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Cronica di Pisa


Indice

1. Cronica di Pisa Come si cominciò a fare lo Duomo di Pisa …

Come si cominciò a fare lo Duomo di Pisa nel 1089. Nel Mille ottan- tanove Pisa co- minciò a difica- re a onore del- la Vergine Ma- ria lo Duomo quine dove è, che era prima una Chiesa, che si chiama- va Santa Repa- rata, et man- dorono allo 'm- peradore Arrigo Terzo nella Magna Aldroban- do de' Vesconti di Pisa colli fratelli Ambascia- dori, li quali impetarono dal detto Imperado- re per dota della Chiesa Santa, la Corte di Pa- piana, e di Riguli, di Val di Serchio.

2. Come li Pisani donarono la Chiesa di Santo Andrea …

Come li Pisani donarono la Chiesa di Santo Andrea alli Monaci di Marsiglia. Nel Mille cento sedici Arrigo Quarto Im- peradore di Roma, a prego del Comune di Pisa (che in quello anno con suo pericolo, e fatica, e spes?? aeva cavato di mano a i Sara- cini Maiorica, et Minorica, e le Terre quinde appresso, di che morta vi fue molta gente e buona de' Pisani, e sepolta a Marsiglia a una Chiesa si chiama Santo Vittorio, e però fue donata dal Comune di Pisa alli Monaci del det- to luogo la Chesa? di Santo Andrea in Chinzi- ca) confermòe per la Chiesa Maggiore di Pisa la Corte di Papiana, e di Riguli; e ordinòe, che la detta Chesa? per cosa che tenesse dallo 'mperio, e che acquistassino?, non fusse tenuta a pagare alcuno trebuto, nè avere spesa dallo 'mperio per udir piati, nè a dar fodero, nè al- bergaria, o letti, o case, o a pagare, o a rap- presentare alcuno uomo, o costringere, o pa- gare date, o colte, o esazione alcuna.

3. Come fu confirmata l'Insegna vermiglia …


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Come fu confirmata l'Insegna vermiglia alli Pisani. Nel Mille cento venti Papa Calisto Secondo nato di Borgogna, figliuolo del Conte Testardito, tornando di Provincia a Roma, brevileggiò, e confermò la Sardigna alli Pisani, e dielli la Insegna vermiglia, e andonne a Ro- ma con grande onore, e fue confermata per lo 'mperadore la ditta Ansegna vermiglia.

4. Come li Pisani difeseno da' Romani Papa Innocenzio.

Come li Pisani difeseno da' Romani Papa Innocenzio. Nel Mille cento trenta Papa Innocenzio Se- condo, e nato in Transtevore di Giovanni Norimano di Roma, il quale come legato an- dato a oste contro lo re Ruggiero di Sicilia, che ora ne è Re, Ruberto e li Nipoti, e scon- fitto, e preso da lui ribello della Chiesa di Ro- ma, fu chiamato Papa in discordia a un Pietro Leone Cardinale, che fu chiamato Aniceto Papa, e per paura del detto Pietro, Innocenzio s'in- castellòe in delle Case de' Frajapani, e in Culi- seo di Roma, e quine fu assaglito dal ditto Ani- ceto con molti Romani, li quali poichè no po- teno prendere, rubarono lo Tesoro della Chie- sa, e corrupeno in tanto li Romani, che lo dit- to Papa Innocenzio non si potea difendere; e però mandò per li Pisani, li quali colle loro Galee nel menonno a Pisa colli suoi Cardinali a prego di Santo Bernardo; e quì? in Pisa stette come Papa, e' Cardinali difesi per Pisa da Ani- ceto, et da' suoi seguaci, che occuparono di fatto in Roma lo Papato. E'? fece lo Conciglio in Chiaramonte, e in Rinso?, e tornonne per terra a Roma con Lottario Re della Magna, lo quale cacciòe del Regno lo ditto Aniceto, e messe in pacifica possessione Innocenzio Papa preditto a bontà delli Pisani.

5. Delle Dignità date all'Arcivescovo di Pisa.


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Delle Dignità date all'Arcivescovo di Pisa. Nel Mille cento trentasette lo detto Papa Innocenzio pacificò Genova, e Pisa insie- me; e lo Vescovo Piero di Pisa, lo quale in prima fu Abate di San Michele di Pisa, fecelo Arcivescovo, e diedeli per suoi Suffraganei lo Vescovo di Populogna, e quello di Lerici, e quello di Sagona, e di Ghiaccia, e di Corsica, e di Cività, e di Sartelli, e di Sardigna, e fe- celo Patriarca in tutta la Sardigna: e quine è Legato per la Chiesa di Roma. Nel Mille cento trentotto lo ditto Papa col dit- to Imperadore, e colli Pisani andorno contra lo Re Ruggieri, e tolseli tutta la Terra ferma, e elli fuggitte in Cicilia, e il detto Imperadore tornòe nella Magna. Nel mille cento trentanove Currado Secondo Re de' Romani a prego di Santo Bernardo, donò a Misser Baldovino Arcivescovo di Pisa la Corte d'Avane, Bovajo, e Monello, e lo Padule d'Arsula, la Corte di Bientina, lo Pra- to, e 'l Frodo di Buti, e di Vicopisani, e di Santo Giovanni alla Vena, e di Servalunga, lo Gonfo nuovo e vecchio, la Bergaria di Pugna- no, e la Bergaria di Valtejano, lo Prato e 'l Sedio di Rasignano, e di Vada, lo Padule di Notiavello, lo Terzo di Stagno, le Prese di quella di Casciaula e di Ripali, posto nelle Piagge: e confermò li patti, che erano fra l'Abate di Morrona, lo Comune di Vivalto, del Castello Montanine; cassòe? la concessione, ch'avea fatta di Livorna alli Marchesi di Mas- sa, e concedette uno passaggio, che si chiama Ripaggio, si potesse escire per parte dell'Arci- vescovo intorno a Pisa.

6. Come li Lucchesi tolseno uno Castello alli Pisani.

Come li Lucchesi tolseno uno Castello alli Pisani. Nel ditto anno li Lucchesi preseno Castello Aghinolfo, il quale era di Pisa, e l'Ar- civescovo Ruggieri, che v'era dentro: e di pre- sente li Pisani lo tolseno loro, e liberonno il ditto Arcivescovo delle mani delli Lucchesi.

