quel Tempo comprese nella Diocesi del vescovo di Corsica.

17.

Alla fine del Calendario d'ogni anno si stampano i casi morali e canonici, che i Vescovi propongono ai Sacerdoti diocesani.

18.

Nei contadi di Corsica fra molti del basso popolo, e singolarmente fra le donne v'è Credenza che con certe magiche parole mormorate sul polverino de' fucili se ne impedisca lo sparo.

1.

In Corsica ne' paesi di montagna il corno Marino, ch' usano i caprai, è quello che muove le marce militari in tempo dì sommossa popolare.

2.

Stentore, trombettiere de' Greci, aveva al dir d'Omero, una voce, che pareggiava il grido di cinquanta combattenti.

3 .

Gioco de' fanciulli in Corsica.

4.

Se il lettore si sovverrà ch' il poeta scrivea verso l'anno 1812, s'avvedrà che quesso passo, ed altri ad esso corrispondenti sono tutt'altro che adulazioni.

5 .

Le Repubbliche italiane del medio evo collocavano nel centro de' loro eserciti il così detto Carroccio, ch' era un gran carro coperto di panno, e tirato da quattro paja di buoi, e contenea lo stendardo maggiore della Città. Nella conservazione del carroccio era riposta la speranza della vittoria. Vedi la Secchia rapita, C. V, st. 35.

6 .

Alcuni mitologisti raccontano che Sileno montato sul suo asino combattè contro i Giganti in Flegra, e che quel giumento, stupefatto alla vista di quei mostri sterminati, con un raglio d'ammirazione fece fuggire a rompicollo i Giganti atterriti.

7 .

Romanzo ridicoloso di cavalleria, che scorre per le mani dei volgo, fra cui non v'ha parimente chi non legga, e non canti i versi della Gerusalemme.

8 .

Vedi Canto II, st. 47 , e seguenti.

9 .

Le due estremità dell'isola di Corsica riguardata nella sua lunghezza.

10.

Frase proverbiale qui adoperata in senso proprio.

11.

S. Appiano Martire fu vescovo d'Alessandria.

12.

Il torrente, che scorre sul confine dei due paesi, prende sul vero limite divisorio il nome di Frataja dal vicino convento or demolito de' Frati di S. Francesco.

13.

La lingua, ossia la ciarla, suttutto ne' militari, non esclude il valore, che troppo ingiustamente negherebbe l'autore agli uffiziali francesi.

14.

Si descrive il modo di scaramucciare de' Corsi.

15.

In Asco, paese della Pieve di Caccia, sono un oggetto di commercio certi cerotti composti di pece e ragia d'Abete, che si van vendendo pei villaggi dagli abitanti di Giovellina.

16.

Son questi nomi d'insigni banditi celebri pel coraggio, e pel terrore, che sparsero, non ha gran tempo, nelle foreste di Corsica.

17.

In Corsica la lingua del porco di montagna, salata, è un cibo ricercato, e preferito al prosciutto del Casentino, ed alla salsiccia bolognese.

18.

Furiani, villaggio di Marana, ha per Santo titolare S. Pancrazio, a cui ascrivesi la virtù di sanar le storpiature delle gambe.

19.

Grande e pescoso stagno lungo il littorale della spiaggia di Marana.

20.

San Pietro è spesso in Corsica, ed in molte parti d'Italia sinonimo di bugiardo, ed è vocabolo allusivo alla bugìa, che disse S. Pietro nel cortile di Caifasso.

21.

Rinomato atleta di Crotone, ch' uccise d'un pugno un bue, e sel portò in ispalla per l'arena, quasi troféo della sua forza.

22.

Non v'ha oggidì sano cattolico, che presti fede al supposto miracolo di S. Cristofano, a cui fa qui allusione l'autore.

23.

La Santa Cappella di Parigi, ove si suppone successo il fatto, che fa l'argomento del Leggio, era l'antica cappella reale.

24.

