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Grassi, Ranieri (revised Tavoni, Alice)

Pisa e le sue adiacenze


Indice




Pisa e le sue adiacenze nuovamente descritte da Ranieri Grassi con quattro tavole in rame, premessovi un compendio della storia pisana fino a tutto il 1850 per servire di compimento alla sua "Descrizione storica e artistica di Pisa e de' suoi contorni"(1836–38, 3 VOL. IN – 12)




1. All'Illustrissimo Signore Cavaliere Vincenzo Carmignani Operaio della chiesa primaziale pisana e degli annessivi monumenti.

L'amore ch'io sempre ho nutrito per la mia terra nativa, la narrazione più e più volte gustata de' suoi memorabili avvenimenti, le tante particolarità diffuse nelle opere di chiarissimi letterati fecero in me sorgere, or son varî anni, un vivo desiderio di adunare, trascrivere, paragonare non pochi documenti e quindi compilare una istoria compiutamente ordinata e seguita della stessa mia patria. Con assidua fatica giunsi al compimento del mio disegno, pubblicando in prima due collezioni riferenti alla sola parte architettonica delle fabbriche principali, rappresentate nelle genuine loro forme, piante e spaccati, e rendendo in seguito di pubblico diritto un'altra opera in tre volumi, la quale non solo comprendeva il quadro storico interessantissimo dell'antica grandezza di Pisa e delle sue crudeli vicissitudini, ma oltracciò la particolareggiata descrizione di ogni e qualunque oggetto rimarchevole in essa contenuto; né fu senza intima soddisfazione che vidi la lieta ed amorevole accoglienza di che si piacquero onorarla i miei concittadini ed il Governo medesimo, da cui venne assegnata a ciascuno degli Scienziati stranieri intervenuti in Pisa al primo Congresso italiano del 1839.

Eccomi ora alla quarta, e forse all'ultima fatica sopra argomenti patrii, col vantaggio di tutto racchiudere in un solo volume quanto concerne all'inclita Pisa e di storico e di artistico, nella ferma fiducia che il pubblico vorrà essermi cortese d'accordarle lo stesso favore usato alle antecedenti.

E in questa mia espettazione sono oltremodo confortato dall'atto benigno della S. V. Illustrissima di aver condisceso alle mie brame coll'essersi degnato di accettarne la dedicazione. E riguardo infatti per mia singolar fortuna che uno scritto, il quale tratta dei fasti della patria, sia consacrato a chi ben degnamente si trova alla soprintendenza dei suoi principali monumenti, ad uno de' suoi più ragguardevoli cittadini non tanto per agiatezza e discernimento, quanto perché stretto per vincolo fraterno ad uomo di fama europea, al cav. commendatore che fu Giovanni Carmignani, profondo criminalista nella patria Università ed autore di pregevoli opere filosofiche e di varia erudizione, da me collocato di necessaria conseguenza nel catalogo degli uomini più illustri di questa città.

E mentre un tale atto di generosa annuenza per parte di Lei è stato a me d'impulso e più d'alacrità mi accrebbe, onde giugnere al termine desiderato, fu al tempo stesso un giudizio confortante e il più lusinghiero a cui aspirar potessero le deboli mie fatiche, ed anche una solenne prova della naturale sua propensione ad inanimare gli artisti e tutti coloro che tentano segnalarsi colle produzioni dell'ingegno.

Piacciale pertanto aggradire i miei più vivi sentimenti di perenne riconoscenza, coi quali mi ascriverò sempre ad onore di protestarmi col più rispettoso ossequio

Della S. V. Illustrissima Pisa, 1 Maggio 1851

2. INTRODUZIONE

Al punto di avere pressoché esaurita la prima edizione di oltre a mille copie della mia opera intitolata – Descrizione storica e artistica di Pisa ec. –, mi faccio a dare un quasi compendio della medesima, onde serva di Guida al forestiere per tutto quello che può interessare il suo spirito ed allettare la sua curiosità nel di lui breve soggiorno in questo luogo, come anche a secondare le brame di non pochi zelanti cittadini, che alla ristrettezza congiunta vorrebbero l'essenza delle cose. A tale effetto, senza troppo diffondermi, nulla ho intralasciato di necessario, affinché il lettore possa avere sotto gli occhi un prospetto dei singoli oggetti possibilmente compiuto.

E per dare un cenno della disposizione delle materie e del piano prefissomi, dirò di aver fatto precedere un quadro tipografico e statistico della città e de' suoi contorni, all'oggetto di spiegare non poche interessanti particolarità sul suo clima e sulla sua posizione geografica, e di aver toccate brevemente le sue vicende istoriche dell'antica, della media e della moderna età, dando così compimento alla prima parte, giacché in due parti è diviso il presente lavoro. Quindi la seconda concerne alla descrizione de' monumenti più cospicui d'architettura, de' pezzi più insigni di pittura e di scultura, degli stabilimenti pubblici e di altri oggetti rimarchevoli, non omesse le innovazioni e gli abbellimenti che hanno avuto luogo fino a tutto il 1850, servendo così di necessario supplemento alla maggior mia opera in principio accennata: e contiene per ultimo un catalogo cronologico dei più celebri personaggi, di che Pisa si vanta in ogni maniera di utili discipline.

Ambedue queste parti riunite in un solo volume sono corredate di quattro interessantissime tavole in rame, vale a dire: 1. della pianta della città, 2. della veduta generale della piazza del Duomo, co' suoi quattro insigni monumenti, 3. della veduta separata del Campanile e 4. dell'area interna del Campo–santo, espressamente incise di nuovo per questa edizione.

3. PARTE PRIMA

3.1. Cenni Topografici, Statistici e Meteorologici della città di Pisa e delle sue adiacenze, seguiti da un relativo Sunto Storico.

Pisa, antichissima città, capoluogo del Compartimento pisano, è situata a gradi 28, 4 primi di longitudine ed a gradi 43, 43primi di latitudine, in ridente e fertile pianura, alla distanza di 49 miglia da Firenze, di 13 da Livorno e da Lucca e di sole 6 dal mare. Occupa un posto quasi centrale fra i due punti estremi, le Alpi e Reggio di Calabria, della nostra gran penisola dal lato occidentale. La sua valle è aperta dalla parte di levante d'inverno, circoscritta dai così detti monti pisani da levante di estate e tramontana e libera affatto fino al mare ad occidente. I monti pisani, detti ancora monti di sopra, si estendono a guisa di semicerchio pel tratto di circa dodici miglia e alla distanza di quattro a dieci dalla città. Congiunti questi in continuo giogo, finiscono in una ottusa e ripida punta sulla sinistra ripa del Serchio al castello di Ripafratta, lasciando per quasi cinque miglia lungi dal mare la valle aperta; ma non pertanto può dirsi riparata la città in gran parte dai venti boreali da una ben disposta catena di Appennini tra i confini estensi e liguri. Terminano dall'altro lato, alla destra dell'Arno, in un piano aperto e continuato con altra ampia valle fertilissima ed amena, che prende il nome dal fiume Nievole, per cui resta libero il passaggio ai venti orientali nella pianura pisana. L'opposta parte della valle formasi dai monti meridionali, o di sotto, che s'interpongono tra l'Era e la Cecina, da Volterra sino al mare.

Il territorio pisano è attraversato tortuosamente per oltre trenta miglia dall'Arno, il primario de' fiumi di Toscana, il quale pur anche attraversa la città in linea semicircolare da levante a ponente e la divide maestosamente in due parti, la settentrionale e la meridionale.

Ma prima di parlare dello stato attuale di Pisa, si vuole avvertire ch'essa anticamente contenevasi tutta sulla destra ripa dell'Arno, al confluente di questo fiume col Serchio e così ben difesa e singolare. Infatti il Serchio, scendendo alquanto rapido dall'Appennino, o dal versante meridionale de' monti di Garfagnana, entrava nella vicina valle all'estremità de' monti pisani e, seguitando la naturale sua inclinazione, si gettava allora in Arno medesimo, lambendo il lato occidentale della città, siccome osservarono Strabone e Claudio Rutilio Numaziano, laddove pervenuto adesso nella pianura pisana intorno a quattro miglia vicino alla città, si piega con angolo quasi retto verso ponente e, mantenendosi sempre presso a poco equidistante dall'Arno, si porta con distinto sbocco nel mare. I motivi di tale sua derivazione restanci tuttora ignoti, se non che probabile ci sembra l'opinione di Pier Vettori e del celebre P. Grandi, che i Pisani fossero poscia indotti a scavare al Serchio un nuovo corso, onde evitare il danno delle sue frequenti inondazioni. Ed ignorandosi altresì l'epoca in cui seguì siffatto cangiamento, potremo solo accertare che fu anteriore al secolo duodecimo, perché da qualche istoria del secolo indicato si trova chiaramente nominata la foce del fiume Serchio nel mare nel sito medesimo ov'ella è al presente; come all'opposto, colla scorta dell'anzidetto Rutilio Numaziano, può stabilirsi che la disgiunzione dei due fiumi non sia da arretrarsi al di là del secolo V, accertando egli, nel suo Itinerario, che i sunnominati fiumi al cominciar di quel secolo (nel 415) mescolavano tuttora le loro acque presso le mura stesse di Pisa, continuando insieme il corso nel medesimo alveo sotto il solo nome di Arno1.

Il suolo di Pisa è pianissimo ed uniforme, un poco inclinato verso il mare ed è il prodotto dell'alluvione lutulenta e arenosa dei menzionati fiumi, per quel tratto in particolare che resta al di sotto della città. Il suo littorale è rivestito ovunque da vasta ed ombrosa foresta d'ogni sorta di alberi, divisa in varie tenute; o dove ora vegetano le piante, avevano già quieta e sicura stazione le navi. Il famoso Porto–pisano trovavasi infatti sull'estremità meridionale del lido di questa pianura, in grande prossimità del più moderno Livorno.

Tornando pertanto alla città, diremo che nel corso di sopra trenta secoli da che essa fu fabbricata, ha sofferto molte mutazioni nel suo materiale, massimamente per la grande varietà di condizione e di fortuna alla quale è stata soggetta. Da Licofrone, Polibio, Dionisio, Tolomeo ed altri antichi scrittori tra i Greci, da Cicerone, Virgilio, Catone, Livio, Tacito, Plinio, Lucano ed altri tra i Latini, abbiamo le prove dell'antichissimo suo nascimento, attribuito alle emigrazioni degli erranti Pelasgi, abbenché niuno d'essi abbia potuto con fondamento assegnare l'epoca vera della primitiva sua fondazione. Da alcuni fra i citati autori, si rileva altresì che Pisa era già tra le più insigni città dell'Italia quando ci venne Enea2 e che, prima assai di Roma, le sue navi scorrevano superbe su tutti i cogniti mari, portando dovunque il nome tirreno. In seguito, ai tempi della romana grandezza, andava essa ornata di templi, di foro, di teatri, di terme, di statue e simili monumenti, come attestano i Cenotafî pisani che gareggiano co' più illustri monumenti di Roma dell'età di Augusto. Dopo il disfacimento del romano impero, languì nella oppressione lo stato già florido di Pisa; le continue devastazioni e i varî incendii, a cui andò soggetta, ne variarono l'aspetto. Dei suoi vetustissimi edifizii nulla più conservasi che pochi residui di terme, dai quali si rileva che il primo piano della città doveva essere molto più basso del presente; ma nondimeno un gran numero di vetusti marmi, scritti e figurati, colonne, capitelli, ed arche sepolcrali, sta tuttora ad ornamento delle fabbriche meno antiche della stessa città. Intendesi qui de' quattro principali edifizii del medio evo, o de' tempi repubblicani, tutti riuniti presso l'angolo nord–ovest delle sue mura. Ed a questo proposito faremo parola del perché si trovino si celebri monumenti pressoché segregati, e posti, come si è detto, in un canto di Pisa. La ragione, a creder nostro, si è che, dopo varî lustri d'indisciplinata e miseranda barbarie, ricuperata i Pisani la primitiva indipendenza, e segnalatisi con memorabili imprese, volsero il pensiero a decorare la patria di un magnifico tempio, che fu il Duomo, eretto, co' riportati trofei sopra i Saraceni, nel sito allora giudicato il più conveniente e sicuro, perché alquanto superiore al piano del resto della città, né sottoposto in conseguenza alle inondazioni non tanto remote in quei giorni dell'Arno e del Serchio. Ma in appresso, prosperando viemaggiormente le cose de' Pisani, ristaurata la città medesima, si venne cotanto a estendere sulla sinistra dell'Arno, che il menzionato edifizio rimase a poco a poco nella solitudine di sopra mentovata. Le altre sontuose fabbriche del Battistero, Campanile e Campo–santo, che gli fanno per così dire corteggio, e le mura stesse urbane che le racchiudono, sono tutte opere posteriori all'indicata rinnovazione di Pisa, e costrutte parimente nei tempi della sua maggiore floridezza.

Pei successivi avvenimenti della repubblica pisana, subentrate infine alle di lei glorie le più crudeli vicissitudini, difficile è a dirsi lo stato deplorabile di Pisa e delle sue adiacenze durante il governo della fiorentina repubblica. Cadenti le cittadine e le rusticali magioni, abitatori dispersi, erbe germoglianti per ogni via e sulle mura stesse dei templi resi quasiché deserti, oltrediché interrati i canali d'irrigazione, ingombro il porto di arena, stagnanti le acque, Pisa altro non presentava che il suo cadavere disteso sulle sponde dell'Arno. E per servirci dell'espressioni del ch. dottor Masi, mancato da pochi anni ai viventi, se più tardava a comparire l'astro mediceo sull'orizzonte toscano, le sue ruine sarebbero adesso d'impaccio al solitario bifolco, e di trattenimento al curioso viaggiatore, come nelle arabe solitudini i laceri avanzi della superba Palmira3. Ma per buona ventura, segnatasi allora un'èra novella, incominciò la confidenza a rinascere, la città a ristorarsi, gli studii a prosperare, le terre a ritornare feconde; e su le ruine del repubblicano Senato sorger si vide la sede di sacro militare istituto4. Quindi, a far dimenticare a Pisa le passate sciagure, molto più si distinsero i sovrani austro–lorenesi, i quali con mano benefica le ridonarono quel lustro che a ragione la distingue fra le più belle città dell'Italia.

Passando ora a trattare dello stato attuale di Pisa, diremo ch'essa è di figura pressoché quadrangolare, divisa in terzieri, s. Maria e s. Francesco a tramontana sulla riva destra dell'Arno, s. Martino a mezzo giorno sulla sinistra. Le sue mura, opera de' bassi tempi, vengono intersecate da cinque porte, secondoché rilevasi dalla delineata pianta in principio del volume, il circuito delle quali non oltrepassa le quattro miglia; e dove un tempo si videro affollati sopra 150.000 abitatori, ora se ne contano pochi più di 22.000. Alle dette porte si aggiungono due altri accessi per le barche nell'Arno che, come si è detto, traversa la città percorrendo una curva dolcemente arcuata, le cui estremità sono a mattina ed a ponente; e la convessità, che dirigesi a tramontana, ha il suo seno aperto alla plaga meridionale; esposizione felicissima, e dove segnatamente i forestieri preferiscono di soggiornare. Molte belle fabbriche con ampie e lunghe strade fiancheggiano le due rive seguendo sempre il corso incurvato del fiume ed offrono una veduta sì dilettevole ed attraente da riempiere di maraviglia i riguardanti. Tre grandiosi ponti aprono comunicazione alle due rive, ovvero ai due magnifici passeggi che Lungarni si appellano, due de' quali ai punti estremi della curva ed uno al centro.

In generale le strade sono spaziose e ben lastricate ed una fra queste assai comoda pel suo porticato, le fabbriche non molto imponenti pel gusto architettonico, nondimeno decenti e agiate e fornite per la maggior parte di orti amenissimi, ove coltivasi fra i variati erbaggi copiosa quantità di frutta e di agrumi.

Ha inoltre Pisa di bei palazzi, di larghe piazze, di vaghi giardini con accessorii di delizia5. E' residenza di un Prefetto e di un Arcivescovo. Ha un elegante Teatro, un'arena per le rappresentazioni diurne, Stanze civiche, di socievole intrattenimento e lettura, Banca di sconto ec. Ha varî stabilimenti di publica beneficenza e d'istruzione. Nondimeno fra i primi lo Spedale civico, la Pia Casa di Misericordia, gli Orfanotrofii per maschi e per femmine, la Cassa di risparmio ec. Fra i secondi è da ricordarsi in primo luogo la celebre Università e l'annessavi doviziosa Biblioteca, quindi l'Orto botanico, il Gabinetto di storia naturale, la Scuola Normale di pedagogia6, l'Accademia ecclesiastica, la Società filarmonica, le Scuole elementari Comunali gratuite pei maschi e per le femmine, due Asili per l'infanzia, ed una Scuola di mutuo insegnamento: i quali ultimi istituti debbono l'esistenza alla filantropia di private società.

Restaci ancora a parlare del mitissimo clima pisano, costituito dall'opportuna situazione del paese, ed in particolare della città, che invita nella stagione invernale un buon numero di stranieri a godere della sua dolcezza. Giovevolissimo infatti n'è allora il soggiorno per gli afflitti da mali di petto, e generalmente per le persone di debole e cadente salute. Né meno proficuo esso rendesi nelle altre stagioni, atteso il benefizio del maestrale, che dall' equinozio di primavera a quello d'autunno suole dall'aperta marina soavemente spirare nelle ore più calde. La temperatura media in città è fra i gradi 10–15 di Reaumur; il massimo dei freddi nelle notti d'inverno è fra i gradi 2–4 sotto il gelo; come il massimo dei calori sul finire di luglio e il cominciare d'agosto ascende ai gradi 23–25, ed anche ai 27. Ma questi estremi sono brevissimi, né possono influire gran fatto sul clima, il quale è dominato da quei di mezzo. La costituzione dell'atmosfera è tale che il numero dei giorni sereni oltrepassa non poco in generale la metà del numero intiero dei giorni dell'anno; l'altra decrescente metà è formata da giorni misti di sereno, di nuvolo e di nebbia, da alcuni di sereno e di pioggia e da altri inticramente nebulosi e piovosi. E per ristringere su questo particolare il nostro discorso, noteremo che pochi sono i giorni in cui formasi il ghiaccio, che rare sono le tempeste, i fulmini, le grandini, rarissima la neve e che le malattie di contagio non esercitano qui, come altrove, il loro crudo impero.

Si aggiungono eziandio alla salubrità del clima i buoni, anzi ottimi alimenti che raccolgonsi nei fertilissimi ed ameni dintorni pisani e nelle colline ove si han frequenti e pingui oliveti e molteplici vigne, che suppliscono ai vini men preferibili della pianura, il latte, le carni, il pollame di qualità eccellente, il pesce di cui si abbonda per la vicinanza del mare e l'acqua altresì potabile, che in bontà non cede ad altra qualsiasi, perché va quasi del pari in leggerezza a quella distillata.

E fra tante felici circostanze del nostro paese, ancora un'altra se ne annovera d'immenso comodo e vantaggio alla salute non meno degl'indigeni, che degli stranieri, vogliam dire la vicinanza de' celebri Bagni di San Giuliano, a circa quattro miglia di distanza dalla città, al piè del monte pisano.

3.2. Sunto Storico

La prima epoca di Pisa precede i tempi istorici, e il vario opinare degli antichi autori sunnominati intorno alla sua origine, sembra che ridondi in manifesto vantaggio della prerogativa che le si attribuisce di un'antichità la più remota, perché fino d'allora si nascondeva nelle tenebre.

Sorta infatti, comunque si voglia, in una posizione molto opportuna alle operazioni marittime, ben difesa dalla natura perché sull'angolo formato al confluente di due grossi fiumi, a poca distanza da monti costituiti di marmi, e vestiti di pini e di altri alberi da costruzione, in un clima salubre e delizioso, o per mano degli Aborigeni, antichissimi popoli d'Italia, o per mezzo dei Pelasghi concorsivi sotto la scorta di Deucalione, re della Tessaglia, contemporaneo di Mosè, o per mezzo dei Pisi Alfei condottivi da Pelope; ed in séguito accresciuta, abbellita e resa più potente da Nestore e da' suoi Pilii, dopo la caduta di Troja, allorché questi, sbagliato cammino, ritornava alla patria; non è da meravigliarsi se si riguardava questa città, prima d'assai che nascesse il nome romano, fra le più considerevoli dei Tirreni, non solo per potenza, popolazione e grandezza, ma anche pel suo guerriero valore nei campi e sui mari, e per l'esteso commercio e sua perizia nelle arti.

Nel decorso dei tempi, ed allorché Roma segnava il sesto secolo della sua fondazione, un primo esempio rintracciasi della stazione in Pisa delle armate romane, non come conquistatrici, ma in qualità di confederate ed amiche, onde impedire le frequenti incursioni de' Liguri e de' barbari che ai danni di Roma segretamente Cartagine eccitava. Numerosi conflitti ebbero luogo nel corso di quel secolo, e quasi sempre colla peggio de' Liguri, i quali alla fine compiutamente disfatti, costretti furono a ricovrarsi nelle selve e nelle antiche loro montuose sedi.

Fu allora che i Pisani, di giubbilo compresi per vedersi liberati una volta dalle vicine molestie, vollero render tributo di gratitudine all'invitta nazione romana, invitandola per messaggi ad accettare una parte delle loro pingui campagne, che quasi vuote di abitatori eran rimase per le continue sanguinose lotte da essi sostenute. Si accettò di buon grado la generosa offerta; ed assicurato il libero esercizio delle patrie leggi, una colonia latina vi fu inviata sotto il romano vessillo, che accolta venne con acclamazioni festive. La loro storia si va adesso a sperdere nell'ampiezza della romana ed ascritta Pisa all'antica Tribù Galeria, divenne il più considerabile municipio dopo la Capitale, la qual cosa ci convince abbastanza del florido stato di grandezza e d'onore che, fino da quei tempi, doveala render celebre sopra le altre città della Toscana. Dichiarata in seguito colonia militare, si popolò nuovamente di abitatori romani, prendendo il nome di Colonia Giulia Ossequiosa, in venerazione della famiglia de' Giulii, dalla quale era sempre stata in notabil modo distinta.

Si ornò essa allora di templi, di teatri, di terme, d'archi trionfali, di statue e di simili monumenti, come chiaramente ne attestano le tuttora esistenti due celebri tavole di marmo, che al tempo rimontano d'Augusto, conosciute dai dotti sotto la denominazione di Cenotafî Pisani; dalle quali appariscono decretati a Lucio ed a Cajo, ambedue nipoti e figli adottivi dell'Imperatore, gli estremi funebri onori. Oltre alle suddette, varie altre genuine antiche iscrizioni indicano i questori, i flamini augustali, gli edili pisani aventi l'onore del bisellio e fan chiara prova dell'onoranza in cui fu sempre tenuta questa città, insignendola il Senato Romano col titolo di repubblica, di socia e confederata, piuttostoché di sottoposta, in riguardo forse agli antichi fasti di lei nelle armi, nel commercio e nelle arti, anche allorquando le aquile latine continuavano a signoreggiare l'universo.

Da un altro prezioso marmo già in Pisa esistente relativo a M. Nevio Restituito della Tribù Galeria, che fu soldato della X coorte pretoriana, desumesi altresì, che nella Colonia pisana esistevano due antichissimi collegii di artefici di ogni strumento navale, assegnando egli con testamento 4000 sesterzî al collegio dei fabbri navali, affinché ogni anno fossero celebrati al suo sepolcro i parentali, e in caso d'inosservanza ai fabbri tignarii di detta città7.

Né vuolsi tacere che, fino dalla prima aurora dell'era volgare, molti dei Pisani riceverono dal Principe degli Apostoli il primo lume della cristiana fede; e l'erezione di un altare nel territorio vicino alla città, in quel luogo appunto che oggi dicesi san Pietro in Grado, si volle al medesimo attribuire. Ma nel tempo che da una parte il vero culto si promuoveva, si vedevano dall'altra aumentare nel paese stesso i delubri profani, come successe sotto l'impero di Nerone, gli avanzi dei quali servirono dappoi all'abbellimento maggiore de' sacri templi.

Intorno a quel tempo, fra le altre romane fabbriche, si vuole che costrutto fosse nella laguna sopra getti di smalto e paloni fitti nel mare, un piccolo castello che dalle sue tre torri il nome prese di Triturrita, il quale esser dovette a difesa ed ornamento dello spazioso e vetustissimo Porto– pisano.

Oltre al commercio marittimo ed al carattere guerriero, il genio avito dei Pisani per le arti non tralignò giammai ed anche in quest'epoca si manifestò grandemente, andando esso congiunto alla magnificenza ed al lusso apportatovi dalla lunga dimora di molte illustri famiglie romane. I rari avanzi sfuggiti al barbarico sdegno, le grandi urne marmoree che oggi conservansi nel celebre Campo–santo urbano (la serie ragionata delle quali a maraviglia corrisponde ai diversi stati ed all'epoche principali della città), le iscrizioni e la testimonianza dello stesso Rutilio, che nel Foro di Pisa trovò fra le altre la statua di suo padre, Claudio Numaziano, inalzatagli dai Pisani, allorquando come Proconsole governava la Toscana, ce ne somministrano le più chiare e convincentissime prove8.

In così splendido grado questa città si mantenne fino alla metà del quinto secolo, epoca in cui caduto l'immenso colosso romano, soggiacque anche Pisa alle vicende del tempo, e molto dove' soffrire per le terribili incursioni de' Barbari, che dai fondi del gelido settentrione all'Italia tutta apportarono gravissimi ed innumerevoli danni. Alarico, Attila, Genserico, Odoacre, formidabili capitani di sì fiera e rozza gente, si susseguirono l'un l'altro nelle miserande italiche devastazioni, che alla fine smarrita ogni cultura nel popolo, ogni gentilezza nella nazione, ne derivarono a poco a poco quegli oscurissimi tempi per le istorie particolari delle città e delle provincie, che aumentarono in ragione della povertà e languore della nostra bella Penisola. Le savie disposizioni di Teodorico per avvivare il commercio non arrecarono che un momentaneo vantaggio alle città marittime del suo regno, perocché questo non fu che un lampo di luce, a cui successe una lunga e tenebrosa notte.

In tale comune disavventura, Pisa fu una delle prime città che cercassero di segnalarsi colla loro industria e col loro coraggio. Ma successivamente manomessa ora dal feroce Totila ed ora dai Greci, vide in tale occasione rovinarsi la sua Triturrita e sguarnirsi il suo placido golfo, saccheggiare ed insterilire quasi affatto le un tempo fiorenti di lei campagne. Non avvilita essa però, sempre più forte ed agguerrita risorse dai suoi disastri.

Scacciati dall'Italia i Goti pel valore di Narsete, pervennero in séguito a stabilirvisi i Longobardi e vi fondarono un potente regno: ed è circa a que' tempi che principia l'epoca della nuova grandezza pisana. Di fatti un chiaro segno del potere di Pisa verso la fine del sesto secolo, la quale governavasi quasi a repubblica, ci viene somministrato dal ricusare ch'ella fece la pace proposta dal pontefice Gregorio Magno tra lo impero de' Greci e i Duchi Longobardi, pronta mostrandosi colla forza a sostenere il suo rifiuto: se non che dappoi si riconciliarono i contendenti con soddisfazione reciproca.

Dopo la distruzione del regno longobardico avvenuta per le armi di Carlo Magno, a diradar cominciandosi la folta nebbia del medio evo, i fasti ancora di Pisa in più chiaro aspetto mostraronsi. Grande infatti fu da quell'epoca in poi la virtù de' suoi figli ed in mille carte impresse ne vanno per oltre cinque secoli le segnalate lor gesta9. Un uomo, che Pisa onora e l'Italia, sorse da que' primi albóri e fu questi il vecchio Diacono Pietro, cui l'eloquenza e le muse del Lazio rendettero sì chiaro, che bastò a destare anzi tempo i sopiti ingegni della patria e che in appresso divenne l'amico e il precettore del sopraccennato monarca e il primo istitutore delle regie scuole di Francia.

Cominciava appena a respirare l'Italia sotto il beneaugurato suo regime, quando la tremenda comparsa dei Saraceni altre infinite calamità addusse. Pisa, che già aveva ottenuto dal Magno imperatore di crearsi de' consoli e vivere colle proprie leggi, formò il primo argine alle loro funeste incursioni per l'italiche spiagge e per l'intera Sicilia. Una formidabile flotta in poco tempo riunita sciolse dall'Arno al periglioso cimento. Il conte Bonifazio (anno 823), nominatone ammiraglio, bene avvisò di non attaccar gl'inimici nelle sicule fortificazioni, ma di volare verso l'Affrica, portando la guerra nel cuore de' loro paesi. L'esito corrispose al giudizioso partito, perocché, accorrendo quei feroci invasori al sostegno della lor patria abbattuta, disgombre per allora restarono le italiane provincie: e fu per questa valorosa azione che l'imperatore Lodovico confermò a Pisa i privilegii di libertà statile per l'avanti conceduti dall'augusto di lui genitore. Varie altre volte nel corso di quel secolo tornarono i Pisani, e sempre con successo, ad affrontare que' pirati che di frequente portavansi ad infestare i mari e le coste d'Italia. Ed avvenuta in quel torno la desolazione e l'incenerimento dell'antica Luni per l'armi micidiali di quelle barbare genti, non pochi degli sventurati suoi abitanti furono costretti a ricovrarsi in Pisa. Nell'anno 935 altri nuovi profughi accorsero nel di lei seno, allorché lo smisurato ardire di un re affricano sorprese e devastò la città di Genova con tutta la riviera, bottinando le sostanze e gl'individui di qualunque età e condizione; perloché in Pisa si accrebbe oltremodo il popolo inclinato al mare ed atto alla rinascente navigazione. Oltre ciò la vantaggiosa e ridente situazione del paese, la feconda pianura, il salubre e dolce clima influirono non poco al suo felice ingrandimento; come le giudiziose ed eque istituzioni ed un corpo di bene ordinate marittime leggi le resero rapidamente il ricco emporio di un commercio libero, intraprendente, operoso.

Nel decimo secolo era già estesissimo il numero degl'industriosi commercianti che da ogni banda accorrevano a dimorarvi e fu allora che alla parte meridionale della città, nominata Guassalongo e Spazzavento, si sostituì l'appellazione di Kinsic, voce puramente araba denotante il luogo dove gli arabi mercanti eseguivano numerosi traffici ed erigevano magazzini di merci oltremarine, il qual nome tuttavia si conserva. Né solo aumentò il paese in questo secolo di commercianti famiglie, ma altresì d'illustri e doviziose, poiché avviatosi l'imperatore Ottone II nell'anno 965 a ritornare in Germania dopo la sua breve dimora in Roma, volle fermarsi per alcuni giorni con tutta la sua corte in Pisa: dal che ne avvenne che alcuni dei suoi baroni, attirati dalla bellezza del luogo e dalle cortesie dei cittadini, chiesero alla partenza di lui la grazia di restare ad abitarvi; ed ottenutone l'imperiale assenso e di più regalati di molte possessioni ed amplissimi privilegii, nuovo lustro e decoro apportarono alla patria adottiva.

I memorabili avvenimenti dell'undecimo secolo, fino dalla sua prima decade, vasto campo aprirono ai Pisani, onde nuovamente segnalarsi con viepiù grandi azioni e trionfi. Avevano le frequenti scorrerie de' Barbareschi di già indebolite le forze de' popoli della Sardegna e della Corsica, quando cercarono d'impadronirsi di quelle isole. Riuscì loro il progetto ed, al primo approdare, la strage, le rapine, le profanazioni furono i forieri del loro dispotico governo. Di là minacciavano la terra ferma; e Roma in particolare destava in essi la più grande cupidità, per le molte ricchezze nelle sue chiese contenute; ma non tardò il Pontefice, vedutone il pericolo, a predicar la Crociata, promettendo il dominio di quell'isole alla nazione che giugnesse a liberarle dal ferreo giogo de' Mori. All'invito della religione e della gloria si scosse l'italiano valore e Pisa ne die' il primo esempio. Un numeroso navile sotto il comando dell'intrepido Carlo Orlandi si lanciò (an. 1003) ad investire verso il Tevere la flotta combinata de' Mori d'Affrica e di Spagna e col più risoluto coraggio la combatté, la vinse e coronata restò l'impresa colla preda di diciotto galere nemiche cariche di bottino e di prigioni. Appena ripatriati, si accinsero ad allestire nuovi legni e si diressero velocemente alle coste sarde, ove sbarcati si diedero a perseguitare i Mori ovunque si presentavano. Erano questi guidati da Museto loro re, condottiero fornito di consumata esperienza, d'intrepidezza e valore, ma non capace ad arrestare l'impeto dei Pisani, oramai infervorati dalla bontà della causa che difendevano. Superato due volte un tale inimico ed espulso dalla Sardegna, due volte vi rientrò alla testa di poderosa armata. Più ancora: egli ebbe l'ardimento di attaccare i Pisani nella stessa loro patria e d'incendiare un quartiere, guadagnando di notte tempo la foce dell'Arno e dandosi a sfogare la sua rabbia colla devastazione delle adiacenti campagne e colla distruzione dell'antiche fabbriche romane; né si ritenne dal suo furore, se non al momento in cui riavutosi quel popolo del subitaneo scompiglio, corse in folla al suono della campana, onde impedire i progressi di quell'orribile strage. Aveva colta l'occasione dell'assenza dell'armata pisana, la quale trovavasi (an. 1006) all'assedio di Reggio di Calabria, ove era il deposito di tutte le ricchezze dai Saraceni predate in Italia. L'annunzio di un tale disastro, cui la fama rapidamente divulgava, giunse ben presto a volgere in tristezza la gioja della vittoriosa flotta pisana, allora di ritorno in patria con navi piene di ricchissime merci, dopo aver vinto in Reggio, in Amaltea, in Tropea e in Nicotera; e tanto più si accrebbe il suo dolore, allorché approdata poté ocularmente conoscere le significanti rovine. Deposto però il pensiero di rivolgersi sul momento contro gli arditi assalitori, si decretò in Senato che i riportati tesori servir dovessero al pronto ristabilimento della città ed al riparo del suo litorale.

Frattanto si andavano occupando nella costruzione di macchine da guerra e legni d'ogni grandezza, onde riassumere l'impresa della Sardegna; e per viemeglio assicurarne il successo si congiunsero ai genovesi, con legge che a loro il bottino dell'isola ed a questi il bottino interamente spettasse. Disfatti primamente i Mori condotti dall'audace Museto nella spiaggia di Luni, trasferironsi quindi i Collegati ad attaccare disgiuntamente la Sardegna (an. 1017) e costrinsero i Saraceni a portare di nuovo il loro scorno nei nativi lidi affricani; ma con manifesto scandalo e contro le pattuite convenzioni, i Genovesi ed i Pisani si disputarono coll'armi l'ambito conquisto. Dovettero però cedere i primi alle più valide ragioni dei secondi, i quali finalmente giunsero ad assicurare la loro sovranità sull'isola dopo altri vittoriosi conflitti e dopo essersi cattivato l'amore e la confidenza dei paesani colle nuove istituzioni a loro accordate. Fu in seguito alle surriferite vittorie, che dal Magistrato Consolare pisano si volle distribuire la Sardegna nei quattro grandi Giudicati detti di Cagliari, di Arborèa, di Torres e di Gallura, in cui vennero infeudate alcune potenti persone sotto l'immediato dominio della repubblica, le quali poi talora ne fecero lo splendore e talvolta ne causarono lo sconvolgimento.

La reputazione di valorosi guerrieri si erano frattanto acquistata generalmente i Pisani, i quali conosciuto che la via del mare esser doveva il gran teatro della loro fortuna, vi si andavano con tutto l'animo applicando e non lasciavano occasione per rendere ai Saraceni il contraccambio dei mali da essi arrecati all'Italia. Si concepì il progetto di sorprendere in Affrica i Saraceni nella patria del grande Annibale e dal concepimento all'esecuzione non fu che brevissimo intervallo. Con cento legni guidati dal console Lamberto Orlandi (an. 1030) giunsero occultamente col favor della notte nel porto di Cartagine, città risorta sulle rovine dell'antica, ed ivi sbarcati poterono con impetuosa scalata rovesciare da ogni parte i Mori ed introdursi nella città, donde trassero i più preziosi oggetti ed inoltre l'Emiro stesso con numerosa quantità delle sue genti.

Pochi anni appresso venuti in cognizione che i Mori avevano occupata l'isola di Lipari e di là frequentemente moveansi ai danni dei Cristiani, non tardarono a nuovamente spingersi (an. 1035) nelle acque d'Affrica sotto il comando di Sigerio Matti; e dapprima snidati que' predatori dall'isola, si volsero quindi impetuosi ai ristagni di Bona. Ivi l'arrivo, l'assalto, il saccheggio della città, la scorreria sulle coste e la preda d'uomini e d'armenti non fu che l'opera del momento; per cui poté dirsi che gli Affricani fossero non prima assaliti che vinti.

Per tutti questi gloriosi fatti, tremendo già risuonava il nome dei belligeranti Pisani alle orecchie degl'Infedeli, che per non breve lasso di tempo lasciarono d'infestare le coste d'Italia, onde non venire coi primi a cimento; mentre che il Pontefice, in benemerenza dei servigii da quelli prestati, concedeva loro amplissimi privilegii10.

Pel corso di varî anni tranquillamente goderono i Pisani il frutto delle loro gesta (non valutando alcuni piccoli fatti d'arme per lievi cagioni avvenuti colla peggio dei Lucchesi), giacché non prima della metà del secolo si trova che movessero dal porto con numerosa armata (an. 1051) sotto la guida dell'ammiraglio Jacopo Ciurini contro i Mori della Sicilia e della Calabria i quali, dopo uno scacco ricevuto dai valorosi Normanni, riuscì loro di gettarsi di bel nuovo sulla Sardegna. Il fatto però che veramente sorprende e che mostra nel tempo stesso il potere e la fama che allora godevano i Pisani, si è che, approdata in Corsica la loro flotta (o spinta vi fosse dalla contrarietà dei venti, o appositamente direttavi), gli energici abitatori di quell'isola, senza verun contrasto e di propria volontà, si sottomisero alla loro legge. Lasciato ivi presidio e insegne di dominio pisano, trasferironsi quindi nella tanto combattuta Sardegna, ove grande fu l'ardore della pugna; ma ben presto in più incontri fiaccato l'orgoglio dei Mori e dovunque inseguiti, doverono questi per sempre liberar quella terra della loro feroce presenza e riportare in Affrica la trista e non insolita memoria di una totale disfatta.

Il nuovo conquisto e le felicissime operazioni pel pronto recupero dell'antico vennero a risvegliare nella mente de' Pisani la memoria delle antiche cose romane e vollero onorare le reduci truppe colla novità di una pompa trionfale. I Consoli, il Vescovo, i Senatori, seguìti da trecento coppie di vecchi cittadini in abito magistrale, si trasferirono dal palazzo ove facevansi le pubbliche congreghe all'onorifico incontro de' prodi guerrieri. Pervenuti questi al luogo destinato, il Generale dell'armata fece ordinatamente muovere i carriaggi onusti di barbariche spoglie, dipoi numerosa quantità di prigioni colle mani al tergo incatenate ed in seguito le bandiere, le aste, i turcassi e le insegne del vinto Emiro strascinate per terra. Succedeva quindi al suono de' guerrieri oricalchi la trionfante armata, con le vittrici bandiere fastosamente spiegate, ed in ultimo lo stesso Generale assiso in cocchio fra le alte grida di pubbliche acclamazioni, entrando nella città per la porta aurea (così appellavasi quella che conduceva alle fortune del mare), mentre che le campane tutte suonavano a festa11.

Irritati nuovamente i Pisani contro i Mori della Sicilia che a loro impedir volevano il traffico in quel regno e massimamente nella capitale città di Palermo, si accinsero a vendicarne l' oltraggioso insulto con uno dei più ragguardevoli armamenti. Esibita la propria alleanza ai due fratelli Normanni Roberto e Ruggero, già padroni della Puglia e delle Calabrie e da gran tempo coi Saraceni in guerra, convennero che i primi batterebbero i nemici dalla parte di terra, nell'atto che essi stessi aggredirebbergli dalla parte del mare. Giunti i Pisani (an. 1063) nell'acque palermitane, aventi per duce il conte Giovanni Orlandi, uomo ricco, esperto e generoso, si condussero in ordine serrato presso il luogo convenuto, ma non trovarono i primi in pronto per secondarli. Ne furono indignati e senza indugio portaronsi a vele gonfie ad urtare nella massiccia catena che assicurava la gran bocca del porto interno, ad onta che sapessero trovarsi in Palermo concentrato un potentissimo esercito d'armati riunitivi dal resto dell'evacuata Sicilia. Spezzare la ferrea catena, penetrare nel porto ed ivi assalire l'affricano navile fu un punto solo. Quindi all'inatteso attacco succeduto un irreparabile disordine, aprissi campo ai Pisani di vuotare le ormeggiate navi, fracassare, affondare, incendiare tutti i legni che opponevano loro un contrasto. Eranvi specialmente, al dire di rinomati scrittori, sei navi cariche di ricche e preziose merci, le quali trassero seco giulivi e trionfanti insieme alla catena stessa che chiudeva il porto. Giunti in patria e mostratone il ricco valsente, primo loro pensiero fu d'impiegarlo in onore del Supremo Datore di ogni bene, dal cui possentissimo ajuto ripetevano la prosperità dell' evento; e come quelli che inclinati erano alla magnificenza, alle belle arti e molto dediti alla pietà, con unanime consentimento deliberarono d'erigere un tempio magnifico, il quale degno fosse della divina Maestà e dell'ammirazione universale. Questo appunto fu il Duomo, che venne eretto sopra folte e ben ripartite colonne, opera in parte del bel tempo antico, le di cui mura marmoree incrostate in più luoghi di vetusti rottami dimostrano tuttora gli avanzi di Pisa pagana.

La rivalità nel dominio della Corsica e la commerciale emulazione avevan però gittato da qualche tempo i primi semi di rottura fra Pisa e Genova, che alla fine eccitarono queste due repubbliche ad una gara sterminatrice, di maniera che dal 1070 al 1088 non fecero che a vicenda perseguitarsi.

Ma già Pisa in quei tempi era quasi universalmente riguardata come famosissimo emporio di commercio e qual porto di traffico il più bello e comodo dell'Italia; ond'è che vi accorrevano di preferenza numerosi stranieri negoziatori e quivi promuovendo un mutuo cambio di prodotti, di costumi, di opinioni e di esperienze, venivano ad eccitare l'industria, raddolcire lo spirito ed a spargere i semi del sapere. Conoscevano però bene i Pisani che il potere, l'opulenza, la felicità loro, più che dalle glorie guerriere, ripetere dovevano dall'esteso commercio, vera sorgente della felicità degli stati, cosicché del medesimo unanimamente desideravano la perfezione ed accrescimento. Ma, nell'assoluta deficienza in cui era l'Italia tutta di regolari marittime leggi che ne costituissero la base, non potevasi tale perfezionamento (in relazione però sempre ai tempi) condurre ad effetto. Fu allora che essi pensarono di effettuare l'idea di un codice di usi e di costumi navali, appoggiato a savi principii rivolti ad escludere intieramente gli avanzi dell'arbitrario gotico governo ed assicurassero l'integrità e la giustizia delle commerciali speculazioni. Ebbe difatti luogo la compilazione di detto codice sugli enunciati lodevoli fondamenti; e quindi sottoposto nel 1075 al pontefice Gregorio VII , ne conseguirono i Pisani la sua piena approvazione, come sei anni appresso la conferma ne ottennero dall'imperatore Arrigo IV. Servì allora di norma a tutte le commerciali nazioni; e così Pisa, emula dell' antica Rodi, poté dirsi ancora legislatrice del mare ed a ragione fu chiamata dallo storico Liutprando la prima città della Toscana.

All'accanito livore delle due repubbliche pisana e genovese subentrato alla fine più riflessivo contegno, poterono ambedue conoscere l'enorme danno che ad esse proveniva dall' ostinate contese. Quindi trattative di pace e stretta e segreta alleanza per rifarsi dei danni reciprocamente risentiti sugli opulenti Saraceni dell'Affrica. Disposti i più formidabili armamenti, si congiunsero le rispettive spedizioni (an. 1089) e si diressero alla volta dell'antica Tarso, allora come oggi appellata Tunis, città doviziosa ed assai forte per la vasta sua ròcca ed atta a rendere malagevole il più impetuoso attacco. Alle difficoltà, che sembravano insuperabili, non si ristetter però un momento quei bravi del mare, ma anzi al frettoloso sbarco fatte succedere le più memorabili azioni, di subito investirono e con emulatrice gara superarono la sorpresa città che, inondata per ogni via del sangue degl'Infedeli, presentò per alcun tempo il miserando spettacolo del più accanito contrasto. Di là portaronsi i collegati sopra Elmadia, oggi Hammanat, altra città splendida e forte ed ivi pure arrecarono il terrore e la strage. Nel primo combattimento restò prigioniero dei Pisani Timino figlio del re di Tunis, che poi fu battezzato; ma nella stessa pugna ebbero a compiangere la perdita del coraggioso figlio del loro ammiraglio Ugone Visconti.

Ricondottisi poi prosperamente in patria, si credé opportuno dal supremo Magistrato di quel tempo d'inviare all'imperatore dei Romani la corona del vinto re di Tunis, a simiglianza degli antecessori in uffizio che trasmesse pomposamente avevano quelle del debellato Museto, del signor di Cartagine e dell'altro di Lipari e di Bona.

Mentre è a dirsi che tutte queste conquiste fatte in paesi lontani e separati l'uno dall'altro non erano punto conformi alle regole della politica, meritavano peraltro i Pisani il più alto favore dei Pontefici, comecché eseguite contro i nemici della cattolica religione. Infatti il pontefice Urbano II aveva già fatto ad essi la piena donazione dell' isola di Corsica ed ora (an. 1092) non solo condiscese alla più dignitosa prerogativa dell' episcopato pisano, ma di più concesse a Daiberto, il primo dei vescovi, ch'ebbe il titolo di arcivescovo, la supremazia ecclesiastica sopra i vescovi della Corsica ed in seguito gli attribuì pur anche la giurisdizione sulle chiese tutte della Sardegna. Fu però da questo maggior risalto di splendore dei Pisani che commossa venne la tacita gelosia dei Genovesi e già la nuova riaccensione degli odii era per dimostrarsi apertamente, se il grido universale di tutta l'Europa per la liberazione di Terrasanta non avesse colà richiamato le cure e le forze ancora delle due rivali repubbliche.

Ed eccoci all'epoca dell'organizzazione di quelle famose Crociate che, se da un lato riguardare si possono sfavorevoli, furon dall'altro produtrici di grandi e molteplici vantaggi per l' universale dell'Europa. Sfavorevoli in quanto che costarono fiumi di sangue, vantaggiose, ed in particolare alle città marittime dell'Italia, perché furono perenne e larga sorgente di ricchezze, di potenza, di prosperità. L'arcivescovo Daiberto, della nobil famiglia Lanfranchi de Rossi, fu uno dei concorrenti al Concilio di Chiaramonte eccitatore delle Crociate medesime. Fu colui che stimolò i suoi concittadini ad unirsi armati alla Crociata, di cui fu campione quel Goffredo che die' argomento all'epica tromba del Tasso. Essi equipaggiarono centoventi galere sotto il comando del console Ildebrando Matti, subordinato allo stesso arcivescovo Daiberto, che era stato pur anche eletto a sostenere la qualità di Legato pontificio, ed al principio dell'anno 1099 salparono dalle sponde dell'Arno verso la Palestina. Superati tutti gli ostacoli che si opponevano al loro passaggio dall'imperatore Alessio Comneno, raggiunsero gli altri Crociati che avevano già preso parte al gran Conquisto.

La presa di Gerusalemme è stata descritta da tutti gli storici ed abbellita di tutto l'incanto della poesia del Tasso. I Pisani si dolgono di non trovare il loro nome nell'immortale suo poema, quantunque non vi sia dubbio che essi si segnalassero in detta occasione al pari di qualunque altra nazione. Certo è però che tutte le antiche cronache pisane concordemente ascrivono ai nostri concittadini la lode di aver superata la muraglia della città verso levante con un castello di legname che uguagliava le stesse mura e che, allorquando questa capitale della Giudea cadde in potere dei Cristiani e che ne fu eletto re Goffredo Buglione, vi fu d'unanime consentimento eletto a patriarca lo stesso Daiberto. Questi infatti scrisse al nuovo pontefice Pasquale II la particolareggiata relazione della guerra d'Asia a nome ancora del duce Goffredo e di tutto l'esercito ed il citato pontefice inviava una epistola ai consoli di Pisa in ringraziamento dei grandi ajuti somministrati in quella spedizione12.

Compiuta la sacra impresa, non pochi vincitori di Gerusalemme abbandonarono la Siria e ritornarono alle loro contrade. Molti dei Pisani e dei Genovesi rimasero non tanto a sostenere e dilatare il nuovo regno gerosolimitano e il principato antiocheno, quanto a fondare su le coste siriache i loro banchi, i loro magazzini, i loro emporii, che detti furon poscia scale di commercio. Portaronsi uniti ad investire la fortissima Cesarèa ed inoltre il famoso porto di Accon, oggi san Giovanni d'Acri. Posteriormente, coll'ajuto ed alle istanze del principe Tancredi, succeduto in Antiochia a Boemondo, espugnarono e presero all'impero greco Laodicèa ed il porto di Solino; e siccome all'ampliazione dei due menzionati stati andavano congiunte ulteriori concessioni di territorio libero e franchigie d'ogni maniera per quei bravi del mare, così eran loro d'incentivo ad imprese maggiori, giungendo in appresso a soggiogare e Gibelet e Tripoli, com'anche Berito (ora Beirut) e l'antica Sidone.

Vuolsi altresì notare che, per gli ostacoli che il greco imperatore andava tuttavia frapponendo al passaggio delle diverse marittime spedizioni dei Pisani per la Sorìa tanto commerciali che militari, s'indussero alla fine questi ultimi ad attaccare nuovamente i suoi dominii e ad impadronirsi in guerra del di lui maggior figlio Giovanni, perloché poterono in siffatto modo imporre a quell'imperante, che si vide con sorpresa stabilito fra loro ed esso (an. 1112) con tutte le più grandi formalità un trattato di pace e di commercio degno di solenne ricordanza per le onorifiche concessioni che ne derivarono a favore dei Pisani.

Per tali notevoli fatti salita era in gran credito la pisana repubblica e già la dilatazione e le ricchezze del traffico avrebbero influito alla sua più grande prosperità, se il sistema feudale e le famiglie signorili che s'introdussero anche su le coste marittime dell'Italia non ne venivano in qualche modo ad inceppare lo sviluppo. Frattanto le nuove discordie insorte fra Pisa e Lucca, a motivo del dazio che i signori di Ripafratta percepivano su tutte le mercanzie che dallo stato lucchese transitavano pel loro territorio, vennero ammorzate a mediazione dell'imperatore Arrigo V e fu allora che i Pisani pel proprio interesse incominciarono a dimostrare più decisiva aderenza verso quell'imperatore. Laonde il pontefice e la contessa Matilde molto adopraronsi per distornerli. Conoscevano essi il loro animo impetuoso e bollente ed il pregio in cui tenevano l'operar fortemente ed il segnalarsi in azioni magnanime e gloriose, cosicché pensarono d'infiammarli in una impresa delle più ardite e malagevoli di quell'età, ma che ridondata sarebbe a grande utilità di tutto il Cristianesimo.

Trattavasi della conquista delle isole Baleari, isole già famose nelle istorie, le quali situate fra il mare affricano e l'ibéro, divenute erano il ricettacolo delle navali industrie e piraterie di quasi tutte le forze dei Saraceni d'occidente, come anche il deposito di numerosi schiavi cristiani, di cui facevasi lucrosissimo traffico. Per l'esortazioni del Pontefice aggiuntosi nei Pisani il desiderio di acquistare stabilimenti in ponente, come se li erano procurati in levante, ne fissarono la spedizione, ad onta che si trattasse di combattere contro infinita quantità di Barbari, fra Arabi, Gétuli, Libici, Parti e Spagnuoli ristretti in quelle fortissime isole. E prodighi dell'anima per la causa a cui si facevano devoti, preparavano in breve tempo un copioso e ben fornito armamento marittimo, composto di trecento navi di varia forma e struttura, le quali portavano, oltre alle macchine e vettovaglie, novecento cavalli e trentacinque in quaranta mila uomini di fanteria. Tali preparativi di guerra non possono in altra guisa spiegarsi che ammettendo in Pisa un cumulo sterminato di pubbliche e private ricchezze. L'arcivescovo Pietro Moriconi, uomo oltremodo entusiasmato nelle guerre di religione, era stato prescelto a duce di tanta impresa, cui il Pontefice nell'atto della consegna del sacro gonfalone volle altresì investire della Legazione apostolica.

Nel propizio giorno di s. Sisto (an. 1114), propizio per altre vittorie riportate in epoche anteriori, seguì l'imbarco di tutta l'armata che, per l'Arno scendendo lentamente al mare, veniva accompagnata dal plauso degli abitanti confuso al pianto delle madri e dei figli che la seguivano dalle rive. In faccia al Mediterraneo spiegaronsi le vele ed il gonfalone della Chiesa, ma poco appresso la contrarietà dei venti obbligò la flotta a refugiarsi in Vada: lo che fu la salute di Pisa, poiché i Lucchesi, senza considerare al benefizio che i Pisani intendevano fare a tutta la Cristianità, eransi già mossi ostilmente contro il loro territorio. Posti nel bivio o di ritardare un'impresa che anelavano di eseguire o di esporre la loro città a gravi disastri, prescelsero di ricorrere ai Fiorentini, allora in perfetta concordia coi medesimi, onde ottenere un numero sufficiente di soldati con cui porre un freno ai Lucchesi per tutto il tempo di loro assenza. Fu dai Fiorentini cortesemente accolta la domanda ed incontanente spedironsi gente a piedi ed a cavallo, coll'ordine il più rigoroso di rimanersi nei contorni e non mai entrare nella città, affine di non dar luogo a sospetto o timore alcuno13.

Avvisata di ciò la flotta, partì con ogni sicurezza per la Sardegna, onde unirsi alle armi dei Giudici di Torres e di Cagliari che vi stavano apparecchiate. E tostoché i signori che regnavano nella Provenza e sui lidi della Spagna conobbero l'audace progetto formato dalla Repubblica pisana, ad essa si associarono contro il comune nemico14. La fortuna fu favorevole ai Pisani. Si videro accolti con allegrezza nei porti dei loro alleati e provveduti di quanto poteva occorrere dopo i disagii sofferti nella traversata ben lunga pel solo uso di navigare dei tempi in cui la bussola non era per anche conosciuta.

Alla nuova stagione, riunitesi le squadre all'isola Formentèra, diressero il primo colpo sopra Ivica e, dopo lungo contrasto, s'impadronirono della città e della ròcca, che subito atterrarono. Di là si volsero alla maggior Baleare, all'isola di Majorca, la di cui capitale fu presa dopo ripetuti vigorosissimi attacchi e dopo un aspro assedio di circa un anno. Grandissima fu la strage dei Mori: i Pisani furono a ciò costretti dalla ferocia e cattiva fede di quei barbari e dall'animosità derivata dalla differenza delle religioni. Il numero dei Cristiani liberati dalle catene fu detto ascendere ai trenta mila. Il bottino fu immenso: l'oro, le gemme, le preziose spoglie, frutto delle rapine di tanti anni di quei corsari, cadde in poter dei vincitori e fu tra loro diviso.

Ecco la fine della più grande azione che rese celebre il secolo decimo secondo, per la quale s'illustrarono i Pisani e che riempiè di giubbilo il mondo cristiano. Le spoglie dei loro fratelli caduti in battaglia, forse di quelli che più si distinsero, si vollero trasportare nel suolo nativo, ma poi pensando di non contristare la gioja del ritorno deposero quei sacri avanzi nella chiesa di s. Vittore in Marsiglia. Dopo quest'atto di pietà, rientrarono in patria fra le più vive acclamazioni d'innumerevole popolo, accorso pur anche in folla dalle vicine città. Fra i prigionieri che adornavano il trionfo, si contava la moglie ed il figlio del re Nazaradeolo, morto nel tempo dell'assedio e Burabè ch'eragli succeduto. La regina ed il figlio divennero cristiani ed una epigrafe situata nella facciata del Duomo ci manifesta il luogo ove la prima ottenne l'onore del sepolcro. Memori i vincitori del servizio ricevuto da i Fiorentini per la temporanea custodia della loro città, tolsero dalla ricca preda riportata e donarono ai medesimi, qual monumento perenne di gratitudine, le due colonne di porfido che vedonsi ancora ai lati di una delle porte di s. Giovanni.

Intanto i Pisani nel periodo di 56 anni davano compimento al magnifico Duomo che il pontefice Gelasio II poté consacrare nel settembre del 1118, allorché Pisa gli fu di non breve asilo. Era esso debitore della propria salvezza ai Pisani per averlo sottratto in Roma alla persecuzione dell'imperatore Arrigo e, in mezzo a molti altri privilegii, riconfermò nei loro arcivescovi il primaziato spirituale sopra i vescovi della Corsica. Un tale atto di giurisdizione metropolitica era già stato emanato dal pontefice Urbano II, che poi alle istanze dei Genovesi avealo revocato. Ora da ciò e dalla gelosia di commercio, ne suiscitò la nuova guerra fra Genova e Pisa. Quindi pel corso di varî anni reciproche aggressioni marittime, sorprese, devastazioni, incendii a carico delle terre di respettiva dominazione che troppo lungo sarebbe l'annoverare.

A rappacificare infine queste due inferocite popolazioni non ci volle meno che l'intervento di s. Bernardo e l'influenza del pontefice Innocenzo II. Venuti entrambi in Pisa nel 1132, il Papa con apposita bolla innalzò la chiesa di Genova alla dignità archiepiscopale, sottoponendo alla medesima tre vescovati della Corsica; ed all'incontro, in ricompensa di ciò che aveva tolto all'arcivescovo pisano per il bene della pace, gli assoggettò il vescovato di Massa marittima ed alcune chiese vescovili della Sardegna, oltre il titolo di Primate e la conferma della Legazione apostolica in quell'isola.

Trattavasi ora di ricuperare il seggio al legittimo pontefice, usurpatogli dall'antipapa Anacleto. Lo stesso Innocenzo, non più sicuro in Roma, erasi di nuovo ricovrato in Pisa e con esso il principe Roberto di Capua, fuggendo l'armi del monarca siciliano Ruggero II. A tale effetto fu qui convocato un gran Concilio a cui intervennero, oltre i vescovi di tutto l'occidente, molti altri religiosi, nobilissimi principi e lo stesso s. Bernardo, dal quale venne presieduto. In questo fu nuovamente scomunicato l'antipapa e tutti i suoi aderenti scismatici e fu convenuto fra i Consoli della Repubblica ed il principe di Capua di armare cento legni, da dovere a suo tempo operare di concerto colle armate imperiali. Così Pisa, divenuta il riparo dei romani pontefici, volle essere ancora il braccio sostenitore dei principi e baroni napoletani: né fia però meraviglia se, compreso d'altissima stima, l'illuminatissimo e sacro scrittore s. Bernardo tante ampie lodi ne ha tramandate alla posterità.

Con numeroso esercito l'imperatore Lotario erasi finalmente incamminato per le istanze del Pontefice alla volta d'Italia (an. 1136), mentre i Pisani, ormai stanchi di ulteriormente attendere un sì tardivo soccorso, aveano già fatto una scorreria nel Regno di Napoli con parte della flotta e con pieno loro vantaggio. Ora, approntato del tutto il concertato, si condussero alla liberazione di Napoli, di dove, appena intesa l'entrata in Puglia dell'esercito imperiale, mossero risolutamente sopra la città d'Amalfi coll'intenzione di distruggerla; ma quel popolo poté liberarsi dall'imminente rovina col rendersi ai medesimi per l'imperatore e collo sborso di forte somma di denaro. Scesi allora a terra i Consoli e pacificamente introdottisi nella camera del popolo e nei pubblici archivii, ne avvenne il ritrovamento del famoso esemplare delle Pandette di Giustiniano che poi, trasportato in Pisa, fu in essa gelosamente custodito fino al totale decadimento della repubblica15. Di là gettaronsi i Pisani sopra Revello e, divisi in colonne, soggiogarono molti altri luoghi marittimi, fra' quali la Scala, la Fratta e Sorrento. Poscia unitisi ai Tedeschi, al duca Sergio di Napoli, al principe di Capua ed al conte Rainolfo, si recarono sotto Salerno e come i più ingegnosi nella tattica militare di quel tempo avevano disposta un'altissima torre per espugnare la città; ma giunti essendo il papa e l'imperatore, gli abitanti consentirono ad aprir loro le porte ed inutili divennero i preparativi guerrieri. In quell'occasione Lotario sospettò dei Pisani i quali perciò indispettitisi la torre incendiarono e partiti sarebbero all'istante se a stento non fossero stati trattenuti dal papa. Non molto tempo dopo nacque contesa fra questo e l'imperatore circa il diritto che l'uno e l'altro pretendevano sui luoghi rivendicati e quindi la facoltà di accordarne l'investitura. Tutto però giunse a pacificarsi, mercé le instancabili cure di s. Bernardo, cotanto della religione e della umanità benemerito.

Per la morte di Anacleto ebbe intanto fine la lite ecclesiastica, cosicché, scioltasi la lega, Innocenzo tornò in Roma ed i Pisani carichi di nuove spoglie si rivolsero alla sponda toscana, mentre l'imperatore, tornando in Germania, dove' soccombere in una umile casuccia a fiera malattia sopravvenutagli nelle gole della Alpi. Dopo ciò i Pisani fermarono più stabilmente in Porto–venere la pace coi Genovesi e poco dopo (an. 1139) con Ruggieri re di Sicilia, alla quale succedettero altre convenzioni pacifiche coll'imperatore di Costantinopoli che, temendo di Ruggiero, volle almeno conservarsi l'amicizia loro, trasmettendo in dono alla Chiesa pisana duecento paramenti, uno dei quali di broccato e due bellissimi turiboli d'oro.

Se la felicità delle nazioni dipende, come non v'ha dubbio, dal florido stato delle proprie finanze, dall'unanime accordo dei cittadini e dall'estensione e prosperità del commercio, può riguardarsi l'epoca di cui si tratta come la più favorevole alla pisana repubblica pel fortunato concorso di tali combinazioni. E di fatti, indipendentemente dal commercio, erano entrate in Pisa grandiose ricchezze per la lunga stazione in essa della corte papale, per la ragguardevole quantità di numerario che vi avevano profuso tutti i vescovi, abbati e regii ministri in occasione del Concilio, pei vantaggi risentiti nella coalizione co' principi napoletani e per le ricche prede riportate dalla bassa Italia. In quanto al commercio, esso non poteva essere né più regolare né più attivo: floridi stabilimenti, vasti magazzini esistevano non solo nei porti dell'Affrica e dell'Egitto, ma anco in tutti quelli della Spagna e della Provenza. I naturali prodotti del paese e dei luoghi finitimi si cambiavano colle merci orientali, che poi di nuovo mercanteggiavansi nelle regioni opposte dell'occidente. In tutti questi luoghi risiedeva un console con esteso potere sopra i mercanti della nazione.

Accenneremo ora di volo alle nuove gare insorte fra i Pisani e i Lucchesi a motivo di confini, di castelli e di gabelle di transito: e siccome per la discordia che ardeva in quei giorni fra le città libere d'Italia, alcune fra esse si legavano in pregiudizio delle altre, così vidersi allora (an. 1144) i Lucchesi uniti ai Senesi, i Fiorentini ai Pisani arrecarsi scambievoli e penosi travagli. In questo però elevato al trono papale il monaco Bernardo pisano, discepolo di s. Bernardo, che prese il nome di Eugenio III, primo suo pensiero fu di prestarsi alla riconciliazione di quelle dissidenti repubbliche, ma sembra che null'altro ottenesse che una sospensione d'armi, perché non prima del 1151, dopo nuovi sanguinosi conflitti, si devenne ad una tregua di venti anni, non escluse le genti respettivamente collegate.

Ma giunti siamo all'epoca in cui, chiamato al governo della repubblica un uomo attivissimo ed intraprendente, cioè Cocco Griffi, che intitolavasi primo Console della città e che, per le sue rare prerogative durò in quel grado anni diciassette, dovremo di passaggio accennare varie opere eseguite sotto il beneaugurato regime di lui. E primieramente avviseremo la costruzione del magnifico tempio battesimale (an. 1152) di cui, fra gli edifizii di tal genere, tranne il Pantheon di Roma, l'Italia non avea per anco veduto il più sontuoso e corretto esemplare e che sembrava in parte spiegarci quell'alto concetto in cui gli antichi tenevano il sacramento che ammette alla società cristiana. Noteremo quindi l'erezione di una torre sullo scoglio della Meloria, come per luogo avanzato a speculare la marina, siccome in appresso la torre della Lanterna, ora fanale di Livorno, e la ròcca di Ripafratta, come frontiera efficacissima contro la repubblica di Lucca. Le mura altresì della città si eseguirono sotto il suo consulto, appena scorso il pericolo di quel torrente devastatore che dalla Germania apportava all'Italia l'imperator Federigo Barbarossa, il quale, postosi in animo di distruggere le nascenti repubbliche, empì la Lombardia di stragi in quella sua prima discesa.

Ma scena ancora più sanguinose avvennero nell'Italia per la seconda calata del detto imperatore e pei tentativi dell'altro imperatore d'oriente Emanuele, onde ricuperare la bassa Italia. In séguito della caduta di Milano e della conseguente sommissione di parecchie altre città, meditava il primo la conquista delle due Sicilie e, abbisognando a tale uopo di una potente marina, cercò di strignersi coi Pisani ed ebbe quindi luogo un trattato di lega che, oltre ad estesissime concessioni a pro degli ultimi, fu di somma considerazione l'obbligo ingiuntosi a quel regnante di non potere conchiuder pace senza il consentimento dei Consoli pisani. Poco appresso anche i Genovesi indotti furono ad accedere a quella coalizione, con ampiezza di esenzioni e di franchigie. Tuttavia non riuscirono favorevoli quegli accordi alle due popolazioni, perché furono causa di aperta rottura coll'impero orientale e cogli stati siciliani.

Il filo della storia ci porta adesso a far menzione dell'epoca sempre memorabile e cara al cuore dei Pisani, in cui lo spirito glorioso del loro patrono s. Ranieri, volato in seno del suo Creatore (an. 1161), dimostrò con segni evidentissimi la sorte beata conceduta in premio alle eminenti ed eroiche sue virtù. Epoca al certo luminosissima nei fasti della chiesa cattolica e che la particolare devozione dei Pisani ha renduta ancor più memoranda e notoria, attesa la celeberrima decorosa illuminazione di tutta la città che ad onore del detto Santo triennalmente si eseguisce16.

Ora è a dirsi che le antiche animosità fra le due belligeranti rivali si riaccesero per una contesa insorta fra i Pisani di Costantinopoli e i Genovesi colà stabiliti, in guisa che gli ultimi, fieramente battuti, si ridussero in patria alzando grida di lamento e di vendetta contro i loro aggressori. Quindi offese e rappresaglie reciproche ed occulti ed invidiosi maneggi. Fu allora che, ad instigazione dei Genovesi, seguì nella Sardegna la rivolta di uno dei Regoli o Giudici denominato Barasone, il quale governava la provincia d'Arborèa, domandando a Federigo che a titolo di feudo dell'Impero volesse segnarsi d'investirlo in re di tutta l'Isola mediante lo sborso di 4000 marche d'argento a titolo d'investitura.

Nella basilica di s. Siro di Pavia ebbe difatti luogo l'incoronazione di Barasone per mano di quell'Augusto (an. 1164) ma, poscia scopertosi che il nuovo coronato non era in istato di pagare il denaro convenuto, poco stette ad esser condotto prigioniere in Germania colla corona in capo, se il disborso fattone per esso dai Genovesi non esimevalo da quello scorno.

Passato intanto l'imperatore in Germania per riunirvi più potente esercito, si decisero i Pisani d'inviarvi un loro console alla testa di un'ambasceria incaricata di ottenere per denaro la reintegrazione amichevole nel dominio della Sardegna. Infatti l'espediente riuscì qual si erano ripromesso e, coll'offerta di soli 15000 fiorini d'oro, furono rimessi nel primo loro possesso e ne fu investito il console pisano per la sua repubblica.

Ciò servì d'impulso a nuova e più rabbiosa guerra fra i due popoli marittimi e mentre i Genovesi, per far danno ai loro rivali anche dalla parte di terra ferma, tornavano a collegarsi con i Lucchesi e questi con i Senesi ed i Pistojesi, d'altra parte i Pisani a bilanciare tanta possa d'inimicizia vicina accordavano nel loro seno facilità di traffico ai Fiorentini e fermavano con essi un'alleanza per anni quaranta. Quindi marciavano di per sé soli con dodicimila fanti e duemila cavalli verso Motrone, castello già occupato dai collegati e, dopo grandi prove di valore da una parte e dall'altra, si trassero i Pisani opportunamente e con veemenza in massa sopra gli avversarii e del tutto gli scomposero e fugarono. Caddero in questo incontro in potere dei vincitori trecento uomini di cavalleria, settecento pedoni con tre dei consoli lucchesi e tutto il bagaglio e quindi il castello di Motrone e la torre o bastiglia di Viareggio, che fu subito distrutta.

Tali e sì spesso ripetuti fatti increscevano a Federigo, perché debilitanti lo sforzo dei popoli a sé affetti; cosicché tornato per la terza volta in Italia e giunto in Pavia, decretò colà in presenza dei plenipotenziarii di Genova, Pisa, Lucca, Firenze e Siena l'assoluto divieto di guerreggiare fra loro, la divisione della Sardegna tra Genova e Pisa e la distruzione di Viareggio, già stato riedificato dai Lucchesi coll'ajuto dei collegati.

Era già scorso qualche tempo dacché l'imperatore greco Emanuele aveva espulso da Costantinopoli i Pisani. Ora è da notarsi, qual circostanza inaspettata e favorevole, che per l'inimicizia insorta fra i Veneziani e il detto imperatore, furono i Pisani richiamati al godimento di tutti i loro antichi privilegii, forse per impedire che si congiungessero ai Veneziani con la promessa di pagare al Comune pisano per quindici anni continui cinquecento bisanzi d'oro ed un altro pallio al loro arcivescovo.

Siamo ora venuti al punto di dover ricordare la costruzione di un altro cospicuo edifizio degno della nazione, cui dava il cuore di proporre ed eseguire nobilissimi giganteschi disegni, ora con imprese magnanime e generose ed ora con monumenti classici ed ammirandi. Deesi all'epoca attuale (an. 1174) la fondazione della gran torre marmorea, che sorge isolata dal lato orientale della surriferita principale Basilica e che a ragione si annovera fra le italiche maraviglie. La notevole pendenza, per cui sembra traboccare, riguardasi come il suo più raro pregio e tale è infatti, perché di stupore comprende chiunque ad affissarla si faccia. Questa però singolar deviazione dalle regole comuni indusse molti e rinomati scrittori nella fallace opinione che fosse piuttosto effetto di casualità per cedimento di suolo anziché pura premeditazione ed opera dei due valorosi architetti Bonanno Pisano e Guglielmo d'Innspruck. Ma quanto erroneo sia tale supposto venne evidentemente dimostrato in altre opere nostre antecedenti, ove si enumerano le incontrovertibili ragioni di fatto dedotte dalle più accurate osservazioni e ricognizioni geometriche dello stesso edifizio; al che soggiungeremo a suo luogo varie altre importantissime prove che stanno ad escludere qualunque siasi contraria obiezione.

Richiamaci pure l'ordine storico a rammentare i privilegii commerciali ottenuti in quest'epoca dai Pisani nei porti e città dell'Egitto e della Siria, l'alleanza coi Veneziani riammessi a mercanteggiare nel levante, le loro compagnie di commercio formate in Asia per numero e per capitali imponenti, le cui principali conoscevansi sotto il nome dei Vermigli e degli Umili, che all'occorrenza divenivano guerriere e che furono i tipi su i quali si modellarono le celebri compagnìe delle Indie inglesi ed olandesi, che tanto influirono sul commercio non solo, ma ancora sul sistema politico dell'Europa. E finalmente il nuovo trattato coi Lucchesi, onde staccarli infine dai Liguri, col farli partecipi del loro emporio e del diritto di cittadinanza, riportandone in compenso la metà degli utili della zecca, e dell'entrata delle ripe e della dogana del sale.

La caduta intanto di Gerusalemme nelle mani dei Turchi avea risvegliato l'antico ardore di prender la croce per la sua nuova liberazione. A tale effetto il pontefice Gregorio VIII, appena assunto al soglio, erasi trasferito a Pisa per indurre quella repubblica a pacificarsi con Genova ed esortar quei popoli a concorrere uniti alla sacra spedizione. Ma quando dovea vedere il frutto delle sue paterne cure, venne da morte rapito nel secondo mese del suo pontificato, e nella maggior Basilica ebbe l'onore della tomba con solenni esequie e compianto universale17. L'effetto però fu pienamente conseguíto dal suo successore (an. 1188), che sotto il nome di Clemente III era stato coronato nell'anzidetta Basilica, essendoché giunse a reconciliare le due repubbliche ed a fare che sollecitamente muovessero per la Siria.

La flotta pisana, forte di cinquanta galere, era guidata dall'arcivescovo Ubaldo Lanfranchi, a simiglianza dei due suoi predecessori Daiberto e Moriconi, la quale rinforzata dai navigli dei Veneziani e dei Genovesi veleggiò al soccorso del marchese Corrado di Monferrato, che postosi alla testa di varii Cristiani e della stessa compagnìa pisana degli Umili, formava l'assedio dell'importante piazza di Accon o Tolemaide, oggi s. Giovanni d'Acri. Pel corso di due anni ebbero luogo le maggiori prove di valore, ma non fu che all'arrivo dalla Francia di Filippo Augusto e dall'Inghilterra di Riccardo Cuor di Leone, che si giunse a ricuperare la detta città18.

Accadde in quest'epoca (an. 1190) il cangiamento del governo in Pisa. I Consoli, che fino allora si erano condotti con moderazione, principiarono ad arrogarsi di troppa possanza, cosicché il popolo sollevatosi li cacciò dalla città e sostituì ai medesimi i Seniori o gli Anziani, che deliberar dovevano su tutte le cose riguardanti il regime e gl'interessi della repubblica. Si creò pure un consiglio, onde bilanciare l'autorità dei Seniori con facoltà di eleggere il Capitano e Potestà dei Comune, a cui doveva incombere l'obbligo di giudicare su tutti gli affari criminali e all'occorrenza mettersi alla testa delle soldatesche. Era di regola che a tale importante carica si ricercasse persona forestiera, dotta ed armigera, tuttavia però non escludeva la nomina dei più prudenti ed autorevoli cittadini di Pisa. Gli affari commerciali dovevano totalmente dipendere da una magistratura separata, cui fu dato il nome di Consolato del mare.

Può dirsi questo uno dei primi esempii di quelle fatali dissensioni fra cittadini già sì tranquilli e concordi tra loro, che in progresso vedremo ad ogni tratto ripetersi e portare in ultimo la rovina della repubblica.

Frattanto i Pisani seguitavano sempre nel favore presso l'impero ed ottenevano da Arrigo VI la conferma de' privilegii conferiti dall'augusto suo padre ed altre non poche concessioni. Attirati ancora da magnifiche promesse, si portavano uniti ai Genovesi a sostenere i suoi diritti sul regno delle due Sicilie contro l'usurpatore Tancredi, ma non avevan per anco finita l'impresa che, suscitatosi l'antico rancore, si arrecarono a vicenda gravissimi danni. In séguito di che gettaronsi i Genovesi sul castello di Bonifazio fabbricato in Corsica dai Pisani, il quale più volte preso e ripreso restò per ultimo agli assalitori.

Progredendo con ordine nell'instituto nostro, menzioneremo adesso la costruzione di un altro grandioso edifizio incominciato nell'anno 1200, essendo Potestà e Capitano dei popolo Guelfo Porcari. Fu questo l'ampio arsenale repubblicano capace alla formazione di settanta galere, con grandi magazzini, officine e case per le maestranze, cinto tutto da mura e difeso da tre forti torri19. Mentre però attendevasi alle fabbriche da guerra, si volgeva in mente l'esecuzione di un'altra opera da servire ad uso più generale e santo. Una quantità considerevole di terra estratta dal monte Calvario aveva seco portato entro le navi l'arcivescovo Ubaldo Lanfranchi, reduce in quel tempo dalla Soría; e fin d'allora si risvegliò nell'animo dei valorosi Pisani quella magnanima idea di erigere un monumento in cui racchiuder le ceneri dei loro più cari ed eternare la memoria degli uomini più benemeriti ed illustri per qualunque titolo. Tale idea però non fu mandata ad effetto che molti anni appresso, come avremo luogo più innanzi di farne discorso.

Andava tuttavia continuando la fiera lotta tra i Pisani e i Genovesi. I primi nell'anno 1206, approfittando dei disordini della Sicilia, con una flotta di venti grossi vascelli s'impossessarono di Siracusa, togliendola ai secondi; ma questi, per mezzo dei loro armatori e del conte Arrigo di Malta, giunsero a riconquistarla dopo sette giorni di ostinato contrasto e con grandissima strage dei Pisani. E tali micidialissime lotte si protrassero ora in un punto ora nell'altro, fino ad Onorio III, che indusse gli animi alla pace, disponendoli a una nuova Crociata da portarsi in prima nell'Egitto, quindi nella Siria.

Oltre ai principi oltramontani, concorrervi doveano i tre popoli marittimi d'Italia colle proprie lor forze e con tutti i legni da trasporto coi quali grandemente arricchivano. Giunto il momento della partenza (an. 1218), i Pisani somministrarono quaranta galere sotto il comando di Sigerio Visconti. Damiata fu la prima città di cui s'impadronirono i Crocesignati dopo non breve conflitto; ma le discordie insorte fra i vari duci dell'esercito furon cagione che tutta quell'impresa così bene incominciata terminasse senza il bramato effetto. Quindi riesce onorevole per i Pisani che, al primo andare in sinistro delle cose in quelle parti, si volgessero ad ingrandire il loro commercio colle Indie orientali.

Avvisando ora come, nell'occasione che Federigo II riceveva in Roma la corona imperiale, venisse rotta la buona armonìa da tanto tempo continuata fra le repubbliche di Pisa e di Firenze, e ciò pel ridicolo motivo di un cagnolino promesso da un Cardinale agli ambasciatori di entrambi i Comuni, ci faremo a soggiungere che nell'anno 1222 portaronsi i Fiorentini ad affrontare i Pisani presso Castel del Bosco, ove ebbe luogo un asprissimo combattimento al quale tenne dietro lo scoppio di un'altra guerra coi Lucchesi e di un'altra ancora coi Genovesi, causata quest'ultima da una zuffa insorta in Acri fra i mercanti respettivi. Ed ecco Pisa, in mezzo a tre potenti nemici, aver l'animo non solo di opporsi sempre gagliardamente a tutti, ma di più concorrere con una flotta di 52 galere (an. 1228) in ajuto di Federigo nella nuova spedizione in oriente.

Erano intanto cresciuti a dismisura i disgusti e le amarezze tra Federigo ed il nuovo pontefice Gregorio IX. Erasi l'odio riacceso fra le contrarie fazioni, di cui è soverchio il dire che chiamavansi guelfi coloro che seguivano il partito dei pontefici e ghibellini quelli che difendevano la causa degl'imperatori. Pisa, sempre salda nell'antico partito imperiale, fu l'oggetto anch'essa dei risentimenti della corte di Roma. Un Legato apostolico erasi trasferito nella Sardegna (an. 1237), onde eccitare i Pisani feudatarii a rinunciare in sua mano i respettivi Giudicati, a malgrado del giuramento già prestato alla repubblica, e riceverli di bel nuovo in feudo dal papa. Ubaldo Visconti ed altri facilmente vi si prestarono ed involsero la repubblica in funestissimi contrasti che in ultimo repressi vennero dal non breve soggiorno dell'imperatore in Pisa. Avvenuta in questo la morte del Visconti, parve espediente all'augusto Federigo d'impalmare Enzo, suo figlio naturale, con la vedova Adelasia, non già per vilipendere i diritti dei Pisani sulla Sardegna, ma per dileguare affatto le vedute della corte di Roma su quella.

Tale misura ed continui eccitamenti ai Romani contra il pontefice indussero questo a lanciare nuova scomunica su Federigo ed a fare che in un Concilio da convocarsi in Roma si dichiarasse con tutta solennità il suo decadimento dall'impero. Federigo, di ciò consapevole, non solo arrestò tutti i prelati ai passi dell'alta Italia che si portavano a quell'adunanza, ma sapendo che molti altri eransi riuniti in Genova, onde passare a Roma per mare, indusse i Pisani a impedir loro il passaggio. Questi, benché nemici dei Genovesi, vollero avvertirli della presa risoluzione e pregarli convenientemente per via d'ambasciatori di non cimentare quei signori al tragitto. Piccante fu la risposta dei Genovesi, quindi il passaggio o non passaggio divenne fra quei due popoli come una fiera disfida. I Genovesi misero in pronto una flotta di sessanta navi di varie grandezze, i Pisani quaranta galere sotto la guida di Bonaccorso da Palude, a cui se ne aggiunsero altre ventisette condotte di Sicilia da Enzo figlio di Federigo (an. 1241). Giunti i Genovesi tra l'isole del Giglio e Montecristo non lungi dalla Meloria, contro essi si scagliarono i Pisani e poscia i legni siciliani, né bastò il rinforzo ai Genovesi di altre dieci galere, che tutto andò irreparabilmente in rotta. Ventidue galere furon prese dai Pisani e le altre, inseguìte e sfondate nei fianchi, andarono a picco, ad esclusione di sette che si salvarono colla fuga. Oltre a quattromila Genovesi, furon condotti prigionieri in Pisa tre Legati apostolici, due de' quali cardinali, ed una grande moltitudine di arcivescovi, vescovi e prelati. Di estrema gioja riuscì a Federigo il felice successo di questa spedizione e ne mostrò la sua gratitudine ai Pisani, ma il pontefice oltremodo irritato fulminò contro essi l'interdetto.

In séguito, per la morte di Gregorio IX e del suo successore Celestino IV, di cui si notano pochi giorni di regno, restaron sospese per alcun tempo le ostilità, ma, asceso al soglio un cardinal genovese della famiglia de' Fieschi, che il nome assunse d'Innocenzo IV, le contese si rinnovarono e produssero lo scoppio di una guerra universale in tutta Italia. La deposizione frattanto di Federigo dal trono imperiale, proposta agitata e decisa nel gran Concilio di Lione presieduto dallo stesso pontefice, non mancò di produrre dei tristi effetti, eccitandosi ovunque ribellioni contro di lui. Finalmente lo stesso Federigo, dopo una vita sempre agitata, ammalatosi in Puglia per dissenteria (an. 1250), cessò anch' esso di vivere.