7. Come si fe il passaggio nel 1146.

Come si fe il passaggio nel 1146. Nel Mille cento quarantasei Eugenio, lo quale fu in prima Pisano, Arciprete di Pisa, e era intrato nell'Ordine di Cistella, e fatto Abate di Santo Nastagio, fue chiamato Papa; e venne a Pisa, e andòe in Francia, e quine predicò la Croce per Santo Bernardo nel- la Magna, e preseno la Croce lo Re Luigi di Francia, e lo Re Currado di Roma predetto, e molti altri Pisani, e Genovesi. E per mare, e per terra feceno grande passaggio alla Terra Santa d'oltra mare, e pervennero in Grecia, alli quali li Greci dienno pane con calcina viva, di che molti ne moritteno, e altri vi funno presi da' Turchi; e fenno nella Terra Santa molte battaglie, e poco v'acquistonno.

8. Come si fondò la Chiesa di Santo Giovanni Batista.

Come si fondò la Chiesa di Santo Giovanni Batista. Nel Mille cento cinquantacinque Guglielmo figliuolo di ditto Re Ruggieri di Cicilia, s'accordò colla Chiesa di Roma, e ricognovve in ?eo da lui tutto lo Regno; e fece compa- gnia con Pisa, e diè gran doni alli Pisani, di
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che fondonno la Chiesa di Santo Giovanni Ba- tista. Nel Mille cento cinquantacinque, s'apprese il fuoco nel quartieri di Chinsica, e arse tutta quanta. Nel detto anno, essendo Tocco Consolo di Pisa, funno fatte le mura, e le barbacane della Legatia in fine alla Porta dello Leone, e al- quanto più. Nel Mille cento cinquantaseiFederigo Bar- barossa Imperadore privòe tutte le Cittade di Toscana delle loro Contadi, eccetto che Pisa. Nel Mille cento cinquantasette nel Consolato di Tocco fue fatta la Torre della Melora, e le mura di Pisa dallo Spedale di Santo Lazzaro infino alla Porta Calcesana, e fue fatto lo fosso delle Porcine. Nel Mille cento cinquantotto, nel detto Con- solato di Tocco funno fondate le Torri di Por- to Pisano, e la Fonte di Santo Stefano di Por- to. Nel Mille cento cinquantanove nel detto Con- solato di Tocco furno fatte le mura di Pisa dalla Porta Calcesana infino al Ponte della Spina. Nel Mille cento sessantuno fu messo Bocca- regio. E lo Beato Santo Ranieri in Santo Vito in Pisa con laudabile fine passò di questa vita. Nel Mille cento sessantadue lo 'mperadore Federigo Barbarossa fece disfare la Città di Me- lano, e appianare le sue mura, e per le rughe vi fece seminare sale, perocchè li fue disubi- diente, ed elli vi venne con molta gente a oste, e li Pisani furono con lui. Nel Mille cento sessantatrè fue fondato lo Fondaco di Porto Pisano, e la Corte del Ma- gnale. Nel Mille cento sessantacinque fu fatta la seconda Torre di Porto Pisano. Nel Mille cento settanta Pisa prese per forza la Città di Bigana con Galere trentadue, e per fortuna di Mare n'andonno in Provenza, e en- tronno nella foce del Rodano, e li Genovesi rompendo pace a Pisa, con grande armata di Galere cinquantadue entronno nella detta foce, e tennovi le Galee di Pisa bene un mese; e alla fine combattendo insieme furno? sconfitti li Ge- novesi dalli Pisani; e li uomini?, e le Galere di Genova a prego del Conte di Provincia furno lassati scapuli. Nel Mille cento settantuno per li Pisani fue fondato lo Castello di Moltone, e li Lucchesi con loro sforzi lo vennono a contastare, e qui- ne dalli Pisani furono sconfitti lo die di Santo Ulivo. Nel Mille cento settantaquattro fue fondato lo Campanile di Duomo di Pisa del mese d'Agosto. Nel Mille cento settantotto lo 'mperadore Fe- derigo preditto confermòe all'Arcivescovado di Pisa tutte le grazie avute dalli suoi? antecessori. Nel Mille cento ottantasette Papa Ghirigo- rio ottavo nato di Benevento, venne a Pisa, e fece far pace fra Pisa, e Genova: e in Pisa lo ditto Papa morì, e fue sepolto nella Chiesa maggiore di Pisa. Nel Mille cento ottantotto M. Uberto de' Lanfranchi Arcivescovo di Pisa con settanta navi de' Pisani e collo 'mperadore Federigo an- donno al passaggio della Terra Santa d'oltra- mare, là dove lo ditto Arcivescovo di Pisa colli Pisani ne tornonno con poco onore e prode. Nel Mille cento novantadua con Arrigo Quin- to Imperadore assedionno Napoli li Pisani, e
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ajutarono lo ditto Imperadore a conquistare lo Regno di Puglia: là dove li Pisani vi guada- gnonno molto, e tornonno vettoriosi. Nel Mille cento novantotto lo Papa di Roma mandòe due Cardinali a Misser Tedici Conte da Donoratico primo Podestà di Pisa, morto lo ditto Imperadore, che facesser li Pisani compa- gna colli Cittadini di Toscana. Nolla volseno fare, unde ne fue Pisa intraditta dalla Chiesa, e patitteno di molti affanni. Nel Mille dugento fue incominciata la Ter- sanaja? di Pisa, e Campo Santo, fondato per l'Arcivescovo Ubaldo. Lo Terreno fue com- prato, e al Capitulo di Duomo assegnato ditto Campo Santo, perchè si recò della Terra Santa d'oltramare, quando li Pisani tornarono dal Pas- saggio, e sparsesi in quel luogo, e però si chia- ma Campo Santo.