À ces mots il saisit un vieil Infortiat,
Grossi des visions d'Accurse eì d'Alciat.
Vedi le Lutrin , Chant V.

25.

Monte altissimo, che divide la Pieve d' Orezza, da quella di Rostino, al Sud-Ovest di Marana.

1.

È memorabile la sorpresa d'Annibale, ch' essendo bloccato da' Romani negli Abruzzi, vidde inaspettatamente dal campo nemico gittarglisi a' piedi la testa del fratello Asdrubale, ch' egli attendeva in suo soccorso con un esercito poderoso.

2.

Lupa, o traditora chiamasi in Corsica il carbone, o l'antrace.

3.

Il poeta volle rappresentare nel Borgo un costume proprio soltanto de' paesi più oscuri, e meno inciviliti dell' Isola, in cui le donne ne' piagnistei funebri si svellono i capelli, e si sranfiano il viso fino ad effusione di sangue. Raspare, o Scalfire (raspo, e scafetto) è il vocabolo proprio in alcuni villaggi dell'Interno, per significare il piùnto sui morti.

4.

V'ha ne' villaggi di Corsica un'uso antichissimo sul piagnistèo de' morti. Una donna con un canto tristo, e monotono, come l'antica préfica, improvisa una nenia in versi; e rammentando le buone qualità del defunto muove al pianto le donne, che fan corona alla tola.

5.

I morti vestiti di cappa si stendono colle mani, e i piedi giunti, ossia appajati sopra una tavola sostenuta da un desco, o da due sedie, il che Chiamasi propriamente appajare un morto sulla tola.

6.

Sussiste tuttora nel basso popolo la credulità sul mal d'occhio, ossia fascino, chiamato da' Corsi innocchiatura.

7.

Si dice ch' il fuoco bucina, o parla, e che da buono, o tristo annunzio, quando la fiamma rugghia e stride, guizzando a forma di lingua, e quasi a quel modo, che descrive Dante nel 27º dell'Inferno:

Poscia ch' il fuoco alquanto ebbe rugghiato
85A modo suo, l'acuta punta mosse
Di qua di là, e poi diè cotal fiato
.

8.

Il canto notturno, e roco della gallina è creduto di mal' augurio.

9.

Pasqua-rosa, o Pasqua di rose chiamasi la domenica di Penticoste.

10.

Quando una sposa è menata nel villaggio del marito fra gli spari di fucile, e i viva del cortéo nuziale, i giovani, che le vanno incontro, stendono attraverso alla strada un lungo nastro, il che chiamasi nel dialetto corso far la travata, e ne' contadi di Toscana, in cui vi è lo stesso costume, fare il serraglio. Quindi uno porge un mazzetto di fiori, e recita un sonetto alla sposa, la quale, per farsi aprire il passo, dee dare una mancia.

11.

Seccatojo per le castagne.

12.

Fuoco spento, vivissima espressione contadinesca per dir famiglia estinta.

13.

Si dà talvolta questa specie di castigo da' padri in sofferenti ai figli incorreggibili.

14.

Medico-Chirurgo del Borgo.

15.

Così chiamasi l'estratto d'un erba medicinale, che si suol cogliere nel giorno di S. Giovan Battista, e che si crede molto atta a saldar le ferite.

16.

Ne' giorni macri si fa molto uso nel Borgo di ranocchi, che forniscono a dovizia le paludi vicine.

17.

Iliade, L. XIX in princ.

18.

Sonate villerecce.

19.

Ciò che chiamasi in Corsica Cetera è uno strumento di sedeci, e talor diciotto corde di metallo, che si suona con una scaglia di tartaruga, o di corno. Ha un tintinnìo piacevole, che s'accosta al suono del cembalo a penna.

20.