Esultarono i guelfi per la morte di sì potente nemico e con più d'animo intesero a deprimere la fazione contraria. Pisa trovavasi in una situazione assai sfavorevole. Oltre al veder compromesso il suo commercio privilegiato colle Sicilie, trovavasi circuita dalle forze delle tre vicine repubbliche. Unitasi allora in confederazione con Siena e Pistoja e con gli esuli ghibellini di Firenze, non ricusò di misurarsi contro le forze preponderanti della lega avversa, sia nella Lunigiana, come nella Versilia, nel Val d'Arno inferiore, nel pisano e in Val di Serchio, laonde indebolita da tanta guerra terrestre e navale ed anche lacerata dalle civili discordie, l'esito della guerra non riuscì, né poteva essere propizio; al che aggiunta la notizia della caduta del castello di Castro in Sardegna nelle mani dei Genovesi per tradimento del capo stabilitovi, fa costretta a domandare frettolosamente la pace. Fu questa consentita (an. 1256) alle condizioni di cedere varie castella ai tre popoli collegati, come anche ai Fiorentini il mercato franco in Pisa.

Appena sbrogliati i Pisani dalle forze nemiche, si dettero ad effettuare un gran progetto, il quale per tutti i conti dovea ridondare a loro pieno vantaggio. Vedendo essi che il partito ghibellino, oltremodo depresso dopo la morte degli ultimi imperatori Federigo e Corrado, non poteva per allora risorgere né operare a favor di Corradino, stante la sua fanciullezza, vennero nella risoluta determinazione di valersi dell'antico diritto degl'Italiani sull'elezione dei Cesari . A tale effetto spedirono una solenne ambasceria ad Alfonso re di Castiglia cognominato il Saggio che, in nome della repubblica pisana e di tutti i ghibellini suoi amici, acclamava quel monarca in re e imperatore dei Romani. Fattane I' immediata accettazione, si devenne solennemente all'atto dell'investitura (an. 1257), lo che dimostra la considerazione di cui Pisa godeva in quei tempi. Ampli ed estesi privilegii conseguitarono a quest'atto grande e rispettabile: ond'è che una quantità numerosa di negozianti pisani concorsero al godimento delle immunità e franchigie concedute foro da quel sovrano Aragonese nei proprî stati.

Correvano intanto sedici anni dacché i Pisani, vinti i Genovesi ed arrestati i cardinali e prelati che andavano al Concilio Lateranense, si trovavano in contumacia di santa Chiesa. Volendo ora tornare nel suo grembo, chiesero fervidamente ad Alessandro IV lo scioglimento dalle censure, offrendo ad espiazione una qualche opera di pubblica beneficenza. In séguito di tale rassegnazione, fu inviato un Legato apostolico che, imposta l'utile e salutar penitenza di fabbricare un grande spedale per gl'infermi (che fu quello di santa Chiara), eseguì la solenne funzione della benedizione di Pisa, alla quale intervennero sei arcivescovi, nove vescovi, cinque abbati e lo stesso s. Bonaventura.

A fronte che i Pisani tornati fossero in così risplendente maniera nella grazia pontificia, poco stette che per le nuove cose d'Italia incorsero altra volta nelle censure della Chiesa. Lo vedremo in séguito giacché per ordine riferir si debbe di un patto d'alleanza per anni dieci stabilito coi Veneziani contro i Genovesi, in conseguenza del quale si videro i Pisani poco dopo correre con numeroso naviglio in ajuto dei Veneziani già stati espulsi da s. Giovanni d'Acri dagli stessi Genovesi. Colà riunite le squadre dei collegati, investirono il porto, posero in fiamme i bastimenti contrari e demolirono il monastero di s. Saba, dove i nemici si erano fortificati; né andò guari, che altra micidiale sconfitta fecer soffrire a nuova flotta di cinquanta galere speditavi in soccorso, in cui perderono i Genovesi da sopra trenta navigli. Accadeva ciò quasi al tempo stesso in cui altre forze dei Pisani riconquistavano il perduto castello di Castro in Sardegna.

Eccoci giunti alla gran battaglia di Montaperti

Che fece l'Arbia colorita in rosso

Le città guelfe della Toscana eransi insieme collegate con tali forze, che si dissero ammontare a non meno di quaranta mila armati, per combattere il partito ghibellino. D'altra parte in Siena si giunse a riunire una massa di quindicimila combattenti, sotto il valorosissimo duce Manente o Farinata degli Uberti fuoruscito fiorentino, tra cui noveravansi ottocento cavalieri tedeschi guidati dal conte Giordano e tremila scelti soldati pisani. Ad onta però di tale sproporzione, si devenne nel 1260 nei contorni di Montaperti a quella gran battaglia che sbigottì l'Italia intiera per l'orribile scempio dell'armata guelfa. Dopo tal vittoria, i Pisani, comecché i più attivi e i più numerosi del partito trionfante, corsero tosto a ricuperare le castella che loro erano state tolte e si spinsero fin sotto le mura della città di Lucca, ove a spregio e confusione dei nemici alzarono cartelli, batteron moneta, crearono cavalieri e rappresentarono la loro celebre giocosa pugna detta di Mazza–scudo e poscia appellata del Ponte di Pisa20.

Nondimeno intorno a quest'epoca può in qualche modo stabilirsi la meta gloriosa della repubblica pisana, avvegnaché i fatti successivi tornano in generale ad essa avversi. Infatti, sceso in Italia i1 conte Carlo d'Angiò ad eccitamento del pontefice Urbano IV di nazione francese e vinta la battaglia di Benevento, ove Manfredi di Napoli rimase ucciso, i Pisani furono tra i primi a risentire dalla morte dei re ghibellino i più tristi effetti.

Per ordine dei nuovo re Carlo d'Angiò furono non solo espulsi dal commercio delle Sicilie, con rappresaglia sopra tutti gli effetti ascendenti a più di un milione e mezzo di fiorini d'oro, ma, penetrato ostilmente nella Toscana e impadronitosi di vari luoghi, si portò qual fiume devastatore sul territorio pisano, ne invase il porto ed il nascente Livorno e ne distrusse i casamenti e le torri. Quindi attaccato e preso nella Versilia il forte di Motrone sul mare, fu dal vincitore donato ai Lucchesi.

In sì scabrose circostanze non si smarrirono i Pisani, ché anzi invitato il giovane Corradino a riconquistare l'avìto regno, sollecitavano la sua venuta, promettendo d'assisterlo con grande somma d'oro e con potente armamento per terra e per mare. Corradino, benché in età di sedici anni, superati finalmente gli ostacoli della tenerezza materna, si mise in movimento alla testa di poche migliaja d'uomini ed in compagnia di Federigo d'Austria giovinetto a lui coetaneo. Nel 1268, dopo non breve tragitto, recossi a Pisa ed ivi fu dal popolo salutato Imperatore; né andò guari, che vi si trasferì pur anche l'esercito con sommo giubbilo di tutta la città, passando per la Lunigiana sotto il comando di Federigo d'Austria. Soddisfatto Corradino degl'importanti servigii prestatigli con tanta attività, nobiltà e grandezza dalla repubblica pisana, ad onta delle censure ecclesiastiche in cui era nuovamente incorsa, volle prima di partire lasciarle un contrassegno dell'animo suo riconoscente. Fu questo un diploma che, oltre al promettere a tutti gl'individui della nazione l'ampio e libero commercio nelle Sicilie, la refezione dei danni sofferti per opera del re Carlo, la reintegrazione nei primitivi poteri e diritti, vi aggiunse pur anche la concessione in feudo dell'isole d'Ischia, di Malta, di Trapani, Cotrone e Manopoli.

Coadiuvato adesso dalle forze terrestri pisane sotto la guida dei vecchio e sperimentato duce Gherardo de' Gherardeschi conte di Donoratico e da una flotta pisana forte di trenta galere, che già operava con vantaggio nella Sicilia, si mosse finalmente alla volta della Puglia con oste numerosa, perché accresciuta delle milizie d'Arrigo di Castiglia e dei Baroni romani; e presso il lago Celano nel territorio di Tagliacozzo scontrossi coll'armata del suo competitore. Aspra e sanguinosa fu la battaglia ed è ben noto che i Francesi costretti furono, dopo molta strage, a cedere il terreno e se in ultimo essi ebbero vittoria, la dovettero alla tattica di un'occulta operazione del vecchio capitano Alardo di Vallery, giunto di recente dalla Francia. Sul fine luttuoso del disgraziato principe Corradino, di Federigo d'Austria e di Gherardo da Pisa, condannati barbaramente a perdere la testa sopra di un palco sul lido di Napoli, niente altro noteremo che l'indignazione universale di tutta Europa verso il sanguinario vincitore.

Al primo annunzio di tale infortunio, la flotta pisana si ritirò al suo porto, ove la repubblica, fra il dolore della perdita nell'armata terrestre di tanti suoi valorosi campioni, stava raccozzando le sbandate milizie di Corradino, onde far fronte al turbine che le si preparava dai guelfi. Le forze di questi si riunivano sotto gli ordini di un luogotenente di Carlo inviato in Toscana, dimodoché i Pisani, fiacchi da tante perdite ed incapaci di resistere a tanti nemici sostenuti da un re vittorioso e potente, vennero agli accordi e in vigore del trattato di pace furono astretti a rilasciare la signorìa di s. Miniato, coll'obbligo altresì di mantenere armata a disposizione di quel principe una squadra di cinque loro galere per lo spazio di due mesi per anno.

All'osservanza delle patrie costituzioni Pisa non era stata fino a qui costretta, come le altre città di Toscana, di provvedere colle multe e cogli esilii dei propri cittadini. Ora, indebolita da tante guerre, per giunta di sventura dové anch'essa ricorrere a tali espedienti. Giovanni Visconti giudice di Gallura pretendeva di regolare cose dello stato a modo guelfo–. Il fare che la patria si uniformasse ai tempi non era forse improvvido consiglio, ma i mezzi violenti da lui adoperati per metterla a romore lo resero odioso all'universale. Non contento di aver fatto uccidere un Gualfreducci ghibellino, ritornato in patria dopo pochi giorni di confine, fece di bel giorno assassinare due altri individui ghibellini. Il governo allora giustamente irritato lo perseguitò coll'armi fino in Sardegna, ove erasi ricovrato nel suo giudicato di Gallura ed obbligato a fuggire lo esiliò da Pisa e da tutti i suoi stati.

Avvenuta frattanto, dopo due anni e mezzo di vacanza, la elezione del nuovo pontefice Gregorio X, uomo scevro d'ogni interesse mondano e indifferente ai partiti, i Pisani implorarono e riottennero l'assoluzione dalle censure e la dignità primitiva della loro chiesa.

Intanto il Visconti, sostenuto dalle forze del regio vicario di Carlo in Toscana e da quelle delle città aderenti al guelfismo in pregiudizio della patria, assediava e vinceva il castello di Montopoli. E, sebbene còlto sul più bello dalla morte (an. 1274), non cessò la guerra, mentre venne anzi, come ora vedremo, fomentata da altri ambiziosi cittadini. Il più fiero fra questi fu certamente il conte Ugolino Gherardeschi di Donoratico il quale, scontento di obbedire alle leggi, ricusava di pagare la tassa di varî anni di una signoria posseduta in Sardegna. Dapprima il governo tentò le vie della moderazione per richiamarlo al dovere, indi ebbe ricorso alle misure di rigore col dichiararlo decaduto dal godimento del feudo. Indispettito viemaggiormente quell'orgoglioso signore si partì da Pisa con tutti i suoi fautori e pieno in cuor di vendetta si portò coi guelfi alla distruzione di Bientina e Montecchio e alla devastazione delle campagne di Vico–pisano. Quindi inabili i Pisani a resistere a tutte le forze riunite della lega, vennero aspramente battuti nei piani d'Asciano, colla perdita di quel castello e colla prigionìa di ben quattromila di essi. Per tal modo inaspriti i Pisani contro il Conte, ne incendiarono le case, ne confiscarono i beni; ma alla nuova campagna sconfitti anche una volta nelle trinciere stesse del fosso Rinonico, si videro nella necessità di pacificarsi a condizioni ben gravi. Così sciolte le armate, rientrarono in Pisa come trionfanti il conte Ugolino, i figli del Visconti, il conte Anselmo da Capraja, gli Upezzinghi ed altri guelfi, nella piena reintegrazione dei loro beni e delle rendite confiscate.

Dopo siffatte agitazioni poterono i Pisani per alcun tempo godersi tranquillamente la pace e, siccome ad ogni opportunità non trascuravano il decoro nazionale, fu allora che si diedero a maturare quel magnanimo concepimento dei loro maggiori, già da noi spiegato a carte 44, coll'ordinare al miglior artista di quei tempi l'erezione del tanto celebre Campo–santo urbano (an. 1278), di cui favelleremo nella susseguente parte illustrativa.

Sembra però che questa grand'opera architettonica ed unica nel proprio genere, condotta pressoché al suo termine nel breve giro di un lustro, sembra, io diceva, che per fatalità segnar dovesse il confine della grandezza pisana. E' vero che Pisa era stata umiliata nell'ultima guerra, ma conservava ancora un atteggiamento fiero ed imponente sì per le sue forze marittime, che per gli estesi dominii e per le sue ricchezze. Armava infatti un numero infinito tra galere, navi e galeoni e signoreggiava nell'isole di Sardegna, Corsica, Capraja, Elba, Pianosa, Giglio e Montecristo e dalla punta orientale del golfo della Spezia, detta il Corbo, fino a Civitavecchia. Anche in fatto di belle arti il fuoco sacro del genio fu sempre mantenuto in azione con quegl'insigni monumenti via via accennati dalla storia; né solo in opere d'architettura, ma eziandio di scultura e pittura, nelle quali tutte si segnalarono a preferenza di ogni altro gli artefici pisani, chiamati a ragione i restauratori ed i maestri dell'arte del disegno in Europa nei primi tre secoli dopo il mille. Per tutti questi pregi, aggiunti o riepilogati quelli di essere stata il terrore dei Barbari, l'ajutatrice dei Cesari, il sostegno di varî Pontefici, rendesi viepiù dolorosa la rimembranza dei mali accagionatile in particolare da figli ingrati e sleali, come saremo a dimostrare. E stante che dal peso di questi mali ne derivò infine la rovina totale della repubblica, sembraci opportuno di qui riportare l'assennatissima riflessione di un degno patrio scrittore, mancato da pochi lustri ai viventi ed all'onor nazionale, sulla fatalità dei tempi ne' quali avvenne la sua caduta: Roma istessa perir le vide (le arti e le scienze) presso le fredde spoglie dell'estinta sua libertà. Per altro essa almeno iva incontro ai secoli inerti e caliginosi, al furor barbaro del duro Scita invasore. Ma te, o Pisa, oppresse il funesto peso di tante sventure in quei giorni istessi, in cui vedea l'Italia sorger l'alba foriera, che le scienze, le lettere, le arti conduceva in più lucido aspetto ai sommi onori21. Dal che può giustamente dedursi quale immensa strada di gloria avrebber corso i Pisani in più felici stagioni, se tanto operarono nell'età ferree ed oscure.

La causa primitiva delle sciagure di Pisa può ora dirsi suscitata dal carattere torbido ed incostante di Sinoncello conte di Cinarca, Còrso famoso nell'esercizio dell'armi. Costui, perduto il padre e le sostanze nella tenera età, ricovrato in Pisa ed ivi fatto adulto e prode nell'armi, meritò l'attenzione della repubblica, che statuì d'infeudarlo di una provincia nel suo paese nativo. In progresso, immemore dei benefizii ricevuti, fece alleanza coi Genovesi, già padroni di un'altra parte dell'isola; poscia pentito, tornò a riconoscere 1'antica sovranità dei Pisani e da un suo castello, fatto edificare nelle vicinanze del porto di Bonifazio, prese a perseguire gli stessi Genovesi ed altri legni mercantili che giungevano a quel porto.

Di qui la nuova riaccensione di guerra fra Genova e Pisa e con tale animosità che, dal 1282 fino alla fatalissima e lagrimevol battaglia della Meloria, non si ristettero dal recarsi a vicenda i più deplorabili danni ed ora quasi sempre colla peggio dei Pisani e per naufragii sofferti e per eventi impensati.

Nell'anno 1284, anno fatale a Pisa, si raddoppiarono gli sforzi per devenire ai più sanguinosi contrasti, imperocché i ripetuti disastri, invece di affievolire i Pisani, gl'infiammavano davvantaggio alla vendetta. Si videro allora i privati gareggiare coi magistrati nel sollecito apparecchio di una potente armata. E, nella speranza di una confederazione coi Veneziani, elessero al luminoso uffizio di Potestà Albertino de' Morosini di Venezia, persona d'alto lignaggio e parente del Doge. Tentò questi la lega, ma invano: vollero i suoi compatriotti restarsi neutrali. Elessero ancora due capitani generali della guerra di mare, il conte Ugolino de' Gherardeschi e Andreotto Saracini, ma sulla nomina dei primo di essi ci fia lecito esporre, che di troppo corsero i Pisani nell'affidarsi ad uno che avea bastantemente dimostrato il suo fine ambizioso di assoggettare la repubblica e che, abbandonato il partito dei ghibellini pel quale i suoi maggiori versato aveano il loro sangue, poteva ad ogni occasione rinvigorire i suoi progetti. Infatti quest'era opportunissima, né fu trascurata dall'uomo che, riguardando con occhio bieco tanti valorosi ghibellini, desiderava di vederli fiaccati da nuovi combattimenti ed anche umiliati da nuove sconfitte per giungere al suo intento. Salpò quindi l'armata forte di cento e più galere e si portò dinanzi a Genova e, con questa penetrati audacemente i Pisani nel porto, posero in fiamme i bastimenti ivi ancorati, sfidarono con alte grida i nemici a battaglia e, per onta e scherno maggiore, si dettero a balestrare nella città pietre fasciate di porpora e frecce ghierate di argento. Il dispregio, più che le azioni dell'ira, fece maggiore impressione sull'animo dei Genovesi i quali, avendo sparte le loro forze sul mare, doverono per allora dissimulare e chiedere abboccamento. Infatti per mezzo di araldi fecero accortamente conoscere ai Pisani che non reputavano opera di valore l'insultare un nemico nel momento che preparato non era alla risposta, che se i provocanti credevano di essere i discendenti di quei valorosi maggiori, di cui si vantavano, avessero soltanto accordato tempo bastante di mettersi all'ordine, per provarsi condegnamente sul loro stesso mare. Con alte voci di giubbilo acconsentirono i Pisani alla controsfida e, levate le ancore, ritornarono in patria, invece di attaccare la flotta genovese di trenta galere sotto il comando di un Giacchería che militavano contro Sassari. Niente è più prezioso del tempo e delle occasioni nella guerra; il perdere siffatta occasione, l'accontentarsi di una semplice ed inutile bravata, poté forse mai dipendere dal volere di Ugolino, che in sostanza governava il tutto di suo arbitrio a fronte del suo collega?

Intanto i Genovesi, conosciuto il numero delle galere pisane, richiamarono da ogni parte le loro forze e, per essere al di sopra dei nemici, tutto impiegarono onde aggiungerne delle nuove e formare una flotta di oltre cento e venti dei migliori e più forti vascelli. L'onore delle armi nazionali fu subito commesso al valoroso Uberto Doria il quale, col nerbo migliore delle sue genti, si recò in fretta verso il Porto–pisano fino all'isoletta della Meloria. Circuita l'isola e posta in agguato dietro quello scoglio una parte delle sue forze, si avanzò verso l'Arno per rispondere alla sfida, quindi si ritrasse in alto.

Acconsentita la battaglia, si avanzarono intrepidamente i Pisani fin presso allo scoglio della Meloria, ove il nemico mostravasi soltanto con forze presso a poco uguali e, dopo un momento di terribile sospensione, si videro ambe le parti correre all'affronto colla ferocia inspirata dall'odio e dalla gara dell'onor patrio. La pugna per più ore mantennesi equilibrata tanto al centro che alla dritta e solamente la divisione pisana a sinistra, dipendente dall'ammiraglio Saracini, prevaleva sullo stuolo contrario, già lo aveva ributtato e quasi rotto, già varie galere di fronte n'erano state sommerse, quando dai Genovesi fu dato il segnale alle navi postate dietro gli scogli. Al tempo stesso il Doria, ajutato da una galera scelta del Finale, dette l'assalto alla nave del potestà Morosini, preposto al comando della divisione a dritta col gonfalone della repubblica, la quale, battuta da due parti, dové infine cedere dopo lunga resistenza alla forza preponderante nemica. Il grande stendardo di Pisa fu allora stracciato in mille pezzi fra i plausi degli uni e la costernazione degli altri combattenti. Era questo il momento, per la parte di un buon capitano, di rinvigorire i suoi, di fare ogni sforzo con tutto il centro onde impedire la disfatta; ma, nel maggior uopo del soccorso, diede Ugolino con meditato disegno il segnale della fuga, per accrescere invece lo smarrimento. Infatti all'inatteso evento ristettero disanimati i Pisani finché scossi dall'incalzante pericolo si decisero a disperata difesa, legando tra foro le navi e combattendo sul mare non altrimenti che in pugna terrestre. Dall'ora di nona sino alla sera durò quell'aspra e sanguinosa battaglia, con strage immane da ambe le parti, ma infine sopraffatti intieramente i Pisani doveron cedere e arrendersi al prepotente rivale. Ugolino, con tre dei più forti vascelli montati da suoi partigiani, venne il primo ad annunziare alla patria la più grande delle sue sventure. La inaudita sconfitta portò siffatta concitazione nell'animo dei cittadini ed in particolare delle donne, che quasi giunse al furore. Si videro infatti nobilissime matrone correr le vie scarmigliate, battersi il volto, stracciarsi gli abiti, gettarsi a terra pel dolore. Altre venir meno, abortire ed uscire affatto di cervello. Priva de' suoi più valorosi ed assennati cittadini, Pisa divenne una nave senza nocchiero. La mancanza dei medesimi si fece ascendere al grandioso numero di sedicimila, cinquemila uccisi e undicimila prigionieri e fra questi il Potestà Morosini e diciassette sapienti di governo. Quindi nacque per l'Italia il proverbio: Chi vuol veder Pisa, vada a Genova». Ma per quella vittoria cotanto aspersa di sangue cittadino ebbe anche Genova a sospirar lungamente ed eccessiva ne prese vendetta sopra i miseri prigioni. Tolti affatto di vita i feriti, gli altri incatenati e rinchiusi in sotterranei, coperti di un ruvido sacco, furono condannati alla più barbara inedia.

E ad accrescere la generale desolazione si aggiunse la subitanea partenza di tutti i mercanti fiorentini, che dimoravano in Pisa pei loro traffici; lo che diede a divedere le mire ostili delle vicine repubbliche. Infatti Lucca, Firenze, Siena e tutta la lega guelfa toscana, rotta la pace che allora tenevano con Pisa, si unirono in confederazione con Genova per la finale distruzione di quella misera città. Quindi i Fiorentini penetrati sul territorio pisano per la parte dell'Era, i Lucchesi per la parte del Serchio e i Genovesi per la parte del mare, dettero principio alla nuova guerra dei Toscani e dei Liguri insieme contro Pisa e finirono la campagna di quel funestissimo anno colla presa di non poche castella e colla distruzione di una gran parte del porto medesimo.

In sì luttuose circostanze presero i Pisani a consultare sulla comune salvezza. Il generale, che non avea fatto prova dell'ultima fortuna nella terribil disfatta della Meloria, riuniva non solo il governo della repubblica, ma pur anche la carica di Potestà, a cui erasi fatto luogo per mezzo dei numerosi suoi partitanti, dietro la renunzia quasi obbligatoria di Martino de' Morosini, sostituito al padre prigioniere. Era dunque Ugolino la più autorevol persona di quell'adunanza ed egli il primo aprì l'assemblea e perorò in favore della fazione dei guelfi, a cui si fece a opporre un uomo allora venerando per l'età e celebre per la scienza delle leggi, Giovanni Fagiuoli, consigliando invece di ricorrere ai Genovesi, onde ottener la pace ad ogni costo, non solo per mettersi in grado di resistere agli altri popoli della lega, che senza ragione eransi mossi contro loro, ma ben anche per ritornare la quiete in seno di tante sventurate famiglie.

Le convincenti ragioni del Fagiuoli prevalsero a quelle del Potestà ed una deputazione fu inviata ai Genovesi, onde impetrare la desiata pace, alla condizione ancora di cedere il castello di Castro in Sardegna; ma i Genovesi, benché ansiosi di quel possedimento, non accederono pel momento allo proposta. Né solo questo, ma altro ostacolo trovarono quei deputati dove meno il credevano. Gli stessi prigionieri pisani vivamente opponevansi al sacrifizio della patria, preferendo di mai più rivederla e di perire esausti di fame e di languore, piuttosto che venisse abbandonata ai loro nemici la più importante fortezza della Sardegna.

Per tutto questo i Pisani si videro costretti a rimettersi nell'uomo di cui più diffidavano, considerandolo come il più idoneo a dileguare la sovrastante tempesta. Null'altro bramavasi dal Conte. E non appena conobbe di essersi fatto necessario, che volle ed ottenne una più estesa autorità nell'aggiunto di Dittatore, sotto il nome di Capitano del popolo, per anni dieci consecutivi. Rivolte quindi le sue cure a distaccare i Fiorentini dalla lega, impose tosto una tassa per lire ventimila, inviò un donativo di fiaschi di verdéa ai capi del governo fiorentino che si vollero pieni di fiorini d'oro, si portò egli stesso in Firenze, largheggiò nelle concessioni e concluse un trattato senza saputa e consentimento d'alcuno de' suoi. Tornato in patria ed afforzata la città con un presidio di cavalleria senese, si dette a cangiare il governo da ghibellino in guelfo, proscrivere le principali famiglie affezionate all'impero, atterrare le loro torri e abitazioni, cedere ai Fiorentini le più forti castella, tranne Motrone, Vico–pisano e Piombino. Qui romore grande nel popolo tradito, agitazioni e lamentanze che venivano represse da fiere punizioni. Qui alte querele dei Genovesi e dei Lucchesi contro i Fiorentini per la disciolta alleanza. Minacce di vendetta da ogni parte. Fina politica dell'Ugolino nell'acquietare i Lucchesi colla cessione di Bientina, Viareggio e Ripafratta, nell'irritare i Genovesi per non dar luogo alla pace, da cui dipendeva il ritorno dei numerosi prigionieri. E conosciuto che per tante arbitrarie innovazioni eransi pur anche indispettite non poche persone del suo stesso partito, e fra queste Nino Visconti giudice di Gallura pieno di aderenze e suo nipote per parte di donna, pensò di aggiustarsi e formare con esso un duumvirato. Poscia elettasi entrambi la propria residenza, Ugolino nel palazzo della Signoria, l'altro in quello del Popolo, ed aggiunta agli ampli titoli di Rettori, Governatori ed Amministratori una totale plenipotenza, impresero concordemente la riforma delle antiche patrie costituzioni, riducendole ad un sol Codice22.

Ma breve fu la concordia dei due Rettori. Sembrando al Visconti d'essere ecclissato in Pisa dalla potenza dello zio, convenne col medesimo di separarne la giurisdizione, andando l'uno a governar la Sardegna, restando l'altro alla presidenza di Pisa. Dietro ciò il Visconti si portò fra i Sardi, ma il Conte inviò colà il suo figlio Guelfo ad occupare il governo dei propri feudi, del castello di Castro e di tutta la provincia Calleritana. Il Visconti, recandosi ad offesa la diminuzione del suo governo in Sardegna, tornò tosto alla patria a sostenere la propria dignità ed a far vive le sue querele contro Ugolino. Questi all'incontro sdegnò riconoscerlo come compagno nel governo, dimodoché, riacceso il fuoco della discordia fra i divisi partiti, in mezzo al generale perturbamento, alle furiose agitazioni degli stessi guelfi, vennero più volte insanguinate le strade di Pisa. E fa allora che il Visconti, acciecato dall'ambiziosa rabbia, manifestò l'arcano su cui fondavasi la nuova signoria, quello cioè di resistere alla pace coi Genovesi, ond'aver Pisa sempre spossata ed impotente a riporsi nel primiero suo stato.

Fra tante sciagure rinvigoriva l'abbattuto partito ghibellino, composto in gran parte di persone ecclesiastiche e popolari e di cui era capo lo stesso arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini o de' conti di Panico. Insufficiente però a resistere al concentrato potere del due rivali, stavasi in attenzione onde cogliere l'opportunità di riprendere l'antica sua preminenza.

Intanto il grido dell'esizial disordine della patria era pur giunto alle orecchie dei molti prigionieri in Genova, i quali, sentendo sempre in loro quello spirito di libertà che sortirono dall'origine, se ne proposero il rimedio. Questo però esigeva un grande sacrifizio, a cui erasi guardato altra volta, ma rifletterono che nell'attualità del caso non più dovevasi considerare. Laonde impresero di propria autorità a nome di Pisa stessa a trattare della pace coi Genovesi e, fermati i patti, ottennero la facoltà d'inviare quattro deputati in Pisa, onde aver la ratifica dei loro concittadini. E' ben difficile immaginarsi l'allegrezza che risvegliò nell'animo dei Pisani l'inatteso annunzio di pace. Tutti erano in moto e fin lo stesso Visconti sembrava desiderarla a confusione del Conte. Questi, dapprima opponente a cagione del suo interesse, dove' poi cedere al grido popolare : ma cede' coll'idea d'interromperla segretamente. Infatti, mentre un inviato dei Pisani ratificava in Genova il trattato e ne giurava la plenaria osservanza, si dava per Ugolino l'ordine al figlio residente in Cagliari di far con bandiera pisana assaltar le navi dei Genovesi. Maravigliavano essi, ed a ragione, delle ostilità inopportune, chiedevano rifacimento dei danni arrecati a varî legni mercantili, sodisfazione ai prigionieri tradotti nelle carceri d'Oristano. Replicavano i Pisani non esser conniventi ai fatti, accorgersi della causa e volervi opportunamente riparare.

In questo stato di cose la facilità d'insorgere al partito ghibellino fu somministrata dallo stesso Conte. Spronava esso l'Arcivescovo ad impiegarsi per l'espulsione dell'odiato collega, coll'ingannevol promessa di voler piuttosto seco lui dividere la suprema autorità. Lo scaltro Arcivescovo, che ciò del pari bramava, mostrò d'arrendersi alle sue istanze e, per meglio coprire la intenzione, indusse Ugolino a ritirarsi colle sue genti d'arme alla propria villa di Settimo, sette miglia lontana dalla città. Scemata così in Pisa la forza dei guelfi, fece tosto adunare le genti del suo partito, di cui eran capi i Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi, e tutta la fazione ghibellina di campagna. Alla riunione di tanti ghibellini s'insospettiva il Visconti, perloché, pensando ai casi proprî e fatta una scelta de' suoi più fidi, partiva dalla città e si assicurava nei forti della campagna.

Muoveva allora per le vie di Pisa l'arcivescovo Ruggieri alla testa di tutti i ghibellini, ne faceva chiuder le porte ed invitava il Brigata, figlio del conte Guelfo e nipote dell'Ugolino, ad associarsi al governo fino al ritorno dell'avo. Ma ricusando il giovine, dietro i suggerimenti di Gaddo suo zio, passava allora il solo Arcivescovo nel pubblico palazzo in luogo del Visconti.

Non appena fu fatto consapevole il Conte della partenza del rivale, che in mezzo a mille de' suoi, condotti da Tieri da Bientina, s'avviava fastosamente alla città. Ma ebbe non poco a maravigliarsi, trovando chiusa la porta per cui doveva passare e coll'ordine di concedersi a lui solo l'ingresso. Quindi la maraviglia si volse a sdegno, allorché, entrato in città, intese che volea darglisi per compagno nel reggimento l'arcivescovo Ruggieri. Si protestò allora altamente ch'egli era il solo e libero signore di Pisa, né avrebbe altrimenti acconsentito alla divisione del comando. I ghibellini d'altra parte gridarono per l'Arcivescovo, per lo che il Conte, vedutone il pericolo, si ritirò nel suo palazzo e, nel corso della notte, si occupò con varî suoi aderenti all'apparecchio d'armi e di gente.

In questa l'Arcivescovo inculcava al popolo di abbracciare l'opportunità di guarentire i proprî interessi contro l'usurpazione e l'arbitrio. Vi si aderiva generalmente e, nella seguente mattina, appena comparve il Conte al consiglio adunato nella chiesa di s. Sebastiano delle Fabbriche maggiori, ora chiesa dell'Ordine dei Cavalieri di santo Stefano, gli fu dall'Arcivescovo intimata la renunzia spontanea al governo da esso usurpato, perché stanchi i Pisani di più sofferire il di lui dispotismo. A tale intimazione pronunziata in tuono autorevole, soprastette alquanto il Conte ed infine si fece a chieder tempo per eseguirla. Gli fu accordato lo spazio del giorno stesso e fino all'ora di nona.

Tutt'altro però che attenere la promessa era nel pensiero d'Ugolino. Voleva profittare del tempo e, tornato al palazzo, commetteva al Brigata suo nipote di far entrare nella città per l'Arno Tieri da Bientina coi mille armati. Ma, istruiti del nuovo tradimento, non più ristavano i ghibellini ed accorrevano per la città gridando all'armi, con alla testa il coraggioso Arcivescovo. D'altra parte i Gherardeschi mostravansi fieramente disposti a qualunque resistenza e la città ne andava tutta a romore. Suonavano le campane a stormo per una parte e per l'altra, correvano precipitosamente i respettivi fazionarii, si attaccavano in –orrenda confusione per le strade e per le piazze, a piè ed a cavallo. La più gran pressa, il più gran tumulto era sulla piazza degli Anziani e nelle vie adiacenti ai pubblici palazzi.

Con pari ostinatezza e valore fu sostenuta la pugna dall'ora di nona sino al vespro, dopo che sopraffatta la fazione del Conte dalla sempre crescente forza dei sollevati, dove' cedere e ritirarsi nell'afforzato palazzo. Ma, attaccato ancor questo dai vincitori, vi penetrarono finalmente in mezzo alle fiamme che vi aveano messe ed astrinsero tutti a rendersi a discrezione. Il conte Ugolino, Gaddo ed Uguccione suoi figli, Nino, detto il Brigata ed Anselmuccio suoi nipoti vennero incatenati e posti temporariamente dentro una torre che esisteva dirimpetto al palazzo del popolo, dov'è ora il Monte Pio; ed i loro seguaci, come i Gaetani, gli Upezzinghi ed altri, furono tutti espulsi dalla città.

Tornata Pisa ghibellina, il trionfatore Ruggieri costituì un suo luogotenente, promulgò diverse ordinazioni ed inviò messaggi ai Genovesi, per indurli nuovamente alla conclusione della pace. Ala i Genovesi non vollero altrimenti acconsentire. L'Arcivescovo tuttavia non trascurava di prendere le più efficaci misure per la sicurezza interna ed esterna della città e, non avendo ottenuto il desiato riscatto dei prigionieri della Meloria, consigliava i Pisani a valersi di un condottiero capace a torgli dalle ulteriori inquietudini–. A quest'ufficio si eleggeva il più famoso capitano d'armate di quei giorni, il conte Guido da Montefeltro.

Intanto erasi impreso dai Pisani a giudicare del Conte e degli altri rei di stato. Le azioni evidentemente tiranniche, gli aperti tradimenti e la circostanza di essere stati presi coll'armi alla mano riunirono gli animi dei giudici a pronunziare la loro punizione. E dicesi che non fu già la morte, ma una multa in danaro per lire ventimila, che pagare intieramente dovevano innanzi d'uscire dal carcere. Ma, sia che pel rifiuto dei prigionieri a pagare o tutta o in parte la detta somma, sia per esemplare vendetta, o pel consiglio del conte Guido da Montefeltro, onde incuter terrore ai nemici, si vollero invece togliere di vita, lasciandoli perire di fame, secondo l'uso barbaro di quei tempi.

Un sì tragico caso, narrato dalle tristissime istorie nostre, seguì nella Torre dei Gualandi alle sette vie, detta anche della Muda, ove eransi trasferiti i miseri prigionieri, venti giorni dopo la loro cattura, alla quale in memoria del fatto rimase in appresso l'orrendo nome di Torre della fame23.

E' questa la terribil catastrofe dipinta dai sublimi e neri colori di Dante nel Canto 33 dell'Inferno. L'ammirabil discorso messo in bocca dell'Ugolino, allorché si fa a narrare l'ultima agonìa de' suoi figli e nipoti e di sé nella Torre della fame, essendo uno squarcio fra' più belli della italiana poesia, fece sì che tutti sanno l'orribil supplizio dei Conte, mentre non tutti conoscono i suoi reati. Quindi il tremendo anatema scagliato dal Poeta contro la città ch'erasi macchiata di un tanto delitto ha fatto per aggiunta riguardare i Pisani come il popolo più inumano di tutta l'Italia.

Egli è giusto per altro di osservare che il sig. Flaminio Dal Borgo, le cui dotte ricerche tanto lume han gettato sulla storia patria, dopo avere nelle sue due prime Dissertazioni (Pisa, 1761) confutata l'opinione di un gran numero di autori che ciecamente aveano seguitato il racconto di Dante, viene a dimostrare con prove irrefragabili che i figli ed i nipoti d'Ugolino, invece di essere ragazzetti innocenti (circostanza supposta da Dante per accrescere il patetico della sua narrazione), erano uomini adulti che cuoprivano diverse cariche nella repubblica ed alcuni tra loro ammogliati.

Ma, ammesso pure per esattamente vero tutto ciò che ha riferito Dante, qual è il popolo che in tempi di barbarie e di fanatismo non siasi abbandonato a delitti più atroci ancora? Pel trasportamento delle passioni, non abbiamo osservato pur troppo rinnovarsi simili esempii nei secoli civilizzati? . . . .

Pubblicata per la città la morte di costoro ed aperta la torre fatale, ne furono levati i cadaveri e tumulati nel chiostro dei frati minori di s. Francesco di Pisa.

La dispersione di questa famiglia risvegliò contro Pisa più fiera la guerra. Tutti i popoli della lega guelfa stabilirono di non posare le armi, finché rasate non ne fossero le mura e distrutta la popolazione; ma di rado i sogni troppo lusinghieri dell'ira sono verificati dal successo. All'opposto le operazioni del conte Guido da Montefeltro pienamente corrisposero alle speranze dei Pisani. Con poche forze, costituenti appena il terzo dell'inimiche, poté ad una ad una ricuperare le perdute castella e ciò senza mai avventurare i suoi a giornata campale, ma coll'agilità nei moti, colla rapidità delle marcie, col mostrare d'attaccare un posto la sera ed averne preso la mattina un altro tutt'affatto lontano. Ed una volta ancora, mentre i nemici si spingevano di concerto all'attacco del porto–pisano, lo che era previsto dal Conte, con felice diversione apportava immensi danni sul territorio lucchese, marciava rapidamente a Piombino, passava nell'Elba e vi attaccava le guarnigioni genovesi, tornando l'isola tutta in poter dei Pisani.

Avvenuta in questo la riforma del governo fiorentino, le nuove magistrature si mostrarono inclinate alla concordia coi vicini. Oltreché i Pisani, che vedevansi ostruite le vie del commercio marittimo e terrestre, non trascurarono l'opportunità di tener con esse parole di pace (an. 1293). Ristrette furono le condizioni e, tranne una sentitasi con vero rincrescimento, tutte le altre sembrarono assai miti. Fu questa l'ingiunzione di licenziare il conte da Montefeltro, la cui sagacità e valore tenevano in apprensione tutti i nemici. Le altre riguardavano la restituzione scambievole dei prigionieri, la franchigia delle gabelle in Pisa per tutti i collegati, la nuova demolizione delle fortificazioni del Pontedera, la restituzione dei beni al Visconti ed agli altri fuorusciti e l'obbligo per alcuni anni di eleggersi un Potestà o Rettore nelle terre dei Fiorentini o loro collegati.

Pervenuto il trattato alle orecchie del Montefeltro, non poté non prendere indignazione di ciò che lo riguardava e, lamentatosene altamente, chiese in ultimo i suoi stipendii, onde assentarsi al più presto. Si discolpavano i Pisani colla imperiosità delle circostanze, lo regalavano ampiamente e lo accompagnavano per molte miglia con segni di una grande tenerezza.

Siamo giunti all'anno 1300, tempo in cui i Pisani, per liberarsi dalle nuove vessazioni dei Genovesi, ora vincitori dei Veneziani nella fatal giornata alle Curzolari, dovettero rilasciare ai medesimi l'intiero dominio della Corsica e le città di Sassari e Torres in Sardegna, ristringere il loro diritto sul lido del mare da Castiglione della Pescaja fino al Serchio, accordare commercio franco a tutti i mercanti liguri in Pisa, nell'Elba e nella Sardegna ed infine sborsare cento sessanta mila lire d'oro. Rividero allora gl'infelici prigionieri della Meloria la tanto desiata patria ma, con sorpresa degli stessi Pisani, per ogni cento appena dieci, smunti, sparuti, infermi ed incapaci di rendere qualunque servizio24.

Uscivano appena i Pisani da un travaglio, che ben tosto incontraronsi in un altro. Era al papato Bonifazio VIII, del quale si dice che niuno più di lui aveva giammai preteso estendere l'alto dominio del triregno su tutte l'isole del mare. I Pisani, per nuovo fenomeno, volendo scansare il pericolo dei loro stabilimenti sardi, crederono opportuno di eleggersi per Potestà lo stesso Papa, assegnandogli il salario annuale di lire quattromila d'oro. Aggradì Bonifazio quella carica, liberò la città dall'interdetto ed un vicario vi stabilì (an. 1301), ma poi, per farsi grato Giacomo re d'Aragona, lo investì della Sardegna, spogliandone i suoi amministrati. Da ciò ne avvenne che il re Giacomo, per obbligarli in séguito alla renunzia della Sardegna, si portò con una flotta dinanzi al loro porto (an. 1307), operando in guisa che questi, non disposti ad una guerra, si videro costretti ad acquietarlo per mezzo di danaro.

A rincorare frattanto il partito ghibellino, scendeva in Italia nel 1311 il nuovo imperatore Arrigo di Lucemburgo per incoronarvisi e fissarvi la sede imperiale, in opposizione alle città guelfe ed al re Roberto di Napoli. I Pisani, che si ripromettevano il ritorno all'antico splendore, onde agevolargli la strada, gl'inviarono sessanta mila fiorini d'oro ed altrettanti ne promisero al suo arrivo in Pisa. Giunto finalmente in questa città, non è a dirsi la gioja che destò in seno di tutta quanta la popolazione: la pompa in fatti del suo accoglimento riuscì oltremodo sontuosa e brillante. Vi accorsero ben anche molti distinti personaggi come il vescovo di Arezzo, Uguccione della Faggiola Federigo di Montefeltro, figlio del conte Guido di sopra ricordato. Qui si trattenne per 46 giorni consecutivi, dichiarando solennemente nemici dell'impero i Fiorentini ed i Lucchesi. Mosse quindi per Roma, sovvenuto dalla cassa del pubblico di altra forte somma, e giunse a prendevi la corona, ad onta degli ostacoli frapposti da Roberto re di Napoli. Dopo di che, tornato in Toscana, rivolse l'esercito contro i Fiorentini, ai quali recò gravissimi danni e, mentre una flotta pisana, congiuntasi in Messina alla siciliana sotto gli ordini del re Federigo, aveva già occupato Reggio e tutta la parte marittima della Calabria, avvenne la morte del detto imperatore in Buonconvento presso Siena (an. 1313), con sommo rammarico dei Pisani, che tutto da esso speravano e che aveano consunto fin qui da circa due milioni di fiorini per sostenere i di lui progetti25.

Vedendosi ora questi esposti all'ira dei nemici, si dettero a cercar protezione da tutti i principi lor confidenti, ma inutilmente, perché impegnati in disastrose guerre. Ricorsero allora ad altro espediente e fu di assoldare mille cavalieri fra Tedeschi e Fiamminghi e darsi in braccio al famoso Uguccione della Faggio–la luogotenente dell'imperatore in Genova. Quest'uomo ambizioso, intraprendente e profondo conoscitore dell'arte militare, posto nel caso di mostrare maggiormente il suo ingegno, cominciò dal considerare lo stato delle cose ed i rimedii opportuni. Vide che a ritornar Pisa alla primitiva opulenza altro non voleavi che lo spoglio di Lucca, sede del più attivo commercio. Se lo propose ed il suo progetto fu coronato dal possesso di quella città e di tutto il territorio e da un immenso bottino26.

Muoveano allora i Fiorentini, con gente assoldata da ogni parte e coi soccorsi di tutte le città collegate e dello stesso re di Napoli, a reprimere cotanta baldanza. Ma Uguccione, con tutti i ghibellini toscani sotto le bandiere pisane, e fra questi il famoso Castruccio Interminelli di Lucca, li vinceva tutti nella memoranda battaglia di Montecatini, tenuta a ragione per una vittoria delle più segnalate e più memorabili di quei tempi27.

In séguito ai fatti così luminosi, tenevasi Uguccione come uomo maraviglioso in guerra e come tale erasi meritata la riconoscenza dei Pisani; ma, divenuto estremamente orgoglioso, se ne attirò ben presto l'odio per la maniera tirannica con che si diede a governarli–. Stanchi in ultimo i Pisani, non solo pei nuovi aggravii, come pel sangue sparso dei più rispettabili cittadini, si determinarono a scuoterne il giogo e approfittarono dei momento in cui Uguccione, grosso di gente, recavasi in Lucca a sollecitar la morte del famoso Castruccio, già fatto incarcerare per ombra di potenza. Coscetto da Colle, popolano arditissimo, e il conte Gaddo de' Gherardeschi furono i primi a muoversi e a dar coraggio agli altri, affine di liberare la patria dall'oppressione (an. 1316). In breve la commozione fu generale, le masnade stesse pretoriali si arresero al grido del popolo tumultuante. Al primo avviso di tale sommossa voltò briglia Uguccione e corse a Pisa, ma non poté entrarvi, ché le porte eran chiuse e ben custodite. Pensò allora di volgersi di nuovo verso Lucca per conservare almeno quella città dominata dal suo figlio Neri ed anche in questo si trovò deluso. I Lucchesi, appena informati della rivolta dei Pisani, eran corsi in folla alla carcere di Castruccio, gli avean rotti i ceppi ed aveanlo eletto a loro signore. Laonde Uguccione, sgomentato dalla rivoluzione subitanea di quei due popoli, lasciò l'impresa e, in compagnia dei figlio Neri, che Castruccio gli rimandò sano e salvo, se ne passò a Verona alla Corte di Cane della Scala28.

Il citato Gaddo della Gherardesca era nato da un conte Bonifazio detto il vecchio, che fu prigioniero dei Genovesi e quindi riscattato poco avanti la fatale giornata della Meloria e morto nel 1313, generalmente compianto dai Pisani pei molti fondi lasciati alla Pia Casa di Misericordia. Ora la memoria di un padre benefico ed i servigii renduti ultimamente alla patria dallo stesso Gaddo lo fecero accettissimo ai concittadini di lui, di maniera che fu acclamato signore di Pisa dai discendenti immediati di coloro che avevano fatto perire il suo biscugino nella torre della fame.

Saggi furono i provvedimenti che fece, onde ridurre le cose agli usi antichi e procurare la pubblica quiete. Costituì potestà e luogotenente il conte Ranieri suo zio paterno, riformò gli abusi, ricompose la milizia, restituì il vigore alle magistrature e, lontano dall'usare un potere arbitrario, fu geloso custode delle leggi. Conosciuto altresì il bisogno di una pace generale, onde rivolgere i suoi tranquillamente alle ricche cose del mare, ebbe il senno di promuoverla ed ottenerla in prima da Roberto re di Napoli a condizioni favorevolissime. A questa tenne dietro la pace (an. 1317) con Firenze e con tutte le altre città guelfe della Toscana e, per mantenersi in maggiore armonia col suo potente vicino Castruccio Interminelli, capitano e signore di Lucca, lo stesso Conte stabilì il matrimonio fra il proprio figlio Bonifazio novello e Sancia figlia di Castruccio.

Mentre però in varie guise pensava egli al ben essere dello Stato, rimasero tronche per la morte di lui le più belle speranze dei Pisani (an. 1320), che già lo riguardavano qual padre benefico per l'ottime sue prerogative. Universalmente compianto, fu riposto il cadavere insieme con le ossa di Bonifazio, padre di lui, nel grandioso deposito esistente un tempo all'esterno della chiesa di s. Francesco di Pisa ed ora nel celebre Campo–santo urbano.

La riconoscenza verso la famiglia Gherardesca mosse i Pisani a sostituire nel governo il conte Ranieri, zio paterno del perduto signore. Dissimulatore e crudele, egli si rese molesto quanto l'altro erasi fatto aggradevole. Tenendosi al di sopra della legge, esercitò un potere tirannicamente arbitrario. Variò lo stato delle cose, introdusse nuove milizie, depose gli amici di Gherardo ed esaltò alle prime cariche quelli che tali non erano. Così risorsero le acerbità degli odii e le discordie domestiche, così tornarono ad insolentire le fazioni29.

Intanto che in Pisa succedevano l'esposte cose, la Sardegna veniva attaccata da un potente monarca, Jacopo II re d'Aragona, a istigazione ancora di alcuni feudatarii di quell'isola. Soccorrevano i Pisani con una flotta di cinquantadue vascelli sotto la direzione di un Manfredi della Gherardesca, figlio del dominante, ma inutilmente, poiché le forze superiori degli Aragonesi, il tradimento del giudice di Arborèa e la morte dello stesso capitano in micidiale conflitto indussero la guarnigione di Cagliari, dopo lunga resistenza, a cedere ad onorevoli condizioni, sebbene poscia dal vincitore non mantenute.

Morto in questo anche il conte Ranieri signore della città (an. 1325), lo che non poté certamente dispiacere ai Pisani cotanto malmenati, non è maraviglia se Tommaso, Gherardo e Bernabò altri figli di lui, vedendo insultata la sua memoria, si ritraessero dalla patria. Deesi ben anche avvertire che nell'anno seguente furono costretti i Pisani di abbandonare al re di Aragona anche l'ultimo possedimento di Castro in Sardegna e solo ottenere privilegii di navigazione e commercio sulla medesima.

Ma, oltre alle accennate, ben altre sventure si apprestavano ai Pisani. Lodovico di Baviera, calato in Italia (an. 1327) per confermare i suoi diritti all'impero, ad onta del re Roberto e del papa Giovanni XXII, credeva trovare i Pisani pienamente disposti al suo volere, come stati sempre attaccati alla causa imperiale. Questi però, temendo la collera del pontefice e del re Roberto, coi quali eransi di fresco rappacificati e prevedendo la perdita del loro commercio con Napoli e colla Provenza, statuirono di restarsi neutrali ed offrire invece all'imperatore il prezzo di sessantamila fiorini d'oro. L'offerta non solo fu ricusata, ma di più arrestati gli stessi ambasciatori. Quindi i Pisani si videro ben presto circondati dalle truppe del Bavaro da una parte e da quelle di Castruccio dall'altra; e solo dopo un mese di valorosa resistenza dovettero soggiacere, stante gl'intrighi di alcuni cittadini, a patti in prima onorevoli e poi di troppo discordanti. Infatti, dopo l'entrata di Lodovico in Pisa, vi fu non solo ammesso ed eletto Castruccio a Vicario, ma aperto l'ingresso ai fuorusciti e di più aumentato il contributo di altri centomila fiorini, ad onta delle convenzioni stabilite.

Passato quindi Lodovico a Roma, accompagnato da Castruccio, vi depose il papa legittimo e s'incoronò per mano del nuovo eletto nella persona di Pietro da Corvara, cbe assunse il nome di Niccolò V. In questo, Castruccio, obbligato a ritornare in Toscana per la caduta di Pistoja nelle mani dei Fiorentini, giungeva a Pisa, ne prendeva la signoria senz'alcun riguardo a Cesare, traeva a sé tutte l'entrate e riconquistava Pistoia. Ma poco dopo infermando, cessava di vivere in Lucca sul più bel fiore di sue fortune30.

La morte di Castruccio sollevò dall'angoscia varî popoli della Toscana, che celebrarono feste per sì lieto avvenimento. Ma i Pisani non poterono goderne, giacché fra essi ritornato il Bavaro in compagnia dell'antipapa e scacciati i figli di Castruccio medesimo, divennero nuovamente sua preda ed aggravati furono dalle più eccedenti contribuzioni, alle quali tennero dietro le pontificie censure.

Non appena però Lodovico ritornato in Germania, Pisa scosse il giogo della guarnigione tedesca per opera specialmente del conte Bonifazio novello della Gherardesca (an. 1329), che subito fu acclamato signore della città. Vigilante, moderato e savio nel comando, poté in breve condurre i Pisani a concordia cogli altri popoli della Toscana, col re Roberto di Na–poli e col pontefice Giovanni, in conseguenza di che, cessate affatto le ostilità, recuperarono varî castelli e liberati furono dall'interdetto. Ma tutte queste cure ed altri non pochi benefizii gli accrebber fama e invidia al tempo stesso. Non pochi ghibellini, mal soffrendo la sua maggioranza, cominciarono ad eccitare nuove turbolenze e a spargere i semi di una guerra civile. Fu ordita una congiura (an. 1335) per darsi la città in mano alle truppe di Mastino della Scala signor di Verona ed allora padrone di Lucca, ma senza effetto, poiché il detto Conte, con piena confidenza nella sua virtù e nel carattere generoso della nazione, presentatosi al popolo, si diede a smascherare il tradimento e ad offrire la vita, purché la patria fosse salva. L'evento corrispose al buon volere, in séguito di che volle esso porgere un grande esempio di moderazione, col richiamo in seno della patria di tutti i compromessi e col diritto della libera ammissione a tutti gli uffizii della repubblica31.

Ricondotta così la quiete interna e volte sempre le sue mire a beneficare la patria, andavasi ora occupando il conte Fazio nel rendere più ragguardevole la città, restaurando il pubblico Ginnasio (an. 1339) , pel quale si accrebbe tanta celebrità al nome pisano. In fatti i felicissimi ingegni, di cui è andato e va tuttora gloriosamente superbo, parlano ben chiaro alle nazioni ed ai secoli.

Né qui restavansi le beneficenze del Conte. Prendendo un vivo interesse per qualunque oggetto capace a promuovere il pubblico bene, fondava spedali e case per gli orfani abbandonati, abbelliva la città di nuovi edifizii, aumentava fondi all'opera delle quattro sontuose fabbriche sacre, faceva ricostruire il ponte a mare, escavare nuovi fossi di scolo all'esterno della città ec, dondeché, venuto a morte quest'uomo rarissimo (an. 1341) nell'ancor fresca età di anni 43, profondo fu il duolo de' suoi compatriotti e di quasi tutti i popoli toscani che ormai tenevanlo qual benefico pacificatore. Le spoglie mortali si collocarono, conforme alla sua prescrizione, nel deposito in cui giacevano Bonifazio il vecchio e Gherardo padre di lui.

Anche per atto di ultima volontà volle mostrare il suo affetto per la patria, lasciando grandiosi possessi alla Pia Casa di Miscricordia, istituendola ancora erede, nel caso che fosse mancata, siccome accadde assai presto, la di lui discendenza.

Tanta fu l'affezione dei Pisani alla memoria di sì grand'uomo, che in luogo di esso non dubitarono di eleggere nuovo signore di Pisa il conte Ranieri figliuolo di lui, benché ancora fanciullo e nell'età di undici anni, che il padre lasciato aveva alla tutela del conte Tinuccio della Rocca.

In questo medesimo anno furono costretti i Pisani a riunire tutte le loro forze il più sollecitamente che poterono, onde impedire che Lucca cadesse nel possesso dei Fiorentini, comecché preferiti a loro stessi nella vendita fattane da Mastino della Scala dopo le trattative in proposito. Quindi, accomunate le ricchezze dei privati all'erario pubblico, si procacciarono alleanze e rafforzi di milizie dal duca Visconti di Milano, come in appresso dai Gonzaga, dai Correggeschi e dai Carrara e da tutti i ghibellini di Toscana e della Romagna. Dall'altra parte i Fiorentini si rivolsero anch'essi a spade straniere, onde raccogliere un esercito capace di attaccare i Pisani nello stato di Lucca. Presso alla Ghiaja, in luogo appositamente appianato, seguì l'affronto delle due armate, il quale, da prima favorevole ai Fiorentini, terminò in séguito colla loro compiuta disfatta. La guarnigione di Lucca, perduta allora ogni speranza di soccorso, consentiva ai Lucchesi di capitolarne la resa, salva la libertà di ritirarsi con tutte le bagaglie.

L'acquisto di sì nobile città recò sommo giubbilo ai Pisani e ne fu solennizzato l'atto col più magnifico apparato (an. 1342). Quindi pacificati coi Fiorentini per mezzo di un annuo tributo ed acquietato il signor di Milano mediante lo sborso di ottantamila fiorini d'oro, ingranditi di stato e di littorale, retti da un principe munificentissimo, qual era il conte Ranieri, potevano e dovevano godere di una piena felicità; ma, ripullulando invece i germi di corruzione, si risvegliò fra essi l'atrocità dei partiti, che trassero infine la nazione ad irreparabile rovina. Il conte Ranieri , non potendo per la sua età guardarsi dai tradimenti , rimase vittima di una congiura (an. 1347). Si volle che ad un desinare egli fosse stato avvelenato con alcune ciliege e fu creduto che Tinuccio e Dino della Rocca avessero dato mano a questo assassinio.

A similitudine allora dei Bianchi e dei Neri in Pistoja vennero in campo le due opposte fazioni dei Bergolini e dei Raspanti, nomi che per dispregio si davano le due parti32. Alla testa dei primi erasi messo Andrea Gambacorti, degli altri divenne capo Dino della Rocca. Disciolto così ogni vincolo di civil comunione, i due partiti finalmente si azzuffarono e ne accaddero non pochi incendii di case. Vincitori i Bergolini, fu decorato il Gambacorti del titolo di capo e difensore della repubblica. A tali disavventure si aggiunsero due grandi naturali flagelli, la carestia e la peste (an. 1347–48), che desolarono in gran parte l'Europa e dicesi che Pisa ebbe a perdere più di settanta per cento della sua popolazione.

Sette erano i figli d'Andrea Gambacorti, che, dopo la morte del padre, seguita nel 1350, corcordemente provvedevano al buon governo della repubblica. Sennonché la fazione opposta, alla venuta in Pisa del re Carlo IV (an. 1355), riprese animo e si diede a tumultuare, pel qual motivo i Gambacorti pensarono sagacemente di cedere al tempo e di rilasciare la signoria di Pisa allo stesso monarca alemanno. Ma, per la durezza dei soldati tedeschi, non tardarono a pentirsi i due partiti d'aver sacrificata la libertà alle loro passioni, laonde, riunitisi i capi delle due sette, chiesero in grazia all'imperatore che restituisse ai loro concittadini quei privilegii ai quali essi avevano rinunziato. Acconsentì Carlo al desiderio del popolo e lasciò la signoria, ripristinando le magistrature repubblicane, composte allora di un egual numero d'individui d'ambedue le parti. Avviossi quindi per Siena alla volta di Roma, ove si decorò dell'imperial diadema. Tornato in Pisa, si sparse voce ch'egli fosse disposto a restituire per denaro la libertà a Lucca e già il trattato era per mandarsi ad esecuzione, se il popolo indignato non lo avesse impedito colla forza e col massacro di un buon numero di soldati tedeschi tanto in una città come nell'altra. L'imperatore vedendosi allora mal sicuro in Pisa, dopo aver fatto ingiustamente decapitare cinque dei Gambacorti, su cui si riversò la cagione di tanti moti, e gli altri esiliare, si affrettò di partire alla volta della Germania33.

Dopo la caduta dei Gambacorti, ritornò Pisa all'anarchia popolare e cominciò ben presto a turbarsi la buona armonia che da più anni mantenevasi tra le due più potenti comuni della Toscana. Con la miradi armare alcune galere per sicurezza del commercio, crederono i nuovi rettori d'imporre una tassa su tutte le mercanzie ch'entrerebbero nel loro porto. Reclamarono i Fiorentini il dovuto riguardo alle loro franchigie, ma invano, ed essi allora presero la risoluzione inaspettata di abbandonar Pisa ed aprir porto a Talamone (an. 1357) nella maremma senese. I reggitori di Pisa si accorsero dell'errore e si decisero all'abbandono di ogni pretesa. Ma, perché inutili tornarono le loro pratiche, se ne indispettirono e caddero nel nuovo errore di provocar la guerra; come se la scomodità di quel porto, l'asprezza delle strade, la mancanza di fiumi navigabili non fossero state tante difficoltà da fare abortire da sé quella misura inadeguata e di puntiglio.

Tentarono i Pisani di chiudere il porto di Talamone; i Fiorentini per altro se lo assicurarono, col prendere a stipendio varie galere provenzali e napoletane; ed anche per la parte di terra proseguirono le ostilità, sebbene indirettamente, per vari anni, spalleggiando nelle loro trame i fuorusciti ed i nemici reciproci. In appresso i Fiorentini (an. 1362) con varie migliaja di venturieri si portarono alla devastazione dei territorio pisano e contemporaneamente colle loro squadriglie unite a quelle dei Genovesi impossessaronsi dell'isola del Giglio, investirono il porto pisano, ruppero le catene che ne chiudevano l'ingresso e ne mandarono i pezzi a Firenze qual trofeo della loro vittoria e tutto ciò con poco contrasto dei Pisani tormentati crudelmente dalla peste34.

Nell'anno seguente anche i Pisani, condotta al loro soldo una compagnia d'Inglesi, detta la compagnia bianca, entrarono sul territorio fiorentino, scorrendo e depredando fin oltre la terra di Figline e mettendo in rotta alla Incisa lo stesso esercito nemico, benché superiore di forze. Quindi carichi di preda, dopo avere impunemente saccheggiato il Valdarno, le campagne di Arezzo e il Casentino, si ridussero in patria.

Alla nuova campagna (an. 1364) i Pisani con forze ancora maggiori, perché aggiunta la compagnia di Anichino di Baumgarten di tremila corazzieri tedeschi, facendo il più gran guasto possibile, si recarono fin sotto le mura di Firenze e già le avrebbero scalate, se il Senato, mediante il segreto sborso di cento quattordicimila fiorini d'oro, non rimuovevane il pericolo, facendo disertare gl'Inglesi e i Tedeschi dell'armata pisana, tranne il capitano Giovanni Augut, che i Toscani dicevano l'Aguto. Le cose allora variarono d'aspetto e i Pisani, inseguiti dalle truppe nemiche, doverono affrettarsi verso Pisa. Dappoi la signorìa di Firenze comandò che un esercito più fresco e più numeroso si avanzasse verso Pisa, ponendo gli accampamenti a Cascina. E come se giunti fossero in territorio sicuro, non preser cura di fortificarsi, né circondarsi di vedette, lasciando perfino il capitano, per negligenza imperdonabile, che molti di essi si bagnassero nell'Arno, negligenza che ebbe a costargli una disfatta, imperocché i Pisani, giudati dall'Aguto, si presentarono all'assalto35. Aspro e lungo fu il combattimento, ma finalmente battuti furono i Pisani, perché inferiori di numero e perché presi di fianco da una compagnia di balestrieri genovesi che combatteva al soldo dei Fiorentini. Mille furono gli uccisi e duemila i prigionieri che in trionfo condotti vennero a Firenze36. Si cercò allora la pace, ma sul momento di concluderla per mezzo del virtuoso giurisperito Pietro Albizo da Vico, che generosamente rifiutò la proposizione di farlo signore di Pisa, restò intorbidata per altro cittadino più ambizioso e più vile, Giovanni dell'Agnello, uomo borghese del partito dei Raspanti, che favoreggiato dall'Aguto e dal duca Bernabò Visconti di Milano, non trovò grande ostacolo a rendersi padrone della repubblica, sforzando i cittadini a salutarlo col nome di doge. La pace quindi fu segnata per l'attività di Pietro da Vico con restituzioni reciproche di terre e castelli e coll'obbligo di rinnovar le franchigie ai Fiorentini e di pagare centomila fiorini in dieci anni per le spese della guerra.

Egli allora richiamò in città tutti i Bergolini, eccettuati i Gambacorti, facendo loro intendere che voleva riconciliarli col partito opposto, ma invece con perversa intenzione di sacrificarli, perché, quando li ebbe in suo potere, li accusò di aver cospirato contro la sua persona e, fattone alcuni decapitare, gli altri doveron salvarsi colla fuga37.

Tornato frattanto in Italia l'imperatore Carlo 1V, grande fu la perturbazione del nuovo signore di Pisa, il quale, geloso di conservare il suo dominio, gl'inviò ambasciatori con grandi donativi e, colla cessione del fortissimo castello dell'Augusta in Lucca, ottenne promessa di esser confermato nel suo grado. Quindi, all'arrivo dell'imperatore a Lucca (an. 1368), il principe dell'Agnello vi si recò a rendergli omaggio. Avvenne però che, mentre stava dopo il pranzo con altri nobili su di un verone o cavalcavia di legno, crollasse il verone medesimo sotto il peso di coloro che vi erano saliti e il doge medesimo cadendo si troncasse una coscia. Quella caduta pose termine al suo dispotico regnare, perché, appena intesa dai Pisani, si levarono a rumore e costrinsero i suoi figli a prendere la fuga.

Di queste novità restò Carlo spettatore in Lucca, senza prendervi parte, ché anzi accolti benignamente gli ambasciatori del nuovo governo, non tardò a recarsi in Pisa, ove riscosse applausi e quattromila fiorini pel suo viaggio a Roma. Quindi i rettori pisani, per acquietare del tutto il popolo tumultuante, si decisero a far rientrare in città tutti gli esiliati, tranne i Gambacorti, colla restituzione dei beni e riammissione agli offizii. Ma, per mantenere sempre colle armi in mano la quiete e la libertà, provvidamente pensarono di costituire una compagnìa di cittadini i quali, giurando fedeltà al popolo pisano, si assumessero l'impegno di reprimere i disordini e rimanersi neutrali tra i Bergolini ed i Raspanti. Quattromila furono gl'individui che si ascrissero pel ben pubblico in questa compagnia, la quale fu detta di s. Michele, dal luogo di sua riunione38.

Nel ritorno dell'imperatore a Lucca eransi a lui accostati i Gambacorti, esuli già dalla patria da tredici anni, e tanto instarono con preghiere e promesse, che infine ottennero il suo favore, e di consentimento degli Anziani e della compagnìa di s. Michele la facoltà di rientrare in seno della patria, a fronte della viva opposizione dei partitanti contrari. Incontrati a qualche miglio dalla città, può dirsi che il loro ritorno (an. 1369) fosse un vero trionfo, perché in generale i Pisani ne fecero gran festa. Erasi giurato di vivere da buoni cittadini e di scordare le antiche ingiurie, ma i giuramenti non si attennero. Alla mutazione degli Anziani di governo, i nuovi Rettori, scelti in parità di numero dall'una e dall'altra fazione, incominciarono le solite contese e dalle contese alle armi. Soccombenti i Raspanti, tornò il governo della repubblica nelle mani dei Bergolini.

Esacerbato l'animo dell'imperatore per questa nuova mutazione di cose, fece avanzare da Lucca il suo gran maniscalco con tutta la cavalleria verso Pisa, affine di assoggettarla al suo potere. Giunte chetamente le truppe all'antica porta del Leone e impossessatisi dell'antiporto e di una torre che trovavasi tuttora in mano dei Raspanti, e già salite le mura della città, erano per eseguire i disegni imperiali; quando i Pisani, accorsi da ogni parte alle difese, rotta in prima la catena della cateratta della porta, alzato barricate in faccia alla medesima colle panche della vicina Basilica ed assistiti da varî arcieri saliti sul Battistero, si diedero a bersagliare siffattamente su i Tedeschi, che gli astrinsero a ritirarsi. S'intromisero in appresso i Fiorentini per pacificare l'ira di Carlo e, tra lui ed i Pisani, fu fatta la pace al prezzo di cinquanta mila fiorini. Partendo poscia l'Imperatore dall'Italia, procurò di ricavar dai Lucchesi una eccedente somma di danaro per sottrarli al dominio dei Pisani.

Consolati infine per la partenza di quel monarca, ebbero i Pisani a guardarsi da un altro male. L'espulso Giovanni dell'Agnello, ch'erasi refugiato a Milano, venne con molti de' suoi e di quelli del Visconti per vendicare i torti ricevuti. Erano mille cavalieri e dodicimila fanti, oltre la terribile compagnia degl'Inglesi guidati dall'Aguto. Presentatisi ad investire la città (an. 1371), si narra che le nuove artiglierie tuonarono per la prima volta dalle sue mura e l'effetto tremendo di quelle impose talmente agli assedianti, che formarono le linee d'alloggio lungi assai dalle mura39; ma poco andò che i Pisani, rafforzati da una schiera di balestrieri genovesi presa al loro soldo e dalle forze della lega stabilita contro i signori di Milano, uscirono in campo ed obbligarono l'Agnello e l'Aguto a tornare di là dai monti.

Pietro Gambacorti, ch'erasi sommamente distinto, fu allora eletto a capitano generale e a difensore del Comune. Era egli per quei tempi grand'uomo di stato e buon capitano, portato naturalmente al bene e guidato da illuminata prudenza, dimodoché seppe mantenere per oltre vent'anni un giusto equilibrio tra il suo potere e quello de' suoi concittadini. Fu esso il promotore del più alto progetto che potesse formare il bene dell'Italia tutta, la federazione cioè di tanti stati principeschi, repubbliche e signorie che la tenevano divisa. Federazione che procurare doveva l'espulsione dall'Italia delle masnade o compagnie d'armi forestiere che, a guisa di corsali, si mescolavano nelle loro contese, assicurare la libertà del commercio sì per terra che sui fiumi in tutti i luoghi del collegati, stabilire che niuno di essi potesse muover guerra senza il consentimento degli altri e far sì che le loro contese definite fossero dagli alleati e non colla forza delle armi: federazione infine che dovevasi consolidare col tener sempre in pronto un certo numero di armati in proporzione adequata al respettivo dominio. Questo commendevole progetto, accolto favorevolmente dai potentati italiani, si volle convalidare con un atto solenne firmato da tredici notari imperiali nel dì 9 ottobre 1389 nel palazzo Gambacorti in Pisa. E se tale atto non ebbe poi troppo lunga durata, ciò accadde per la mala fede del più potente fra i collegati, ch'era il conte di Virtù duca di Milano, il quale, non d'altro parlando che del suo ardente desiderio della pace, cercava solo d'illaqueare e trarre al suo partito le città della Toscana, a cui per altro eran di ostacolo i Fiorentini. Quindi mal sopportava la propensione del Gambacorti pei medesimi ed il segreto dispetto che ne sentiva nell'animo non istette guari ad appalesarsi.

Teneva il Gambacorti in qualità di suo segretario ed intimo confidente Jacopo di Vanni d'Appiano, nato di poverissima famiglia nel contado di Firenze. Costui, dell'età presso a poco di Pietro, di finissimo ingeno, ma di carattere maligno ed ambizioso fu la molla occulta di cui si servì il duca di Milano per togliere di seggio e di vita il Gambacorti. Per un anno intiero se ne ordì l'infame tela, nel giro del quale fu più volte esortato il Gambacorti ad aver di sé maggior cura ed a tener gli occhi aperti sulla condotta del suo segretario; ma, incapace com'egli era di un tradimento, non poteva sopportare che un vecchio di settant'anni, che gli andava debtore di tutta la sua grandezza, volesse in sul finir della vita tradire il suo antico benefattore.

Era il buon vecchio in siffatta illusione, quando fu colto dalla tempesta. Tornato in Pisa da Milano Giovanni, figlio d'Jacopo, colla scorta d'una buona mano di soldati milanesi, dai quali, sotto colore d'una particolare onoranza, l'avea fatto accompagnare il Visconti, si crede' l'indegno ministro d'esser giunto alla meta de' suoi disegni. Fatta in prima sollevare la città (an. 1392) coll'uccisione di Giovanni e Rosso padre e figlio Lanfranchi, e per mezzo dei più caldi Raspanti e Ghibellini, portavasi con gran séguito d'armati avanti l'abitazione del Gambacorti40. Colà invitato dall'Appiano a scendere a basso e cooperare entrambi alla ricomposizione dell'ordine, non appena comparso Pietro in istrada, chiamandolo Appiano suo compare, gli stese la mano ed a quel segnale fu subito trafitto dai colpi dei congiurati. Nel tempo stesso furono attaccati i figli di lui Lorenzo e Benedetto, il primo dei quali già ferito in un fianco corse a cercar ricovero nel non lontano monastero di s. Domenico, ove erasi da qualche tempo ritirata la sorella di lui Chiara; ma inutilmente, ché sugli occhi stessi della sorella fu arrestato e quindi, insiem col fratello, occultamente ucciso41.

Dopo di che l'Appiano, fattosi signore di Pisa, proscrisse le famiglie aderenti ai Gambacorti42, ruppe la pace con Firenze e con Lucca e per sei anni poté godersi il frutto del suo tradimento: ma un alto grido d'infamia si levò per l'Italia contro di lui e perfino le muse di quel tempo non mancarono di esecrarne la crudele perfidia. Il suo trionfo però non fu tranquillo, non tanto pel dolore ch'ebbe a soffrire della morte di Giovanni suo figlio, quanto per le trame orditegli dallo stesso duca di Milano, onde costringerlo a cederne il governo.

Morto il vecchio Jacopo (an. 1398), a lui succedette Gherardo; ma ben lontano dal possedere l'astuzia del padre, né il coraggio e il valore del fratello e conoscendosi però incapace di reggere la mal ferma ed usurpata signoria, prese, da quel codardo ch'egli era, la vergognosa determinazione di venderla al duca di Milano. L'iniquissimo contratto di vendita fu consumato nel febbrajo del 1399 pel prezzo di duecento mila fiorini d'oro e per la signoria di piombino e dell'isola d'Elba, a fronte che i Pisani, al primo vociferar di tal cosa, avessero esibito all'Appiano per l'antica libertà della patria un prezzo ancora maggiore di quello offerto dal menzionato duca, di cui s'incaricavano gli stessi cittadini.

Introdotti in Pisa duemila pedoni e mille uomini di cavalleria, mandò il duca un governatore, il quale ben presto cercò di rimborsarlo della somma pagata, coll'accrescimento delle imposte.

Alla morte del detto duca, rapito dalla peste sul più bello di sue speranze (an. 1402), Pisa toccò in dominio a Gabriele Maria figlio naturale di lui, che insieme alla madre vi si recò a prenderne il possesso e ad estorquere nuovo denaro.

Per tutte queste vessazioni il malcontento dei Pisani era giunto all'eccesso, al che aggiungendosi il sospetto e quindi la certezza che il Visconti volesse vendere la città ai Fiorentini, loro eterni rivali, presero le armi e dopo fiera contesa costrinsero il medesimo con tutte le sue genti a ripararsi nella cittadella. Trasferitosi quindi a Sarzana, ov'erano convenuti i plenipotenziarii fiorentini, fu conchiusa la vendita della cittadella di Pisa e de' suoi castelli (an. 1403), mediante il prezzo di duecentosei mila fiorini d'oro, pagabili in diverse epoche.

Passata la cittadella in potere dei Fiorentini, non è a dirsi il cordoglio dei Pisani e l'alto fremito d'ira nel considerarsi venduti come pecore ed esposti al furore degli emuli loro. Decisi a ridimere ad ogni costo la propria libertà, non desistettero di combatter ferocemente intorno la cittadella, finché non se ne rendettero padroni con tutti coloro che vi stavano di guardia. La nuova di tal fatto recò sorpresa e vergogna ai Fiorentini, i quali, stimando intaccata la riputazione della loro repubblica, si ricusarono di aderire alle giuste proposizioni di pace fatte loro dai Pisani, non ostante l'esibizione di reintegrarli del prezzo che avevano pagato. I Pisani allora richiamarono dall'esilio Giovanni Gambacorti, figlio di Gherardo e nipte di Piero, e lo proclamarono capitano del popolo; e i due opposti partiti dei Bergolini e dei Raspanti giurarono sugli altari l'oblio delle passate ingiurie. D'altra parte i Fiorentini, coadiuvati dalle più forti compagnie di ventura che allora girassero l'Italia, e da varî potentati, passavano con un'armata di cinque mila uomini di cavalleria e quattordici mila fanti a chiudere a Pisa le comunicazioni per la via di terra, mentre i Genovesi spediti dal Boucicault maresciallo di Francia l'aggredivano per mare.

Erano le cose a questo punto, quando, a maggior danno dei Pisani, andarono sommerse in vicinanza del porto per furia di vento alcune navi frumentarie cariche di grani. In tutti gli avvenimenti pareva che la fortuna congiurasse contro di loro.

Poco appresso i Fiorentini, sospinti dalla bramosìa di pervenire sollecitamente al compimento dei loro disegni, si decisero ad un occulto assalto, impegnandovi le truppe con le più belle promesse di doppia paga, di un donativo di centomila fiorini e del sacco della città. Nel cupo della none appressatisi chetamente alle mura fra la fortezza di Stampace e la porta di s. Marco, alcuni fra i più risoltati eranvi di già saliti, quando al grido delle sentinelle, al rimbombo del cannone, al suono delle campane si trassero i cittadini da ogni parte alle difese. I Fiorentini scoperti diedero allora nei timpani e nelle trombe e corsero a tutta piena alla scalata; i difensori e le donne stesse con faci ed armi alla mano vi si scagliarono contro e ne fecero orribile macello.

Compresa la difficoltà di guadagnar Pisa per assalto, si strinse viepiù il blocco. Gino Capponi, uno dei dicci della guerra, consumatissimo politico, ben si avvisò che quello era il solo mezzo di sottomettere un popolo, che l'amore per la propria indipendenza e l'odio contro i Fiorentini avevano renduto quasi invincibile.

Per tal modo Pisa, priva di ogni estero soccorso, in preda alla carestia, trovossi costretta a cacciar fuori della città le bocche inutili, ma i Fiorentini con barbara inumanità impiccavano in faccia alle mura quelli che ne uscivano, o per lo meno bollavano gli uomini con un ferro ardente e li respingevano a colpi di bastone e scorciavano alle donne i panni in giro fin sopra i lombi. Nuovi motivi d'esasperazione erano questi all'animo di quei magnanimi cittadini, i quali, derisi di lasciare un grande esempio alle generazioni avvenire, sostenevano intrepidamente le privazioni, le infermità e il martirio della fame, piuttostoché assoggettarsi ad emuli da tanto tempo combattuti. Ma la virtù del popolo non era nel suo capo. Questi, per mezzo di Bindo delle Brache, aveva già preso a trattare segretamente con Gino Capponi sulla resa della città, e le condizioni riferivansi tutte al suo particolare vantaggio.

Infatti i preliminari di vendita, stabiliti fra il Gambacorti ed il Capponi, contenevano un gran numero di esenzioni e privilegii a favor del venditore; a cui si concedeva il vicariato di Bagno, molti castelli nelle sue vicinanze ed un compenso di cinquantamila fiorini. Ratificati gli articoli dalla signorìa di Firenze, si consegnarono gli ostaggi e, nella notte dell'8 al 9 ottobre 1406, si consumò l'infame mercato.

La mattina all'alba si presentarono le truppe tacitamente alla porta s. Marco, ove il Gambacorti armato sul limitare con tutti i suoi aderenti porse al Capponi il suo giavellotto, dicendo che gliel dava in segno della signoria della città. Quindi avanzarono nell'interno con gran copia di pane e di altri viveri ed occuparono le piazze e le strade principali, innalzando ovunque il vessillo fiorentino. Gli abitanti, alla vista dell'inimico armato in mezzo alla loro città, rimasero da prima estremamente maravigliati e, benché liberi dal saccheggio e in istalo da far compassione agli stessi avversarii pei lunghi patimenti sofferti, non pertanto intesero con indignazione il vergognoso mercato con cui il Gambacorti, giunto al palazzo degli Anziani, si voltò al popolo e fece un discorso analogo alla circostanza, magnificando la clemenza dei vincitori ed esortando i vinti all'obbedienza, con promissione di stretta giustizia ed amplissimi privilegii. Ma come si attenessero le promesse, lo dimostrano chiaramente due immediati decreti del Comune di Firenze, co' quali ordinavasi a duecento capi delle migliori famiglie di Pisa di trasportarsi sollecitamente in Firenze, per ivi stanziare con legge penale per tempo indeterminato: dal che ne avvenne che molte altre delle più antiche famiglie esularono a Lucca, in Piglia, in Sardegna, in Sicilia; altre stabilironsi sulle coste di Marocco, in Tunis, in Bugèa, in Alessandria, nel Cairo e nei porti della Grecia; ed altre ricovraronsi fra i monti circonvicini.

Ecco in qual maniera, dopo tante vicissitudini, la città di Pisa soggiacque ai Fiorentini ed ecco la prima dissoluzione di quel popolo che avea fatto cotanta comparsa fra le più chiare nazioni.

I Fiorentini riguardarono tale conquista come la più considerevole di quante mai ne avessero fatte e la festeggiarono con pompe sacre e profane. Gli abitanti che vi restarono, a fronte della perduta libertà, non rimisero giammai del loro carattere energico e marziale, senza punto avvilirsi. Qualche anno appresso (an. 1409) risentirono un momentaneo conforto, allorché Pisa fu eletta a stanza del Concilio destinato a metter fine al grande scisma che da lungo tempo contristava l'Europa. Si narra che più di diecimila forestieri convennero in tale occasione in Pisa, fra i quali ventidue cardinali, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi, quarantuno priori ed ottantasette abati di monasteri, oltre gli ambasciatori dei re di Francia, d'Inghilterra, di Polonia, di Portogallo, di Cipro e di parecchi altri reami.

Da quindinnanzi, pel corso di circa un secolo in cui Pisa fu sotto la signorìa de' suoi nemici, resta difficile a descriversi la sorte compassionevole di lei. Non più navigazione, non più traffici, non più ricchezze. Inibito ai Pisani l'esercizio delle arti liberali, esclusi da ogni impiego, fino da quei pochi cui erano ammessi gli stranieri. Oltre ciò intermessa la cura di mantenere gli argini e i fossi del contado di Pisa, negletta la coltivazione dei terreni, stagnanti le acque, infetta l'aere di mofetiche esalazioni e l'antico illustre porto cangiato in fetido stagno. Né dissimile a questo lagrimevole stato delle campagne era l'aspetto della città. Qua e là case in rovina, strade quasi che impraticabili, botteghe abbandonate ed aperte e le chiese stesse in imminente pericolo di rovesciarsi sopra i fedeli devoti. All'enorme gravezza di questi mali, al proverbial continuo degli oppressori, implacabile era l'odio che i Pisani contr'essi universalmente nutrivano; ed è ben naturale che sospirassero l'istante di scuotere il detestato giogo.

Disceso in fatti Carlo VIII di Francia in Italia ed arrivato in questa città, si augurarono i Pisani il ristabilimento della già perduta libertà (an. 1494). Uno dei più distinti cittadini, Simone Orlandi, capo di una deputazione che sacrificavasi per la patria, ebbe ardimento di recarsi al palazzo de' Medici ove soggiornava il re, stringere le sue ginocchia, far pubblicamente un vivissimo quadro dell'antica grandezza dei Pisani e dell'attual loro miseria, intenerire il re e tutti i baroni che lo circondavano ed invocarne il favore contro gli oppressori. Aderitosi all'inchiesta, si fecero echeggiare le strade con alte grida di gioja, si atterrarono in un momento le armi dei Fiorentini, si gettarono nell'Arno i leoni di marmo dal popolo chiamati Marzocchi, si scacciarono dalla città i ministri, i soldati ed ufficiali nemici e si ricolmò di benedizioni il re Carlo restauratore della loro patria libertà.