9. Come lo 'mperadore Otto fue Scomunicato.

Come lo 'mperadore Otto fue Scomunicato. Nel Mille dugento undici Otto Imperadore, Duca di Sassogna, per comandamento di Papa Innocenzio Terzo come rebello della Chie- sa, istando in Pisa, fue dinonziato iscomunica- to per l'Arcivescovo Ubaldo, e per la sua Che- ricia; unde lo ditto Arcivescovo ne fugitte, e andò alla Gorgona, e lo ditto Imperadore li tolse tutte le sue rendite, e occupolli tutte le sue Castella, e assegnossi tutte le sue ragioni nel Castello di Rasignano. Nel Mille dugento dodici Federigo figliuolo d'Arrigo Imperadore soprascritto si fue eletto assai giovane Re de' Romani, e con ajuto di Pisa andò per Mare, e per Terra nella Magna, e sconfisse lo ditto Imperadore Otto. Nel Mille dugento diciannove li Pisani funno al passaggio, e s'ave Damiata. Nel Mille dugento ventitre lo 'mperadore Federigo soprascritto elli con molta gente delli Cristiani, e li Pisani feceno grande sforzo di naviglj, e andonno al passaggio a oste al Sol- dano: e 'l ditto Imperadore sentendo, che elli era tradito, che gliel disse il Soldano, che li era tolto il Regno, si lassòe l'oste delli Cristia- ni, e con li Pisani ne venne a ricoverare lo Re- gno. E in Egitto furono presi di molti Cristia- ni, onde li fue renduta Damiata per patti, e fue lo 'mperadore iscomunicato, e Pisa stette intraditta anni ventinove. Nel Mille dugento trentadue li Lucchesi fur- no isconfitti dalli Pisani a Barga.

10. Delle Parti primamente in Pisa.

Delle Parti primamente in Pisa. Nel Mille dugento quaranta si incominciò in Pisa la Parte tra li Conti, e li Vescon- ti, unde lo ditto Imperadore ne venne a Pisa, e cassata ogni legge di ciò fatta, fece fare con- tra chiunque turbasse lo buono Stato di Pisa.

11. Come li Pisani ricoverorno la Sardigna.

Come li Pisani ricoverorno la Sardigna. Nel Mille dugento quarantadua mandarono li Pisani li Conti da Donoratico, e molti altri Pisani a ricoverare in Sardigna le Terre, che 'l Marchese Chianni aveva date a Genova, e ricoverolle: e li Pisani lassarono loro le Terre a chie le volesse, e dienno moneta a chie non ne volesse; e in questo modo le spesono alli Pi- sani, li quali v'andarono a ricoverarla, cioè alli Conti in Callari, e alli Vesconti Gallura, e alli
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Marchesi in Bugidore, e alli Conti di Capraja dienno Alborea. Nel Mille dugento cinquantatre1 con grande naviglio portonno a Napoli lo Re Currado figli- uolo legittimo dello 'mperadore Federigo, per- chè fusse Re di Cicilia, e di Puglia, come do- veva essere di ragione; e per forza preseno Na- poli, e disfeceno le mura; e lo ditto Re Cur- rado in uno cristieri, che li fue fatto attossica- to, moritte, e lassò nel ventre della madre, cioè della sua Donna, uno figliuolo chiamato poi Curradino. E nel ditto tempo Papa Innocenzio Quarto, e fu de' Conti di Lavagna, con grande gente di Genovesi, e molti altri, andonno contra Manfredi, lo quale era come Balio del detto Curradino, e lo ditto Papa niente facendo qui- ne moritte. Nel Mille dugento cinquantacinque il ditto Manfredi si racconcigliò con Alessandro Papa Quarto, e infingendo che Curradino fusse mor- to, da lui impetròe lo Reame, e incoronossene, non come lo Papa volse. E 'ncominciò avere a disdegno li Pisani, e ogni persona, che Curra- dino amasse. Uno dì lo Papa li fece oste con- tra, ma feceli poco danno, perchè elli fi aju- tato dalli Pisani. Nel Mille dugento cinquantotto dal ditto Papa fue Pisa reconciliata, e per questo si fece lo spe- dale nuovo in Pisa, e fue dato alle Donne d'Ognisanti lo Spedale dello Stagno. Nel Mille dugento sessantuno li Pisani, e li Senesi, con altri Ghibellini di Toscana isconfis- seno li Guelfi a Monte-aperto.

12. Come Pisa fu intraditta …

Come Pisa fu intraditta; e come battè sul Prato di Lucca l'aguilino. Nel Mille dugento sessantotto Curradino con ajuto di Pisa, e di Genova, e con molti Ghibellini ne venne al Prato di Lucca a oste, e li Pisani con lui, e quine si battete l'aguilino grosso, e venne a Pisa lo ditto Curradino, e però Pisa fue dal ditto Papa intraditta.

13. Come Curradino fue sconfitto, e morto.

Come Curradino fue sconfitto, e morto. Nel Mille dugento sessantotto si partì Cur- radino di Pisa, e andò a Poggibonsi, e a Siena col Conte Gherardo con molti altri, e sconfissono al Ponte alla Valle Messer Arrigo da Nerbona, e lo Maliscalco dello Re Carlo, e molta altra gente, e poi andò a Roma. E nel detto Anno nel mese d'Agosto lo detto Curradino con lo fratello del Re di Castella, e col Conte Gherardo, e col Duca di Sterlichi, e con molti altri Baroni, e con molti Romani entrorno nel Regno, contra il quale lo Re Carlo con sua gente nel Piano di Santo Valen- tino fesseli incontra, e fu quasi sconfitto; e perchè le genti intesono a rubare, il ditto Re Carlo essendo fuggito con la sua gente, e stan- do sopra in su uno Poggetto d'uno Monte, vidde la gente di Curradino sparsa, e inten- deano pure alla ruba, elli si raunò insieme con una parte di sua gente, e stretti scesono dal Monte, e percotè alla gente di Curradino, e tutti funno sconfitti dal Re Carlo. E questo fue la vigilia di Santo Bartolomeo Apostolo a dì 23 d'Agosto. E fuggendo lo detto Curradino col Conte Gherardo, e con lo Duca di Sterli- chi, e col fratello dello Re di Castella ad
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Asturi, e quine entrando in Mare, uno de Frajapa- ni Romano, e Signore d'Asturi li prese, e dielli per prigioni al Re Carlo; e lo ditto Re mandò al Papa dicendo quello, che di loro facesse; e lo Papa rispose, che non era consiglio di Pro- de, che altri mandasse alla Giustizia. E lo Re Carlo poi a più dì del mese di Settembre fece alli predetti tagliar la testa da lo 'mbusto in Napoli: della qual cosa disse un Santo Ro- mito, che Iddio in Cielo aveva vendicato, che al Re Carlo, e a quelli de' Frajapani di Roma non cogliesse mai bene.