È questa la lingua vernacola de' montanari Corsi, ed è un misto di Toscano, Siciliano, Sardo, e Genovese, accostandosi più all'uno, o all'altro di questi dialetti secondo le differenti provincie, in cui si parla. Nel di qua da' Monti le persone men rozze usano un linguaggio, che si discosta dal Toscano, e dal Romano men d' ogn' altro dialetto d'Italia. Per coloro cui non andasse a genio una canzone di questo dialetto, l'autore qui aggiunge in pretto italiano una libera imitazione di questa serenata, la quale non potrebbe essere confacevolmente tradotta.

240O più vermiglia d'una melarosa
Più bianca che la neve, e il gelsomino,
Più aspra che l'agresto e l'acetosa
Più dura ch' una pietra, e un travertino.
Io mi magagno, e muòjomi per tene,
245E tu non mi vuo' mai briciol di bene.
Dappoi che t'amo, i non son buono a niente;
Cumincio un' opra, e non la so fornire.
Se vado a messa, non ci pongo mente,
E credo, e avemmaria non so più dire.
250E li dicesi, nulla mi varrìa;
Perché t'ho sempre nella fantasia.
Quando alle legna vai nel castagneto,
Fo vista di cercare il mio vitello
Ti scelgo le fascine, e ti vo dreto,
255Come il tuo carrettino, e il tuo catello.
Ami tanto il tuo cucciolo, e il martino
E po' tant' odj il povero Scappino.
Sei fatta a lite sì burbera, e ritrosa.
Che di piacerti non trovo maniera,
260Io di sopiatto una pizza mostosa
Innanzi al babbo ti donai jersera.
Nel dartela la mano ti pigliai:
La strinsi appena, e tu gridasti, ahi! ahi!
S'a coglier l'insalata nel giardino,
265Od a munger le pecore esci fuora,
T'apposto, e tu mai non mi vuo' vicino.
Pur' io t'amo, e t'amava insin d'allora,
Ch' ancor non m'allacciava il giubberello,
Nè arrivava a montar sul somarello.
270Io lasciava sbandar capre, ed agnelle,
E montava sui peri, e sui susini;
Con te giocava i frutti alle piastrelle,
E tu giocavi un bacio a pizzichìni.
Del morso, che nell'orto di Pasquale
275Tu m'attaccasti, ho ancor' il segno avale.
Ti sovvien quando tu dal finestrino
Mi tiravi la neve alla sfuggita ?
Facevi all'impannata capolino;
Io ti mandava un bacio in sulle dita.
280Quelle sere io veniva a vegghiar teco,
E tu giocavi a scaldaman con meco.
Ti diedi il core, e ti darei quant'ho,
O Filignocca traditora, e ingrata.
Vendo per te, quand'in cittade i' vo,
285il cacio della mia vacca pezzata;
E di soppiatto a mamma, e alle sorelle
Te ne compro fettucce, aghi, e faldelle.
Ti regalai di seta un bel retino,
Tutto fiorato, di color di rosa,
290Un guarnel di stamina, ed un bustino;
Quando li porti, tu pari una sposa.
In chiesa la domenica mattina,
Tu se' l'invidia d'ogni contadina.
I' torrei di non esser più Scappino,
295Per essere il bustin, ch' io ti donai,
E stringere il tuo petto alabastrino;
E or che colcata in letto te ne stai,
Oh! fussi il capezzale, il cuscinetto
O il lenzuolo soprano del tuo letto!

21.

Broccio, ricotta, o raviggiuolo che si fa in Corsica, cocendo in tre quarti di Siero un quarto di latte. In Provenza chiamasi collo stesso vocabolo La brusse una specie di ricotta consimile.

I.

I. Melangolo

II.

Masso

III.

Macigno

IV.

Stregato

V.

Struggo

VI.

Senz'appetito

VII.

Ho

VIII.

Peperone

IX.

Capre

X.

A danno

XI.

Fiscelle

XII.

Stipe, fascine

XIII.

Col pretesto

XIV.

Cucciolo

XV.

Agnello

XVI.

Porcile

XVII.

Majale

XVIII.

Piccolino

XIX.

Non arrivava montare.

I.

Sconviare contrario del Toscano convìare, e vale scompagnare

II.