Lasciato ora un presidio francese in ciascuna delle fortezze del territorio pisano e recatosi a Firenze col grosso dell'esercito, per quindi muover sopra Napoli, i Pisani, instituitasi una nuova forma di governo, incaricavano quattro distinti cittadini di seguire il re, nell'istante in cui usciva della Toscana, per mantenersi la protezione di lui. In pari tempo domandavano soccorsi a Lucca, a Siena ed a Genova, ed ottenevano danaro e frumento ed alcuni armati, e giungevano ben presto a liberare tutto il loro territorio, disfacendo un dopo l'altro tre conduttori delle milizie nemiche.

Dopo ciò passarono quietamente le cose fino al ritorno del re Carlo in Toscana. Questo monarca, pressato da una parte a dare esecuzione all'obbligo assuntosi della restituzione di Pisa ed altre fortezze dei suo territorio, dall'altra attorniato da un popolo piagnente, che d'ogni età e d'ambo i sessi a lui inginocchiato lo scongiurava a non ritornarlo nella passata miseria, rimase alcun tempo irresoluto e nel più grande imbarazzo. Quindi, senza nulla decidere, ordinò agli ambasciatori Fiorentini, che lo aspettavano a Lucca, di recarsi ad Asti ove esso incamminavasi e sodisfece in qualche modo alle ardentissime brame dei Pisani colla scelta del sig. D'Entragues al comando della guarnigione dei forti, persona affezionata alla loro causa.

Colà finalmente il re condiscese alle istanze degli ambasciatori fiorentini, mediante un accrescimento di sussidii; dopo di che Livorno sottoposto al Beaumont fu subito ceduto, non così Pisa né le altre piazze dipendenti dal D'Entragues. Atteso però il richiamo dall'Italia dell'armata francese, quello stesso comandante consigliò i Pisani a domandar soccorsi ai Veneziani e al duca di Milano e acconsentì ad un trattato, col quale obbligavasi di consegnar loro le fortezze al prezzo di quattordici mila fiorini .

Giunti in Pisa i soccorsi dei Veneziani e dei Milanesi e venuto il tempo della consegna dei forti da farsi dai Francesi, fu rimarchevole lo spirito patrio delle gentildonne pisane, che tutte concorsero co' loro gioielli a completare la somma occorrente pel pagamento non solo dei quattordici mila fiorini convenuti, ma ben anche di altri ventimila per l'acquisto delle artiglierie e delle munizioni. Mediante tali soccorsi le cose dei Pisani cominciarono a prosperare e di lì a non molto pervenutovi ancora l'imperatore Massimiliano, sceso in Italia agl'inviti dello Sforza, questi ben tosto intraprese l'assedio di Livorno, che si teneva per Firenze. Ma insorta discordia fra i capi delle truppe veneziane, milanesi e imperiali, s'indugiarono le operazioni e l'impresa andò fallita. Dopo di che, disgustato l'imperatore tornò in Germania e il duca di Milano richiamò le sue truppe, rimanendovi i soli Veneziani.

Fu allora che i Fiorentini con più vigore e speranza rinnovarono i loro tentativi su Pisa, eleggendo al comando delle milizie un guerriero di gran grido per tutta Italia, vogliam dire Paolo Vitelli di Città di Castello e, poco dopo unitisi ai signori di Bologna, d'Imola e Forlì, si fecero a precludere ai Veneziani ogni strada di comunicazione col popolo protetto. Anzi non passò guari di tempo, che gli stessi Veneziani, allettati dall'oro dei Fiorentini, si ritirarono anch'essi dalla Toscana–

Ora i Pisani da tutti abbandonati, determinarono difendersi con ogni sforzo possibile. In fatti, venuto il Vitelli con un'armata di diciotto mila uomini sotto Pisa ed accampato alla sinistra dell'Arno, cominciò a battere la città con venti pezzi d'artiglieria fra sant'Antonio, la rocca di Stampace43 e la porta a Mare; e col fulminar continuo di più giorni giunse ad atterrar le mura da una parte e dall'altra delle fortificazioni e ne statuì l'assalto; ma tale fu l'ardore, l'intrepidezza e il coraggio di tutta la popolazione accorsavi a difesa, non escluse le donne ed i ragazzi, che recò maraviglia agli stessi avversarii.

Intanto le malattie della state, provenienti in allora dall'insalubrità del clima pei grandi guasti delle campagne pisane, indebolirono talmente l'armata fiorentina, che non si trovò gente che bastasse, allorché si volle tornare all'assalto della breccia, fattasi praticabile per un'apertura anche più estesa di circa braccia cinquanta. Aumentandosi ogni dì il male, fu costretto finalmente il Vitelli a levare l'assedio a fronte dei nuovi rinforzi, e ritirarsi a Cascina con grave scapito della sua reputazione: laonde i Fiorentini, entrati in sospetto di tradimento, lo fecero arrestare e porre alla tortura; e, sebbene nulla confessasse, fu tuttavia decapitato nella sala del ballatojo in Firenze. L'istessa sorte era riserbata pel suo fratello Vitellozzo, ma esso fuggendo, si riparò in Pisa, ove fa accolto colle più vive dimostrazioni di gioja.

Così finì quel primo assedio. L'anno seguente 1500, ricevuti i Fiorentini nell'amicizia e lega del re di Francia Lodovico XII, ed ottenutone un soccorso di seicento lance e cinquemila pedoni, si ricondussero sotto Pisa. Il Beaumont comandante delle truppe francesi erasi scelto dai Fiorentini, come quegli in cui avevano più confidenza, per aver loro restituito Livorno ai primi ordini trasmessigli da Carlo VIII. Intimava il Beaumont ai Pisani, per via d'araldi, d'aprirgli le porte della città; al che rispondevano di essere disposti, purché n'escludessero i Fiorentini. Inviava allora due cavalieri francesi, onde invitarli a desistere dalle loro inconsiderate pretese; ed essi, mostrando il ritratto di Carlo VIII esposto alla venerazione del pubblico col titolo di salvatore di Pisa, li supplicavano a far sì che non si distruggesse l'opera di questo re generalmente apprezzata. Cinquecento fanciulle in vestimento bianco rafforzavano le istanze dei propri concittadini e li scongiuravano ad essere di schermo al loro minacciato decoro: Se voi non potete (soggiunse una di loro) accordarci l'ajuto delle vostre spade, non ci rifiuterete quello delle vostre preghiere; ed all'istante li trassero innanzi all'immagine della Beata Vergine e cominciarono a cantare in sì pietose e lamentevoli voci, che mossero al pianto tutti gli astanti.

Fermo per altro il Beaumont nel suo proposto, essendo l'unico tra i capi delle milizie francesi che non compassionasse i Pisani, piantava il suo campo tra porta alle Piagge e porta Calcesana, ne abbatteva in poche ore da circa quaranta braccia di muraglia, ed otteneva di spingere le sue truppe al primo assalto; ma incontrato al di là delle rovine un largo e profondo fosso, quelle si arrestarono, né vollero più oltre cimentarsi. Vedendo infine il Beaumont di non poter rimettere la disciplina nel suo campo, pensò di levar l'assedio e ritirarsi in Lombardia; lo che effettuò con sommo rincrescimento e danno economico della nazione che lo aveva chiamato.

Dopo così disgraziata spedizione, le opere dei Fiorentini si ristrinsero per qualche anno alla sola devastazione delle raccolte nei tempi della loro maturità. Vennero quindi nella determinazione di deviare il corso dell'Arno a cinque miglia sopra la città, onde lasciarla aperta ne' luoghi ove entra ed esce il fiume. Scavarono a tale oggetto due profondi canali presso la torre detta del Fasiano (an. 1504); dipoi fecero una diga sull'antico letto del fiume per costringere le acque ad entrar nello stagno tra Pisa e Livorno e andar per quella parte al mare. Inutilmente però, ché il fiume ingrossato rovesciò la diga, colmò i lavori e fece rinunziare per sempre a così ardito tentativo.

Protraendo tuttavia le ostilità, fu stabilito nell'anno susseguente di ritentare l'impresa di Pisa. Accresciuto l'esercito e postolo sotto la condotta del Bentivoglio, fu incominciato a battere fortemente la muraglia tra porta Calcesana e s. Francesco, ed in meno di un giorno ne fu gettato a terra per un'estensione di circa sessanta piedi di larghezza; ma i Pisani, animati da disperato coraggio, si fecero alle difese ed imposero talmente agl'inimici che non vi fu uno che ardisse salire sulla breccia, a fronte delle veementi concitazioni dei loro ufficiali. Il Bentivoglio allora, per togliere ogni pretesto alla viltà dei suoi soldati, fece atterrare per altre cento trentasei braccia di mura, ma sempre indarno; dimodoché fu in ultimo costretto a levare il campo e ritirarsi a Cascina, senza aver conseguito il suo intento.

Dopo l'inutilità di tanti tentativi, sembra che i Fiorentini deponessero per qualche tempo le armi, vale a dire fino a che non ebbero comprato l'assenso di Lodovico XII di Francia e di Ferdinando il Cattolico, che avevano cominciato a risguardare come oggetto di speculazione finanziera la sommissione di Pisa. Trascorsero così da tre in quattro anni, nel qual periodo di tempo avendo ancora ottenuto di far variare condotta ai due vicini popoli di Genova e di Lucca, si disposero finalmente al blocco, seguendo la tattica già usata nel 1406 da Gino Capponi. Si chiusero infatti le foci di Arno, del Serchio e del fiume morto con navi di corsari e con batterie; si stabilirono tre campi trincerati, a s. Piero in Grado per la parte d'Arno, a bocca di Serchio per la parte di mare ed a Mezzana e Ripafratta per la parte del monte; e si custodirono con diligenza tutti que' passi pei quali potevasi vettovagliare la città.

I Pisani oltracciò indeboliti da così lunga guerra, privi affatto d'ogni genere di sussistenza, e dalla fame estenuati, sentirono avvicinarsi la loro ultima ora e, dopo quattordici anni e sette mesi di guerra sostenuta con maraviglioso coraggio, con una costanza e con una rassegnazione di cui forse non havvi esempio in altri popoli, convenne che cedessero alla necessità. Le condizioni della capitolazione stabilite nel 4 giugno 1509 furono le seguenti: amnistia generale, restituzione ai vinti di tutti i loro beni e delle rendite e frutti percetti sui medesimi, come pure delle franchigie di commercio e delle manifatture di cui erano stati in addietro privati. Dopo di che i vincitori entrarono in Pisa con animo pacifico e moderato, e restituirono l'abbondanza alla popolazione estenuata. E' però da notarsi che una buona parte dei cittadini pisani, o per dir meglio tutti coloro che pel loro nome godevano di qualche considerazione all'estero, non potendo sopportare il profondo rammarico della perduta indipendenza, emigrarono; e la popolazione, già ridotta così scarsa per la guerra, scemò ancora durante la pace44.

Una delle prime operazioni dei Fiorentini rientrati in Pisa fu di assicurarsi una nuova cittadella e fu quella che si diresse dal 1509 al 1512 dall'architetto Giuliano da s. Gallo a confine dell'Arno ed alla scarpa del ponte della Spina, da cui provenne il nome di ponte alla Fortezza45.

Firenze in questo avea veduto innalzarsi dal suo seno una famiglia, le cui virtù, talenti e ricchezze rendevanla giornalmente più potente e considerata. Giovanni Medici fu quegli che gettò le prime basi della grandezza di questa casa tanto illustre. Cosimo, padre della patria, Lorenzo il Magnifico e Leone X, i cui nomi resteranno sempre cari alle scienze ed alle arti, ne aumentarono considerevolmente lo splendore.

Innalzato al trono Cosimo I de' Medici (an. 1537), principe pieno di sagace avvedutezza, disparve allora il sistema d'oppressione verso i popoli conquistati, già adottato dalla repubblica di Firenze; e fu allora che avvennero in Pisa felicissimi cangiamenti che le fecero dimenticare le passate sciagure. Cosimo in fatti con grandiose spese procurò in prima di togliere le cause, onde l'aria si rendeva mal sana, ripristinando la Magistratura dei Fossi saggiamente sotto Lorenzo il Magnifico istituita, e sin'allora per le vicende negletta; riattivò quindi il commercio, con lo stabilire in città ricche manifatture. In appresso, accolte benignamente le premurose istanze dei Magistrati pisani sulla rinnovazione della già estinta Università, ne riordinò gli statuti secondo il metodo dei Ginnasi di Padova e di Pavia; ne accreditò le cattedre, invitando con grosso stipendio i più celebri professori di qualunque scienza; accordò immunità agli esteri e provvide al comodo di un Collegio pel mantenimento di quaranta giovani poveri del suo dominio. Fissò altresì in Pisa (an. 1561) la sede dell'Ordine militare di santo Stefano, da lui instituito non tanto pel riflesso di una maggiore stabilità nel sovrano dominio, quanto ancora per la difesa del mare tirreno dalle piraterìe barbaresche praticate contro il commercio italiano.

Non possiam tuttavia dissimulare che sotto il malaugurato regime del granduca Francesco ricadde Pisa dalla sua floridezza, come tutto il resto della Toscana; e che, a ritornarla in vigore, non voleavi meno della virtù e del genio del suo successore Ferdinando I. Per lui in fatti si eressero varî edifizii per l'educazione della gioventù, fra i quali il grandioso Collegio, ora soppresso, ch'ebbe il nome del suo fondatore; per lui fu innalzata dal Buontalenti la Loggia di Banchi, alla quale posteriormente fu sovrapposta la malintesa fabbrica dell'Uffizio dei Fossi; per esso fu edificato il palazzo di residenza dei principi della Toscana; per esso egualmente si cominciarono a costruire quegli utilissimi acquedotti che portano a Pisa le salubri e limpide acque dalla sorgente d'Asciano; e per esso ancora s'imprese l'escavazione del fosso o canale dei navicelli, per più spedito e sicuro trasporto delle merci tra Pisa e Livorno. Oltre a ciò un altro gran tratto della munificenza di lui a pro dei Pisani rifulse chiaramente dopo il fierissimo incendio della magnifica Basilica (an. 1596), fattine riparare con sollecitudine i danni notevolissimi46.

Siccome peraltro Ferdinando I impiegò tutto il suo zelo nell'aggrandimento della città di Livorno, è da notarsi che verso la metà del suo regno quasi tutte le famiglie di commercio di Pisa l'abbandonarono per andare a stabilirsi nella città nascente, il cui soggiorno presentava loro maggiori vantaggi. Pisa allora divenne un asilo di pace e di studio.

I successori di Ferdinando I ristrinsero le loro cure a render prospera l'agricoltura nelle circostanti campagne, e florida l'Università, cui vollero arricchire di un Osservatorio astronomico, di un Gabinetto di storia naturale e di un Giardino botanico47.

Scomparso l'astro mediceo dall'orizzonte toscano (an. 1737), il regno della nuova dinastìa che ne succedette e che tuttora impera segnò giorni più avventurosi ancora. Passato al trono di Toscana il duca Francesco di Lorena, in cui portò il nome di Francesco II, la viltà di Pisa migliorò non nell'amministrazione governativa, ma ancora nei comodi pubblici e nel suo materiale48. Assunto quindi all'impero germanico, pel matrimonio contratto con Maria Teresa, col nome di Francesco I, e morto in Vienna, nel 1765, il suo secondogenito Pietro Leopoldo, allora in età di diciotto anni, fu dichiarato Gran–duca di Toscana.

Nessuno stato d'Italia ebbe mai più grandi obblighi al suo sovrano, quanto la Toscana a Pietro Leopoldo; come, fra le sue città, Pisa, che maggiormente risentì l'influsso delle beneficenze di lui49. Quindi non è maraviglia, se le benedizioni dei popoli levarono a cielo il suo nome e se fu d'ammirazione all'Europa intiera.

Chiamato questi nel 1791 a succedere il defunto imperatore Giuseppe suo fratello, lasciò il Granducato al secondogenito Ferdinando III, nato in Pisa nel 1769. Questo principe clementissimo, benché salito al trono in tempi difficilissimi, seppe farsi ammirare colla sua moderazione. Ma nel 1799, cedendo alla forza preponderante dei Francesi, dove' ritirarsi in Germania.

Nel 1801 la diplomazia francese formò della Toscana un regno d'Etruria a favore gli Lodovico I duca di Parma, al quale succedette, dopo un breve regno di ventidue mesi, Carlo Lodovico sotto la reggenza della madre. Durò il suo governo infino a tutto il 1807, tempo in cui piacque all'imperatore Napoleone di riunire l'Etruria all'impero francese, e di conferire il titolo di granduchessa governatrice della Toscana alla principessa Elisa, sovrana di Lucca e di Piombino, sorella di lui.

Caduto nel 1814 l'impero francese, tornò Ferdinando in Toscana, ove fu accolto con universale esultanza, lasciando alla sua morte, seguita nel 1824, al proprio augusto figlio Leopoldo II riunite insieme le paterne ed avite virtù.

Pisa, a detta di un celebre vivente storico, va debitrice a questo munificentissimo principe (protettore di ogni maniera di buoni studii) di grandi benefizii, sia per provvedimenti legislativi, come per opere pubbliche ordinate al fine di migliorare le condizioni morali, fisiche ed economiche del paese e de' suoi abitanti. In fatti, oltre ad una più regolare direzione data alle acque, all'apertura di nuove strade, alla rettificazione delle vecchie tanto regie come provinciali e comunicative, al favore accordato alle società per le strade ferrate che avvicinano di tempo, se non di spazio, la città di Pisa al porto di Livorno, a Firenze ed a Lucca; ed oltre al nuovo e più regolare ordinamento ed ampliazione della patria Università, si debbono annoverare i grandiosi restauri eseguiti nell'interno della chiesa Primaziale e nelle altre fabbriche annessevi, i provvedimenti presi per la maggior salubrità dello Spedale di santa Chiara, l'aggiunta in esso di un sontuoso teatro anatomico, con annesso Gabinetto fisio–patologico, il notabile accrescimento dell'Orto botanico e del Museo di storia naturale ed i nuovi spaziosi anfiteatri di Chimica e di Fisica, ed altro ec.

Vogliamo pure ricordare, a maggior gloria della nostra diletta patria, che il giusto e generoso pensiero di onorare con un monumento dell'arte la memoria del rigeneratore della Toscana, del più grande legislatore dei tempi moderni, del Gran–duca Leopoldo I, nacque e manifestossi in Pisa nel Maggio 1828, allorché si divisava di dare l'ultima mano agli abbellimenti, i quali fecero della piazza di santa Caterina uno dei più leggiadri e spaziosi luoghi ricreativi della città, e che il simulacro del Principe, in grandezza due volte del naturale, s'innalzava sul suo piedistallo nel 5 giugno 1833 colla significante iscrizione: Al Gran–duca Leopoldo I quaranta anni dopo la sua morte.

Né si vuol tralasciare di un altro fatto degno di memoria, cioè che Pisa, per tanti titoli celebratissima e per gli stabilimenti di cui si onora, pel felice clima, per la quiete gioconda opportunissima a disporre gli animi ad ogni sorta di studii, fu eletta a residenza della PRIMA RIUNIONE SCIENTIFICA ITALIANA, ch'ebbe luogo nella prima metà dell'ottobre 1839. E fu in questa favorevole circostanza che s'inaugurò nel centro del cortile dell'edifizio detto la Sapienza la statua in marmo del divino Galileo, e che dal Municipio pisano fu fatta coniare una medaglia avente nel diritto il ritratto del Galileo e nel rovescio l'iscrizione – A onore di Galileo – Pisa – memore del primo congresso – dei naturalisti italiani – AUSPICE LEOPOLDO II – ottobre MDCCCXXXIX – colla veduta in basso dei quattro principali monumenti50.

Ed oh! quanto siam lieti finalmente di poter conchiudere il nostro ragionamento storico con un fatto egregio e degno di pubblica commendazione verso la Magistratura civica di Firenze, e di sentita gratitudine per la parte della popolazione pisana! Vogliamo riferire ad un atto del 1848 e precisamente alla spontanea restituzione delle catene che serravano il porto–pisano, di cui s'erano impossessati i Fiorentini uniti ai Genovesi nel 1362, conforme è detto a pag. 84, e che i primi tenevano appese avanti la porta del loro Battistero, di fianco alle colonne di porfido, già dono dei Pisani agli stessi fiorentini, e in qualche altro luogo della città. Crediamo opportuno di riportare i documenti che a ciò si riferiscono, poiché stanno a dimostrare apertamente lo scopo lodevole di togliere ogni rimembranza e qualsiasi segno di civile discordia fra le città italiane 51.

Fine del Sunto storico

4. PARTE SECONDA

4.1. Piazza del Duomo di Pisa

Chi ha perizia dell'arti belle e ne conosce la storia, se a contemplare si pone per un momento i quattro più insigni edifizii che isolati primeggiano nel giro spazioso di libera piazza, le loro forme nobili e dignitose, la loro mole in proporzione adequata alla distanza che l'uno dall'altro disgiunge, non può non ricevere un senso di pienissima sodisfazione pel mirabile accordo di tante parti, che tutte insieme producono gradevole incanto, né può non maravigliare dello spirito della nazione, che gli eresse all'ombra de' suoi lauri trionfali, come de' valentissimi artefici che d'età in età gl'idearono e costruirono. Prendendo ora noi ad esporre partitamente i molteplici loro pregi, incominceremo dal Duomo, augusto tempio sublime, che annunziò l'alba foriera delle belle arti a nuova luce in Pisa risorte, ed a cui fanno per così dire corteggio il Battistero, il Campanile, il Campo–santo. La sua fondazione è dovuta all'attimo religioso dei Pisani, che, riconoscenti a Dio per la gloriosa vittoria da essi riportata sopra i Saraceni di Sicilia, impiegarono il valore delle ottenutene ricche spoglie ad erigere un così sontuoso edifizio. Una iscrizione, che leggesi scolpita sulla sua facciata tra la prima e la seconda porta, porge un documento autentico che nell'anno 1063 ne fu posta la prima pietra; ed altra iscrizione, riportata dal Martini nell'Appendice alla sua opera Theatrum Basilicae Pisanae segna perfino il giorno di tale solennità, che fu per la festa dell'Annunziazione di M. V. il 25 marzo, la quale egli accenna essere stata posta nei fondamenti dell'indicata Basilica.

Il nome poi dell'esimio architetto, dell'ingegnoso Buschetto trovasi più volte ripetuto nell'epigrafe scolpita sul suo sepolcro infisso nello spazio della prima arcata della facciata dei tempio . Ch'egli fosse nativo pisano, e non, come altri supposero dell'isole greche, si ha da un pubblico istrumento rogato in Ripafratta nel dì 2 dicembre 1105, ove si enunzia Buschetto, figlio del fu Giovanni giudice, fra i quattro Operai dell'opera del Duomo di Pisa52. Sotto la cornice dello stesso sepolcro una iscrizione conserva la memoria della facilità e prontezza con cui egli sollevò le smisurate pietre che pose in opera, il quale elogio vien ripetuto in caratteri più minuti nel corpo dell'urna.

Oltre all'epitaffio della Regina delle Baleari, varie altre iscrizioni leggonsi parimente in questa prima arcata, riferenti a vittorie riportate dai pisani in epoche diverse; e ben merita encomio chi avvedutamente scelse loro questo cospicuo luogo, cioè la fronte del tempio, per tramandare i trionfi e le glorie di una città illustre alla posterità più remota.

Un'altra iscrizione ancora, che sta scolpita in grandi lettere sopra la porta maggiore, il nome ci serba di Rainaldo, che unitamente a Buschetto faticò intorno a sì magnifica mole, onde lieta affine sorrise l'architettura, sollevata dal misero suo destino:

E si destò l'Italia a belle imprese

Dopo di che, passando a parlare della costruzione del tempio, dobbiamo preliminarmente avvertire che esso fu eretto su le fondamenta del palazzo dell'imperatore Adriano, dove poi sorgeva l'antichissima chiesa di santa Reparata, nel sito allora il più atto a conferire decoro a monumento di tal natura, comecché il più elevato della città, che fu esso condotto al suo compimento nel principio del secolo XII, che alla sua dignità contribuirono assaissimo l'imperatore Arrigo IV, la contessa Matilde ed il pontefice Urbano II, i primi colle notevoli loro elargizioni e quest'ultimo col sollevare la sede vescovile pisana al grado archiepiscopale, essendo Daiberto il primo dei vescovi che ebbe il titolo di arcivescovo, e che nel 1118 fu consacrato per mezzo del pontefice Gelasio II e dedicato all'Assunzione della B. Vergine colla concessione di onorevolissimi privilegii.

Esso è disposto in proporzionata e gradevole forma di croce latina, tutto egualmente costrutto di pregiati marmi nazionali e stranieri, colla facciata rivolta a ponente, secondo l'antica usanza, e questa adorna di cinquantotto colonne distribuite in cinque ordini, che formano come quattro loggiati l'un sopra l'altro, e che, gradatamente diminuendosi fino alla sommità del frontespizio, se appien non sodisfanno l'intelletto, appagano però l'occhio e danno all'edifizio una bell'aria di novità. L'accurato amatore non lascerà inosservate le due colonne che fregian la porta maggiore e che son tutte intagliate a fiorami con molta grazia, il fregio che prende lo spazio delle due arcate laterali a questa porta, il bassorilievo della cornice, dove son bene adattate varie specie di animali (avanzi tutti di antiche fabbriche romane) e soprattutto osserverà le tre porte di bronzo, le quali, benché non antiche, sono senza meno pregevolissime, perché lavorate dai migliori artefici che fiorissero nei primi anni del secolo XVII. Esse furono modellate circa l'anno 1602 dal Francavilla, dal Tacca, dal Susini, dal Mochi, dal Pagani, da Giovanni soprannominato dell'Opera, e da Gaspero Mora, sui disegni del celebre scultore ed architetto Giovan Bologna, e furono tutte maestrevolmente fuse a rilievo dal padre Domenico Portigiani e da Angelo Serrano. In esse vollesi rappresentare la vita di Maria Santissima dal primo suo nascere fino alla gloriosa sua assunzione al cielo, come pure i misterii principali della Redenzione espressi nella passione, morte e resurrezione di Cristo.

Porta principale o di mezzo. L'altezza di queste due imposte è di braccia undici e mezzo, e braccia sei la larghezza. Ognuna è divisa in quattro quadrati circondati da ornamenti di foglie, fiori e frutta, e di più sorta di animali esprimenti significazioni simboliche, allusive per lo più ai soggetti storici figurati nei singoli compartimenti. Ognuno di questi contiene un mistero della Vergine Madre di Dio, con raro artifizio esposto per mezzo di emblemi.

N. 1. Il primo compartimento inferiore, a sinistra dell'osservatore, rappresenta la Natività della Beata Vergine, che vedesi bambina in braccio di un'ancella, e non lungi sant'Anna a letto che la osserva, con parecchie familiari. Il fiore sporgente da cespuglio in alto del quadrato e il cancello chiuso al basso coi motti simbolici – Foetenti è cespite – Hortus conclusus – stanno ad esprimere l'immacolata e feconda verginità della Madre di Dio.

N. 1. Compartimento inferiore a destra. La Presentazione al Tempio della B. Vergine. Vi si vede in luogo eminente il sommo sacerdote che sta aspettandola. Il motto di sopra – Imbres effugio –, allude probabilmente alla colomba che vedesi in atto di ripararsi dai nembi. Nella estremità inferiore appariscono le parole – Fons signatus – e il sottoposto geroglifico è appunto una Fonte.

N. 2 a sinistra. Lo Sposalizio di M. Vergine con s. Giuseppe, alla presenza del sommo sacerdote Simeone. Iscrizione – Tantummodò fulcimentum – cioè per solo sostegno, lo che viene indicato dalla quercia sovrappostavi, simbolo della forza cui sta appoggiata una vite.

N. 2 a destra. L' Annunziazione della B. Vergine fatta dall'Angelo Gabbriello. Sta in cima il motto – Rore coelesti foecundor – e la conchiglia aperta, che fecondata dalla rugiada produce le perle, spiega il significato di questa epigrafe.

N. 3 a sinistra. La Visitazione della B. Vergine incontrata da santa Elisabetta. Di sopra sta scritto – Onustior, humilior – col simbolo della nave che più è carica e più s'affonda, perché quanto la B. Vergine fu colmata di grazia divina, altrettanto ebbe ad umiliarsi, prestando ogni servigievole assistenza alla cognata. Il detto che leggesi a basso – Non aperietur – è allusivo al Tempio chiuso ivi posto.

N. 3 a destra. La Presentazione del Fanciullo Gesù al Tempio compiuti i giorni quaranta, secondoché stabiliva la Legge Mosaica. Il motto di sopra – Vertor, ut vertitur – è spiegato dall'elitropio, fiore che si gira secondo il movimento del sole, emblema dell'affetto smisurato della B. Vergine al divino suo Figlio. Apparisce scritto di sotto – Clementiae signum – simboleggiandosi dalla colomba, portante nel becco un ramo d'oliva, il perdono e la pace.

N. 4 a sinistra. L'Assunzione della Vergine Santissima in cielo, corteggiata da un coro di Angeli, mentre gli astanti Discepoli rimangono presi di maraviglia e stupore. L'emblematica iscrizione posta al di sopra dice – Summa petit – perché come la fiamma ivi espressa per sua natura tende in alto, così M. Vergine raggiante di fuoco celeste s'innalza, come a suo centro, al regno de' Beati.

N. 4 a destra. Signoreggia ne' cieli la gloriosa Vergine Madre, che vedesi nell'atto di esser ricinta di corona di stelle dal divin Figliuolo e dal Padre Eterno. Un pomo granato è l'emblema superiore, col motto – Frangit, coronat – .

Nella sommità, nel mezzo e nella base delle due imposte, si scorgono in apposite nicchie le figure dei Profeti e di altri santi, egualmente che nelle altre due porte, che ora passiamo a descrivere.

Porta al lato destro. Le imposte di questa sono di minore grandezza di quelle della prima, essendo alte braccia otto e mezzo, e larghe braccia quattro e due terzi.

N. 1 a sinistra. Rappresentasi qui la Natività di Gesù Cristo, a cui stanno intorno la divina Madre, s. Giuseppe, un coro di Angeli e parecchi pastori. In cima scorgesi il motto emblematico – Umbras omnes depellit – alludendo al nascere del sole di giustizia che scaccia le tenebre del gentilesimo.

N. 1 a destra. La visita dei re Magi venuti, colla scorta di una stella, ad adorare l'Uomo Dio, offrendo ricchi donativi. Sta sopra l'iscrizione – Flectentes adorant – adorano inginocchiandosi, come dinanzi al sole che poggia in alto s'inclinano i fiori.

N. 2 a sinistra. Sta Cristo effigiato sopra una rupe, con belle figure d'Angeli da lato, mentre d'altra parte scorgesi il Demonio in atto di fuggire. L'epigrafe simbolica dice – Nullum vestigium – significando che siccome il serpente non lascia vestigio sulla pietra, così le fallacie dello spirito infernale nulla poterono sopra Iddio Signore.

N. 2 a destra. Il Battesimo di Cristo Signore ministrato da s. Giovanni Battista, con Angeli appresso che tengono la Sindone, e nel mezzo lo Spirito Santo in Forma di colomba. – Sic unda salubris – è scritto superiormente, vedendosi ivi un monoceronte in atto di tuffare il corno nella fonte, col quale credevasi un tempo che purificasse l'acqua ch'egli toccava; ed in ciò è simboleggiato l'effetto delle acque battesimali, cioè di lavare la macchia del peccato originale.

N. 3 a sinistra. La resurrezione di Lazaro operata dal divin Redentore alla presenza di una moltitudine di spettatori. Vi si legge il motto – Vivificat rugitu – alludendo all'emblema di sopra, che è un leone ruggente tra' boschi.

N. 3 a destra. E' figurato l'ingresso di Gesù Cristo in Gerusalemme, montato sopra un somaro fra numerosa turba di Ebrei. Le parole della iscrizione – Feror ut frangar – sembrano alludere ai patimenti sofferti dall'umanità del Redentore. Il simbolo è un'aquila che porta fra gli artigli una testuggine, per lasciarla cadere dalle nubi sulle pietre, onde si spezzi.

L'aquila a sinistra e il pellicano a destra, nella parte superiore delle imposte, sono ambedue emblemi del divin Salvatore: la prima, perché com'essa legittima la propria prole di contro ai raggi del sole, così Cristo vuole simili a sé i propri figli, essendo egli il vero sole cui debbon rivolgere l'acume della mente; il secondo perché, siccome si ferisce il petto per nutrire i suoi piccoli col sangue, così il Redentore sparse per la salute dei Cristiani il sangue suo preziosissimo.

Porta al lato sinistro. Hanno queste due imposte le dimensioni stesse di quelle della porta destra.

N. 1 a sinistra. Questo compartimento rappresenta Cristo, che prega a Dio Padre: tre suoi Discepoli stanno a dormire; in aria vedesi un Angelo portatore del calice, che allude alla Passione. Il geroglifico è un albero da cui stilla resina, leggendovisi – Emittit sponte – lo che riferisce al volontario sacrifizio del Redentore per l'umana salute.

N. 1 a destra. Raffigurasi Gesù Cristo baciato di Giuda e Malco caduto a terra, cui s. Pietro recide un orecchio. V'è per geroglifico un albero avviticchiato dall'edera, col motto – Cingit, non stringit –.

N. 2 a sinistra. G. Cristo coronato di spine dagli Fbre. L' iscrizione è – Illaesus – alludendo al fiore che sorge fra i pruni.

N. 2 a destra. La flagellazione di Cristo alla colonna. Una incudine con due martelli è l'emblema spiegato dall'iscrizione – Non frangor – significante la Divinità impassibile del Salvatore.

N. 3 a sinistra. Il Misterio della Passione del Signore, quando egli porta la croce al Calvario. V'è il epigrafe – Bustumque, partumque – colla fenice, emblema della Resurrezione: mentre questa si prepara da se stessa il rogo, per poi rinascere dalle proprie ceneri, come Cristo nel portare il legno della croce su cui spirò, distruggendo la morte, compié col suo risorgere la vita dell'umano riscatto.

N. 3 a destra. In quest'ultimo compartimento scorgesi il divin Redentore pendente dalla croce tra li due ladroni. Ivi la Vergine Madre sta espressa con altre donne e con figure di soldati. Ai candelabro con candela accesa postovi per emblema si riferisce il motto – Ut luceat omnibus –.

Il bue che vedesi superiormente a destra e sinistra delle due imposte, siccome vittima dell'antico Testamento, sembra designare il Redentor nostro fattosi olocausto del Testamento nuovo sull'altare della croce.

Queste porte costarono ottomila seicento scudi e vennero sostituite a quelle che rimasero distrutte nell'incendio della basilica, avvenuto nella notte del 25 ottobre 1596 stile pisano, la maggiore delle quali era opera del celebre Bonanno pisano53. La munificenza del Gran–duca Ferdinando I contribuì non tanto a sì magnifica opera, quanto alla riparazione della chiesa; e se da una parte restaron preda delle fiamme non pochi pregevoli monumenti d'arte in essa contenuti, ebbesi dall'altra il compenso di non volgari abbellimenti, che, uniti ai necessari restauri, ascesero alla somma considerevole di scudi ottantacinque mila.

Le altre parti del tempio appieno corrispondono alla magnificenza della facciata. Sono esse decorate nella elevazione da un riparto simmetrico di due continuati ordini di pilastri addossati e, nella parete eminente, che indica la nave maggiore, da una vaga ordinanza di colonne annesse al muro, con archi tondi che voltano sui capitelli e reggono il tetto, il che, unito alle cornici ed alle modanature intagliate con gusto antico, produce bellissimo effetto. Fra i tre semicerchi, che chiudono le tre parti esterne della crociera, merita considerazione quello della tribuna maggiore pel vaghissimo peristilio ond'è cinto e per li tre ordini di colonne che fanno armonia colla descritta facciata. La forma di questa tribuna sembra aver servito in progresso di tempo di prototipo agli architetti del Campanile. Se la cupola elittica non sodisfa appieno i riguardanti, è però anch'essa commendevole per rispetto all'età in cui fu innalzata. Posa sopra un largo imbasamento di figura ottagonale, assai bene immaginato per evitare l'inconveniente di far nascere dal tetto una mole sì grande; sopra di esso comparisce una loggia formata circolarmente da un ordine di quarantotto sottili colonne sostenenti un ornato di piramidi e di arabeschi. Il tetto dell'edifizio è tutto magnificamente coperto da grosse lastre di piombo. L'imbasamento che lo circonda per ogni lato presenta attualmente un'area alta dal suolo per sei scalini, larga più di otto braccia lateralmente e più di quattordici dinanzi alla facciata. Queste gradule in giro alla Chiesa eseguironsi primamente nell'anno 1298 sotto l'operajo Borçondio di Tado, come rilevasi da una iscrizione collocata nella parte meridionale dell'antipilastro della facciata e così due secoli dopo la sua costruzione, ragion per cui si venne a cuoprire l'antico imbasamento54.

Nella facciata laterale della crociera di s. Ranieri, la porta antica di bronzo istoriata a rincontro dei campanile, essendo poco anteriore al tempo in cui Bonanno con maggior sapere aveva fusa l'antica porta della chiesa rimasta incendiata nel disastro sopraccennato, può credersi opera di qualche suo maestro circa al principio dello stesso secolo duodecimo. Il soggetto della sacra istoria ivi rappresentata è identico affatto a quello delle tre porte principali già descritte, ma sullo stile barbaro di quell'età.

Ogni imposta ha dodici reparti, l'inferior dei quali, a sinistra di chi entra rappresenta l'Annunziazione di M. Vergine; il secondo, procedendo a destra, la Visitazione e santa Elisabetta; poi il terzo, in linea nell'altra imposta, la Natività di G. C.; e il quarto la venuta de' re Magi.

Nella seconda soprapposta linea, il reparto primo a sinistra, o il quinto in ordine, dimostra la Presentazione al Tempio; poi la fuga in Egitto; poi Erode che ordina la strage; e in ultimo il battesimo di N. S. espresso per immersione secondo l'antico rito.

Nella terza linea i quattro compartimenti indicano Cristo Signore sul monte, tentato dal Demonio; la Trasfigurazione; la resurrezione di Lazaro; e l'ingresso in Gerusalemme.

Nella quarta linea la Lavanda, la Cena, il tradimento di Giuda, la Crocifissione.

E finalmente nella quinta ed ultima fila, la discesa all'Inferno, il sepolcro di Cristo, l'Ascensione del medesimo, e il Transito di Maria Vergine.

Nel primo dei quattro angoli superiormente a sinistra è Cristo seduto in trono, fiancheggiato dagli Angioli; nell'altro a destra sta l'immagine di Maria pur essa in trono, portata dagli Angioli in cielo. Negli angoli della base sono rappresentati i Profeti dei Vecchio Testamento col volume spiegato della Legge. A ciascuno dei suddetti compartimenti vi sono dei motti allusivi alle relative storie, sebbene in deforme carattere gotico con abbreviature, secondo l'antico uso.

Il marmo ricco di sopraffino intaglio, destinato a servir d'architrave alla predetta porta, si reputa avanzo illustre di antico epistilio; e il bassorilievo della Vergine, col Figlio ed Angeli laterali, è uno dei tanti pregiati lavori della scuola pisana.

Restaci ora a parlare di due iscrizioni, una aulica, l'altra moderna, che trovansi in prossimità di questa istessa porta. La prima riferisce alla memoria della contessa Beatrice, madre della celebre Matilde, la cui tomba, un tempo infissa in questo luogo, vedesi attualmente nel Campo–santo urbano; l'altra in dorati caratteri indica l'epoca dei moderni e grandiosi restauri eseguiti nell'interno del tempio e nelle altre fabbriche annesse, per la munificenza del regnante Gran–duca Leopoldo II, e per le cure del fu operajo cav. Bruno Scorzi.

Dimensioni esterne del Tempio in braccia toscane, ridotte a misure metriche.

Lunghezza totale dall'angolo della facciata meridionale all'estremità della tribuna maggiore: Braccia 171 1/2 / Metri 100,007

Larghezza della facciata: Braccia 60 2/3 / Metri 35,408

Altezza della medesima, presa dalla sommità del frontespizio: Braccia 58 2/3 / Metri 34,241

Dopo esserci fermati per un momento a considerare l'insieme di questa fabbrica, e riconosciuto in tutto quell'equilibrio da cui resulta la sodezza e la stabilità ed insieme quell'armonica proporzione che costituisce principalmente la bellezza nei prodotti dell'arte, passeremo all'interno della chiesa, cui, come si disse, danno accesso tre porte nella fronte. Al primo entrarvi, resterà ciascuno compreso da un senso di meraviglia e di piacere per la maestosa e ben ordinata struttura dell'edifizio, che pel gradevole effetto e per la bella euritmía, ad esclusione di poche parti, sembra essere stato in più moderni secoli eseguito.

Cinque sono le navate componenti il corpo principale dell'edifizio e tre quelle de' lati trasversali. Ventiquattro colonne procedenti dalle cave dell'Elba e del Giglio, alte circa diciassette braccia compresovi la base e il capitello, sorreggono la navata di mezzo che si eleva con molta maestà. Le altre delle navate inferiori hanno tredici braccia di altezza e sono oli marmi più assai pregiati, cioè di granito orientale, di bardiglio, di cipollino e perfino alcune ve n'ha di breccia affricana. Queste, per la diversità del marmo, dell'intaglio e dell'altezza, mostrano d'aver servito ad altri edifizii, ond'era Pisa anticamente superba; e grande fu l'avvedutezza dell'artista nel sostituire degli acconci ripieghi alle diverse loro dimensioni, ora alzando le basi con de' falsi attici, ora i capitelli ed abachi, per adeguare possibilmente la linea visuale. I capitelli sono o corintii o compositi, quasi tutti antichi e lavorati con molta maestria. La nave di mezzo è coperta a soffitto intagliato in legno a rosoni e riccamente fregiato d'oro. Le navi laterali sono a volta, e vi sono al disopra praticate logge o gallerie, che girano intorno a tutta la chiesa, restando aperto ad arcate il gran muro che divide la nave di mezzo, di maniera che, oltre l'ottenersi il grato spettacolo della vista di tutta la interna chiesa dalla parte superiore, si corregge in qualche modo lo sconcio della nuda altezza del muro maggiore, che dagli archi alla soffitta offrirebbe una dimensione eccessiva. A queste logge si ascende per due scale poste fra le sagrestie ed il presbiterio. Dove s'incrociano le due braccia dell'edifizio, distaccansi da terra quattro grandi piloni, su de' quali si elevano due archi massimi di sesto acuto, e fra i due archi un vasto imbasamento ottangolare destinato a sostener la cupola di forma elittica, i cui poli poggiano sull'apice inconcusso degli archi medesimi. Il pavimento sottostante è lavorato a musaico di rare pietre composto; ma nell'altre parti del tempio è lastricato da lucide tavole di marmo bianco, ordinatamente scompartite da liste di marmo ceruleo. Alle pareti sono dodici altari, non compresi i tre isolati delle tribune, tutti di bel marmo lunense e scolpiti in bella guisa dallo Stagi da Pietrasanta. Cento finestre dan luce al tempio con vetri per lo più colorati, col quale antico uso s'intese di contribuire al raccoglimento che serbar dee chi si prostra, orando, in cospetto della Divinità55.

Imprendendo ora il giro regolato a destra della porta reale, il deposito che s'incontra fu eretto all'arcivescovo Matteo Rinuccini, morto nel 1582. Il Cristo in bronzo ivi affisso, di bel getto e di ben intesa notomia, è di Pietro Tacca, valente scolare di Gian Bologna.

Passata la vicina porta, si trovano in un pilastro alcuni avanzi delle pitture a fresco che adornavano anticamente il tempio: credonsi opera di Bernardo Nello Falconi pisano.

Qui presso, sopra una base isolata, si eleva un candelabro di bronzo, dono di un certo Alessandro Tibantèo pisano.

Il monumento seguente riferisce alla memoria dell'arcivescovo Francesco Frosini, che dalla sede vescovile di Pistoja fu innalzato a questa di Pisa nel 1702. Dall'iscrizione rilevasi ch'esso fece fare il deposito molto tempo prima della sua morte. Il bassorilievo del Cristo deposto è del Vaccà di Carrara.

Il primo altare che qui riscontrasi, dall'altro lato della parete, contiene una favola di Cristofano Allori, ov'è dipinta in robusto colorito la Madonna in mezzo alle Vergini, alle quali è dedicato l'altare.

La gran tela al primo scompartimento della parete appartiene ad Antonio Cavallucci da Sermoneta. Ha in essa espressa lodevolmente la vestizione monacale di santa Bona pisana, ove si vedono non poche nobili persone che vi assistono in gala. A fronte del monotono meccanismo con cui generalmente è trattata, non può questa pittura non piacere per la proprietà del carattere e per la bene intesa composizione.

La contigua tela fu eseguita in Roma nel 1787 da Domenico Corvi viterbese. Santa Ubaldesca pisana, nell'atto di ridonare miracolosamente la salute ad alcuni infermi con acqua da lei benedetta, è l'avvenimento quivi espresso in tempo di notte, rischiarato dal lume di una torcia. E' da encomiarsi il vago girar della testa della figura principale.

Segue l'altare detto dei Dottori, privilegiato di una bellissima opera del cav. Francesco Vanni da Siena. Rappresenta la disputa de' santi Dottori sul Sacramento dell'Eucaristia e molti sono i pregi che l'adornano. Parlante in fatti è la testa del s. Tommaso in prima linea; graziosissimi e vagamente dipinti sono i tre putti in gloria56.

Il giuramento di Riccardo Cuor di Leone a favore dei Pisani, sotto le mura di Tolemaide, ci rappresenta la gran tela del terzo scompartimento delle pareti, opera recente di G. Bezzuoli fiorentino. Riccardo è vestito da re britannico ed ha alla destra il Vescovo delle falangi pisane nell'atto di presentargli la croce; a sinistra, la regina Sibilla e Lusignano detronizzati dal regno di Gerusalemme, ed alcuni Templari come testimoni o spettatori all'atto solenne. In avanti è immaginato un gruppo di Genovesi, i quali non compresi ne' privilegii che si giuravano, uno di essi quasi minaccia il re, impugnando la spada. Scorgesi in prima linea una famiglia di turchi caduta in potere dei Crociati vittoriosi, e bella oltremodo è la figura del fanciullo nudo rivolto di schiena.

La tela che ne succede, rappresentante il papa Eugenio III in atto di celebrare la messa in faccia ai vescovi orientali, è un'opera assai lodata del nostro concittadino Giov. Batt. Tempesti. Comparisce il pontefice irradiato in fronte da una luce celeste, conforme accenna la storia; e questo prodigio, osservato da uno degli astanti vescovi, si vuole che bastasse a sciogliere il dubbio insorto sul rituale della messa.

Segue l'altare della Madonna delle Grazie, ove contiensi una bella tavola del celeberrimo Andrea del Sarto, esprimente la Madonna col divin Figlio assisa in luminoso luogo e varî santi in basso del quadro. Questo lavoro, che è fra gli ultimi di Andrea, potevasi annoverare fra i suoi migliori, se la morte non gl'impediva di finirlo. Antonio Sogliani terminò la tavola lasciata dal primo abbozzata.

Il quinto reparto ci offre un dipinto del cav. Sebastiano Conca di Gaeta, raffigurante il B. Pietro Gambacorti pisano dinanzi al pontefice Urbano VI, onde ottenere l'approvazione del suo Istituto57. Buona composizione e buon disegno, d'incontro ad una certa freddezza nello stile e nel colorito.

Quasi le stesse osservazioni militano pel quadro che viene appresso di Francesco Mancini di sant'Angiolo in Vado, rappresentante il séguito della storia antecedente, cioè a dire il B. Gambacorti nell'atto d'istituire il suo Ordine.

Eccoci avanti al quarto altare, ove riposano entro un'urna di marmo i corpi dei santi martiri Gamalièle, Nicodemo ed Abibone, che i Pisani ottennero in dono da Goffredo re di Gerusalemme, dopo il conquisto della santa città. Quest'altare è da ammirarsi pel fino intaglio che lo decora superiormente a quelli già descritti, eseguito maestrevolmente a fogliami, con altri ornamenti, dal nominato Stagi da Pietrasanta. Il mezzo rilievo, esprimente l'Eterno Padre con alcuni Angeli, è il primo lavoro fatto in marmo da Bartolommeo Ammannati fiorentino.

Volgendo a destra sul lato trasversale della crociata, s'incontrerà nell'altare di santa Barbera una superba tavola contenente la Madonna col Bambino in braccio, assisa in trono e circondata da più santi, opera del più felice imitatore del gran Raffaello, vogliam dire di Perin del Vaga fiorentino, e giustamente considerata la più pregevole di quante adornano gli altari del tempio58. Si avverte però che non fu dal medesimo compiuta, ma da Giov. Antonio Sogliano, e che fu alquanto dilavata da un moderno restauratore.

Nel primo gran quadro che viene dopo l'altare, ora il settimo nell'ordine, trovasi espresso il miracolo della liberazione dell'ossessa operato da s. Ranieri in faccia a non pochi spettatori. Sono da osservarsi le fisonomìe veramente espressive delle persone affette da varie infermità, qui condotte per la loro liberazione. Questa pittura, che lascia a desiderare più nobiltà nel volto del soggetto principale e più lucentezza nei colori, fu eseguita nel 1718 da Domenico Muratori bolognese.

Il seguente quadro, escito dai floridi pennelli di Benedetto Luti fiorentino nel 1711, è certamente fra i più ammirati delle grandi tele della Basilica. Contiene esso il vestimento di s. Ranieri ancor giovinetto, il quale si presenta ai piedi del sacerdote con aria di gentilezza e di spirituale raccoglimento. Segni di maraviglia e di stupore si scorgono ne' volti e negli atti delle numerose persone ivi adunate e magistralmente disposte. Vi si trova in generale purità di disegno, tocco leggero e molle, finitezza e rara armonia resultante dall'industriosa distribuzione dell'ombre e dei lumi.

A Lino senese, scolare di Giovanni Pisano, dovevasi il disegno della gran Cappella in cui siamo di fronte alla crociera. Questa fu detta un tempo dell'Incoronata ed ora di s. Ranieri, dal santo corpo che qui si venera. Nel 1533 fu rinnovata ed arricchita, com'è attualmente, di marmi e statue, tanto nella tribuna che nell'ornato superiore, per opera di Francesco Mosca, detto il Moschino, da Settignano. Di Gaddo Gaddi fiorentino è il lavoro antico a musaico dell'alta nicchia, denotante la Madonna in trono con vari Angioli; il tutto di recente restauro.

La nobilissima urna di verde di Polsevera che sorge vicino all'ara sopra un gran piedistallo di granito egizio rosato, con corniciami in buona parte di giallo antico e con bozze di broccatello di Spagna, appartiene all'architetto e scultore Giov. Batt. Foggini di Firenze, eretta a spese di Cosimo III. E' quivi contenuto il corpo del detto Santo, in abito di penitenza tessuto in oro e colla fronte cinta di ricca corona. Rendesi esso visibile per mezzo di terso cristallo ogni anno in occasione della sua festa e nelle straordinarie circostanze di ringraziamento per benefizii ricevuti; e grande n'è allora il culto e ricchi i doni che vi si fanno in cera, in olio, in danaro dalla singolare devozione del popolo pisano, che mai ha degenerato dai sentimenti di zelo, di pietà, di religione de' suoi maggiori verso il nostro santo concittadino, il grande protettore della patria s. Ranieri.

Alzando ora il guardo ad osservare le due figure a buon fresco rappresentanti la Mansuetudine e la Penitenza, particolari virtù che adornarono il detto Santo, diremo ch'esse furono eseguite nel 1830 da Antonio Marini fiorentino.

Delle statue poste entro le nicchie nelle due facciate delle minori navi, quella a destra dell'osservatore dicesi trovata negli scavi di qualche antico edilizio e quindi restaurata e convertita in s. Potito; l'altra a sinistra, raffigurante sant'Efeso, è un lavoro non molto soddisfacente di Giov. Batt. Lorenzi di Firenze, detto il Cavaliere.

Un avanzo dell'antico pulpito di Giovanni Pisano, esistente una volta nel Presbiterio, ci si presenta nel gruppo de' quattro Evangelisti in marmo che reggono la piccola pila di fronte alla porticciuola di questa cappella.

Rivolgendoci ora ai due grandi quadri dell'opposta parete, si troverà nel primo (che in ordine è il nono) rappresentata la morte del medesimo s. Ranieri, pittura eseguita dal cav. Giuseppe Melani di Pisa negli ultimi periodi di sua vita, e non delle sue migliori, perché languida e priva di una certa vaghezza nelle tinte.

Nella decima tela di Felice Torelli veronese vedesi non felicemente espresso un miracolo dello stesso santo nell'atto di resuscitare un fanciullo.

Passata la porta orientale, presentasi un monumento degno della più attenta osservazione nel piccolo altare dedicato a s. Biagio. Esso è giudicato un modello di eleganza pei molti lavori d'intaglio sul marmo lunense, condotti col più delicato finimento dal prelodato Stagi da Pietrasanta. La statua di s. Biagio, che è nel mezzo, si reputa opera del Tribolo.

La statuetta in marmo della Madonna posante sulla vicina pila dell'acqua santa è anch'essa fatica dello Stagi.

Volgendo al lato superiore della crociata, troveremo un'opera a buon fresco nell'ordine stesso delle divisate tele, rappresentante l'ultima cena del Signore, condotta dal nominato Giov. Batt. Tempesti nel 1793.

Qui presso è la sagrestia detta dei Cappellani, a differenza di quella del lato opposto chiamata dei Canonici; e nell'altare contiguo della Maddalena è una bella pittura di Giovanni Bilivert fiorentino, che ci offre vivamente espresso Cristo in croce, la Vergine Madre ed a' suoi piedi la Maddalena, pittura pessimamente restaurata.

Venendo a parlare del presbiterio, diremo ch'esso è cinto all'intorno da marmoreo parapetto, con rabeschi intarsiati al di fuori di diaspri e di pietre di varî colori, che i begli angeli in bronzo situati alle due estremità sono opera del celebre Gian Bologna e che tutti i lavori di tarsia nei seggi di noce che lo circondano internamente, esprimenti figure, fogliami ed altri ornamenti, si devono a Giuliano da Majano, a Giuliano da s. Gallo, al Seravallino, a Dom. di Mariotto ed a G. B. Cervelliera architetto pisano.

Saliti adesso i tre gradini che mettono alla gran tribuna, ci fermeremo sul dinanzi dell'altare ad osservare i sei bassirilievi che formano il parapetto di ambedue le orchestre e troveremo i quattro laterali d'antica mano e i due di mezzo di esecuzione moderna. Il primo degli antichi a destra ci offre l'adorazione dei Magi, il terzo la fuga in Egitto e, dal lato sinistro, il quarto ci manifesta la Presentazione di G. C. al Tempio e il sesto la Natività del medesimo. Questi furono eseguiti da Fra Guglielmo Agnelli domenicano, scolare di Niccola da Pisa, per l'antico disfatto pulpito di s. Michele in Borgo. I due del mezzo poi (secondo e quinto) si lavorarono da Francesco Cecchi nel secolo XVII, uno dei quali esprime la strage degl'Innocenti e l'altro l'Annunziazione di Maria, la visita a santa Elisabetta e la natività dei Battista.

Sopra le orchestre stanno due organi di nuova costruzione, fattura l'uno del rinomato Filippo Tronci di Pistoja, l'altro dei celebri Serassi di Bergamo, che è quello a destra dell'altare. Esso è della misura di piedi sedici armonici e ha due tastiere. La prima, cioè quella che trovasi più in alto, serve a suonare il detto grand'organo ricchissimo di registri tanto di pieno, quanto di concerto, e tutti riuniscono forza, dolcezza e verità d'imitazione. La seconda tastiera serve per l'organo d'eco, posto nell'interno del primo. Esso pure ha i suoi registri di pieno e di concerto, tutti eccellenti. Stupendo è il lavoro, sia per la precisione con cui è costruito, sia pei meccanismi che vi sono, i quali danno comodo e facoltà al suonatore di eseguire ciò che una fervida immaginazione, unita a una perfetta cognizione musicale, può suggerirgli, onde piacere e dilettare qualunque specie di ascoltatori.

Due cattedre coi soliti intagli in legno e quattro bellissime figure in tavola del ben noto Andrea del Sarto rivestono le due pareti inferiori alle orchestre. In due si raffigurano i santi Pietro apostolo e il precursore Giovanni e, nelle altre, santa Margherita e santa Caterina.

L'altar maggiore, rimarchevole per la ricchezza de' lapislazzuli, de' broccatelli di Spagna, de' persichini e gialli di Siena, fu eretto nel 1774 a spese dell'arcivescovo di Pisa Francesco de' Conti Guidi, come rilevasi dalla memoria infissa nel pilastro a destra dello stesso altare. Altra memoria, commessa al pilastro dalla banda opposta, ci avverte di un considerevole restauro operato in quest'ara nel 1825 a spese dell'altro arcivescovo Ranieri Alliata.

Il Cristo in bronzo sovra di essa innalzato è un'altra stimabilissima opera del menzionato Giovan Bologna.

Sono ora da osservarsi le due colonne di porfido situate a lato de' pilastri reggenti la grande arcata e i due bellissimi capitelli che le adornano. Il capitello dalla parte del Vangelo si tiene opera del celebrato Stagi da Pietrasanta e sembra di greco finissimo lavoro per l'artifizio delle maschere, per le aggraziate figurine, pel delicato traforo e pel sommo pulimento dell'intaglio; quello dalla parte dell'Epistola è in tutto corrispondente al magistero del primo ed è fatica dello scultore Giov. Batt. Foggini. L'Angelo di bronzo che vedesi sopra uno di questi è opera di Stoldo Lorenzi da Settignano.

Progredendo il giro alla parte destra della tribuna, la quale è divisa in tre ordini da un fregio intagliato dallo Stagi, troveremo in quattro diversi spartimenti del primo ordine altrettante pitture di Domenico Beccafumi, detto Mecherino da Siena. Le prime due ci rappresentano in grandi figure gli Evangelisti s. Matteo e s. Marco, condotte in stile grandioso, ma alquanto secco e tendente allo statuino; le altre, in figure più piccole e più animate, ci indicano l'istorie di Còre, Datan ed Abiron, e Mosè che spezza le tavole della Legge.

La quinta tavola, colorita nel 1536 dal De Labrugia, ci manifesta la punizione de' figli di Aronne.

La sesta ci offre un bel lavoro del Sogliani nella figura del fratricida Caino. E' notevole l'espressione dell'invidia, cui seppe imprimere nel volto di quel perverso.

L'architettonico ornamento, che qui divide i tre ordini della tribuna, fu eretto a contenere un santuario per una porzione delle preziose reliquie, di cui è ricco il tempio.

I due quadretti sopra le porticciuole introducenti al terrazzino del reliquiario provengono da Clemente Bocciardi genovese, detto il Clementone, e rappresentano le teste dei ss. Pietro e Paolo.

Gli angioletti di marmo, che posano su i pilastri del detto terrazzino, sono lavoro di Silvio Cosini da Fiesole.

La tela inferiormente collocata, colla deposizione di N. S., è opera, ma non delle migliori, di Giov. Antonio Razzi detto il Sodoma, dipinta negli ultimi anni di sua vita.

Susseguono ora altre due tavole del Sogliani. In una è rappresentato Abele in atto di fare le sue offerte al Signore, ove è da lodarsi l'ingenua fisionomìa del giovinetto e il vago paese, e nell'altra è espresso il sacrifizio di Noè e de' figli usciti dell'arca, con teste e figure assai belle.

Il vicino spazio è ricoperto da una bella tela esprimente il sacrifizio d'Abramo del prefato cav. Sodoma. Questa pittura, sebbene censurata pei lumi soverchiamente sparsi, non lascia però di mostrare le tracce del valentuomo che la eseguì, non tanto per la graziosa e natural figura d'Isacco, quanto pel bel paese e pel vivace colorito lombardo.

La tavola seguente del cav. Ventura Salimbeni ci mostra Mosè nel deserto, che fa piovere la manna al popolo ebreo. Ai molti pregi di questa pittura fa scontro il difetto del troppo freddo atteggiamento nella figura del Legislatore.

Al precitato Beccafumi appartengono gli ultimi due quadri rappresentanti gli Evangelisti Luca e Giovanni. Nel secondo giro a destra dell'osservatore, il primo quadro che ci si presenta è dovuto ai pennelli di Rutilio Manetti senese. Presenta Elia sotto l'ombra del ginepro risvegliato dall'Angiolo.

Succede un lavoro di Matteo Rosselli fiorentino, ove trovasi vivamente espresso Iddio che parla a Mosè dal roveto ardente.

Quindi ne viene una tela del cav. Paolo Guidotti lucchese, esprimente il medesimo Legislatore che fa scaturir l'acqua dalla rupe all'assetate sue turbe.

Ad uno dei più accreditati maestri del secolo XVII, al più valente forse degli artisti di Pisa da che l'arte della pittura rigermogliò nel suo seno, ad Orazio Riminaldi deesi la bella pittura risguardante l'avvenimento del serpente di bronzo, sebbene pregiudicata dal solito cattivo metodo delle mestiche.

La moltiplicazione dei pani, espressa nella seguente tela, è dovuta ad Aurelio Lomi pisano.

Nell'ultimo quadro di quest'ordine venne maestrevolmente dipinto in tre belle figure il fatto di Daniele fra i leoni nell'atto di ricevere il cibo dal profeta Abacuc trasportato dall'Angelo. E' opera del nominato Giov. Antonio Bilivert.

Volgendoci ancora a destra, la prima tela che s'incontra nel terzo giro è opera di Giov. Stefano Maruscelli del 1628. Ha qui rappresentato il Convito d'Abramo fatto ai tre Angioli.

La ben disposta e ben disegnata figura del Sansone, che inalza in segno di trionfo la mascella del vile giumento, colla quale avea distrutti i Filistei giacentigli ai piedi, proviene dai commendati pennelli di Orazio Riminaldi.

La Cena del re Assuero con la regina Ester è di mano di Cosimo Gamberucci fiorentino.

Del ricordato Guidotti è il Convito nelle nozze di Cana Galilea.

Al diligentissimo Ottavio Vannini fiorentino è dovuto il pregevole quadro della Giuditta che tiene la testa di Oloferne nella mano.

Ultima di questo giro è una pittura di Michele Cinganelli fiorentino, nella quale è figurato il Sacerdote che va incontro a Giosuè coll'oblazione dei pani di propiziazione.

Sollevando ora lo sguardo, ci faremo ad osservare la gran nicchia d'opera a musaico, ove sotto scompartite tre grandi figure in campo d'oro, le quali ci rappresentano il Salvatore del mondo, con Maria Vergine da un lato e il diletto discepolo dall'altro. Queste diconsi eseguite sul declinare del secolo XIII da Frate Mino da Turrita, da Andrea Tafi e da Gaddo Gaddi fiorentini. Furono di recente restaurate.

Le pitture a fresco del grand'arco della stessa tribuna, consistenti in vari gruppi d'Angeli in campo d'oro, furono de' primi lavori del celebratissimo Domenico Ghirlandajo fiorentino. Con isquisita accuratezza riuscì bravamente nel restauro il prelodato Marini da Firenze.

Altre pitture a fresco ricoprono le pareti del presbiterio dagli archi fino al soffitto. Divise in più scompartimenti rappresentano varî misterii della B. V., lavoro di Giov. Stefano Maruscelli di recente restauro. Le pitture della parte inferiore, esprimenti i dottori della Chiesa, le virtù cardinali e i profeti sono tutte di Bernardino Poccetti fiorentino.

Continuando il giro della chiesa s'incontrerà un altare in cui si tiene in somma venerazione un antico simulacro di fattura greca, esprimente l'immagine della Madonna col bambino Gesù, detta di sotto gli Organi, perché un tempo appesa ad una colonna sottoposta ad un grand'organo e contigua ad altro più piccolo. Sta ora collocata in un tabernacolo del detto altare, coperto e chiuso a due chiavi, una delle quali si tiene dal Magistrato Comunitativo e l'altra dal Capitolo dei signori Canonici; e nelle più gravi urgenze del popolo pisano si suole aver ricorso alla medesima. I Santi pisani dell'appostovi quadro furono dipinti da Francesco Curradi fiorentino.

Sulla porta che serve d'ingresso alla contigua sagrestia, detta dei Canonici, merita osservazione il bassorilievo rappresentante il giudizio universale scolpito da Giovanni Pisano.

Il quadro seguente, che è il duodecimo nell'ordine dei grandi, fu eseguito in Roma da Giacinto Corrado napoletano. Ci dimostra la Natività della Vergine con bell'effetto pittoresco, ma non disgiunto da qualche notabile difetto. Il braccio della femmina in prima linea è di troppo materiale pel resto della figura.

Nell'altro lato della croce trovasi primieramente il sepolcral monumento del card. Francesco D'Elci arcivescovo di Pisa. Vedesi arricchito dal Vaccà di Carrara di due statue in marmo esprimenti la Carità e la Religione.

L'altro deposito, al di sopra della porta detta del Sacramento, fu fatto eseguire al pisano Tommaso Masi per l'arcivescovo Angiolo Franceschi morto nel 1806. E' in esso scolpito un genio che discuopre l'effigie del defunto.

Le due seguenti tele decimaterza e decimaquarta si tengono di Aurelio Lomi pisano, benché presentino diversità di stile. La prima dimostra il fatto della circoncisione del Nazareno e l'altra l'adorazione dei Magi.

L'architettonica struttura della gran cappella, che fu detta dell'Annunziata ed ora del Sacramento, è consimile a quella già descritta nella cappella opposta di s. Ranieri. La tribuna è adorna al solito di variati marmi, dei fregi dello Stagi e d'opere di scultura del nominato Francesco Mosca, detto il Moschino. Nel reparto di mezzo figurano Adamo ed Eva all'albero fatale; nelle due nicchie laterali, la Madonna e l'Angelo annunziatore; nella volta, Dio padre con gruppi d'Angeli; e nel vacuo del frontone, la Religione, la Fede e l'Angelo con lo stemma del Nazareno.

Il bellissimo ciborio d'argento sodo, che nobilmente si eleva dall'ara a guisa di magnifico tempio sorretto da tre figure d'Angeli dell'istesso metallo, ed i gradini dell'altare coperti di bassirilievi in assai rilevate lastre parimente d'argento, i quali ricordano gli avvenimenti più rimarchevoli della vita del Redentore, sono lavori eseguiti con somma lode nel 1692 da Sebastiano Tamburini pisano sui disegni del prelodato Giov. Batt. Foggini. Questo superbo lavoro deesi alla pietà del gran–duca Cosimo III. Fu detto ascendere alla somma di scudi 24.000.

Nella nicchia sovrapposta al frontone della cappella è un'altra opera a musaico di Gaddo Gaddi, di recente restauro, indicante il mistero dell'Annunziazione. Al disopra si trovano due pitture a fresco del ricordato Marini, la Fede e la Carità.

Le fronti delle minori navi di questo braccio di chiesa sono decorate a seconda di quelle contrapposte. Nelle nicchie stanno due grandi statue scolpite nel 1627 dal Fancelli da Settignano. Quella a destra dell'osservatore rappresenta santa Cristina, l'altra a sinistra santa Maria Maddalena.

Seguitando le tele grandi delle pareti, scorgesi nella decimaquinta espressa la nascita del Redentore, opera essa pure di Aurelio Lomi.

La tela dappresso, esprimente la Disputa di Gesù Cristo coi Dottori, fu colorita da Pietro Sorri di Siena nel 1617.

La Madonna col divin Figlio ed alcuni Santi ci si mostra dalla contigua tela condotta da Domenico Cresti da Passignano.

Nell'altare dedicato a s. Clemente, vedesi il Nazareno che dona la vista al cieconato. E' questo un nuovo lavoro del mentovato Aurelio Lomi e degno per molti rispetti d'essere annoverato fra i migliori quadri che adornino gli altari dei tempio.

Ritornando nel lato maggiore della chiesa, trovasi l'altare detto di santo Guido, decorato dei soliti intagli e fogliami del nominato Stagi, conforme a quello di faccia, e di due superbe colonne di verde antico. Lino senese fu lo scultore del bassorilievo esprimente la B. V. apparsa a s. Ranieri nella città di Tiro. Nell'urna stavano un giorno le ossa del predetto santo, ora quelle di santo Guido pisano.

Dopo l'altare viene una tela, che è la decimaottava fra le grandi, la quale esprime il martirio di s. Torpè, che vedesi nell'atto di essere decollato per ordine dell'imperatore Nerone, in prossimità di un tempio del gentilesimo. Condotta essa molto avanti in Roma nel 1761 da Placido Costanzi, fu poscia terminata in Pisa per la morte dell'autore. Giov. Batt. Tempesti diede fine alla gloria ed alla figura del santo martire, giusta gli andamenti del suo in maestro . All'egregio pittore Giov. Bettino Cignaroli veronese dobbiamo il gran quadro che ne succede. Ci mostra la testa del medesimo s. Torpè salvata dall'onde, e dagli Angeli recata all'arcivescovo Federigo di Pisa, per secondarne le devote richieste. Molte sono le cose da osservarsi in questo nobilissimo dipinto: la bella e semplice composizione, l'artificioso ed animato colorito, la mirabile esecuzione delle teste e di quella in particolare dell'arcivescovo traspirante un'aria devotamente sublime, i sacri paramenti condotti sul grandioso stile paolesco, la recisa testa del santo ed i bei putti che la recano a riva. Ma a tante belle parti non sembra corrispondere la gloria.

La pittura del contiguo altare, detto degli Angeli, ritiensi a ragione per una delle più graziose e studiate del cav. Ventura Salimbeni. Infatti le figure degli Angeli quivi espressi quasi al naturale in bella disinvoltura, in adattati panneggiamenti, in tocco leggero e molle, oltrepassano il merito degli altri suoi lavori.

La susseguente tela dipinta in Torino nel 1784 da Lorenzo Pécheux di Lione rappresenta il battesimo di Lamberto, figlio del re Nazaradeolo, condotto dai Pisani nella loro città dopo il conquisto delle Baleari. Buon colorito e vago panneggiamento, di fronte ad una monotona composizione ed a fisionomie quasi consimili.

Mosso da spirito di vera religione, mirasi nel prossimo quadro il card. Balduino arcivescovo di Pisa, alloraquando recatosi in Sardegna si fa a correggere la crudeltà del Giudice d'Arborèa. Fu questo dipinto nel 1812 dal fiorentino Giuseppe Collignon e, tranne il pregio dei panni e dei velluti, il resto non può dirsi di felice esecuzione.

L'altare contenente un quadro con varî Santi martiri è ai medesimi intitolato Quest'opera del noto cav. Domenico Passignano risente in infelicemente il guasto di cattivo ripulitore.

Al bolognese Gaetano Gandolfi si dee la tela avente per soggetto la fondazione dello Spedale de' Trovatelli in Pisa per opera del B. Domenico Vernagalli. Sono da osservarsi alcuni putti graziosamente figurati ed il grandioso architettonico compartimento.

L'ultima delle grandi tele descritte, ossia la vigesima terza, rappresenta il martirio dei B. Signoretto Alliata pisano su i lidi siciliani, opera eseguita in Roma nel 1802 dall'egregio pittore aretino Pietro Benvenuti. Non è questa delle sue migliori produzioni, tuttavia non lascia di spiegare in molte parti il felicissimo genio dell'autore e specialmente negli Angeli della gloria che spirano tutte le grazie del Correggio e dei Reni.

Varî Santi, istitutori di ordini religiosi, contiene il quadro dell'altare di sant'Antonio dipinto da Giov. Batt. Paggi genovese intorno al 1600.

Ad ornare i vacui fra le porte della facciata stanno due altri depositi simili a quelli di noi descritti in principio della illustrazione degli oggetti qui contenuti: il primo dei quali, eretto da alcuni artefici di Carrara, fa ricordanza dell'arcivescovo di Pisa Francesco de' Conti Guidi morto nel 1778; l'altro, del 1660, di bei marmi costrutto, contiene le ceneri di un altro arcivescovo di Pisa, cioè di Giuliano de' Medici.

Le iscrizioni sopra le porte laterali indicano la morte di Gregorio VIII e l'elezione del suo successore Clemente III, fatti ambedue avvenuti in Pisa, il primo nel 16 dicembre 1186 e l'altro nel 6 gennajo dell'anno successivo. Altre due iscrizioni sono collocate di fronte alle navate minori, una delle quali ricorda l'impresa illustre delle Baleari, e l'altra la consacrazione del tempio avvenuta nel 1119, stile pisano.

Tornando ora verso il presbiterio per la navata di mezzo, potremo osservare primieramente le due statuette in bronzo del Redentore e del Battista sopra le pile dell'acqua santa, modellate da Giovan Bologna e fuse maestrevolmente da Felice Palma di Massa ducale.

In secondo, luogo riguarderemo il pulpito marmoreo di forma esagona, appoggiato ad una delle grosse colonne quasi nel mezzo della navata. Sul davanti è sostenuto da due colonnette, una di porfido, l'altra di broccatello di Spagna, posanti sul dorso di due leoni. Sugli angoli è adorno di quattro statuette esprimenti gli Evangelisti, avanzi del maestoso pergamo di Giovanni da Pisa. Fu questo innalzato nel 1627 dal Fancelli da Settignano.

Di contro al pulpito è posta la cattedra arcivescovile, in cui si vede un bel lavoro di tarsía esprimente l'adorazione de' Magi, eseguito nel 1536 dal Cervelliera e modernamente restaurato.

Dopo di che ci faremo ad ammirare uno de' più bei lavori in tavola del gran maestro dell'arte Andrea del Sarto, vogliam dire il quadro della santa Agnese, appeso ad uno dei grandi pilastri sorreggenti la cupola. E' qui una semplice figura, ma di un'incantevole bellezza, per la riunione di tutte le parti essenziali della pittura. Assisa in placida attitudine, colla fronte rivolta soavemente al cielo, alza con una mano la palma, simbolo del suo martirio, e palpa coll'altra il dorso di un vago agnelletto.

Nel pilastro dicontro è un'altra tavola, di recente restauro del ricordato Perin del Vaga, rappresentante la Madonna col Putto, figure eseguite con molta grazia raffaellesca.

Il lampadario di bronzo sospeso nel mezzo della chiesa è opera non volgare di Vincenzo Possenti pisano. Fu dall'oscillare di questo, che il Galileo poté scuoprire l'isocronismo nel moto dei pendoli.

Sollevisi per ultimo lo sguardo alla bella pittura ad olio del nostro Orazio Riminaldi, che tutta ricuopre la concavità della cupola. Vi è rappresentata l'Assunzione di Maria con varî gruppi di santi e varî cori di angeli. Questo lavoro riuscì uno de' più benintesi e più perfetti che la Toscana vedesse fino a quel tempo, anno 1630, e fu l'ultimo d'Orazio. I quattro Evangelisti ne' peducci della cupola si dipinsero da Michele Cinganelli fiorentino59.

Ci gioverà qui di notare le misure interne della chiesa, conforme abbiam fatto delle esterne

La maggior lunghezza, presa dalla linea del muro della porta maggiore alla parete della tribuna, è di braccia fiorentine 162 1,2 / metri 94,844

La larghezza totale delle cinque navate: 55 2,3 / metri 32,490

Quella della grande nave di mezzo: 23 – / metri 13,424

L'altezza di questa: 57 – / metri 33,268

La lunghezza poi della nave transversale, comprese le tribune, è: 124 – / metri 72,373

La larghezza da muro a muro: 30 1,3 / metri 17,704

Quella della sola nave di mezzo è: 14 1,2/ metri 8,463

L'altezza fino alla sommità della cupola: 88 – / metri 51,362

Dopo il fin qui detto intorno a questo tempio, non tralasceremo d'invitare i curiosi a salire sulle gallerie, rendute non ha guari di tutta proprietà, onde mirare nuovamente da quell'altezza la venustà delle parti, le ben ripartite colonne, gli altari, i dipinti affacciantisi all'occhio in una simultanea impressione, dalla quale gliene deriverà un senso di grato soddisfacimento.

S. Giovanni, o il Battistero. Compiuta ch'ebbero i Pisani la veneranda Basilica, divisarono di erigerle presso un Battistero di tale magnificenza e bellezza, che superasse quanti in quel secolo ne fossero sorti in Italia. Perciò essendo console Cocco Griffi, e soprantendendo all'impresa Cinetto Cinetti ed Arrigo Cancellieri, ne diedero la commissione all'egregio architetto pisano Diotisalvi, il quale mise mano all'opera nel 1153, stile pisano, come rilevasi dalla epigrafe antica posta nel primo pilastro sulla diritta di chi entra, che dice: MCLIII. Mense. Aug. Fundata. Fuit. Haec. Ecclesia, la quale è replicata nel pilastro opposto con peggiori caratteri e in altra facciata del pilastro medesimo leggesi anche il nome dell'architetto così: Deotisalvi magister huius operis.

Esso è situato di contro alla facciata della Primaziale, vòlto a levante, e si solleva dal suolo in forma rotonda, con sì bene intesa elevazione e sì proporzionate membrature, che rendesi maestoso, nobile e gajo. La disposizione esterna è divisa in tre ordini di bianco marmo con liste cerulee, nel primo de' quali sono distribuite venti colonne co' lor capitelli, su cui voltano archi ornatissimi a centro pieno e termina l'ordine con una cornice che ne gira tutta la periferia60. Nel secondo ordine si coniano sessanta colonne più piccole e più spesse, mentre una piomba sulla sottoposta e due difettosamente sull'arco: isolate ed equidistanti dalle pareti, formano un peristilio a guisa di loggia o galleria, con capitelli ed archi semicircolari. Termina l'ordine con una corona di capricciosi ornamenti triangolari, ciascuno dei quali comprende due sottoposte arcate, ed ha una statuetta sul vertice ed una mezza figura nel mezzo del vuoto; e fra l'un triangolo e l'altro sorgono tanti tabernacoli adorni di fiori e di rabeschi, secondo il gusto di quell'età, tendente alla maniera gotico–moderna, o gotico–tedesca, perché nata in Germania. Un terzo ordine ricorre intorno alla fabbrica scompartito da diciotto pilastri e da venti finestre, al di sopra del quale è altra simil corona di triangoli e tabernacoli in guisa tale disposti, che gli uni fanno cappello alle finestre e gli altri corrispondono sopra i pilastri. Da quest'ordine, come dal suo tamburo, ascende la gran cupola di forma circolare, condotta in guisa di pera, e termina in un cupolino serrato, sulla cui cima sorge la statua in bronzo di s. Giovanni Battista.

Quattro porte scompartite in croce danno accesso alla chiesa: la principale, vòlta a levante, è riccamente ornata d'intagli, di bassirilievi, di statue. Vedesi primamente fiancheggiata da due grosse colonne corilitiche, lavorate sul gusto di quelle della porta principale del Duomo; e più addentro da altre due colonnette scolpite a più minuti fogliami. Gli stipiti poi laterali contengono varie figure in bassorilievo, esprimenti da una parte il Nazareno, il re David e varî Apostoli, dall'altra i simboli de' mesi con le respettive iscrizioni. Lo stesso architrave di essa è istoriato con figure di quasi tondo rilievo e di molto pregio, se si riflette all'età in cui furono eseguite. Rappresentano il martirio di s. Giovanni Battista e vari misterii del Redentore, fra i quali il battesimo per immersione. In un fregio posto a guisa di cornice sull'anzidetto architrave, si veggono scolpite a gran rilievo undici immagini di santi e in uno degli archi, anch'essi ornamentati, si scorgono i ventiquattro Seniori e in mezzo l'agnello, simbolo del Nazareno. La maniera con cui sono condotti tutti questi lavori mostra gli albóri e gli avanzamenti della scuola pisana, la quale fin dal secolo XII era superiore ad ogni altra d'Italia. Nella lunetta poi sopra il detto fregio sono collocate tre statue di marmo, cioè la Vergine Madre col divino Infante, s. Giovanni Battista e il discepolo prediletto del Redentore; e leggesi tuttora nello zoccolo, su cui posa la statua della Madonna, l'iscrizione in due versi leonini, che qui si riporta, comecché finora inedita, denotante il nome dello scultore Giovanni Pisano:

Sub Petri cura – fuit haec pia sculpta figura
Nicole nato – sculptore Johanne vocato.

Le altre tre porte hanno ai fianchi colonnette spirali di marmo greco e sono anch'esse ornate d'intagli e bassirilievi. Sovrapposto all'architrave della porta a ponente è un bellissimo fregio lavorato a fogliami da maestra mano, il quale vien giudicato un avanzo di antico epistilio.

L'interno della chiesa apparisce decorato di due ordini di architettura: il primo sodo e bello, scompartito da dodici grandi arcate a pieno centro, sostenute da otto grossissime colonne corintie isolate e co' capitelli per lo più antichi e svariati, non che da quattro grandi pilastri parimente isolati, che essendo equidistanti dalla parete formano un peristilio della larghezza di braccia nove. Altro simile peristilio circonda la fabbrica superiormente e sostiene la concava parete della fodera interna della gran cupola. Le dette colonne sono di graniti libici e nostrali ed i pilastri di marmo, come le concave pareti, interrotte di tratto in tratto da liste cerulee. Il pavimento ancora è formato a lastre di marmo bianco e ceruleo.

Nel mezzo della chiesa si vede maestosamente sorgere il sacro fonte battesimale piantato sopra un imbasamento di tre scalini. La sua forma è ottangolare e il suo diametro è sei braccia; e due braccia scarse profonda è la gran vasca, nel cui margine si veggon disposte quattro vaschette, che si crede servissero ad amministrare il battesimo ai fanciulli per immersione, secondo la più antica ecclesiastica disciplina. L'orlo e la base del fonte sono di un vago broccatello toscano; il rimanente è condotto con marmo bianco, tutto intagliato nelle cornici e ne' compartimenti, nei quali sono sculti assai pregevoli rosoni campeggianti in superficie a musaico di pietre bianche e turchine. L'aggiunta pila quadrata, sorretta da ben intagliati mensoloni, serve ora ad amministrare il detto sacramento giusta il rito attuale. Dal mezzo poi dell'accennata vasca, si vede sorgere una base di marmo intagliato, sulla quale posa una colonnetta e sopra questa il simulacro in bronzo di s. Giovan Battista, lavoro attribuito alla scuola di Baccio Bandinelli.

L'altare vòlto a ponente, secondo l'antico uso, è tutto anch'esso costrutto di bei marmi intagliati a rosoni, conte il fonte battesimale; ma tanto questi, che le due statuette ai lati, sono di più vecchio stile e di più rozzo scarpello. Il pavimento dinanzi al medesimo vedesi elegantemente tassellato di porfiree brecce rosse, di verdi antichi, di gialli, e d'altre scelte pietre. Il recinto stesso del coro è parimente incrostato a lastre ben grandi del precitato broccatello, con modani di candido statuario e con lavori di musaico.

Facendoci ora a parlare del pulpito, opera laboriosissima del nostro gran Niccola, ne rammenteremo i pregi risultanti dalla preziosità de' marmi e delle sculture. Sorgesi questo isolato, di forma esagona, sostenuto da sette colonnette, tre delle quali posano sopra figure di leoni, che servono loro di base, fra le cui zampe giacciono placidamente piccoli e timidi animali; e quella di mezzo si erige sul dorso di belve e sulle spalle di uomini. Fra queste colonne una ve n'ha di broccatello di Spagna, altra di un bel porfido del Monte pisano e cinque di variati graniti orientali. Altre due colonnette di marmo bianco venato servono a sorreggere la scala. Da una colonna all'altra del pulpito, su capitelli di ben traforati fogliami, sono tirati archi tondi ornati di tre piccoli archetti, e fra gli spazi degli archi e sugli stessi capitelli si mostrano piccole figure di mezzo e d'intiero rilievo. In cinque compartimenti del sovrapposto parapetto sono maestrevolmente scolpite diverse sacre istorie su marmo diafano e lucente, da alcuni detto alabastro orientale, da altri statuario finissimo di Luni.