14. Come Porto, e Livorno fu sfatto per lo Re Carlo.

Come Porto, e Livorno fu sfatto per lo Re Carlo. Nel Mille dugento ottanta lo Re Carlo preditto con tutta Toscana, e Genovesi vennero a Porto Pisano, e disfecionlo, e anco Livorna, e feciono molto danno a Pisa.

15. Come li Pisani funno sconfitti da' Genovesi.

Come li Pisani funno sconfitti da' Genovesi. Nel Mille dugento ottantacinque li Pisani armonno quarantacinque Galere, e en- tronno in Mare, e lo dì di Santo Sisto a dì sei d'Agosto funno sconfitti, e morti molti, e ri- mason per prigioni da undicimila uomini, e funnone menati a Genova; e molte Castella de' Pisani si ribellonno, e durò poi tra Pisa, e Toscana la guerra anni due.

16. Della morte del Conte Ugolino.

Della morte del Conte Ugolino. Nel Mille dugento ottantotto Ruggieri delli Ubaldini; e i Gualandi, e Lanfranchi, e certi delli Orlandi, e quelli di Ripafratta, e molti altri Cittadini cacciarono lo Conte Ugo- lino di Signoria, e presono lui, e li figliuoli, e misseli in pregione, e fecenli morire tuti di fame in una Torre in sulla Piazza delli Anzia- ni, che poi è chiamata la Torre della fame; e morì con quattro figliuoli di fame, e furno soppelliti nella Chiesa di San Francesco.

17. La cagione perché fu cacciato lo Conte Ugolino.

La cagione perchè fu cacciato lo Conte Ugolino. Lo Conte Ugolino fu Pisano, e grandissimo Gentiluomo delli Conti della Gherardesca di Pisa: ed essendo sconfitti li Pisani alla Melo- ra dalli Genovesi (come di sopra nell'Anno Mille dugento ottantacinque) le Città di Tos- cana vedendo li Pisani a questo partito, li in- cominciarono a far guerra. E vedendo li Pisa- ni non poter resistere, feceno consiglio tra loro di fare uno Capitan Generale a diffensione del Comune, e del popolo di Pisa; e deliberonno di fare questo Conte Ugolino, perocchè elli era grandissimo Gentiluomo, e Cittadino Pisa- no, et era grandissimo amico delli Fiorentini, dicendo li Pisani: Questi fie risparmiato da Tos- cana per l'amistà, ch'elli ha con li Fiorentini. Et essendo fatto Capitano, da inde a uno An- no li Lucchesi con la forza delli Fiorentini, e dell'altre Città incominciarono a far guerra con Pisa essi e li Fiorentini, e dimandonno a Pisa Librafatta, e che la voleano guardare elli- no per lo migliore. E lo Conte Ugolino facea con li Pisani il Consiglio, e consigliava del sì, di dare alli Lucchesi Librafatta per istare in pace con loro: e a questo modo diè alli Luc- chesi Librafatta, Asciano, Avane, e molte al- tre Castella dal lato del verso Lucca; e alli Fio- rentini diè Pontadera, Calcinaja, e di molte
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altre Castella dal lato di là verso loro: di che Pisa era rimasa con poche Castella. E oltre a questo tenea la Città in grande carestia di vi- vere; e per questa cagione fu morto dalli Pisa- ni con li suoi figliuoli.

18. Delli usciti di Pisa, che ferno guerra a Pisa.

Delli usciti di Pisa, che ferno guerra a Pisa. Nel detto Anno Mille dugento ottantotto li Ghibellini di Pisa caccionno Nino Giudice di Gallura, e tutti li Vesconti, e To- singhi, e molti Guelfi di Toscana: e poi nel ditto Anno li ditti usciti di Pisa con li Lucche- si, e con tutta Toscana, e con li Fiorentini, occuponno tutto lo Contado di Pisa, e fenno gran guerra e danno a Pisa.

19. Della venuta del Conte Guido da Monte Feltro.

Della venuta del Conte Guido da Monte Feltro. Nel Mille dugento ottantanove li Pisani fenno venire a Pisa lo Conte Guido da Montefeltro, ch'era a confine ad Asti: e venne per Mare, e difese Pisa molto valentemente, e perciò Papa Niccolajo d'Ascoli intradisse Pisa.

20. Come Pisa fu assediata da' Guelfi.

Come Pisa fu assediata da' Guelfi. Nel Mille dugento novanta li usciti di Pisa per terra con li Guelfi di Toscana, et li Genovesi per mare, del mese di Settembre as- sediorno Pisa, e disfeciono Porto Pisano, e Livorna, e arsono lo Monasterio di San Savino presso a Pisa, e tolseno l'Elba; e veramente per la carestia, che in Pisa fue, l'arebbono avu- ta, se la bontà del detto Conte non fusse che la liberò da loro.Nel qual tempo si fece la Torre de' Ghibellini di Terzanaja, e fessi delli mattoni delle case di certi usciti Guelfi di Tos- cana, le quali fece disfare, perchè essendo elli- no fuora, diceva che il detto Conte non areb- be ardimento di toccar nessuno delli loro beni per paura di loro: ed elli perciò fece disfare certe loro case in Pisa, e delli mattoni ne fece fare la ditta Torre, e felli porre per lor onta il nome: la Torre Ghibellina.