Echie, caprette, vocabolo derivato dal greco , Capre. Molte parole di greca derivazione si riscontrano nel dialetto corso, che forse ci furono trasmesse o da quei Focesi che si stabilirono in Galeria 550 anni prima dell'era cristiana, o dalla colonia di Mainotti che nel 1676 occupò quella parte occidentale dell'isola che si chiama Paomia. Tal'è la parola falo in senso di biondocastagno, donde deriva il nome Falone (vedi C. II, st. 6.) dal greco biondo, lucido, da cui prende origine anche la voce latina flavus, e l'italiana falbo; chemo, ch' in molte parti dell' isola significa il capezzone, che stringe al cavallo la mascella inferiore, da Capezza, donde il latino camus; bronco, il capezzone, che stringe al cavallo le due mascelle da , gola, freno; tupezzo da , o il didietro, etc,

III.

Io saliva

IV.

Ciriegi

V.

Guadagnando

VI.

La rivincita

VII.

Stizza

VIII.

Poggio

IX.

Segno

X.

Sighéra, mietitura

XI.

Cespuglio. Siepaja

22.

Lisca, ossia lisca in gola, è un' imprecazione, che si fa talora per ischerzo, ed in segno di confidenza a persona, che tossisce.

XII.

Palle di neve

XIII.

Imposte

XIV.

T'affacciavi

XV.

Vegliare

XVI.

Camino

XVII.

M'accosto, mi stringo

XVIII.

Ritornelli

XIX.

Toppo.

I.

Pezzata

II.

Compro

III.

Nastri.

IV.

Fettucce

V.

Fiocchi

VI.

Affiorata

VII.

Sposa

VIII.

Chiesa

IX.

Sei l'invidia.

23.

Se già detto che l'autore scriveva verso il 1812.

1.

Il distintivo dei Maire, ossiano Podestà dei Communi di Francia, è una ciarpa o cinta, rossa in quei tempi, ed ora bianca, annodata, e non già affibiata al ventre.

2.

Amico, ed allora anche collega dell'autore.

3.

L'autore udì subito, attesa la vicinanza da Marana a Bastia, le prime nuove della contesa per l'asino, e ad istanza del predetto suo collega, ed amico pose tosto mano alla Dionomachia.

4.

Golo e Liamone sotto due grossi fiumi, l'uno nella parte cismontana, e l'altro nella parte oltremontana dell'isola, i quali davano da prima la denominazione a due dipartimenti, in cui la Corsica era altra volta divisa.

5.

Meria, villaggio situato sulla costa orientale del Capocorso, e Caccia, pieve del circondario di Corte tra Balagna, e Rostino, son due luoghi, non so se a torto, o a ragione, mentovati sovente per la scimunitaggine de' loro abitanti.

6.

Dopo la distruzione di Marana, città principale dell'isola al tempo de' Romani, la sede del Governo fu trasferita in Biguglia, paese dell'istessa pieve; finchè nel 1380 Leonello Lomellino Governator Genovese, scacciato da Biguglia da Arrigo della Rocca, per trar profitto dal mare vicino, nella marina di Cardo, ov'eran già poche case, fece edificare una fortezza, o bastione, da cui ebbe principio, e nome Bastia.

7.

In questa, e nelle tre strofe seguenti s'accennano le quattro più distinte epoche della storia di Corsica, anteriori al 1738. Vedi la Nota nº 7 al Canto II.

8.

Vincentello da Istria, valoroso guerriero del Secolo xv, credesi uno dei discendenti del conte Ugo Colonna, Romano, il quale a detto di molti storici nell'anno 816 inviato da Stefano IV in Corsica, la liberò da' Saraceni. Vincentello era nipote del celebre Arrigo della Rocca, a cui successe nel titolo di Conte, e Vicerè di Corsica, conferito ad Arrigo da Alfonso Re d'Arragona. Il Banco di S. Giorgio, a cui apparteneva la Corsica, facendo guerra in quel tempo ai Signori dell' Isola, Abramo da Campo fregoso eletto Governatore in Corsica per l'Uffìzio di S. Giorgio diede il comando dell'armi ad Andrea Lomellino. Vincentello sconfisse le truppe del Lomellino, ed eseguitele fino a Biguglia espugnò il castello di questa terra. Abramo, accorso con un grosso rinforzo da Genova, tentò di rifarsi di quella rotta, e di ricuperar Biguglia, ma fu vinto completamente, e fatto prigione da Vincentello.