Nel primo riquadro vòlto a ponente, trovasi espressa la Natività del Salvatore, con non troppa avveduta disposizione, ma con molta grazia nelle mosse nei panneggiamenti e ne' volti delle figure.

Nel secondo vedesi la bella scena dell'Adorazione de' Re, ove trionfa la maestria e la diligenza infinita dell'autore.

Nel terzo lato ci si mostra la Presentazione al tempio, che in quanto alla disposizione può dirsi superiore alle altre istorie.

La Crocifissione però, che forma il quarto spartimento, è più confusamente espressa e con minor naturalezza e maestria.

Nel quinto ed ultimo riquadro presentasi il Giudizio universale, condotto se non con perfetto disegno, almeno con pazienza e diligenza infinita. Molte sono le figure, variate le fisionomie, secondo la proprietà degli eletti e de' condannati.

In una fascia di marmo sotto questa ultima istoria sta scritto l'elogio del sommo artista.

Gli anzidetti riquadri sono ad ogni angolo divisi da tre colonnette di marmo rosso e sormontati da una cornice andante dell'istessa qualità, interrotta soltanto sul davanti da un'aquila di marmo bianco premente un coniglio e con ali spiegate a sostegno del libro degli Evangeli.

Quest'opera che, avuto riguardo al secolo in cui fu eseguita, può dirsi veracemente un felicissimo sforzo dell'arte, fece allogare a Niccola altri simili lavori, fra i quali il pergamo per la cattedrale di Siena.

Per due scale praticate nella grossezza della muraglia si ascende alle gallerie61 e quindi alle seconde volte, ove trovansi fra l'esterna ed interna fodera della cupola dodici stanzoni, i quali servono a riporvi attrezzi grossolani, per essere otturate le finestre, fregio considerevole negli edifizii di questo genere architettonico.

Vogliamo anche avvisare che, per effetto delle volte elittiche della rotonda, qualunque piccolo rumore forma ripercussione nel giro delle medesime, talché, alzando la voce al cielo, sentesi l'eco solitario con voce sommessa e profonda ripetere il nome di Dio.

Prima di lasciare questo magnifico edifizio, è giusto il far menzione dei grandiosi restauri che da qualche anno vi si eseguiscono, per cura dell'attuale zelantissimo operajo cav. Vincenzo Carmignani. Infatti all'esterno si è procurato non solo di rinnovare tutti quei pezzi d'ornamento che avevano sofferto per le ingiurie del tempo dall'alto al basso e in giro dell'edifizio medesimo, ma si è lodevolmente proceduto a discoprire l'antico imbasamento, disfacendo le gradule (assai guaste) addossatevi in tempi posteriori con cattivo gusto; e si è praticato in giro un nuovo lastrico di forma dodecagona, corrispondente appunto alla pianta primitiva. Con ciò si è ridonata alla fabbrica la sua originale sveltezza architettonica62. Nell'interno poi si credé opportuno di togliere coll'annuenza sovrana i due altari appoggiati in tempi posteriori, e precisamente nel 1606, alla grande parete cilindrica, perché in un luogo non comportabile d'ingombri; e si è adottato di ornare d'una conveniente ormai avanzata colorazione a fondo azzurro, con stelle di rame dorato simmetricamente disposte, le volte della galleria superiore, per quindi estenderla a quelle dell'ordine inferiore63. Oltre a ciò, è già stabilito di fregiare a disegni architettonici le pareti della cupola piramidale, onde non più lasciarle nell'attuale nativa rozzezza.

Devesi altresì avvertire che faranno compimento alle divisate decorazioni le finestre del primo ordine della rotonda in vetri a colori ed istoriati, giusta lo stile degli antichi gotici templi, e ciò a spese di varî cittadini delle patrie cose zelatori amorevoli, due delle quali, eseguite maestrevolmente da alcuni artefici italiani, si trovano già collocate al loro posto. In una sta espressa la figura di s. Giovanni e nell'altra quella di s. Luigi in nicchie alla gotica, nomi dei generosi donatori, monsignor Giovan Battista Parretti arcivescovo di Pisa e monsignor Luigi Della Fanteria suo vicario generale, colle armi delle respettive famiglie64.

Le misure principali del tempio sono le seguenti:

Diametro interno di tutto il fabbricato: braccia 52 1,4 metri 30,496

Larghezza della muraglia nella sua base: " 4 1,2 " 2,626

Diametro del primo recinto, che comprende il fonte battesimale, il coro, il pergamo, ec.: " 31 " 18,093

Circonferenza esterna, non compreso il risalto delle colonne: " 183 3,4 " 107,247

Altezza totale, non compresa la statua sul comignolo: " 94 " 54,864

Il Campanile. I fondamenti di questo celebre e singolare edifizio furono gettati dopo la metà del secolo XII, come appare dalla seguente iscrizione, scolpita nella parete dell'arcata contigua alla porta d'ingresso, dalla destra di chi osserva: A.D.MCLXXIV. Campanile hoc fuit fundatum mense augusti. Nelle cronache pisane e in antiche scritture dell'Opera, si trova che fu la vigilia di s. Lorenzo il giorno in cui fu dato principio alla fabbrica e che due ne furono gli architetti: Bonanno Pisano, quegli che aveva costrutto l'antica porta di bronzo del Duomo rimasta incendiata, e Guglielmo d'Innspruck. La tradizione attribuisce all'architetto e scultore Tommaso Pisano, discepolo del celebre Andrea, l'ultimo ordine dove son collocate le campane, aggiunto circa alla metà del secolo XIV.

Una è la porta che dà accesso all'interno, sopra la quale si vedono alcune mezze figure di tondo rilievo, esprimenti la Madonna col Bambino e i santi Pietro e Giovanni, dell'antica scuola pisana. Presso alla detta porta, e segnatamente negli spazii delle due arcate laterali, trovansi scolpiti in bassorilievo tre animali, cioè un drago messo in mezzo tra un orso ed un irco da una parte, tra un orso ed un toro dall'altra: alcuni tengono la reiterazione di questi animali per un simbolico significato, altri per un capriccioso ornamento.

La forma di questa torre è cilindrica ed otto logge arcuate, vagamente spartite una sopra dell'altra, le girano intorno, sostenute da 207 colonne co' lor capitelli, che sono in parte di antica variata scultura. Le quindici colonne del primo ordine, alte braccia 13 e mezzo, appoggiano al muro; le trenta di ciascuno de' sei ordini superiori sono isolate e si manifestano per la maggior parte avanzi di antiche fabbriche illustri. Lasciando queste fra di loro e il muro circolare una egual distanza, formano sei loggiati o peristilii che rendono la detta torre vaga, ornata e leggiera, d'intorno ai quali, mediante l'area che ne resulta, comodamente si passeggia. Per una scala di 293 gradini ben comodi di marmo bianco, praticata nella grossezza del muro, si poggia dal basso fino al settimo ordine, in cui veggonsi architettate sei grandi finestre, che apron la luce alla parte interna, la quale presenta un concavo a guisa di vasto e profondo pozzo tutto di marmo, come nelle altre parti della torre, e tutto eseguito colla maggior perfezione. Quivi si trova una ingegnosa scaletta a chiocciola di 37 scalini di marmo, che conduce dove posa l'ottavo ultimo giro scompartito nella superficie esterna da dodici colonne aventi sei grandi arcate aperte ed altre sei piccole più alte per uso delle campane, che son collocate nei vuoti degli archi, onde scemare l'ingombro dei legnami e rendere i bronzi più liberi e sonori. Il piano di quest'ordine è formato da volta reale, aperta nel mezzo con esagona finestra ferrata. Girano al di fuori diversi scalini di marmo, l'inferiore dei quali, che piomba sulla cornice del settimo ordine, ha una ringhiera di ferro che fa comodo, sicurezza e ornamento. Anche la sommità di quest'ultimo giro è da simil ringhiera opportunamente attorniata; e la sufficiente larghezza del marmoreo ripiano concede godibile la sorprendente veduta della sottoposta città, della circostante campagna, delle vaghe colline in lontananza a tramontana e levante, dei vicini Bagni termali, degli acquedotti e del mare. Ma rapita poi resta l'attenzione, se di lassù si porta il guardo a contemplare la bella e gentile architettura interna del Campo–santo, monumento insigne della pietà de' nostri maggiori, di cui avremo fra poco a ragionare.

Volendo ora far parola delle campane, diremo che queste sono di buon getto, sette di numero e che la maggiore, nominata l'Assunta, è decorata dell'effigie della B. Vergine, dello stemma mediceo e di quello dell'operajo Francesco Del Seta. Si fuse nel 1655 da Giov. Pietro Orlandi ed il suo peso è d'oltre libbre 10,000.

L'altra vicina, chiamata il Crocifisso, sopra cui vedesi in rilievo l'immagine del Salvatore, è recente lavoro del fonditore Santi Gualandi da Prato, essendo operajo il conte Francesco Alessandro Del Testa. Ha la data del 1818 e sorpassa in peso le 6800 libbre.

La terza è dedicata a s. Ranieri patrono della città. Bellissimo è il suono di questa campana, fusa nel 1735, ai tempi dell'operajo Francesco Quarantotto, da Pietro Francesco Berti di Lucca. Il suo peso è di circa libbre 4000.

La quarta, chiamata un tempo la Giustizia ed ora la Pasquareccia, è la più antica fra esse ed ha in alto un'iscrizione in caratteri gotici, in cui è nominato il fonditore Locterineus de Pisis e porta la data del 1262. La figurina dell'Annunziata, che vi si vede scolpita, è per quel tempo sorprendente. Il suo peso è di libbre 2800.

La quinta è detta del Pozzo, perché fusa nel 1606 a spese dell'arcivescovo diocesano Carlo Antonio del Pozzo di Biella in Piemonte, sotto l'operajo Castelli. Pesa 1800 e più libbre.

Le altre due campane, per mole e peso minori, una detta la Terza , l'altra il Vespruccio, si trovano negli archi superiori.

Non è da passare sotto silenzio che il suono di queste campane regolato sulle note musicali produce nell'insieme di tutte un grato concerto.

Le varie dimensioni dell'edifizio diligentemente riscontrate sono le seguenti:

Tutta l'altezza dal suolo, ond'esso si distacca, fino alla sommità dell'ultimo piano, presa dalla parte più elevata, è di: braccia 93 1/3 / metri 54,474

La larghezza della muraglia nella sua base sopra terra è di: braccia 7 – / metri 4,085

Al secondo ordine di: braccia 4 2/3 / metri 2,723

Al terzo ordine di: braccia 4 1/2 / metri 2,626

Agli ordini quarto, quinto, sesto e settimo di: braccia 4 1/4 / metri 2,480

Il diametro del pian terreno dell'interno vuoto è di: braccia 12 3/5 / metri 7,354

Nel restante del cilindro: braccia 13 1/4 / metri 7,733

La sua mirabile declinazione interna della linea perpendicolare è di: braccia 5 5/6 / metri 3,404

E l'esterna sua inclinazione è di: braccia 7 2/3 / metri 4,319

Secondo l'impegno assuntoci nella Parte storica, pag. 41, ci faremo adesso a parlare del più singolar pregio di questa torre, cioè della sua mirabile declività, e tanto più volenterosi, in quanto che appoggiati a fatti incontrastabili, potremo evidentemente dimostrare che ciò fu sola premeditazione ed opera dei valentissimi architetti, e non effetto di casualità per cedimento di suolo, come altri vollero sostenere col solo diffondersi in ragionamenti astratti ed in supposizioni fallaci e contradittorie. Dal cumulo però dei fatti che emersero dalla accurata investigazione di tutte e singole le parti dell'edifizio medesimo, ne trarremo soltanto alcuni dei più concludenti, onde non discostarci dalla concisione che ci siamo proposti fin da principio, e dopo quanto fu spiegato in proposito in altri scritti già da noi resi di pubblica ragione65.

Quindi, accennato che il diametro esterno dell'edifizio è di sole braccia 26 e due terzi, passeremo a distinguere ed a far conoscere i due punti opposti dell'asse, quello cioè della maggiore inclinazione al mezzodì e l'altro ad essa contrapposto al nord. Ciò rendesi necessario, per bene orizzontarsi nelle ulteriori osservazioni. Il primo punto a destra dell'osservatore corrisponde alla linea della facciata della Canonica, l'altro a sinistra alla linea frontale della Residenza Capitolare. Ora la giacitura della fabbrica in base riscontrasi di braccia due e un terzo toscane; ed ammesso che la torre fosse stata eretta in perpendicolo fino al terzo ordine compiuto (come pretendesi in contrario), la superficie del primo ordine dovrebbe assecondare perfettamente l'inclinazione della base; ma quando si verifica la differenza d'oltre a quattro soldi di braccio fra l'altezza del primo ordine dalla parte settentrionale e l'elevazione dal lato meridionale, qual conseguenza se ne dovrà dedurre?

Con questo dato richiameremo l'altrui attenzione all'ispezione interna della fabbrica e domanderemo ragione a quanti opinano pel cedimento del suolo, del perché la finestra o feritoja a diritta di chi entra nel concavo pozzo, e così nel punto preciso della maggior pendenza, si trovi costruita in modo che la linea di direzione della parte superiore, invece di pendere coll'obliquità del campanile, è anzi oppostamente e grandemente inclinata verso la perpendicolare interna, formando con essa un angolo acuto, e viceversa un angolo ottuso colla perpendicolare esterna? Egli è manifesto che dovrebbe anzi essere tutto il contrario. Ma nello stato presente delle cose si risponderà che, prima del cedimento, era più diritta la finestra, o più elevata di quello che è attualmente. Ma di quanto? Forse delle due braccia e un terzo, declivio esterno dell'edifizio? Vedete stranezza! Neppure della metà, neppure del quarto poteva mai essere nelle regole dell'arte. Quindi, a togliere ogni incongruenza, è necessario convenire che a bella posta fu così conformata nell'impianto primitivo della fabbrica, avuto riguardo alla declive giacitura ch'espressamente si era divisato di darle.

Oltracciò facciasi riflessione al grande architrave dell'apertura che mette nell'interno in cui siamo, ché anzi non al solo architrave, ma a tutto il resto del piano o soffitto continuato fin sopra alla porta, vale a dire per tutta la grossezza della muraglia; e lo vedremo non ricorrere coll'andamento generale dell'edifizio, di maniera che le linee verticali, non essendo a squadra colle orizzontali perché alcun poco rialzanti, dimostrano chiaramente esser opera di calcolo ragionato e non di fortuito avvenimento.

S'invitano quindi gli opinatori del cedimento a misurar le bozze delle prime buche dei ponti, le quali qui nell'interno si presentano ora all'altezza di circa cinque braccia dal suolo, onde riscontrino la differenza che passa dall'une all'altre66. Quelle dalla parte in pendenza sono più alte un soldo di braccio delle contrapposte che gradatamente diminuiscono nel mezzo giro, nell'atto che i corsi delle pietre inferiori e superiori si trovano perfettamente eguali da una parte e dall'altra. E' questo un correttivo cui piacque agli architetti di eseguire in principio di fabbrica sulla troppo evidente declinazione della base, nell'ingegnosissimo concetto di sostenere e non spingere verso lo strapiombo. E postché altri correttivi riscontransi superiormente nella gran muraglia cilindrica interna, ne viene che se uno si fa a riguardarla lunghesso il muro dalle due estremità del diametro nel punto surriferito, scorgerà la notevole divergenza delle due lunghissime linee verticali dello stesso cilindro e la loro in varî punti angolata conformazione.

Né qui finiscono i riscontri. Salgasi adesso la prima scala (che non senza ragione fu posta dalla sinistra della porta, invece che dalla destra secondo l'uso comune, onde avere il massiccio in base dal lato sporgente) ed asceso in circa dodici gradini, s'accorgerà l'osservatore di trovarsi nel punto contrapposto alla pendenza67. Quivi, alzando il suo braccio, potrà toccare comodamente colla mano la parte superiore della scala. Proseguendo l'andamento spirale della medesima, perverrà alla superficie del primo ordine, ma prima di giungervi troverà l'altra estremità del diametro, cioè il punto della maggiore inclinazione, il quale resta da circa dieci gradini al di sotto di detta superficie. Non potrà qui toccarsi la parte superiore della scala, stante la sua elevatezza acquistata a poco a poco nel mezzo giro del cilindro. E perché tale diversità? Per l'ingegnosissima veduta degli architetti d'alleggerire la gran macchina col maggior vacuo della scala dalla parte in pendenza e di viepiù rafforzarla oppositamente, bilanciando così i pesi delle pietre e dei cementi. L'istesso magistero si riscontra negli ordini superiori.

A questo luogo cade in acconcio un'altra importantissima osservazione. Misurando le due pareti della scala dall'alto al basso, o per meglio dire le due linee verticali de' due cilindri concentrici che in giro la chiudono, si osserverà una ragguardevole differenza tra una misura e l'altra. Maggiore è lo spazio dal lato pendente, perché la parte soprastante al capo dell'osservatore rialza da quel lato appunto di quasi mezzo braccio nel piccolo tratto della larghezza della scala. Questo è un declive in senso inverso alla inclinata giacitura della fabbrica, lo che spiega evidentemente l'artifizio di voler dare un correttivo e una controforza di sostegno dove apparisce maggiore di mano in mano lo strapiombo o il deviamento della perpendicolare.

Lasciando ora molti altri fatti già conosciuti e non volendo neppure entrare nel ragguaglio d'una serie di nuovi resultamenti, che derivarono dagli scavi praticati nell'interno dell'edifizio dopo la pubblicazione degli scritti su tal particolare, i quali tutti mirabilmente concorrono a sostegno della nostra tesi, ci ristringeremo a riportarne uno essenzialissimo fra questi, sufficiente per sé solo ad escludere qualunque siasi contraria obiezione.

E' già noto che la base dell'edifizio ha un diametro di braccia 26 e due terzi, non compresi li tre gradini che all'esterno lo circondano. L'inferiore, o il più sporgente di questi, si stacca da una fascia marmorea alta circa mezzo braccio per ogni lato, la quale posa sopra riseghe o scaglioni facienti parte del fondamento della fabbrica. Le grandi colonne del primo ordine sono incastrate per un quarto di braccio nella muraglia e stanno coll'imbasamento sullo scalino superiore, il più aderente alla grande parete cilindrica68. Questa parete essendo della spessezza di braccia sette per ogni parte, il diametro interno si ristringe a sole braccia 12 e due terzi. E' ora da avvertirsi che l'antico lastrico del piano interno per tutta la grossezza del muro, o per tutto il vacuo corrispondente alla porta d'ingresso, era primitivamente a livello del detto scalino superiore; e da questo livello staccavansi i pilastrini o stipiti della porta medesima69. Questo lastrico marmoreo insinuandosi internamente in giro nella grande muraglia cilindrica, come ognuno fu al caso di riscontrare, e sporgendo per due dita in tutto il diametro, si vede formare una fascia o scamillo dell'altezza di un quarto di braccio, sotto alla quale conobbesi ricorrere altra fascia marmorea egualmente sporgente di due dita dalla sopraindicata e della stessa altezza e tornitura. E tutto questo, che videsi essere il fornimento in base della grande parete cilindrica interna dell'edifizio medesimo, fu con sommo dispiacere di non pochi cittadini delle patrie cose zelantissimi ricoperto con smalto, a insinuazione, dicesi, dello stesso architetto dei restauri, propugnatore conosciutissimo della vieta e screditata opinione del fortuito avvallamento di suolo.

Non sarà qui fuor di proposito l'accennare che quet'ultima fascia si va staccando da riseghe che si dilungano dalla parete per circa due braccia in giro, il di cui muramento fatto alla rinfusa,e che mostra di non aver sofferto alterazione veruna, va poi giù in linea verticale a guisa di pozzo ripieno di terra. Ché anzi la superficie di queste stesse riseghe dalla parte pendente dell'edifizio ha un declive in opposta direzione, cioè a dire verso il centro. E tutto ciò non equivale, o per meglio dire, non è più che iscrizioni e memorie?

Dopo il fin qui detto verrò alla conclusione, facendo osservare, cosa essenzialissima, che il declive esterno dell'edifizio in base dal nord al mezzogiorno è di braccia due e un terzo crescenti, o si consideri dalla fascia, ovvero dagli scalini; e il declive interno, ricercato per la stessa direzione da una delle due sopraindicate fasce marmoree, non è che di soli due terzi di braccio. Ora dunque se la fabbrica fosse stata eretta in perpendicolo, perché mai nel preteso laterale avvallamento successivo la declività esterna non ha mantenuto il suo parallelismo colla interna? Quale ragione addurrassi di un fatto cotanto straordinario da non potersene citare un eguale o consimile dacché l'arte edificatora è in uso fra gli uomini, vale a dire fin da quando cominciarono a congregarsi in civile società? E in ogni modo come poteva accadere una divergenza d'oltre e mezzo in un sì ristretto diametro? Ché anzi non ne consegue che gli architetti, con tale operato in principio di fabbrica sulla linea orizzontale, procurassero poi di regolare le pareti in modo che nell'interno si avesse una divergenza minore che all'esterno, come ha senz'altro, sulla linea perpendicolare?

A tali dimostrazioni di fatto aggiungendo una qualche riflessione per via di congettura, diremo che nella ben ideata ed eseguita costruzione della torre pisana concorrono gli estremi richiesti di solidità e di equilibrio tra la verticale e la base, onde stabilire per teoría, che dovea naturalmente sorreggersi senza pericolo di ruina e che questa non potrà mai avvenire, finché la linea di direzione che passa pel suo centro continuerà a mantenersi nello spazio compreso tra le fondamenta. In séguito di che domanderemo agli opinatori contrari, come presumano di far credere e convincere altrui, che trovandosi la nostra torre nell'atto di precipitare, siasi precisamente arrestata nel punto decisivo del bilico necessariamente voluto per poter sostenersi in piedi, oltrepassando il quale d'un pe1o era certa e inevitabile la sua caduta? Per ammettere la coincidenza di questo punto colla repentina fermata dell'edifizio cadente, bisognerebbe davvero ritraersi col pensiero ai tempi ne' quali gl'incantesimi erano in voga, perché ripugna assolutamente alla ragione il persuadersene, lasciando anche da parte il riflesso, che nessuna forza naturale avrebbe potuto rattenere sì grandiosa pesantissima mole nel movimento preso pel violento sbilancio cagionato dalla súbita mancanza di sostegno. Domanderemo ancora se credano in retto criterio che ciò possa fisicamente succedere? Se, e quali esempii vi sieno di altre fabbriche isolate ed enormi come questa, che siensi piegate e sostenute a così prodigioso strapiombo, senza aver dato verun indizio di sconcerto nelle sue parti, a segno di arrischiare che per altra metà si prolungassero dopo lo strano tracollo? E finalmente domanderemo, come possa credersi che la gravità del centro abbia potuto reagire sulle parti od estremità lontane di un fondamento così costruito, in conseguenza della non risentita pressione? Come anco le parti sporgenti e più fragili siano calate senza guastarsi? E come supporlo per gli scalini non gravitati, e che veggonsi colà intatti e senza veruna sconnessione o frattura ?

E postoché gli oppositori alla premeditata pendenza han fatto tanto caso di un foro, che per tutta la spessezza della muraglia riscontrarono di qualche braccio al di sotto della superficie del primo ordine dal lato orientale, compiacendosi arzigogolare che fosse un canale destinato allo scolo delle acque che potessero introdursi sul piano di una supposta volta all'altezza di circa due terzi del primo ordine, così non finiremo senza richiamare ad una breve ed ultima considerazione. Egli è mai presumibile, che un foro prolungato per oltre sette braccia in una muraglia voluta da essi stessi costrutta a opera persa!!! dovesse servire allo scolo delle acque di una volta non mai esistita, mentre prima di giungere al suo emissario sarebbesi diffusa per gl'interstizii dello stesso muramento; tanto più che asseriscono trovarsi il detto foro perfettamente orizzontale nella sua lunghezza? E perché non avvedersi, che tale lunghissimo pertugio era destinato a contenere con più probabilità una qualche solidissima traversa di legno o di ferro per alzare più facilmente, tanto all'esterno come all'interno, i materiali occorrenti alla prosecuzione dei lavori? Ed in vero, questo era il punto più confacente a tale oggetto70.

Emergendo pertanto dalla osservazioni testé allegate una prova inconcussa del premeditato concetto degli architetti, si tiene fiducia che gli opponenti, ormai vinti dal complesso delle incalzanti ragioni, renderanno un tacito omaggio alla verità, il che ridonderà in lor onore, ben più che coll'ostinarsi in una ipotesi presso l'universale screditata e che assolutamente non meritava d'essere sul serio combattuta71.

Il Campo–santo. Dopo la descrizione dei tre sopraindicati insigni edifizii, prenderemo ora a considerare l'augusto monumento, cui pietoso e magnanimo pensiero destinò a serbare le ceneri onorate dei virtuosi cittadini, monumento qualificante il genio e la splendidezza della pisana repubblica, monumento ancora ove trionfano le arti belle e che giustamente si annovera fra le più mirabili opere dell'ingegno umano.

Vogliono i cronisti che un sì magnanimo concepimento si risvegliasse nell'animo dei Pisani (siccome accennammo nella Parte storica a pag. 44) sul cadere del secolo XII, allorché l'arcivescovo Ubaldo de' Lanfranchi, ritornando da una spedizione fatta dalla repubblica in Sorìa, recava seco entro le navi una quantità considerevole di terra estratta dal monte Calvario e collocavala in quello spazio di suolo ove molti anni appresso si eresse la fabbrica di cui attualmente si favella.

Un'autentica iscrizione, inserita al di fuori nell'arcata a destra del principale ingresso, ci assicura che essa ebbe il suo principio nel 1278, essendo arcivescovo Federigo Visconti, col disegno e direzione dell'insigne scultore ed architetto Giovanni Pisano. Dalla notizia poi somministrata dal Vasari, che Giovanni, finita quest'opera nel 1283, si portò presso al re Carlo di Napoli, dove fece il Castel Nuovo, argomentasi a ragione che soli cinque anni occorsero per l'esecuzione di sì grandioso lavoro. Se non che nell'interno altra iscrizione infissa a un pilastro, che guarda lo sterrato di faccia alla porta principale d'ingresso, ci manifesta che l'ornamento di alcune arcate rimaste imperfette fu eseguito nel 1464, in tempo dell'arcivescovo Filippo De Medici.

Nulla può immaginarsi di più austero e più semplice dell'esterna sua architettura, diceva un egregio scrittore trattando ampiamente di questo monumento72. E bene avvisavasi che tale è infatti, qual si conviene a fabbrica di simil genere: è in armonìa pienissima, in proporzione adequata a compiere il quadro ammirabile di quei capi d'opera, che in piccol giro contiene.

La sua pianta è di figura rettangolare ed eccone le dimensioni esterne:

Lunghezza totale: braccia 222 / metri 129,572

Larghezza: braccia 76 / metri 44,358

Altezza: braccia 24 / metri 14,007

Giro di tutto l'edifizio: braccia 596 / metri 347,861

La sua facciata meridionale è scompartita in 44 pilastri ad uguale distanza fra loro, sopra dei quali voltano 43 arcate semicircolari di bella forma e, sopra ciascun punto di riunione degli archi, è collocata una testa di variata figura. Fino è l'intaglio dei capitelli e delle cornici, esattamente congiunte le lastre di marmo che tutta rivestono questa lunga parete ed i tetti grandiosamente ricoperti di piombo.

Per due porte si apre l'ingresso all'edifizio. La principale è ornata al di sopra di un tabernacolo di marmo sul far gotico–moderno, contenente sei statue, fra le quali la Madonna col Bambino, e lo stesso architetto Giovanni che la scolpì colle altre figure e che amò di quivi ritrarsi genuflesso dinanzi alla medesima.

Non è alcuno che all'entrare in questo sacro recinto non sia compreso da venerazione e diletto, dappoiché l'attenzione è rapita nell'insieme di tante bellezze resultanti dall'ampie logge, dagli archi soavi, dalle leggiere colonne, dal corredo delle memorie qui entro raccolte di tanti valorosi, dal numero grande di sarcofagi antichi ed in bell'ordine disposti e dalle stupende pitture che ne decorano le interne pareti.

Colla preziosa riunione di tanti oggetti, ha qui l'antiquario di che appagare l'erudita sua curiosità ed ha qui l'artista di che animare il genio e ritrar vantaggio pe' suoi studii. Le opere infatti dei primi maestri della pittura, come lo erano appunto Giotto, Buffalmacco, gli Orgagna fiorentini, Simone Martini e Pietro Laurati sanesi, Antonio Veneziano, Spinello Aretino, Pietro da Orvieto ed in séguito il fiorentino Benozzo Gozzoli, sono per noi come una viva e parlante istoria dei progressi della pittura in quella età. Lo sono egualmente per la scultura le molteplici opere sì d'antico che di moderno scarpello.

E qui ci sia permessa una breve digressione, onde rendere i dovuti encomii al benemerito Conservatore di questo luogo, al cav. che fu Carlo Lasinio. Si acquistò egli il più giusto titolo alla riconoscenza degli amatori dell'arti belle, non solo per lo zelo instancabile e per le avvedute cure colle quali andò riparando o prevenendo, per quanto è dato all'umana industria, le ingiurie con cui la mano distruggitrice del tempo si esercita su queste pareti, ma eziandìo per l'accrescimento di ragguardevoli pezzi di scultura sì degli antichi che dei men remoti tempi, preservati dal guasto o dallo sterminio che li minacciava. Sopra a duecento furono i monumenti che gli riuscì di riunire in questo vasto recinto, raccogliendoli in parte da varî luoghi della città e della provincia, ov'erano meno osservati, ed in parte dalla generosità di alcuni benemeriti individui, i quali, per impulso di patrio amore ed eccitati non meno dal suo lodevole esempio, concorsero ad arricchirne questa rara collezione.

La forma dell'edifizio è internamente un parallelogrammo e racchiude nel mezzo un'area di terra divisa in tre parti, destinata un tempo a cimitero comune. Quest'area ha intorno quattro corridoî o loggiati, che prendono luce per sessantadue arcate rotonde, ventisei per ogni lato maggiore e cinque per ogni lato minore, le quali voltano su capitelli intagliati di sessantasei gran pilastri congiunti per mezzo di solido imbasamento; e su ciascuno dei capitelli, dove gli archi s'incontrano, è situata una testa di marmo varia di scultura, d'abbigliamento e di carattere. Il divisato ordine architettonico per mezzo di sei arcate apre l'ingresso allo sterrato ed in ciascuno spazio di tutte le altre, sopra l'indicato imbasamento, appariscono pilastrini intermedii ai pilastri maggiori e sottili colonne sostenenti altri più piccoli archi a sesto acuto, conforme allo stile di quella età. La materia è tutta di marmo bianco con fasce cerulee, di marmo altresì è il pavimento dei corridoi ove sono più di seicento sepolture appartenenti a private famiglie e corporazioni pisane, che ne cessarono l'uso da oltre sessanta anni, concedendosi ora soltanto per eccezione e riguardo agli uomini distinti per qualche titolo di merito eminente il privilegio d'esservi seppelliti.

Eccone le misure interne:

Lunghezza: braccia 217, metri 126,654

Larghezza: braccia 72, metri 42,023

Giro: braccia 578, metri 337,355

Ogni corridore largo: braccia 18, metri 10,505

L'area di mezzo lunga: braccia 181, metri 105,642

" larga: braccia 36, metri 21,011

" in giro: braccia 434, metri 253,308

Facendoci adesso a narrare i soggetti delle pitture che adornano i quattro lati del parallelogrammo, incominceremo il giro a destra rivolti al principale ingresso; e si procederà in maniera che il riguardante resti informato d'ogni reparto di pittura e alternativamente dei migliori marmi scolpiti o scritti, non tanto respettivamente sottoposti, che situati di fronte sulla base del marmoreo loggiato e così in un solo giro, di mano in mano che si presenteranno allo sguardo.

Scompartimento superiore.

LA CONVERSIONE DI SAN RANIERI DI SIMONE MEMMI

Dopo che il Memmi ebbe dato per saggio del suo valore pittorico ai Pisani l'Assunzione al cielo di M. Vergine, che vedesi sopra la porta dalla quale s'imprendono le descrizioni, si fece a dipingere questa prima istoria del beato Ranieri.

Offresi a destra del quadro il giovanetto nell'atto di sollazzarsi tra vaghe femmine, suonando un istrumento che sembra un saltero, mentre una matrona sua consanguinea lo avverte del passaggio per quella strada di un uomo di santa vita, chiamato comunemente il beato Alberto, e lo istiga a portarsi dietro a quell'Angelo di Dio, come tanti altri facevano. Abbandonata la lieta compagnia, si diede infatti Ranieri a seguitarlo verso il convento di s. Vito, ove abitava, ed inginocchiatosegli davanti sulla porta (come vedesi a sinistra del quadro), gli si offerì per seguace. Trovasi pur anche a sinistra rappresentato l'interno della detta chiesa con Ranieri in orazione ed il Salvatore che gli apparisce e gli rende la vista perduta dal troppo aver pianto i suoi peccati. E' da notarsi in questo quadro certa bell'aria nelle teste e la foggia di vestire analoga ai tempi, a malgrado dei molti ritocchi eseguitivi dai fratelli Melani.

(Vedasi per questo autore la continuazione al compartimento intitolato: s. Ranieri prende l'abito di Eremita; e all'altro: Miracoli di s. Ranieri).

Scompartimento inferiore.

RITORNO E MIRACOLO DI S. RANIERI DI ANTONIO VENEZIANO

Dopo che il pittore di Madonna Laura, l'amico del Petrarca, ebbe dipinto nei tre superiori compartimenti (uno dei quali già descritto) la progressiva storia del B. Ranieri fino agli ultimi anni da lui passati in Palestina, fu chiamato dai Pisani Antonio Veneziano a continuarne i fatti nei tre quadri sottoposti.

E rifacendoci dal primo, diremo che la parte destra, ora quasi perduta, rappresentava il B. Ranieri allorquando portavasi all'imbarco pel suo ritorno in patria. Alla nave tuttora superstite, nella quale Ranieri a Pisa si riconduce, ne seguita il prodigio da lui operato in Messina, allorché addita il demonio in forma di gatto sopra una botte ad un oste grasso, come colui che lo istiga al mal fare. Infatti, avendo mescolata l'acqua col vino, come gli dimostra il Santo, facendosene mescere una porzione nel grembo della schiavina, e passato il vino a traverso di quella, resta soltanto nel grembo l'acqua. Alla sinistra del quadro ci si offre il santo pellegrino seduto a mensa coi Canonici del Duomo. Assai ben condotte negli atteggiamenti, nella maniera dei panni, nella varietà delle teste, sono le figure in quest'opera d'Antonio.

(Vedasi per questo autore la continuazione al compartimento intitolato: Morte di s. Ranieri; e all'altro: Miracoli di s. Ranieri morto).

Monumenti di Scultura antica e moderna.

Onde non segua confusione, abbiamo creduto opportuno di servirci del carattere delle note per l'indicazione dei monumenti sottoposti ad ogni compartimento delle pitture, come per quelli situati di fronte alle medesime. Un leggero lineamento separerà i primi dai secondi.

1. Tre testine, una di stile romano, l'altre di vecchia scuola pisana.

2. Figura d'Ercole avente un piccolo leone nella destra mano, clava e pelle di leone nella sinistra ed ai piedi una leonessa con uno de' suoi parti. Opera del basso tempo, d'anotomia esagerata.

3. Urneola cineraria di stile romano, destinata un tempo a contenere le ceneri di Cominio Ermedo. Le serve di base una statuetta del secolo XIII.

4. Marmo intagliato a rosoni, fogliami e figure contenute in piccoli dischi. Lavoro del secolo XI.

I. Sarcofago di bello stile greco, nella cui fronte vedesi espressa una festa di divinità marine. Con simili rappresentazioni gli antichi designar vollero i piaceri dei defunti nei campi elisii.

5. Urna cineraria etrusca in alabastro, con coperchio di tufo.

Di faccia sul marmoreo imbasamento delle pareti arcuate.

XLIV. Sarcofago in marmo striato del buon tempo romano, con leoni ai lati divoranti due cavalli. Allegoria della morte inesorabile che tutto distrugge.

LL. Epigrafe onoraria alla memoria di Niccola e Giovanni scultori ed architetti pisani, veri restauratori delle belle arti in Italia, morti l'uno nel 1280 e l'altro nel 1320. Fu loro dedicata dal già Conservatore cav. Lasinio in segno di riverenza a sì grandi artisti.

XLV. Sarcofago di antico lavoro romano, con cartella sostenuta da genii volanti. Ai lati amorini con faci accese. Servì poi di tomba a Francesco figlio del famoso Uguccione della Faggiola, morto alla battaglia di Montecatini nel 1316.

KK. Iscrizione per Lorenzo Conti, dotto giureconsulto genovese, morto nel 1606.

NN. Memoria al celebre Pietro Angelio da Barga, detto comunemente il Bargèo, oratore distinto ed autore del pregevole poema latino intitolato la Siriade: morì nel 1596.

Scompartimento superiore.

S. RANIERI PRENDE L'ABITO D'EREMITA DI SIMONE MEMMI

Cinque avvenimenti trovansi qui affollati, accaduti in disparati luoghi e tempi. A destra del quadro vedesi il B. Ranieri, imbarcatosi per Terra–santa, che nell'aprire una cassa per trarne danaro sentì esalare un fetore insopportabile senza rinvenirne la cagione, lo che tiene per un segno di non doversi allettare delle cose terrene. Poscia, giunto in Joppe, scorgesi genuflesso in orazione; quindi nel mezzo, quando veste l'abito d'eremita; e quando distribuisce ogni suo avere ai poveri. E finalmente è espressa una visione occorsa al medesimo nella città di Tiro.

Scompartimento inferiore.

LA MORTE DI SAN RANIERI DI ANTON VENEZIANO

In due sole scene è diviso il presente scompartimento, gravemente adesso danneggiato dal tempo. Nella prima è rappresentata la morte del Beato avvenuta in s. Vito, ove erasi ritirato dopo il suo ritorno da Gerusalemme; e sopra il tetto della chiesa è figurato il suo spirito nell'atto di salire al cielo. La seconda parte rappresentava il treno funebre, con cui il corpo del Santo era condotto dai canonici e dal clero alla Cattedrale, di cui non restano che poche tracce, per essere caduto l'intonaco.

6. Piccola statua rappresentante un Apostolo. Scuola pisana del secolo XII.

7. Fregio del buon tempo romano, nel quale si vedono delfini, tridenti ed altri segni simbolici, e che probabilmente appartenne a un tempio di Nettuno.

8. Marmo a rosoni e foglie del tempo basso.

II. Sarcofago indicante un'aspra battaglia. Gran moto ed energia e buone attitudini nei combattenti. Lavoro di scarpello romano, molto danneggiato dal tempo. Sopra vi posa una statuetta marmorea di s. Pietro, opera di Giovanni Pisano, meritevole di segnare epoca nella storia delle arti.

9. 10. Due statuette della buona scuola pisana.

XLVI. Sarcofago a strie vermiculate con scudo nel mezzo, ove sono due busti, forse di coniugi.

XLVII. Sarcofago striato. Nei laterali sono due scudi incrociati, i quali meritano attenzione per la forma e l'ornamento.

Scompartimento superiore.

MIRACOLI DI S. RANIERI DI SIMONE MEMMI

Si vede a destra il Santo nella città di Nazaret assistere in un tempio alle divine preci, e il demonio che tenta distornelo. Quindi si vede trasportato in alto senza ch'ei cessi dalla preghiera, per cui il demonio tutto dolente si parte, cuoprendosi la faccia colle mani. A sinistra ci si mostra l'istante in cui chiede ai religiosi del santo Sepolcro d'essere ammesso fra gli operai del convento. Un poco più a destra, il demonio che lo perseguita con sassi. Nel mezzo del quadro, quando postosi in viaggio per visitare il monte Tabor, mansuefece due pantere col segno solo della croce e quando, giunto al luogo desiderato, poté contemplare in estasi il divin Redentore fra Elìa e Mosè. E nel confine è rappresentato il miracolo di satollare molti individui con un solo pane.

Scompartimento inferiore.

MIRACOLI DI S. RANIERI MORTO DI ANTONIO VENEZIANO

Di questo quadro non restano ora che soli frammenti. Diviso in due scene, vedevasi nella prima un numero di persone intorno al corpo del Santo, nella speranza alcune di riacquistare la sanità ed altre per ringraziarlo dei benefizii ricevuti. Nell'altra mostrasi una nave condotta a salvamento in mezzo ad una fiera burrasca, col solo avere un pisano invocata l'assistenza di S. Ranieri.

11. Urneola cineraria romana con iscrizione e varî ornati, servita per Scribonia Edone e Tampio Ermero. Due grifi stanno negli angoli.

III. Fronte di un antico sarcofago di buono stile romano, rappresentante una caccia. Castore e Polluce, divinità propizie agli estinti, si vedono alle estremità.

12. Altra urna cineraria con teste d'arieti e colombe, sopra ad un capitello antico.

13. Colonnetta con piccolo erma a due facce.

IV. Sarcofago indicante festa di divinità marine di buon lavoro antico. Sopra vi posa un busto di Giunio Bruto d'eccellente scarpello.

A. Urna a guisa di piramide, in cui furono deposte nel 1557 le ossa di Vanni e d'Jacopo d'Appiano; quest'ultimo una volta signore di Pisa.

XLVIII. Sarcofago romano in marmo striato di forma ovale, con due figure umane ai lati in atto di dominare due leoni.

Seguitando l'ordine delle pitture, si trovano sei storie dipinte sul cadere del secolo XIV da Spinello di Luca Spinelli d'Arezzo, delle quali le tre inferiori sono quasi affatto perite. Noi parleremo soltanto delle tre superstiti.

Scompartimento superiore.

PRESENTAZIONE DI S. EFESO ALL' IMP. DIOCLEZIANO DI SPINELLO ARETINO

Questo quadro è suddiviso in tre spartimenti. Nel primo è raffigurato il giovinetto Efeso, quando viene presentato dalla madre all'imp. Diocleziano, il quale trovavasi in Antiochia; il secondo, allorché vestito da guerriero riceve dallo stesso Cesare il bastone del comando per andare contro i Cristiani; e nel terzo, allorquando postosi in cammino gli appare il Signore e gli comanda di non perseguitare la sua santa fede.

14. Colonnetta con sopra una piccola statua di una Vergine sculta da fra Guglielmo Agnelli.

15. Urneola cineraria romana.

V. Frammento di sarcofago in marmo pario, contenente un medaglione con mezza figura muliebre che rappresenta forse una madre di famiglia. Drappello di femmine da un lato in atto di ossequio, dall'altro una greggia che verso lei si dirige, con pastore che tiene una pecorella in ispalla.

16. Bassorilievo di Tommaso Pisano ricordante la pace fra due potenti famiglie pisane Upezzinghi e Donoratico per mezzo di sponsali.

17. Urna romana per le ceneri di Zotone Corinto, elegantemente intagliata con sfingi, mascheroncini e satiri.

18. Piletta con caratteri semigotici del 1283.

VI. Sarcofago di buono stile antico, in cui si vedono quattro Nereidi sedute con grazia sopra il dorso di varî Tritoni in seducenti attitudini. Stavvi sopra un capitello con otto teste di variata bizzarria, lavoro del IX o X secolo, a sostegno di una statuetta marmorea di s. Chiara, della scuola pisana.

B. Urna quadrilatera con scorniciature e colonnette a spirale.

XLIX. Sarcofago striato, con genii tenenti fiaccola rovesciata all'estremità, e col solito emblema del pastore colla pecora, indizio di cristiana costumanza.

Scompartimento superiore.

COMBATTIMENTO DI S. EFESO CONTRO I PAGANI DI SARDEGNA DI SPINELLO ARETINO

A sinistra del quadro è figurato l'arrivo di sant'Efeso in Sardegna, il quale vedesi a cavallo colle mani giunte in atto di ascoltare la voce del Signore. E poco più avanti, quando lo stesso Efeso riceve dall'Angelo degli eserciti lo stendardo della Fede. Tutta questa scena sembra indicata dal pittore sulle rive di un fiume verso la spiaggia del mare. A sinistra è rappresentata una battaglia fra il santo Capitano, assistito dall'Angelo del Signore, contro i Pagani di Sardegna.

19. Piletta antica con teste, di scuola pisana.

VII. Frammento di sarcofago, ove sono scolpiti due putti che reggono un festone di frutta; e più due figure esprimenti probabilmente Adone con Venere addormentata.

20. Frammento di sarcofago infilato nel muro, esprimente un ritorno dalla caccia, o un simbolo di morte dei gentili, cioè un carro rusticale con sopra una grossa fiera tirato da bovi curvati sotto il peso, in naturale e ben intesa azione.

VIII. Frammento di altro sarcofago di eccellente greco lavoro, rappresentante uno dei consueti trionfi di Bacco con Arianna.

21. Fregio bellissimo d'antico scarpello romano, sculto a ornato.

22. Busto in marmo ed iscrizione onoraria del cav. Gaetano Savi, professore esimio di botanica nel pisano Atenèo, morto nel 1844.

23. Gruppo che sembra rappresentare l'Evangelista s. Giovanni, con a lato gli emblemi allusivi agli altri Evangelisti.

L. Sarcofago in marmo semplice.

LI. Sarcofago striato del basso tempo romano. Dentro a un tempietto sono rappresentati Amore e Psiche, i quali credevasi dagli antichi alludere all'unione dell'anima al genio, ed al platonico circolo delle anime.

Scompartimento superiore.

IL MARTIRIO DI SANT'EFESO DI SPENELLO ARETINO

Tre fatti sono espressi in quest'ultimo quadro di Spinello. Il primo, quando il Santo, scoperto cristiano, è presentato al Pretore di Sardegna, che lo condanna alle fiamme. Il secondo quando è nella fornace ardente, ove orando al Signore rimane illeso, mentre le fiamme si avventano contro gl'iniqui esecutori . E il terzo infine quando fu decollato e recata la sua anima in cielo dagli Angeli.

Nei tre spartimenti sottoposti si era da Spinello rappresentato il martirio di s. Potito e la traslazione dei due santi dalla Sardegna a Pisa, delle quali pitture non rimangono che piccoli frammenti.

IX Il soggetto mitologico scolpito nella presente arca sepolcrale, de' bei tempi romani, si riferisce all'innamorata Diana, che scesa dal cocchio va a ritrovare Endimione nel sonno immerso.

24. Urna etrusca con suo coperchio di donna giacente. Scultura in tufo esprimente un combattimento degli Arimaspi contro i Grifi.

25. Memoria per Giacomo Barzellotti senese, autore di varie opere e professore di medicina nella pisana Accademia. morto nel 1843. E' sormontata da un medaglione circoscritto da un serpe, simbolo dell'eternità, contenente l'effigie in profilo dello stesso professore. Fu eseguito da B. Mori aretino.

26. Tronco di colonna sculta a rosoni ed arabeschi. Sopra vi stanno due statue unite, un s. Francesco ed un individuo in ginocchio di casa Doncoratico. Facevan parte del grandioso mausoleo di questa famiglia.

LII. A guisa di tempio è conformato questo sepolcro a striscie vermiculate e con porta chiusa. Nelle imposte sono sculti quattro genii, due con fiaccole in alto, due con faci rovesciate: i primi rappresentanti forse i genii nuziali, gli altri quelli della morte e del sonno.

Dopo la seconda porta d'ingresso si ammiravano un tempo sei bellissime opere di Giotto eseguitevi nei suoi più begli anni, riferentisi ai fatti principali del libro di Giobbe. Quattro di esse sono ora sgraziatamente perdute, due in prossimità della porta d'ingresso, e due in fondo alla parete. Delle altre due storie di mezzo, significanti le sventure di lui, faremo parola dopo la indicazione dei monumenti situati tanto al di sotto, che di faccia ai detti primi stonacati riquadri.

27. Statua di una Madonna col Putto solamente abbozzata.

AA. Monumento eretto al cav. Andrea Vaccà Berlinghieri professore esimio di chirurgìa nella patria Università, morto nell'anno 1826. E' questo un debito di riconoscenza nazionale pagato al benefattore dell'umanità, e in particolare al benemerito cittadino. Rappresentasi in questo marmo la storia del vecchio Tobìa, quando viene risanato dalla cecità per opera del proprio figlio, ritornato dal suo viaggio in compagnia dell'Angelo che gli fu guida ; con che il celebre scultore danese cav. Alberto Thorwaldsen, dimorante in Roma, intese a figurare, sotto il velo allegorico di questa guarigione miracolosa, la somma prestanza del Vaccà nell'arte chirurgica.

28. 29. Figure di quattro profeti e del Salvatore, che adornavano il distrutto pulpito del Duomo, situati di recente con male inteso intendimento fuori della linea degli altri oggetti marmorei, cioè in alto sul reparto stonacato delle pitture.

30. Monumento innalzato a Giuseppe Morosi di Ripafratta presso Pisa, celebre meccanico, morto nel 1840. Oltre la sua effigie scolpita in medaglione, vedesi in bassorilievo espressa la fama a proclamarne le gesta, lavoro d'Innocenzo Fraccaroli veronese.

BB. Cenotafio in marmo di Carrara eseguito in Pisa da Michele Wan–lint, rappresentante un genio che addita le opere scritte del conte Vincenzo Marulli de' duchi d'Ascoli, patrizio napoletano, morto in Pisa, ed in questo luogo sepolto nel 1808.

LIII. Sarcofago de' bassi tempi, rappresentante una caccia.

LIV. Sarcofago striato di forma ovale, con due leoni ai lati nell'atto di divorare due capretti. Imitazione dall'antico per opera di Biduino artefice pisano del secolo XII, come apparisce dall'iscrizione latino–italiana apposta nelle due cornici superiore e inferiore, che è uno de' monumenti più antichi della lingua volgare.

Scompartimento superiore.

LE SVENTURE DI GIOBBE DI GIOTTO

Secondo il fare degli antichi pittori, contengonsi qui riunite più storie in un solo compartimento. Il demonio, allorquando si fa innanzi al Signore, onde ottenere la facoltà di perseguitare il santo Giobbe negli averi e nel parenti; e quindi la crudele strage che fanno i Sabèi, concitati dal demonio che vedesi in aria, dei custodi degli armenti di Giobbe, eccetto uno che recar doveva al sant'uomo l'infausta notizia. La scena a sinistra, quasi totalmente rovinata, dimostrava l'esterminio del resto delle mandre e dei pastori di Giobbe, per mezzo del fuoco gettato dallo stesso nemico infernale.

Scompartimento inferiore.

GLI AMICI DI GIOBBE DI GIOTTO

Semplice e maestosa è la composizione di questo quadro diviso in due parti. Nella prima vedesi Giobbe ignudo, ulcerato da capo a piè sotto una diruta capannella, e i tre amici con numeroso séguito d'uomini e di cavalli, che tentano la sofferenza di lui con ingiuste rampogne. Nella seconda scorgesi l'apparizione del Signore ai tre amici di Giobbe, onde ammonirli di purgarsi con un sacrifizio del non aver parlato con rettitudine dinanzi al suo servo; e quindi la marcia dei loro seguaci, che conducono gli armenti al sacrifizio.

31. Statuetta di scuola pisana, rappresentante una Monaca.

32. Bassorilievo in marmo, che per lo stile si annunzia per uno de' più bei lavori del secolo undecimo. Rappresenta il Redentore sedente, circondato da zona ornata di minuto intaglio, ed i Simboli dei quattro Evangelisti distribuiti simmetricamente. E' opera di uno scultore chiamato Bonamico. Sopra vi posa piccola figura sedente del re David.

33. All'architetto e scultore Tommaso Pisano devesi il presente marmoreo lavoro del secolo XIV, esprimente sotto un trono o tabernacolo di gotica maniera la Madonna col Bambino attorniata da Angioli, ed in altri sei tabernacoletti altrettante statuette di varî santi. In basso è un fregio che rappresenta i fatti principali della vita di G. C.

34. Statuetta di scuola pisana.

X. Sarcofago di stile romano esprimente la caccia di Meleagro e dei cinghiale caledonio.

LV. Sarcofago striato del basso tempo romano.

FF. Memoria per l'egregio professore di Chimica Antonio Branchi, morto nel 1810.

LVI. Sarcofago di stile etrusco, osservabile pel suo coperchio, che mostra la maniera di costruire gli antichi tetti con le antefisse o scolatoi. Sugli angoli ha maschere sceniche.

F. Memoria per Sebastiano Paolini di Firenze, datario pontificio, morto in Pisa nel 1609.

FF. Simile per Gaudenzio Paganini di Poschiavo, insigne giureconsulto, morto nel 1649.

Siamo ora di fronte ai due ultimi scompartimenti delle pitture di Giotto, delle quali non restano che miseri avanzi di replicati restauri. Anche Nello di Vanni pittore pisano avrebbe proseguito, al dire di alcuni, le storie di Giobbe.

35. Iscrizione ed effigie dell'avvocato Giov. Battista Fanucci pisano, morto nel 1834, autore di dotti scritti, fra i quali la Storia dei tre celebri popoli marittimi dell'Italia, Pisani, Genovesi e Veneziani ec.

36. Tronco di figura colossale in marmo greco, rappresentante un console romano. CC. Deposito del conte Francesco Algarotti, filosofo e letterato insigne, morto in Pisa nel 1764. Il presente mausoleo fu innalzato col disegno di Mauro Tesi e Carlo Bianconi architetti bolognesi per servire alla volontà del defunto, e non a spese di Federigo II re di Prussia, come fu da molti creduto. La statua giacente (in cui viene rappresentata Minerva come dea delle scienze) e gli altri relativi emblemi furono scolpiti dal Cibèi di Carrara.

37. Torso d'antica statua senatoria romana, conforme a quello contrassegnato di N. 36.

38. Memoria infissa nell'alto della parete, con busto in marmo sculto da Paolo Folini di Pietrasanta, riferente a Francesco Antonio Puccinelli di Pescia, idraulico e matematico insigne, gran priore dell'Ordine de' Cavalieri di s. Stefano, morto nel 1808.

39. Monumento eretto alla memoria di Teresa de' conti Wratislaw di Praga, vedova Pozzo di Borgo, morta nel 1830. Rappresenta la stessa defunta nell'atto di donare la sua veste ai poveri che le stanno appresso. Fu eseguito di E. Wan–lint.

Le moderne pitture che tutta ricuoprono la parete occidentale, la quale riunisce i due lati di tramontana e di mezzogiorno, nulla presentano d'interessante; cosicché solo accenneremo il fatto principale, per non mancare all'ordine divisato. Prima però crediamo opportuno di ripetere che commendabile oltre ogni dire ci sembrerebbe il divisamento di far del tutto cancellare a bianco le teatrali e mal condotte pitture che qui si vedono, e di dare l'incarico ad artisti fra i migliori dell'età nostra di ridipingere le pareti con fatti della Bibbia, ovvero con avvenimenti patrii di storia sacra e profana. E sarebbe questo proponimento un ottimo pensiero da mandarsi ad effetto, perocché, mentre si porrebbero in lodevole gara i moderni pittori cogli antichi più distinti, accrescerebbesi viemaggiormente l'interesse, che per tanti altri titoli inspira sì ai nazionali che agli stranieri un luogo così venerando.

STORIE D'ESTER

I primi due scompartimenti d'Agostino Ghirlanda da Carrara rappresentano i fatti della regina Ester, ove riportati sono molti ritratti, e quelli segnatamente di Cosimo I gran–duca di Toscana, del duca d'Urbino, che è quello con un turbante in testa, e di Carlo V imperatore, che è la figura a cavallo appresso al detto duca.

40. Bella testa di leone, scultura greco–romana.

DD. Monumento coll'effigie del conte Francesco del Testa, morto nel 1824, scolpito da Tommaso Masi.

EE. Arca sepolcrale del rinomato giureconsulto Giov. Francesco Vegio pavese, morto nel 1824. Sull'urna giace il di lui simulacro sculto dal Tadda fiorentino.

41. Tronco di colonna antica di granito di Egitto, con sopra un gran vaso etrusco di marmo.

XI. Il gran sarcofago striato, posto sul suolo in linea dell'anzidetta colonna, ha sul davanti due figure di senatori romani e due all'estremità, una delle quali con paludamento e lorica sembra un imperatore.

* (quest'asterisco tiene il luogo dei num. 42 e 43, dapprima esistenti e che ora mancano). Il monumento che ora qui si presenta è stato da pochi giorni infisso alla parete ad onoranza ed a perpetua memoria dei generosi indicati nell'appostavi iscrizione seguente:

1848

ANDARONO ALLA GUERRA DA PISA

MORIRONO PER L'ITALIA

ACCONCI ALBERTO

CECCHERINI ALESSANDRO

DI LUPO PARRA PIETRO

LOTTI FRANCESCO

MATTEOLI TITO

PILLA PROF. LEOPOLDO

POGGESI RANIERI

SOLIMENO GIUSEPPE

44. Colonna di bel granito orientale, posta nell'angolo delle pareti arcuate.

45. Vergine col Bambino, mutilata, di Giovanni Pisano, posta sopra base.

46. Il grandioso mausoleo, che qui si vede alla parete sorretto da quattro intagliate mensole, racchiude le ceneri del conte Bonifazio della Gherardesca de' Conti di Donoratico, denominato il Vecchio, del conte Gherardo suo figlio e del conte Bonifazio Novello respettivo nipote e figlio, i quali due ultimi furono signori di Pisa (Parte storica, pag. 75 – 79). Il primo morì nell'anno 1313 e il secondo nel 1321; il terzo non volle alcuna ricordanza, ma abbiamo per certo ch'egli morì nel 1341. Questo monumento esisteva un tempo nella chiesa di s. Francesco di Pisa, molto più magnifico e ricco di statue di quello che è al presente. Il lavoro è in gran parte di Tommaso Pisano.

GG. Arca sepolcrale contenente le spoglie dell'imp. Enrico VII, morto nel 1313 in Buonconvento presso Siena (Parte storica, pag. 72 e seg.). Varî santi nella fronte dell'arca; al di sopra la statua giacente del defunto imperatore, vestita di manto imperiale tessuto ad aquile e leoni, divise delle fazioni guelfa e ghibellina. Fu lavorata da un certo maestro Tino scolare di Giovanni Pisano.

HH. Monumento a Maria Selvaggia Borghini pisana, poetessa e letterata distinta, morta nel 1731, la cui effigie è scolpita in un medaglione circondato da ghirlanda di fiori e da serpe in giro, simbolo dell'eternità. Fu eseguito da Enrico Wan–lint.

XII. Sarcofago romano, in fronte al quale sono scolpiti quattro genii che rappresentano le quattro stagioni. Sotto lo scudo, che contiene i busti di due coniugi, si vedono tre maschere sceniche colle quali gli antichi solevano raffigurare le anime dei trapassati. Sopra questo sarcofago posano due coperchi etruschi di tufo e la parte anteriore di un'urna cineraria rappresentante un convito funebre.

P. Monumento di Benedetto Averani fiorentino, profondo in ogni genere di scienze, d'arti e di filosofiche discipline, morto nel 1707.

PPP. Memoria per Antonio Catellacci, professore di Anotomia nel pisano Ateneo, morto nel 1826.

II. Il sepolcral monumento, che qui divide per tutta l'altezza della muraglia le pitture sopraindicate, fu eretto per opera dei Tribolo a Bartolomeo Medici valoroso guerriero, prefetto di Pisa, morto nel 1556. L'effigie del defunto maestrevolmente scolpita sta incassata nel corpo della piramide.

Alle pareti da una parte e dall'altra del predetto monumento sono siate disposte le catene dell'antico Porto–pisano restituite dai Fiorentini (Parte storica, pag. 109 e seg.) e al di sopra leggesi la seguente recentissima iscrizione coll'arme pisana e col giglio fiorentino:

QUESTE CATENE DEL PORTO PISANO

NEL 1362

DAI GENOVESI RAPITE E DONATE AI FIORENTINI

STETTERO PER SECOLI APPESE IN FIRENZE

TROFEO D'IRE FRATERNE

CON SOLENNE VOTO DI QUEL COMUNE

NEL 1848 RESTITUITE

E PER DECRETO DEL MUNICIPIO PISANO

INFISSE NELLE MURA DI QUESTA SPLENDIDA SEDE DI TANTE GLORIE

SIANO AUGURIO D'INVITTA CONCORDIA FRA LE CITTA' ITALIANE

PEGNO E SEGNACOLO D'UN'ERA NOVELLA.

47. Gruppo di cinque statue sculte da Giovanni Pisano: la più elevata la Carità lattante due putti; le altre esprimono le quattro virtù cardinali. Faceva parte del gran pergamo del Duomo.

Le pitture, che dall'indicato monumento segnato II ricuoprono tutto il resto della parete occidentale, rappresentano la

STORIA DI GIUDITTA DI PAOLO GUIDOTTI LUCCHESE

KK. Effigie ed iscrizione onoraria per Ranieri Tempesti pisano, resosi benemerito verso la patria per averne dottamente illustrate le antiche memorie, morto nel 1819.

48, 49. Due fregi in bassorilievo lateralmente alla detta iscrizione.

XIII. Il sarcofago di fronte, di non ordinario stile romano, appartenne a G. Bellico Natale Tebaniano console, uno dei quindecemviri flaviali, come dalle parole scritte nella cornice, il qual collegio non è ben chiaro se fosse civile o sacerdotale: probabilmente peraltro istituito in Pisa da qualche imperatore della famiglia Flavia. Sopra vi posano due coperchi con figure etrusche ed altri frammenti.

LL. Arca sepolcrale di Pietro Ricci arcivescovo di Pisa, morto nel 1418. La Fede, la Carità e la Speranza sono scolpite nell'urna, simboli delle virtù che adornavano il defunto, la cui statua giacente in abito pontificale è sopra il sarcofago.

M.M. Sepolcro di Anastasia contessa Schouvaloff di Pietroburgo, morta nel 1821 di soli anni 18. Michele Wan–lint, che ne fu lo scultore, collocò sull'urna la statua della Mansuetudine co' suoi emblemi, raffigurando così la defunta nell'atto d'invocare il soccorso dal cielo per la madre abbandonata al dolore.

50. Base di marmo su cui posa un bellissimo capitello antico ed a questo è sovrapposta una Madonna col Bambino di Andrea Orgagna.

X. Memoria per Leopoldo Andrea Guadagni fiorentino, professore di Giurisprudenza nell'Archiginnasio pisano, morto nel 1785.

K. Memoria di Giuseppe Maria Cascina patrizio pisano, dell'età appena di anni 17 promosso alla cattedra di gius civile, morto nel 1707.

51. Sull'angolo delle pareti arcuate colonna di granito, con piccola statua di sopra.

NN. Monumento consacrato dalla patria e dagli amici alla memoria dell'egregio pittore Giov. Battista Tempesti pisano, morto nel 1804. V'è una figura rappresentante l'Amicizia scolpita da Tommaso Masi.

PP. Monumento per Francesco Sanseverino, giureconsulto e canonico pisano, morto nel 1569. L'illustre schiatta de' Sanseverini di Napoli si trapiantò in Pisa per deplorati avvenimenti indicati nell'epigrafe.

QQ. A Lorenzo Pignotti d'Arezzo, filosofo, storico e poeta insigne, principe de' favolisti italiani, professore di Fisica nella pisana Università, morto nel 1812, fu posto questo monumento, egregia fatica di Stefano Ricci fiorentino. E' qui ben atteggiata la figura di un genio colla face rovesciata in una mano ed una corona d'alloro nell'altra. Stavvi pur anco l'effigie somigliantissima del defunto ed alcuni emblemi della Satira e dell'Istoria, nelle quali fu valentissimo.

52. Il vaso di marmo pario, che qua isolato presentasi sopra un grosso tronco di colonna di porfido, merita particolare considerazione per la sveltezza e la grazia delle figure scultevi all'intorno in bassorilievo. E' questo un lavoro di greco eccellente scarpello, rappresentante una mistica cerimonia bacchica. La figura del sacerdote fu copiata da Niccola Pisano nel suo pulpito di s. Giovanni.

Siamo ora all'angolo delle pareti occidentale e settentrionale, ov'è da osservarsi il pezzo d'antico fregio dipinto, che fu scoperto or sono pochi anni in continuazione alla seconda delle indicate pareti, rottosi casualmente un pezzo del muro in cantonata; e da ciò si desume che una nuova costruzione fu eseguita alla primitiva muraglia occidentale, per lo che si vennero a cuoprire le antiche pitture che tutta la fregiavano. Le prime pitture alla parete che guarda il mezzogiorno furono un Mappamondo e le storie al principio della Genesi in tre spartimenti superiori, eseguitevi da Pietro da Orvieto, come attestano le dotte ricerche del ch. prof. Sebastiano Ciampi.

IL MONDO DI PIETRO DA ORVIETO

Vedesi qui l'Ente Supremo in figura gigantesca, che abbraccia la gran macchina dell'Universo, ove il pittore figurò le gerarchie, i cieli, gli angeli, il zodiaco e tutte le cose superiori insino al cielo della luna; e poi l'elemento dei fuoco, l'aria e nel centro la terra. E per riempire i due angoli da basso, dipinse in uno sant'Agostino e nell'altro s. Tommaso d'Aquino.

53. Bassorilievo rappresentante le tre Grazie, di buono stile greco–romano.

54, 55. Statuetta e frammento di antica scuola pisana.

56. Alto rilievo di greco scarpello in marmo di Paros, rappresentante in figure di grandezza al naturale una matrona seduta ed una donna che le sta innanzi con un bambino in fasce tra le sue braccia. Questo prezioso monumento fa recato da un Pascià venuto qui dalla Grecia per motivi di salute.

57, 58. Altro frammento considerevole ed altra statuetta di antica scuola pisana.

Scompartimento superiore.

LA CREAZIONE DI PIETRO DA ORVIETO

Sette sono i fatti espressi in questo scompartimento mancante delle buone massime di prospettiva e di chiaroscuro che i pittori della prima età dell'arte non conoscevano. Il primo in avanti, a destra del quadro, rappresenta il Signore, che, dopo avere inspirato l'anima nell'uomo da esso creato, è in atto di sollevarlo da terra. Il secondo, quando l'introduce nell'Eden. Il terzo dimostra la formazione di Eva. Il quarto, i nostri progenitori all'albero fatale. Il quinto ce li dipinge, dopo gustato il frutto proibito, allorché si riscuotono timorosi alla voce minaccevole di Dio. Il sesto, allorché vergognosi e dolenti son cacciati dall'Eden. E finalmente il settimo nel mezzo ci manifesta Adamo costretto a coltivar la terra ed Eva che è rivolta al primo frutto delle sue viscere.

(Vedi per questo pittore la continuazione alla MORTE D'ABELE e all'ARCA DI NOE').

Passando dalle pitture dell'Orvietano ad esaminar quelle di Benozzo Gozzoli, sembra di fare quel salto medesimo che fece la pittura in appresso da Masaccio a Raffaello, come notò il ch. prof. Rosini nella sua Descrizione delle Pitture del Campo–santo altre volte citata.

Scompartimento inferiore.

L'UBRIACHEZZA DI NOE' DI BENOZZO GOZZOLI

A destra del quadro venne espressa la vendemmia. Il santo Patriarca, in mezzo a due leggiadri nipotini, ne lascia la cura alla famiglia. Nel mezzo vedesi tutta riunita con calici e coppe di vino in mano, ove Noè, non conoscendo ancora la forza del nuovo liquore, ne gusta ad esuberanza. A sinistra è rappresentata la scena dell'ubriachezza, scorgendosi lo stesso Patriarca giacere tutto nudo sul suolo, immerso nel sonno, con Cam che lo dileggia e Sem che, preso il mantello, cerca velarne la nudità. Qui per bizzarria il pittore ha figurato una delle nuore che finge di nascondersi la faccia con la mano, guardando tra un dito e l'altro, dal che nacque fra noi il proverbio – come la Vergognosa di Campo–santo –. Bello è il paese e bella la prospettiva, se non che il fabbricato sembra troppo sontuoso per quei tempi.

Questa prima istoria, data ai Pisani come per saggio, riscosse tanto plauso che, con partito de' Priori e Collegi di Pisa de' 17 gennajo 1469, furono allogate al Gozzoli tutte l'altre fino all'angolo estremo di questa lunga parete.

59. Architrave in marmo pisano esprimente la storia di s. Silvestro e il battesimo dell'imp. Costantino, lavoro del X secolo pregevole per la storia del costume e per la sua remota antichità, fissante l'epoca in cui le belle arti giacevano sepolte in perfetto letargo. Evvi sovrapposta una piccola ara da sacrifizii di stile barbaro, un capitello con figure esprimenti il trasporto di un qualche santo o illustre defunto alla tomba e che segna pel suo stile l'estrema decadenza della scultura, ed altro ec.

60, 61. Due bassirilievi, uno rappresentante la deposizione del Signore con le Marie, trovato a Luni, e l'altro il Redentore morto in croce, di scuola pisana.

62. Mezza figura della Vergine col Bambino di grandioso stile, sculta da Giovanni Pisano.

63. Frammenti di scuola pisana.

Scompartimento superiore.

LA MORTE D'ABELE DI PIETRO DA ORVIETO

I due fratelli Caino ed Abele si mostrano a destra nell'atto di sacrificare al Signore, l'uno sterili biade, l'altro i primi parti del suo gregge. Nel mezzo è figurato l'invido Caino, allorquando commette il fratricidio. Poco più in alto, quando il Signore gli chiede conto del suo fratello Abele, e poi quando lo condanna ad una vita raminga. Nell'ultima parte vedesi Caino giunto alla vecchiezza riposar fra certi alberi e cespugli, ed essere inavvedutamente ucciso di Lamech suo bisnipote, dietro l'indicazione di un giovinetto che lo avea preso per una fiera. Quindi in avanti scorgesi lo stesso Lamech furibondo che percuote a morte l'autore del suo sbaglio.

Scompartimento inferiore.

LA MALEDIZIONE DI CAM DI BENOZZO GOZZOLI

Sotto un magnifico loggiato, si mostra il patriarca Noè nell'atto di scagliare la maledizione sopra il figlio che lo aveva schernito. Il resto del quadro presenta il possesso che prese Noè del paese, dopo uscito dall'Arca, ove si riscontra uno de' più bei contorni di Firenze. Una delle nuore vedesi, a qualche distanza, acconciare i capelli ad una fanciullina, altra tornare dalla fonte coll'orcio in capo e la terza portare in collo un bambino con singolare leggiadría.

XIV. Sarcofago striato de' bei tempi romani, di forma ovale, con due mezze figure sugli angoli.

64. Colonnetta de' marmi della contea Gherardesca, avente sopra una statuetta di Giovanni Pisano.

65. Capitello per pilastro de' tempi bassi, con sopra urna etrusca semplice.

66. Frammento di piccola ara romana, con storia bacchica.

67. Gruppo di piccole figure in forma di piedistallo di Giovanni Pisano, rappresentante il Nazareno con Angeli tenenti gli emblemi della Passione.

68. Plinto con gli Evangelisti, di scuola pisana antica: vi posa sopra una piccola urna di alabastro.

XV. Sarcofago di stile romano de' bassi tempi, nel mezzo del quale vedesi un personaggio cinto forse d'aureo cerchio, mentre due genii alati sostengono di dietro un panno in segno d'onoranza. Delle due figure sugli angoli, una è Minerva presso un olivo, sotto il piè della quale sbuca come da una grotta la civetta, uccello dedicatole, l'altra è Apollo sotto un lauro in atto di toccar la cetra, posando il piede sopra il grifo a lui sacro.

69, 70. Due figure in marmo pario della scuola pisana: la Carità e la Penitenza.

LVII, LVIII. Sarcofagi di marmo semplici, uno de' quali con iscrizione romana per Rafidia liberta.

HH. Memoria di monumento da erigersi al conte Francesco Rzewuscki gran maresciallo di Polonia.

Scompartimento superiore.

L'ARCA DI NOE' ED IL DILUVIO DI PIETRO DA ORVIETO

Quest'ultimo quadro di Pietro è diviso in tre spartimenti. Il primo è pressoché tutto occupato dalla costruzione dell'Arca; il secondo presenta la cessazione del diluvio e la colomba che ritorna a Noè col ramo d'oliva in bocca; il terzo infine mostra il sacrifizio che il Patriarca con tutta la sua famiglia offrì al Signore dopo la sua uscita dall'Arca.

Scompartimento inferiore.

LA TORRE DI BABELE DI BENOZZO GOZZOLI

Il presente quadro, come uno dei più conservati di Benozzo, ci porta a considerare qual esser doveva la bellezza e l'effetto dei dipinti di questo valentissimo artefice nella loro freschezza. Numerosi spettatori si veggono all'intorno della gran fabbrica, fra i quali Nembrodt che ne fu il promotore, con séguito di magi e ministri. E' facile il conoscere che qui il pittore ritrasse molti personaggi de' suoi tempi, ma la tradizione non ce ne manifesta che soli cinque, cioè quelli di Cosimo de' Medici denominato il Padre della Patria e che agevolmente si ravvisa in quel vecchietto con veste nera e berretta rossa, ch'è la quinta figura, cominciando da quella con la barba; a sinistra del quadro, ed accanto a lui il figlio Piero, detto il Gottoso; e quindi i suoi nipoti Lorenzo il Magnifico e Giuliano, raffigurati in quei due giovinetti, il primo dei quali con verde farsetto e con pennacchio al berretto; e finalmente in quell'individuo con berretta e veste nera, dietro ai menzionati giovanetti, il celebre Angelo Poliziano lor precettore.

71. Altro plinto con gli Evangelisti, come il Num. 68, sopra cui piccola urna di tufo.

72. Gruppo rappresentante s. Paolo apostolo, con due mezze figure, della buona scuola pisana.

73. Frammento di bassorilievo romano esprimente un socrifizio mitriaco, con varî animali ed altri segni simbolici, denotanti i molteplici effetti del sole, il dio Mitra de' Persiani.

74. Capitello simile al Num. 65, con sopra una piccola urna etrusca.

75. Colonnetta di serpentino orientale, a cui sovrasta un capitello del XIII secolo di scuola pisana, ed un frammento di figure romane.

XVI. Sarcofago assai pregevole in marmo pario di greco lavoro, rappresentante Bacco ed Arianna che sopra i loro due carri sono tirati da due coppie di centauri. Il mezzo è occupato da una palma, a piedi della quale siedono due prigioni piangenti. Sostiene la palma uno scudo ovato, a cui fanno superiormente contorno due vittorie alate con palma trionfale. In ambedue le fiancate sono belle figure di Menadi in atto di sacrificare.

76. La Madonna col Bambino attorniata da vari Angeli, in terra invetriata e colorita , è uno de' bei lavori del rinomato Luca della Robbia.

LIX. Sarcofago del buon tempo romano, con festoni e fiori sostenuti da genietti alati ed attaccati negli angoli a teste taurine. Sopra ciascun pendone sono scompartite tre teste alate delle Gorgoni.

L'ANNUNZIAZIONE E L'ADORAZIONE DEI MAGI

Queste pitture si fecero da Benozzo per riempire lo spazio che restava al di sopra della cappella, le quali in tutto corrispondono al merito degli altri suoi lavori pel vago paese, pe' bei cavalli, pei ricchissimi abiti dei tre re. Dicesi che il valente artista si volle rappresentare in quella figura con cappuccio in testa, che procede sopra un cavallo di color bajo e che è l'ultimo a destra.

CAPPELLA DI TUTTI I SANTI, DENOMINATA DELL'AMMANNATI

In questa si conservano alcune opere di scultura e pittura: a sinistra entrando,

Frammento di una storia dipinta a buon Fresco della scuola di Giotto.

Sopra è collocato un busto in marmo, dono di Guglielmo Woodburn.

KKK. Arca sepolcrale di mess. Ligo degli Ammannati di Pisa, professore di medicina e filosofia, e dottore nelle sette arti liberali, come avvisa l'appostavi iscrizione. Morì nel 1359. La statua di lui, vestita degli abiti dottorali, vedesi giacente al di sopra della cassa. E' lavoro della scuola di Giovanni Pisano sul far gotico–moderno.

Busto di s. Pietro, della solita terra inverniciata di Luca della Robbia.

Bassorilievo in marmo della scuola pisana ad uso d'altare, di forma piramidale e diviso alla base in tre piccoli spartimenti. Un qualche allievo di Giovanni Pisano ha qui introdotto il proprio maestro nell'atto di essere presentato da un santo, probabilmente s. Ranieri, alla Madonna tenente il Bambino. Le stesse figure di s. Ranieri e di Giovanni trovansi ripetute in uno dei piccoli riquadri. In questo luogo cade in acconcio d'avvisare che altra figura genuflessa, rappresentante lo stesso scultore ed architetto Giovanni, si mostra nel tabernacolo esterno sovrapposto alla porta principale di questo stesso edifizio; ed altra consimile nella lunetta sopra la porta principale del Battistero presso la statua di s. Giovan Battista.

Sei pezzi di pittura sul muro contenenti varie teste della scuola di Giotto, salvate dal bruciamento della chiesa dei Carmine di Firenze.

Testa gigantesca parimente dipinta sul muro dal Gaddi.

Scompartimento superiore.

ABRAMO E GLI ADORATORI DI BELO DI BENOZZO GOZZOLI

Grandiosi fabbricati in ben intesa prospettiva cuoprono da una parte all'altra l'esteso campo di questo quadro. Campeggia nel mezzo un tempio rotondo aperto e sostenuto d'altissime colonne, ove trionfa il simulacro di Belo. Nino di lui figlio, re di Babilonia, lo aveva eretto proclamando che, per qualunque misfatto, niuno dovesse esser punito, qualora adorato avesse la statua del padre: quindi è che molti delinquenti adoratori si veggono intorno all'idolo, per sottrarsi con quest'atto ai meritati gastighi. Il pittore ha poi figurato Nino a destra, che rimette la pena a due colpevoli. Nel lato sinistro ha presentato Abramo mentre ascolta dal Signore il comando di partire dalla Caldea. Esso era stato condannato alle fiamme per aver ricusato di adorare gl'idoli e n'era uscito illeso, nell'atto che Abian, uno dei sacerdoti idolatri, rimase arso in pochi istanti.

Scompartimento inferiore.

ABRAMO E LOT IN EGITTO DELLO STESSO

A destra vedesi Abramo e Lot a cavallo, colle loro respettive mogli e servi, che sembrano uscire di Babilonia per trasferirsi nel paese di Canaan. Il pittore con degradante prospettiva, cosa ammiranda per quei tempi, ci ha mostrato la stessa cavalcata in varî punti dell'amena campagna da quella percorsa. Poco più in là del mezzo mostrasi il santo Patriarca genuflesso, allorché intende dal Signore che dovrà esser capo di un popolo eletto; e a sinistra è figurata la rissa tra i servi di Abramo e di Lot, che le sacre carte ci narrano essere seguita in Egitto: ciò indusse il primo a dividere il terreno e separarsi dal nipote.

77. Tronco pregevolissimo di una colonna di breccia d'Egitto.

78. Sopra detta colonna posa una testa armata di cimiero, di ottimo stile greco: forse apparteneva ad una statua di Achille.

79. Immagine di Nostra Donna col divin Figlio, di buona scuola pisana.

XVII. Urna ossuaria con figure di fanciulli alati celebranti una festa bacchica, d'ottimo stile antico. E' sorretta da un frammento di colonna ornata di fogliami e di figure. Sopra la detta urna posa una sfinge etrusca di tufo.

80. Vergine col divin Figlio, di scuola pisana.

81. Busto e lapida con iscrizione ad onore dell'operajo cav. Bruno Scorzi, morto nel 1838.

82. Lapida con iscrizione de' tempi romani, posta a Fabia Procia dal marito L. C. pisano e dai figli.

XVIII. Sarcofago assai corroso, del buon tempo romano. Presenta sei Amori con ampia clamide, due dei quali in compagnia di una Psiche. Sopra vi posa un bassorilievo abbozzato di Nicola Pisano rappresentante un Presepio, una testa di buono stile antico e un bel torso di delicato giovine.

LX. Sarcofago striato di scarpello romano, con tre figure in diversi compartimenti, una delle quali sta preparando il funebre sacrifizio sull'ara ivi accesa.

LXI. Sarcofago di marmo pario di stile barbaro, simboleggiante nella figura del pastore con pecora sulle spalle Gesù Cristo Redentore nostro. Alcuni emblemi pastorizî appariscono ai lati appesi a due alberi.

Scompartimento superiore.

ABRAMO VITTORIOSO DI BENOZZO GOZZOLI

Seguita la divisione de' beni e de' pascoli tra Lot ed Abramo, a cagione delle frequenti dissensioni che nascevano fra' loro servi; il primo si recò ad abitare in Sodoma lungo il Giordano, restò il secondo nella valle di Mambre. Dopo qualche tempo, alcuni re degli Assirii piombati addosso ai Sodomiti ne fecero ampia strage e ne trassero i capi in schiavitù coi più ragguardevoli cittadini, fra i quali Lot e la sua famiglia.– L'eccidio dei Sodomiti sotto il ferro degli assalitori trovasi espresso alla destra: nel mezzo poi, presso un grande albero, c'indicò Benozzo i re di Sodoma prigioni e Lot colla sua moglie nell'atto di essere avvinti per le braccia. Secondo la Bibbia, il primo annunzio di sì tristo caso fece muovere Abramo con tutti i suoi alla vendetta. Gli Assirii, che già baldanzosi e sicuri eransi abbandonati al sonno, furono sorpresi e pienamente sconfitti, com'è rappresentato alla sinistra. Quindi il santo Patriarca si mostra coi re liberati sul confine del quadro alla presenza del gran sacerdote Melchisedecco, onde offrire al Signore le decime della fatta preda.

Scompartimento inferiore.

LA PARTENZA DI AGAR DA ABRAMO DELLO STESSO

Perduta Sara la speranza di aver figliuoli, cotanto desiderati dal marito, vedesi ella presentare ad Abramo una bella schiava egizia per nome Agar, onde avesse successione. In progresso Agar, divenuta orgogliosa pel concepimento di un figlio, ardì fare ingiuria alla padrona. Sul limitare di una tenda scorgesi Sara che se ne lagna con Abramo, ed avuta da lui facoltà di punire la schiava, si vede sul dinanzi allorché la percuote; e più indietro, quando questa lascia nascostamente la casa dei padroni; e quando infine, giunta in luogo alpestre, spossata dalla fame, sentì intimarsi da un Angelo di ritornare indietro.

Nel rimanente del quadro è rappresentato Abramo nell'atto di banchettare sotto una quercia tre Angeli apparsigli in figura di pellegrini, dai quali udì promettersi che Sara partorirebbe un figlio dopo un anno, ad onta della grave sua età. Quindi manifestatisi per gli Angeli di Dio, soggiunsero che erano mossi a distruggere Sodoma per le sue iniquità. Abramo allora gli adorò e si fece ad intercedere pietà per gl'infelici Sodomiti, come vedesi nel mezzo del quadro.

83. Testa di un Giove pluvio assai pregevole.

XIX. Sarcofago striato di buono stile antico, nella cui nicchia sta espressa una femmina con cembalo in mano, un fauno tenente la verga pastorale ed un giovinetto dal cui braccio sinistro scende una pelle ed ai loro piedi una cesta mistica. Agli stessi Baccanali si riferiscono le figure negli angoli. Sopra vi posa un busto della celebre Isotta da Rimini, opera di Mino da Fiesole.