21. Come Papa Bonifazio levò la Sardigna, e Corsica a Pisa.

Come Papa Bonifazio levò la Sardigna, e Corsica a Pisa. Nel Mille dugento Novantadua Bonifazio Ottavo diede in Feudo al Re di Ragona l'Isola di Sardigna, e di Corsica, salve le ra- gioni di chiunche ve l'aveva, ispogliando Pisa, alla quale era fatta, e confermata per Papa Alessandro, quando si fece lo Spedale nuovo di Pisa. In questo lo Conte Guido sopraditto racqui- stò alli Pisani l'Elba, e lo Ponte ad Era, e Calcinaja, e molte altre Castella, che Pisa avea perdute; e per lo suo senno e valentia Pisa, che era inella sella, redusse a buono sta- to, sicchè benvolentieri li nemici fecion pace; e liberolla di grandissima carestia, dando ad In- gherrame da Biserno, e facendo seminare le contrade di Santo Piero a Grado infine a Porto Pisano, e in sull'Elba, e molto guardando l'avere di Pisa. Anco più in questo Libro vo' dire della va- lentia e sapere del detto Conte Guido, quando venne primamente a Pisa. Avendo li Pisani man- dato per lui, come ditto è, elli trovando Pisa in tanto male stato, ch'elli non trovò mobile, che si potesse pagare a uno Corriere di lire die- ci, e Pisa era assediata intorno per li usciti di
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con li Guelfi di Toscana, e perdute tutte le Castella di Pisa, salvo che Vicopisano, e Morrona. E vedendo lo ditto Conte in tanta miseria Pisa, egli non volea accettare la Signo- ria; tanto lo pregorno li Pisani, che elli accettò; e non potendo aver soldati a cavallo, perocchè non ce ne potea venire per l'assedio delli Guelfi, prese delli Cittadini di Pisa, e di alcuno uscito Ghibellino di Toscana, e fece da cinquecento uomini buoni a cavallo, e allogolli per le Chie- se Madornali di Pisa. Ed essendo fatto questo, del pagamento del soldo de' detti uomini a ca- vallo si puose alli Cittadini di Pisa secondo la sua possibilità; a chi puose uno cavallo coll' uomo, a chi lo cavallo, a chi l'uomo, a chi tre piè di cavallo, a chi due piè, a chi uno piè, a chi mezzo piè, a chi un quarto piè, e secondo la sua possibilità ponea. Avea di quelli, che non avea nulla per miseria. S'elli tenea un cane, mandava per lui, e diceali: amico tu tie- ni un Cane; va, portalo fuori della Città, e uc- cidilo; e voglio che tu ajuti lo tuo Comune (e poneali mezzo piè di cavallo) e 'l Cane non fa mestiere alla nostra guerra. Et avea tanta cura all'entrate di Pisa, che ogni settimana al Cantone del Nicchio in Borgo di Pisa facea una volta leggere l'entrata e uscita di Pisa. Elli col suo senno, e valenza racquistava le Castella di Pisa, quando per forza, quando per trattati. La notte usciva fuore con trattati, e la mattina venìa in Pisa novelle: il tale Castello è avuto. Quando il detto Conte Guido usciva fuore di Pisa con la gente, fonandoli innanzi una Cena- mella, li Fiorentini fuggiano, e diceano: ecco la Volpe. Elli li aveva sì spauriti, ch'ellino fe- cieno volentieri pace colli Pisani. Elli era mez- zo, e temuta più la sua persona propria per cinquecento uomini. Quando mandava sua gen- te a cavallo fuore, con certi cittadini Pisani appiè e a cavallo, sie comandava al Capitano della gente, ch'elli avesse cura del Popolo di Pisa; che se per tua malaguardia nullo ne perisse, isso fatto ti farò tagliar la testa; perocchè elli man- tiene, e ajutami a pagare voi Soldati, e me; e e sono miei membri e figliuoli. E una volta aven- do mandato un suo nipote fuore con la sua gente a cavallo, e con lo Popolo di Pisa in Maremma alle frontiere colli nemici, e coman- dolli, ch'elli per nissuno modo non combattesse con li nimici, anzi stesse a buona guardia in su lo nostro terreno, e ch'elli avesse ben cura del Popolo di Pisa. Elli si vidde lo bello, dievvi dentro, e sconfisse li nimici. E tornando elli con vettoria in Pisa, lo detto Conte li disse: Tue m'hai disubbidito, e hai messo oggi Pisa a condi- zione; se tue avessi perduto, al tutto Pisa era dif- fatta, e lo Popolo tutto morto. Elli fece tagliare la testa al ditto suo nipote. E sappiate, che ogni volta che li soldati usciano fuore col Po- polo di Pisa, sempre lo teneano in mezzo di loro per paura che nessuno impedimento avesse del Popolo. Ellino diceano: lo Signore ci fa- rebbe tagliar la testa. Essendo fatto trattato col ditto Conte Guido insieme con li Anziani del Popolo di Pisa di prender Calcinaja, eravi dentro un Cavaliere Gentiluomo degli Opesinghi, e teneala per li Fiorentini e quine stava la Cambera del Comu- ne di Firenze; sì faceano pagamento per li Sol- dati delle Castella delli Pisani. Ed essendo fatto lo trattato, cavalcòe lo detto Conte Guido la notte con la sua gente, e fue scalata con con- sentimento d'alcuno dentro, e l'oche facendo grande romore, nessuno delle Guardie della
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Terra non li mosse a vedere, dicendo e' sono l'oche; e per altre volte quelli dello trattato l'aveano fatte gridare a studio, per venire alla loro del trattato. Et essendo li Pisani entrati dentro, serrorno li usci a quelli della Terra con li virchioni, e poi levonno lo romore: Viva lo Comune di Pisa. E Messer Gualtieri preditto sen- tendo lo romore; che era nel Palazzo salì a ca- vallo, e armato con la sua gente uscì fuore, e subitamente li fu dato d'una lancia per lo petto; non li valse arme, e cadde a terra morto, e li altri s'arrendenno: e fue spogliato lo ditto Mes- ser Gualtieri, e trovonnoli in tasca una lettera, mandatali per uno Anziano di Pisa suggellata, e non v'era iscritto lo nome dell'Anziano. La quale lettera contenea, che elli si guardasse ben la notte, e scambiasse le guardie. Elli non la lesse, anzi se la misse in tasca ch'egli giocava a tavole; poi dimenticòe di leggerla. Ed essendo avuta la Terra, e trovata questa lettera, sì fu data al ditto Conte Guido, ed egli la lesse, e feciesene grande maraviglia, e disse fra se stesso: Questa lettera de' esser fatta da alcuno Anziano di Pisa, perocchè questo trattato nol sa se non Iddio, e io insieme con li Anziani Pisani. Raffer- mata la Terra per lo Comune di Pisa, tornossi a Pisa, e fue con li Anziani a parlamento, e disse loro, ch'elli volea mandare una lettera per mano d'uno di loro. Prese un foglio, e disse, che ciascuno scrivesse una riga di loro mano, e di quello, che a me pare, la voglio mandare. Tutti li Anziani scrisseno di loro mano, come ditto avea lo Conte Guido; poi prese lo foglio, e partittesi da loro, e andossene alla sua Cam- bera, e prese la lettera di Messer Gualtieri, e dirizza le lettere col foglio, e trovò una di quel- le righe scritte, che si facea con essa, perocchè a ciascuna riga delli Anziani v'era scritto lo suo nome, e 'l sopranome. Tornò al Palazzo delli Anziani l'altro dì, ed ebbe quello Anziano nel segreto della sua Camera, e disseli tutto lo fat- to della lettera, che elli aveva iscritta a Messer Gualtieri; ed elli lo negava. Allora lo Conte Guido: tu non lo puoi negare, ecco lo soscritto della riga, che scrivesti jeri. Allora non poten- do celare, lo confessò: e 'l ditto Conte Guido li fece tagliare la testa. Ora vedete buoni Pisa- ni, che questi facea contra lo suo Comune. Anco voglio dire di un altro Cittadino di Pisa. Lo ditto Conte Guido, quando elli cavalca- va fuore di notte, segretamente per certi trat- tati fatti per aver delle nostre Castella, e anco cavalcando di die, elli non potea fare più nien- te; perocchè li Fiorentini segretamente davano grossa provigione a uno Cittadino di Pisa; e ogni volta che lo ditto Conte cavalcava, e lo cittadino stava dicontro alla Porta delle Piagge di Pisa, e la casa era molto alta a più di quat- tro solaja, e elli facea alli Fiorentini, e alli Luc- chesi cenno; cioè la notte ponea alla sua came- ra presso alla finestra sua la lucerna accesa. E s'elli uscìa fuore di die, elli stendea un lenzuo- lo alla finestra; e in questo modo li Lucchesi, e li Fiorentini iscambiavano a tutte le Castella le guardie, cioè li Capitani delle loro Castella, e tutti stavano a buona guardia; e a questo modo lo ditto Conte Guido non potea far nien- te. E 'l Conte Guido ebbe due suoi segretissimi famigli, e feceli star fuore della Città di Pisa presso a mezzo miglio; e quando cavalcò fuore di notte, ellino avisando intorno alla Città, et altre due se ne stavano dentro, ellino viddeno uno lume alla finestra, e segnarono l'uscio della casa
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del Cittadino, e dissonlo al Conte Guido. Elli mandò per lui, e esaminollo, elli lo negava, e per paura, quando fue messe alla colla, ogni cosa confessò per ordine, e la provigione, che elli aveva dalli Fiorentini; e fecegli tagliar la testa dallo 'mbusto. Questo fue tanto di bene a Pisa, che elli raggiustò tutte le Terre al Comu- ne di Pisa, e messela in grande e buono stato.