9.

Credesi che Vincentello conducesse nel forte di Biguglía Abramo da Campo-Fregoso, caduto in suo potere nell' ultima battaglia, e Piero Squarciafico, altro Generale Genovese, ch' egli avea fatto prigioniero in un fatto d'armi, successo a Tralonca, immediatamente anteriore alle due battaglie qui sopra accennate. Queste tre vittorie ridussero quasi tutta l'Isola sotto l'ubbidienza di Vincentello, il quale vi regnò pacificamente per qualche tempo, finchè caduto per tradimento in mano dei nemici, fu decapitato in Genova. La sua discensenza non s'è estinta in Corsica, ed ha prodotto in diverse epoche non pochi personaggi illustri per eminenti dignità militari, civili, ed ecclesiastiche, fra' quali si distinguono al presente Monsignor Colonna d'Istria, vescovo di Nizza, e il signor Alessandro Colonna d'Istria, già Procurator Generale presso la Regia Corte di Corsica, ed ora Presidente nella Regia Corte di Nismes.

10.

Sampiero Ornano di Bastelica è il maggior guerriero, che prima di Napoleone Bonaparte abbia prodotto la Corsica. Mosse Enrico II, Re di Francia a tentar la conquista di quest'isola. I Genovesi collegati cogl' Imperiali, e cogli Spagnuoli, sconfitti più volte dai Gallo-Corsi, chiamarono in Corsica il famoso Andrea d'Oria allora ottogenario. Questi dopo aver espulso la guarnigione Corsa da Bastia, volle scacciarla anche da Furiani, ov'erasi ricoverata; ma le sue troppe in due attacchi furono battute, e disperse.

11.

Il Senato di Genova pubblicò sulla testa di Sampiero una taglia di 5000 scudi, e pose questa somma a guadagno sul banco di S. Giorgio.

12.

Dopo il trattato di pace, che nel 1559 sistemò gli affari di tutta l'Europa, e rimise la Repubblica di Genova nel pacifico possesso dell'Isola, Sampiero guerreggiò contro i Genovesi per l'Indipendenza. Egli in due battaglie, l'una al Vescovato, l'altra al ponte della Leccia sconfisse i Genovesi, che dal Borgo fla-ceano escursioni contro i sollevati. Nell'ultima battaglia restò ucciso il Generale nemico, e gli avanzi del suo esercito furono dispersi, ed inseguiti fino al vicinanze del Borgo, che fu quindi occupato, e bravamente difeso dalle truppe di Sampiero.

13.

Si parla dell'antipenultima guerra mossa da' Corsi contro i Genovesi nel 1730, ed alla quale diede occasione, e principio l'avarizia d'un esattore, che per mezzo bajocco (un da otto) minacciò di spogliare un vecchio storpio di Bozio. Carlo VI, Imperatore ch' avea messo di recente il piede in Italia, e tentava di estendervi il suo dominio, staccò dall'armata di Milano 8000 tedeschi, e gli accordò in soccorso a' Genovesi, i quali per economia n'accettarono solo la metà.

14.

Luigi Giafferri di Talasani, Generale Corso, dopo aver sorpreso e bloccato l'armata del Gen. Wactendock in S. Pellegrino, sul punto di farla prigioniera, le aperse generosamente il passo a Bastia. Col rinunziare ad una certa vittoria, sperava egli d'indur l'Austria a rinunziare ad una guerra vergognosa, ed ingiusta. Ma deluso in questa speranza assalì di concerto col Gen. Andrea Colonna Ceccaldi del Vescovato le truppe Austriache sulle rive del Golo nei Confini di Marana, e le ruppe. Wactendock fu obbligato a dimandar gli altri 4000 uomini al Gen. Daun, Governator di Milano, scrivendogli, che avea combattuto con gente, che non conosceva paura.