84. Un Apostolo, di scuola pisana.

85. Iscrizione di sepolcro romano, che L. Lollio Liberto fece fare per sé e per altri suoi.

86. Cippo marmoreo romano con iscrizione funeraria per L. Ovinio Amando. Sopra vi posa una statuetta di scuola pisana.

LXII. Sarcofago striato con due maschere sceniche a sostegno di un disco contenente il ritratto del defunto; all'estremità due putti con cani.

LXIII. Sarcofago striato con due figure togate, muliebre l'una, virile l'altra.

Scompartimento superiore.

L'INCENDIO DI SODOMA DI BENOZZO GOZZOLI

Orribile scena, com'è quella di una città sterminata dal fuoco, ha qui mirabilmente espressa il valoroso Benozzo. Le due terze parti del quadro altro non offrono che morte, ruina, terrore. Sono qui molti individui notevoli per la varietà degli affetti e delle attitudini: chi mostra la rassegnazione, chi la speranza e il desiderio dello scampo, chi la rabbia e la disperazione. Sulla sinistra poi ci si presenta un bel gruppo di quattro figure indicanti Lot colle due figlie alla campagna, le quali sembrano di fatto camminare, e la moglie di Lot che per la curiosità vien convertita in statua.

Scompartimento inferiore.

IL SACRIFIZIO D'ABRAMO DELLO STESSO

In avanti, a destra del quadro, vedesi Sara allorché accenna ad Abramo che il figlio della schiava percuote il loro figlio Isacco; e poco più in là, quando lo stesso Patriarca (mentre dormono le due sue mogli in una tenda) viene avvertito da Dio di licenziar la schiava ed il figlio. Quindi da un lato della tenda è figurata la partenza d'Agar con Ismaele; ed in alto, ad una certa distanza, quando la stessa Agar, abbandonato il figlio nel deserto per non aver cuore di vederlo morire dalla sete, viene ammonita da un Angelo di dissetarlo ad un fonte che le addita.

Tornando in prima linea del quadro, vedonsi i fatti che precedono il sacrifizio. Il buon Patriarca, giunto alle falde del monte che il Signore gli aveva additato, si scorge a sinistra seduto per ristorarsi, rivolto affettuosamente al figlio che sembra domandargli: ov'è la vittima? Quindi col solo Isacco, che porta su le spalle le legna pel sacrifizio, si vede ascendere il monte colla fiaccola in mano e colla fronte sempre conversa al figlio nel più mesto atteggiamento. Finalmente si dimostra Isacco che sta per esser vittima ed il padre nell'atto di vibrare il colpo che da un Angelo è rattenuto.

87. Figura in bassorilievo esprimente un'allegoria cristiana di Niccola Pisano.

XX. Fronte di una bellissima urna sepolcrale di marmo pario e di stile greco, dov'è sculta una festa dionisiaca.

88. Mezza figura al naturale sculta da Giovanni Pisano.

XXI. Questo sarcofago, mirabile produzione dell'arte antica, presenta due scompartimenti. Nel primo sta espresso il fatto d'Ippolito e Fedra e precisamente la partenza d'Ippolito per la caccia, non volendo consentire al furore della matrigna. Nel secondo scorgesi Ippolito all'aperta campagna, impegnato insieme con un compagno nel combattimento contro di un fiero cinghiale. Diana protettrice di lui lo segue d'appresso e lo difende dagl'inganni di Venere che tenta la pudicizia di lui. E' da avvertirsi che Niccola Pisano, il primo che abbandonò la timida e servile maniera de' suoi freddi predecessori, fece sopra questo maraviglioso monumento un particolare studio.

La celebre contessa Matilde, signora di Toscana e di altri stati d'Italia, fece porre nel medesimo le ossa della sua madre contessa Beatrice, morta nel 1076, il 18 d'Aprile.

LXIV. Sarcofago di marmo striato. In un medaglione appariscono le figure di due coniugi probabilmente qui sepolti. Sotto, un caprajo che spreme il latte dalle poppe di una capra alla presenza d'un pastore.

Scompartimento superiore.

LE NOZZE DI REBECCA E D'ISACCO DI BENOZZO GOZZOLI

A destra del quadro viene rappresentato il momento in cui Eliezer riceve dal santo Patriarca l'onorato incarico di ricercare una moglie ad Isacco. Nel mezzo, allorché giunto in Mesopotamia presso la città di Nacor, che scorgesi sull'indietro in eminenza, gli è porto a bere da Rebecca e quando poi il medesimo le offre i presenti recati per la sposa. Quindi è rappresentato con bella degradazione in lontananza il viaggio della fanciulla col suo séguito verso la dimora dello sposo e, a sinistra, quando essa è accolta con giubbilo dal santo Patriarca in compagnia del figlio e quando infine ha luogo il banchetto nuziale al suono delle trombe e d'altri strumenti.

Scompartimento inferiore.

LA NASCITA DI GIACOBBE E D'ESAU' DELLO STESSO

In questo scompartimento, tenuto a ragione per uno dei più belli di Benozzo, appariscono sei fatti. Il primo, in ricca composizione, ci mostra la nascita dei due gemelli, soggetto in varie parti imitato da alcuni altri insigni pittori. Il secondo riferisce al patto concluso fra gli stessi fratelli, già fatti adulti , vogliam dire la vendita che il maggiore fece al minore della sua primogenitura per un piatto di lenti. Il terzo esprime Isacco, ormai cieco per la gravosa età, mentre commette ad Esaù di procurargli della cacciagione, dopo cui gli avrebbe dato la sua benedizione, cioè il diritto all'eredità di tutti i beni paterni. Il quarto, ora in gran parte deperito, stava a indicare Rebecca nell'atto di suggerire a Giacobbe il mezzo onde ottenere egli stesso la benedizione del padre; e lì presso il quinto ci dimostra Isacco, il quale, ingannato dalle apparenze, benedice Giacobbe invece di Esaù . Finalmente il sesto ci presenta lo sesso Patriarca ed Esaù che gli reca il piatto ricercato, nel volto dei quali appare la sorpresa che in ambi produce l'inganno ordito da Giacobbe.

89. Altra mezza figura simile a quella di N. 88.

XXII. Fronte di un sarcofago, nel cui mezzo sono due figure, muliebre l'una, l'altra di uomo armato, con amorino ai piedi. Nell'estremità altre due figure indicanti Castore e Polluce.

90. Altra figura in bassorilievo, esprimente un'allegoria cristiana conforme a quella segnata di N. 87.

91. Cippo marmoreo romano con iscrizione funeraria per Pompeja Primitiva. Sopra vi posa una statuetta di scuola pisana.

92. Frammento di un sarcofago di bello stile romano, rappresentante una festa bacchica. XXIII. Nel mezzo di questo sarcofago, un uomo barbato, con pallio e tunica, sta a sedere leggendo un libro ad una femmina che gli è davanti. Sopra vi posa un busto antico creduto di Faustina seniore.

LXV. Due genii sostengono superiormente nel dinanzi di questo romano monumento una tavoletta, nella iscrizione della quale leggesi che Tito Elio Lucifero si fece fare vivendo il presente sepolcro. Stanno a sedere sul suolo due giovani rappresentanti forse due servi del defunto, i quali, in segno di dolore, sostengono il capo colla mano.

Scompartimento superiore.

LE NOZZE DI GIACOBBE E DI RACHELE DI BENOZZO GOZZOLI

Vedesi Giacobbe a destra in ginocchio dinanzi al padre che lo accomiata, per ritirarsi presso suo zio Labano nella Mesopotamia, onde mettersi in salvo dalle insidie di Esaù. Poco più in là sulle soglie della casa, mostrasi Rebecca che teneramente abbraccia il figlio nella sua partenza. Più avanti esso è già in cammino, accompagnato da due servi e da' suoi cani e, infine di una strada indicata fra certe rupi, scorgesi la prodigiosa scala che in sogno vide Giacobbe la prima notte che uscì della casa paterna. Dietro una rupe comparisce di nuovo a qualche distanza lo stesso Giacobbe sulla via della città di Charan, soggiorno di Labano. Quindi lo si vede, in avanti del quadro, al pozzo di Harem colla bella Rachele, ch'egli come sua parente abbraccia; e poco più in là, allorché riceve accoglienza dallo stesso Labano. A tali incontri succedono le nozze di Giacobbe e di Rachele, che il pittore ha festeggiate con leggiadrissime figure di danzatori in prima linea del quadro, per poi dimostrare nell'indietro Giacobbe in atto di lagnarsi con Labano d'aver trovato nel letto nuziale Lia invece di Rachele. Finalmente a sinistra sono altri due fatti: uno esprime l'alleanza giurata fra Labano e Giacobbe al monte di Galaad, l'altro indica la lotta di Giacobbe con l'Angiolo.

Scompartimento inferiore.

INCONTRO DI GIACOBBE E D'ESAU', E RATTO DI DINA DELLO STESSO

Lasciato Labano e nell'approssimarsi Giacobbe alla sua terra nativa, intese che Esaù gli andava incontro con quattrocento uomini armati, perloché tentò di vincere il furore del fratello coll'umiliarsi e, mediante i doni da cui si era fatto precedere, il suo proponimento ebbe un favorevole successo. Quindi è espresso Esaù che, vinto dalla modestia e liberalità di Giacobbe, e fatti ritirare i suoi armati, i quali si vedono sul confine del quadro a destra, sta in atto di abbracciare amichevolmente il fratello, che in ginocchio erasi a lui umiliato.

Il rimanente del quadro riferisce al fatto del rapimento di Dina, figlia di Giacobbe, ed alla fiera vendetta che ne presero i fratelli di lei. A sinistra è rappresentata la città di Sichem ed in prossimità della porta Dina, che colà recavasi per veder le donne di quel luogo, mentre che adocchiata e accarezzata dal figlio di Emor, re del paese, vedesi in atto di essere involata. In avanti si scorgono i padiglioni di Giacobbe, e il re di Sichem con varî personaggi, il quale pel figlio si fa a domandare in isposa Dina ormai contaminata. Il padre e i fratelli di lei mostrano condiscendere all'inchiesta, a condizione che tutti i Sichemiti si dovessero circoncidere, come di fatti avvenne. Ma nel terzo giorno, il più doloroso di tale circoncisione, i fratelli di Dina, ad insaputa di Giacobbe, assalirono i Sichemiti e ne fecero ampia strage, risparmiando appena le donne ed i fanciulli. Dicesi che molti ritratti sono espressi in quei personaggi dinanzi ai padiglioni, fra i quali Lorenzo il Magnifico, indicato nella figura posta in profilo con un braccio ripiegato sul fianco.

93. Testa di antico scarpello romano, scolpita in pietra palombina.

XXIV. Sarcofago di buono stile romano con due genii alati in atto di sostenere lo scudo, sotto il quale vedesi un'aquila con ali stese. Vi si scorgono ancora due figure giacenti, virile l'una, muliebre l'altra, la prima delle quali rappresenta probabilmente il fiume Acheronte e la seconda la Terra col cornucopia. La favola d'Amore e Psiche è ripetuta negli angoli. Vi posano sopra un bellissimo pezzo di fregio romano, un piede con calzare e due statuette frammentate di scuola pisana.

94. Altra figura in bassorilievo esprimente un'allegoria cristiana, simile a quella segnata di N. 90.

95. Statuetta di bello stile, di Giovanni Pisano.

96. Pezzo di mosaico di marmo cipollino, con lavori parte in vetro, parte in marmo orientale.

XXV. Urnetta in marmo di bello stile antico esprimente una quantità di scherzevoli Amori, che inebriati dall'umor di Bacco celebrano le feste a questo nume dedicate. Sovrapposto ad essa è un piede marmoreo con calzari frigii.

97. Urna etrusca liscia con figura nel coperchio.

98. 99. Testa di scarpello romano e tronco di colonna antica striata di pavonazzetto.

LXVI. Cassone liscio di marmo.

LXVII. Sarcofago con cartella sostenuta da genii, sotto ai quali sono vasi di fiori rovesciati.

LXVIII. Sarcofago striato, con porta in mezzo e colonne all'estremità, di basso stile.

CAPPELLA AULLA.

All'altare vedesi una deposizione attribuita al Zaballi scolare dell'Empoli; a sinistra, monumento del card. Francesco Moricotti arcivescovo di Pisa, morto nel 1394; a destra, sepolcro dell'arcivescovo Giovanni Francesco Scherlatti, morto nel 1363.

Scompartimento superiore.

L'INNOCENZA DI GIUSEPPE DI BENOZZO GOZZOLI

In questa pittura e nell'altra susseguente, sono rappresentati gli avvenimenti principali della vita di Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe. Ci faremo ad indicare quando egli sta narrando due visioni allusive alla sua futura grandezza. Il primo racconto è figurato in prima linea del quadro, presente il padre e gli stessi fratelli; e l'altro in lontananza in faccia ai soli fratelli, allorché per ordine del padre erasi recato in traccia dei medesimi. Nel mezzo apparisce il momento d'esser calato nella cisterna, mentre uno di loro, scannando un capretto, si occupa nel tingere di sangue la veste ad esso tolta, onde far credere a Giacobbe che fosse stato divorato da una fiera. Quindi nell'indietro si rappresenta venduto ai mercanti Ismaeliti; ed in avanti, quando i fratelli presentano al padre la veste lacera e insanguinata di Giuseppe. Condotto egli poscia in Egitto, mostrasi a sinistra la vendita che quei mercanti ne fecero a Putifar. A questo succede il fatto della di lui castità, espresso nel sottrarsi colla fuga alle indiscrete voglie della moglie del suo signore. Ed in fine del quadro è indicata la sua carcerazione, per l'ingiusta accusa suscitatagli dalla medesima.

Scompartimento inferiore.

GIUSEPPE RICONOSCIUTO DAI FRATELLI DELLO STESSO

Nel primo gruppo a destra vedesi Faraone in atto di sorpresa, perché niuno de' suoi maghi e indovini abbia saputo dare un qualche verosimile significato al sogno da lui fatto. Nel secondo gruppo si scorge Giuseppe, che dopo aver languito per tre anni nello squallore di una carcere, si fa ad interpretare i sogni dello stesso re, il quale colle mani giunte ne mostra il suo pieno sodisfacimento. Quindi succede la solenne proclamazione di Giuseppe a viceré dell'Egitto. Dopo di che, nel terzo spartimento del gran loggiato di mezzo, si mostrano alla sua presenza i fratelli, che nol riconoscono ed ai quali impone di condurgli Beniamino loro fratello. A tutto ciò seguita il fatto della coppa nascosta nel sacco del grano. E finalmente a sinistra si manifesta Giuseppe, quale egli era, ai fratelli, prorompendo in lacrime di tenerezza. L'architettura in questa composizione è grandiosa e conveniente alla reggia di un gran re.

Sotto questa pittura, nel pavimento, riscontrasi il sepolcro di Benozzo. I Pisani, per gratitudine di aver egli con lauta bravura condotto tutte queste pitture fino all'angolo della parete, gli decretarono in vita l'onore del sepolcro presso i monumenti del suo proprio valore; e ciò fu l'anno 1478, come apparisce dall'iscrizione sulla tomba.

100. Frammento di sarcofago del tempo basso romano.

101. Testa d'imperatore romano d'antico scarpello.

102. Frammento d'urneola rappresentante una barca regolata da due putti.

103. Testa di buon lavoro romano sopra colonna.

XXVI. La parte anteriore di questo sarcofago è divisa in cinque spartimenti o nicchie: in quello di mezzo stanno i fidanzati e nell'indietro la Concordia o Giunone pronuba, e sul davanti Imeneo colla fiaccola nuziale. Nelle due nicchie vicine probabilmente la madre e il padre con scrigno ai piedi per la dote. Agli angoli Castore e Polluce, deità propizie agli estinti.

104. Quadrato ove si trovano incassati numero undici frammenti d'antichità egiziane.

105. Urna cineraria romana, con iscrizione a Stlaccia Elpide ed a Stlaccio Eutìco colliberti.

106. Vergine col Bambino, della scuola pisana.

107. Testa mutilata di un fiume, lavoro romano.

XXVII. Due vittorie alate sostengono in questo sepolcro di stile romano uno scudo, ov'è la figura d'uomo tenente un involucro nella destra. Sono lo scudo il genio del defunto, in compagnia d'altri due, è trasportato in barca, per dimostrare che l'anima di lui è condotta agli Elisii. Nell'angolo destro, un genio alato che suona la lira e nel sinistro un altro genio in atto di cantare, applaudono al nuovo genio che giunge al luogo delle eterne delizie. Sopra vi posano tre figure di scuola pisana.

XXVIII. In quest'urna sepolcrale, veggonsi Tritoni con Nereidi sostenere l'immagine d'un uomo in nicchia scolpita a guisa di conchiglia, mentre stanno all'intorno svolazzando alcuni genii alati. Sopra vi posa un frammento di donna in ginocchio, rappresentante Pisa, con l'indizio di due bambini lattanti, lavoro di Giovanni Pisano.

108. Testa colossale d'Ercole sopra un'ara antica.

109. Testa virile coronata d'edera, di stile romano.

LXIX. Sarcofago di marmo striato.

LXX. Cassone rozzo di marmo.

U. Iscrizione francese alla memoria di Achille Guibert de Chevigny, morto nel 1684.

Scompartimento superiore.

L'INFANZIA E I PRIMI PRODIGII DI MOSE' DI BENOZZO GOZZOLI

Quattro sono i fatti espressi in questo scompartimento: due riferenti all'infanzia di Mosè e due alla sua virilità. Nel primo a destra, egli appare in braccio di Faraone, al quale era stato presentato dalla figlia Termuth, che lo avea raccolto dalle acque del Nilo: ivi notasi l'atto del fanciullo di vibrare a terra la corona di Faraone, lo che dai magnati del regno fu preso per cattivo augurio e proposta l'uccisione di lui. Nel mezzo è figurato l'esperimento, a cui diede luogo l'opposizione di Termuth, di far portare due vasi, uno pieno di frutte e l'altro di fuoco; e il fanciullo, stendendo le mani al fuoco, valse a confermare quanto la figlia del re detto aveva in sua discolpa, cioè che l'atto di gettare a terra la corona era stata cosa accidentale. Poco appresso Mosè, fatto già adulto, si vede avanti a Faraone, quale incaricato del Signore per ottenere la libertà del popolo ebreo. E finalmente, a sinistra, mostrasi altra volta innanzi al re nell'atto di comprovare la verità della sua missione, col prodigio di convertire la propria verga in serpente.

Scompartimento inferiore.

IL PASSAGGIO DEL MAR ROSSO DELLO STESSO

Ampia e vivissima scena era qui maestrevolmente rappresentata dall'egregio Benozzo. Da una parte la vista del mare ricoperto di cavalieri e di cavalli o già morti, o galleggianti, o vicini a perire; dall'altra gli Ebrei in più e variati gruppi, che giunti sani e salvi sull'opposta sponda del mare, sembran compresi d'alto stupore per la maniera ond'erano stati liberati dalle mani di Faraone. Nell'indietro i due fratelli Mosè ed Aronne e tutto il popolo ebreo si vedono in devota e maestosa attitudine innalzare il cantico di rendimento di grazie al Signore per essere stati scampati da cotanto pericolo. La parte inferiore di questo quadro è ora disgraziatamente perduta.

110. Urna cineraria de' buoni tempi romani, con due colonnette agli angoli.

111. Busto di giovine in un ovato.

112. Baccante in atto di fare una libazione.

113. Ritratto in bassorilievo d'imperatore romano.

114. Pilastro di marmo sculto a rabeschi ed altri ornati, della scuola dello Stagi.

XXIX. Sarcofago di eccellente greco lavoro, rappresentante una festa dionisiaca con Bacco, Arianna, Ampelo, satiri e sileni in compagnia di baccanti. Il frontone del coperchio, appartenuto ad altro sepolcro, presenta il fatto dell'infelice Penteo re di Tebe, che, per aver disprezzato il culto e impedite le cerimonie di Bacco, fu dalla madre stessa, con altre seguaci di quel nume, assalito sul Citerone e ridotto in brani.

115. Pilastro conforme a quello segnato di N. 114.

116. Frammento d'urneola cineraria etrusca d'alabastro, ov'è un'allegorica rappresentazione di tre soldati contro di una fiera.

117. Pilastro simile ai N. 114, 115.

118. Insegna antica della croce pisana e di sotto un marmo rappresentante l'antichissimo porto–pisano.

119. Pilastro simile ai Num. 114, 115, 116.

LXXII. Sarcofago ovale con strie asserpate e mezze figure di gran risalto sul tondeggiar del sasso.

LXXIII. Sarcofago di marmo striato, con porta socchiusa in mezzo. Nelle imposte sono rappresentati quattro genietti, due de' quali con arco e cornucopia e gli altri con un canestro. Sugli angoli due figure d'alto rilievo, forse i due coniugi qui dapprima sepolti.

Scompartimento superiore.

LE TAVOLE DELLA LEGGE DI BENOZZO GOZZOLI

Salvati gli Ebrei dallo sdegno di Faraone, entrati nel deserto e mancanti di acque, dovettero scavare dei pozzi, per lo che il pittore ha figurato nell'indietro, verso la destra, Mosè che indica il luogo dell'escavazione. In prima linea si dimostra Mosè che si accomiata dal suo popolo per recarsi sul monte Sinai. Quindi è rappresentato sul detto monte, allorché riceve le tavole della Legge dalle mani del Signore, tra il fragore de' tuoni e lo splendore dei lampi; per cui gli Ebrei abbarbagliati e intimoriti mostrano, a mezzo del quadro, vari sentimenti con verità e varietà d'espressione. E finalmente, a sinistra, è figurato lo stesso Mosè che, tornato in mezzo al popolo dopo quaranta giorni di assenza e vista la nefandità sacrilega dell'adorazione dei vitello d'oro, preso da giustissima indignazione, è sul punto di gettare a terra le tavole della Legge.

Nel compartimento sottoposto rappresentavasi il fatto di – Corè, Datan ed Abiron, che, gelosi di Aronne, osarono offrire gl'incensi nel tabernacolo e furono subbissati colle loro tende ed effetti preziosi –, storia ora affatto perduta, con altre due della linea inferiore che ricorrevano fino all'angolo della parete occidentale.

120. Urna etrusca di alabastro colla figura d'un vecchio armato supplice, che piega un ginocchio sopra un'ara in atto di essere ucciso da un guerriero. Rappresenta forse la morte di Priamo per mano di Pirro.

121, 122, 123. Bassorilievo in marmo rappresentante gli Evangelisti con i loro respettivi simboli e due figure di Profeti dell'antico distrutto pulpito del Duomo.

XXX. Sarcofago esprimente la caccia di Meleagro, lavoro di buono stile romano. Servì poi di sepolcro al celebre giureconsulto pisano Giovanni Faseoli o Fagioli, di cui si è fatto parola nella Parte storica, a pag. 61.

124. Al di sopra del sarcofago è collocato il busto del dott. Giov. Domenico Anguillesi pisano, morto nel 1833, scultura di L. Pampaloni di Firenze.

125. Urneola cineraria romana e di sopra una testa di bello stile greco.

126. Colonna con sopra una statuetta di s. Cristoforo, della scuola pisana.

LXXIV. Cassone rozzo di marmo.

LXXV. Sarcofago striato ove fu sepolto Giov. Giacotto Malespini di Firenze, morto nella battaglia di Montecatini il 1316.

Scompartimento superiore.

LA VERGA D'ARONNE E IL SERPENTE DI BRONZO DI BENOZZO GOZZOLI

A destra del quadro è figurato Mosè, allorché riceve le verghe dai capi delle dodici Tribù contrassegnate coi nomi respettivi; poco appresso, quando òra al Signore, dopo aver riposto le verghe nel Tabernacolo; ed in terzo luogo, quando mostra al popolo ebreo la verga d'Aronne che aveva fiorito, in conferma della vocazione di lui per volontà divina.

Alla sinistra è espresso quando gli Ebrei, assaltati dai serpenti, ricorrono a Mosè e ad Aronne, acciocché supplicassero Dio per far cessare un sì orribile flagello. In lontananza si scorgono i due fratelli genuflessi pregare il Signore, il quale, apparendo loro, ordina di porre un serpente di bronzo in cima ad un'asta, a cui rivolgendosi gli Ebrei sarebbero guariti dai morsi dei serpenti. In avanti vedesi il serpente già inalzato e i feriti che a quello rivolgonsi per ottenere la guarigione.

127. Cornicione frammentato di eccellente lavoro romano; forse fece parte di qualche magnifica distrutta fabbrica di Pisa colonia. Gli serve di base altro frammento di fregio di un magnifico palazzo.

XXXI. Fronte di un sarcofago di buono siile romano, con quattro genii dionisiaci, due dei quali sostenenti una rotonda cornice con entro i busti di due coniugi, intorno alla quale si scorgono i dodici segni dello zodiaco, e di sotto un villano con due buoi attaccati all'aratro.

128. Iscrizione romana che ricorda il nome di T. Murzio Glicone. Idem col nome di Q. Anquirinnio.

XXXII. Sarcofago oltremodo danneggiato dall'ignoranza più che dal tempo: può credersi che rappresenti una battaglia contro i Daci vinti dall'imperatore Trajano.

129. Iscrizione romana appartenente al monumento che Cajo Veiano Elitta fece fare, vivendo, per sé e per Claudia Euplèa sua moglie, colla minaccia di una multa di 25 mila sesterzii in favore dell'erario pubblico a chi avesse osato seppellirvi sopra loro altre persone, o in qualche modo sturbare il sepolcro.

130. Statua marmorea di s. Zeno, dell'antica scuola pisana.

LXXVI. Sarcofago di marmo striato. Nella nicchia è raffigurato il buon pastore, il quale emblema incontrasi spesso nei sacri cimiteri, principalmente per ciò ch'esso porge l'idea della somma misericordia di Dio.

LXXVII. Sarcofago de' tempi cristiani. Nel mezzo stanno i busti di due coniugi. Varie storie del vecchio e del nuovo Testamento ornano il medesimo, onde mostrare che l'uno e l'altro ebbe origine da Dio, come sono Mosè che tocca colla verga il mar rosso, il sepolcro di Lazzaro, la moltiplicazione dei pani, il sacrifizio d'Abramo, Daniele fra i leoni, Pietro piangente al canto del gallo ec.

Scompartimento superiore.

LA CADUTA DI GERICO E IL GIGANTE GOLIA DI BENOZZO GOZZOLI

Il soggetto principale del quadro può dirsi al presente quasi affatto perduto. Vedesi però tuttora a destra il passaggio del Giordano sotto la condotta del valoroso Giosuè. Le figure, che si mostrano in prima linea del quadro intente a raccoglier pietre, ricordano il fatto ordinato da Giosuè di erigere un monumento di pietre tolte dal fiume, in memoria del sorprendente prodigio di essersi divise le acque del fiume, appena i Leviti, portando l'Arca, vi posero il piede.

Nel secondo reparto a sinistra sono indicati alcuni fatti del giovinetto David, fra i quali lo scontro col gigante Golía, lo scagliar della fionda dei primo e il cader del secondo pel colpo ricevuto nella fronte. Quindi lo stesso David che recide la testa del baldanzoso nemico e quando poi si presenta colla testa recisa dinanzi a Saul, che gli viene incontro sopra un cocchio.

Il quadro a questo sottoposto, che rappresentava La visita della regina Saba a Salomone è pressoché tutto perito. Non si veggono superstiti che alquante bellissime figure insieme aggruppate nel lato sinistro all'angolo delle due pareti. Quivi è una piccola cartella contenente un epigramma in elogio di sì valente artista.

QQQ. Iscrizione encomiastica ad Antonio Vannucchi di Castel Fiorentino, professore di diritto feudale, morto nel 1792.

HH. Iscrizione romana ricordante il nome di Mezia Januaria.

RR. Busto ed epitaffio del chiaris. giureconsulto Giuseppe Vernaccini pisano, morto nel 1789.

II. Iscrizione romana col nome – Parthenio –.

XXXIII. Sul coperchio di questo monumento di mole straordinaria veggonsi giacere due coniugi. Nel fronte si scorge un uomo togato con un volume nella mano sinistra e colla destra alzata in atto di recitare, il quale può credersi che rappresenti lo stesso trapassato, come dedito allo studio della poesia, imperocché negli altri stalli sono raffigurate le muse, sebbene in numero di otto soltanto. Sugli angoli stanno genii alati e le ferali Arpíe di Plutone.

SS. Epitaffio di Giovanni Maria Lampredi fiorentino, professore di diritto pubblico in Pisa, morto nel 1793.

131. Eravi un'iscrizione: fu traslocata.

132. Vaso battesimale di marmo intagliato a teste di Angioli, con festoni di frutti e fiori.

STORIA DEL RE OZIA E LA CENA DI BALDASSARRE DI ZACCARIA RONDINOSI

Queste pitture sono comprese nello spazio del lato Orientale fino alla cappella maggiore e furono eseguite nel 1666. Non mette conto di fermarvisi, riportandoci intieramente a quello che si è già notato a pag. 184 del presente volume.

TT. Memoria del prof. Pamfilo Colombini pisano, morto nel 1605.

133. Piccola ara antica.

UU. Monumento del cel. giureconsulto Filippo Decio, da se stesso fatto preparare in vita. Morì in Siena, ove erasi recato momentaneamente, e fu qui tumulato nel 1535. E' opera molto pregevole pe' finissimi intagli sul gusto antico e per la bella figura giacente sull'urna, eseguita dal rinomato scultore Stagio Stagi da Pietrasanta.

134. Sovra un pilastro isolatamente collocato in avanti, si vede un Ippogrifo di bronzo, alto braccia uno e un terzo e lungo braccia due, con testa ed ali come quelle dell'aquila e bargigli di gallo sotto il becco, ed ha qualche conformità coi grifi che si veggono sculti sui monumenti sepolcrali di questo Campo–santo. Sui lembi della gualdrappa è incisa una iscrizione cufico–tamurèa, che fu dal celebre antiquario Prof. Angelo Lanci così interpretata:

Benedizione perfetta, e grazia compiuta;

Beatitudine perfetta, e pace perenne;

Salute perfetta, e felicità e fermezza a chi lo possiede.

Stava sull'estremità del comignolo del Duomo dalla parte di levante e vuolsi trasportato dai Pisani nella loro città, ritornando dalla conquista delle Baleari.

135. Statua sedente, adorna di corona, in mezzo ad altre quattro figure in piedi, della vecchia scuola pisana. Si crede rappresentare Federigo I e i consultori di lui. Sta sopra base, che fu un tempo al sarcofago di N. XXX, il quale servì di tomba al famoso giureconsulto Giovanni Faseoli. V. pag. 212.

136. Statua bellissima di Giovanni Pisano con bilance. Posa in avanti sul suolo sopra base ottagona, rappresentante ad ogni faccia una delle sette scienze, in figure coi respettivi simboli.

Sull'angolo delle due pareti arcuate una colonna con vaso etrusco di sopra.

Grandioso mausoleo alla parete, fatto erigere a spese del pontefice Gregorio XIII, per onorar la memoria del prestantissimo giureconsulto Giovanni Buoncompagni suo fratel cugino, morto nel 1544. Ne fu l'esecutore Bartolommeo Ammannati fiorentino, che lo decorò di tre statue colossali; ma il lavoro non corrisponde alla celebrità dell'artista.

137. In avanti della loggia è collocato il monumento eretto alla memoria del conte Francesco Mastiani Brunacci patrizio pisano, eseguito dall'ora defunto prof. Bartolini di Firenze. Rappresenta una figura seduta sulla tomba in atteggiamento di dolore, colla parola – Inconsolabile – ove l'artista celeberrimo ha voluto sfoggiare nel nudo, vale a dire nella parte più difficoltosa dell'arte.

XXXIV. Sarcofago striato romano coll'effigie del defunto nel davanti e due genii o fauni sugli angoli, che sollevano da terra un cane per la coda.

138. Urne etrusche in tufo.

139. In avanti parimente della loggia vedesi un'ara da sacrifizii in bel marmo pario venato, adorna di quattro teste d'irco eccellentemente eseguite e con piedistallo di bellissima breccia affricana.

CAPPELLA MAGGIORE O PUTEANA.

Fu innalzata dall'arcivescovo Antonio del Pozzo di Biella in Piemonte nell'anno 1594 e intitolata a s. Girolamo, come appare dall'iscrizione posta sopra la porta d'ingresso. Fu quivi riposto il cadavere di lui nel 1607.

Le opere di pittura che vi si trovano, incominciando a sinistra di chi entra, sono:

1. Crocifisso in tavola di Giunta pisano.

2. Quadro d'altare rappresentante s. Giovanni nel deserto, dipinto dal Clementone.

3. Copia in tavola di un affresco di Andrea del Sarto, rappresentante Maria in seggio con Gesù e s. Giovanni.

4. Quadro in tela esprimente la Natività di G. C., del cav. Corrado fiorentino. Il quadro dell'altare, ove si vede figurato s. Girolamo, è opera assai lodata del rinomato Aurelio Lomi pisano. Vi si legge il nome dell'autore.

5. Quadro in tela di Matteo Rosselli fiorentino, che rappresenta il Nazareno con Marta e Maddalena.

6. Crocifisso in tavola del secolo XII, coi fatti della passione all'intorno in piccole figure, attribuito ad Appollonio Greco. Oltremodo pregevole.

7. Copia assai fedele del quadro del Razzi che trovasi in Duomo, esprimente il sacrifizio d'Abramo, fatta da M. Guilleminot nel 1811.

8. Altro Crocifisso in tavola del sopraddetto Giunta pisano.

I dottori s. Ambrogio, s. Agostino, s. Tommaso e s. Gregorio papa, dipinti nei peducci della Cupola, sono di Stefano Maruscelli, restaurati da Antonio Marini di Firenze.

Proseguendo il giro del parallelogramma, si vedrà:

L'ASCENSIONE DI CRISTO AL CIELO

In alto è la figura del Redentore in piedi, con svelte figure d'Angeli all'intorno. In basso sono gli Apostoli, ne' volti dei quali è bene espressa la fiducia, la venerazione, e il desiderio che Cristo, nel salire al cielo, lascia di sé nei loro cuori. A questa succede

LA RESURREZIONE

Qui la figura del Redentore è un poco tozza, ma di nobile espressione. Le figure degli Angioli sono da lodarsi per la divota fisionomia e per la loro sveltezza. In basso è figurata l'apparizione di Cristo agli Apostoli, dopo la sua gloriosa risurrezione. Queste pitture si credono di Antonio Vite da Pistoja.

XX. Effigie con iscrizione in onore del canonico Francesco Albizzi professore in Pisa, morto nel 1788.

XXXV. Arca sepolcrale collocata sul suolo, contenente tre iscrizioni, due antiche e una recente.

YY. Iscrizione con ritratto di Giov. Ant. Corazzi medico illustre in patria, morto nel 1726.

ZZ. Epitaffio per Giov. Battista Onesti di Pescia, giurisperito insigne, morto nel 1592.

AA. Busto in marmo ed elogio di Angelo Fabroni patrizio pistojese, dignitario e abate mitrato della Collegiata dell'Ordine di s. Stefano, morto nel 1803.

BB. Epitaffio consacrato alla lode del pittore Giov. Stefano Maruscelli.

141. In avanti della corsia, base d'ara etrusca ornata di teste di montoni, con foglie di loto all'intorno.

142. Gruppo di tre figure in forma di candelabro, rappresentanti le tre virtù teologali, di Giovanni Pisano.

143. Frammento di colonna striata sull'angolo delle due pareti arcuate, sostenente un vaso etrusco mutilato.

LA CROCIFISSIONE DI BUONAMICO BUFFALMACCO

E' da osservarsi che quel grazioso gruppo di donne non ha certo che fare, per la maniera, con l'altro della Vergine che sviene, piena però d'espressione, e nemmeno con lo stile del Crocifisso e dei ladroni e di quei soldati a cavallo, che non han sofferto ritocchi, o pochi almeno.

CC. Il sepolcral monumento e l'intiera statua si eressero nel 1697 alla memoria del pisano prof. Giuliano Viviani, passato alla cattedra arcivescovile di Cosenza. Lo eseguì Giuseppe Nelli sul modello di Giov. Batt. Foggini.

DD. Epigrafe e busto in onore di A. Felice Mattei prof. di teologia in Pisa, morto nel 1794.

EE. Grandioso monumento fatto erigere dal granduca Cosimo I a perpetua onoranza di Matteo Corte pavese, filosofo e medico eccellentissimo. Lavoro di Antonio di Gino Lorenzi da Settignano, sul disegno e colla direzione del Tribolo.

144. Busto in marmo maestrevolmente eseguito da Giov. Batt. Foggini di Firenze, rappresentante il prof. di leggi Bartolommeo Chesi pisano.

FF. Marmo che ricorda gli annui funerali di Marco Nevio ed il collegio de' fabbri navali dell'antichissima stazione pisana. Si trova sotto il busto del Chesi sopraindicato.

145. Frammento d'iscrizione del sepolcro di certo Palladio.

146. Iscrizione romana già apposta al sepolcro di Sergia Elio Diogene.

147. Frammento d'architrave col nome di Sesto Ottavio Augusto. Sopra questo posa l'iscrizione anzidetta di Marco Nevio.

148. Altra iscrizione romana ricordante Felice Erculeo edile, censore e pontefice detta repubblica pisana.

149. Iscrizione posta al sepolcro di Gemina Mirtale dal marito Achille Epafra.

Proseguendo il giro al lato meridionale, si affaccia:

IL TRIONFO DELLA MORTE D'ANDREA ORGAGNA

Ad un uomo che riunì in sé il possesso delle tre arti sorelle, celebre segnatamente per l'architettonica costruzione della bellissima Loggia de' Lanzi di Firenze e per la scultura del sontuoso tabernacolo di marmo nella chiesa d'Orsan–Michele di detta città, deesi la presente pittura piena d'espressione, d'immaginazione e di varietà, sebbene mancante delle buone regole di prospettiva e di chiaroscuro, che gli artisti della prima età non conoscevano. E' qui rappresentato il primo de' Novissimi, cioè la Morte, sul quale argomento sembra avere assai bene filosofato l'Orgagna, riunendo tre diversi stati dell'uomo ed esponendo quale relazione abbian colla morte questi stati medesimi. Ha espresso perciò l'uomo felice, che se ne dimentica, l'uomo infelice, che la desidera, l'uomo religioso, che la medita, e la morte stessa, che volgendo le spalle a chi la chiama va a sorprender quelli che meno l'attendono.

Quasi al mezzo del quadro, verso la destra dello spettatore, scorgesi infatti la Morte in sembianza d'orrida vecchia scarmigliata, vestita di maglia di ferro, con ali di vipisirello, colla falce alla mano, elevata per l'aria sopra un cumulo di morti che ha già rovesciati per terra. Essa è volta ad un'allegra società, che in ameno giardino se ne sta tutta intenta ad una vita molle e piacevole, trascurando gl'inviti di un gruppo di storpii e di mendici che si vede in basso del quadro, i quali la invocano come unico sollievo e fine ai loro mali. Quindi a riempiere quello spazio d'aria che vi restava, a rendere viepiù variata la scena, ha l'autore con bizzarra fantasia personificate e raffigurate sotto forma corporea le anime, immaginandole nell'atto di escire da' corpi, e d'essere prese o da un angiolo o da un demonio, secondo la loro destinazione. Qui l'artista intese a raffigurare le classi degli uomini più privilegiate dalla fortuna, come re e regine, capi di città, guerrieri, vescovi e cardinali; lo che è indicato chiaramente dagli abiti e da altri segni esteriori. Tre fra questi, cioè un vescovo, una religiosa, un guerriero, sono sul punto d'esalare lo spirito, figurato, come s'è detto, in piccioli corpi ignudi. L'anima del primo è accolta da un angiolo, le altre sono ghermite da' demonii. Merita osservazione l'attitudine di quella animetta che, uscita appena dalla bocca della monaca, mostra e colle mani e col volto tutta la trepidazione insieme e la sorpresa, mirandosi afferrata da un demonio, mentre tutt'altro si aspettava. La borsa delineata in mano della stessa monaca dà chiaramente a divedere ch'ella non aveva adempiuto al voto di povertà. Le anime degli altri estinti, parte sono in braccio degli Angeli, che in belli atteggiamenti lieti al cielo sen volano, e parte in balìa dei demonii, che le trasportano alle bocche del baratro infernale, quivi indicate in cima ad un monte gettante fuoco a guisa di vulcano.

Dopo di che avvertiremo che in quei personaggi assisi al rezzo di un boschetto di aranci e che sì ricreano al suono de' musicali strumenti, ritrasse l'Orgagna varî individui de' suoi tempi, fra i quali il celebre Castruccio Castracani signor di Lucca, che è quello in mezzo con un falcone in pugno, colle vesti color celeste e col cappuccio in testa.

Alla destra poi del quadro presentasi una cavalcata di nobili personaggi che, andando alla caccia, s'incontrano in tre cadaveri mezzo consunti di grandi a loro simili: ché anzi il primo in stato di gonfiezza, il secondo di putrefazione e il terzo di scheletro sembrano alludere alla proprietà, che la volgare opinione attribuiva alla terra di questo cimitero, di ridurre cioè in tre periodi di tempo brevissimo (otto ore ciascuno) i corpi morti in questi tre stati diversi. Un vecchio anacoreta, che la tradizione ci addita per s. Macario, mostra ad essi quanto breve sia il passaggio dalla vita alla morte, e dalla morte all'ultimo stato di dissoluzione del corpo. Fra questi grandi personaggi ravvisasi facilmente lo stesso Castruccio, poc'anzi rammentato, nella figura rivolta a quella che con una mano turasi le narici, rappresentante Lodovico il Bavaro, La femmina situata fra i due nominati, nel cui volto è espresso il sentimento del dolore, dicesi la figlia di Ernando conte Palatino. La donna presso a Castruccio, tenente in braccio un cagnolino, si crede la di lui figlia Sancia sposa al conte Bonifazio Novello della Gherardesca, supposto quel tale dal manto di vari colori che ha in pugno un falcone.

Finalmente, in contrapposto a tutta questa scena, è una balza alpestre, ove si vedono quattro santi monaci intorno alla porta d'un eremo, i quali nel loro ritiro dalle cose mondane mostrano una perfetta tranquillità contro la morte. Uno fra questi è in atto di mungere una capra, un altro, quasi parandosi con una mano la troppa luce per meglio vedere, guarda in basso con profonda attenzione lo spettacolo di quei morti, un terzo, colla testa abbassata e cogli occhi tutti intesi ad un libro, mostra la debolezza della vista infiacchita dall'età, e il quarto, appoggiandosi e strascinandosi appena su due stampelle, indica chiaramente che gli anni e non l'infermità così caduco il renderono. Tutti e quattro infine son degni dell'osservazione dell'intelligente e tutti furono giustamente lodati dal Vasari e da altri rinomati scrittori.

150. Epitaffio latino pel sepolcro di Gn. Ottavio C. Luperco.

151. Epigrafe sepolcrale di Pompea Acate Jonicena.

152. Cenotafio di Lucio Cesare, nipote e figlio adottivo di Augusto, o altrimenti Decreto della Colonia Giulia Pisana, in cui si ordina che ogni anno il giorno 20 d'Agosto si facessero funerali ai mani di lui con apposito rito dai Magistrati.

Tanto questo, che l'altro cenotafio qui sotto indicato al N. 154, sono due preziosi monumenti dell'antica gloria pisana, e due delle più insigni iscrizioni latine in questo Cimitero raccolte. Dal contenuto di essi molte belle e chiare notizie si rilevano: e tali son quelle che Pisa mandava ambasciatori all'Imperatore, che aveva collegii e magistrati sul piede di Roma, spettacoli teatrali e giuochi circensi, templi, foro, terme ed archi trionfali adorni delle statue equestri dorate dei due fratelli.

153. Frammento di colonna milliaria.

154. Cenotafio di Cajo Cesare, altro nipote e figlio adottivo di Augusto, o altrimenti Decreto della Colonia Giulia Pisana, in cui si ordina che a lui, nel modo stesso che al fratello Lucio sopra indicato al N. 152, si facessero annui funerali e che inoltre si erigessero archi e statue73.

155. Frammento d'iscrizione che ricorda l'imperatrice Giulia Augusta moglie di Settimio Severo Pertinace.

156. Piccolo marmo col nome di Sulpicia Liberta Saturnina.

Monumento eretto nel 1847 alla memoria di Cammillo Cesare Borghi pisano e ciò molti anni dopo la sua morte, a perpetua ricordanza di avere elargito tutto il suo esteso patrimonio a vantaggio delle orfane della Pia Casa di Carità della patria. Vi è scolpita l'effigie del defunto in un gran medaglione. Lavoro di Tommaso Masi pisano.

Al pilastro di faccia nelle pareti arcuate,

Lapida in cui si conserva ricordo che Rolando canonico pisano, poi papa Alessandro III, edificò del proprio nel 1147 il luogo in cui ripose le reliquie de' martiri Vito ed Annone.

Da quella parte egualmente,

159. Iscrizione affissa un tempo lung'Arno nella facciata d'una antica torre, ora detta il palazzo delle Vele. E' un documento della lingua italiana che in Pisa parlavasi alla metà del secolo XIII: vi si rammenta che nel tempo di Buonaccorso da Palude i Pisani andarono con 105 galere e 100 vacchette a Porto–Venere e l'avrebbero preso se non era il conte Pandalo traditore della Corona, e che si recarono ancora nel porto di Genova con 103 galere e 100 vacchette.

La sottoposta memoria moderna accenna che Tommaso da Paule, discendente di Buonaccorso ricordato nella riferita lapide, la fece qui traslocare nel 1810. Queste due iscrizioni sono poste fra due fregi o pilastrini di marmo sculti a rabeschi dal celebre Stagi da Pietrasanta.

Al di sotto, iscrizione del 1108 per la tomba di un Console pisano Rodolfo e di un suo nipote Bonifazio.

E più, frammento di lapida funeraria del medio evo.

Rivolgendoci nuovamente alla parete dipinta,

163. Epitaffio di L. Apisio Pollione Coronario.

164. Frammento d'iscrizione indicante il ben ampio ed insolito spazio che al sepolcro apparteneva, cioè piedi 160 in fronte e 50 nel campo.

165. Iscrizione romana pel sepolcro che T. Cestio fece fare per sé e sua famiglia.

166. Altro tronco di colonna milliaria.

167. Copia d'iscrizione per Q. Atrio Jucundiano di Pisa, insignito dell'onore del Bisellio e degli ordini decurionali. Ricorda ancora di aver egli aggiunto del proprio al fondo annonario sesterzii 6020 e di aver fatto il velario del teatro a sue spese. L'originale antichissimo fu trasportato a Firenze.

Frammento d'architrave o frontespizio d'un tempio, che Atte liberta ricchissima d'Augusto dedicava a Cerere.

168. Colonna milliaria ricordante i nomi degl'imperatori Graziano e Valentiniano.

IL GIUDIZIO, IL PARADISO E L'INFERNO DI ANDREA E BERNARDO FRATELLI ORGAGNA

La parte destra del quadro è opera d'Andrea, la sinistra fu eseguita da Bernardo sul disegno del fratello.

Il momento nel quale intese Andrea a sviluppare il gran tema del Giudizio universale fu quello in cui desta al suono dell'estrema tromba l'immensa moltitudine degli uomini e, già divisi gli eletti dai riprovati, sono questi ultimi nell'atto di essere percossi dal colpo tremendo dell'ira divina. Il sommo Giudice è in alto del quadro, con alla destra la B. Vergine ed a lato di ambedue gli Apostoli in semicerchio, tutti sedenti in gloria, sopra dei quali mostransi tre Angioli per parte coi simboli della redenzione. In questa semplice disposizione, che dà all'occhio l'idea della quiete e del riposo formanti una delle felicità degli eletti, ci volle il pittore rappresentare il Paradiso.

Al di sotto del Salvatore e della Vergine è un gruppo di quattro Angeli, due dei quali che dan fiato alle trombe, un altro che mostra due cartelle sentenziose ed uno finalmente innanzi ad essi tutto in sé raccolto, da qualcuno ravvisato per l'Angelo custode, che si duole e rammarica per la perdita delle anime alla sua cura affidate. Altri Angeli più in basso, armati di spada, dividono e respingono dal fortunato drappello de' prescelti, che vedesi alla destra, la turba de' condannati rappresentata alla sinistra. Negli uni è da osservarsi la felice espressione di beatitudine nel volto, negli altri la varietà e verità del dolore. Mentre però il divin Giudice è figurato in atto di fulminare la condanna sopra le schiere a sinistra, accompagnando col moto della destra la fatale sentenza, veggonsi in prima linea del quadro alcune tombe aperte, donde escono ancora i corpi degli estinti uniti alle anime loro, dalla quale riunione di azioni in un solo istante può giustamente inferirsi che il pittore aveva concepito una sublime idea dell'onnipotenza divina, che tutto pensa ed eseguisce in un punto. Fra quei che sono nell'atto di sollevarsi dal sepolcro, ha immaginato l'Orgagna il re Salomone, dubbioso ancora del luogo che devegli toccare, secondando così l'opinione dell'incertezza della sua salvazione: come dall'antico e trito proverbio che l'abito non fa il monaco, trasse il pensiero di far sorgere dalla parte degli eletti un religioso che vien da un Angelo tratto per i capelli, accennandogli di recarsi fra i reprobi, mentre tutto lieto un giovinetto, di abiti mondani rivestito, è da un altro Angiolo tratto di mezzo ai reprobi e condotto fra i beati74.

Terminata col Giudizio la prima parte di questo quadro, partì Andrea da Pisa, come avverte il Vasari, lasciò a Bernardo suo fratello la cura di terminare la seconda parte, ove doveasi rappresentare l'Inferno. Inferiore però questi ad Andrea, altro non fece se non colorire debolmente quello che il fratello avea di già inventato, come può tuttora riscontrarsi nelle parti non ritocche. Il Sollazzino infatti nel 1530 vi ridipinse tutta la parte inferiore dalla metà in giù, ma è giustizia il dire che sono da preferirsi le rigide e semplici figure dell'Orgagna, eseguite in tempo in cui l'arte era ancora piccola, alle atteggiate ma ordinarie del Sollazzino, condotte quando l'arte era già grande.

Grandi massi formano la bocca del baratro infernale diviso in otto spartimenti, nel cui mezzo, qual protagonista in figura gigantesca, secondo l'idea del grande Allighieri, apparisce Lo 'mperador del doloroso regno che con la testa a tre facce

Da ogni bocca dirompea co' denti
5Un peccatore a guisa di maciulla
Sì che tre ne facea così dolenti.

Nel primo compartimento, cominciando di fondo a destra (dell'osservotore), sono puniti coloro che macchiati furono dall'impudicizia, la cui pena è quella di esser frustati dai demonii o di soffrir da essi de' violenti abbracciamenti. Il re Erode, come quello che per la sua crudeltà ha riunito in sé molti generi di peccato, trovasi fra le gambe di Lucifero, un poco verso il lato sinistro, e prima d'incontrare nella medesima fila il luogo dove è posto il peccato dell'avarizia, che si punisce o col colare in bocca dei peccatori l'argento liquefatto, o col far suonare dinanzi ad essi dei sacchi di moneta. Sopra gli avari si puniscono gl'iracondi e la loro pena è di stare insieme abbracciati e dilaniarsi, mentre vari serpenti ravvolti intorno ad essi, a rimanersi vicini li sforzano. Dall'altro lato a destra si puniscono i golosi, la cui pena principale è d'aver vicina una tavola imbandita e d'essere impediti dai demonii d'accostarvisi, forzati pur anche ad ingojare delle immondezze. Sopra i golosi, pure a destra, è punito il peccato dell'invidia. La pena degl'invidiosi è di restar fitti in un lago di ghiaccio. Nella stessa fila, passando a sinistra, puniti sono i pigri o gli accidiosi che, tutti ristretti in loro stessi, sforzati sono a muoversi da un demonio, che, a cavallo di un condannato, vien loro incontro con un gran forcone tricuspide. Tutto intero lo spartimento superiore è destinato per i superbi e gli ambiziosi, peccato il più generale e più proprio dei potenti. Superbi furono gli eretici, perché ardirono di elevarsi contro le stabilite dottrine e Arrio n'è il primo, cui seguono tutti coloro della sua setta, ed hanno in pena di andar senza testa. Superbi furono i maghi e gl'indovini, ed Erictone è la prima, la cui pena è d'aver gli occhi tutti intorno chiusi da dei serpenti che loro circondano il capo, come quelli che, per aver voluto vedere il futuro, condannati sono a non veder pure il presente. Un'antica iscrizione ci addita per simoniaci coloro che hanno le viscere fuori del corpo; come pure due iscrizioni ci avvertono che il pittore volle rappresentare Maometto in colui che è posto a pezzi dai demonii, e che l'Anticristo è l'altro che col berretto di re da scherno, steso in terra, vien dai demonii scorticato. E finalmente un'altra iscrizione ci addita per Averroe quello che col turbante in testa e la barba al mento giace per terra circondato da un serpente dai fianchi in giù75.

FF. Memoria posta ad Alessandro Morrona pisano, morto nel 1824, benemerito della Patria per averne illustrato la storia civile e i monumenti delle Belle Arti.

169. Urneola cineraria romana con iscrizione che spiega essere appartenuta a Giulia Isiade.

00. Iscrizione onoraria pel cav. Antonio Quarantotto di Pisa, operajo che fu della chiesa Primaziale, dell'Ospedale civile, dei Bagni a s. Giuliano, morto nel 1793.

170. Urneola cineraria romana di alabastro, con cartella ed iscrizione per P. Attilio Candido.

XXXVIII. Sarcofago di stile greco, ornato di tre putti sostenenti un festone. Sonovi anche scolpite due aggraziate ninfe sul dorso di tritoni. Sopra vi posano due teste romane.

171. Urnetta cineraria romana assai corrosa.

172. Statuetta in marmo rappresentante Maria Vergine col divin Figlio, scolpita di Andrea Orgagna.

XXXIX. Piccolo sarcofago in marmo greco di bello stile, rappresentante una corsa puerile circense. E' sorretto da due colonnette di porfido. Sopra vi posano una bella testa di Venere e due mani, di scarpello greco.

174. Mezza colonna di diaspro cotognino e, sopra, una testa d'Angiolo, creduta di Nino Pisano.

174. Urneola cineraria romana con iscrizione per Antonia Restituta. Posa sopra colonnetta di rosso di Siena.

175, 176. Due pilastrini ai lati dell'infrascritto sarcofago scolpiti a ornato dal già lodato Stagi da Pietrasanta.

XL. Sarcofago di bello stile antico, non poco danneggiato, rappresentante il ratto di Proserpina. Questo ratto trovasi spessissimo nei sepolcri degli antichi, comecché esprimente una favola di morte, alla quale alludono i misterii eleusini. Sopra vi stanno tre bellissimi oggetti di eccellente scarpello romano, cioè un busto in marmo creduto di Adriano, una testa di Giulio Cesare ed un'altra in basalto esprimente il ritratto di Marco Agrippa.

LXXVIII. Sarcofago di tempo basso, nel cui fronte sono diverse arcate sopra colonne.

LXXIX. Sarcofago striato con un tempietto nel mezzo, in cui sono due sposi mutilati del capo.

LXXX. Sarcofago di marmo striato.

GLI ANACORETI DI PIETRO LAURATI SENESE

Dall'orrida scena dell'Inferno si passa alla placida e tranquilla degli Anacoreti, che è l'ultima pittura delle nostre descrizioni. In tre ordini o file sono rappresentate le opere dei Padri nel deserto. Noi le descriveremo succintamente, incominciando dalla cima a destra del quadro. Le due prime figure in ginocchio sull'ingresso di una caverna, una delle quali con veste di palmizio, denotano s. Paolo primo eremita ed il beato Antonio che si è recato a visitarlo. Lì presso è dimostrato s. Paolo disteso e morto all'entrar della spelonca e il beato Antonio sopra di esso chinato con gran dolore ed affetto. Un poco indietro sono rappresentati due leoni in atto di scavare una fossa, nella quale Antonio poté interrare il santo amico. Quindi seguono altre azioni del medesimo Beato e, primieramente, quando colla stampella scaccia un demone comparsogli in abito monastico, in secondo luogo quando soffre le battiture da altri due demonii e quando inoltre è confortato dal Signore che gli apparisce più in alto. Vedesi poscia sull'apertura di una grotta un eremita occupato in qualche lavoro e, di dietro, tra il masso e un romitorio, il ridetto Beato che scaccia due diavoli col segno della croce. Alquanto più in alto, sulla sinistra, è figurato l'abate Ilarione sopra un giumento, nell'atto che col segno della redenzione allontana il demonio in forma di drago, mentre il frate suo compagno si mostra sopraffatto dallo spavento alla vista di quella fiera minacciosa.

Scendendo alla fila di mezzo a destra, si scorge dapprima santa Maria Egiziaca nell'atto di ricevere l'Eucaristia dal beato Zosimo. Indi vedesi un eremita alla grata della sua celletta, tentato da un demonio (che per tale si manifesta dalle zampe) in forma di vecchio anacoreta. A questo succede un santo solitario in atto di pregare tra due placidi leoni. Poscia scorgesi il demonio, sotto mentite forme di vaga pellegrina, tentare un anacoreta nel suo abituro. Parecchi altri eremiti veggonsi successivamente intenti a diverse occupazioni, e chi sta meditando, e chi fa lavori, e chi legge, fra i quali è da notarsi quello che si è procurato ricovero sopra una querce. Quella palma, che sta presso alla cella in rovina, ricorda il fitto de' beati Onofrio e Panuzio, il primo dei quali, venuto a morte, è sepolto dal secondo nella fossa scavata dai leoni, che si mostrano nell'estremità di questa fila a sinistra.

Ora, portando l'occhio sulla parte inferiore del quadro, accenneremo primamente a destra un monaco che conduce sopra un asinello lavori alla città e, non lontana, santa Marina in abito monastico, con un bambino in braccio, seduta davanti ad una piccola chiesa. Alcuni anacoreti stanno pescando e diversi altri sono occupati in differenti uffizii, manifestandosi anche qui il capriccio del pittore di rappresentare le tentazioni del demonio sotto varie forme, come in quel monaco a cavallo sopra il ponte e nell'altro che sta presso ad un somaro caduto a terra sotto un grave carico. Quindi altri quattro monaci si mostrano in prossimità d'una piccola chiesa, due dei quali occupati in lavori manuali, uno che si riposa dalle fatiche durate al bosco ed altro finalmente che ritorna dalla questua con un barilotto in mano. Per ultimo a sinistra viene rappresentato un santo, che, per non cedere alle seduzioni della donna dissoluta che gli sta dietro, stende le mani sopra le fiamme. Quindi la stessa femmina vedesi più al basso tramortita a terra per gastigo del cielo, la quale poscia, riavutasi alle preghiere di quel santo, rinunzia alla sua riprovevole vita e si consacra al servizio di Dio.

177. Urneola cineraria romana, con iscrizione che conserva il nome di Aufidia Vittoria, vissuta anni 25, mesi 10, giorni 15, ore 7 senza niuna querela (caso non troppo frequente) con suo marito P. Vittorio Marziale. Posa sopra bella colonnetta di rosso di Siena.

178. Testa di fauno molto espressiva, di stile romano.

XLI. Piccolo sarcofago di marmo rappresentante in mediocre stile romano una corsa puerile circense. Posavi sopra un interessante capitello del secolo XI, il quale sta a determinare il grado della scultura risorgente, e più due frammenti di mano, di buono stile.

179. Statua di una Vergine col piccolo Gesù in braccio, mutilata di Nino Pisano.

180. Urna cineraria romana sculta a rami d'olivo. L'iscrizione ricorda il nome di Accio Calpurnio Rustico.

XLII. Sarcofago in marmo cipollino, singolare per avere un solo ornamento di fiorami. Sopra vi posano tre frammenti d'urneole etrusche in alabastro, uno de' quali esprimente due persone che sacrificano all'Amore; l'altro una figura muliebre sopra lettisternio, con due gravi personaggi in piede; e il terzo quattro cavalli.

XLIII. Sarcofago di marmo striato inserito nel muro, con putti alati e fiaccole funebri all'estremità. Riposano qui le ceneri del pisano beato Giovanni della Pace, encomiato nel sottoposto epigramma. Sopra il detto sarcofago si veggono dipinti due Angioli e il Beato suddetto, per mano di Antonio Veneziano.

181. Urna etrusca di tufo rappresentante una vittoria seduta in mezzo a due guerrieri, di stile grandioso e bello. Sopra il coperchio non suo d'alabastro sta coricata una figura muliebre, notabile per l'acconciatura della testa, per l'eleganza del corno potorio e per l'etrusca iscrizione.

182. Frammento di capitello dei tempi barbari e, al di sopra, figura d'Evangelista fra due animali alati.

183. Piccolo ovato scolpito a delicati fiorami, con piccolo ritratto nel mezzo d'intero rilievo, creduto rappresentare l'effigie di Michelangiolo.

LXXXI. Nella nicchia di mezzo di questo sarcofago veggonsi marito e moglie impalmarsi colla destra. Negli altri quattro stalli sono sculti i genii delle stagioni.

LXXXII. Cassone rozzo di marmo.

LXXXIII. Sarcofago di marmo pario di stile romano, che ha nel fronte due vittorie reggenti uno scudo sferico.

LXXXIV. Sarcofago ovale con strie asserpate e teste di leone tenenti in bocca una campanella.

Per ultimo, passando allo sterrato o arca interna del Campo–santo, si osserveranno i seguenti pezzi

Pozzo di travertino, ornato di quattro teste di animali in stile grandioso.

Altro pozzo etrusco, ornato ne' quattro lati di teste umane e d'animali.

Due acheruntiche, o cippi sepolcrali etruschi.

La visita da farsi adesso agli altri luoghi degni d'osservazione, come chiese, stabilimenti d'istruzione e di beneficenza, palazzi, passeggi, monumenti ec., sarà secondo il prospetto di divisione della città in terzieri e incominceremo colle fabbriche adiacenti alle quattro principali già descritte.

4.2. Terziere di Santa Maria

Palazzo dell'Opera.

In linea colla facciata meridionale del suddescritto Campo–santo, verso levante, presentasi il detto palazzo, che, per la struttura delle finestre, si giudica innalzato sul declinar del secolo XIII. Una iscrizione infissa sopra la porta si riferisce al passaggio da Pisa di Carlo VIII re di Francia. In una cappella interna avvi un quadro in piccole figure rappresentante l'incoronazione della Madonna, d'ignoto ma valente autore. Sono infatti da lodarsi le teste, il panneggiamento e il colorito di varie figure d'Angeli nella linea di mezzo, e quelle di santi in basso del quadro. Nelle stanze contigue presentansi altre opere in pittura, fra le quali un s. Torpè in abito guerriero di Salvator Rosa, una Madonna col Bambino della scuola d'Andrea del Sarto, e forse del Pontormo, le immagini dei due santi apostoli Andrea e Jacopo del Sogliano, un s. Antonio da Padova ed un s. Filippo Neri (due quadri alterati la ritocchi) di Pietro da Cortona ec. Al pian terreno è da osservarsi la volta di un loggiato, chiuso oggi da ogni lato, tutta leggiadramente dipinta sul fare detto raffaellesco da Giov. Stefano Maruscelli, la qual pittura è stata di recente restaurata.

Residenza e Archivio del Capitolo Cononicale del Duomo.

Questo locale, non per anche compiuto, è posto dietro la tribuna maggiore del Duomo di fianco al Campanile. Due buoni quadri in tela di artefici pisani, che esistevano nella chiesa di santo Spirito, ora distrutta, furono qui trasferiti. Uno, di mano di Baccio Lomi, rappresenta l'incoronazione della Vergine, l'altro, di Giov. Battista Tempesti, raffigura l'apparizione dello Spirito Santo agli Apostoli. E' qui parimente collocato un quadro in tavola, con caratteri indicanti l'autore Duccio di Boninsegna senese e l'anno 1357, ove sono espresse tre figure, un angelo e due santi in campo d'oro. L'archivio è ricco di molti ragguardevoli documenti concernenti l'immunità, esenzioni e privilegii conceduti al predetto Capitolo da varî pontefici e imperatori76.

In linea dell'anzidetto locale, sull'angolo della via che conduce all'Arcivescevato, si trova la

Chiesa dei ss. Ranieri e Leonardo

Il buon disegno della porta d'ingresso viene iscritto dalla tradizione a Michelangiolo Buonarroti. La memoria in essa scolpita ci avverte essere stata dedicata ai detti santi nel 1577. All'altare conservasi un dipinto della miglior maniera di Aurelio Lomi pisano, ov'è la Vergine, s. Leonardo, s. Ranieri, s. Torpè e s. Gregorio. In un tabernacolo appeso alla parete è collocata una vecchia dipintura di Giunta pisano, rappresentante un Crocifisso con tre mezze figure ai lati estremi della croce e, nella parte inferiore, è il nome dell'autore77. Un'altra tavola di antica scuola, parimente appesa alta parete, ci rappresenta la Madonna incoronata col divin Figlio e varî Angeli.

Poco lungi, in fondo alla strada, si vede il

Palazzo arcivescovile

Si vuole costrutto poco dopo l'innalzamento della Primaziale e compiuto nel 1116, per notizia attinta da una carta esistente nello stesso archivio archiepiscopale. Fu però riedificato sul finire del secolo XVI, a spese dell'arcivescovo Carlo Antonio del Pozzo. Quindi di bel nuovo accresciuto ed abbellito dall'altro arcivescovo Angiolo Franceschi sul finire dello scorso secolo ed, in ultimo, compiuta ed arricchita la facciata dall'attuale, zelantissimo arcivescovo Giovan Battista Parretti.

In una delle sale a terreno sull'ampio cortile, ove si conferiscono le lauree dottorali ai giovani dell'I. e R. Università, è degno d'osservazione un quadro a buon fresco del più volte ricordato Giov. Battista Tempesti, il cui soggetto riferisce alla sapienza che il divin Putto a guisa di vivo raggio tramanda a Pisa supplichevole dinanzi alla sua protettrice, la gran Madre di Dio. Quivi pure si trovano in giro 22 ritratti ad olio di distinti professori dell'Università.

Nel piano superiore è una magnifica cappella dipinta dai rinomati fratelli Melani, come in altra più piccola sonovi pitture a fresco del prelodato Tempesti ed, all'altare, altra opera a fresco di Giuseppe Melani, trasferitavi da una vecchia parete dello stesso edifizio.

L'archivio arcivescovile, ricco di pregevoli antichi documenti, è situato nelle stanze terrene di questo magnifico palazzo. Contiene quasi 3000 pergamene, a partire dall'anno 720 fino al secolo XVI, tutte cronologicamente disposte e copiate in vari volumi.

Sulla piazza del Duomo, dal lato che guarda il settentrione, trovasi lo

Spedale, con annesso Teatro anatomico, Gabinetto fisiopatologico e chiesa di santa Chiara.

Fu fondato dai Pisani nel 1258, ad espiazione dell'interdetto incorso sedici anni avanti, secondo che narrammo nella Parte storica, pag. 49. Fu detto un tempo della Misericordia ed ora di s. Chiara. In varî tempi venne aumentato ed arricchito per lasciti di generosi individui e per la munificenza dei sovrani di Toscana, e recentemente poi, per la generosità del regnante Leopoldo II, fu provveduto alla maggior salubrità del medesimo coll'ampliazione e miglioramento delle grandi infermerie e coll'aprire ventilazioni da ogni parte. Vi fu aggiunto ancora altro locale per le preparazioni di Anotomia, un'apposita sala per le puerpere, un'altra per le affette di malattie vergognose, nuovi bagni di marmo ed un sontuoso teatro anatomico, adornato delle tavole della grande Anatomia del celebre professore Paolo Mascagni, ed infine un Gabinetto fisio–patologico, utilissimo ed importantissimo sotto il doppio rapporto della istruzione che possono riceverne gli studiosi e del decoro che ne deriva alla insigne nostra Università.

Presso all'infermeria delle donne è la chiesa di s. Chiara, della quale null'altro noteremo che una stupenda tavola d'antica scuola, esistente in una piccola cappella annessa alla chiesa. Rappresenta la Vergine in seggio col Putto e due santi per ciascun lato, cioè s. Agostino e s. Giov. Battista, s. Giovanni Evangelista e s.a Chiara: e di sopra, in due lunette, gli Evangelisti s. Luca e s. Marco78. Nel convento di detto nome è un certo numero di monache, le quali si vanno indefessamente occupando nell'assistenza delle inferme alla loro cura affidate. Il servizio spirituale vien prestato dai religiosi Cappuccini.

Corrispondenti alle vie dell'Arcivescovato e di santa Maria, formanti angolo sulla piazza del Duomo, sono

L'ospizio de' Trovatelli e la casa di Refugio pei poveri dei due sessi

Questi due benefici istituti dipendono dall'amministrazione dell'Ospedale. Due erano anticamente i luoghi destinati al ricovero degli esposti in Pisa: uno, fondato dal B. Domenico Vernagalli, trovavasi primitivamente in vicinanza del monastero di s. Michele in Borgo e poi in via Calcesana, l'altro, detto di s. Spirito, era presso la porta di s. Marco. Ambedue nel 1421 furono qui concentrati, ove già esisteva lo spedale detto della Pace, e l'oratorio di s. Giorgio dei Tedeschi. La piccola chiesa ivi annessa non ha che alcuni quadri di un dilettante pisano, il cav. Domenico Ceuli.

La fondazione della casa di Refugio devesi alle benefiche e paterne cure del gran–duca Pietro Leopoldo. Dalla via della Rosa, ove dapprima esisteva, fu trasferita nel soppresso monastero delle Convertite e quindi nel luogo ora indicato.

Seguitando per la via s.a Maria e traversata la piazza detta dello Stellino, si trova la chiesa di

Sant'Eufrasia

un tempo parrocchiale, fondata, dicesi, nel 1124 dal cardinale Crisogono Malcondime nobile pisano. Ne passò quindi il patronato all'antica famiglia dei Griffi e poi a quella dei Sancasciani. Nel 1691 fu addetta alla conventuale dei cavalieri di santo Stefano e, nel 1729, avendo cessato d'esser parrocchia, fu conceduta ai PP. Carmelitani scalzi, che la rimodernarono come oggi si vede. Dimessi quei PP. nel 1810, il possesso della chiesa fu dato in ultimo ai fratelli della Compagnia delle sacre Stimate di s. Francesco, che tuttora lo conservano.

Tacendo delle tele degli altari minori, accenneremo solo il Cristo in croce all'altar maggiore, come una bella scultura in legno del Giacobbi pisano.

Nel tabernacolo situato nel mezzo della tribuna tro–vasi un'antichissima pittura in tavola di maniera gre–ca, o greco–pisana, rappresentante la Vergine col Putto.

Poco lungi vi è la chiesa di

S. Sisto

Per la fortunata combinazione di avere i Pisani riportate diverse vittorie sempre nel sesto giorno dei mese d'Agosto, giorno in cui dalla Chiesa onorasi la memoria del santo pontefice Sisto II, fu statuito l'in–nalzamento di questo tempio ad esso consacrato. La sua fondazione ebbe luogo nel 1089 e la Comunità ne ha avuto sempre il dominio. Dicesi che anticamente vi si adunava il Consiglio generale e ch'era collegiata con i suoi canonici e le canonichesse ancora.

L'interno è diviso in tre navi per due ordini di colonne, alcune delle quali di graniti greci e nostrali ed altre di cipollino, e sui capitelli di antico lavoro voltano archi tondi, che appellano a quel secolo ed alla scuola di Buschetto. Un buon numero di zelanti cittadini ha supplito lodevolmente alle spese di un re–cente grandioso restauro, con impiantito di marmo a lastre bianche e cerulee; ma è da rimarcarsi con di–spiacere che la volta della navata di mezzo, impostata alquanto bassa, venga a togliere non poca luce alle finestre e la bella proporzione delle altre parti della fabbrica.

Poco è a dirsi delle opere di pittura, che qui si trovano alle pareti ed agli altari. Il primo quadro, a destra di chi entra, rappresenta la Madonna e altri santi e vi si legge il nome di Giov. Battista Paggi genovese e l'anno 1590. Il secondo esprime s. Igna–zio e il Redentore, e è del Piastrini pistojese. Il terzo contiene un fatto di s. Giuliano e credesi di scuola senese.

L'altar maggiore, decoro un tempo della chiesa di s. Rocco, è tutto di marmi di Carrara. Nel pre–sbiterio, fra le altre lapidi sepolcrali, trovasi quella di Giov. Battista Bonaparte nobile sanminiatese, pro–fessore di medicina nella pisana Università, morto nel 1744. E' noto per la storia che consanguineo a questa famiglia tenevasi il grand'uomo, il quale (come en–faticamente disse il Manzoni) s'assise arbitro fra due secoli.

Nell'altra minor nave, l'altare di fronte ha un quadro di Domenico Muratori esprimente la Concezione. Il quadro alla parete, l'Assunta con s. Bartolommeo e s. Felice, è assegnato al Salvi pisano. Il transito di s. Francesco Saverio nell'Indie è detto di un pittore francese Giacomo Perry e finalmente il successivo quadro alla parete, rappresentante s. Giovanni che pre–dica alle turbe, è opera di qualche pregio di Rutilio Manetti senese.

Son degni d'osservazione per la bontà del lavoro tre bassirilievi di scuola pisana, due infissi alla parete interna ai lati della porta ed uno all'esterno nel so–pra ornato della porta medesima.

Poco distante dalla piazzetta di s. Sisto si trova la

Pia Casa di Carità

Questo Conservatorio, destinato a benefizio delle femmine orfane, fu instituito unitamente a quello pei maschi, di cui parleremo più innanzi, nell'anno 1686 da una pia società di persone dell'uno e dell'altro sesso. Dallo spedale di s. Antonio, prossimo all'altro dell' Eternità, ove primitivamente si eressero i due or–fanotrofii, fu quello delle femmine per ristrettezza di spazio trasferito in questa fabbrica comoda e sana, ora notabilmente accresciuta. Il numero delle alunne, che vi si alimentano ed instruiscono nelle buone pratiche di religione e nei femminili lavori, sorpassa adesso il 100 per le pie elargizioni di benemeriti nostri concittadini, oltre ad una quantità di sussidiate fuori del luogo. L'età per esservi ammesse non dev'essere mi–nore di anni sette, né maggiore di dieci: quivi pos–sono rimanere loro vita durante, qualora non preferiscano di uscirne. In caso di matrimonio, l'ospizio somministra una dote di lire 420.

Proseguendo per la via di s. Sisto si perviene alla

Piazza de' Cavalieri

Era questa piazza , detta già degli Anziani o dei Gualandi, l'antico foro repubblicano. Ora è detta dei Cavalieri, per esservi la residenza dell'Ordine militare di s. Stefano P. e M.

Questo istituto, cotanto celebre e benemerito un tempo dell'umanità e della cristiana religione, fu con–cepito e posto in essere nel 1561 dalla provvida mente di Cosimo de' Medici, primo gran–duca di Toscana, modellandolo presso a poco sopra quello di Geru–salemme, il quale già da lungo tempo esisteva. Per renderne più stabili le fondamenta, stimò bene di as–sociare alla sua la suprema autorità della Chiesa ed in questa guisa acquistò il doppio titolo d'ordine mi–litare e sacro. Fu istituito sotto la regola Benedettina o Eremitana, dietro l'approvazione del pontefice Pio IV, e posto sotto gli auspicii dell'inclito papa e mar–tire Stefano I, per la memoria di due vittorie ripor–tate da Cosimo nel 2 di Agosto, giorno consacrato alla gloria di detto Santo. Il corpo morale degl'individui, che doveano comporlo, fu distinto in tre classi, cioè in cavalieri nobili militi, obbligati alla milizia marittima, in cavalieri cappellani, che formano il clero della chiesa e in cavalieri serventi d'arme e taù destinati al servizio militare e alla custodia e pulizia del con–vento. Pisa fu eletta in sede stabile dell'istituto, come città più confacente di qualunque altra per l'opportunità del fiume e per la capacità di comodi arsena–li, con che si dava luogo alla fabbricazione dei legni marittimi pel servizio della nuova milizia e al loro facile trasporto ed immissione nel mare.

Prendendo ora noi a descrivere partitamente gli edi–fizii che decorano la detta piazza, incominceremo dalla

Chiesa conventuale della Religione de' Cavalieri di santo Stefano

Sulle rovine di una vetusta chiesa, denominata s. Sebastiano delle fabbriche maggiori, fu innalzato il magnifico tempio, che ora presentasi in nobil foggia de–corato e disposto. L'architetto Giorgio Vasari lo con–dusse ad una sola navata nel 1565, lasciandone im–perfetta la facciata, la quale fu posteriormente compiuta sul disegno di don Giovanni de' Medici, principe di grande ingegno e valore, e precisamente sotto il governo dei gran–duca Ferdinando I nel 1594–96.

Quattro grandi colonne isolate ed altrettanti pila–stri a bassorilievo nel muro, con capitelli perfettamente corintii e ben intesi profili di modanature convenevoli e liscie, costituiscono il bello del primo ordine architettonico, al quale soltanto disdicono alcune formelle d'ornamento. L'ordine italico superiore, benché si agguagli nell'euritmía dell'insieme, discorda nella de–corazione, per la qual cosa va soggetto a qualche censura, secondoché altri ha osservato: nella totalità peraltro sono ambedue magnifici ed incrostati di lu–centissimi marmi delle vicine cave di Luni.

Questo tempio, già atto al culto fino del 1569, mancava però sempre interiormente di un decoroso soffitto; quindi, per la munificenza dello stesso principe Ferdinando I, vi si eseguì nel 1604. E siccome a tal'e–poca le gesta della novella milizia erano già memorabili, così fu desiderio del principe che il soffitto, ol–tre ai dorati intagli eseguiti sul disegno dell'architetto fiorentino Alessandro Peroni, contenesse in sei compartimenti altrettante opere pittoriche, rappresentanti le glorie maggiori dell'Ordine. Prescelti i più valenti ar–tefici di quel torno, come il Cigoli, il Ligozzi, l'Allori e l'Empoli, si determinarono i soggetti che andiamo adesso a descrivere.

Il primo, collocato nel vano dell'anzidetta soffitta prossimo all'altar maggiore, rappresenta Cosimo nel–l'atto di assumere le magistrali divise, ossia l'abito di Gran–maestro dell'Ordine da lui instituito. Questo quadro di corretto disegno, di vago colorito e di ag–giustata distribuzione e gradazione di parti, fu opera di Lodovico Cardi, detto il Cigoli dal nome del castello ove egli nacque.

Il secondo dimostra il ritorno vittorioso delle ga–lere dell'Ordine dalla famosa battaglia di Lepanto so–stenuta contro Selim II nel 1571, quadro eseguito con molta naturalezza e vivacità d'espressione da Jacopo Ligozzi veronese e non dal Cigoli, come erroneamente asserirono il Titi, il Morrona ed altri.

Il terzo c'indica l'imbarco a Livorno di Maria de' Medici, figlia di Francesco I e nipote del gran–duca Ferdinando allora dominante, già sposata per procura in Firenze ad Enrico IV re di Francia, con–dotto maestrevolmente da Cristoforo Allori fiorentino e non da Jacopo da Empoli, come crederono i sopra nominati scrittori.

Il quarto esprime il fatto navale accaduto fra le galere dell'Ordine e diversi legni turcheschi nell'Arcipelago l'anno 1602, ossia la conquista di quattro navi turche, argomento assegnato a Jacopo da Empoli, pittore assai rinomato.

L'espugnazione della Prevesa, l'antica e famosa Nicopoli sui confini dell'Albania, eseguita nel 1605 dalle galere toscane sotto il comando del prode ammiraglio Inghirami, è il soggetto espresso nel quinto quadro con molta perizia d'arte dal prelodato Jacopo Ligozzi da Verona.

E finalmente il sesto ci manifesta l'espugnazione di Bona sulla costa d'Affrica, avvenuta negli ultimi anni del regno del gran–duca Ferdinando I, ed è o–pera del ricordato Jacopo da Empoli.

Per le pitture degli altari, incominceremo dalla prima a destra di chi si porta ad osservare. E' questa un'opera dell'architetto e pittore Giorgio Vasari e rappresenta la lapidazione del diacono s. Stefano, detto il Protomartire, ma di una maniera piuttosto secca e di un languido colorito.

Nell'altare che segue è collocato un Crocifisso d'ar–gento, scolpito in Roma da Giovacchino Belli sul disegno dello scultore Tenerani. Mancato per furto altro Cro–cifisso dello stesso metallo, molto pregevole per l'arte, d'Alessandro Algardi bolognese, fu questo sostituito per la generosità del gran–duca Ferdinando III.

Del maestoso altar maggiore, che ora per ordine ci si presenta, avvertiremo che fu fatto costruire da Cosimo III in porfido orientale, per la maggior parte da lui generosamente donato. Il disegno e il modello formato nel 1682 da Pier Francesco Silvani fiorentino fu in appresso modificato nel 1700 da Giov. Battista Foggini, allorché s'incaricò dell'esecuzione di quest'o–pera. Nove anni furono impiegati nel difficil lavoro della dura pietra e la spesa totale, comprese le statue, i bronzi e le loro dorature, ascese a scudi 19,477. I diaspri di Sicilia e di Barga con rilegature di tarso o quarzo, che disposti rimiransi in diverse parti, gli ag–giungono pregio e decoro. Di ordine composito è l'architettura di questa mole, e l'ara, sorgendo dal suolo ed elevandosi al di sopra di due scalini a giusta pro–porzione, resta alquanto isolata. Nei quadri della fron–te, nella mensa, e nelle formelle de' sovrapposti gra–dini, vi risplendono con bell'ordine spartiti i varî ac–cennati diaspri e il calcedonio volterrano. Due pilastri scannellali e quattro colonne striate dell'altezza di quattro braccia e mezzo, non compresa la base e il capitello, sostengono l'ornato superiore, decorato di diversi emblemi militari. Sui frontespizii dell'urna di porfido, ove sono le ceneri di s. Stefano, posano ge–nuflesse due statue: una con scudo crociato e spada, emblemi dell'Ordine militare, invita ad abbracciare questa sacra milizia e l'altra con bandiera raccolta, simbolo della vittoria, sta implorando il continuo pa–trocinio di lui. Questi in gloria nel luogo più eminen–te della nicchia, sorretto da due putti, con lo stemma dell'Ordine nella sinistra e col motto nella fronte del–l'ara – Nomini meo adseribatur victoria – dimostrane la valevole protezione e con la destra alzata, in atto di benedire, spiega la sua annuente perseveranza. Pregevole per i bassirilievi, rappresentanti il natale illu–stre di quest'eroe, è la gran sedia di lucido metallo che racchiude la cattedra, ove sede' pontefice sommo, donata a Cosimo III dal papa Innocenzo XII. Due altri putti angelici, posti sull'aperto frontone, coronano que–st'opera magnifica79.

Proseguendo l'osservazione giusta l'ordine intra–preso, nel primo altare a sinistra, detto del Sacramento, ci si offre una tela di Lodovico Buti fiorentino, rap–presentante il prodigio della moltiplicazione de' pani operato dal Redentore nel deserto.

Nel seguente ed ultimo altare, fa luminosa comparsa una tavola di Alessandro Allori, detto il Bronzino, da lui eseguita nel 1564, un anno prima della fabbrica–zione della nominata chiesa. E' figurata in essa la Natività del Signore, con tanta arte (dice il Vasari), di–ligenza, disegno, invenzione e vaghezza di colorito, che non può farsi di più; e se questa pittura godesse nella sua composizione di conveniente prospettiva, non vi sarebbe opera di questo maestro che potesse starle a confronto.