22. Della Pace fatta con Toscana vituperosamente.

Della Pace fatta con Toscana vituperosamente. Nel Mille dugento novantaquattro per lo mutabile di nuovo stato, che hanno li Pisani, e li Cittadini ricchi di Pisa, non volen- do sostenere la buona Signoria del ditto Conte Guido da Monte-feltro, che l'aveano mandato via, si feciono general Pace colli superbi Fio- rentini, et fecionoli liberi da ogni gabella, e promisseno alli Fiorentini di stare a ragione al Borgo a Santa Fiore; e di pagare ciocchè ra- gionevolmente dovesse pagare a chi s'arrichia- masse di loro in comuno, o in diviso, e oltre questo sfeciono il Castello del Pontadera, e lassonno per patto alli Lucchesi le Castella, e ciò che teneano dello Comune di Pisa, che du- rava quasi fine alle mura di verso lo Val di Ser- chio. Così fanno li buoni Pisani Guelfi molto vituperosamente la Pace. Questo Conte Guido di Monte-feltro, il qua- le era Signore di Pisa, come ditto è, e aveva recato Pisa in buono stato, se durato fosse, li nimici arebbono fatto volentieri pace con Pisa in altro modo, che non è fatto, come ditto è. E li ricchi Cittadini vedendosi sospesi dalli affan- ni, e Pisa in buono stato, ellino cercorno con trattati di cacciare lo ditto Conte Guido; e elli di ciò sapendo, si ebbe insieme con lui el Con- siglio stretto, e disse loro: Io ho sentito per fer- mo, che voi mi volete cacciare, e sponermi dalla Signoria; questo è lo merito, che mi volete fare, che io v'abbia tratti di tanti affanni, e racqui- statovi le vostre Castella, che v'avean tolti li Fio- rentini; e ora cercare di cacciarmi cituperosa- mente. Or sappiate, che di questo io ve ne potrei fare caro costare; ma io non sono venuto qui per fare di voi sangue; anzi mi dispuosi di fare di voi, come di miei figliuoli. E però datemi lo mio salario in pace, ed io me ne voglio partire da voi in pace, se a voi piace. Ellino rispuosono: Si- gnor nostro, questo non vogliamo: noi siamo mol- to contenti, che voi ci rimagniate. Et elli ris- puose: cauli riscaldati non sono buoni: io mi sono disposto di partirmi da voi in pace. E così fece. Elli ebbe lo suo salario, e partittesi da' Pisani, e li Pisani poi fecion la pace con Toscana così vituperosamente come ditto è; e 'l ditto Conte Guido si dispuose di lassare a servire lo Mondo, e fessi Frate Minore.

23. Come li Pisani racquistonno di molte Castella.

Come li Pisani racquistonno di molte Castella. Nel ditto anno Pisa racquistò tutta la Ma- remma, e Val d'Era, e la Collina, e lo Contado per gran parte, e assai valorosamen- te si difese per mare, e per terra sicchè ben pareano vigorose persone e valenti, e buoni discepuli, che bene aveano imparato da buono Maestro, cioè dal Conte Guido.

24. Della Tregua fatta con li Genovesi.

Della Tregua fatta con li Genovesi. Nel Mille trecento li Pisani con molto af- fanno d'avere et di persone fecieno trie- gua con li Genovesi per anni ventinove, e
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riebbono delle quindicimila pregioni da mille cat- tivi, che scamparono E perchè in detta pace li Guelfi usciti di Pisa, che non volsono torna- re alli Ghibellini, e li Ghibellini usciti di Toscana pensarono con lo Rè di Ragona di fare occupare la Sardigna, li Pisani disfeciono le loro Terre. Gal- lura tolseno alli Vesconti, perchè non aveano pagato lo Censo al tempo. Lo Giudicato di Callari alli Conti da Donoratico Guelfi; e Mis- ser Tosorato delli Uberti di Firenze lo Judica- to d'Arborea, e Giudice Mariano d'Arborea, giovane venne a Pisa.