15.

Questa guerra cominciata per l'esazione d'un mezzo bajocco finì pei Genovesi collo sborso di molte migliaja di scudi. La Repubblica di Genova nel trattato coll'Imperatore erasi obbligata di sborsargli 100 scudi per ogni soldato austriaco, che durante la guerra fosse morto, o disertato. Nella battaglia del Golo mille Tedeschi restarono morti sul campo, senza contar le stragi, che si fecero di queste truppe in molti altri fatti d'arme. In Calenzana ne furono sepolti 93 in una sola fossa. Vedi la Giustificazione della Rivoluzione di Corsica , stampata nell'anno 1758, pag. 292.

16.

La relegazione de' più cospicui soggetti dell'Isola, ordinata contro i patti dal senato di Genova, e la carcerazione di Luig Gíafferri, che fu poi liberato ad istanza della Casa d'Austria dieder impulso nel 1735 a questa quarta insurrezione. Giafferri, Ceccaldi, e Giacinto Paoli, padre di Pasquale, marciarono alla testa de' sollevati, i quali poscia in riconoscenza dialcuni sussidj, ch' avea loro prestati Teodoro Antonio Neukof, diedero a questo Avventuriere il titolo di Re di Corsica. Fra le azioni, in cui si distinsero i Corsi sotto la condotta di Teodoro, è memorabile la feroce resistenza, che 40 patrioti opposero per sei ore continue contro mille Genovesi in un'altura presso Furiani, finchè accorse con un rinforzo Teodoro, e sconfisse i nemici.

17.

Teodoro errò per l'Europa in cerca di danaro, ed alfine fu carcerato per debiti. È nota l'opera buffa del Casti su questo Monarca da scena. Essa in nulla offende l'amor proprio de' Corsi, i quali han poi dato ad altre nazioni de' Monarchi da senno.

18.

Alludesi a qualche segno di malcontento manifestato contro l'autore da alcuni Maranesi, i quali credettero da principio questo poema tutt'altro ch' uno scherzo piacevole.

19.

In Corsica, in cui gli asini sono naturalmente di scarsa corporatura, in molti villaggi del di qua da' Monti si conserva tutt'ora, e si rammemora con molta lode la stirpe d'un grosso asino Toscano, noto sotto il nome del fu asino di prete Rutilio.

20.

Il prezzo della locazione, che qui s'accenna, suole aumentarsi, secondo le buone qualità del giumento, di cui si vuol prender la razza.

21.

Intendasi delle maremme di Toscana, donde si trasportono in Corsica delle vacche grosse, e figliaticce.

22.

Così vien chiamata la miccia, la cui presenza credesi necessaria nella monta delle cavalle agli asini volgari.

23.

Non s'è mai scoperto nè il corpo, nè il sepolcro di S. Appiano. Di questo Santo non si legge ch' il nome, e la qualità nel martirologio.

24.

Pineto, macchia, che termina il territorio di Marana a Levante, e stendesi lungo le sponde dello stagno di Chiurlino in distanza di cinque miglia incirca dal paese di Lucciana.

1.

S. Michele apparso al Vescovo di Siponto, Diocesi della Puglia, gl'indico, che sul monte Gargano eravi una grotta fabbricata miracolosamente a foggia di tempio; gli rivelò, ch' un pastore, il quale inavvedutamente volle profanar quella grotta, fu da lui gravemente punito; e gl'impose di convertir la grotta in una Chiesa da consacrarsi al suo nome. Quest' apparizione di S. Michele si celebra fra le feste dell' anno gli 8 maggio.

2.

Il vero nome di costui è Simon. Bracato.

3.