Collocate nelle pareti, fra un altare e l'altro, si ve–dono alcune tele a chiaro scuro, rappresentanti varî fatti del pontefice s. Stefano, opere del Vasari, del Ligozzi, dell'Empoli e dell'Allori.

Le vecchie bandiere ed altri oggetti appesi all'intorno delle alte pareti sono trofei e monumenti di vittorie riportate in diversi incontri dai cavalieri sopra i Barbereschi.

Dei due grandi organi che si mostrano ai lati dell'altar maggiore, quello situato dalla parte del vangelo è stimato uno dei migliori d'Italia. Fu costruito e donato all'Ordine anzidetto nel 1733 dal cav. Azzolino Bernardino della Ciaja senese, come apparisce da memorie a ciò relative.

Per compimento della descrizione di questo tempio dobbiamo ora accennare che l'aggiunta delle due ali che lo fiancheggiano fu determinata sotto il governo di Cosimo III, non tanto per somministrare maggior comodità al clero e al corpo dei cavalieri in occasio–ne di adunanze ecclesiastiche, quanto per costituire un edifizio assai più dignitoso per l'Ordine, coll'aumento di diverse cappelle. Si die' principio all'opera nel 1682, con disegno e direzione del menzionato architetto Pier Francesco Silvani e, nel giro di nove anni, fu condotta al punto in cui attualmente si vede, restando sempre mancante del suo finimento esteriore.

Merita osservazione la tavola d'altare nella cap–pella che è in testa all'ala destra dell'edifizio, comec–ché una delle migliori opere del più volte ricordato Aurelio Lomi pisano. Rappresenta la Vergine con s. Giuseppe da un lato e il protettore dell'Ordine dall'altro, genuflesso in atto di baciar la mano al Bambino, che siede nel grembo di lei.

Altra cappella più grandiosa della sopraindicata è stata recentemente costruita in testa dell'ala sinistra del tempio, destinata all'esposizione del sepolcro nella settimana santa80.

A destra della Chiesa il

Palazzo detto della Carovana

Fu anticamente la sede degli Anziani della pisana repubblica, architettato da Niccola Pisano ed in ap–presso riformato ed abbellito col disegno del ricordato Vasari; e non sono molti anni che serviva ai giovani cavalieri per farvi la loro carovana negli esercizii militari di mare. Al presente vi è la Scuola normale di Pedagogia, di nuova istituzione (an. 1846).

Nel mezzo della facciata del palazzo, sopra la porta principale, a cui si ascende per una comoda scala a due rami esterna, vedesi la grand'arme Medicea messa in mezzo a due statue di tondo rilievo, la Religione e la Giustizia, condotte maestrevolmente da Stoldo di Gino Lorenzi da Settignano. Sei pregevoli busti di marmo statuario, rappresentanti i primi sei Gran– Maestri dell'Ordine, adornano del pari e simmetricamente la stessa facciata.

In faccia a questo palazzo sorge la

Statua di Cosimo I

Fu questa fatta erigere dal gran–duca Ferdinando I, per rendere omaggio alle virtù del genitore. E' dessa maestosamente atteggiata, ha cinte le membra di usber–go e preme col pie' destro lo squammoso dorso di un delfino, emblema delle imprese marittime dell'Ordine. Si eseguì da Pietro Francavilla, con l'indirizzo del ce–lebre suo maestro Giovan Bologna.

A diritta eravi in antico la

Torre detta della Fame

Sorgeva precisamente ove ora è l'ala sinistra del palazzotto dell'orologio e così a destra di chi passa sotto la volta per andare in via della Faggiola. Il nome aggiunto a questa torre ricorda il tragico lagri–mevole fine del conte Ugolino della Gherardesca e dei suoi figli, e da cui trasse l'Allighieri argomento ad uno de' più bei passi del suo divino Poema (Parte storica, pag. 68). La facciata del palazzo era abbel–lita da pitture a fresco, ora in parte scomparse, indi–canti vedute di paese e prospettive, come di varie fi–gure esprimenti le virtù e le arti liberali e meccaniche, eseguite dal Poccetti, dal Maruscelli e dal Paladini.

Seguitando il giro della piazza, s'incontra la piccola chiesa di

S. Rocco

uffiziata al presente da una confraternita laicale. Nel–l'altare a destra si vede un quadretto ovale di Tommaso Tommasi da Pietrasanta, rappresentante santa Bo–na e in quello di contro una tela, in cui da maestra mano fu effigiato S. Rocco.

A contatto il

Collegio Puteano

fondato nel 1605 dall'arcivescovo diocesano Carlo Antonio del Pozzo di Biella in Piemonte, ad uso e–sclusivo de' suoi nazionali. Vi si mantengono otto gio–vani per cinque inni consecutivi, onde fare i loro studi nella pisana Università e riportarne la laurea dottorale.

Nell'angolo della piazza rivolto a settentrione, si trova il palazzo di

Residenza del Consiglio de' Cavalieri di s. Stefano

rinnovato e condotto in marmi dal Francavilla nel 1603, col motto nel sopra ornato della porta – Equestri Juridicundo –. Pertenne un tempo alle magistrature della repubblica pisana, quindi ai priori della città che vi risedettero sino al 1689. Nell'interno vi ha una sala ornata di pitture a fresco dei fratelli Melani, in–dicanti architettoniche ordinanze con ornamenti e fio–rami e le figure dell'Arno e del Serchio; e nel soffitto sono quattro lodevoli pitture a olio di Ventura Salimbeni esprimenti le virtù cardinali, cioè la Pruden–za, la Giustizia, la Temperanza e la Fortezza. Il qua–dro di fronte all'ingresso, dell'abilissimo prof. Bezzuoli di Firenze, rappresenta in abito di Gran–Maestro l'at–tuale regnante Leopoldo II.

Chiude il giro di sì magnifica piazza la fabbrica detta

La Canonica

Serve di abitazione ai cappellani addetti all'Ordine menzionato e al Gran–Priore della Religione, che fa le funzioni di chiesa pontificalmente.

Prendendo ora la via di s. Frediano, nel palazzo una volta Schippisi, acquistato di recente dal Municipio, troveremo

L'Accademia di Belle Arti

la quale protetta dai benevoli auspicii dell'augusto Principe, va sopra la porta d'ingresso insignita del concedutole regio stemma. Assai modesti furono i principi della medesima. Il già benemerito Conservatore del Campo–santo urbano cav. Carlo Lasinio, condotto dall'amore alle Arti Belle e da caldo desiderio di propagarne maggiormente la cultura fra noi, aprì spontaneo una scuola gratuita di disegno a vantaggio dei Pisani e, dopo parecchi anni, nel 1812, pervenne allo scopo cotanto desiderato che una Deputazione del Comune vi dovesse presiedere. Adottate allora le basi e i regolamenti delle proprie funzioni, ebbe incremento notabile. Si procacciò un locale conveniente alla sua destinazione e si aggregarono, in progresso, al maestro di disegno e d'incisione, un maestro d'architettura ed un maestro d'ornato e di modello, come anche di recente un maestro di topografia, i quali tutti furono e sono stipendiati dalla cassa Comunale.

Dopo il traslocamento in varî punti della città, il locale, ove trovasi al presente, fu appositamente ridotto senza riguardo a spesa per sì nobile ed utile istituto.

Le varie sale si veggono arricchite di un numero vistoso di quadri pregevoli in tavola, quasi tutti di antica mano, e di statue e di bassirilievi in gesso di bellissimo getto81.

Poco oltre troveremo la piazza e la chiesa di

S. Frediano

la cui fondazione viene assegnata alla nobil famiglia pisana Buzzaccherini–Sigismondi sul cominciar del se–colo XI. Vi stettero i monaci camaldolesi fino al 1521. Passò quindi in commenda e poscia in dominio della Religione di s. Stefano per concessione di Cosimo I. In appresso, nel 1595, vi passarono i PP. Barnabiti, che v'istituirono scuole di pubblica istruzione e vi rimasero fino alla misura di soppressione adottata dal gran–duca Leopoldo I. Al presente è semplice prioria.

Dopo osservato un avanzo d'antico epistilio costi–tuente l'architrave della porta maggiore, passeremo nell'interno del tempio diviso in tre navi con colonne di granito orientale, e tutto da volte ricoperto. Le sei cappelle laterali e il sovrabbondante lavoro degli stuc–chi si dicono e si credono eseguiti dopo l'incendio avvenuto in questa chiesa nel 1675.

Nella prima cappella, a destra dell'ingresso, s'affaccia una bell'opera, e forse la migliore che il già lodato Aurelio Lomi facesse in vita sua, rappresentante l'adorazione dei Magi. Infatti la buona disposizione, l'accurato disegno, lo sfoggio degli abiti e degli or–namenti, la morbidezza che regna in ogni parte, appagano qualunque ammiratore.

La terza cappella, poiché la seconda manca d'og–getti interessanti, offreci in naturale atteggiamento S. Francesco dinanzi alla Madonna e al Salvatore, del rinomato Ventura Salimbeni.

La tavola dell'altare di fronte alla piccola navata, con s. Bartolommeo e s. Paolo, si vuole di un certo Ranieri Borghetti pisano e le graziose figurine a fre–sco della volta diconsi di Rutilio Manetti senese.

Non meritano osservazione le appena mediocri o triviali pitture a fresco del coro e della cupola, ese–guite da alcuni artisti milanesi.

Passata la cappella in testa dell'altra minor nave dedicata a s.a Brigida e passata la porta della sagre–stia, il quadro d'altare della cappella che segue, espri–mente s. Carlo ai piè della Madonna, è di Clemente Bocciardi detto il Clementone. Le due tele laterali aventi per soggetto, una l'Annunziazione della Vergine e l'altra la nascita del Redentore, si vogliono del Salimbeni.

Nell'ultima cappella, detta della Croce, tutte le o–pere sono del sopra citato Salimbeni, tranne la pit–tura in tavola dell'altare, che resta sempre coperta, rappresentante G. C. in croce con varie piccole storie all'intorno, d'antica scuola pisana anteriore all'epoca di Giunta. Un quadro alle pareti dimostra l'invenzione della Croce, nel miracolo del cadavere resuscitato alla presenza dell'imperatrice Elena, e l'altro la trasla–zione della Croce sul Calvario dall'imp. Eraclio. Si devono allo stesso pennello i freschi della volta.

Contigua a questa chiesa risiede la

Arciconfraternita della Misericordia

L'istituzione di questa utilissima compagnia risale ad un tempo assai remoto. Noi brevemente indichere–mo che, da un locale unito al soppresso convento di S. Marta, fu trasferita in S. Luca, ove stette fino al 1489, e quindi in s. Orsola (le quali due ultime chie–se più non esistono) e che in ultimo, nel 1791, dopo essere stata per qualche tempo disciolta, risorse con maggior lustro e decoro, riunendosi nell'attuale ora–torio dedicato a s. Gregorio. Il nobile scopo è di soccorrere l'umanità nelle subitanee disgrazie, accorrendo per ogni luogo della città e del suburbio a raccogliere chi ne è colpito, per traspostarlo allo spedale o in propria Casa, o per dargli sepoltura in caso di morte. Si presta ancora ad assistere in ogni tempo i malati d'ogni condizione e, segnatamente, con ajuti pecuniarii gl'indigenti che la richiedono nelle loro in–fermità.

Nell'interno di detto Oratorio è notabile una tela del Tempesti, esprimente la Concezione.

Continuando il cammino per la detta via di s. Fre–diano, stata recentemente allargata ed abbellita, si troverà il locale addetto alla

Sapienza e Biblioteca

Monsignor Fabroni, ultimo e più accurato fra gli storici dell'Accademia pisana, viene a stabilire con prove irrefragrabili che fu instituita dopo la metà del secolo XII, allegando un pubblico documento del 1194, nel quale si fa menzione dello studio di Giurisprudenza e degli Scuolari pisani. Dimostrando poi, coll'appoggio di fatti e testimonianze, che alcuni anni prima e dopo quell'epoca lo Studio di Pisa erasi già fatto assai celebre, sebbene nel silenzio degli antichi scrittori non possa accuratamente definirsi il tempo preciso in cui avesse origin, tuttavia reputa il Fa–broni poterglisi assegnare all'incirca l'anno 1160. Di–fatti Borgondio, in un certo documento del 1173, non solo è detto maestro Borgondio, ma altresì Borgondio peritissimo in Diritto: così nel suo epitaffio sepolcrale, esistente nella chiesa di s. Paolo a ripa d'Arno, è chiamato dottore de' dottori e gemma de' maestri laudabile ed eterna; né, avendo egli sicuramente insegnato altro–ve, rendesi verisimile che sia vivuto sempre in patria sino all'anno 1194, in cui avvenne la sua morte, ed abbia ivi insegnato ai propri concittadini, interpretando particolarmente i Digesti.

Parlando poi lo stesso Fabroni dei vari siti in cui le scuole del Ginnasio furono, ne' diversi tempi, aperte agli studenti, espone che dapprima l'erario civico cor–rispondeva un'annua somma ai professori, a titolo di pigione dei locali in cui davano pubblicamente le foro lezioni; che risulta da autentici documenti che vi fu–rono pubbliche scuole presso a s. Piero ad Ischia, poi nel convento di s.a Caterina, quindi a s. Simone al Parlascio e poscia nelle case dei nobili Familiati nella via s.a Maria, ove poi si eresse il Collegio Ferdinando, ora soppresso. In seguito quel medesimo Fazio conte di Donoratico, di cui parlammo nella Parte storica, pag. 80, ristaurò lo Studio, chiamandovi i più insigni soggetti a leggervi, finché, per le vicende dei tempi, restò affatto illanguidito e quasi onninamente negletto. Risorto questo nel 1472, mercé le cure e i soccorsi del magnifico Lorenzo de' Medici, divisarono quindi i Fiorentini il fabbricato in cui fossero adunate le Facoltà. Circa al 1493 lo Studio pisano, dopo essere stato per qualche tempo nel convento dei monaci camaldolesi di s. Michele in Borgo, ebbe ferma residenza nel locale presente, che serviva in avanti ad uso di piazza del grano.

La ristaurazione del patrio Ateneo, fatta per le magnanime cure del gran Cosimo, noi già ricordammo nella Parte storica, pag. 105. Fu questo il maggiore dei benefizii che sperar potessero i Pisani dal loro nuovo Signore. D'allora in poi, favoreggiato lo Studio dai successori Medicei, e quindi dalla regnante dinastia, non è più andato soggetto a contrarie vicende. Che– anzi, nel gran concetto di riordinazione degli studii per tutta la Toscana, e con la modernissima legge contenuta nel Motuproprio de' 29 settembre 1840, gli si è dato, unitamente a ben ponderate riforme, un ambìto accrescimento di cattedre e di studî in ogni genere82.

Parlando ora dell'edifizio, avvertiremo essere di forma rettangolare, con ampio cortile nel mezzo, cui ricorre in giro un gran portico a volte sostenute da colonne d'ordine jonico, che formano un vago peri–stilio. Lungo il medesimo, si trovano le stanze con cattedre per uso delle pubbliche lezioni. Superiormente eranvi un tempo le stanze d'abitazione pei giovani del Collegio instituito da Cosimo, ma questi abitano ora in case particolari, provveduti di pensione coi fondi del Collegio medesimo. Il locale, acconciato opportunamente, serve al presente di Cancelleria e di residenza pel Provveditore dell'Università, come anche per la Bi–blioteca della medesima.

La Università di Pisa è costituita di sei Facoltà: I Teologia – II Giurisprudenza – III Filosofia e Filo–logia – IV Medicina e Chirurgia – V Scienze Mate–matiche – VI Scienze Naturali –. Le cattedre di queste Facoltà sono in tutte 51.

La statua del Galileo, che innalzavasi nel centro dell'area ed ora è posta al coperto nella grand'Aula di faccia alla porta principale d'ingresso, fu inaugu–rata nel giorno medesimo che si apriva nella Sapienza pisana il PRIMO CONGRESSO SCIENTIFICO ITALIANO (1 Ottobre 1839) ed è opera di molto merito di Emilio Demi di Livorno. Ne fu fatto l'acquisto da particolari mediante soscrizioni e fu donata all'Università quale omaggio reso dalla patria al divino Galileo ed ai molti celebri uomini che intervennero alla PRIMA RIU–NIONE DEGLI SCIENZIATI ITALIANI.

La Biblioteca, instituita primitivamente nello stabile della Specola, ora Scuola e laboratorio di Chimica, di cui favelleremo in seguito, fu qui trasferita nel 1824, dopo essersi adattate a tale uso quattordici camere, oltre un'amplissima sala, la quale serve anche per la lettura. E' composta di circa sessanta mila volumi im–pressi e mss. in ogni scienza, in varie lingue ed alcuni in splendidissime edizioni, parte acquistati in diversi tempi, parte raccolti dalle biblioteche di Collegii o corpo–razioni soppresse e parte donati da benemeriti individui.

A poca distanza da questo locale, e precisamente sulla piccola piazza che confina colla via dell'Arancio, si tro–va il

Collegio Ricci

fondato nel 1568 dal cardinale Giovanni Ricci di Montepulciano, arcivescovo di Pisa, a vantaggio di otto giovani della sua patria.

Passando ora nella prossima via di s.a Maria, potranno osservarsi gli stabilimenti qui appresso indicati, pur essi addetti alla già descritta Accademia dello Studio.

Orto botanico

La bellissima idea di stabilire un giardino botanico fu del gran–duca Cosimo I nel 1544 ed è certamente il primo che sia esistito, potendo vantare anteriorità d'istituzione di due anni sopra quello di Padova e di ventiquattro sopra quello di Bologna, che sono i più antichi degli altri. Da prima fu presso la chiesa di s. Vito, ove poi fu eretto l'arsenale, che fino a non lon–tani tempi ha servito all'Ordine militare di s. Stefano; quindi nel 1563 fu riformato presso il convento di s.a Marta, sotto la direzione del celebre Andrea Cesalpino d'Arezzo; e finalmente, nel 1595, sotto il gran–duca Ferdinando I, emulo delle glorie del genitore, fu tra–slocato nel sito dove attualmente si trova, per più co–modità degli studenti.

Senza parlare adesso delle fatiche e sollecitudini di tanti professori di botanica, che di mano in mano vi presiedettero, onde arricchirlo delle più singolari piante esotiche e nostrali, proseguiremo a narrare che, sotto il gran–duca Pietro Leopoldo, riceve' il giardino un notevole accrescimento coll'acquisto ed unione del–l'orto confinante del soppresso convento di s. Teresa, e che finalmente, per le provvide cure dell'attual re–gnante Leopoldo II, è stato provveduto di tutti gli ac–cessorii necessari alla sua destinazione, di sufficienti frigidarii e tepidarii, ed accresciuto di un appezzamento di terra una volta ad uso di strada, come altresì di un altro spaziosissimo orto, che si va tuttavia disponendo a bene intesi spartimenti, dimodoché pochi simili giar–dini possono vantare eguale amenità ed abbondanza di rari vegetabili a vantaggio dell'istruzione.

Museo di Storia naturale

Il primo piano dell'estese fabbriche annesse al giardino, che corrispondono sulle vie s.a Maria e della Cereria, ed alcune sale del secondo sono destinate pel Museo di storia naturale, la cui fondazione deesi alla ge–nerosità del gran–duca Ferdinando I nel 1596. Però è a dirsi che, di troppo ristretto nel principio della sua destinazione, non fu che per le munifiche largità del regnante Leopoldo II e per le cure del zelantissimo attual Direttore cav. Paolo Savi, se ora è divenuto un vero e compiuto Museo. Infatti il miglioramento dell'an–tico locale, le nuove e grandiose sale aggiuntevi in diversi tempi e le numerose e variate collezioni che l'ar–ricchiscono, relative all'anotomìa comparata, agli animali invertebrati, alla mineralogia ec., lo rendono atto a trattenere ed esercitare lungo tempo qualunque erudito ingegno. Fra queste collezioni ve n'è una certamente di molto interesse, vale a dire di tutte le rocce ed altri materiali che costituiscono la Toscana, i quali trovansi disposti in modo da mostrarne la giacitura ed i rapporti e, per conseguenza, da far conoscere la fi–sica costituzione del nostro paese e quali interessanti fatti in esso si presentano, atti a svelare il meccanismo della sua costituzione medesima. Il numero degl'indivi–dui renduti ostensibili in pochi anni, a merito del pre–lodato professore, è notevolissimo in ogni classe di qua–drupedi, d'uccelli, di pesci, di rettiti, d'insetti e ver–mi. Anzi la collezione degli uccelli europei vi è quasi completa ed è rimarchevole quella de' nidi e delle uova unite in gruppi con gli uccelli a cui appartengono. Per conoscer poi la perfezione a cui è portata l'arte di preparare gli animali o la tassidermia, sono da am–mirarsi i gruppi di vari animali destinati a dipingere i loro costumi, come quello del cinghiale fermato dai cani, del lupo alle prese col cane da pastore, della leonessa che riposa con la gazzella a' suoi piedi, degli storni che si pascolano sopra una testa di capra in macerazione, delle rane ch'escon dall'acqua ec.

Di rincontro al locale già descritto si trovano

I Gabinetti e le Scuole di Chimica e di Fisica

Il merito del primo stabilimento è dovuto al P. Malocchi, benché è da notarsi che fu sempre piccola cosa fino al 1757. Una iscrizione in marmo infissa nell'interno del laboratorio ci manifesta che la catte–dra di Chimica fu instituita da Francesco II, e quindi consolidata dalla munificenza di Leopoldo I. In seguito dal gran–duca Leopoldo II fu dotata di officina più comoda, di più spazioso teatro, fabbricatevi più ampie sale ed aggiuntevi macchine ed apparati chimici più recenti e perfetti, correndo l'anno nono del suo regno.

Quivi annesso è il teatro di Fisica sperimentale, for–nito esso pure di numerosi pregevolissimi istrumenti, anche di moderna invenzione, ad uso delle scientifiche dimostrazioni, cosicché può con ogni verità accertarsi che non mancano in Pisa stabilimenti confacenti all'aumento e decoro delle scienze, ed utili a qualunque si voglia perfezionare nelle medesime.

Vogliamo avvertire che, nel mezzo di questa de–corosa fabbrica, sorgeva l'Osservatorio astronomico o Specola, il quale, con dispiacere quasi che universale della città, fu demolito nel 1829 per dubbio di rovina.

Sul finire della via s.a Maria, presso al Lungarno, è posta la chiesa di

S. Nicola

Ebbe questa la sua origine da Ugo, marchese di Toscana, intorno al 1000, per comodo dei monaci Benedettini di s. Michele della Verruca, una delle sette abbazie da esso fondate. Nel 1295 n'entrarono al possesso i PP. agostiniani, che tuttora la ritengono. In progresso di tempo, e segnatamente nel 1572, s'ingrandì e si mi–gliorò la chiesa ed il convento; ma i più moderni abbellimenti debbonsi alla nobile e religiosa idea di un pio benefattore, il Padre Francesco Lagomarsini.

La prima cappella, sulla destra di chi entra, è con–sacrata alla Madonna delle Grazie. La seconda ha un quadro alla parete del Bilivert rappresentante s. Carlo Borromeo; l'altare, dedicato a s.a Lucia, vedesi de–corato di bei marmi con le colonne di alabastro co–tognino. La terza cappella contiene soltanto un Cro–cifisso al naturale. La quarta ha una pittura di scarso pregio, s. Niccola da Tolentino, con varie piccole storie all'intorno risguardanti ai miracoli di detto santo.

Passata la porta laterale, l'altra cappella annessa al coro, tutta adorna di ricchi e variati marmi, fu eseguita da Felice Palma sul disegno di Matteo Nigetti fiorentino.

L'altar maggiore è pur disegno del Nigetti, le modanature e le statue sono del ricordato Palma da Carrara. Il quadro a olio è di mano di Agostino Ve–racini e il quadretto in tavola addossato al pilastro a destra, che dimostra la Madonna col Putto e s. Gio–vanni, proviene dalla scuola di Andrea del Sarto.

Nulla presentasi attualmente nell'altra cappella fiancheggiante la destra del coro, forse per la ragione che qui presso è la sagrestia riordinata con somma pro–prietà e pulitezza a spese dell'indicato benefattore.

Tornando in giù verso la porta, nella cappella della Madonna della Cintola evvi una tela di Aurelio Lomi fatta nella sua gioventù, che un tal mistero rappre–senta. Nella seguente contengonsi tre opere di pittura, ma due sole meritevoli d'osservazione: quella dell'al–tare è di Stefano Maruscelli ed esprime un fatto di s.a Caterina, e l'altra a destra di Domenico Bongi da Pie–trasanta, che ci offre la Vergine in trono, con varî santi all'intorno, in atto di essere incoronata. Nella terza cappella, dedicata all'Annunziata, è una graziosa dipintura all'altare del prelodato Bilivert, che vi scrisse il suo nome e l'anno 1611, e nella quarta infine è un quadretto attribuito a Giacomo Perry francese, rap–presentante s. Tommaso da Villanuova.

Avvertendo per ultimo che questa chiesa serve per le pratiche religiose dell'I. R. Corte nella sua dimora in Pisa, passeremo a trattare del celebrato

Campanile della chiesa di s. Niccola

Fra le opere più luminose e singolari di Niccola pisano, insigne restauratore delle Belle Arti in Italia, annoverare certamente si deve il campanile di questa chiesa. In forma ottangolare, si distacca questo dal suolo, scompartito all'esterno in quattro soli ordini di archi–tettura, il terzo de' quali, a differenza dei primi due, dividesi in sedici lati con altrettante colonnette isolate di marmo bianco, formanti una loggia o peristilio di bastevole spazio per lasciar luogo al quarto giro, il quale in forma esagona vi posa sopra da piramidal cupola racchiuso.

L'interna parte del medesimo merita più d'ogni altra la considerazione dell'attento osservatore, per l'arte somma con cui è costrutta la scala di salde ben lavorate pietre, e per la nobil comparsa di ventiquattro colonne di varî marmi e graniti che alla medesima servono di sostegno. Si raggira questa con decoroso scompartimento nell'interno perfetto circolar vuoto, conducendo fino all'alta cima del secondo ordine, chiu–so da volta, per gradini ben comodi e da ripiani in–terrotti. Potrà ciascuno con facilità comprendere ed ammirare l'effetto dilettevole che dagl'intercolunnii resulta, prodotto dagli archi zoppi circolari reggenti la salita delle volte e, nel tempo stesso, l'ordine, la semplicità e la nobiltà dell'ornato che chiaramente risplende.

Servì questa d'esempio, com'accerta il Vasari, al valente architetto Bramante per la costruzione della scala con più ornamento edificata a Roma in Belvedere pel pontefice Giulio II.

Non lieve pregio aggiunge all'insieme dell'edifizio la notevole sua divergenza dalla perpendicolare, secondoché visibilmente apparisce dalle fabbriche posteriormente addossategli, la quale pendenza è da tenersi, come quella della torre del Duomo, fatta ad arte espressamente, osservandosi che la linea di congiun–zione delle pietre, ond'è costruito, giace orizzontale al piano invece d'essere inclinata come tutto il resto verso la strada, cioè a sera, e non verso l'Arno, co–me fu erroneamente asserito. L'interno del medesimo è in perfetto perpendicolo. Non v'ha dubbio che assai più vaga mostra farebbe di sé, se sorger si ve–desse libero ed isolato, come ben si desume ch'esser doveva in origine.

Nell'uscir dalla porta del convento e andando in fondo della piazza detta di s. Niccola, si trova il

Teatro dei Ravvivati

Fu questo eretto l'anno 1770 dov'era l'orto della Dispensa vecchia, gratuitamente conceduto dal gran–duca Leopoldo I, nella veduta di migliorare le condizioni del paese. Il capo maestro muratore Orazio Cecconi ne fu il promotore e l'architetto, il quale poi trasfuse nella famiglia Prini l'universalità de' suoi diritti. Ne passò poi la proprietà, nel 1798, ad una società di cittadini, che assunse il titolo di Accademia de' Costanti e final–mente, nel 1822, in altra società detta de' Ravvivati. L'interno del medesimo è assai elegante ed armonico per diversi miglioramenti eseguitivi da questi nuovi accademici. La sua forma è detta volgarmente a ferro di cavallo ed ha quattro ordini di palchetti o logge, che sono in numero di 81, compreso il palco grande per l'I. R. Corte.

Qui presso è la piccola chiesa di

S. Giorgio

della quale null'altro è a dire che fu per l'addietro parrocchia e dipoi ridotta a benefizio semplice. Ora è di proprietà della nobil famiglia Prini, che si è com–piaciuta cederla per le ufiziature della confraternita ad–detta alle funzioni del ss. Sacramento nella Primaziale.

Ritornando sulla piazza di s. Niccola, ci condurremo per questa ad osservare la più attraente e dilettevol parte della città, che è

Il Lungarno

Di questa bella contrada, come delle principali fabbriche che la decorano, daremo adesso un cenno generale, per poi tornare a discorrere partitamente nei respettivi Terzieri di quegli edifizii che richiederanno più ampia descrizione, o per l'epoca della loro costru–zione, o per lo scopo a cui furono destinati, o per gli oggetti d'arte in essi contenuti.

L'anzidetta contrada, di cui facemmo parola in principio del volume, è formata da due quasi paral–lele e ben ampie strade seguenti il corso incurvato del fiume, che maestosamente la divide nel suo cor–rere al mare ed offre all'occhio dell'attento osser–vatore, per qualunque parte ei la riguardi, un gra–zioso spettacolo ed un colpo di vista teatrale che lo sorprende. Varie sarebbero le vedute dilettevoli e pit–toresche che della medesima dar si potrebbero, per le ragguardevoli chiese di vario tempo e struttura che lungh'essa figurano, per l'ordine de' nobili edifizii che la fiancheggiano da una parte e dall'altra, per la corona de' monti che da levante e tramontana l'accerchiano, ma il limite prefissoci in questo ristretto non dà molto luogo all'estensione delle idee. E' però da commendarsi la lodevol premura che già da varî anni han dimostrata non pochi cittadini per l'ulteriore abbellimento di questo luogo pel lato delle fabbriche, come le autorità locali per la parte del fiume, coll'al–largamento dei magnifici laterali passeggi, lavoro che è tuttora in via d'esecuzione.

Tre grandiosi ponti aprono la comunicazione ad ambe le rive, due de' quali chiudono l'estremità di tale estesissima contrada. Il primo ponte verso levante fu costruito poco dopo il mille e fu detto della Spina, perché così nominata quella parte di città ch'era compresa fra s. Matteo e le mura urbane. Fu in appres–so appellato della Fortezza, allorché questa si terminò nel 1512, alla scesa sinistra del ponte per opera di Giuliano da s. Gallo, cui poi ebbe in dono, per ge–nerosità dell'immortal Pietro Leopoldo, la nobil fa–miglia Chiesa. Passata essa posteriormente in proprietà del sig. Domenico Scotto con quanto di fabbricato erale annesso, ne formò questi il suo palazzo, che, ar–ricchito di giardino, passeggi ed altri deliziosi acces–sorii, è divenuto uno de' più comodi ed ameni della città.

Il ponte di mezzo in principio era di legno, ma dopo l'impresa di Lipari i Pisani lo costruirono di pietra e in miglior forma lo ridussero nel 1382 sotto Pietro Gambacorti. Rovinò nel 1637, per sovrabbon–danza di acque nel fiume, e nel 1639 fu ricostruito con un solo arco, ma stette in piedi per soli otto giorni, perché l'ingegnere Alessandro Bartolotti fiorentino, non curando gli avvisi d'intelligenti persone, pro–seguì nella sua troppo arrischiata impresa e ne avven–ne ben presto la pronosticata rovina, con danno con–siderevolissimo del Comune di Pisa. Finalmente fu ri–fabbricato col disegno e direzione di Francesco Nave, che lo adornò di marmi, come oggi si vede. Servì questo al famoso giuoco detto del Ponte, instituito dai Pisani fino dai più remoti tempi, che per l'addietro si eseguiva ad ogni triennio, con straordinario richiamo di forestieri e del quale si è parlato nel Sunto storico, a pag. 50, 51.

Il terzo ponte prende il nome dalla vicina porta detta a mare, che in antico appellavasi com'esso alla Legazia. Riedificato nel 1331, sotto Bonifazio della Ghe–rardesca, il Brunellesco ne tolse in appresso il ponte a levatoio, che apriva il passo a' grossi navigli. Alla scesa destra del medesimo è posta la Cittadella, che in sé contiene le vestigia dell'antico Arsenale repubbli–cano, di cui si è fatto cenno a pag. 44 della Parte storica. Era questo difeso da tre torri, due delle quali ancora esistenti, e quella Guelfa un tempo appellata, serviva di carcere ai condannati ai pubblici lavori, ridotta oggi a casa di correzione, l'altra, che resta a non molta distanza, fu detta Ghibellina in quei tempi e poi di sant'Agnese, per una chiesa che lì prossima esisteva alla detta santa intitolata. Nel recinto di que–sta stessa Cittadella sono anche le caserme dei RR. Cacciatori a cavallo83.

Non tralasceremo di notar per ultimo l'effetto sorprendente che questa contrada presenta in ogni sua parte alla vista de' riguardanti, in occasione della triennale decorosa illuminazione consacrata a s. Ranieri patrono della città. Di tale singolare spettacolo, detto la Luminara, da non potersi imitare altrove, non può concepirsi una giusta ed adeguata idea, senza avere sul posto veduto e goduto del suo mirabile incanto84.

D'appresso al ponte a mare trovasi

L'Arsenale Mediceo

architettato e diretto circa il 1560 dal Buontalenti, al–l'oggetto di costruirvi le galere inservienti all'Ordine de' Cavalieri di s. Stefano, e terminato sotto il granduca Ferdinando I nell'anno 1588, primo del suo go–verno. Sopra alcuni pilastri che sorreggono le arcate, in origine aperte, si leggono tuttora le memorie di alcuni fasti gloriosi riferenti al detto Ordine. Al pre–sente è stato ridotto ad uso di regie scuderie.

Contigua è la chiesa di

S. Vito

Demolito l'antico tempio di s. Vito rivolto a po–nente, e formato a tre grandi navi, sullo stile di quello di s. Paolo nel lido opposto dell'Arno, fu eretto nel 1787 sopra una parte del medesimo l'oratorio di cui ora si parla, oratorio che fu molto accetto ai Pisani in memoria del glorioso loro protettore s. Ranieri, che in quel sito appunto, e segnatamente nel luogo dell'altar maggiore, lasciò il suo corpo, quando lo spirito volò in seno del suo Creatore. Vedesi qui una egregia opera a buon fresco e forse la migliore del pisano Giov. Battista Tempesti, rappresentante la morte del medesimo Santo circondato dai monaci di quel–l'antico convento. Un'altra opera dello stesso Tempe–sti, ma delle sue prime, è il quadro dell'altare a destra di chi entra, esprimente il martirio di s.a Orsola. Nell'altare dirimpetto, la tavola contenente la Madonna, s. Giuseppe e s. Vito può dirsi della scuola d'Andrea del Sarto. Quest'oratorio è adesso uffiziato da una compagnia laicale detta di s. Ranieri.

Retrocedendo per la medesima via del Lungarno, tro–veremo il

Palazzo del Gran–duca

eretto colla direzione di Baccio Bandinelli circa il 1550 sulle rovine dell'antica Curia del Potestà, ma nulla presenta all'esterno di rimarchevole pel lato della magnificenza e della vastità. Quivi risiede l'I. R. Corte durante il soggiorno che suol fare in Pisa nella sta–gione invernale.

Si ha quasi di faccia la

Statua di Ferdinando I

E' un monumento consacrato dal popolo pisano al benefico suo monarca Ferdinando I. Rappresenta quel principe in atto di sollevar da terra la città di Pisa, figurata in una donna che allatta due piccoli bambini, emblema della fecondità doviziosa del territorio adiacente alla città medesima, o forse del pascolo scienti–fico da lei somministrato alla gioventù per mezzo della sua celebre Università. Lavoro del rinomato Francavilla.

Trapassato il palazzo Prini e l'altro contiguo addetto pure alla R. Corte, ci troveremo dinanzi

Il Palazzo Lanfreducci, ora Upezzinghi

tutto costrutto di candidi marmi lunensi, se non di buonissimo stile, in modo però soddisfacente, da Cosimo Pagliani. La catena di ferro che vedesi appesa sulla porta d'ingresso si crede indicare che il detto palazzo venne eretto sulle rovine della chiesa di s. Biagio alla catena, di proprietà della famiglia Lanfreducci e l'iscrizione alla giornata vuolsi riferire all'uso del tempo in cui le famiglie signorili solevano scolpire un qualche motto sulla porta delle proprie abitazioni. Fra i quadri in esso contenuti, ve n'ha uno di Guido Reni, rappresentante l'Amor divino che saetta l'Amor profano.

Poco oltre si trova la piccola chiesa di s. Salvatore in porta d'oro, volgarmente detta

La Madonna de' Galletti

Devesi rammentare questa chiesuola per essere edificata nel luogo ove, nei tempi repubblicani, esisteva la porta aurea, per la quale facevano il trionfale in–gresso le armate pisane, dopo ottenuta qualche vittoria sopra i loro nemici, come attesta l'antica iscrizione posta nella facciata sopra la porta. Nel 1640 prese la denominazione di Madonna de' Galletti, perché vi fu trasferita una immagine ritrovata sotto di una scala, mentre atterravasi il palazzo di quella famiglia per in–grandire la piazza del ponte di mezzo, la quale immagine, collocata entro l'ornato dell'altar maggiore, è a buon fresco e da alcuni si attribuisce a Taddeo Bartoli senese. La chiesa è in forma di croce e di bei marmi vagamente arricchita, con soffitto ricco d'intagli messi a oro e ornato di pitture di non or–dinarii pennelli, e fra queste una del fiorentino Jacopo Vignali, esprimente Gesù in croce con varî angioletti, la Madonna e s. Giovanni.

Seguitando per il Lungarno trovasi il

Palazzo Agostini

la di cui facciata vagamente eseguita di lavori in terra cotta ci dimostra lo stile del secolo XV.

Quivi sono le

Stanze Civiche

Servono queste ai trattenimenti di una società di persone nobili e cittadine, dalle quali si mantengono decorosamente a tutte loro spese, venendovi anche am–messi i forestieri . Si eressero colla sovrana approvazione nel 1819. E' da avvertirsi che detta società a–vrà quanto prima la sua residenza nel Casino, di cui si passa a far cenno.

Non molto lungi sulla piazza del Ponte è situato

Il Casino de' Nobili

eretto al tempo che il conte Emanuele di Richecourt dirigeva in Toscana il governo per l'imperatore Fran–cesco I. Serve di adunanza e di trattenimento al ceto dei nobili pisani, i quali tutti indistintamente devono corrispondere un'annua tassa pel suo mantenimento. Grandiosa e ben decorata è la sala della danza.

Procedendo per la via del Borgo, che divide i due primi Terzieri della città, ad una voltata a sinistra per la via del Monte, s'incontra

L'Archivio dell'Opera del Duomo

La fabbrica che formava una volta la chiesa par–rocchiale di s. Felice e, più anticamente, un tempio consacrato ai Numi de' Gentili, contiene il detto archivio. L'accesso al medesimo è dalla piazza Padella.

Due grandi marmorei capitelli di romano scarpello veggonsi su colonne di granito orientale inerenti al muro esterno e per più di due terzi interrate, lo che indica un notevole rialzamento del suolo nel centro della città. Uno presenta il simulacro di Giove, sim–boleggiato dal folgore e dall'aquila, con trofei all'intorno, l'altro raffigura Arpocrate in atto d'intimare, col dito alla bocca, il silenzio. Nel contrapposto vico–letto parallelo alla strada, si scorgono gl'indizii d'altre due simili colonne.

Dirimpetto all'anzidetto Archivio, trovasi la

Pia casa di Misericordia

La instituzione di questa pia Casa risale al 1053, il cui principale scopo era diretto al riscatto degl'infelici concittadini ridotti in schiavitù ed al sovveni–mento di vergognosi. Ma, in progresso di tempo, ac–cresciutisi i mezzi per la liberalità di generosi cittadini85, poté servire a molte maggiori opere di be–neficenza, come anche all'annua dotazione di circa ot–tanta fanciulle. Al presente, una Deputazione di dodici in–dividui scelti dal Governo scrupolosamente l'amministra.

Il suo archivio è corredato di un buon numero di pergamene, che incominciano dal secolo XII.

Quivi annesso è

Il Monte di Pietà

il quale dicesi fondato nel 1434 ed è sotto la vigilanza e tutela del Governo. Vi si fanno pegni tanto di oggetti preziosi, quanto di roba da rigattiere, da redimersi entro lo spazio di un anno e contro il pagamento di quattrini quattro per ogni lira di sovven–zione. In questo locale, denominato il Castelletto, era il palazzo pretorio della repubblica pisana.

Di qui passando nella già detta via del Borgo ed arrivati all'imboccatura della via s. Anna, volgeremo a sinistra per andare alla vicina chiesa di

Santa Apollonia

che dicesi anche s. Pietro ad Ischia, perché fondata nel 1148 dalla famiglia Galletti proveniente dall'isola d'Ischia vicino a Napoli. Questa chiesa fu tutt'affatto rimodernata dal pisano Mattia Tarocchi, del quale è ancora la pittura architettonica dell'altar mag–giore. La figura del s. Pietro ed i graziosi putti che gli sono attorno si devono al ben noto Giov. Battista Tempesti.

Poco lungi, in fondo alla strada, scorgesi la chiesa di

S. Giuseppe

Fondatrici della chiesa or citata e del monaste–ro ch'erale annesso furono le monache agostiniane nel secolo XVI, benché è da riferirsi che in pro–gresso la chiesa venne quasiché rifatta dai fondamenti ed ornata come al presente si vede, per opera dei fratelli Melani. Soppresso quel monastero ai tempi del gran–duca Leopoldo I, la venerabile arciconfraternita del ss. Salvatore, detta il Crocione, ne prese il posses–so. All'altar maggiore è una sacra Famiglia dipinta da Ranieri Paci pisano.

A poca distanza, dietro al palazzo arcivescovile, avvi la chiesa di

S. Tommaso

Ci porta a parlare di questa piccola chiesa il bel quadro dell'altar maggiore, rappresentante la Vergine in gloria col Bambino corteggiata da varî Santi, at–tribuito alla scuola dei Vanni di Siena. Appartenne un tempo alle monache Convertite.

Compiuta la descrizione del primo Terziere della città, passeremo al secondo, incominciando dalla chiesa da cui prende la denominazione.

4.3. Terziere di S. Francesco

S. Francesco

La fondazione della chiesa dedicata a questo santo e dell'annesso convento si attribuisce al B. Agnello de–gli Agnelli ed al B. Alberto, ambedue pisani e discepoli del serafico S. Francesco, prima della loro partenza per la Francia e per l'Inghilterra, cioè all'anno 1211. In principio però la chiesa era assai piccola, perché compresa nel lato trasversale di quella che vedesi al pre–sente, e che dicesi costrutta sul cadere del secolo XIII per opera di artefici pisani. La sola facciata di stile gotico, rimasta imperfetta, venne del tutto riformata nel 1603. Dimessi i frati francescani nel 1786, vi fu–rono sostituiti gli agostiniani, i quali vi si mantennero fino alla soppressione del convento, accaduta nel 1810. Servì allora la chiesa a diversi usi, come di spedale civile e militare, di acquartieramento di truppe ec., ed anche per comodo delle coscrizioni avvenute sotto il governo francese. Finalmente, nella nuova riorganiz–zazione di alcuni conventi, i francescani vi fecero ri–torno, lo che ebbe luogo nel 1817, dopo il ristauro di tutto il locale.

L'interno, ad una sola grandiosa navata, è per lunghezza braccia 136 e per larghezza braccia 30 e mezzo. Due svelti pilastri ottangolari isolati, e compo–sti di marmi bianchi e turchini con archi di sesto a–cuto, aprono maestosamente l'ingresso alle due braccia laterali. Un arco massimo, con vertice parimente acuto, vedesi sul punto della diramazione della crociera, il quale rendesi osservabile per la sua corda di braccia trenta. Altri archi del medesimo sesto si staccano dai muri delle sei cappelle fiancheggianti la tribuna mag–giore.

Il primo altare, alla destra entrando, contiene un'o–pera d'Jacopo da Empoli esprimente il battesimo di Gesù Cristo. Il secondo presenta la Risurrezione, di Giov. Battista Paggi genovese. Il terzo mostra il Re–dentore che consegna le chiavi a S. Pietro alla pre–senza degli altri Apostoli ed è opera di Domenico Pas–signano. La tela che ne segue affissa al muro offre una copia di un quadro del Gambura, il quale era un tempo nella chiesa de' Cavalieri ed ora nella R. Gal–leria di Firenze, esprimente la Deposizione, fatta dal Sordo pisano. Al quarto altare vedesi effigiato S. Fran–cesco in atto di ricevere le stimate, opera di Santi di Tito Titi di Borgo S. Sepolcro.

Dopo questo altare avvi un ingresso che mette ad una cappella modernamente restaurata e dedicata a santa Filomena. Quivi all'altare è posto un quadro del rinomatissimo giovine Giuseppe Sabatelli, morto sul fiore degli anni, rappresentante la detta santa in glo–ria circondata dagli Angeli e, in basso, alcune figure al naturale in ben intesa composizione di buon dise–gno e di vigoroso colorito, tutte in atto d'implorare fervorosamente il patrocinio della santa medesima a conforto delle loro gravi afflizioni. Fra queste è da considerarsi il gruppo delle donne in prima linea coi due fanciulli, uno dei quali divenuto cadavere in grem–bo della madre. Vi si trova ancora un monumento sepolcrale della buona scuola pisana, ove sono scolpite tre mezze figure in basso rilievo, il Redentore fra M. Vergine e S. Giovanni, eretto a Pietro Maggiulini de' Conti pisano, morto nel 1414.

Ne sussiegue, al quinto altare, una tela di Alessandro Casolani senese, rappresentante un miracolo di S. Giovanni Evangelista, colla morte istantanea degl'individui che gli porsero il calice avvelenato.

Nella contigua cappella del Sacramento, sono moderni abbellimenti ed un quadro all'altare raffigurante le Marie alla Croce.

Seguitando il giro nella crociata, la prima cappella sull'angolo nulla presenta d'interessante. La seconda cappella, dedicata a sant'Antonio da Padova, ha la figura del santo dipinta da Ventura Salimbeni, con pic–cole storie all'intorno aggiuntevi da Stefano Maruscelli. Tralasciando la terza cappella, avvertiremo che le pa–reti e la volta della tribuna dell'altar maggiore furono tutte colorite nel 1342 per mano di Taddeo Gaddi, di cui ora non rimangono che poche figure in alto; come anche della bella invetriata a colori non resta che una piccola porzione sulla cima. La seguente cappella con–tiene un quadro all'altare rappresentante il transito di s. Francesco, di Ottavio Vannini fiorentino. Nello sfondo di questa tela conservasi un'antica immagine del detto santo, da alcuni attribuita a Cimabue, da altri a Giunta pisano86. Il quadro a destra dell'os–servatore proviene dai pennelli del cav. Corradi e mostra il serafico padre nel deserto; e l'altro a sinistra, esprimente s. Francesco innanzi alla Madonna, è di Matteo Rosselli fiorentino.

Passate le due seguenti cappelle, osserveremo primieramente, nel lato opposto della crociera, il campa–nile costruito in forma quadra sull'angolo retto di due pareti; in secondo luogo, noteremo il quadro d'altare rappresentante la discesa dello Spirito Santo sugli Apo–stoli, del fiorentino Giuseppe Collignon.

Riprendendo poi il giro per la grande navata, il primo altare che si presenta contiene un'opera stimabile di Francesco Vanni di Siena, esprimente in bella e facile maniera s. Francesco genuflesso innanzi alla Madonna nell'atto di ricevere le indulgenze di Assisi. Al secondo altare si trova la nascita della gran Madre di Dio, mediocremente dipinta da Niccola Aliot de Ligny. Nel terzo altare il quadro dell'Assunzione della Vergine vuolsi di mano del Salimbeni. La successiva tela è del fiamingo Francesco da Castello ed esprime sant'Antonio abate a' piedi del Crocifisso. Ed all'ultimo altare ravvisasi la più pregiata fra le pitture che adornano questo tempio. E' questa la nascita del Redentore ese–guita da Lodovico Cardi da Cigoli, il più bravo imita–tore dello stile del gran Correggio. In fatti sono qui da commendarsi le belle e variate forme delle teste, e segnatamente quelle della Madonna e del s. Giu–seppe, la giudiziosa prospettiva, il dotto disegno e l'effetto del chiaroscuro. Presso la porta d'ingresso, avvi una Madonna in tavola dentro un tabernacolo, antica pittura di Barnaba da Modena, che vi lasciò scritto il suo nome.

Ci faremo per ultimo a indicare che, nel chiostro contiguo alla chiesa, trovasi una cappella intitolata Capitolo di s. Bonaventura, spettante ora ai componenti la venerabile arciconfraternita della Misericordia di Pisa, nella quale si mostrano tuttora alcune pitture a fresco eseguite nel 1391 da Niccolò Petri fiorentino, discepolo di Giotto, il di cui nome leggesi nella men–sola della trave presso la parete a destra di chi entra87. In questa cappella riscontrasi l'antico altare di noce, tutto intagliato a bene intesi rabeschi, con angioletti in varie attitudini, dal pisano Domenico Riminaldi, il quale formava un tempo l'altar maggiore del Duomo.

Procedendo per la via di s. Francesco, circa alla metà trovasi altra piccola strada, che porta alla chiesa di

S. Paolo all'Orto

Si attribuisce la fondazione di questa chiesa all'anno 1110 ed ebbe forse la denominazione di s. Paolo all'Orto per distinguerla dall'altra chiesa già esistente di s. Paolo a Ripa d'Arno. Primieramente fu abazia di canonici regolari, poi divenne prioria e quindi ser–vì di ritiro alle religiose domenicane dal 1481 al 1810, tempo della loro soppressione. In quel tratto però l'e–difizio soffrì molta alterazione, perché diminuito per oltre trenta braccia, onde farlo servire internamente all'uffiziatura delle monache. Finalmente, nel 1819, fu conceduto alla confraternita laicale detta di s. Bar–nabe, la quale vi esercita tuttora le sue pratiche reli–giose. D'antica scuola pisana è il dipinto della Croce dell'altar maggiore.

Nel locale annesso si trova al presente l'Asilo in–fantile pei maschi, di cui torneremo a parlare, trattan–do della Scuola infantile per le femmine.

Riprendendo per la via di s. Francesco, perverremo alla vicina chiesta di

Santa Cecilia

fondata dai monaci camaldolesi di s. Michele in Borgo nel secolo XII. E' qui da ammirarsi una sola opera di pittura, una delle più belle del cav. Ventura Salimbeni, collocata all'altar maggiore. Rappresenta essa il martirio di s. Cecilia, la quale vedesi artificiosamente aggruppata colla fedel sua compagna in naturale ab–bandono.

Incamminandoci ora per la via di s. Cecilia, giunge–remo alla

Piazza di s.a Caterina

Questa piazza era, in addietro, due terzi minore di quello che vedesi al presente. Fu ingrandita nel 1815 colla demolizione della chiesa e del convento di s. Lo–renzo, già stato soppresso. Circondata oggi di platani, acacie, sedili ed altri ornamenti, forma una vaga platea destinata ai passeggi del pubblico, nel mezzo della quale grandeggia la statua colossale dell'immortale gran–duca Leopololo I, pregiato lavoro dello scultore Luigi Pampaloni di Firenze (Parte storica, pag. 108, 109). Al monumento si ascende per tre ordini di gradi, sui quali posa il subbasamento di forma rettangolare, il piedistallo e la statua, il tutto dell'altezza di braccia 19 7/12 ed ha una paracinta di ferro in giro vagamente arabescata. La statua è in grandezza meglio due volte del naturale, diritta in piedi, il volto somigliante al vero, d'aspetto grave e venerando, quale a saggio legislatore conviensi. Cigne al capo corona d'olivo, tiene nella diritta lo scettro e posala sopra i volumi delle leggi. Cuopre la persona ampio paludamento, che, dalla sinistra mano in bel modo sorretto ed aggruppato, lascia nudo alla diritta mezzo il petto e la spalla (Bonaini, Monumento a Pietro Leopoldo ec. Pisa, 1833, in quarta fig.).

Tre bassirilievi, rappresentanti l'Agricoltura, il Commercio e le tre Arti sorelle, decorano l'imbasamento, onde significare i vantaggi da esso renduti alla Toscana colle istituzioni agricole, co' saggi provvedimenti sul libero commercio e colla protezione delle arti. I primi due soggetti assegnati vennero ad Emilio Santarelli di Firenze, l'altro a Temistocle Guerrazzi di Livorno.

In fondo alla piazza, dalla parte di levante, scorgesi la chiesa di

Santa Caterina

Ne fu il promotore Uguccione Sardi nobile pisano, dopo ottenuto in Firenze l'abito religioso dallo stesso s. Domenico, alla famiglia del quale spettava un pic–colo oratorio, che ora serve di sagrestia. La sua co–struzione vuolsi attribuire a fra Guglielmo Agnelli sco–lare di Niccola pisano. Nel 1253, compiuta la chiesa e l'annesso convento, ora seminario arcivescovile, vi passarono i PP. Predicatori, i quali vi risiedettero fino al 1785, epoca della loro soppressione.

La facciata è tutta di marmo, scompartita in tre ordini di architettura sul gusto del tempo e decorata di colonne e d'intagli. L'interno offre un rettangolo di straordinaria grandezza, con un sol braccio laterale dalla sinistra del tempio, costrutto dopo l'incendio a cui andò soggetto nel 1651. A destra, entrando, si vede il monumento eretto nel secolo XV a Gherardo di Bartolommeo di Simone di Compagno cittadino di Pisa, attribuito alla scuola di Nino Pisano88. L'epitaffio alla parete è pel celebre Valerio Chimentelli, morto nel 1668, autore dell'opera Marmor pisanum de honore Bisellii etc. (Bononiae, 1666, in – 4).

La tela del primo altare è una copia del Gabbiani di quella stimabilissima fattavi dal nostro Orazio Riminaldi e trasferita in Firenze, esprimente il martirio di s.a Cecilia. Il piccolo quadro a questa sottoposto, rappresentante s. Simone, si crede dello stesso Rimi–naldi; s. Domenico con varî santi dell'Ordine, s. Raimondo che resuscita un morto, l'apparizione della Vergine a s. Giacinto sono i soggetti men che mediocremente espressi nei tre seguenti altari.

La presentazione al Tempio, che vedesi nel primo altare della crociata, è opera di Girolamo Scaglia lucchese. Il mistero del santo Rosario nel seguente altare si deve a Giov. Battista Tempesti. Il s. Egidio in una delle cappelle è di mano del Clementone89.

Nell'altra cappella presso il coro è una ragguar–devole pittura sull'asse eseguita nel 1514 e vuolsi da Bartolommeo da s. Marco, detto il Frate. Rappresen–ta la Madonna seduta in alto col Bambino, simmetricamente fiancheggiata dai ss. Pietro e Paolo. Le due belle statue di marmo, negli angoli della cappella, sono opera del ben noto scultore Nino Pisano. L'altra cappella a destra dell'altar maggiore ha un'opera me–diocre di Giovanni Checchi livornese, esprimente s. Gio–vanni Nepomuceno dinanzi alla Vergine.

Il prossimo altare della gran nave dimostra il mar–tirio di s.a Caterina d'Aurelio Lomi pisano: rendesi osservabile in ciascuna figura ripartitamente presa, mancando nel totale della necessaria degradazione degli oggetti. Cesare Dandini fiorentino colorì vivacemente la seguente tela della predicazione di s. Vincenzo Fer–reri. All'antica scuola pisana appartiene la pittura a fresco della Madonna con varî santi, racchiusa in una piccola inferriata e, nell'urna sottoposta, forono un tempo collocate le ossa del beato Giordano da Rivalto, le quali, nel 1785 , furono concedute dal gran–duca Leopoldo I, per le istanze di D. Ferdinando duca di Parma, ai PP. domenicani del convento di Colorno. La vicina cattedra ne chiude un'altra più antica: quel–la, dicesi , ove s. Tommaso d'Aquino faceva le sue lezioni di Teologia, quando n'era professore in que–sto convento.

Ne viene appresso una pregevole tavola (pregevole pel tempo in cui fu eseguita) di Francesco Traini fiorentino, uno dei migliori discepoli di Andrea Orgagna. Esprime s. Tommaso d'Aquino nelle sue vere sembianze e nella sua maggior gloria, con sopra il Redentore, che agli Evangelisti ed a lui manda raggi, i quali da lui si trasfondono in una folla di uditori. Sono ai piedi del santo, come vinti dalla sua dottrina, Averroe ed altri novatori e, presso lui, Platone ed Aristotile90.

Lavoro non senza pregio di Pier Dandini fiorentino è la rappresentanza del martirio di s. Pietro domeni–cano nell'altare che segue. L'ultimo quadro di Raf–faello Vanni senese esprime s.a Caterina da Siena in atto di ricevere le stimmate. Dopo l'altare è un'iscrizione che accenna l'epoca in cui fu eretto l'edifizio e il nome del fondatore Uguccione Sardi.

Infine osserveremo, accanto alla porta d'ingresso, il gran mausoleo di candidi marmi destinato a chiu–dere le ossa di Simone Saltarelli domenicano, poi vescovo di Parma , quindi arcivescovo di Pisa, morto nel 1342. Il lavoro è della scuola pisana di quei tempi.

Contiguo alla chiesa è il

Collegio e Seminario arcivescovile

La ristaurazione, l'ampliazione e l'adornamento dell'edilizio, di cui ora si parla, deesi alla pietà dell'arcivescovo di Pisa Angelo Franceschi. Questo ac–creditato stabilimento d'istruzione, con ricco assegno di fondi campestri, è capace di Num. 200 convittori, è bene scompartito, ventilato ec., ha cortili interni per la ricreazione, infermerie, sale per le accademiche esercitazioni ed una libreria ricca di circa 12000 volumi, con molti preziosi antichi rotoli mmss. membranacei.

Il Seminario è destinato pei giovani ecclesiastici, i quali si ammaestrano negli studii teologici, oltre alle belle lettere, ed ha non poche pensioni interamente gra–tuite.

Ivi è la così detta Accademia Ecclesiastica, riunione di sette giovani già promossi agli ordini sacri.

Il Collegio, come gl'indicati stabilimenti, è sotto gli auspicii e la suprema sorveglianza di monsignore arcivescovo di Pisa. All'uno e agli altri presiedono un rettore e un buon numero di maestri, che quasi tutti convivono cogli alunni, onde invigilare al buon ordine della comunità. L'età per esservi ammessi, oltre alla nascita onorata e civile, non deve essere al di sopra dei quattordici anni, né al di sotto degli otto. Il corso degli studii si compone della grammatica italiana e lingua latina, filosofia, storia e geografia. Si procura–no, inoltre, a qualunque brami applicarvisi, le scuole di lingua greca, francese e inglese, di musica, di cal–ligrafia, d'aritmetica pratica, di disegno ec. Di tutte le lezioni, al fine dell'anno si dà un pubblico esperimento. Gli alunni tutti di questo luogo passano a go–dere, per due mesi dell'anno, di una comoda e decente casa di campagna nell'amena valle di Calci, a sette miglia dalla città. I collegiali vestono abito nero, i seminaristi toga paonazza. La retta annua è di circa lire 65091.

Ci porteremo adesso nella prossima via di sant'Anna, e segnatamente alla chiesa di

S. Torpè

In questo luogo, fu detto esservi stato un tempio di Diana, o il palazzo pretorio ai tempi di Nerone, ed in seguito il magnifico palazzo della nobil famiglia da Caprona. La chiesa fu eretta nel 1144. La tennero i PP. Umiliati con l'annesso monastero fino alla loro soppressione. Divenne poi commenda e, sotto l'arci–vescovo del Pozzo, l'ottennero i frati Paolotti, i quali dimessi nel 1784 per le misure del gran–duca Pietro Leopoldo, vi passarono i monaci Vallombrosani. Sop–pressi anche questi, vi si portarono nel 1808 i frati della Certosa di Calci, ma per soli due anni, atteso il totale disfacimento dei corpi regolari succeduto nel 1810. Finalmente nel 1816, alla ripristinazione degli Ordini religiosi, fu ceduta ai Carmelitani scalzi, i quali tuttora vi si mantengono decorosamente.

La chiesa è a volta, ad una sola navata, ed è sta–ta in più tempi ed anche di recente rimodernata.

Il primo altare a destra, entrando, ha un quadro di Stefano Maruscelli, esprimente s. Carlo genuflesso dinanzi al Crocifisso. Il secondo, indicante la Madonna in gloria e vari santi, è di Udine da Roveredo. Nel coro sono due pregiate opere di pittura: una esprime in vaga e gentil maniera baroccesca la Madonna col Bambino, s. Anna e s. Torpè, ed è del cav. France–sco Vanni di Siena; l'altra, eseguita da Giovanni Mannozzi da s. Giovanni, raffigura la conversione di s. Giov. Gualberto.

Poco oltre, voltando sulla diritta verso la porta a Lucca, si trovano gli avanzi del

Bagno detto di Nerone

Dai così detti Cenotafî pisani, che trovansi in Campo–santo e di cui si è parlato a pag. 222, si rileva chiaramente che fino dai tempi di Augusto esistevano in Pisa pubbliche terme, in quanto che vi si comanda che, per la morte di Cajo Cesare, si tengano chiusi i sacri templi degli Dei ed i bagni. Ora è incerto se gli antichi avanzi, conosciuti comunemente ed appellati il Bagno secco di Nerone, sieno reliquie di quelle terme accennate nei detti marmi, o d'altre edificate poste–riormente ai tempi di quell'imperante.

A fronte del poco caso che se n'è fatto da varî secoli rimane in piedi tuttora quella parte che dagli antichi Romani era detta il Laconico o Sudatorio. La sua forma è ottangolare, e quattro maestose nicchie perfettamente semicircolari gli aggiungono bellezza e decoro. Gli archi sì delle predette nicchie, come della superior volta, vengono formati da mattoni lunghi un braccio e tagliati a cono. La volta, che è condotta a semicerchio, mostra nella sua sommità un'apertura ottangolare, che cuoprivasi con un istrumento di metallo, cui per la forma davasi il nome di scudo, dall'alzamento o abbassamento del quale regolavasi il grado della stufa; e più sotto vi si notano altre otto aperture quasi quadrate, spar–tite a eguali distanze; ed è assai verisimile che que–ste servissero ad uso di finestre, composte di pietra speculare o fengite, come sappiamo essere stato solito usarsi dagli antichi, in vece di vetri. Eguali e proporzionati pilastri accrescono ornamento alle nic–chie, ed al piano di esse gira un vuoto circolar–mente intorno al muro, dove si scuoprono disposti e verticalmente diversi tubi di terra cotta, la lunghezza dei quali è di circa due terzi di braccio. Nel lato direttamente opposto all'ingresso havvi tuttora in–dizio di qualche antico ornato, forse di marmo, come era usato farsi in simili edifizii; e vi si scuopre un'apertura larga poco più d'un braccio, a cui fa capo un canale ottimamente regolato da muri, ma in gran parte oggi rovinato e ripieno di cementi e di terra ec.

Sarebbe certo utile fatica l'imprendere al din–torno del già descritto edilizio alcuno scavo dagli amatori dell'antichità e, sulle tracce di quegli avanzi di mura che tuttora si veggono, il ricercare il vec–chio stato di queste terme. Per cotal mezzo, forse ritrovar si potrebbero de' monumenti d'arte assai ragguardevoli e di pregio, onde viepiù illustrare i meriti e il grandioso operare degli antichi Pisani, i quali al laconico aver doveano unito il bagno cal–do, il tiepido e il freddo, se non fors'anche la pa–lestra, l'eleotesio ed i portici, cose tutte, le quali erano quasi tanti accessorii dei bagni antichi, siccome avverte Vitruvio fra gli altri antichi maestri d'architettura92.

Ritornando sulla già indicata strada, ci condurremo alla prossima chiesa di

Sant'Anna

Fu costruita nell'anno 1407 per le monache be–nedettine, dopo avvenuta la total distruzione, nell'as–sedio di Pisa, del loro convento suburbano e fu a–dornata con lavori di stucco, intorno al 1700, coll'assistenza dei due fratelli Melani.

Tre sono gli oggetti nella medesima degni di una particolare osservazione. La tela, cioè, rappresentante la comunione di s. Girolamo, come una delle migliori opere del fiorentino Ottavio Vannini, e due tavole del rinomatissimo Domenico Ghirlandajo, esprimenti la Ver–gine in seggio con vari santi ai lati, di recente restaurazione.

Conservatorio delle Signore della Quiete

Il convento delle suddette monache benedettine fu convertito in Conservatorio intorno al 1770, incorporandovi la chiesa ed il convento de' PP. Girolamini. In tale occasione, le stesse monache, lasciata la regola di s. Benedetto, impresero in più semplice abbiglia–mento ad istruire un ceto di giovani convittrici; ed in quest'utile esercizio si vanno tuttora occupando sotto la protezione immediata di S. A. I. e R. la gran–duchessa vedova di Toscana Maria Ferdinanda. Esse, come semplicemente oblate, non professano verun voto religioso. Il locale è capace per sopra sessanta edu–cande. Per esservi ammesse, richiedesi una civil nascita ed una età non minore di anni 8, né maggiore di 12, e possono restarvi fino agli anni 18. Oltre ad un'ottima educazione religiosa e morale, ad ogni sorta di lavori femminili, alla lingua italiana, alla storia, geografia, aritmetica, lingua francese ec., si estende l'istruzione anche alle cose di ornamento, come sa–rebbe al disegno, alla musica, al ballo.

Riprendendo la via del Borgo, giungeremo alla chiesa di

S. Michele

Il beato Buono pisano, creduto de' Visconti, vuolsi avere nel 1018 fondata questa chiesa, una volta aba–ziale, sugli avanzi di un antico tempio del gentilesimo. Fu la medesima ampliata in diverse epoche, e segnatamente nel 1219, poi nel 1262, ed in fine nel 1304 ornata della facciata com'è al presente, col disegno di fra Guglielmo Agnelli discepolo di Niccola da Pisa.

L'interno è scompartito in tre navi per due file di colonne di granito equidistanti fra loro, con capi–telli di variata forma. Caduta la volta della maggior navata nella circostanza del fiero terremoto del 14 Agosto 1846, senza aversi a deplorare la perdita di alcu–na persona, fu in séguito costruito il soffitto e fattivi vari restauri, come oggi si vede.

Poche sono le opere che qui presentansi degne di osservazione; quindi accenneremo soltanto al secondo altare, a destra di chi entra, un'antica pittura sull'as–se di D. Lorenzo Monaco, che rappresenta la Madonna. con vari santi, venerata col titolo di ausiliatrice. L'altare di fronte alla navata contiene un quadro di Giuseppe Melani, esprimente il riposo in Egitto. Sull'altar mag–giore, composto di bei marmi di Seravezza e di Car–rara, si mostra una tavola esprimente la Vergine in trono da più santi corteggiata e che ritiensi per una delle tante opere di Baccio Lomi pisano. La Purificazione di Maria, nell'altare di fronte all'altra minor nave, è opera del rinomato Aurelio Lomi. Il prossimo monumento incassato nel muro riferisce al P. Guido Grandi di Cremona, celebre professore di Matematiche in Pisa, morto nel 1742. E nel seguente altare con–tiensi un Crocifisso in marmo dell'antica e buona scuo–la pisana, stato rimosso dalla seconda porta del Campo–santo urbano e qui esposto alla pubblica venerazione nel 1790.

Al di sotto del coro della chiesa esiste un sotter–raneo con colonne di granito quasi del tutto interrate, le cui volte, di ben solida costruzione, sono dipinte a formelle, e in queste effigiati ippogrifi, leoni alati, cavalli marini, aquile ec.

Unito alla chiesa era il convento tenuto in antico dai frati detti gaudenti, e in progresso dai frati camaldolensi, il quale, soppresso nel 1781, fu destinato ad uso delle pubbliche Scuole comunali di primo insegna–mento pei fanciulli di sesso diverso, sotto il titolo di s. Ranieri.

Da varî anni fu ivi pur anche aperta la

Scuola infantile di Carità per le femmine

Al principio di ottobre del 1833, venne fondato questo asilo infantile da una privata società di carita–tevoli cittadini de' due sessi, la quale col mezzo di spontaneo contributo annuo provvede al ricovero, al nu–trimento e all'istruzione di circa 240 bambine. La scuola infantile di Pisa dovrebbe, a tutto rigore, dirsi la seconda instituita in Toscana; ma perché quella a–perta precedentemente in Livorno fu di brevissima du–rata, può ritenersi per la prima, tanto più che servì di modello ai simili asili di carità per l'infanzia successivamente aperti qui e altrove.

Soggiungeremo ancora per la verità, ch'ebbe essa i suoi primordii nella casa propria di Luigi Frassi, il quale poi cedevala alla società che ora ne ha la cura, unitamente all'altro asilo pei maschi, presentemente stabilito presso la chiesa di s. Paolo all'Orto.

A breve tratto da questo luogo, verso il Lungarno si trova la chiesa di

S. Pietro in Vinculis

la cui fondazione si assegna all'anno 1072 e divenne collegiata, poi ridotta in commenda nel 1463 e quindi conceduta nel 1488 ai PP. Olivetani di s. Girola–mo d'Agnano. Soppressi questi, la chiesa passò ad essere semplice prioria.

Nella facciata esterna è degno d'osservazione l'ar–chitrave della porta d'ingresso, come avanzo d'aulico epistilio. Per introdursi nell'interno, conviene ascen–dere una ben alta gradinata, essendoché al di sotto corrisponde un ossario o cimitero, nel quale una volta l'anno si fanno le preci pei defunti. Forse da questo molti hanno conghietturato che qui avesse esistito un tempio dedicato ad Apollo, ma niun contrassegno al presente lo comprova.

La chiesa è divisa in tre navi per due file di co–lonne, alcune delle quali coi respettivi capitelli resul–tano avanzi di templi più antichi. Rapporto a pitture, null'altro è qui da considerarsi che un'antica tavola della scuola pisana esprimente un Crocifisso in assai buono stato, con piccole figure ai lati della croce, il quale è collocato dietro l'altar maggiore.

Poco lungi, prendendo a sinistra per la via della Scuola della nazione ebrea, si giunge alla chiesa di

Sant'Andrea

Poco è da dire su questa piccola chiesa eretta intorno al 1100. Fu appellata di sant'Andrea foris portae, perché in allora restava al di fuori delle mura della città. L'interno è a tre navi con colonne di graniti orientali e capitelli d'antica scultura aventi teste u–mane e ferine. E' qui da ricordarsi una sola opera di pittura, il quadro cioè della sacra Famiglia dipinto da Aurelio Lomi.

Questa chiesa è stata da pochi anni restaurata a spese di pii benefattori e così ne fu impedito l'atterramento già stato stabilito dalla civica magistratura in concorso degli altri giuspatroni.

Si vuole essere stato qui sepolto il celebre e di–sgraziato Pier delle Vigne, segretario dell'imperator Federigo, quantunque non sia ora superstite verun mo–numento a farne testimonianza.

Progredendo per la via del Giardino fino al porto detto delle Gondole, s'entrerà nella via di s.a Marta, ove resta la chiesa a detta santa dedicata.

Santa Marta

Nel 1342 fu eretta la chiesa e il monastero di s.a Marta, mercé le cure del beato Domenico Cavalca domenicano, per le signore dette della Misericordia di Spina, le quali vi dimorarono fino al 1810, epoca della general soppressione delle corporazioni religiose. La chiesa però fu intieramente ricostrutta, come vedesi al presente, in–torno al 1760, sotto la direzione del pisano architetto Mattia Tarocchi. La sua facciata esterna presentasi di troppo grave e macchinosa, ma l'interno, in tutte le sue parti di bella proporzione, è ricco di scelti marmi. Nell'altare a destra si mostra un'opera di Lorenzo Pêcheux di Lione, che ha per soggetto la Natività del Signore, nell'altro a sinistra, di Giov. Battista Tempesti, è indicata mediocremente Marta genuflessa dinanzi al Salvatore.

In una piccola cappella, sulla destra dell'ingresso, si tiene in venerazione un antico Crocifisso in tavola della più volte rammentata scuola pisana.

Nel contiguo convento, ridotto ora a particolari abi–tazioni, trovasi eretta la

Scuola di reciproco insegnamento

L'instituzione di questa scuola rimonta all'anno 1831 ed è fondata e mantenuta da una privata società di benemeriti cittadini. Pel corso degl'insegna–menti vi è adottato il metodo Lancasteriano, comecché riconosciuto universalmente il migliore fra quanti fu–rono in addietro praticati, sia per la disciplina alla quale gli alunni sono abituati, sia pel modo ragionato con cui vi apprendono il leggere, lo scritto e l'arit–metica, ed i principii di morale religiosa e civile. I fanciulli che vi concorrono, sono quelli che compiuto hanno la loro prima educazione ed istruzione nell'a–silo dei maschi, che si trova attualmente, come ab–biamo di sopra avvertito, in un locale contiguo alla chiesa di s. Paolo all'Orto.

In prossimità della via s.a Marta, trovasi la chiesa e il convento di

S. Silvestro

Le più antiche memorie di questa chiesa risalgono al 1118, tempo in cui vi passarono i monaci di s. Benedetto di Monte Cassino, i quali vi si mantennero fino al 1270. In seguito, nel 1331, le monache di s.a Croce in Fossabanda (ora convento dei Minori Osservanti) vi fissarono la loro dimora, onde assicurarsi dalle in–cursioni dei nemici ne' tempi di guerra. L'interno del–l'edifizio è diviso in tre navi ed è scortato di quasi la metà per uso dei divini uffizii, a comodo delle mo–nache che vi sono di presente. Nel soffitto sono scom–partiti nove quadri a olio del più volte ricordato Au–relio Lomi, che per la poca luce rimangono tolti alla vista.

L'altare sulla destra ha una pittura, che serve come d'ornato ad un'antica pregevolissima tavola dipinta in campo d'oro, la quale qui si tiene male a proposito coperta da un moderno quadro di niun valore. La detta tavola rappresenta l'immagine di s.a Caterina, con otto piccole storie all'intorno ad essa riferentisi.

In fronte alla piccola navata, vedesi incassato nel muro un bel lavoro in terra cotta della famiglia Della Robbia, e forse di Andrea, esprimente in mezzano ri–lievo la Vergine in gloria, attorniata dagli Angioli e da vari Profeti dell'antico testamento; e in basso del quadro, fra quattro santi di quasi tondo rilievo, di–stinguonsi s. Pietro e l'evangelista s. Marco93. Dicemmo esser questo probabilmente lavoro d'Andrea, nipote del vecchio Luca, giacché da due cartelli della stessa cornice risulta essere stato eseguito nel 1520. La detta cornice è a piccoli spartimenti con figurine a vernice invetriata, secondo l'uso dei Della Robbia, mentre questa non scorgesi sulle figure del quadro.

All'altar maggiore, in cui primeggia s. Domenico innanzi al Crocifisso, v'ha una bell'opera del senese Rutilio Manetti di fare guercinesco.

La Madonna annunziata dall'Angelo, nel quadro del terzo altare, è del Guidotti lucchese.

Facendo ora parola dell'attiguo monastero, dire–mo che sotto l'immortal Pietro Leopoldo fu quasi del tutto riformato e ridotto alla moderna splendidis–sima foggia per uso di Conservatorio. Le monache stesse, lasciato l'abito domenicano, vestirono quello di Dame della Quiete. Dappoi questo locale servì di riunione alle monache di conventi soppressi. Quindi fu destinato all'uso di Pensionato accademico e di Collegio comunale. E finalmente nel 1814 fu conceduto alle monache salesiane, le quali tuttora vi di–morano.

Alla scarpa del vicino ponte della Fortezza, vedesi l'antico imbasamento della torre detta

La Vittoriosa

eretta nel 1336 ad onore del conte Fazio della Ghe–rardesca, per una vittoria ivi riportata, come appare da una iscrizione collocata nel muro rivolto a setten–trione. Sopra questo imbasamento, vi è adesso la con–serva delle acque potabili.

Qui presso nel Lungarno è la chiesa e il convento di

S. Matteo

Tanto l'una che l'altro si fondarono nel 1027 a vantaggio di monache benedettine. La chiesa però, che vedesi attualmente, fu rifabbricata nel 1610, dopo il funesto incendio dell'antica. Una porzione del vetusto tempio può riscontrarsi nell'esterno lato meridionale, e internamente nella clausura di chiesa per le mo–nache. La moderna chiesa, di semplice rettangolare figura, ci porge nella volta il più pregevole dipinto dei due fratelli Melani, Francesco e Giuseppe. Il primo vi eseguì un ordine di architettura con tale intelligenza d'ottica, da fare concepir l'inganno di una considerevole lontananza di gran tratto maggiore all'altezza ef–fettiva della volta stessa, l'altro vi si distinse pei bene–intesi scorci delle aggruppate figure. Il soggetto si è l'in–gresso alla celeste gloria dell'Evangelista s. Matteo.

L'altar maggiore contiene un quadro di Francesco Romanelli esprimente il Nazareno che invita l'Apostolo titolare a seguitarlo. I due quadri di forma ellittica, uno a destra, l'altro a sinistra dell'altare, indicano la sacra Famiglia e la morte di s. Benedetto: il pri–mo del nominato Giuseppe Melani ed il secondo da es–so incominciato, ma finito dal Tommasi suo scolare.

Quattro tele vestono gli ornati simmetricamente scompartiti nelle due pareti laterali del tempio. La prima, sulla destra dell'indicato altare, ci mostra una buona opera di Sebastiano Conca di Gaeta, avente per soggetto la morte di s. Matteo. All'altare che ne suc–cede, è un Crocifisso d'antica scuola pisana. La seconda tela al muro, di Francesco Trevisani, esprime un prodigio di s. Matteo nel far risorgere un morto. Al di sotto è un quadro in tavola in tre divisioni, fattovi trasportare dall'interno del monastero nel 1840, onde esporlo alla pubblica osservazione, dal zelantissimo o–perajo Giuseppe Tellini Bigongini. Lo spartimento di mezzo presenta la Vergine col Putto e vuolsi di Perin del Vaga, unitamente al fregio inferiore con storie re–lative al Nazareno, come la strage degl'Innocenti e l'adorazione de' Re, in piccole e graziosissime figure. Gli spartimenti laterali, in cui sono due mezze figure di santi, si mostrano certamente d'altra mano.

Dall'altro lato della chiesa, la terza tela di verso l'altar maggiore presentaci freddamente espresso lo stesso s. Matteo in atto di battezzare una regina etio–pe, di Marco Benefiale romano. Il quadro del seguente altare, colla Madonna e vari santi, è lavoro del Bocciardi detto il Clementone. E la quarta ed ultima tela alla muraglia contiene un'opera mediocrissima dello Zoboli di Modena, indicante s. Matteo che veste di umili spoglie una regina.

Finalmente, sotto il coretto delle monache, presso la porta d'ingresso, sta un altro quadro in tavola dimostrante la Vergine in trono corteggiata da varî santi, il quale credesi del Puligo e fu qui trasferito dall'in–terno del monastero a vantaggio del pubblico, per cura del menzionato operajo Giuseppe Tellini Bigongini.

In prossimità della descritta chiesa si trova l'antico

Palazzo de' Medici, ora Pieracchi

Fu qui la prima residenza dei Gran–duchi di To–scana nella loro dimora in Pisa, ove l'istoria vuole che accadesse la tragica morte di D. Garzìa per mano di Cosimo I suo padre, e non, come qualcuno suppose, nel palazzo granducale da s. Niccola94.

Poco lungi, sempre nel Lungarno, è il

Palazzo Roncioni

ove conservansi nel domestico archivio ragguardevoli codici e preziose memorie intorno alla storia ed alle antichità patrie, ed una magnifica e scelta collezione di stampe, cominciando dalle più rare dei primordii dell'incisione fino a quelle dei migliori artisti de' nostri tempi e, nel cortile, una rara iscrizione all'edile pisano Q. Largenio Severo onorato del Bisellio, illu–strata dal prof. Valerio Chimentelli.

Ne segue il

Palazzo Lanfranchi, ora Toscanelli

il quale è uno de' meglio architettati di questa città, tutto in marmo, di cui si attribuisce il disegno a Mi–chelangiolo Buonarroti. In questo palazzo dimorò per vario tempo Lord Byron, celebre poeta inglese.

Poco più oltre trovasi la

Piazza dell'Ortaggio, o della Berlina

Sopra marmorea colonna d'ordine jonico, posa una statua di travertino significante l'Abbondanza, caratterizzata dal cornucopia, lavoro eseguito nel 1550 dallo scultore Pierino da Vinci nipote dell'immortal Leonardo.

Compiuta la descrizione di tutta la Parte Settentrio–nale della città, passeremo a quella opposta al di là del fiume, per andare al punto ove debbonsi incominciare le ulteriori osservazioni.

4.4. Parte Meridionale. Terziere di S. Martino

Chiesa di s. Martino

Sulle Fondamenta di un'altra chiesa dedicata al me–desimo Santo, appartenente fino dal 1195 ai canonici regolari di s. Agostino, il conte Bonifazio Novello della Gherardesca ricostruì l'attuale, unendovi un monastero per le monache francescane. Incominciatosi il lavoro nel 1332, fu compiuto nel corso di 40 anni coi mezzi lasciati dallo stesso conte. La facciata della chiesa fu poi terminata nel 1606, sulla porta della quale vedesi un bassorilievo di buona scuola pisana, rappresentante il Santo titolare a cavallo. Soppresso l'anzidetto mo–nastero nel 1786, fu ridotto il locale ad uso di prio–ria, ad abitazioni particolari ed a caserma militare.

L'interno del tempio è ad una sola grandiosa na–vata ed agli altari sonovi alcune pitture degne d'es–sere ammirate. Nel primo, a destra entrando, contien–si una tela d'ignoto autore rappresentante sant'An–drea, figura di proporzioni esagerate e discordanti, e che trovavasi all'altar maggiore della chiesa al detto santo intitolata, prima del suo ammodernamento. La cappella che segue fu aperta dopo il grandioso restauro di tutta la chiesa eseguito da pochi anni ed ha la volta colorata con trafori alla gotica. Nel mezzo di essa appare il Redentore in atto di benedire e in giro, sim–metricamente disposti, i quattro Evangelisti e i dodici Apostoli in mezze figure, tutti di antica scuola, ma di recente restaurati. Alle pareti ancora si vedono alcune tracce di antiche pitture, di nuovo scoperte dal bianco di calce, e due interessanti quadretti in tavola, pari–mente d'antica mano, esprimenti due santi per cia–scheduno. All'altare di questa cappella è collocata una croce, ove sono disposti cinque bei quadretti in campo dorato, eseguiti nel 1390 da Andreoccio di Bartolommeo da Siena95. Quello del mezzo esprime la Vergine col bambino Gesù, il quale ha sul dito un augelletto; quello in alto rappresenta Cristo, mezza Figura, col globo nell'una mano, coll'altra inalzata in atto di be–nedire; e gli altri tre dimostrano s. Pietro, s. Giov. Battista e s. Jacopo apostolo. Altri due quadretti in–dicanti s. Paolo e s. Andrea trovansi ai lati del detto altare.