25. Delli Bianchi usciti di Firenze …

Delli Bianchi usciti di Firenze. Come li Pisani si volsono dare al Re di Ragona. In Toscana si levarono li Bianchi usciti di Fi- renze, e andonno ad Arezzo; e Pisa man- dòe Tano di Castello con molti Cavalieri ad Arezzo, e disfeciolo. Onde li Toscani con li usciti di Pisa mandorno allo Re di Ragona a pregarlo, tantochè lo ditto Re fece una grande armata, e li Pisani li profersono darli Pisa. Elli mandòe a Pisa due suoi Ambasciadori per rice- vere li Pisani, e la ditta armata mandò contra li Saracini in Granata. Nel Mille trecento dieci vennero li detti Am- basciadori con quelli di Pisa a Santo Pietro a Grado, ed essendo ricevuti a grande onore, Messer Arrigo Settimo Conte di Lusimborgo fue chiamato in concordia Re de' Romani, e ap- provato dalla Chiesa di Roma; e li suoi Am- basciadori, che erano in Corte del Papa, signi- ficorno ciò a Pisa, e vietonno loro, che non si dessino ad alcuno; e comandonno alli Toscani che non offendessino Pisa; e così si partirono li Ambasciadori dello Re di Ragona, e Pisa ri- mase nel suo stato.

26. D'uno buon Cittadino Pisano, …

D'uno buon Cittadino Pisano, che stropiò la Signoria del Re di Ragona. Un buono Cittadino Pisano, lo quale era stato in Castello di Castro grande tempo, sentendo come Pisa si dava al Re di Ragona, si mosse, e messesi per mare, e venne a Pisa; e come fue giunto a Livorna, se ne venne a ca- vallo per terra, e andonne a dirittura al Palaz- zo delli Anziani, e andòe su, e richieso lo Prio- re delli Anziani, e disseli come elli era uno Cit- tadino Pisano, e ch'elli voleva parlamentare con lui, insieme con li Anziani. E lo Priore li rispose, che li piacea. Furono tutti li Anziani col Priore, e con lo ditto Cittadino in parla- mento e lo ditto Cittadino si disse così: Signo- ri, sappiate, che io non sono forestieri, anzi sono Cittadino Pisano, ma io sono stato grande tempo in Sardigna; ed essendo io in Castella di Castro, e sentendo io novelle, le quali a me è grande dis- piacere, se questo è vero. E si dice, che voi vi siete dati allo Re di ragona. Or che credete voi, che lo Re vi difenda per li vostri belli occhi? elli vorrà delli vostri danari, e vorrà che voi sì v'aju- tiate. Voi non pensate, che egli vi voglia metter del suo; anzi ne vorrà cavare. Per l'amor d'Iddio questo non sia. Brigatevi d'ajutarvi voi valente- mente: e per certo chi questo consiglia, non è vero Pisano. Io vorrei vedere lo consiglio, ch'io credo che voi l'avete fatto col Consiglio. Fulli mostra- to; ed elli vedendolo, vide, che la maggior parte del Consiglio non erano veri Pisani, anzi erano nati chi di Pistoja, chi di Firenze, chi di Poggibonzi, chi da San Mignato, chi d'una Terra, chi d'un altra. E lo Cittadino disse: Or
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vedete, questi non sono veri Pisani, anzi sono na- tivi d'altre Terre. Or sappiate, che se Pisa harà mal fatto, ellino torneranno alle loro antichità, che vi hanno le loro case, e le loro possessioni. Ma raunate da capo lo Consiglio, e fate richie- dere quelli vi darò per iscritto, perocchè io conos- co chi e' sono li veri Pisani. E li Anziani così fecieno, e 'l Consiglio si vinse del nò; e lo Cit- tadino disse: Or vedete, che li veri Pisani han- no amore alla sua Città, e ciascuno dee amare libertà. Or vi brigate d'ajutarvi da voi, e non pensate, che altri vogli meglio a voi, che a se. E allotta li Pisani soprastettono, e non si diè, come è ditto, a rieto.

27. Come li Pisani mandonno per lo Conte Federigo …

Come li Pisani mandonno per lo Conte Federigo da Montefeltro figliuolo del ditto Conte Guido. Nel Mille trecento undici li Pisani fecieno venire a Pisa lo Conte Federigo da Mon- tefeltro, e figliuolo del ditto Conte Guido, e fecionlo Signore Generale di Pisa, lo quale fece murare lo Bagno ad acqua, e lo Bagno a Mon- te Pisano, e fece fare lo Prato della Spina. E nel ditto tempo lo ditto Re Messer' Arrigo mandòe nelle parti di Piemonte, di Lombar- dia, e di Genova, e di Pisa, e di Toscana lo Vescovo di Balsa e Messer Luigi di Savoja, e 'l Signore di Durando, e Messer Bastiano Dottor di ragione, e Simone di Filippeda per loro Spenditore, e furono ricevuti in Pisa a grande onore; e lo ditto Messer Luigi fu fatto Senator di Roma.

28. Della venuta dell'Imperadore Arrigo.

Della venuta dell'Imperadore Arrigo. Nel Mille trecento dodici del mese di Giu- gno lo ditto Imperadore Arrigo avendo con molta spesa di Pisa passati li Monti, e asse- diata Brescia, stettevi lungo tempo, e fece Banduccio Buonoconte suo Tesorieri; e avuta Brescia con sei mila cavalieri, venne a Genova, e di Quaresima per mare venne a Pisa, e fue ricevuto a grandissimo onore, e spuose (cioè depose) li Anziani.