È questi un uomo travagliato da una terzana abituale, e perpetua; malattia che rendono molto frequente in Marana le insalubri esalazioni del prossimo stagno di Chiurlino.

4.

Uno de' più ricchi terrazzani di Lucciana, morto pochi anni fa, inseguito d'un'itterizia inveterata, alla quale il poeta dà questa strana origine.

5.

S. Agata liberò dall' incendio la cíttà di Catanea.

6.

Il libeccio, vento che in Corsica scende con gran rovina dalle montagne del di qua da' Monti, desume il suo nome dalla Libia, ossia Barberia, regione dell'Affrica, donde esso ha origine.

7.

L'occhio del prefazio, o del canone, chiamasi ne' sacerdoti l'occhio sinistro, ch' essi tengono più diretto verso il messale nel dire il prefazio. Quest'occhio è un requisito necessario per li chierici ordinandi.

8.

I tre Luccianesi qui nomminati hanno in realtà la dìfformità o il difetto, ch' in essi poeta suppone cagionato dal colpo dell' asino.

9.

Si parla della cometa, che comparve fra l'anno 1811 e il 1812.

10.

Due celebri astronomi de' nostri tempi.

11.

Si fa cenno di molti Prelati di Roma, che verso l'anno 1813 furono deportati in Corsica, e rinchiusi in gran parte nel Forte di Calvi, ove vissero più mesi a pane, ed acqua.

12.

Secondo i mitologi, l'asino di Sileno, che militò in Flegra contro i Giganti, fu da Giove trasportato in cielo con tutta la stalla, e collocato nella costellazione del Cancro, la quale ne' segni del Zodiaco sta presso al Leone.

13.

S. Michele, al dir di S. Giuda, combatte contro Satanasso pel cadavere di Mosè, di cui il demonio voleva valersi per introdurre l'idolatria fra gli Ebrei, e che fu dall'Arcangiolo imperscrutabilmente nascosto.

1.

L'uniforme de' Giandarmi è di panno turchino.

2.

Cesare Berthier, allora. Generale, e Capo dell'alta Polizìa in Corsica, si dilettava assai in curare i suoi cavalli, ed in istendere proclami, ne' quali faceva pompa di quell' eloquenza degli ordini del giorno, composta di puntini, lineette, e interjezioni.

3.

Tutto il Dipartimento di Corsica risentiva bene spesso i tristi effetti della sciatica, da cui soprattuto nei tempi di scirocco era travagliato il Generale.

4.

Nel tempo ch' ogni giandarme era un' agente, o delegato d'alta Polizia, la Giandiarmerìa a cavallo portava sul petto attaccatta alla ciarpa una piastra, ov'era inciso un occhio per emblema di vigilanza.

5.

Vedi la nota nº 23 al C. IV.

6.

Ne' villaggi si suol dare in ova la mancia al Pievano, che va benedicendo le case.

7.

Pax huic domui, et omnibus habitantibus in ea etc.

8.

Celebri banditi.

9.

Sovente in simili occorrenze il solfanello acceso fa l'uffizio di cera di Spagna.

10.

Bulla cœnœ è una bolla così detta, perchè leggevasi nel Vaticano il Giovedì Santo nella Cœna domini, ed è opera di varj Pontefici i quali in essa fulminavano terribili scommuniche contro i profanatori, e occupatori delle cose sagre ec. ec.

11.

Vedi Tasso Gerus, C. 11, St. 88.

12.

In Corsica ne' tempi andati due persone, che fra loro rompevano uno stecco, davano segno di romper la pace. Ora quest uso non si è conservato che fra i più oscuri Villani, e più particolarmente fra gl'innamorati. Conservasi però tuttora la frase proverbiale romper lo stecco nel senso di dichiarare inimicizia. Il proverbio toscano corrispondente al nostrale, rompere il fuscellino, mostra che l'anzidetto costume allegorico era commune anch' ai Toscani.

1.