Nel secondo altare della chiesa si mostra una tela di Giacomo Palma veneziano. Rappresenta s. Benedetto giacente fra le spine, onde vincere le tentazioni del demonio. La cappellina che segue è dedicata a s.a Bona e, nell'urna che vedesi sull'altare, sono contenute le sue ossa. A destra della detta cappella si trova un monumento sepolcrale eretto nel 1779 al conte Francesco del Testa del Tignoso, col suo busto in bianco marmo. Nel terzo altare affacciasi un'opera di bella composizione di Domenico Passignano, esprimente la Vergine nell'atto di porgere il divin Figlio a s. Cristoforo ge–nuflesso.

Passato l'altar maggiore, ch'è composto di bei mar–mi, il primo altare dall'altro lato della chiesa contiene una buona pittura del già rammentato Orazio Rimi–naldi, in cui è espressa la vestizione monacale di s.a Bona vergine pisana. Il quadro del seguente altare presenta la Maddalena penitente, genuflessa dinanzi ad un Cristo in croce nel mezzo di solitaria campagna. La posizione della croce in iscorcio e la bene atteggiata donna, pro–ducono verità, distanza e rilievo, al che si aggiunga l'artificio dei lumi e delle ombre, il corretto disegno e il vago colorito e si concluda essere uno dei mi–gliori dipinti dell'altre volte lodato Jacopo Ligozzi da Verona. L'Annunziazione della Vergine, figurata nel–l'ultimo quadro, viene assegnata al Sordo pisano.

Alcune altre antiche pitture in diversi spartimenti, relative ai fatti della Vergine, si mostrano nell'alto della parete, sopra il coretto della porta principale d'in–gresso.

Seguitando per la via di s. Martino e volgendo poi a sinistra per la via s. Giovannino, si trova la chiesa di

S. Giovanni de' Frieri

Le monache di uno spedale attenente all'Ordine di s. Giovanni di Gerusalemme furono le fondatrici della chiesa e del convento ch'eravi annesso. Questa fu rinnovata ed ampliata, mediante i soccorsi del prin–cipe Don Antonio De Medici priore gerosolimitano. Le monache vi si mantennero fino all'epoca della general soppressione. V'è adesso l'arciconfraternita del–l'Arcangelo Raffaello.

All'altar maggiore è collocato un quadro rappresentante la predicazione di s. Giovan Battista nel de–serto, di G. B. Gidoni fiorentino. E ad uno degli al–tari laterali vedesi espresso il vecchio Tobia colla mo–glie e il figlio, e l'Angelo che fu guida all'ultimo, di Ferdinando Rondoni pisano.

Di fronte, la chiesa di

S. Bernardo

Appartenne alle monache cisterciensi, coll'attiguo monastero, dal 1400 sino alla metà del 1808, tempo in cui le dette monache riunironsi con altre in quello di s. Silvestro. Essa fu rinnovata nel 1617; e nel 1818, a spese di una pia benefattrice, fu ristaurato il mona–stero ed assegnato alle Cappuccine che attualmente vi dimorano.

Null'altro è da notarsi in questa chiesa, d'altron–de di bella forma e pulita, che i tre sfondi coloriti della volta, riferenti ai fatti di s. Bernardo, i quali, unitamente ai due ovati a fresco presso l'altar mag–giore, provengono dal Tommasi da Pietrasanta, e le pitture sulle pareti eseguite dal Tempesti nella sua gio–ventù.

Ritornando nella via s. Martino, poco oltre a destra, su di una piccola piazza, abbiamo la chiesa di

S. Sepolcro

L'architetto del nostro magnifico Battistero, Dioti–salvi pisano, fu pur anche il costruttore dell'edifizio di cui si tratta. Sorge in forma ottangolare, ed ha nell'interno otto pilastri isolati, che essendo equidi–stanti dalla parete formano un peristilio assai comodo da volte ricoperto. Sui detti pilastri si staccano altret–tanti archi a sesto acuto e sul vertice di questi una cupola a guisa di piramide. Esternamente l'edifizio ha un portico, che per soli quattro lati ne seconda il giro. Dicesi che fino al 1312 i Cavalieri Templari ne furono in possesso, poi divenne commenda dei Cavalieri di Malta. Ora è semplice prioria96.

Fra le varie opere di pittura che vi si riscontrano, merita particolar ricordo il bel quadro della deposizione di Cristo dalla croce, di ben ordinata composizione, di buon disegno e di naturale espressione nelle figure, del più volte menzionato Santi di Tito Titi.

Nel contiguo fabbricato dalla parte del Lungarno, si trovano i seguenti pubblici uffizii: L'Amministrazione generale del Registro e Aziende riunite, L'Impresa dei Lotti, La Cassa di Risparmio.

Seguitando il Lungarno a sinistra, trovasi, alla scesa del ponte, il

Palazzo Pretorio

ridotto da pochi anni all'odierna splendidissima foggia colla riunione di due antichi palazzi di nessun orna–mento e colla direzione dell'architetto Alessandro Ghe–rardesca. E' qui la Prefettura, l'Uffizio dei Passaporti, i Tribunali e le Carceri.

La bella torre dell'orologio, sull'angolo boreale del detto palazzo, costruita su nobile imbasamento nel 1785 con la direzione del cav. Donato Sanminiatelli, indica le ore da tre parti; e quella di fronte presenta una mostra ridotta di recente in bella guisa anche per le ore notturne a maggiore utilità del pubblico.

Qui presso, le

Logge di Banchi e l'Uffizio de' Fossi

L'erezione di queste logge, destinate al comodo dei mercanti, fu commessa a Bernardo Buontalenti, nel 1605, dal munificentissimo Ferdinando I; e l'abilissimo architetto si studiò di corrispondere nella esecuzione alle magnifiche idee del suo sovrano97. La sovrapposta fabbrica, di più moderna costruzione, non è con–dotta con eguale armonia di parti e mostrasi di un gusto assai inferiore. Quivi è l'Uffizio de' Fossi, specie di magistratura utilmente instituita fino del 1475, col titolo di Opera delle riparazioni per dar esito all'inon–dazione della campagna pisana. Vi si ascende per mezzo della scala del contiguo

Palazzo del Comune

Fino dai tempi di Cosimo III, fu destinato ad uso della Magistratura Comunitativa. La facciata viene at–tribuita al Francavilla. Fu qui l'abitazione dei Gam–bacorti; e quella parte che guarda il Lungarno e che serve per l'Uffizio della Dogana mantiene ancora l'an–tica architettura gotica. In una sala, per cui si ha l'in–gresso all'altra più grandiosa del Consiglio, trovansi i bozzetti originali di molti dei grandiosi quadri che adornano le pareti della Primaziale; e nella volta vedesi rappresentata dai fratelli Melani la città di Pisa supplichevole innanzi al di lei patrono s. Ranieri. Nel–l'altra gran sala Pietro Dandini espresse, nella prin–cipal facciata, l'impresa dei Pisani per la conquista di Gerusalemme. La conquista poi delle Baleari e l'altra della Sardegna, nei due quadri laterali, si devono a Giacomo Farella siciliano. Nel vacuo fra le due finestre, vi è una tela assai stimata di Ventura Salimbeni, rappresentante Pisa con due putti al seno, nobilmente atteggiata e vestita con tutta vaghezza.

Di contro alle logge di Banchi, è la chiesa di

S. Sebastiano

Poco avremo da dire di questa chiesa edificata dai fondamenti in ordinaria forma sul cominciare del se–colo XIII. Fu soggetta all'abazia di s. Paolo a Ripa d'Arno, poi diventò commenda. Oggi è posseduta da una compagnia laicale. A uno degli altari è rappre–sentata una celeste visione della Madonna col Bambi–no a s. Carlo Borromeo.

Prendendo ora la via del Carmine, perverremo alla chiesa di

S. Maria del Carmine

Nel 1325 fu dato principio all'edificazione di que–sta chiesa e dell'annesso convento dai religiosi dell'Or–dine carmelitano. Nel 1612 fu nuovamente consacrata, dopo un notevole ingrandimento. I nuovi e recenti restauri della grande navata e l'ornamento della sua facciata esteriore si debbono alla generosità di varie famiglie cittadine.

Il transito di s.a Teresa e l'annunziazione della Vergine ai primi due altari, sulla destra, sono di poca considerazione. L'assunzione di M. Vergine al terzo altare è di Baccio Ciarpi fiorentino. E la Madonna e s.a Barbera con altri santi, di bella esecuzione, al quarto altare, diconsi opera di Baccio Lomi pisano, benché di uno stile alquanto diverso dalle altre sue pitture.

Il monumento contiguo fu eretto nel 1816, alla memoria della marchesa Marianna Manfredi della Casta negli Archinti di Milano. Lavoro di Stefano Ricci di Fi–renze.

Nella sagrestia merita osservazione una tavola d'al–tare con tre figure, la Madonna in trono, s. Giovanni e s. Pietro, di bella e grandiosa maniera, la quale sembra provenire dalla mano di Antonio Sogliani.

Nella maggior tribuna e nelle due laterali cappelle, sfoggiano i marmi di Carrara e i diaspri di Sicilia. In quella a destra della tribuna, sono pitture a fresco e ad olio del ricordato Tommasi da Pietrasanta, il Padre Eterno con Angeli nella cupola, la nascita della Ver–gine e la sua presentazione al Tempio alle pareti.

Passato il piccolo altare presso la porta di fianco, ov'è un mediocrissimo quadro del Piastrini, ci si presenta il sepolcrale monumento consacrato alla memoria di Luigi Godoy, morto in Pisa il 1818, dal di lui padre Emanuelle Principe della Pace, già primo mini–stro del re Carlo IV di Spagna: fu eseguito dal ri–cordato Stefano Ricci di Firenze.

Nel prossimo altare, contiensi una bell'opera di Girolamo Macchietti fiorentino, che dimostra il Redentore crocifisso, colla Madonna ed altri santi. E nella tavola del seguente altare è figurata l'ascensione di Cristo al cielo dal valente artista Alessandro Allori, al–lievo di Angelo Bronzino, come leggesi nella cartella in bocca ad un piccolo cane. Nell'altro altare, s. Al–berto, s.a Lucia ed altri santi, è una pittura delle più inferiori di Aurelio Lomi; e nell'ultimo, presso la por–ta d'ingresso, mostrasi un dipinto d'inestimabil fatica del cav. Corradi fiorentino, indicante la Madonna che apparisce a s. Andrea Corsini.

In fondo alla via del Carmine, trovasi la chiesa e il monastero di

S. Domenico

Furono eretti nel 1382 da Pietro Gambacorti, capo in allora della pisana repubblica, ad istanza della beata Chiara sua figlia.

La chiesa presentasi internamente adorna di stuc–chi, di marmi e di opere di pittura nella volta e al–le pareti. Quelle della volta sono di Tommaso Tommasi da Pietrasanta e rappresentano il fatto della rivela–zione, ch'ebbe il conte Galeazzo di Siena, di portare un Crocifisso a Pisa e consegnarlo alla beata Chiara. Quelle delle pareti si devono al più volte ricordato Giov. Battista Tempesti pisano. Dimostrano alcune isto–rie relative alla beata Fondatrice, fra le quali primeg–gia per la composizione e pel grazioso artifizio delle bianche vesti, il transito della detta beata.

Merita osservazione in questa chiesa la tavola di Benozzo Gozzoli ad uno degli altari laterali, esprimen–te i quaranta martiri intorno al Crocifisso, come pure un candelabro di legno, ove si mostrano quattro gra–ziosissime figure di mano del ridetto Benozzo.

Prendendo ora per la prima strada traversa, ci con–durremo alla chiesa di

S. Antonio

La chiesa e l'annesso convento si fondarono nel 1341 pei monaci armeni dell'Ordine di s. Basilio. In appresso, rimasto libero il locale, vi si portarono i Servi di Maria, i quali tuttora vi dimorano.

L'interno, in altri tempi restaurato, è ad una sola nave e per le pitture che vi si riscontrano spende–remo poche parole, giacché, di otto che sono, le più di esse niente hanno d'interessante. La prima a destra entrando, col s. Pellegrino e il Redentore, fu tratta mediocremente da una stampa dal ricordato Tommasi; la seconda, esprimente il Redentore in atto di alleviare la pena a s. Antonio percosso dai demonii, è del fran–cese Giacomo Perry; la terza, tenuta a ragione per la migliore delle altre che qui si trovano, rappresenta la Trinità colla Madonna in gloria e i tre Arcangioli in basso del quadro e devesi a Metteo Rosselli fiorentino. L'altar maggiore è tutto di bei marmi composto.

In prossimità di detta chiesa, si trova l'altra detta di

S. Giovanni in Spazzavento

eretta intorno al 1334. Sappressa al tempo del gran–duca Leopoldo I, risorse poi nel 1792 passandovi una congregazione secolare sotto il titolo dell'Annunziata, per cui è detta comunemente la Nunziatina.

Nel primo altare a destra, mostrasi la decollazione di s. Giovanni Battista, opera fatta in Pisa non sono molti anni da un certo De Marè pittor francese. La tavola dell'Annunziata nella tribuna, benché alquanto guasta, merita maggior considerazione. Non se ne conosce l'autore.

Ci porteremo adesso alla più antica chiesa della città, volgendo per la strada a sinistra, cioè a

S. Paolo a Ripa d'Arno

La fondazione di questo antichissimo tempio viene assegnata all'anno 805 e il nome di vecchio Duomo, che sino ai giorni nostri si dà dal popolo pisano a questa chiesa di s. Paolo, sembra abbia avuto origine dall'essersi i canonici serviti della medesima per ufiziare nel tempo che si costruiva la novella magnifica cattedrale di s.a Maria e finché non fu consacrata nel 1118, poiché gli antichi monumenti attestano che la primitiva cattedrale fosse propriamente la chiesa di s.a Maria posta nell'interno della canonica, che aveva ancora annessa la chiesa di s.a Reparata, le quali furono demolite per dar luogo alla detta nuova costruzione.

Per una lunga serie d'anni, fu posseduta la detta chiesa, con titolo d'abazia, dai monaci vallombrosani e nel 1483 data in commenda a Giuliano vescovo Ostiense, cardinale di s. Pietro in Vinculis. Quindi nel 1565 fu ridotta in commenda secolare, allorché Cosimo I fondò la Religione di s. Stefano e ne fu primo commendatore Ugolino Grifoni fiorentino, al quale si attribuisce il piano della fondazione del detto Ordine equestre di s. Stefano.

Venendo ora a parlare della struttura del tempio, diremo essere a croce latina, tutto adorno di marmi, colla facciata scompartita in quattro ordini di architettura, il primo de' quali con pilastri addossati e gli altri arricchiti di colonne isolate una sopra dell'altra. Il frontespizio che le dà compimento e le ale inchinate a guisa di due mezzi inferiori frontespizii, indicano l'interna struttura a tre navi. La somiglianza di questo tempio al magnifico Duomo fece supporre al Morrona e ad altri suoi seguaci che fosse originariamente fabbricato di semplici pietre nel nono secolo, e dappoi abbellito al di fuori colla ricca materia de' marmi bianchi e cerulei circa al 1100, sullo stile e ad imitazione perfetta dell'applaudito esemplare di sopra notato; ma l'insussistenza di tale opinione non può non chiaramente ravvisarsi, facendo riflessione all'improbabilità di togliere in giro le pietre di un edifizio, per supplantarvi de' marmi in uno stile rozzo e bizzarro e di gran lunga inferiore al modello propostosi. La varietà infatti de' membri architettonici ne' capitelli, ne' corniciami, negli archi ora tondi, ora a sesto acuto e ineguali fra foro, nelle basi e nei fusi delle colonne, alcune delle quali poste perfino a rovescio, si aggiunge alle altre ragioni per farci pensare che, tal quale ora vedesi in tutte le sue parti, sia stato fin da principio edificato. Ond'è che, dalla quasi uniformità di costruzione dei due templi, sembra potersi ragionevolmente dedurre che, piaciuta ai Pisani la forma di quello di cui si tratta, gradissero che sull'istesso andamento, ma più grandiosa e magnifica, si erigesse poi la nuova Primaziale, ben lungi che sul modello di questa siasi rifatto l'esterno della chiesa di s. Paolo co' difetti da noi superiormente accennati.

L'interna parte della fabbrica è vasta e scompartita in tre navi da due file di colonne di quel granito orientale che dicesi granitello, con le basi e i capitelli di marmo bianco, ed uno fra questi, il secondo cioè sulla sinistra di chi entra, ha due figure, il Salvatore e s. Paolo ed un cartello in cui sono le parole PALS APLS (Paulus Apostolus). Le pareti furono un tempo dal tetto fino a terra nobilitate da molte storie del Testamento vecchio e da quelle di s.a Anastasia, eseguite da' migliori maestri del XIII secolo, avendovi operato fra gli altri Cimabue, Buffalmacco e il Memmi, ma furono in tempi posteriori deturpate e coperte con bianco di calce.

Sulla destra, all'ingresso della porta maggiore, trovasi un ampio e ben meritato elogio in marmo, che i grati ed amorevoli concittadini posero al sepolcro dell'esimio giureconsulto pisano Burgundio o Burgundione, del quale abbiamo più volte parlato nel corso dell'opera. Sotto al predetto elogio è posto l'epitaffio di lui, il quale per l'uso di quei tempi è composto in versi con rimalmezzo e in fine, in modo però che l'ultima sillaba delle rime è comune a due versi. Esso inoltre porta la data certa della morte dell'uomo insigne di cui parliamo, all'anno 1194. Sotto l'epitaffio era un tempo collocato il sarcofago che conteneva le di lui ceneri, il quale ora osservasi esternamente presso la porta di fianco all'angolo della crociata.

Venendo agli altari, non ci fermeremo su' primi due presso alle tre porte, a destra e a sinistra, perché non offrono pitture degne di osservazione. Il secondo altare a destra presenta un quadro colla Vergine e i ss. Ippolito e Cassiano; e il terzo, il martirio di s.a Agata.

Negli altari di fronte, si contengono un quadro in tavola esprimente la Madonna con s. Pietro e s. Paolo ed uno in tela con G. C. in croce, s. Giovanni e s. Bartolommeo, di buona esecuzione.

L'altar maggiore è tutto di legno assai moderno, con tre grandiose statue. Era il modello eseguito dal Silvani nel 1682 per l'altare della chiesa de' Cavalieri.

Nella crociata dalla parte del vangelo è da notarsi un quadro d'antica maniera, colla Madonna in trono ed ai lati i due santi Ranieri e Torpè, opera di Turino Vanni da Pisa.

Dietro la prioria di s. Paolo, si trova

L'Orfanotrofio dei maschi e la chiesa di sant'Antonino

Fino dall'anno 1684, la Magistratura comunitativa di Pisa, premurosa di ovviare ai mali che provenivano dall'andare i poveri orfani di ambo i sessi mendicando per la città, conobbe non esservi partito migliore di quello che racchiuderli in un conservatorio, ove educarli ed istruirli tanto nello spirituale che nel temporale ed, a tale oggetto, si elessero quattro deputati che procurassero volontarie oblazioni fra i medesimi concittadini. Fra queste e fra i sussidii ottenuti da altri pii stabilimenti, con più l'entrate e i mobili spettanti a due piccoli spedali, si devenne nel 1687 alla cotanto desiderata istituzione.

Dopo l'erezione di questo locale in conservatorio di orfani maschi, conosciuto comunemente coi nome di Qualconia, più e diversi sono stati i legati e l'eredità elargite in pro di esso, talché non solo raccoglie un buon numero di fanciulli, ma sopra 80 ne sussidia fuori del luogo, pei quali viene impiegata la somma annuale di circa sette mila lire fiorentine.

L'annessa chiesa di sant'Antonino presenta nel quadro dell'unico altare la Madonna, sant'Antonio e altri santi. L'Annunziata e l'Angelo, nel quadro alle pareti, è opera del Tempesti.

In prossimità ancora della chiesa di s. Paolo, dalla parte del Lungarno, trovasi la chiesa e il monastero di

S. Benedetto

All'anno 1393 viene assegnata la fondazione di questa chiesa e dell'annesso monastero, per cura di alcune pie donne che si dicevano romite vallombrosane. Ora vi dimorano le monache benedettine.

Nell'interno, al presente, niente altro si trova di notabile per le arti, se non che la figura del Santo titolare all'altar maggiore, opera del Bocciardi detto il Clementone.

Prendendo per la via del Lungarno, ci recheremo al tempietto di

S. Maria della Spina

Fino dal 1230 fu questa chiesa eretta in piccolo oratorio, sotto la denominazione di santa Maria del Ponte nuovo, perché un tempo eravi prossimo un ponte, di cui oggi più non esiste alcun vestigio; e dopo il 1300, dal Senato e Comune pisano ne fu ordinata l'ampliazione, fissando la costruzione, lungo la spiaggia d'Arno, di un muro stabile e capace a contenere il séguito della fabbrica, nel modo appunto in cui attualmente si presenta. Dopo la distruzione del ponte e dopo che vi fu riposta la reliquia di un picciol ramo della corona di spine di N. S., portata d'oltremare da un mercante cittadino pisano, le si conferì il titolo di santa Maria della Spina, che tuttora ritiene.

Lo stile dell'architettura è di gusto gotico–moderno, o arabo–tedesco, com'altri vogliono, invalso a quei tempi. E per quanto essa ecceda in delicatezza e, per la stravaganza degli ornati, deviar si veggia dal carattere dell'elegante architettura, pure si riguarda anche ai dì nostri per uno de' più bei monumenti, in piccolo, che di tal genere in Italia conservinsi. Per tre lati l'edifizio si mostra accomodato con guglie, balaustrate, campaniletti (secondo dice il Morrona), tabernacoli un sopra l'altro, corniciami e modanature sottilmente intagliate, rosoni, statue ed altri lavori tutti di fino e levigato marmo e profusi con prodigalità e capriccio.

Anche l'interno di questo tempio offre all'osservatore e all'intendente non pochi oggetti d'arte che meritano diligente osservazione. Al maggiore altare, sono rimarchevoli tre monumenti di antica scultura, cioè una Vergine madre col divin Figlio, il s. Giovanni e il S. Pietro, statue d'intiero rilievo. Elleno sono collocate in tre nicchie e furono eseguite da Nino pisano poco dopo la metà del secolo XIV.

In un ornato di marmo, condotto con buona architettura nel 1552 e situato fra le due porte della facciata esposta al ponente, vedesi ancora un'altra immagine, pure di una Vergine, mezza figura, in atto di allattare il fanciullo, d'intiero rilievo. Si attribuisce altresì quest'opera allo stesso Nino. Del Moschino poi si credono l'altre due statue che lateralmente all'altare suddetto posano su d'un imbasamento di marmo.

Appesi alle pareti, veggonsi ancora alcuni quadri per lo più d'artisti della scuola fiorentina, che meritano qualche riguardo; tutti però sono avanzati in pregio da una tavola collocata in uno degli altari laterali, opera di Giov. Antonio Razzi detto il Sodoma, rappresentante la Vergine col Figlio e vari santi.

Questa chiesetta è adesso uffiziata da una confraternita laicale sotto il titolo di sant'Antonio.

Per poco che c'interniamo nella prossima via di sant'Antonio, presentasi la chiesa dei

SS. Cosimo e Damiano

fondata intorno al mille, ma nulla più conserva del suo antico, perché in varî tempi rimodernata tanto all'esterno che internamente. Sugli stipiti della porta maggiore, sono due antichissime iscrizioni, dalle quali resulta che gli operaii Giovanni e Vernacio la fecero a proprie spese e sopra l'iscrizione a destra si osservano alcune sigle:

tre volte ripetute, le quali sembrano alludere alla data, misteriosamente scritta, della fondazione di questa chiesa; come vedesi anche nella parete esterna del nostro Battistero, tra mattina e mezzodì, e nella facciata di s. Frediano, egualmenteché sappiamo essere incisa nel pilastro a destra della porta del Duomo di Barga: tutte e quattro in caratteri a un di presso pariformi98.

L'interna parte è scompartita in tre navi per due file di pilastri, ma nulla contiene d'interessante rapporto a pitture.

Per la contigua strada traversa, ci condurremo alla prossima chiesa di

S. M. Maddalena

Di questa null'altro è da dire, se non che fu sottoposta alla prioria e commenda della Religione Gerosolimitana, detta di S. Sepolcro in Pisa, e che fu tutta rifatta dai fondamenti nei primi anni del secolo trascorso.

La pittura nel coro, significante la Maddalena e il Redentore, è una buona copia di un quadro di Rubens, come le due pitture degli altari laterali sono buone copie di due quadri del Vanni esistenti in Siena: una rappresenta il Redentore al Calvario colle Marie, l'altra il ritorno dall'Egitto.

Riprendendo la via del Lungarno, perverremo alla piccola chiesa di

S.a Cristina

la quale credesi fondata nell'anno 840 sotto il titolo di s. Bartolommeo e che poi fu detta di s. Cristina, quando i Pisani le donarono parte delle reliquie di detta Santa portate dalla città di Bolsena, intorno al 1028. Dicesi ancora che nel 1115, a causa di una inondazione del fiume, fu trasportata col claustro parte della chiesa e che, fattine i restauri, fu nuovamente consacrata nel 1118. Una moderna iscrizione, presso l'altar maggiore, ci manifesta che questa chiesa, quasi diroccata per vetustà, fu risarcita nel 1816 a spese del cav. Luigi Archinto di Milano.

La pittura all'altare dedicato a santa Caterina da Siena è di Domenico Passignano ed esprime la stessa Vergine devotamente genuflessa dinanzi al Redentore, che le comparisce in gloria. Gli scrittori della vita di detta Santa asseriscono ch'ella riceve' l'impressione delle sacre stimmate in questa chiesa nel 1375 e segnatamente nel luogo ove tuttora conservasi un avanzo di colonnetta striata presso l'indicato altare. Nell'altro di fronte, intitolato ai genitori di M. Vergine, s. Giovacchino e s.a Anna, è figurata la piccola Vergine in seno della sua famiglia, pittura eseguita dal ricordato Tommasi. Un quadro assai pregevole è situato nel coro dietro l'altar maggiore, ove i pennelli del cav. Curradi fiorentino rappresentarono con decoro dell'arte le figure della Madonna, di s.a Cristina e di s. Giuseppe.

Poco oltre, trovasi l'Uffizio della Posta delle lettere e appresso l'Amministrazione de' Tabacchi, contigua alla Dogana.

4.5.

Ecco finito il giro della città, di cui nulla sembraci aver trascurato d'importante e degno d'osservazione. Restaci ora a far parola degli edifizii pubblici delle sue adiacenze, come pur di quelli, a nostro credere, più interessanti che trovansi a qualche distanza dalla medesima, cioè i Bagni di s. Giuliano, la Certosa, le Cascine, s. Pietro in Grado ec. e con ciò verremo a compiutamente liberare le nostre promesse.

Fuori della Porta Nuova, detta santa Maria, si trova il

Cimitero, o Campo–santo suburbano

E' un miglio in circa distante dalla città. Fu aperto nel 1783 con umile principio d'ornamenti, conseguendo in séguito, come tuttora consegue, incremento di decoro, mercé lo zelo e la pietà di tanti fratelli che onorarono e onorano la nascente compagnia del Suffragio. Infatti ad una piccola cappella subentrò una bella chiesa in volta, con pavimento di marmo, adorna di due cappelle e di comodi annessi e di un ospizio per alloggio di alcuni ecclesiastici e del cappellano con il custode. Alla chiesa fanno analogo ornato ampli portici, essi pure in volta, che d'ambe le parti sorgono elegantemente per uso delle sepolture privilegiate. Un giorno questi portici aumentati, adorni di funebri pitture e di quadri rappresentanti la sacra istoria, presenteranno al popolo e istruzione salutare e diletto (Samuelli, Riflessioni sopra i Cimiteri cristiani moderni).

Fuori altresì dell'anzidetta porta, si trovano le

Cascine reali

Vi si giugne per uno stradone ombreggiato per quattro file di alberi, lungo circa tre miglia, ornato in principio e in fine di due statue di marmo. Quivi è un casino di recente costruzione, destinato a ricevere il Sovrano quando vuole riposarsi dal divertimento della caccia, a cui suole recarsi nella circostante boscaglia. Tutta la tenuta vien detta di s. Rossore e si estende pel tratto di oltre una lega quadrata. Confina a mezzogiorno coll'Arno, a occidente col Mare, a tramontana col Serchio ed a levante poi sono vastissime praterie che si dilungano non poco da ambedue le parti del viale testé ricordato. Per altri viali divergenti nell'interno, può uno condursi comodamente o alle Cascine nuove verso l'Arno, o al fortino sul mare detto il Gombo, o in altre parti dilettevoli della stessa possessione99. Quivi tengonsi le mandre delle giovenche svizzere; più di 1000 vacche indomite; da circa 160 cammelli, rizza unica in Italia, la quale è qui mantenuta con somma cura e con particolare vantaggio, facendo questi animali il servizio medesimo che fanno altrove le bestie da soma; non pochi branchi di cavalli interamente liberi e selvaggi; una numerosa greggia di pecore merine e molti cinghiali, daini ed altri quadrupedi ec. Vi si vedono pure spaziare pei prati i fagiani e vi allignano ancora in copia tranquillamente nelle macchie altre specie d'uccelli e selvaggine, poiché non è permesso ai cacciatori di penetrare nel vasto giro della bandita. Nella moltitudine e varietà d'alberi magnifici, parecchi de' quali secolari, che adornano quest'ampia foresta, vi abbondano soprattutto i pini, che forniscono un ricchissimo annuo prodotto e che, insieme alla quantità delle grandiose roveri formanti il querceto, porgono legname da costruzione e di taglio, i cui avanzi colle mondature de' rami e tronchi secchi si lasciano caritatevolmente a profitto della classe povera, la quale recasi giornalmente dalla città e dai contorni a farne raccolta.

Fuori della Porta a Lucca, in prossimità delle mura, trovasi la chiesa di

S. Lazzero

la quale serve alla tumulazione dei defunti cappellani addetti alla Primaziale di Pisa. Null'altro essa conteneva, che una interessantissima pittura sull'asse del più volte ricordato Benozzo Gozzoli, rappresentante la Madonna in seggio col Putto e quattro santi ai lati con altre piccole figure nel basamento100.

Qui presso trovasi l'Arena o il Teatro Diurno da pochi anni costruito col disegno dell'architetto Alessandro Gherardesca.

Fuori della stessa porta, alla distanza di circa quattro miglia, si trovano

I Bagni detti di s. Giuliano

già resi celebri per gli scritti di parecchi rinomati tutori, fra i quali distinguonsi il Cocchi, il Fontani, il Morrona ec. Vennero essi generalmente appellati, come tuttora si appellano, del Monte–pisano, perché situati alle sue falde dalla parte settentrionale e più specialmente di s. Giuliano, per una piccola chiesa sulla strada lucchese già dedicata a detto Santo e da gran tempo demolita.

Pullulano le acque minerali nel centro della piazza ovale del villaggio e sono racchiuse in due fabbricati simmetricamente disposti a guisa di parallelogrammi, l'uno a destra e l'altro a sinistra, facendo ala al bello, comodo e grandioso palazzo dell'opera dei Bagni stessi. Entro agl'indicati locali sono spartite le acque in bagni grandi o di società, con aperture nelle volte e nei lati, con comodi gradi e sedili ed in lavacri marmorei o tinozze per due o per una sola persona, tutti liberi e col loro spogliatoio, e sempre atti a perfetto pulimento, attesa la tersa superficie delle pareti e de' pavimenti. Quivi ancora si trovano comodità necessarie per docce esterne ed interne, luoghi di riposo e ambulacri, e sonovi acque per immersione ed acque medicinali potabili.

Volendo ora parlare delle proprie ed intrinseche qualità naturali delle acque medesime, piglieremo a scorta il ch. prof. Giacomo Barzellotti, mancato da pochi anni ai viventi. Queste acque, giusta le varie analisi chimiche, sono presso a poco della stessa natura, o contengono gli stessi principii, ma non dello stesso grado di calore. Ve ne sono a 31 gradi di Reaumur, a 29, 27, 24; e le più fredde, che servono anche alle pubbliche fonti, sono a 12 gradi, le quali introdotte nei bagni servono a mitigare la troppo alta temperatura delle più calde, per coloro cui essa non si addice. Il colore delle medesime è limpidissimo, onde a traverso del corpo intero del fluido, quando i bagni sono pieni, si distinguono i minuti oggetti posti nel pavimento meglio che nell'aria. Tutte contengono (eccettuate quelle fredde) 25, 85 grani di sali per libbra medicinale di dodici once, e così:

2,81 di carbonato di calce,

8,7 di quello di magnesia,

2,3 di solfato di soda,

3,25 di solfato di magnesia,

9,69 di solfato di calce,

e piccolissima dose di allumine e di silice. Hanno altresì per libbra 1,87 di gas acido carbonico, con gas ossigeno e gas azoto che sono indeterminabili . L'acqua acidula potabile, che rampolla a qualche distanza dai bagni, contiene gli stessi sali o principii, con qualche piccola diversità nella quantità di essi, e soprattutto nei gas; ed il carbonato, che è 3,74 pollici cubici per libbra, o due terzi più di quello delle termali, la rende graziosa al gusto e fa la delizia delle tavole in estate singolarmente: ha un temperato calore di 17 gradi di Reaumur.

Si argomenta a ragione dell'uso antichissimo di queste terme, o per meglio dire della considerazione in cui si tennero nei tempi ancora di Pisa colonia romana, non solo per un frammento di romana iscrizione esistente sul luogo presso alla porta per cui scendesi ai bagni orientali, e denotante la memoria di un certo Erote, che essendo aquario o custode di queste acque, dedicò o restaurò un tempietto probabilmente alle ninfe salutifere, e per alcuni residui di romana antichità. In progresso di tempo, un qualche restauro viene indicato sul principio del secolo XII per cura della famosa contessa Matilde. Successivamente al principio del secolo XIV, furono eglino di nuovo restaurati ed ampliati e cinti di mura castellane, essendo potestà e generale dell'armi repubblicane Federigo da Montefeltro. Anche in appresso, circa al 1374, dopo i grandi guasti arrecativi dai nemici della repubblica, vi si aumentarono i comodi e le signorili abitazioni, mercé le cure di Pietro Gambacorti; ma di lì a non molto, nel 1405, andarono nuovamente soggetti a grandissime sventure. Quindi nel 1597 si attese alla ristorazione dei lavacri, sotto il governo di Ferdinando I de' Medici; ma il maggior decoro ed i più gravidi vantaggi si procurarono a questo luogo nel 1742–44 sotto il benefico regime dell'imperatore Francesco I, rappresentato in Toscana dal conte Emanuele di Richecourt101.

Tutto ciò – è da notarsi – servì d'impulso ai Pisani, onde vie più si curassero di un luogo cotanto interessante per la loro città; e ben presto si videro sorgere altre fabbriche e pubbliche e private, molte delle quali, con certa simmetria disposte dintorno alla gran piazza, formano un vago ed insieme maestoso teatrale prospetto.

Monsignor Francesco de' conti Guidi, arcivescovo pisano, volle anch'esso contribuire al comodo e all'ornamento di questi bagni, facendovi erigere, intorno a quel tempo, una chiesa col titolo di s. Francesco e con un secondo altare dedicato a s. Bartolommeo, che era l'antico titolo d'uno spedale già da lungo tempo andato in disuso. Questa chiesa con bell'ordinamento è stata di recente accresciuta ed abbellita.

Da tutto quanto si è finora narrato, può ragionevolmente dedursi essere i nostri bagni deliziosi e sommamente opportuni alla corrispondenza con più città vicine ed opulente, opportuni altresì per quegli esercizii del corpo e dell'animo che dalla vera medicina sogliono prescriversi, e pel comodo di una strada ferrata che vi passa in prossimità e che vi ha eretta una delle sue stazioni secondarie. In questo luogo infatti non mancano le facili e amene vie sì piane che montuose, all'ombra e al sole in ogni ora del giorno, per passeggiare o per cavalcare, non vi mancano i lunghi ed ampli canali per la ginnastica navigazione e per il nuoto, non le sale pei balli o per altri giovevoli esercizii.

A circa un mezzo miglio a tramontana dei Bagni sopra descritti, si mostrano alcuni

Avanzi di antichi Acquedotti detti di Nerene

e precisamente nel luogo detto Caldaccoli, nome forse derivante dalle latine parole calidue aquae, esistenti ai tempi di Pisa colonia, per condurre le acque termali o potabili alla città, come chiaramente lo dimostrano le vestigia nel piano alla dirittura di essa quasi per linea meridiana. Il sodo dei pilastri, dice il Morrona, è composto di calcistruzzo, o vogliam dire di smalto di calcina forte e di piccoli sassi formato, e di una sì fatta tenacità che difficilmente può rompersi, circondato da due fila di mattoni per piano. Sopra di essi son disposti simmetricamente due ordini di pietre tagliate a uso di frombole, e una fila di grossi mattoni paralleli, e altre due di dette frombole parimente parallele, formanti un'ordinanza continuata: dal che desumesi la plausibile e chiara cognizione della dispendiosa struttura e della bellezza della fabbrica, non meno che della splendidezza di chi la fece eseguire.

A non molta distanza dei Bagni summentovati, dalla parte orientale, si trovano gli

Acquedotti moderni

L'erezione di questi moderni utilissimi acquedotti, che per un tratto di circa quattro miglia conducono in abbondanza alla città le salubri acque, delle quali ora essa gode, devesi alle benefiche cure dei granduchi Ferdinando I e Cosimo II suo figlio, essendo stata una tal fabbrica, a merito del primo, intrapresa dai fondamenti nel 1601 e condotta poi a termine nel 1613 sotto gli auspicii del secondo, mediante la considerevol somma di scudi 160.000.

Dalle vive sorgenti, che in quantità sono sparse nella fresca valle di Asciano, vengono raccolte e adunate per canali sotterranei le limpide acque che scorron per tali condotti, sostenuti da circa mille archi. E in vero il conducimento di quest'acqua d'incomparabile bontà e prossima all'elementare e celeste e l'artificiale bonificamento dei terreni apportarono a Pisa un notevolissimo vantaggio.

Fuori della Porta alle Piagge si trovano tre chiese, di cui succintamente favelleremo, dopo accennato ad un grande novello abbellimento aggiunto non ha guari alla città nostra, ed ai tanti altri ornamenti che la distinguono fra le ragguardevoli città d'Italia. E' questo un passeggio arboreggiato lungo la sponda del fiume, diviso in tre lunghissimi viali di circa due miglia, da una parte dei quali sonosi già costrutti non pochi fabbricati e sarà un'amena continuazione alla deliziosissima contrada del Lungarno, allorquando, formata la barriera a norma del disegno proposto dalla civica Magistratura, verranno tolti gl'impedimenti che attualmente vi si frappongono.

Verso la metà del cammino, su questa nuova passeggiata, si mostra la chiesa di

S. Michele degli Scalzi

Fino dall'anno 1177, si trova essere appartenuta questa chiesa, col soppresso monastero, ai monaci del Monte pulsano nella Puglia, e perciò detti Pulsanensi. Seguendo essi la regola benedettina e portando i piedi scalzi, ne derivò alla chiesa l'appellazione surriferita, la quale tuttora conserva, abbenché i detti monaci, sul declinare del secolo XIV, abbracciassero la regola camaldolese ed in appresso vi venissero sostituiti i canonici regolari lateranensi, che vi dimorarono fino al 1784. La detta chiesa al presente è governata da un priore.

La facciata ha tre porte corrispondenti alle tre navi dell'interno. Nel sopraornato della principale avvi un busto del Redentore di quasi intiero rilievo e nell'architrave sonovi scolpite nove mezze figure d'Angeli, che, nel fare delle pieghe parallele degli occhi e dei capelli traforati col trapano, indicano essere state operate nel secolo XII.

Internamente la chiesa fa buona comparsa, ma nulla ha di rimarchevole agli altari.

Prendendo ora per la strada bassa, che riconduce alla città, si troverà la chiesa di

S. Jacopo in Orticaja

fondata sul finir del secolo XII ed appartenuta ai canonici regolari di s. Agostino intorno al 1260. Fu poi commenda ed in appresso parrocchia fino all'anno 1748, in cui l'arcivescovo di Pisa Francesco de' Conti Guidi la destinò, collo stabile ivi annesso, agli esercizii de' preti di sua giurisdizione. Ora è confraternita e nulla più conserva del suo antico, se non che le mura esterne e la memoria dell'antica Nartece nella originaria costruzione. E' questa un recinto dentro la chiesa, alla porta principale della medesima, formato da un taglio trasverso di muro, che per mezzo di una o più porte introduce nella nave. Era destinato alle notturne vigilie ed a ricevere i catecumeni e penitenti.

Più avanti, verso la città, s'incontra la chiesa e il convento di

Santa Croce in Fossabanda

Questo tempio fu edificato prima dell'anno 1325 per cura del P. Bartolommeo da Cantone dell'Ordine de' Predicatori. Il convento poi che serviva per le monache domenicane, passate quindi in città a s. Silvestro, comeché distrutto pei tristi avvenimenti di guerra, fu ristaurato agli usi sacri e donato ai Minori Osservanti nel 1426 e quindi, per opera de' benefattori, ampliato alla forma presente nel 1691.

Il primo altare sulla destra dell'ingresso contiene una tavola d'antica data, nella quale si legge il nome di Alvaro Pirez d'Evora pittore portoghese. Dimostra in campo d'oro la Madonna col Bambino e varî Serafini. Il secondo ha un quadro di qualche merito, esprimente s. Francesco, s. Diego, s. Bonaventura, e s.a Margherita, d'ignoto autore. Il terzo presenta un'opera d'Jacopo Vignali fiorentino, colle figure della Madonna, di s. Francesco, di s.a Chiara e dell'Angelo custode. E nell'altare di contro avvi una tela uscita dai pennelli del cav. Curradi fiorentino, che vi lasciò scritto il suo nome. E' in essa figurato s. Francesco genuflesso dinanzi alla Madonna e al Redentore, colla Maddalena ed altri Santi.

Oltre a molte lapidi sparse nella chiesa e nel chiostro, vedesi sotto la loggia dinanzi all'ingresso una cassa sepolcrale di marmi lunensi, colla statua di defunto guerriero, di un tal Bandini, adagiatavi sopra.

Dall'anzidetta porta alle Piagge, prendendo a sinistra, si va verso la ricca e deliziosa valle di Calci, cotanto rinomata per la squisitezza dell'olio che abbondantemente produce, ove trovasi collocata la

Certosa di Pisa

A sei miglia dalla città, presso Calci, in luogo un tempo denominato Valle buja ed ora bene a ragione Valle graziosa, sorge questa magnifica fabbrica, ridotta all'odierna sontuosa foggia nel 1770, secondo il disegno di Carlo Zola milanese.

La prima sua fondazione risale all'anno 1367, somministrandone i mezzi con testamentaria disposizione un certo Pietro Mirante pisano, originario d'Armenia e mercante di professione. Quindi si accrebbe colle pie elargizioni di varî altri devoti, e segnatamente della vedova del citato Pietro e di Lotto Gambacorti, che assegnolle la gran tenuta d'Alica in Val d'Era. Poco appresso, nel 1374, chiamativi dal pontefice Gregorio XI i monaci dell'antica abazia di s. Gorgonio nell'isola della Gorgona, i loro beni si aggregarono a questi della Valle di Calci.

A tutto ciò soggiungeremo che, alla ripristinazione degli ordini religiosi, nel 1814, dopo l'impero francese, ritornarono anche i Certosini al possesso del loro monastero e quindi al godimento del circostante terreno per la munificenza dell'attuale regnante Leopoldo II.

La chiesa s'innalza maestosamente su d'una elegante scalinata, a cui fanno ala due simmetrici ed estesi fabbricati. L'interno della medesima presenta tre recinti, tutti di bei marmi e di pitture a fresco vagamente adornati. Nel primo e nel secondo, sono espressi alcuni fatti di Mosè ed altre istorie dell'antico Testamento, eseguite da due pittori bolognesi Antonio Rolli e Francesco Cazioli, e nel terzo sono rappresentati dal P. Stefano Cassiani certosino il martirio di s. Giovanni Evangelista e i santi Gorgonio e Doroteo.

L'altar maggiore comprende un gran quadro a olio maestrevolmente condotto da Baldassarre Franceschini di Volterra, ove espresse s. Bruno ed altri santi in atto di dedicare il disegno di questa Certosa alla Vergine Madre.

Sono in questo tempio altre opere d'arte degne d'osservazione, e segnatamente il ciborio fregiato di quattro bei getti in bronzo, aventi per soggetto la moltiplicazione dei pani, il serpente d i bronzo, il Signore che consegna le chiavi a s. Pietro e la pioggia maravigliosa della manna, i quali si attribuiscono a Giov. Batt. Carrara scolare di Giovan Bologna. Come anche sono da ammirarsi quattro colonne di marmo rosso bellissimo e varie lastre di verde antico.

Nel refettorio è una ragguardevole pittura a fresco di Bernardino Poccetti, rappresentante il Cenacolo.

Merita altresì d'esser veduto un ampio chiostro di forma quadrata, ove si contano 72 colonne di marmi bianchi venati, in giro al quale stanno le celle de' Monaci e nel suo mezzo sorge una grande fontana di limpide acque feconda.

Termineremo col dire che la Certosa pisana, dopo quella di Pavia, può riguardarsi fra le più considerevoli dell'Italia.

Sull'alto monte, a destra, vedonsi tuttora gli avanzi di antico fortifizio detto

La Verruca

L'epoca dell'erezione di questa celebre fortezza, detta della Verruca o Verrucola, che è quanto dire alta ed aguzza punta di monte, quasi vedetta o specola atta a scuoprire da lontano, desumevasi da una iscrizione che era situata nella muraglia occidentale della medesima sotto al cordone del bastione, la quale, per essere uno dei più antichi monumenti della lingua volgare, giova che qui sia riferita: – A.DI.DODICI. GVGNO.MCIII –102. E' questa la più alta e difficilmente accessibile cima della catena de' monti pisani, dalla quale scorgendosi, oltre la sottoposta estesissima pianura, le vicine città e castelli, tutti i piani e le colline che trovansi nelle parti superiori del Valdarno, della Valdinievole e della Valdera, con parte del mare tirreno e ligustico, e quasi tutta la riviera di Genova, fino ai monti della Provenza, fu considerato come il luogo più opportuno onde potere, nel caso di nemiche aggressioni sul territorio della repubblica, tramandare incontanente alla città i concordati segnali.

La vecchia porta di S. Marco o Fiorentina fu da pochi anni demolita, onde procedere alla costruzione del nuovo fabbricato, che ora si mostra a due grandiose aperture, ciò per dare maggior comodo e libero passaggio ai numerosi legni che vi s'incontrano, e segnatamente dopo attivata la Strada ferrata Leopolda, la cui stazione è poco al di là del piazzale esterno.

Subito usciti dalla città e attraversato il detto piazzale, si entra in un gran subborgo dello il Portone, dal quale deviando per breve tratto a sinistra della strada, che conduce alla porta a Mare, si trova la

Chiesa e il Convento dei Cappuccini

Furono l'una e l'altro edificati nel 1240 da Martino monaco cisterciense, dedicando la chiesa a s. Donnino, prima col titolo di priorato e poscia di abazia. In seguito fu convertita l'abazia in commenda ed assegnata, nel 1569, al cardinale Ferdinando de' Medici (poi gran–duca di Toscana) e da questo ceduta, in un col piccolo oratorio annessovi ed una porzione del terreno a bosco ed a coltura, ai PP. Cappuccini, i quali tuttora vi dimorano.

Un marmo incassato nel muro interno, sulla destra di chi entra, ci manifesta pure che questa chiesa fu ridotta nella presente forma sulle rovine dell'antica abazia e ribenedetta in onore dello stesso s. Donnino dall'arcivescovo di Pisa D. Giuliano de' Medici nel 1628.

La più considerevole opera di pennello che qui riscontrasi si è la figura di un s. Francesco all'altar maggiore, condotta dal Bilivert sulla maniera del Cigoli, secondoché avverte il Baldinucci.

Il sostegno

Fuori subito della Porta a Mare trovasi a destra il Sostegno, il quale serve di comunicazione tra l'Arno e il canale che vedesi a sinistra, per comodo dei navicelli che per l'Arno trasportar si vogliono a Livorno senza toccare il mare. La fabbrica pel ricovero di questi, allorché sono carichi di mercanzie, fu innalzata dal gran–duca Ferdinando I nel 1603, come appare dall'iscrizione posta nel lato occidentale dell'edifizio. L'altra poi a questa unita, detta comunemente il Sostegno, destinata al passaggio dei detti navicelli dall'Arno al canale, è opera dell'immortale Pietro Leopoldo, avente la data del 1787.

A mezzo miglio di distanza dalla detta porta, sulla riva del fiume, incontrasi la chiesa di

S. Giovanni al Gatano

innalzata di recente sulle rovine di una piccola chiesa eretta dall'antica famiglia de' Gatani. Il P. Grandi ci avverte che qui pure abitarono i monaci camaldolesi: ora è parrocchia. Se ne fa menzione per un'opera a buon fresco del più volte ricordato Giuseppe Melani, che vi espresse l'apparizione della Madonna a s. Giovanni Evangelista nell'isola di Patmos, la quale adornava l'altar maggiore dell'antica chiesetta e che ora, per le nuove disposizioni, trovasi corrispondere ad una parete di fianco della casa parrocchiale sulla nuova piazza della chiesa ivi eretta, riparata a guisa di tabernacolo da una grande invetriata.

Alla distanza infine di quattro miglia dalla città, sulla strada livornese, si trova la chiesa di

S. Pietro in Grado

Questo sacro edifizio vuolsi dai meglio accreditati scrittori essere stato innalzato sul finire del secolo decimo, o sul cominciare dell'undecimo, nel luogo appunto ove già fu stabilito un altare dall'apostolo s. Pietro, allorché venendo d'Antiochia approdò al lido toscano nel sito denominato a Grado o ad Gradus Arnenses, per certi gradini comodi nel discendere dai navigli, e dove in seguito dicesi eretta e consacrata una chiesa dal pontefice s. Clemente.

Spessi pilastri ed un continuato fregio di piccoli archi tondi adornano l'esteriore dell'edifizio, ma la demolizione di un antico portico che lo circondava ed i restauri fattivi nel 1630 e 1791 appena fanno conoscere il suo primitivo stato.

Nell'interno, due ordini di colonne dividono la chiesa in tre navate, undici di granito orientale e quindici di marmo greco. I capitelli sono tutti più antichi e ben lavorati e sopra di essi voltano tredici archi in ciascheduna parte, dalla ineguaglianza dei quali e da due grandi pilastri posti nello stesso ordine che le colonne, sembra doversi inferire due epoche diverse nella fabbrica, l'una cioè al fine del decimo secolo, in quella meno regolar porzione ove gli archi appariscono maggiori del semicerchio e più larghi gl'intercolunnii, e l'altra al secolo undecimo, trovandosi condotta in foggia più regolare. Devesi pur anche avvertire che la fronte orientale di questa chiesa termina in una tribuna fiancheggiata da altre due tribune più piccole, mentre altra tribuna riscontrasi nella parte diametralmente opposta ad occidente, per lo che l'ingresso al tempio è solo dalle parti laterali.

Le pareti dal colmo degli archi fino al tetto erano tutte coperte di antichissime pitture non poco interessanti la storia delle arti, comecché di un fare anteriore all'opere di Giunta. In tre ordini divise, nel primo mostravansi effigiati, al riferire dei cronisti, tutti i pontefici, incominciandosi da s. Pietro fino a Giovanni XIV, che fiorì nel 969 di Cristo e fu il centoquarantesimo papa. Nel secondo ordine erano le istorie più segnalate dei ss. apostoli Pietro e Paolo e il fatto della consacrazione della chiesa per s. Clemente papa, e nel terzo alcuni Angeli. Di tutte queste pitture non compariscono per disavventura che poche figure qua e là sparse e, fra queste, la crocifissione di s. Pietro e la morte di s. Paolo, con la respettiva loro sepoltura.

Dopo il fin qui detto, null'altro restaci a indicare, se non che questa chiesa fu collegiata di canonici, quindi conceduta nel 1630 ai PP. Minori osservanti di s. Francesco, ed ora un parroco col titolo di vicario la governa. Dei varî quadri che adornano gli altari, noteremo soltanto i due seguenti, che trovansi presso la porla d'ingresso rivolta a settentrione: uno raffigura la natività della Vergine e l'altro s. Antonio nel deserto: quest'ultimo, assai bello, fu donato dal già benemerito arcivescovo pisano Ranieri Alliata.

5. CATALOGO DEGLI UOMINI PIU' ILLUSTRI DI PISA DIVISO IN QUATTRO CLASSIGl'individui d'ognuna di tali classi sono posti cronologicamente., CIOE' 1. nella religione. 2. nelle Scienze o nelle Lettere. 3. nelle Belle Arti. 4. nella Guerra o nella Politica.

5.1. Classe I. Personaggi insigni in Religione

  • – Gaudenzio. Vescovo in patria nei primi anni del secolo III. Fu per due volte alla cristiana adunanza in Roma, prima nel 313, poi nel 324.
  • – Daiberto. Fu eletto pastore de' suoi concittadini nel 1088. A non mediocre dottrina unì animo grande e singolar destrezza nel maneggio e nell'esecuzione dei più rilevanti affari. Fu il primo de' vescovi di Pisa ch'ebbe il titolo di arcivescovo, fu condottiero dell'armata pisana nella prima crociata contro i Turchi, fu legato apostolico e quindi patriarca di Gerusalemme (Sunto storico pag. 25 e sgg.). Morì nel 1107.
  • – S. Guido pisano. Era dell'antichissima famiglia de' Gherardeschi, figlio del conte Napoleone. Morì nel 1115. Le di lui ossa dalla pieve di Castagneto vennero traslate nel 1458 nella cattedrale di Pisa col più splendido apparato.
  • – Pietro Moriconi. Abate in prima nel patrio monastero di s. Michele in Borgo dell'Ordine camaldolese, successe dappoi a Daiberto nell'archiepiscopato pisano. Qual duce e condottiero de' suoi concittadini si portò, nel 1114, alla conquista delle isole Baleari con felicissimo resultato (Sunto storico, pag. 29 e sgg.). Questo campione benemerito della religione, quest'eroe cittadino morì nel settembre del 1119.
  • – Il beato Balduino. Monaco cisterciense, discepolo di s. Bernardo, cardinale creato da Innocenzo II nel concilio di Clermont nell'anno 1130, poi arcivescovo in patria dal 1137 al 1145, anno della sua morte. Dal pontefice Eugenio III fu mandato in Sardegna per riformarvi i corrotti costumi e ridurre quei popoli alla vera disciplina.
  • – Guido de' Conti di Caprona. Uomo di somma e sperimentata abilità, cancelliere della Chiesa romana, legato e cardinale dei ss. Cosimo e Damiano creato da Innocenzo II nel 1130, fu il fondatore della chiesa in onore di s. Torpè in Pisa. Morì tra il 1150 e il 1153.
  • – Eugenio III. Era della nobil famiglia dei Paganelli di Montemagno, castello antichissimo a sette miglia in circa da Pisa. Chiamavasi Pietro Bernardo. Fu vicedomino della chiesa pisana, poscia abate di s. Zenone in Pisa; quindi passò in Chiaravalle sotto la disciplina del gran s. Berbardo. Benché non fosse del collegio dei Cardinali, fu proclamato pontefice massimo nel 1145 pei veri e proprii meriti che lo adornavano. Fu uno dei più illustri papi che abbia avuto il cristianesimo, in qualunque aspetto piaccia di considerarlo, o come principe, o come gran sacerdote di G. C., o come privato soggetto. Morì in Tivoli nel luglio del 1153.
  • – S. Ranieri. Protettore di Pisa. Di questo gloriosissimo campione della cristiana fede si è avuto occasione di parlare a pag. 37, 131 e 267 e sgg. del presente volume.
  • – Villano Gaetani. Cardinale del titolo di s. Stefano sul monte Celio, creato da Lucio II nel 1144 ed indi promosso all'arcivescovado di Pisa nel 1146. Peritissimo in diritto, fu deputato non solo da alcuni pontefici alla decisione di liti ecclesiastiche, ma ben anche alle più importanti legazioni. Morì nel 1175.
  • – Arrigo Moricotti. Legato e cardinale dei ss. Nereo ed Achilleo, creato da Eugenio III nel 1150, segnalò sommamente il suo merito nella Germania e nella Francia qual pacificatore dei gravi contrasti fra il sacerdozio e l'impero. Passò all'altra vita tra il 1174 e il 1179.
  • – Ubaldo Lanfranchi. Arcivescovo eletto nel 1175. Fu conduttore della flotta pisana in una nuova spedizione nella Siria pel ricupero di Gerusalemme. Nel suo ritorno in patria trasportò nelle navi una quantità di terra estratta dal monte Calvario e la fece collocare in quello spazio di suolo ove poi fu eretta la sontuosa fabbrica del Campo–santo urbano (Sunto storico, pag. 44).
  • – Pandolfo Masca. Eletto cardinale nel 1182 del titolo dei ss. dodici Apostoli, scrisse le vite dei papi da Gregorio VII fino ad Alessandro III. Cessò di vivere in età di cent'anni nel 1201.
  • – Graziano Paganelli. Nipote di Eugenio III, vicecancelliere della chiesa romana, fu sollevato alla dignità di cardinale diacono del titolo dei ss. Cosimo e Damiano nel 1178. Morì nel 1204.
  • – S. Ubaldesca. Era della famiglia Taccini di Calcinaja, luogo poco distante da Pisa. Indossò l'abito monastico nell'ospedale dell'Ordine gerosolimitano. Morì nel 1206.
  • – S. Bona. Era dell'ordine dei canonici regolari di s. Agostino. Morì nel 1208 e le ossa di lei si venerano nella chiesa di s. Martino.
  • – B. Domenico Vernagalli. Fondatore dello Spedale dei Trovatelli. Morì nel 1219 e fu sepolto nella chiesa di s. Michele in Borgo.
  • – Alberto da Pisa. Uno dei compagni di s. Francesco e generale del suo ordine: scrisse Gesta fratrum in Anglia et Saxonia. Morì nel 1239.
  • – Ugo da Fagiano. Fu prima canonico nella chiesa primaziale di Pisa, poi avvocato nella Curia e Roma, quindi decano della metropolitana di Roano in Francia, e poscia arcivescovo di Nicosìa in Cipro. Ritornato in patria, fece edificare nella valle di Calci il monastero detto di Nicosìa, ove terminò santamente la sua carriera nell'anno 1268.
  • – Federigo Visconti. Promosso alla cattedra arcivescovile in tempi torbidi e difficili, cioè nel 1254, epoca in cui Pisa era da 13 anni nelle censure ecclesiastiche, impiegò tutto il suo credito e singolare ingegno per ritornare i proprî concittadini in grazia della santa Sede e rimmetterli alla comunione dei Fedeli. Morì colmo di meriti nell'anno 1277.
  • – Il B. Giordano da Rivalto. Celebre per la santità di costumi, per eminenza di sapere e per eloquenza ed eleganza di dire, nacque intorno al 1260 in Rivalto, luogo non molto discosto da Pisa. Vestì l'abito domenicano nel convento di s. Caterina di questa città ed esercitò degnamente l'augusto e santo ministero della predicazione. Fu il fondatore della compagnia della Croce, la prima istituita fra secolari in Pisa. Morì a Piacenza nel 1311, mentre andava a Parigi, chiamatovi ad insegnare la teologia.
  • – Domenico Cavalca. Dottissimo scrittore del secolo XIV, della religione domenicana. Le molte opere di lui, dettate in purissima lingua, meritarono d'essere dagli Accademici della Crusca annoverate fra i migliori testi italiani. Dicesi morto in patria nel 1341.
  • – Bartolommeo da s. Concordio. Domenicano, teologo profondo ed eccellentissimo in ogni altra, scienza, per cui fu giustamente riputato uno de' più dotti uomini che vivessero alla metà del secolo XIV. Era dell'antica famiglia de' Granchi, oriunda del subborgo di s. Concordio, poco distante dalla città. Fra le diverse sue opere noteremo il celebre Volgarizzamento degli Ammaestramenti degli Antichi, uno de' più pregevoli scritti della nostra lingua. Quest'uomo insigne mancò ai viventi nell'anno 1347.
  • – Ranieri da Rivalto di Pisa. Domenicano, teologo e letterato insigne, nipote del B. Giordano, di cui abbiamo qui sopra favellato. Scrisse un'opera utilissima col titolo Summa et nucleus Theologiae. Passò all'altra vita, attaccato dalla peste, nel 1348.
  • – Bartolommeo d'Albiso da Vico. Frate minorita, autore di varie opere in latino e fra queste del Liber conformitatum etc., in cui s. Francesco è paragonato a Gesù Cristo. Morì nel 1351.
  • – B. Pietro Gambacorti. Fondatore della congregazione degli Eremiti di s. Girolamo in Montebello presso Urbino, figlio del famoso Pietro signore di Pisa e fratello della beata Chiara qui sotto indicata.
  • – Domenico da Peccioli. Frate dell'ordine dei Predicatori. E' a lui dovuta la pregevolissima Cronaca di s. Caterina di Pisa, ove sono registrate le virtuose azioni dei suoi confratelli. Morì nel 1408.
  • – Niccolò da Pisa. Domenicano, teologo ed oratore. Fiorì sul principio del secolo XV. Tra varii scritti teologici lasciò alcuni commenti sulla s. Bibbia, che in cinque codici mmss. in membrana conservansi in Firenze nella Biblioteca di s. Marco.
  • – B. Chiara Gambacorti. Di questa illustre eroina della Chiesa, nata nel 1362, morta nel 1419, abbiamo parlato nel Sunto storico, pag. 91 ed a pag. 309.
  • – Niccolò V. Pontefice d'ingegno acutissimo e profondo, di portentosa memoria ed uno dei primi luminari dell'umano e del divino sapere. Nacque in Pisa nel 1389 di Bartolommeo Parentuccelli e fu detto Tommaso. Per esso fu ridonata all'Italia la pace che sospirava già da tanti anni, ed alla chiesa il trionfo di uno scisma ostinato e protervo. Morì nel 1455.
  • – Pietro Balbi. Fu primieramente vescovo di Nicotera, poi di Tropèa in Sicilia. Trasportò egregiamente dal greco in latino molte opere ecclesiastiche e segnatamente i Sermoni e le Omelie recitate al popolo d'Antiochia, di s. Giov. Grisostomo. Morì nell'anno 1479.
  • – Angiolo Franceschi. Vescovo di Arezzo, poi arcivescovo in patria. A questo benemerito pastore dee Pisa la gloria di aver sollevato dall'oblivione molti uomini celebri che la illustrarono, facendone raccogliere e pubblicare le memorie (Pisa, 1790 vol. 4 in 4). Morì universalmente compianto dai suoi concittadini nel 1806.

5.2. CLASSE II. Letterati e scienziati

  • – Pietro Diacono. Nacque sul terminare del settimo secolo, o sul cominciare dell'ottavo. Dopo aver professato pubblicamente le belle lettere in Pavia, passò a Parigi qual precettore di Carlo Magno e qual presidente delle Scuole palatine.
  • – Adriano Ceuli. Teologo e canonista, fioriva nel secolo XI. Egli fu autore delle opere intitolate De Monarchiis Angelorum et gloria Paradisi, De optimo Principe et Tyranno.
  • – Bernardo da Pisa. Monaco cisterciense. Nel secolo XII tenne in Parigi pubblica scuola di teologia. Vien detto uomo di grande letteratura e degno di sommi onori.
  • – Lorenzo Varnense. Scrisse un poema in versi latini sopra la spedizione fatta al suo tempo dai Pisani (nel 1114 e 1115) nelle isole Baleari, che conquistarono sopra i Saraceni.
  • – Ugone Eteriano e Leone suo fratello. Fiorirono nel secolo XII e lungi dalla patria nella capitale del greco impero. Ugone, di vasta erudizione e profonda scienza, si meritò il nome di Eteriano, ossia celeste e fu riputato il più abile e più adattato a contribuire all'unione delle due chiese Greca e Latina. Leone, fratello di lui, già interprete dell'imperatore Manuello, gli servì d'ajuto in tutti i suoi lavori.
  • – Bulgaro. Uno dei primi e più dotti giureconsulti del secolo XII. Lasciò alcune glosse, che Accursio confuse con quelle d'altri interpreti e fu autore del comento al titolo dei Digesti De regulis Juris. Morì a Bologna nel 1167.
  • – D. Bernardo Marangone. Uno dei primi fra gl'Italiani dei bassi tempi che abbiano compilata l'istoria della loro età. Scrisse in lingua latina l'istoria patria fino all'anno 1175, tempo forse della sua morte.
  • – Burgundio. Quest'uomo insigne abbracciò molte scienze ed arti, la giurisprudenza, la filosofia, la medicina, la teologia, la bella letteratura, onde meritò tra gli altri molto elogii, con cui fu onorato il suo sepolcro, ancor quello di essere stato sì risplendente in terra, quanto lo sia il maggior pianeta in cielo. Morì nel 1194.
  • – Lucio Drusi. Uno de' più antichi rimatori nell'idioma toscano e il primo che congiunse il dialetto siciliano al nostro. Fiorì sul cadere del secolo XII e sul cominciare del seguente.
  • – Uguccione. Egregio canonista. Fu professore in Bologna, poi Vescovo di Ferrara. Morì nel 1210.
  • – Bandino Familiati. Giureconsulto, giudice ed uno dei primi glossatori delle Pandette. Morì in bologna nel 1218.
  • – Leonardo Fibonacci. Celebre matematico, il primo ad introdurre in Italia l'uso delle cifre arabiche e a dar regole per le algebriche operazioni ad utile della società e del commercio.
  • – Giovanni Fagiuoli. Legista di cui si è fatto discorso nel Sunto storico, pag. 61. Fu autore di una Somma, ossia Spiegazione sopra il Libro de' Feudi. Morì nel 1286.
  • – Tommaso di Tripalle. Procuratore della repubblica pisana, giudice e celebre commentatore degli antichi statuti pisani. Viveva nel 1296.
  • – Giudo da Corvaja. Scrisse latinamente l'istoria pisana. Restano di lui alcuni frammenti, uno de' quali dall'anno 1271 al 1290.
  • – Giudo del Carmine. Scriveva sul principio del secolo XIV. Gli si attribuiscono varie opere, fra le quali Le Concordanze dell'istorie antiche.
  • – Alessandro della Spina. Frate dell'Ordine domenicano. Devesi al medesimo la scoperta incomparabile degli occhiali. Morì l'anno 1312.
  • – Andrea di Ciaffo da Pisa. Famoso giureconsulto, che fiorì tra il principio e la metà del secolo XIV. Si tiene autore dei Commentarii o Note alle Instituzioni civili ec.
  • – Francesco Tigrini. Altro giurisperito. Insegnò nell'Università di Perugia, ove ebbe fra i suoi scolari Baldo seniore. Morì verso il 1360.
  • – Michele da Vico. Canonico pisano. Coll'unione di alcune cronache antiche formò nel 1370 un corso d'istoria patria di circa quattro secoli, che intitolò Breviarium historiae pisanae.
  • – Pietro d'Albiso da Vico. Giureconsulto. Tale fu la stima che di lui si aveva da' suoi concittadini, che nell'anno 1364 fu nominato Signore della repubblica, al che egli generosamente rinunziò (Sunto storico, pag. 86).
  • – Pietro del Lante. Fu prima professore di Giurisprudenza nel patrio Liceo, poi governatore o vicario per la patria stessa in Lucca, mentre soggetta era quella città al dominio della pisana repubblica. Passò quindi avvocato concistoriale nella Curia romana ed avvocato eziandio dell'Impero. Colà ottenne la carica di Senatore di Roma e quella non meno insigne di Maresciallo pontificio. Morì in Roma nel 1403.
  • – Francesco da Buti. Letterato distinto. Uno dei più celebri illustratori della Divina Commedia. Morì nel 1406.
  • – Buono Accorso. Peritissimo nel greco e nel latino, professore di belle lettere in Milano e promotore delle migliori e più esatte edizioni in Lombardia nel secolo XV.
  • – Mattia Palmieri. Scrisse in elegante latino l'istoria De bello italico e fece le traduzioni dal greco in latino de' nove libri d'Erodoto. Morì nel 1483.
  • – Bartolommeo della Spina. Scrittore di molte opere teologiche, di una cronaca pisana ec. Finì di vivere in Roma nel 1546.
  • – Bartolommeo da Pisa. Professore di medicina in Siena, poi nel Liceo romano e quindi archiatro del pontefice Leone X.
  • – Pietro Calefati. Professore di leggi nella patria Accademia. Compose varie opere in latino risguardanti la giurisprudenza.
  • – Odoardo Gualandi. Vescovo di Cesena. Pubblicò Sexdecim libri de civili facultate e Tractatus de Philosophia.
  • – Girolamo Papponi. Auditore in prima della Ruota senese e dopo professore di leggi nella patria Università. Pubblicò varie opere tuttora apprezzate dai legali. Morì nel 1605.
  • – Raffaello Roncioni. Canonico arciprete della Primaziale pisana. Unì ai sacri studii singolar perizia nell'antiquaria. Egli raccolse molte memorie e compose un corso di Storia pisana, stata di recente pubblicata per cura del prof. Francesco Bonaini. Mancò verso il 1618.
  • – Giuliano Viviani. Fu professore di gius civile in patria, poi vescovo dell'Isola di Calabria e quindi arcivescovo di Cosenza. E' notissimo per l'egregia sua opera Praxis Jurispatronatus, la quale merita tuttora l'applauso dell'età nostra. Passò all'altra vita nel 1641.
  • – Galileo Galilei. Soprannominato il Divino. Sommo filosofo e matematico, le cui principali e maravigliose invenzioni sono il microscopio, il pendulo, il termometro, il compasso di proporzione e la piccola bilancia idrostatica. Gli dobbiam pure la scoperta de' satelliti di Giove. Nacque in Pisa nel giorno 3 di febbraio dell'anno 1564, morì nel 1642 (Vedi a pag. 166, 167 del presente volume).
  • – Tolomeo Nozzolini. Professore di filosofia nel patrio Ateneo. Noto abbastanza per le caldissime controversie avute col gran Galileo in materia di geometria, e molto più per cinque differenti poemi, più o meno adorni di pregi. Cessò di vivere nel 1643.
  • – Bonavita Capezzali. Spiritoso ed elegante poeta della prima metà del secolo XVII. Fu autore di un Ditirambo, da cui il Redi tolse non solo la principale idea del suo Bacco in Toscana, ma non sdegnò di spargervi ancora quasi tutti i pensieri e le più nobili frasi in questo contenute. Varie altre sono le produzioni del Capezzali, il quale morì nell'ancor fresca età di anni 41.
  • – Paolo Tronci. Canonico e vicario generale e professore di leggi nel patrio Liceo. Scrisse varie opere, fra le quali la Storia universale sacra e profana, da cui mano inesperta o negligente estrasse le Memorie istoriche della città di Pisa, che furono stampate sotto il nome del medesimo Tronci.
  • – Scipione Aquilani. Lettore di filosofia nella pisana Università. Pubblicò in Roma un'opera intitolata De placitis Philosophorum etc.
  • – Giovanni Pagni. Insigne antiquario e professore di filosofia e medicina nel patrio Ateneo. Autore di un pregevole, tuttora inedito Comento sopra i famosi Cenotafi pisani. Morì di anni 42 nel 1676.
  • – Bartolommeo Chesi. Giureconsulto di nome illustre. Fra le opere sue migliori ricorderemo quella delle Interpretazioni giuridiche e l'altra col titolo De differentiis juris. Morì nel 1680.
  • – Ottavio d'Abramo. Canonico della Primaziale pisana. Intorno al 1700 scrisse un'opera voluminosa in tre tomi, intitolata Pisanae Primatialis dignitatum ac praebendarum omnium descriptio.
  • – Cammillo Borghi. Illustratore dell'antico giuoco nazionale del Ponte. La sua produzione porta il titolo di Oplomachia pisana.
  • – Brandaligio Venerosi. Poeta e letterato distinto. Lasciò alcuni lirici componimenti intitolati Imprese militari. Morì nel 1729.
  • – Maria Selvaggia Borghini. Chiarissima letterata e poetessa, principalmente conosciuta per la Versione ed illustrazione delle opere di Tertulliano. Morì nel 1731.
  • – Giuseppe Martini. Canonico della chiesa Primaziale, giureconsulto e letterato illustre. Compose un'opera col titolo Theatrum Basilicae Pisanae. Morì nel 1732.
  • – Francesco Catelani. Poeta di merito non volgare. Lasciò alcuni eleganti poemetti e le traduzioni delle odi di Anacreonte e del poema di Museo intitolato Ero e Leandro. La morte di lui occorse nell'anno 1760.
  • – Flaminio dal Borgo. Giureconsulto e professore nell'Università della patria. Nel 1761 pubblicò le Dissertazioni sull'Istoria pisana, contenenti l'origine della decadenza della repubblica ec..
  • – Giuseppe Taddei. Professore di filosofia in Pisa, noto per le sue ingegnose Dissertazioni Neutoniane.
  • – Ranieri Bonaventura Martini. Professore d'algebra. Fra le sue scientifiche produzioni si distinguono le seguenti: Il Calcolo differenziale, Le Istituzioni geometriche ec. Morì in verde età nel 1774.
  • – Gius. Bottoni. Valente traduttore delle Notti di Young.
  • – Gius. Vernaccini. Chiarissimo giureconsulto. Le sue decisioni forensi, comecché riputatissime, sono state rese di pubblica ragione.
  • – Luigi Batacchi. Autore di varie novelle e di due poemi intitolati La rete di Vulcano e il Zibaldone. Questo faceto poeta sarebbesi grandemente reso benemerito della repubblica letteraria e della società, se con quella facilità con cui ha trattato soggetti pregiudicevoli ai buoni costumi, si fosse occupato in argomenti morali.
  • – Francesco Vaccà Berlinghieri. Medico illustre, padre del celeberrimo clinico, che qui sotto ricorderemo.
  • – Tommaso Simonelli, Giuseppe Poschi, Ranieri Schippisi, Gaet. Sodi. Avvocati di sommo grido alla Curia fiorentina; e i primi due, autori di alcuni elogii di uomini illustri pisani (Pisa, 1790, vol. 4 in – 4).
  • – Ranieri Tempesti. Letterato di molta erudizione nelle cose risguardanti la patria e di essa sommamente benemerito pel suo Discorso accademico sull'istoria letteraria pisana, pei varî elogii di più uomini illustri di Pisa, per le sue Antiperistasi pisane ec. Morì a Crespina nel 1819.
  • – Alessandro da Morrona. Autore della Pisa illustrata nelle arti del disegno e di un Compendio intitolato Pisa antica e moderna, opere per le quali sarà sempre cara la di lui memoria ai suoi concittadini. Morì ottuagenario nel 1824.
  • – Andrea Vaccà Berlinghieri. Professore di clinica chirurgica nella patria Università, uomo di fama europea. Morì generalmente compianto nel 1826. Di lui abbiamo estesamente parlato a pag. 181.
  • – Francesco Masi. Dottore espertissimo in medicina. Autore del bel discorso accademico Della navigazione e commercio della repubblica pisana. Morì nel 1828.
  • – Ranieri Comandoli. Medico di grande esperienza, traduttore dal latino dell'opera del Frank De curandis hominum morbis, con note risguardanti la nuova dottrina medica italiana, e autore di molti articoli della propria scienza inseriti in varî giornali d'Italia.
  • – Giov. Domenico Anguillesi. Dottissimo letterato, vivace ed elegante poeta. Fu accademico della Crusca. Delle sue produzioni in verso e in prosa abbiamo più d'una edizione. Terminò i suoi giorni nel 1833.
  • – Giov. Battista Fanucci. Storico ed erudito distinto. Autore della Storia dei tre celebri popoli marittimi d'Italia, Veneziani, Genovesi e Pisani e d'altri dotti scritti, uno de' quali inedito di somma importanza, che ha per titolo Giurisprudenza marittima universale e particolare, diviso in tre libri e che a vantaggio della società meriterebbe di venire alla luce delle stampe. Cessò di vivere nel 1834.
  • – Luigi Frassi. Vero e disinteressato benefattore dell'umanità, per aver non solo contribuito a migliorare l'insegnamento nelle scuole dirette col metodo Lancasteriano ed all'attivazione della Cassa di risparmio, tanto utile alla classe industriosa, come per essere stato il promotore degli Asili di carità per fanciulli d'ambo i sessi, uno de' quali, cioè quello delle femmine, ebbe i primordii nella casa propria del medesimo. Se non si hanno suoi scritti a stampa, trattò per altro in più solenni occasioni argomenti d'educazione e d'istruzione, rivolgendo gli estesi suoi lumi al vantaggio comune, dimodoché l'operosa sua vita fu segnalata da tratti di beneficenza fino alla morte, che accadde nel 1838, contando anni 62.
  • – Ippolito Rosellini. Professore di storia e di lingue orientali nel patrio Ateneo. Fu autore della grand'opera Monumenti sull'Egitto e sulla Nubbia, avendo viaggiato in oriente in compagnia del celebre archeologo Champollion, il quale mancò a' vivi poco dopo il loro ritorno in Europa, rimanendo solo il Rosellini a pubblicare la suddetta Opera, ch'è in gran foglio quanto alle tavole, con volumi IX di testo in – 8. Morì d'anni 43, dopo assai lunga malattia di consunzione, nel giugno del 1843.
  • – Giovanni Carmignani. Professore in prima di Diritto criminale e poscia di Filosofia del Diritto nella patria Università, le quali scienze sviluppò con tanta dottrina e con sì recondita erudizione, da risvegliare entusiasmo ne' colti e sempre numerosi ascoltatori, e in special modo allorché trattava il suo prediletto argomento contro la pena di morte. Le sue opere giuridiche, filosofiche e politiche, e particolarmente Le Istituzioni Criminali, La Teoria delle Leggi, La Filosofia del Diritto, segnarono alla scienza un'era novella e lo fecero acclamare caposcuola nelle scienze criminali. Concorse coi primi giureconsulti europei al premio proposto dal Governo di Portogallo per un Codice penale e d'istruzione criminale ed ebbe la soddisfazione di vedere adottato il suo lavoro a preferenza di ogni altro. Richiesto ancora dal nostro Governo, gettò le basi pel nuovo Codice penale, prossimo ora a pubblicarsi in Toscana. Come letterato, compose varie dissertazioni coronate di premio dalle Accademie ed altri scritti che gli valsero l'estimazione de' più grandi ingegni italiani. Cittadino benemerito, concorse all'istituzione in patria di varî stabilimenti di pubblica utilità, vale a dire alla Scuola di reciproco insegnamento, agli Asili infantili di carità ed alla Cassa di risparmio e fu tra' promotori del monumento al celeberrimo Vaccà nel patrio Campo–santo, come anche della Statua colossale all'immortal Pietro Leopoldo, che si eleva nel mezzo della piazza di santa Caterina. Quest'uomo rarissimo e di fama europea compì la sua laboriosa carriera nel 29 aprile del 1847 di anni 79. Per atto di sua ultima volontà, mostrò desiderio di esser sepolto nella domestica cappella di una sua villa, ma il Municipio pisano, fattosi interprete del voto dei cittadini, gli decretò l'onore del sepolcro nell'insigne Campo–santo urbano, ove le spoglie di lui furono trasferite coll'intervento delle autorità governative, dell'intero Corpo accademico, di tutta la Curia e della numerosa scolaresca, fra il compianto e la mestizia di una moltitudine di cittadini.

5.3. CLASSE III. Artisti

  • – Buschetto. Insigne architetto del secolo XI. Costrusse il famoso Duomo pisano, monumento che diede una grand'impulsione all'architettura e che, sebbene formato in un secolo de' meno felici, riunisce in ogni sua parte un tale accordo, da recar tuttora maraviglia ai riguardanti (Parte seconda, pag. 116).
  • – Rainaldo. Altro ingegnoso architetto che, dopo la morte del primo, subentrò alla direzione dei lavori pel compimento dell'anzidetta fabbrica (loc. cit., pag. 117).
  • – Diotisalvi. Egregio architetto del secolo XII. Il magnifico Battistero e la chiesa di s. Sepolcro in Pisa sono opere del suo ingegno (loc cit., pag. 146).
  • – Bonanno Pisano. Altro famoso architetto e fonditore in bronzo del secolo XII, il quale eresse nel 1174 il celebre campanile di Pisa. Fu lo scultore di un'antica porta di bronzo della nostra Primaziale, che rimase incendiata nel 1596, e di un'altra porta che tuttora mostrasi alla cattedrale di Monreale in Sicilia (loc. cit., pag. 154).
  • – Gruamonte. Uno de' più antichi scultori del medio evo e probabilmente autore del bassorilievo che serve d'architrave alla porta ad oriente del Battistero di Pisa; ed allo stesso può anche attribuirsi il fregio che forma l'architrave della porta principale della chiesa di s. Michele degli Scalzi, riscontrandovisi uniformità di maniera.
  • – Adeodato. Fratello dell'anzidetto Guamonte e suo compagno nei lavori.
  • – Biduino. Altro scultore del secolo suindicato. Appartengono allo scarpello di lui le sculture di due marmi della chiesa di s. Cassiano, a circa sei miglia da Pisa, rappresentanti la resurrezione di Lazzaro e l'ingresso del Salvatore in Gerusalemme.
  • – Bartolommeo Pisano e Loteringio suo figliuolo. Abilissimi fonditori in bronzo e segnatamente di campane. Fra queste è da notarsi quella detta la Pasquareccia nella pisana torre pendente. Si distinsero anche in opere di scultura e d'architettura alla corte dell'imperatore Federigo II.
  • – Giunta Pisano. E' questi il più antico de' pisani dipintori di cui ci sia pervenuto il nome. Fu figlio di Giuntino, come dimostra l'iscrizione posta nell'estremità inferiore del Crocifisso da esso dipinto per la chiesa degli Angioli nel piano d'Assisi. Fu anteriore e fors'anche maestro a Cimabue, il più antico fra gli artisti fiorentini. Quest'inclito artista finì di vivere intorno alla metà del secolo XIII.
  • – Niccola Pisano. Celeberrimo scultore ed architetto, uno dei più grandi artefici pisani dopo la ristorazione delle arti per essi avvenuta nell'Italia. Dello stesso si è già più volte con lode parlato in quest'opera e segnatamente a pag. 150 e sgg. Morì nel 1275.
  • – Fra' Guglielmo Agnelli. Discepolo del menzionato Niccola. Fu l'architetto dell'attuale facciata di s. Michele in Borgo e lo scultore di quattro bassirilievi che ora formano il parapetto delle orchestre in Duomo (loc. cit., pag. 133 e sgg.). Morì nel 1312.
  • – Giovanni Pisano. Scultore ed architetto esimio, figlio e discepolo del sopraindicato Niccola. Non poche sono le pregevoli opere di lui e principale fra queste la costruzione del patrio Campo–santo. Morì decrepito nel 1320.
  • – Upettino. Pittore nominato nel Breve Pisani Communis e in altri interessanti documenti in Pisa.
  • – Andrea Pisano. Architetto e scultore rinomatissimo in marmo e in bronzo, in oro ed avorio. Fu discepolo di Giovanni. In Firenze più che altrove, fece spiccare il pregio de' suoi lavori. Basti qui il rammentare, a tutto elogio di quel sommo ingegno, la porta in bronzo del Battistero di detta città, opera di tollerante e diuturna fatica e che si tiene a ragione fra i più maravigliosi prodotti dell'età sua. Morì nel 1345.
  • – Giovanni Balducci. Scultore ed architetto, contemporaneo d'Andrea. Fra l'egregie prove del suo valore è da notarsi la magnifica arca marmorea di s. Pietro martire nella chiesa di s. Eustorgio in Milano, da esso condotta nel 1339.
  • – Vicino. Pittore e maestro d'opera musaica. Lavorò nella tribuna maggiore del patrio Duomo.
  • – Giglio Pisano. Fu l'autore di una statua in argento allogatagli dagli Operaii di s. Jacopo di Pistoja esprimente il detto Santo, per cui meritò, nullameno di tanti altri scultori, d'essere celebrato e proposto come uno dei promotori del buono stile. Dal Vasari fu erroneamente attribuita a Leonardo di ser Giovanni da Firenze.
  • – Tommaso e Nino Pisani. Fratelli e figli ben degni del celebrato Andrea. Al primo devesi la fabbrica dell'ultimo ordine superiore del patrio campanile pendente e i lavori di scultura già designati a pag. 183; al secondo, le ammirabili statue che adornano l'altar maggiore della chiesa della Spina di Pisa, di cui si è parlato a pag. 315.
  • – Neruccio di Federigo, Turino Vanni, Jacopo Gera, Cecco di Piero da Pisa, Nello di Vanni, Nero di Nello, Bernardo di Nello Falconi. Pittori pisani del secolo XIV, dei quali restano tuttora alcune opere in patria e nelle chiese de' contorni.
  • – Isaia da Pisa. Scultore accreditatissimo del secolo XV. Si notano del medesimo varie opere, fra le quali l'urna sepolcrale del pontefice Eugenio IV in Roma ec.
  • – Baccio Lomi. Dopo lo stato deplorabile di Pisa nel XV e in parte del seguente secolo, fu questi il primo a far risorgere la pittura in patria coll'aprirvi scuola e coll'istruirvi i due suoi nipoti che qui sotto ricorderemo.
  • – Giov. Battista Cervelliera. Architetto e scultore in legno. Lavorò di tarsìa non pochi seggi del Duomo e la bella cattedra arcivescovile portante espressa l'adorazione dei Magi.
  • – Vincenzo Possenti. Scultore abilissimo nell'arte fusoria. Il lampadario di bronzo sospeso nel mezzo del nostro Duomo, con putti di tondo rilievo, divenuto celebre per le osservazioni del Galileo, fu dal medesimo eseguito nel 1587.
  • – Aurelio Lomi. Apprese l'arte da Baccio suo zio e si rese pittore di grande estimazione. I lavori che di lui conservansi in patria sono in gran numero e di questi abbiamo già fatto discorso a suo luogo. Morì l'anno 1622.
  • – Orazio Lomi Gentileschi. Fu educato nella scuola di Baccio, al fianco del suo fratello Aurelio. Assunse il cognome Gentileschi, per l'eredità o donazione di uno zio materno. Passato a Roma, probabilmente per perfezionarsi nell'arte, vi lasciò opere insigni a fresco e ad olio, da stare a paro di quelle de' migliori maestri suoi coetanei. Invitato poi e condotto a Genova, in Francia, in Inghilterra, dappertutto soddisfece egregiamente all'espettativa che si aveva di lui, ottenendo perfino da quest'ultima corte un'annua pensione di 500 lire sterline. Ivi, pieno di giorni e di gloria, visse fino all'anno 1646.
  • – Orazio Riminaldi. Uno de' più celebri pittori pisani. Studiò prima in patria sotto la direzione del prelodato Aurelio, poi in Roma presso Orazio Gentileschi qui sopra ricordato. I lavori che di lui abbiamo in patria sonosi di già rammentati. Ei fu rapito da morte sul fior degli anni nel 1631, sorpreso da terribil contagio tanto alla Toscana memorabil e funesto, mentre era occupato nel suo pregiatissimo lavoro pittorico della cupola del nostro Duomo.
  • – Girolamo Riminaldi. Pittore anch'esso di qualche merito, chiamato da Roma, dopo la morte del frantello Orazio, a compiere il suddetto lavoro nella cupola del Duomo.
  • – Domenico Riminaldi. Scultore ingegnoso in legno e fratello anch'esso del ricordato Orazio. Pose ogni studio e fatica a scolpire, nei gradini di noce dell'antico altar maggiore del Duomo, la storia dell'incoronazione della Madonna: essi al presente si trovano nella stanza del Capitolo de' frati di s. Francesco.
  • – Artemisia Gentileschi. Pittrice d'alto grido. Nacque in Pisa del sopraindicato Orazio Lomi Gentileschi, dal quale non solo, ma dallo zio Aurelio ebbe essa ottimi ammaestramenti. Riuscì felicemente nei ritratti, nei molteplici lavori di frutta e di fiori e negli argomenti che esigono forza e nobilità di pensiero. Venne a morte in Napoli nel 1652.
  • – Arcangela Paladini. Nata in Pisa dal pittore Filippo Paladini, divenne eccellente non solo nella pittura e nei ricami, ma ancora nella poesia e nella musica. Il ritratto ch'ella fece di se stessa fu esposto nella R. Galleria di Firenze fra quelli de' pittori illustri. Morì nel 1622, nella fresca età di anni 23.
  • – Giov. Battista Vanni. Detto il Vannino. Pittore, architetto ed incisore in rame. Per la pittura fu scolare del Lomi e dipoi degli Allori e dell'Empoli e, per l'architettura e l'incisione, di Giulio Parigi. Cessò di vivere in Firenze nel 1660.
  • – Ercole Bezzicaluva. Pittore e incisore e discepolo anch'esso di Giulio Parigi.
  • – Giovanni del Sordo. Detto Mone da Pisa. Pittore a cui si attribuiscono due quadri in patria, uno nella chiesa di s. Francesco e l'altro in s. Martino.
  • – Pietro Ciafferi. Denominato lo Smargiasso. Pittore non inelegante di prospettive, di battaglie, di vedute di mare, di vascelli e d'altri marini soggetti.
  • – Francesco Montelatici. Detto volgarmente Cecco bravo. Colorì le sue tele con franchezza di pennello e con sugose tinte.
  • – Fratelli Poli. Furono pittori di paesaggi piuttosto vaghi e copiosi di figure.
  • – Sebastiano Tamburini. Famoso cesellatore e gettatore in argento e in bronzo. E' a lui dovuto il bellissimo ciborio del Duomo, di cui si è parlato a pag. 140, eseguito nel 1692 sul disegno del Foggini fiorentino e che forma il piacere e l'ammirazione degl'intelligenti.
  • – Ranieri Paci. Pittore di qualche nome. Si distinse in Firenze, dipingendo la cupola della chiesa di s. Ambrogio; in Pisa, nel quadro all'altar maggiore della chiesa di s. Giuseppe.
  • – Santi Santucci. Elegante scultore in legno ed ingegnere. Alcuni avanzi della poppa di una galera, con molto gusto intagliati, veggonsi tuttora nei magazzini dell'Ordine de' Cavalieri di s. Stefano. In Venezia ebbe onorevoli impieghi e stipendii.
  • – Giuseppe Giacobbi. Altro intagliatore in legno, scolare del suddetto Santucci. Sono di lui opere il Cristo nella chiesa di s. Eufrasia e quello nel Carmine, come pure due baccanti in atto di suonare il cembalo, nella casa Landucci in Pisa.
  • – Giuseppe e Francesco fratelli Melani. Pittori egregii, l'uno in figura, l'altro in architettura. Oltre le pitture della gran volta della chiesa di s. Matteo (pag. 297), meritano pur anche ricordanza le maestose macchine dipinte a lieve tempera sulla tela, che in alcune annue ricorrenze s'innalzano nella chiesa Primaziale, in quella di s. Martino ec., macchine che, fatte espressamente per osservarsi al riverbero de' lumi, atteso l'effetto maraviglioso della prospettiva, la nobiltà e il gusto della simmetria e dell'ornato ed atteso il vago e pastoso accordo delle lucide tinte, producono un colpo d'occhio scenico e nuovo, il più grato e sorprendente. Il primo mancò nel 1747, il secondo nel 1742 quasi improvvisamente, dopo una caduta sofferta mentre dipingeva la cappella del palazzo arcivescovile.
  • – Mattia Tarocchi. Architetto. Si è di lui fatto menzione parlando delle chiese di s. Apollonia e di s. Marta.
  • – Giov. Battista Tempesti. Pittore valente a fresco e ad olio. Tra i migliori affreschi che di lui abbiamo in patria, noteremo quello che vedesi in una delle sale terrene dell'arcivescovato, ove si conferiscono le lauree dottorali ai giovani dell'Università (pag. 235) e l'altro nella chiesa di s. Vito (pag. 270). Nel Campo–santo urbano trovasi un monumento consacrato dalla patria nel 1804 alla memoria di lui.

5.4. CLASSE IV. Guerrieri e politici

  • – Asila. Valoroso capitano commendato da Virgilio, duce de' mille scelti guerrieri mandati da Pisa a favore d'Enea contro i Rutoli (pag. 5 del presente volume, nota 2).
  • – Conte Bonifazio. Fu ammiraglio dell'armata pisana nell'823 ai tempi di Lodovico Pio, figlio di Carlo Magno. Egli ottenne di liberar la Sicilia dall'invasione dei Barbari, col portare la guerra nel cuore dei loro paesi in Affrica (Sunto storico, pag. 15).
  • – Carlo Orlandi. Intrepido capitano dei Pisani sul cominciare del secolo XI, allorché portaronsi ad investire verso il Tevere la flotta combinata dei Mori d'Affrica e di Spagna (loc. cit., pag 17).
  • – Pandolfo Capronesi. Altro prode capitano, che si distinse nella bassa Italia contro i Barbari nel glorioso fatto del 1006.
  • – Bartolommeo Carletti. Fu ammiraglio in una delle grandi spedizioni in Sardegna, intraprese dai Pisani per la sicurezza d'Italia.
  • – Lamberto Orlandi. Si distinse nella presa di Cartagine del 1030, qual conduttore di cento navigli ad esso affidati dalla patria (loc. cit., pag. 19).
  • – Sergio Matti. Espugnatore di Lipari e di Bona (loc. cit., pag. 20).
  • – Jacopo Ciurini.Uomo valorosissimo, grand'ammiraglio delle armate pisane nel 1051. Sottomessa la Corsica, riconquistata la Sardegna, meritarono i valorosi combattenti l'onore del trionfo nel loro ritorno in patria (loc. cit., pag. 20 e seg.).
  • – Giovanni Orlandi. Duce espertissimo de' Pisani nel 1063, allorché, penetrati nel porto di Palermo, ne riportarono quelle ricchissime spoglie, col valore delle quali dettero principio al loro magnifico Duomo (loc. cit. pag. 22).
  • – Ugone Visconti. Prode capitano per la parte de' suoi concittadini nel segnalato combattimento avvenuto nel 1089, in unione coi Genovesi, contro gl'infedeli di Tunis e di Hammanat in Affrica (loc cit., pag. 24 e seg.).
  • – Enrico Console. Uomo famoso in guerra non meno che in pace per consiglio e per eloquenza, paragonato ai primi eroi dell'antichità, secondoché rilevasi da una iscrizione de' bassi tempi affissa nel giro esterno del Duomo sul canto destro dalla parte del Campo–santo.
  • – Ildebrando Matti. Fu condottiero dei centoventi legni che la repubblica pisana inviò in Palestina nei tempi della prima Crociata, condottiero subordinato all'arcivescovo Daiberto (loc. cit., pag. 26).
  • – Pietro di Albizzone. Comandante secondario delle truppe pisane nella gloriosa conquista delle Baleari, essendo condottiere primario di quell'impresa l'arcivescovo Pietro Moriconi.
  • – Cocco Griffi. Primo console in patria per anni diciassette, attese le sue rare prerogative. Sotto il suo consolato eseguironsi non poche opere grandiose e segnatamente le mura della città ed il magnifico Battistero (loc. cit., pag. 36 e seg.).
  • – Bonaccorso da Palude. Fu ammiraglio della flotta pisana che nel 1241, tra l'isole del Giglio e Montecristo, non lungi dalla Meloria, si oppose contro i Genovesi al tragitto di quei prelati che, convocati ad un Concilio in Roma, deporre dovevano l'imperatore Federigo II (loc. cit., pag. 47).
  • – Gherardo de' Gherardeschi. Generale delle forze terrestri pisane che coadiuvarono l'imperatore Corradino all'impresa di Napoli nel 1268 contro Carlo d'Angiò e che, pel disgraziato evento della medesima e per la crudeltà del vincitore, fu decapitato insieme col suo signore sul lido napoletano (loc. cit., pag. 53).
  • – Giovanni Visconti. Giudice di Gallura in Sardegna. Fu il primo cittadino che rivolse le armi contro la patria (loc. cit., pag. 54).
  • – Ugolino de' Gherardeschi conte di Donoratico. Generale de' Pisani nella fatale battaglia della Meloria avvenuta nel 1284, poi capitano del popolo con esteso potere, di cui abusò enormemente. La smodata ambizione di quest'uomo, a tutti noto pel suo fine lacrimevole e pei versi del grande Allighieri, fu causa della decadenza della pisana repubblica. Morì con due figli e due nipoti nella torre de' Gualandi, detta poi della Fame, nel 1288 (loc. cit., pag. 57 e seg.).
  • – Ugolino Visconti. Figlio del sopraindicato Giovanni, nipote dell'arcivescovo Federigo, nominato nella prima classe, e nipote ancora, per parte di donna, del testè ricordato conte Ugolino. Per l'esteso e potente partito ch'egli aveva in patria, fu giuoco forza a quest'ultimo di associarlo al supremo governo della repubblica, ma breve fu la loro concordia. Quindi i partigiani dell'uno e dell'altro si divisero in fazioni, s'indebolirono e dettero agio al partito ghibellino di riprender vigore. Finì di vivere nel 1295 (loc. cit., pag. 63 e seg.).
  • – Ruggieri degli Ubaldini o de' conti di Panìco. Arcivescovo di Pisa e capo dei Ghibellini. Colla più fina politica colse l'opportunità di rivendicare l'onore tradito della patria contro l'usurpatore Ugolino (loc. cit., pag. 64 e seg.). Morì in Viterbo nel 1295.
  • – Bonifazio della Gherardesca. Detto il vecchio, figlio di Gherardo superiormente nominato. Eletto capitano generale della Sardegna nel 1284, fu fatto prigioniero dai Genovesi mentre vi si recava e quindi riscattato poco avanti la fatale giornata della Meloria. Morì nel 1313, lasciando molti fondi alla pia Casa di Misericordia di Pisa (loc. cit., pag. 75).
  • – Gherardo della Gherardesca. Pei servigii da esso resi alla patria e per la memoria di un padre benefico, qual era il sopraindicato Bonifazio, venne opportunamente investito della signoria della città. Le sue operazioni in quel grado onorifico furono totalmente proficue alla medesima, che tutti i cittadini n'ebbero a compiangere amaramente la perdita avvenuta nel 1320 (loc. cit., pag. 75 e seg.).
  • – Ranieri della Gherardesca. Fratello di Bonifazio il vecchio e zio paterno del menzionato Gherardo. Sostituito a quest'ultimo nel governo della repubblica, si rese a tutti increscevole col variare dello stato delle cose e coll'esercitare un potere troppo ingiustamente arbitrario. Morì nel 1325 (loc. cit., pag. 76 e seg.).
  • – Manfredi della Gherardesca. Figlio del conte Ranieri testè ricordato. Giovine di alti sensi e di mirabile intrepidezza. Morì nello stesso anno del padre, valorosamente combattendo in Sardegna, ove erasi portato con poderoso armamento onde far fronte ad una spedizione fattavi da Jacopo II re di Aragona (loc. cit., pag. 77).
  • – Bonifazio novello della Gherardesca. Era figlio di Gherardo. Fu detto novello, per distinguerlo d Bonifazio il vecchio, avo di lui. Le nobili qualità dell'ingegno e il suo virtuoso carattere gli fecero strada alla signoria della città ed immensi furono i vantaggi da questa risentiti sotto il suo benefico governo. Quest'uomo grande e paragonabile al certo coi più singolari e magnifici dell'Italia, morì nel 1341 nell'ancor frasca età di anni 43 (loc. cit., pag. 79 e seg.).
  • – Ranieri novello della Gherardesca. Pei meriti del padre Bonifazio, fu acclamato signore di Pisa, sotto la tutela del conte Tinuccio della Rocca. Si distinse anch'esso con opere munificenti, ma il suo governo fu di breve durata, perché risvegliatasi l'atrocità dei partiti rimase vittima di una congiura e morì di veleno nel 1347 (loc. cit., pag. 81 e seg.).
  • – Andrea Gambacorti. Fu dichiarato capitano e difensore del popolo pisano nel 1347, allorché suscitatesi le fazioni de' Bergolini e de' Raspanti prevalse la prima, di cui era egli il capo (loc. cit., pag. 82).
  • – Giovanni dell'Agnello. Era della fazione de' Raspanti. Favoreggiato dall'Aguto, capitano francese al soldo de' Pisani, si fece proditoriamente dichiarar doge della repubblica e quindi signore assoluto. Si conservò nell'usurpato dominio per soli quattro anni (loc. cit., pag. 86 e seg.).
  • – Pietro Gambacorti. Figlio del ricordato Andrea, grand'uomo di stato e buon capitano, padre di chiarissimi figli in religione, utilissimo a tutti, infelice poi a segno, da trovare nella persona da lui più beneficata il proprio carnefice. Morì trafitto a tradimento nel 1392, dopo avere esercitata umanamente in patria per oltre venti anni la suprema autorità (loc. cit., pag. 89 e seg.).
  • – Jacopo d'Appiano. Nativo fiorentino, ma educato e nutrito nella casa de' Gambacorti e per essi sollevato all'onore di cancelliere perpetuo della repubblica. Retribuì i benefizii colla più crudele perfidia, facendo uccidere l'infelice Pietro e i di lui figli Benedetto e Lorenzo. Venuto a morte nel 1398, poté godere per sei anni il frutto del suo tradimento, nell'usurpata qualità di capitano e difensore del popolo pisano (loc. cit., pag. 90 e seg.).
  • – Gherardo d'Appiano. Figlio del traditore Jacopo ed a lui succeduto nella signoria di Pisa, la quale poco dopo vende' vergognosamente al duca di Milano (loc. cit., pag 92).
  • – Giovanni Gambacorti. Nipote di Pietro per parte di fratello. Ritornato in patria, fu eletto capitano del popolo, allorché i Pisani si decisero a redimere la propria libertà contro ai Fiorentini, dopo la cessione ad essi fatta da Gabriele Maria, figlio naturale del duca Gian Galeazzo di Milano. Il Gambacorti però, tirando al proprio vantaggio, convenne segretamente coi Fiorentini e aprì loro le porte nella notte dell'8 al 9 ottobre del 1406 (loc. cit., pag. 93 e seg.).
  • – Girolamo Vecchiani. Uno de' più celebri capitani del secolo XVI. Fu molto accetto al pontefice Paolo III di casa Farnese, il quale gli affidò il comando della fortezza e castel s. Angelo in Roma. Fu condottiere di genti francesi in Itaila contro le imperiali, ma, non poi ricompensato dalla corona di Francia dei suoi segnalatissimi servigii, si dimise dal comando e si adoprò in seguito pel duca Cosimo de' Medici nella guerra di Siena contro le stesse forze francesi. Ricevette allora dalla munificenza dell'imperatore Carlo V, cui per l'avanti aveva danneggiato, il titolo di cavaliere di s. Jacopo e l'onore di una ricca commenda nello stato siciliano. Morì nel 1556.
  • – Francesco Lanfreducci. Si distinse assaissimo nell'armata dei Cavalieri gerosolimitani e si acquistò fama immortale nella isola di Malta nel 1565, difendendo intrepidamente una porta della fortezza di s. Ermo contro l'attacco terribile del celebre Solimano.
  • – Gabriele da Cesano. Uomo di una saggia ed illuminata politica, profondo conoscitore delle scienze e delle lettere sì latine che greche. Prima canonico della Primaziale pisana, poi vescovo di Saluzzo, fu la delizia delle corti medicea, estense, romana e francese. Cessò di vivere nel 1568.

1. Tanto l'uno che l'altro di questi antichi scrittori descrissero amplamente tal sito da loro osservato sul luogo, avvertendo di più Strabone che, nel concorso dell'Auser, o Auserculo, e dell'Arno in un solo alveo allato a Pisa, le acque, per impeto loro, facevano alzare il livello nella corrente di mezzo, in guisa che da una ripa all'altra non si vedevano le persone. Ma tale alzamento d'acque par che debba intendersi solamente del tempo delle piene. D'altronde il canonico Raffaello Roncioni nelle sue Istorie Pisane, scritte sul finire del secolo XVI e di recente fatte di pubblica ragione per opera del chiariss. sig. prof. Francesco Bonaini (Archivio Storico, Fir. 1844, vol. VI), dando al Serchio un corso diverso e ponendo il suo confluente nell'Arno al di sopra della città di varie miglia, in prossimità di Vicopisano, si fa quindi a sostenere che l'Ozari e non altro era il fiume che si congiungeva all'Arno nel sito ora indicato. Non sappiamo quanto possa esser vera una tale asserzione, mentre si vuole che il fiumicello Oseri avesse invece il suo corso pel centro della città; e non sono molti anni che, rovinato un tratto di strada nel Lungarno presso al ponte di mezzo, si dove' ricorrere a riempire con macerie il gran vacuo sottoposto fin presso alle case, ritenendosi generalmente che fosse l'antico canale dell'Oseri, che di quivi si gettasse nell'Arno. In appoggio di che si aggiunge che un'antica porta murata nel tratto delle mura urbane d'incontro al palazzo arcivescovile, detta di santo Stefano, fu anche denominata porta al Ponte, perché quivi era un ponte sul fiume Oseri. Oltracciò è comprovato per le diligenti investigazioni dell'eruditiss. sig. Emanuele Repetti, spiegateci nel suo Dizionario Geog. fis. stor. della Toscana all'articolo Serchio (Fir. 1833–46), il corso tripartito di questo fiume innanzi e poco dopo il mille, andando è vero con un ramo a scaricare le sue acque nell'Arno sotto Vicopisano, ma colla porzione maggiore delle medesime seguitando a correre verso la città di Lucca e quindi per il piano occidentale di Pisa sotto il vocabolo di Auserclo. E postoché lo stesso Rapetti, all'art. Pisa, pag. 371, avverte che molte memorie ci restano dei secoli posteriori al mille, dalle quali chiaramente si rileva che il fiume Oseri pisano (diverso dall'Oseri lucchese) staccavasi dal Serchio di qua dalla gola di Ripafratta e dirigevasi in Arno sopra, sotto ed anco dentro Pisa innanzi di avviarsi direttamente in mare, così, a conciliare il detto degli antichi scrittori coll'opinione de' più moderni, non potrebbe per avventura ritenersi che i Pisani, dopo aver dato al Serchio un cammino suo proprio al mare, si risolvessero a distaccarne un canale sotto il nome d'Oseri e diramarlo ancora ad irrigazione e sgrondo delle adiacenti campagne?

2. Il grand'epico Mantovano cantò che Pisa, sotto il comando del valoroso Asila, interprete de' Numi od augure, somministrò ad Enea uno stuolo di mille scelti guerrieri.

3. Ragionamento Accademico sulla navigazione e commercio della Repubblica pisana, di Chirone Epidaurico ec. Pisa, 1797, in – 4.

4. L'ordine Equestre di s. Stefano P. e M., che si rese celebre per tante imprese militari contro ai Turchi, fu istituito in Pisa da Cosimo I Medici nell'anno 1561.

5. Fra questi meritano particolare menzione quelli dei signori Pesciolini e Scotto.

6. Fu da quattro anni stabilita nel palazzo detto la Carovana nella piazza de' Cavalieri di s. Stefano.

7. Gori, Iscrizioni antiche.

8. Fino le colonne del Pantheon di Roma lavorate furono da pisani artefici, e da questi pure si eseguirono le varie lapidi che ornavano l'antico porto anconitano.

9. Devesi a tale epoca, cioè alla prima decade del secolo IX, la fondazione dell'antichissimo tempio di s. Paolo a Ripa d'Arno e dell'altro nell'isola di Gorgona.

10. Il valore delle doviziose spoglie, parte erogavasi in benefizio della Chiesa e parte nell'erezione di pubblici edifizii. Si crede' opportuno di fabbricare in questo tempo un nuovo ponte a levante della città e costruire di pietra quello oggi detto di Mezzo, essendo allora di legno. Si eressero pievi battesimali nel circondario del porto e nuove e vaste fabbriche per uso del commercio in prossimità del lido.

11. La porta dell'Oro, per la quale entravano i vincitori, trovavasi in prossimità della chiesa del santissimo Salvatore, oggi detta la Madonna de' Galletti

12. Ammesso ancora per vero, come alcuni asseriscono, che la intiera armata pisana guidata da Daiberto non potesse giungere in Palestina che sei o sette mesi dopo la sua partenza dall'Arno e circa un mese dopo la presa della santa Città (che fu ai 15 Luglio 1099), perché trattenuta in prima dalle ostilità de' Greci, dichiarati nemici della Crociata, e poi da quelle de' Veneziani, sotto pretesto di essere state male accolte dai Pisani le rimostranze nautiche usitate sul mare in quei tempi: ciò non toglie che molti altri Crocesignati di Pisa si trovassero presenti alla gloriosa conquista per mezzo di anteriori spedizioni fattevi dalla repubblica; altrimenti nascerebbe il dubbio sull'intervento degli stessi Veneziani, volendoli in quel mentre a conflitto coi Pisani nelle alture di Rodi. Di più, se a considerar ci facciamo per un momento lo spirito marziale da cui erano animati i Pisani in quei giorni; il loro impegno e i sanguinosi combattimenti dati per reprimere e debellare ovunque l'orgoglio degl'Infedeli; le prerogative, gl'indulti, le beneficenze che per tal via ottennero da varî pontefici; il movimento universale dell'Europa, allorché la voce del sommo Gerarca promulgò quella che a ragione si nota fra le più celebri spedizioni del mondo; non è da supporsi che i Pisani, per gli addotti motivi, fossero gli ultimi a prendervi parte.

13. Un solo soldato trasgredì all'ordine, ma il di lui capitano inesorabilmente lo fece appiccare, nonstante l'intercessione premurosa de' Pisani a suo favore.

14. Notavansi fra questi il conte di Barcellona Raimondo Berengario III, Guglielmo signore di Montpellier, Almerico duca di Narbona e il conte d'Ampurias.

15. Il famoso giureconsulto Giovanni Borgondio o Borgondione pisano, teologo, filosofo, letterato ed uno dei più dotti grecisti del secolo XII fu l'interprete di questo celebre Codice, che forma oggidì una delle più rare gemme della Laurenziana di Firenze.

16. A questo luogo dovevasi ricordare in séguito della storia e secondo le indicazioni del ch. cav. prof. Baccio Dal Borgo (Vedi Canzoni patrie ec., Pisa 1842, nota 8, pag. 14; nota 14, pag. 17 e nota 4, pag. 51) un monumento interessantissimo, dimostrante i Pisani tra i primi popoli italiani aver promulgato un gius scritto statutario, vale a dire il Breve Pisani Communis dell'anno 1161, ove sono scritte in modo di riforma le loro consuetudini primitive, le leggi statutarie e la forma del popolare governo. Ma noi ci accontentiamo d'indicare semplicemente in questa nota, seguendo l'avvertenza soggiunta dal prelodato sig. Dal Borgo, che cioè sarà quanto prima pubblicato un commentario dal dottissimo sig. prof. Francesco Bonaini del così detto Codice Ugolino del 1286, il quale tiensi per una riforma di quello di cui si tratta. Oltrediché abbiamo la promessa dello stesso sig. Dal Borgo di portare a pubblica ragione un suo Disegno istorico sopra i politici reggimenti di Pisa repubblica, sopra la sua aderenza alli Imperatori, sopra i suoi rapporti coi Duchi e Marchesi della Toscana, non meno che sopra i suoi particolari stabilimenti governativi: i quali scritti è desiderabile che si veggano il più presto pubblicati a vantaggio della storia patria.

17. Con grande solennità fu riposto il cadavere entro una tomba di marmo nobilmente istoriata e posta all'esterno presso la porta principale del tempio, ma disgraziatamente questa memorabile sepoltura s'infranse in occasione del fatale incendio di tutta la chiesa accaduto nel 1596.

18. I Pisani vennero rimunerati con nuove ed ampie concessioni. Importante è quella con cui Guido di Lusignano, in unione alla regina Sibilla, assicurava ai medesimi i più estesi privilegii in Tolemaide e più di questa ancora è ragguardevole l'atto di Riccardo Cuor di Leone, con cui l'avvalorava insieme alle altre ottenute antecedentemente. Il giuramento di Riccardo in conferma dei privilegii sopra riferiti è il soggetto di una recente pittura che vedesi fra le grandi tele del nostro Duomo, eseguita dal ch. prof. Bezzuoli a cura dell'egregio operajo cav. Vincenzo Carmignani.

19. Due di esse sussistono ancora: la prima al ponte a Mare in Cittadella e l'altra lungo le mura della città di faccia alla via Carraja.

20. Con questo giocoso militare trattenimento si addestrava la gioventù a veri marziali cimenti. Eseguivasi con caldo impegno dai cittadini divisi in due fazioni, la Boreale e l'Australe, al qual uopo era opportunissimo il corso dell'Arno, che quasi separa la città in due parti eguali per circa braccia mille novecento in tutta la sua lunghezza. Ogni Fazione armava sei compagnie, ovvero squadre, formate d'ordinario da quattrocentottanta combattenti cinti d'elmo e di corazza con veste alla romana ed ogni squadra era vagamente distinta per la varietà dei colori e dell'insegne. Lo scontro delle schiere nemiche avea luogo sul marmoreo ponte situato nel centro della città, ove al segno di tromba muoveano per pochi passi dalle prime loro posizioni e giungevano con ordine a toccare l'antenna di divisione dei campi reprettivi. Questo momento era di un così subito silenzio nelle numerose migliaja di spettatori accorsi lungo le sponde dell'Arno, sui palchi ivi eretti, alle finestre, alle ringhiere e perfino sui tetti delle case, da non potersi spiegare che per quell'effetto d'interna commozione che destavasi nei cuori anche dai meno interessati. La mischia incominciava all'alzare dell'antenna ed agitavasi per tre quarti d'ora con impeto indicibile e con un targone o pavese lungo circa a due braccia che adopravasi e di punta e di taglio. Quest'arme d'offesa e di difesa era stata sostituita alla mazza e scudo, di cui facevasi uso primitivamente. Allo sparo di un'arme da fuoco si avvertiva il termine del combattimento ed allora uno stuolo di dragoni ascendendo il ponte divideva i combattenti; dopo di che muoveano da una parte i vinti depressi e sconsolati, dall'altra i vincitori fra le festose acclamazioni del popolo, con bandiere spiegate ed al suono dei guerrieri strumenti. La vittoria, consistente nell'occupazione del campo nemico e tanto più gloriosa quanto più esteso era lo spazio acquistato, si solennizzava con sfarzose ed imponenti feste di trionfo, non meno interessanti di quelle della benedizione delle bandiere, della disfida e della mostra o marcia delle armate, che precedevano il Giuoco.

21. Dott. Ranieri Tempesti, Discorso Accademico sull'istoria letteraria pisana, 1787.

22. Questo interessantissimo documento, intitolato Breve Communis Pisani, conservasi nella Biblioteca della Università ed è quello di cui si è favellato di sopra, pag. 38, nota 16.

23. Sulla piazza dei Cavalieri, anticamente degli Anziani, esisteva la torre di cui si tratta e precisamente sol suolo racchiuso dal palazzotto dell'orologio a destra di chi passa sotto la volta per andare in via della Faggiola o verso il Duomo.

24. Fra questi dicesi fosse quel Rustichello sapiente pisano che descrisse i viaggi del celebre Marco Polo nelle carceri di Genova, ove trovaronsi que' due sventurati negli ultimi anni della loro prigionia.

25. La salma imperiale fu trasportata dai Pisani ne' proprî stati e depositata nella chiesa maggiore del castello di Suvereto, finché ne fosse preparato un convenevol monumento in Pisa. Due anni appresso vi fu trasferita con sommo onore da più di tremila cittadini vestiti a lutto e fu riposta in un'arca sepolcrale, dapprima collocata nel Duomo e più tardi, nel 1830, in occasione dei molti restauri eseguiti in detto tempio, fu affissa alle pareti interne del celebre Campo–santo. Al di sopra dell'arca, la statua giacente del detto imperatore, vestita del manto imperiale tessuto ad aquile e leoni, divise delle fazioni guelfa e ghibellina, sia a denotare che aveva egli in animo di cancellare ogni impronta di antica divisione.

26. Uguccione fu il primo dei capitani forestieri che giunse ad ottenere l'onor del trionfo, entrando in Pisa per la porta aurea.

27. L'armata di Uguccione ascendeva a poco più di trentamila combattenti, mentre l'esercito nemico era forte di sessantamila uomini. A fronte di tanta disparità di forze, per bene intese manovre, giunse Uguccione a sconvolgerlo intieramente. Una memoria autentica, citata pel primo dal ch. prof. Francesco Bonaini (Vedi Archivio Storico, vol. VI, part. 1, disp. 2, pag. 706, nota 1), fa ascendere ad oltre undicimila il numero degli uccisi ed a mille trecento i prigionieri. Fra le persone di gran conto morirono dalla parte guelfa Pietro, fratello del re Roberto di Napoli, e Carlo suo nipote, figlio di Filippo e, dalla parte ghibellina, Francesco figlio d'Uguccione, che fu sepolto in uno dei cassoni del Campo–santo di Pisa. Castruccio, che colle sue mirabili prove molto contribuì al buon successo della giornata, restovvi gravemente ferito.

28. Questo celebre capitano morì tre anni appresso sotto Padova, nel 1319, combattendo per lo Scaligero, mentre proponevasi di muover contro Pisa, favorito dai ghibellini che nella città odiavano il guelfismo.

29. Coscetto da Colle di sopra rammentato, amico già del conte Gherardo, stava alla testa dei malcontenti espulsi e, nell'atto di effettuare una trama ordita contro la vita del dominante, tradito da un suo congiunto, fu preso e condotto a Pisa e come reo d'alto tradimento crudelmente strascinato per le pubbliche vie, poi tagliato a pezzi e gettato nell'Arno.

30. Era Castruccio un uomo del più gran genio, di grande e svelta statura, di aggradevole aspetto, ma sparuto e quasi bianco. L'animo suo energico non permettendogli di abbracciare lo stato ecclesiastico, cui veniva destinato, egli abbracciò invece la carriera delle armi, nella quale in pochi anni fece i più rapidi e sorprendenti progressi. Degno di stare a paro con Scipione l'Affricano e con Filippo il Macedone, avverte il celebre Segretario fiorentino che sarebbe facilmente riuscito maggiore di amendue, se invece di Lucca avesse avuto per patria Roma o la Macedonia.

31. Per tale valorosa e generosa azione, si aumentò l'affezione dei cittadini pel Conte e si statuì d'erigere un grandioso monumento che, in segno di gratitudine e d'onore, tramandasse ai posteri la memoria dei fatto. Fu questo la bellissima torre detta la Vittoriosa, eretta sulle rovine dell'antica chiesa di s. Barnaba alla scarpa del ponte della Spina, ora detto alla Fortezza, verso la porta del lido o delle piagge, luogo ove accadde la più crudele zuffa e demolita in séguito ai tempi di Cosimo I. E' però a dirsi ch'era già stata per l'avanti decimata, allorché Pisa cadde per la seconda volta sotto i Fiorentini, onde non fosse dominata la vicina Fortezza ch'erigevasi a danno della città. Resta tuttora l'imbasamento antico di detta torre di figura rotonda, sopra cui vedesi una moderna fabbrichetta ottangolare ad uso di conserva per le acque potabili.

32. Chiamavasi l'una de' Bergolini, dal soprannome Bergo o Bergolo dato al conte Ranieri da' suoi nemici, perché era bleso o balbuziente; dicevasi l'altra de' Raspanti, come persone la maggior parte impiegate nelle finanze.

33. L'esecuzione ebbe luogo sulla piazza degli Anziani, della quale eran chiuse tutte le strade dalle guardie tedesche.

34. Nel 1848, con solenne voto del Comune di Firenze, le dette catene furono restituite al Municipio pisano, quale augurio di concordia fra le città italiane. Al presente si trovano appese alle pareti dell'insigne Campo–santo, nella cui descrizione torneremo a favellarne.

35. Fu questo il soggetto preso a trattare da Michel'Angiolo nel celebre cartone smarrito.

36. Questi per riscattarsi doverono in appresso fabbricare quella tettoja sulla piazza de' Priori in faccia al palazzo vecchio, detta anche oggi la loggia o tettoja de' Pisani.

37. Per la sua folle albagìa si rendette esoso anche agli stessi suoi partitanti. Lasciato il titolo di doge, assunse quello di signore e più non mostrossi al popolo che collo scettro d'oro in mano e la stoffa d'oro sospesa in sul capo.

38. Nel monastero de' Camaldolensi in Borgo tenevasi il ganfalone ov'era dipinto s. Michele Arcangelo e l'arme del Comune di Pisa coll'aquila imperiale.

39. Fanucci, Storia de' tre popoli marittimi d'Italia ec.; ma da un documento inserito nelle Istorie pisane del Roncioni per cura del benemerito prof. Bonaini, in nota alla pag. 905, desumesi che le artiglierie erano già state usate due anni avanti per la difesa delle terre di Asciano e della valle di Calci, come di alcuni forti della città.

40. Il palazzo posseduto allora dai Gambacorti è quello attualmente occupato dalla R. Dogana e dalle magistrature comunitative. La più antica abitazione di detta famiglia trovavasi in via sant'Egidio, ov'era un giardino bellissimo per quei tempi con varî accessorii di delizia.

41. Pietro ebbe sei figli: Benedetto e Lorenzo, di cui abbiamo parlato; Andrea, morto in età giovanile senza successione; Lotto o Lottario, creato arcivescovo di Pisa nell'età di soli ventidue anni; Pietro, fondatore della Congregazione degli Eremiti di s. Girolamo in Montebello presso Urbino; e finalmente Tora o Teodora, venerata anche ai dì nostri sotto il glorioso nome della Beata Chiara di Pisa.

42. L'arcivescovo Lotto e i figli di Gherardo fratello di Pietro ad esso premorto si ritirarono prontamente da Pisa.

43. Il bastione di Stampace esisteva sull'angolo delle mura che guarda la strada maestra livornese, cioè davanti al fosso o canale de' navicelli.

44. Dopo tale epoca quasi tutti i nomi della nobiltà pisana trovaronsi a Palermo. Un numero di giovani si ascrissero nelle milizie di ventura, come altri si fecero una patria del campo francese.

45. Si vuole che questa cittadella fosse in costruzione molti anni prima della cacciata dei Fiorentini da Pisa e che fosse poi compiuta nel 1512 da Giuliano da s. Gallo. Fu in gran parte demolita sul declinare del secolo decimottavo. Avanzi notevoli restano tuttora presso la porta s. Marco o Fiorentina.

46. I Pisani, mostrar volendo la loro gratitudine a questo umanissimo principe, gl'innalzarono lungo l'Arno, nel punto ove sbocca la via santa Maria, un pregiato lavoro di scultura, consistente in un gruppo di quattro figure su di un piedistallo, rappresentante la città di Pisa in forma di donna, con due vaghissimi putti, in atto d'essere sollevata dal suo benefattore.

47. Per fatalità dei Pisani è da riferirsi che sotto il regno di Cosimo III e per troppo scrupolosa apprensione del medesimo, fu negato agli Ugonotti, cacciati di Francia per la revoca dell'editto di Nantes, il permesso di venire a stabilirsi in uno dei sobborghi della città, e segnatamente sulla strada che conduce ai Bagni di S. Giuliano, per erigervi fabbriche di panni, seterie, velluti ec; ond'essi trasferirono altrove le loro ricchezze e la loro industria.

48. Si eressero in fatti sotto il suo regime nuove e più comode fabbriche ai Bagni s. Giuliano e si devenne in città alla continuazione del magnifico passeggio del Lungarno fra il ponte di mezzo e la piazza dell'Ortaggio o della Berlina, abbattendo le case tutte alla sponda destra del fiume formanti la strettissima via de' Setajoli.

49. Egli stesso, e la sua numerosa famiglia, passava sempre la stagione invernale in questa città, la quale a preferenza di ogni altra poté migliorare lo stato delle cose e pubbliche e private. Quindi ben si addiceva ai Pisani il nobile pensiero di erigergli un monumento di eterna riconoscenza, come più sotto saremo a dimostrare.

50. La detta medaglia e l'opera in tre volumi – Descrizione storica e artistica di Pisa e de' suoi contorni ec. – di Ranieri Grassi, di cui è questo il compendio e il compimento a tutto il 1850, furono passate in dono a ciascuno degli scienziati stranieri intervenuti al Congresso.

51. LETTERA DEL GONFALONIERE DI FIRENZE. Illustrissimo Signore, L'antico voto della città di Pisa, che le catene del suo Porto, sospese a Firenze dinanzi al nostro Battistero, non fossero più un pubblico insulto alle sue disavventure, questo voto espresso in una lettera, che si conserva alle Riformagioni, non fu allora esaudito; oggi è pervenuto. La Deliberazione del Magistrato di Firenze, che ho l'onore di presentarle qui inclusa, le mostrerà che i monumenti delle antiche nostre discordie non sono in Firenze considerati più come monumenti di gloria. La gloria nostra deve oggi venire dalla nostra concordia e dalla difesa della comune indipendenza italiana. Io prego VS. Illustrissima di volermi indicare quando sia per riuscire più comodo al Magistrato di Pisa la venuta della nostra Deputazione, affine di presentarle le catene che il Magistrato di Firenze ha deliberato di restituire, perché non siano più simbolo di servaggio, ma simbolo d'indissolubile amicizia. Intanto con le proteste della più distinta stima ed ossequio, ho l'onore di segnarmi di VS. Illustrissima. Li 11 Marzo 1848, Sig Gonfaloniere della città di Pisa. Dev. Obbl. Servitore RICASOLI Gonfaloniere. DELIBERAZIONE DEL MAGISTRATO DI FIRENZE. A dì 11 Marzo 1848 Considerando il Municipio che i monumenti delle antiche vittorie di una sopra un'altra città italiana sono rimembranze di dolore, che oggi più che mai è necessario dimenticare le antiche nostre divisioni e stringerci tutti con un'intima concordia, che dalle colonne di porfido avanti la porta del tempio di s. Giovanni, donate già dai Pisani ai Fiorentini come pegno di gratitudine e d'amicizia, pendono tuttavia le catene che serravano il Porto–pisano e che, spezzate e portate via dai Fiorentini nel 1361, furono poste qui come trofeo di vittoria, che queste catene hanno una significazione d'inimicizia, mentre le colonne ne hanno una bellissima di fede e d'amistà, che perciò il togliere le catene e restituirle ai Pisani sarebbe da parte della città di Firenze una solenne testimonianza che ella non accetta dai suoi avi altra eredità di gloria fuor quella che viene da gesta magnanime e incontaminate e ripudia quelle che sono macchiate di sangue fraterno, che quest'atto sarebbe altresì un nuovo vincolo d'affetto fra i Toscani di Pisa e quelli di Firenze, delibera con partito di voti favorevoli dieci, contrarî nessuno, che a cura del nostro Gonfaloniere siano fatte diligentemente remuovere le catene che pendono dalle due colonne di porfido poste davanti alla porta maggiore del tempio di s. Giovanni di questa città. Ed a séguito di tale approvazione delibera con partito di voti favorevoli dieci, contrarî nessuno, che le suddette catene siano mandate a Pisa e una Deputazione speciale le offrirà al Gonfaloniere ed al Magistrato di quella città da parte della rappresentanza comunale di Firenze. BETTINO RICASOLI Gonfaloniere, T. Gotti Cancelliere Per copia conforme, T. Gotti. LETTERA DEL GONFALONIERE DI PISA. Illustrissimo Signore, La Deliberazione del Magistrato civico di Firenze degli 11 Marzo corrente e che SV. Illustrissima si compiacque accompagnarmi colla officiale dello stesso giorno, ha destato nel Municipio pisano sensi della più viva riconoscenza. Se il voto dei Pisani di veder tolte ai pubblici sguardi le catene del loro Porto appese alle colonne di porfido avanti la porta del tempio di s. Giovanni in Firenze non fu altra volta esaudito, bene adesso si compie coll'offerta spontanea che ne fanno gli onorevoli rappresentanti di cotesto Comune. La restituzione di quelle catene è la prova più manifesta dei sentimenti che animano queste due città, le quali, nei memorabili giorni dello scorso settembre si strinser la mano e giurarono unite difendere l'indipendenza della patria. Nell'inviare a VS. Illustrissima la deliberazione di questa Magistratura, io la prego far noto alla Deputazione incaricata della proposta restituzione, che potrà quando più le aggrada portarsi a Pisa, poiché la nostra città riguarderà sempre come un giorno solenne quello in cui vorrà celebrarsi quest'atto di fraterna concordia. Ho l'onore di segnarmi col più distinto ossequio Di VS. Illustrissima Pisa – Dal Palazzo civico li 14 Marzo 1848, F. RUSCHI Gonfaloniere DELIBERAZIONE DEL MAGISTRATO DI PISA. A dì 14 Marzo 1848. Il Municipio di Pisa, considerando che qualunque dimostrazione di fratellanza tra le città italiane deve oggi più che mai esser loro gradita, mentre gli avvenimenti incalzano alla soluzione finale della questione della indipendenza e tutti abbiamo bisogno di stringerci intorno alla santa bandiera della nazionalità; che le catene del Porto–pisano pendenti alle colonne di porfido avanti la porta maggiore del tempio di s. Giovanni di Firenze rammentavano una sventura e una vergogna comune, essendo nelle guerre fratricide ingloriosa la vittoria al pari della sconfitta; che quanto il desiderio esternato altra volta dalla città di Pisa di riavere quelle catene meritava non esser soddisfatto, perché unicamente dettato da offesa ambizione municipale, altrettanto è bello che sia oggi spontaneamente prevenuto in nome della comune fratellanza italiana; delibera che in nome degl'Italiani di Pisa sieno rese grazie agl'italiani di Firenze per avere accolto il generoso pensiero di distruggere un monumento di discordie fraterne, che il nostro Gonfaloniere concerti il giorno ed il modo per ricevere la Deputazione fiorentina incaricata della proposta restituzione e tutto ciò delibera con voti sei favorevoli, contrari nessuno. F. Ruschi Gonfaloniere, A. Simonelli, I. Monti, G. Bracci, Teodoro F. Mastiani Brunacci, G. Pozzi Cancelliere.

52. Arch. Dipl. Fior. Carte della Primaziale di Pisa.

53. Il funestissimo disastro accadde per trascuraggine di un capo maestro stagnajo, Domenico di Pietro da Lugano, il quale impiegato a risaldare alcune lastre di piombo, ond'è coperto l'edifizio, lasciò cadere un carbone acceso sopra una trave; e senza fare alcuna diligenza discese a basso, dicendo d'avere spento attentamente il fuoco, che poi nella notte si sviluppò, senza che forza umana valesse ad impedirlo.

54. E' per noi sicuro che tale imbasamento si trovi perfettamente eguale agli altri già scoperti del Battistero e del Campanile, ritenendo che servisse di norma agli architetti di queste posteriori fabbriche; e ci gode l'animo nel dire che quello che si è fatto di recente al Battistero si procederà a porre in esecuzione al maggior tempio. Un lastrico in giro, prolungato a un solo gradino fino a quello inferiore che vedesi attualmente, ridonerà non solo alla fabbrica la sua salvezza, ma sarà di ornamento e di maggior comodità nel tempo delle processioni festive.

55. E' da osservarsi, come altri han fatto, che la luce dalle finestre inferiori scende più scarsa, piove più larga dall'alto; e questo accorgimento di parsimonia aggiunge alle bellezze più lontane e vita ed evidenza.

56. Fu questa tela per due volte restaurata, ma sempre infelicemente.

57. Fu questi il fondatore della Congregazione degli Eremiti di s. Girolamo in Montebello presso Urbino.

58. Dipinse ancora quei cinque putti di recente restauro, che si vedono in alto sulla parete.

59. Questo degnissimo lavoro era in gran parte deperito. Sono ora venti anni che fu restaurato da Giovanni Gagliardi di Firenze.

60. E' qui da notarsi che, portata la Fabbrica a tal punto, la cassa del pubblico non potendo sovvenire alle esorbitanti spese che occorrevano pel resto, correva rischio d'essere temporariamente interrotta, se l'onorato desiderio di quegl'invidiabili cittadini di vederla con sollecitudine compiuta, non gli determinava al volontario tributo di un danaro o soldo d'oro per famiglia, moneta equivalente all'odierno nostro zecchino. Ci avvertono gli Annalisti che a 34.000 ascese il novero delle famiglie capaci di dazio.

61. Presso una finestra della parete che circonda le gallerie, è infissa la seguente iscrizione, tuttora inedita, con caratteri del tempo: Anni Domini 1278 edifichata fuit de novo. E da ciò sembra potersi desumere che il fabbricato rimanesse per circa un secolo con la sola cupola conica, come quella della chiesa del Santo Sepolcro a sinistra dell'Arno eretta dallo stesso architetto Diotisalvi.

62. Accertasi che, dopo i restauri interni del Battistero, si procederà ad eseguire un simile lavoro intorno al magnifico Duomo, conforme accennammo a pag. 123, nota 54 del presente volume.

63. A dir vero, il tono del colore al presente è alquanto cupo, ma è da sperarsi che vada smontando col prosciugamento delle calcine.

64. Le finestre del secondo ordine, murate già da lungo tempo, saranno opportunamente riaperte, onde aggiungere alle bellezze più lontane e vita ed evidenza; ed anche queste verranno decorate di vetri colorati, se non a figure, pure assai belli e di buon disegno, giusta i modelli già stati presentati. Altre sei piccole finestre dovevano un tempo illuminare la sommità della cupola conica, per esservi gli archi ben formati e solidissimi ad eguale distanza fra loro. E' desiderabile che queste pure si riaprano come tutte le altre, all'oggetto di far meglio risaltare le nuove decorazioni della cupola.

65. Oltre all'opuscolo – Ragioni dell'artificiale pendenza della Torre pisana – da noi aggiunte a quelle già esposte nella Descrizione storica e artistica di Pisa ec., vennero anche in luce altri opuscoli portanti il titolo: Replica all'autore dei – Riflessi sopra l'inclinazione della gran Torre di Pisa ec. – del sig. Girolamo Ceccotti 1838, in 8. Cenno storico e analitico dei discordi pareri su la pendenza del Campanile pisano – del sig. Alessandro Torri veronese – Pisa, 1838, in 12. E questi scritti con tali e sì valide ragioni, da portare l'intimo convincimento in chiunque si fosse dato per poco a considerarne il valore.

66. Non sussiste, come altri hanno asserito, l'inclinazione di due soldi di braccio delle buche formate per costruire i ponti, le quali corrispondono, com'esser doveva, sui respettivi strati o corsi delle lastre di marmo a forma convessa e concava, di cui sono respettivamente composte le pareti esterne ed interne del menzionato edifizio. Chiunque voglia sincerarsene troverà queste buche pianeggianti in tutto il giro, bastando solo introdurre nelle medesime un bastone, un travicello o un legno qualsiasi.

67. A questo punto una feritoja dà luce alla scala. Si consideri attentamente la conformazione della medesima negli sguanci esterni ed interni ed in ogni altra parte, e si faccia riflessione del come potesse stare, supposto il campanile in perpendicolo.

68. Ponendo mente a queste grandi colonne, e specialmente alle due streme e fra loro opposte che segnano all'osservatore l'estremità del diametro, ossia la metà precisa della rotonda mole, si vedranno sensibilmente non corrispondere fra loro le linee verticali delle medesime, giacché la colonna dalla parte in maggior declivio descrive una linea a così dire rientrante e il piano superiore del capitello non è a seconda della pendenza generale; nel tempo stesso che l'altra contrapposta colonna si va incurvando e appoggiando al cilindro, formata essendo per tale oggetto, come varie altre, di più pezzi.

69. Dico primitivamente, perché in progresso di tempo, quando nel cilindro interno fu posto il terrapieno (che ora più non esiste), venne rialzato anche in tal punto ed occultato qualche gradino della scala medesima; e benché poi all'occasione dei suddetti scavi interni, eseguitivi negli ultimi periodi di vita dell'operajo cav. Bruno Scorzi, si tornasse a sbassare il detto piano, non fu creduto di farlo tanto quanto richiedevasi per rimetterlo all'antico livello.

70. Procedendo sempre di supposizione in supposizione, eransi i contropinanti formato di questo canale il gran cavallo di battaglia!

71. Alcune iscrizioni si trovano infisse alla parete interna di questa Torre, fra cui alcuni frammenti della memoria sepolcrale del celebre Bonanno autore della medesima, che si rinvennero nella occasione degli scavi eseguiti da circa dodici anni indietro per disgombrare tutto il muro, la balaustrata e il terreno che circondavanla. Erano questi alla profondità di ben oltre due braccia dalla parte di mezzogiorno, ove si vide un antico lastrico conforme ad altro rinvenuto poco dopo dal lato di tramontana; lo che spiega il rialzamento del suolo avvenuto coll'opera del tempo. Ed attenendoci a quanto fu ampiamente esposto dal Dott. Alessandro Torri veronese nell'operetta intitolata – Iscrizione Romana del Duomo di Pisa, e Memoria sepolcrale dell'architetto Bonanno, illustrate ec. – Pisa, 1841 – ci faremo a ripetere quant'egli avvertiva (pag. 22) che da ciò – viene a ragionevolmente inferirsi che i Pisani, a contrassegno di estimazione e gratitudine, divisaron di dare onorato sepolcro all'insigne loro Architetto presso l'ammiranda Torre da lui fabbricata, cioè nel luogo appunto della principale sua gloria, e per così dire sotto l'arco di trionfo erettosi da se stesso in vita, volendo essi rimeritarlo d'un'opera tanto magnifica e sorprendente, col ramandarne il nome mediante solenne ricordo alla più remota posterità. Ma fortuna contraria ai migliori divisamenti gl'invidiò da quasi tre secoli questa patriottica testimonianza e fu solo il caso che la fece ritornare in luce. – A rammemorarla fu posta la seguente epigrafe: Frammenti d'iscrizione sepolcrale, nei quali conservasi il nome di BONANNO da Pisa contruttore di questo ammirando edifizio, presso cui furono a caso dissepolti nel MDCCCXXXVIII, e per cura dell'operajo cav. CARMIGNANI qui collocati, a memoria onorevole dell'insigne artista, in Febbrajo del MDCCCXXXXI–. Qual monumento poi delle sperienze eseguite in questo stesso edifizio dal sommo Galileo, vi si trova altresì la seguente iscrizione –che ricorda il grand'uomo di cui Pisa vantasi madre, e che quasi a riconoscenza di avere in lei ricevuto i natali lasciavale in legato le principali scoperte fisiche, da cui ogni ramo di naturale dottrina progredì per appena due secoli e mezzo alla conquista di tante e così splendide ed utili verità, quali non avea permesso di sperare il lento travagliarsi della scienza nello spazio di due mille anni e più trascorsi dal tempo di Aristotile–. Ed è ora giusto l'avvertire che tali memorie furono in questo luogo convenevolmente riposte, onde –la patria non lamentasse più a lungo la mancanza d'un pubblico testimonio d'omaggio a tanto suo cittadino nell'edifizio stesso, ov'Egli instituiva gli ingegnosi sperimenti che lo guidarono a sorprendere i secreti della natura–. Al che aggiungeremo, onde attestare la benemerenza di sì nobile pensiero, che vi furono situate nel 1839, cioè nell'anno medesimo in cui Pisa fu eletta a stanza del primo Congresso in Italia dei dotti europei (vedi sopra Compendio storico, pag. 109), affinché –vedessero rammentati i meriti del Galileo, quando si recassero a salire questa stupenda Torre, che per la sua singolare struttura prestò mezzo opportunissimo alle sapienti sue indagini–. GALILEVS–GALILEIVS EXPERIMENTIS–E–SVMMA–HAC–TVRRI SVPER–GRAVIVM–CORPORVM–LAPSV–INSTITVTIS LEGIBVS–MOTVS–DETECTIS MECHANICEN–CONDIDIT INCENTIBVSQUE–SVIS–POSTERIORVMQUE–SOPHORVM–INVENTIS PRAELVSIT IN CVIVS–REI–MEMORIAM VINCENTIVS–CARMIGNANIVS–EQ–AVR AEDITVVS–TEMPLI.MAXIMI–PISANORVM MARMOR–INSCRIPTVM–DEDICAVIT KAL–OCTOBER–AN–MDCCCXXXVIIII QVO–DIE–AVCTORITATE–AVSPICIISQUE LEOPOLDI–II–MAGNI–DVCIS–ETRVRIAE STVDIORVM–OPTIMORVM–FAVTORIS–PROVIDENTISSIMI PRIMORES–DOCTORVM–EX–VNIVERSA–EVROPA PISIS–AD–CONVENTVM–MAXIMVM–COEVNTES DISCIPLINIS–ET–ARTIBVS–ITALORVM–FAVSTA–INCREMENTA POLLICENTVR Philip. Schiassius scrib.

72. Rosini, Descrizione del Campo–santo di Pisa, Pisa, 1829.

73. Riferisce l'Ughelli (Italia sacra, Venet. 1708, vol. 3, pag. 342) che uno di essi, cioè quello spettante a Lucio Cesare, fu rinvenuto nell'occasione di restaurarsi i fondamenti alle porte della Primaziale (ciò fu dopo il rovinoso incendio del 1596) e l'altro, concernente la morte di Cajo Cesare, accaduta poco appresso quella del fratello, fu scoperto quasi contemporaneamente nell'Oratorio di santa Maria della Spina, il quale, rivolta al di sotto la parte scritta, serviva ad uso di mensa d'altare, colà trasportato qualche secolo avanti da uomini rozzi e mal curanti della veneranda antichità.

74. Rosini, Descrizione delle Pitture del Campo–santo ec.

75. Opera delle Pitture a fresco del Campo–santo di Pisa, incise dal cav. Giov. Paolo Lasinio. Firenze 1832.

76. Tutti questi documenti in cartapecora sono stati riordinati con diligenza infinita e fattone in gran parte i transunti, dal benemerito archivista sig. canonico Frosino Frosini. Cade anche in acconcio il riferire che il clero della Primaziale è composto di un Capitolo rispettabile di ventotto canonici, comprese le tre dignità primarie, i quali, fra gli altri privilegii, hanno quello di funzionare con la coppa magna di colore scarlatto, a simiglianza dei Cardinali, di un corpo di sessantacinque cappellani (58 cappelle e 7 commende), che hanno una Università sottoposta direttamente all'Arcivescovo, di un certo numero di cherici e di tutti gli alunni del Seminario arcivescovile.

77. E' un prezioso monumento per la storia della pittura.

78. Questa tavola, creduta già di Taddeo Bartoli senese, devesi ora assegnare, per ogni opera di figura, a Giovanni del fu Piero da Napoli ed a Martino di Bartolommeo Bolgarini da Siena, per ogni rimanente, i quali la eseguirono nel 1402. E il merito di tale rettificazione è dovuto al ch. prof. Francesco Bonaini, per le accurate ricerche da esso fatte nell'archivio dello Spedale medesimo. (Memorie inedite intorno alla vita e ai dipinti di Francesco Traini, e ad altre opere di disegno ec. – Pisa, 1846, pag. 43 e segg.).

79. E' giusto il ricordare che tutto ciò abbiam desunto dalle notizie con somma accuratezza raccolte dall'archivio spettante alla Cancelleria di tale Ordine dal cav. cappellano Giov. Santi Barca nelle lodatissime sue Illustrazioni delle pitture esistenti nella chiesa conventuale di santo Stefano ec. (Pisa, 1828, in fol., con tavole in rame).

80. Il quadro che vedesi appeso alle pareti dello stanzone attiguo alla Chiesa e presso la porta laterale a sinistra della medesima fu eseguito dal pittore Carlo Brighenti di Firenze nel 1838, onde collocarsi all'altare di detta nuova cappella, il quale poi non vi fu messo altrimenti, pel soggetto non confacente al luogo di adorazione. Esprime infatti Cosimo I dinanzi al pontefice Pio IV, in atto di ricevere la bolla di approvazione ed elezione in Gran–Maestro dell'Ordine sopraccennato, con s. Benedetto in gloria, comecché istituito sotto la regola Benedettina o Eremitana.

81. Fra i migliori quadri si enumerano i seguenti: Quadro d'altare esprimente l'incoronazione della Vergine, supposto di Gentile da Fabriano. Ha molto sofferto. Altro quadro d'altare rappresentante la Madonna in seggio col divin Figlio e vari santi, di fra Filippo Lippi. Quadro interessantissimo per la storia dell'arte, di forma transversale, del prototipo pittore Giunta pisano. Sono cinque scompartimenti a piramide, ognuno de' quali contiene mezza figura, il Redentore, la Vergine, s. Giov. Battista, s. Caterina e un altro santo. Quadro parimente interessante e bello di Cimabue. Dimostra M. Vergine in trono col suo divin Figlio e, di sotto, in piccolo spartimento, la figura di s. Martino a cavallo. In altre dodici divisioni sono varî soggetti della vita di G. C. Quadro assegnato a Benozzo Gozzoli. Dimostra Maria in seggio col divin Figlio e quattro santi ai lati. Due quadri della scuola di Benozzo. Vi si rappresenta in ciascheduno la Vergine in seggio, con quattro santi ai lati. Quadro di Zenobio Macchiavelli, scolare del Gozzoli, in cui è espressa la Vergine seduta, col Bambino sulle sue ginocchia, circondata da quattro santi. Tavola di forma lunga trasversale, divisa in cinque spartimenti, in uno dei quali la Madonna col Bambino e negli altri i ss. Pietro e Paolo e i ss. Giacomo e Domenico, eseguita nel 1301 da Diodato Orlandi, secondoché rilevasi dall'iscrizione. Quadro a tabernacolo di Barnaba da Modena, che vi scrisse il suo nome. Contiene la solita rappresentanza della Vergine in seggio col divin Figlio, festeggiata da varî Angioli. Quadro superiormente rotondo, indicante la Vergine assisa in trono col bambino Gesù e due santi ai lati, opera del Gera pisano, come porta l'iscrizione del secolo XIV. Quadro grande a piramide, con cornice dorata e lavorata a ornato, esprimente in una figura in piedi s. Caterina delle Ruote e, nella base, in tre piccole storie, il martirio di lei. Opera stimabilissima di Luca di Leyden. Avvertasi che altri due quadri a piramide fiancheggiano ora il suddescritto, con fatti concernenti a detta santa, ma di maniera diversa ed assai inferiore alla pittura del mezzo. Quadro a cinque spartimenti piramidali, avente in quel di mezzo Gesù in croce, la Madonna e s. Giovanni, e nei laterali varî santi. Al di sotto, nel gradino, cinque divisioni con storie in piccole figure. Porta il nome del pittore Cecco di Pietro da Pisa e l'anno 1386. Quadrettino contenente il ritratto del famoso Dante Allighieri in età giovanile, creduto di Benozzo Gozzoli. Quadretto con cornice dorata esprimente la Madonna, Gesù bambino e s. Giovanni, della scuola d'Andrea del Sarto. Tavola grande con tre santi in piedi quasi al naturale, di Duccio di Boninsegna senese. Quadrettino a piramide, con una figura indicata per s. Diego: lavoro, dicesi, d'Andrea del Castagno. Quadretto rappresentante due figure in un fondo a paese, s. Bernardo ed, ai suoi piedi, s. Scolastica. Tavola su cui è dipinto da Francesco Traini un s. Domenico di grandezza quasi al naturale, col giglio nella destra, simbolo di purità, e nella sinistra un libro aperto e al di sopra, in un triangolo, mezza figura del Redentore. E' da avvertirsi che il chiar. prof. Bonaini, nelle sue già citate Memorie inedite intorno alla vita e ai dipinti di Francesco Traini, pag. 36 e segg. (Pisa, 1846), tiene per fermo esser questa una parte del gran quadro colorito dal detto Traini pei frati di s. Caterina nel 1345 e segnatamente quella che teneva il mezzo, avendo rinvenuto le altre due parti (quelle ove sono otto piccole storie riferenti al detto santo Patriarca) nella scuola di disegno del Seminario di s. Caterina. Quadro diviso in tre scompartimenti piramidali. In quel di mezzo, il Redentore sedente, con due figure ai lati, in quello a destra, sant'Orsola regina di Brettagna, e in quello a sinistra , s. Ularia. V'è il nome dell'autore Ambrosius Astensis f. 1514. Quadro a cinque spartimenti piramidali, avente in quel di mezzo M. Vergine col Putto e negli altri quattro altrettanti santi. Vi si legge il nome di Giovanni di Niccola pittore, ma non è questi l'esimio scultore ed architetto, il quale venne a morte nel 1320; mentre il quadro, di cui si tratta, fu dipinto varî anni dopo pel monastero di s. Marta. ( V. Bonaini, op. cit. pag. 94). Piccola tavola d'altare, supposta di Bonamico Buffalmacco, ov'è espresso il battesimo del Redentore. Disegno antico del più magnifico forse dei dipinti di Benozzo Gozzoli, rappresentante la visita della regina Saba a Salomone, lavoro miseramente perito, tranne il piccolo frammento di cui si è da noi parlato a pag. 214, trattando delle pitture da questo valente autore condotte nel Campo–santo. Quadro per traverso con cornice nera, rappresentante il trionfo di Tito in Roma dopo la conquista di Gerusalemme, dipinto da Giovanni Balducci pisano. Quadro a tabernacolo dello stesso Gozzoli, esprimente sant'Anna, la Vergine e il bambino Gesù, con tre piccole figure genuflesse in prima linea e il Padre Eterno nella cima della piramide. Quadro traverso con cornice intagliata e dorata, avente per soggetto il transito della Madonna, male ascritto a Giotto. Quadro ove sono espressi sei santi in piedi, col nome dell'autore Gettus Jacobi de Pisis e l'anno 1391. Due quadretti per alto dipinti da Federigo d'Amsterdam, detto il Padovano, uno rappresentante la Giustizia e l'altro la Vigilanza. Quadretto esprimente Gesù in croce con le Marie e s. Giovanni, di Turino Vanni da Pisa. E finalmente quadro a cuspide colla figura di s. Giov. Battista di Simone Memmi. Faceva parte (unitamente ad altri sette piccoli pezzi con immagini di santi formanti un gradino, che qui si trovano distaccati) della bella tavola dipinta per l'altar maggiore della chiesa di s. Caterina. Il rimanente di detto quadro, in sei compartimenti, si vede tuttora nella scuola di disegno del Collegio della chiesa summentovata (V. Bonaini, op. cit. pag. 34 e segg.). E' nel desiderio di molti cittadini che questa bella raccolta di quadri di antica mano si renda viepiù interessante per la storia dell'arte, colla riunione di altri quadri di quel tempo che si trovano in varî luoghi della città e segnatamente di quelli esistenti nel Seminario e Collegio Arcivescovile di sopra menzionati.

82. V. Dal Borgo, Canzoni patrie – Pisa, 1842, pag. 67.

83. In Prossimità delle mura da questo lato si va pur anche lodevolmente costruendo, a spese del Comune, una fabbrica di molta estensione ad uso di pubblico macello, onde togliere l'inconveniente degli ammazzatoî dal centro della città.

84. Perché non possa attribuirsi a troppo sentimento di amor patrio ciò che potremmo dire su questo particolare, abbiamo preferito di far parlare uno straniero, il sig. Giov. Batt. Perotti di Milano, che vi fu presente due volte, riportando alcuni tratti di una lettera diretta ad un suo amico: La divozione degli abitanti per s. Ranieri patrono e protettore della città è tale che anche i più miserabili risparmierebbero in quel giorno il pane, soffrendo la fame, anziché lasciar d'accendere una dozzina di lumini almeno alla loro finestra. Cosicché non vi è angolo o vicolo anche il più remoto, in cui siavi porta o finestra non ornata da una ghirlanda di lumi. Le persone agiate poi ed i signori fanno a gara a chi fa più ricca e più splendida ed elegante illuminazione. Il municipio vi concorre con particolar cura e senza risparmio di spesa. Sui Lung'Arno specialmente, ove i fabbricati sono di bella e bene ornata architettura, i lumini fitti fitti, a migliaja, anzi a milioni segnano le linee, le modanature, i fregi e gli ornati architettonici e, dove sono i luoghi più disadorni, si supplisce con finte fabbriche d'elegante stile a portici, colonnati ec., che si erigono appositamente con alti pini, e pali e tavole ritagliate e tinte in bianco, in modo da illudere e far credere che tutto il corso di Lungarno da ambe le parti sia fronteggiato da maestosi fabbricati. I ponti vagamente ornati, ed i muricciuoli nell'interno verso il fiume vengono essi pure illuminati con interminabili file di fitti lumini disposti a variati ed eleganti disegni, che riflettendo in un col resto dell'illuminazione de' fabbricati, i tremoli lor raggi nell'onde fanno un mirabilissimo effetto. La città tutta è uno splendore e produce, alla distanza di alcune miglia nel cuor della notte, l'effetto di un orizzonte raggiante alla levata del sole: chi vi giungesse, ignaro della Luminara, la crederebbe tutta in fiamme. Io osservai attentamente l'effetto di questa illuminazione, entrando in città verso le ore 24, di ritorno da una gita alle Cascine per la Porta nuova, di dove presentansi ad un tratto sopra vastissima Piazza il magnifico Duomo, il Battistero, il Campo–santo, la Torre pendente ed i grandiosi fabbricati dell'Ospitale e dell'Arcivescovato ed altri, tutti ricchissimamente illuminati. Estatico mi soffermai alquanto ad ammirare un sì magnifico ed indescrivibile spettacolo e poscia, a passo lento, m'inoltrai tra la sempre crescente folla, verso la lunga e spaziosa via di s. Maria, quasi di fronte alla torre; indi, rivoltomi a manca verso la piazza detta de' Cavalieri, mi si andava quasi per prodigio crescendo davanti agli occhi l'abbagliante splendore. La bella e ricca facciata della chiesa di s. Stefano su questa piazza, la colossale marmorea statua di Cosimo I de' Medici presso una fontana, il collegio de' cavalieri di questo titolo, il palazzo del Consiglio, ed altri tutti di bella architettura, erano con tal ricchezza e buon gusto illuminati, che io non poteva saziarmi d'ammirarli. Voltomi finalmente di nuovo a destra, ripresi via per la strada di s. Frediano e della Sapienza e sboccai sul Lungarno, di dove vedesi in prospetto sull'opposta sponda dell'Arno vagamente illuminata una chiesina detta la Spina di architettura gotica e di capriccioso disegno a gugliette frastagliate con molte statuine, sicché rassembra il nostro Duomo (di Milano) in piccola miniatura. Da questo punto, tutta in un colpo d'occhio, presentasi l'estensione dei Lung'Arno dai due punti estremi della città. La illuminazione era già tutta compita. Grande Iddio! che splendore! Quali parole atte esser panno a descriverlo? Se s. Ranieri dalla celeste sua sede (qualora ne fosse lecita l'espressione) fosse sceso in terra a vedere in qual modo la sua patria riconoscente, anche sette secoli dopo la sua morte, onora la sua memoria, ah! non sarebbesi per avventura accorto di essere uscito dal Paradiso. Le grandiose fabbriche artificiali di prospetto ai due punti contermini, quella del ponte al mare in ispecie, gli obelischi e le piramidi al ponte di mezzo, colle adiacenti piazze, a manca verso la maestosa loggia detta de' Mercanti e de' Banchi, con archi semicircolari sostenuti da pilastri d'ordine dorico di bella forma e sorreggenti l'altissimo palazzo della camera delle Comunità, e lì presso il nuovo elegante palazzo del Pretorio e quello della Dogana, ed a destra verso il principio de' loggiati di Borgo il Casino de' Nobili, e dall'un lato e dall'altro l'interminabil fila di alti e magnifici fabbricati, o reali od artificiali, tutti sfarzosamente illuminati, fin al convento di a. Matteo, a levante, ed al palazzo reale a ponente, son di tal magico effetto, che è impossibile a descriversi con parole, non che ad immaginarsi. Di più: Le gondole di Corte, tutte splendenti di fregi d'oro, di rasi e di velluti, precedute da due barconi montati a foggia di trionfi, ed un infinito numero di barche provenienti anche da Livorno e di Firenze, la maggior parte bene addobbate con setini, festoni, ghirlande e bandiere, montate da festevoli brigate che siedono a liete cene fra suoni e canti, vogano su e giù per l'Arno tutte in variata foggia illuminate, ed accrescon vivacità alla festa. E in compimento di questa descrizione, avviseremo ancori dell'effetto magico che presenta, in tale circostanza, la vasta piazza di s. Caterina, non tanto pe' viali verdeggianti che la circondano, illuminati a ben inteso disegno con migliaja di lumicini e palloncini sparsi fra i rami e gli spazii delle piante a vari colori, a ghirlanda ed a festoni, quanto per le quattro alte piramidi ai lati del monumento che si eleva nel mezzo ad onore del gran–duca Pietro Leopoldo I, le quali, riccamente e vagamente illuminate, riflettono su di esso una ben calcolata e ragionata luce da produrre un mirabile risalto.

85. Fra questi è da annoverarsi il conte Bonifazio della Gherardesca per la vistosa donazione da esso fatta nel 1341; e più di recente, nel secolo XVII, il Mezzanotte, il Casiani e il Fancelli, pei loro considerevoli legati.

86. Rendesene ora difficile il riscontro, perché situata in alto ed in luogo alquanto oscuro.

87. Tali pitture furono disegnate dall'abilissimo artista Giuseppe Rossi, incise a contorno dal prof. Giov. Paolo Lasinio e pubblicate in quattordici tavole. Pisa, 1820, in foglio.

88. A lui si riferisce una iscrizione ultimamente entrata nel Campo–santo urbano per dono di Lucrezia d'Altemps di Roma, duchessa del Gallese: essa giaceva dimenticata nel Castello di Ripoli ed ora è qui collocata presso la maggior cappella a destra dell'ingresso. Essendo tuttora inedita, ci giova darla in luce, mancatacene l'opportunità nella descrizione di quell'insigne luogo: – Hoc edificium (sic) fecit fieri Gherardus Bartholomei Compagni, quod fuit inceptum A. D. MCCCLXXVII die prima Marsii (sic) et expretum (sic) A. D. MCCCLXXXIII. – Questo Compagni, le cui somme ricchezze eran forse invidiate dalla dominante famiglia Gambacorti, andò soggetto a violenti peripezie. Egli viveva ancora nel 18 novembre 1419, data del suo testamento, che fu rinvenuto dal ch. prof. Bonaini fra le pergamene dello scrittojo del Seminario.

89. In un cappellone contiguo alla chiesa, a cui si accede per una porta presso questa cappella, si trovano varie lapide sepolcrali e tre bei lavori in terra cotta della famiglia della Robbia, esprimenti la Madonna col Putto e due santi ai lati.

90. Sono alcuni anni che il prof. Rosini fece eseguire con tutta fedeltà il disegno e l'incisione di tale dipinto all'abilissimo artista Giuseppe Rossi.

91. In una sala di questo locale, ad uso di scuola pel disegno, si veggono ora appesi alle pareti, fra varî dipinti moderni di poca o niuna considerazione, alcuni quadri pregevoli in campo d'oro di Simone Memmi senese e di Francesco Traini fiorentino, citati dal Vasari. Quelli del Memmi sono divisi in sei compartimenti a cuspide e rappresentano la Vergine col divin Figlio (tavola disgraziatamente in gran parte ritoccata), s. Giovanni Evangelista, la Maddalena, santa Caterina delle Ruote, s. Domenico e s. Pietro martire, i quali tutti uniti a quello esprimente s. Giov. Battista di forma eguale e ad altri sette quadretti con immagini di santi (che componevano il gradino), rinvenuti nelle sale della nostra Accademia di Belle Arti, formavano un tempo l'ancona dipinta per l'altar maggiore nella chiesa di santa Caterina, prima dell'incendio in essa avvenuto nel secolo XVII (V. Bonaini, Memorie ec., altre volte citate, pag. 36 e segg.). Quelle del Traini consistono in due compartimenti piramidali con otto storie di s. Domenico, quattro per ciascheduno, in piccole figure condotte con isquisita accuratezza, ed erano un tempo anch'essi uniti ad altro quadro che trovasi del pari all'Accademia di Belle Arti, rappresentante la figura di s. Domenico per altezza quasi che al naturale, conforme si è detto a pag. 252 del presente volume. La prima di queste piccole storie ci manifesta la nascita del santo Patriarca con Giovanna Aza, madre avventurosa, placidamente assorta nel sonno, mentre due femminette veggonsi intente a soccorrere al bamboletto nato pur dianzi. La seconda riferisce alla visione di papa Innocenzo III, allorquando è rassicurato in sogno che la Chiesa di Dio non mancherà, perché surto il grande dottore a impedirne la caduta. La terza c'indica l'apparizione dei santi apostoli Pietro e Paolo al detto santo Patriarca, che vedesi genuflesso in atto di ricevere la benedizione e il libro degli Evangelii, onde recarsi a spargerne la semenza pel mondo. E, per ultimo, nella quarta è raffigurato l'esperimento maraviglioso de' libri ortodossi, fatto dal Santo in Montreal a confusione di certi eretici. A queste succedono le altre quattro storie del secondo compartimento, e primieramente il fatto di Napoleone, nipote al cardinale Stefano de' Ceccani di Fossanuova, richiamato in vita a Roma per le orazioni di s. Domenico e ridonato all'amplesso dello zio. In secondo luogo, è dipinto il miracolo di soccorrere colla preghiera e render salvi a riva non pochi pellegrini, che affidati a piccolissima barca nel traghettar la Garonna, eransi sommersi nel fiume. Vedesi in terzo luogo espresso il sogno miracoloso di fra' Guala vescovo di Brescia, mentre scorge nell'alto de' cieli Cristo e la divina Madre sorreggenti due scale, che vanno a posare sul corpo dello stesso s. Domenico disteso sul suolo; e due vaghissimi Angeli, risalendone i gradi, portar fino in cielo una sedia o piccolo trono, su cui è figurata l'anima del Santo. E nel quarto ed ultimo, è espressa la traslazione del corpo del prefato Patriarca con varî prelati in ricchi abiti pontificali attorno alla bara, e i frati dell'Ordine con torcetti nelle mani, intenti a cantare le preci della Chiesa, ed alcuni poverelli che stendono le braccia a chi tanto gli amò mentre visse, e che son posti nel davanti del quadro. Per una più estesa descrizione de' medesimi, v. Bonaini, Memorie sopraccitate, pag. 5 e segg. Né possiamo ora tralasciare di far nuovi voti, affinché tali dipinti preziosissimi per la storia dell'arti si veggano una volta riuniti in un solo locale, e segnatamente nell'Accademia di Belle Arti, ad onore della città ed a vantaggio grandissimo dei giovani che aspirano distinguersi nelle tre arti sorelle.

92. Viaggio pittorico della Toscana ec., dell'ab. Francesco Fontani.

93. Vi si trasportò dalla soppressa chiesa di s. Marco.

94. Cosimo I nel corso di pochi giorni ebbe la disavventura di perder la propria moglie e due figli, D. Giovanni e D. Garzìa. Il fatto si riferisce come qui appresso (Anguillesi, Notizie storiche dei regii palazzi e ville di Toscana. Pisa, 1815): Trovavansi (i due giovinetti) a caccia nelle vicinanze di Rosignano, allorché il cardinale Giovanni riceve' da D. Garzìa suo fratello grave ferita in una coscia, per cui fa trasportato immediatamente e Livorno, ove dopo cinque giorni morì. Ciò avvenne il 21 novembre 1562. Discordano i cronisti quanto al fatto di D. Garzìa, asserendo alcuni che soltanto per una combinazione casuale ebb'ei la sventura di ferire il fratello, e sostenendo altri esser ciò accaduto appostatamente, per un'aperta inimicizia e rivalità che regnava tra' due principi, per la quale erano venuti in altercazione durante la caccia, a cagione d'un capriolo che ciascun d'essi pretendeva aver ucciso. Cosimo, che al primo annunzio del tristo caso erasi recato a Livorno, inconsolabile per la perdita del figlio e pieno di mal talento contro il suo uccisore, se ne ritornò a Pisa, ove sembra che Garzìa lo avesse preceduto. Si tenne questi per alcuni giorni nascosto alla collera del padre, la quale mostrandosi in seguito alquanto calmata, incoraggiato ed accompagnato dalla madre, che tenerissimamente lo amava, andò a genarsi in ginocchioni al genitore, dimandandoli a calde lagrime perdono della morte del fratello. Ma Cosimo, inflessibile alle umiliazioni del figlio, non che alle voci supplichevoli della sposa, sentendosi viemaggiormente accender di sdegno alla presenza dell'uccisore, cavato un pugnale che solea tener sempre al fianco, barbaramente lo immerse a quello nel petto; onde l'infelice giovinetto, poco tempo dopo, tra le braccia della madre spirò. La morte di D. Garzìa, avvenuta il 6 dicembre dell'anno medesimo 1562, fu seguitata dodici giorni dopo da quella di D. Eleonora di Toledo sua madre, la quale, rimasta priva in sì breve spazio di tempo ed in una maniera sì tragica dei due più cari suoi figli, dove' miseramente soccombere al dolore di tanta sventura.

95. La croce fu eseguita espressamente dal pittore Michele Ridolfi di Lucca, onde inserirvi i detti cinque quadretti, dopo averli in bel modo restaurati, i quali stavano per l'avanti ad ornamento di un armadio e di cui ha già fatto memoria il più volte ricordato cav. prof. Francesco Bonaini, conservandocene l'antica iscrizione (Op. cit., pag. 96).

96. La detta chiesa è chiusa da qualche anno, a motivo di necessarî restauri, che furono incominciati e poi sospesi, onde appianare le difficoltà insorte sul modo dell'esecuzione.

97. Mancato lo scopo primitivo, in quanto che le famiglie di commercio si stabilirono poco dopo nella prossima Livorno, servono ora le dette logge al mercato de' cereali, che ha luogo due volte la settimana.

98. Vedi la mia Descrizione Storica e Artistica di Pisa, vol. 3, pag. 192.

99. E' da avvertirsi che, da pochi anni, sulla spiaggia del Gombo sonosi erette alcune baracche per comodo delle persone che si portano a far bagnature d'acqua salsa nella stagione estiva, cosa utilissima per la città di Pisa; come pure vi è stato eretto un fabbricato di non poche stanze, che si affittano a mesi ed a giorni per chi brama respirare continuamente l'aria marina.

100. Il detto quadro, a cura dell'attuale zelantissimo camarlingo cappellano Leonardo Barsali, è stato di recente trasferito nel locale addetto alla Università dei Cappellani in piazza del Duomo, ond'esservi meglio custodito ed osservato a vantaggio degli amatori delle antichità.

101. A questo ministro non si può negare la lode di aver procurato a Pisa molti vantaggi e di aver concepita la nobile idea di fare una magnifica strada in retta linea dalla città ai bagni, la pianta della quale si trova nell'Uffizio dei Fossi.

102. Non conoscesi il motivo per cui sia stata questa iscrizione, pochi anni sono, levata dal suo posto, per passare nelle mani di private persone.

103. Gl'individui d'ognuna di tali classi sono posti cronologicamente.



(revised 2001) Grassi, Ranieri (revised Tavoni, Alice).
Elena Pierazzo

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