Alessandro Petrignani della Venzolasca in Casinca, giovine dotato delle più pregevoli qualità di cuore, e di spirito. Avea questi sortito dalla natura quella poetica vivacità d'ingegno, ch'è sì naturale a' Corsi, e che la mancanza d'istruzione, o rende in essi inerte, o mantien rozza, ed incolta. Egli dopo aver incoraggilo l'autore ad intraprendere questo poema, sul cui soggetto aveva egli stesso composta una novella, udì fino a tutto il sesto Canto della Dionomachía. Il poeta era sul cominciar di questo canto, e Petrignani tornava da Aleria al suo paese a dar la mano di sposo ad una sua amante, allorch' egli pel motivo d'un meschino interesse litigioso venne ucciso a tradimento in un bosco del Cantone di Serra. Ciò basta per giustfi-care un'introduzione epicedica ad un canto eroi-comico.

2.

Scriveva l'autore nel 1813 ; epoca in cui il Governo per la rotta delle armate francesi era a tal segno mancante d'azione, e di forza, ch' i delitti, e le intestine discordie eransi in quest'Isola oltre numero moltiplicate.

3.

Il poeta compose quest'omelia in istil balordo sul modello di varie prediche, ch'egli udì da Curati di campagna, uno de' quali rapportando con poco garbo, e senza quella desterità, e riserbatezza, che richiedesi in un pubblico sermone, tutte le ferite di G.C. noverate nelle rivelazioni di S. Brigida, e di S. Metilde, ne lesse s'una cartella un calcolo aritmetico co' rotti, e col totale.

4.

Nel quarto, e quinto secolo nelle Chiese di Rouen, Autun', Sens, Antibo, Dijon, d'altre città della Francia celebravasi in certi giorni dell'anno una festa, detta delle Calende, o dei pazzi, in onore del giumento su cui G.C. fece il suo ingresso in Gerosolima. Il rito di questa solennità coll'inno, che vi si cantava, leggonsi tuttavia in un diptico, trovato nella chiesa cathedrale di Sens, ed illustrato in una disertazione di M. Millin, già membro dell' Istituto nazionale. Per dar' un' idea di quest' inno basti il citarne la strofa seguente :

Aurum de Arabia...
Tulit in Ecclesia
Virtus asinaria
205Hez, sire âne, hez.

5.

In Sisco (paese di Capocorso del Cantone di Sagro) nella Chiesa di S. Caterina conservansi certe reliquie, le quali non saprei se siano mai state formalmente riíconosciute dalla santa Sede. Esse non sono niente meno stravaganti di quelle qui dal poeta a capriccio enumerate; come a dire, una zolla del fango damasceno, con cui fa formato il prim'uomo, le mandorle del paradiso terrestre, la verga, con cui Mosè divise il mar rosso, quella d'Aronne, che fiorì nel tabernacolo, un pezzo petrificato della manna piovuta agli Ebrei nel deserto, ec. ec.

6.

V'ha chi ci crede, che la coda di quest'Asino istesso si conservi in Genova appesa alla porta della sagrestía della chiesa di S. Maria in Castello.

7.

Il Tribunale civile di Bastia.

8.

In Arquà nella casa del Petrarca eccita la devota curïosità dei letterati la gatta di questo poeta, che si conserva secca e spelata in una nicchia attorniata di varie iscrizioni:

Il bel colle d'Arquà poco in disparte,
415Che quinci il monte, e quindi il pian vagheggia,
Dove giace colui, nelle cui carte
L'alma fronda del sol lieta verdeggia,
E dove la sua gatta in secca spoglia
Guarda da' topi ancor la dotta soglia ec.

Secchia rapita, C. VIII, st. 33.

9.

Alessandro il Macedone eresse un magnificio mausoleo al suo cavallo Bucefalo, e sulle sponde dell' Idaspe al loco stesso, ove il cavallo fu ucciso nell' ultima battaglia contro Poro, fondò una città, cui diede il nome di Bucefalía.



Salvatore Viale (revised Emanuela Frasca).

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