29. Come lo ditto Imperadore n'andò a Roma.

Come lo ditto Imperadore n'andò a Roma. Nel Mille trecento tredicilo ditto Impera- dore n'andòe per la via di Maremma al Ponte molla col Cardinale Messer Niccolajo da Prato, che si chiamava Messer d'Ostia, e con un'altro Cardinale Messer Luca da Fiesco, e con uno Guascone. E perchè Messer Janni fra- tello del Re Ruberto avea quine assediate le sue genti, fece molte battaglie, e in Roma fue incoronato lo dì di Santo Pietro in Santo Janni. Stette in quello paese tutta la State. E in quel tempo Pisa perdette sei galere alla Melora, e in Gorgona, le quali mandavano in ajuto del ditto Imperadore, prese da Messer Ranieri Grimaldi Ammiraglio del Re Uberto. E mandonno per terra cinquecento balestrieri, li quali giunseno a lui a Tribori; e poi lo ditto Imperadore avuto da Pisa del mese di Settem- bre di molta moneta, sen' andòe a Todi con li ditti Balestrieri, e guastò tutto lo Contado di Perogia, e andòe ad assedio a Firenze, e co- mandò ch'e' Pisani venissero per terra, e certa parte rimanesse a Oste a Cieratello; e fuvi isconfitta a Cieratello; e puosensi in prima a oste nello Valdarno di Firenze, e poi a San Casciano di Firenze, là dove fue il popolo e
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cavalieri di Pisa molto affannati, e straziati in molti paesi per sua gente, et per quelli di San Mignato. E del mese di Ferrajo lo ditto Imperadore si partì quinde, e tornò a Pisa incoronato. Quine giunse lo Marzo vegnente, e stettevi tutta la State. Nel Mille trecento quattordici lo ditto Impe- radore mandòe lo Maliscalco suo in Versiglia, et Lunigiana, e col Popolo di Pisa preseno per forza Pietra Santa, e Sarezzana, e tutto lo pae- se si rendè loro; e là stettero dì ventiquattro. E poi tornando a Pisa, per li Toscani funno assediati a Moltrone, e ricevettono danno da' Balestrieri.

30. Di Messer Struffa, che sconfisse i Lucchesi a Vicopisano.

Di Messer Struffa, che sconfisse i Lucchesi a Vicopisano. Nel ditto anno popolo e cavalieri, cioè li Lucchesi assagliettono li Pisani a Vicopi- sano, e Messer Struffa Tedesco, ch'era venuto con lo ditto Imperadore, e con poca gente di cavalieri li sconfisse, e fece loro grande dan- naggio.

31. Come lo Re Ruberto fuggitte del Regno.

Come lo Re Ruberto fuggitte del Regno. Nel ditto anno del mese d'Agosto lo Co- mune di Pisa armòe otto Galere, e quat- tro Uscieri a loro spese, e lo Comune di Genova venticinque Galere di Pisani, e lo Re Federigo di Cicilia trenta Galere, le quali andonno nel Regno contra lo Re Ruberto, cioè lo Re Federigo in Calavria, e li Pisani, e li Genovesi a Gaeta per togliergli lo Regno, e 'l ditto Re Ruberto fuggitte.

32. Della morte dell'Imperadore Arrigo.

Della morte dell'Imperadore Arrigo. Nel ditto anno Mille trecento quattordici nel decimo dì d'Agosto lo ditto Impera- dore Arrigo con quattromila cavalieri si partì di Pisa, e andò a San Mignato, e poi a Siena, e fatto guastare, e affuocar Siena, alla fine passòe di questa vita a Buonconvento a dì XXIV d'Agosto. Chi dice che e' morì, che era trop- po caldo, e elli stava casto della persona; e la castità dovevalo aver' infracidato la persona den- tro; e chi dice ch'elli morì per veleno, che li fussi dato di polvere d'erba, che si chiamava Napello, nel corpo di Cristo, essendo comuni- cato per uno Frate di Santo Domenico. E per la via di Maremma ne fue portato lo suo corpo a Suvereto, e quine fue cotto, e messe le sue ossa in una cassa, e a dì due del mese di Settem- bre ne fue recato a Pisa nella Chiesa maggiore, e quine sepellito dirieto all'Altare maggiore; ed evvi fatto una bella sepoltura. E mai tanto duolo e pianto non fue fatto per li Pisani, quan- to si fece allora, perchè aveano speso in lui più di due milioni di fiorini, e non ne aveano fatto prode nessuno, e rimaneano in briga grandissima, e senza moneta. E fatte le ditte esseguie, li Pi- sani richiesono Messer Arrigo di Fiandra Ma- liscalco del ditto Imperadore, e tutti li Caporali della gente dello 'mperadore, che ellino rimanes- sino al loro soldo, e arebbono quella provvisio- ne, che dava loro lo 'mperadore; li quali accet- tonno salvo che sei Conestabili non volseno ri- manere. Branca delli Scolari diè alli Fiorentini Poggibonzi, e cassolli, che si tenea per lo 'mpe- rio; e Messer Simone Filippi rendè per forza a Pisa Serezzana, e Pietrasanta, le quali per
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tradimento funno poi loro tolte, cioè Sarazzana per Messer Franceschino Malespina, e da Messer Currado Marchesi da Villa franca, essendo Po- destà Messer Lemmo Buglia per lo Comune di Pisa uno Sabato sul vespro. El ditto dì XI di Settembre li Pisani presono a soldo Messer Baldovino di Moncorneto, e Mes- ser Ugo da Balsuli, e Messer Giglio di Beglare, e Messer Giovanni Struffa, e Messer Giovanni ….. e Messer Currado di Suania, e Messer Currado Buoche, Messer Baldovino di Mages, Messer Currado di Saluch, e Messer Folco d'In- ghilterra con mille cento cavalieri; e mandonno per ajuto al Re di Buemme nella Magna figli- uolo del ditto Imperadore; ed elli rispose del nò. E fecieno Capitano di guerra Uguccione della Faggiuola, e Podestà, e Capitano di po- polo, lo quale entrò in Pisa a XXII di Settem- bre anni mille trecento quattordici; e dopo l'avenimento del ditto Uguccione Messer Arrigo di Fiandra si proferse di rimanere Capitano della Masnada, e non fue accettato, e partittesi di Pisa molto minacciando. E nel ditto mese con molta fortuna lo Re Fe- derigo di Cicilia pervenne a Pisa, e volse la Signoria con molte promesse, e non li fue dato parlamento con lo ditto Maniscalco, e tornòe in Cicilia.

33. Di Bonturo Dati.

Di Bonturo Dati. Nel ditto mese di Settembre Pisa dimandò pace con Lucca; e essendo Ser Banduccio Buonconte mercante, e Messer Gherardo Fag- giuolo, e Messer Jacopo da Farruglia Giudici, e Dottori, e Ambasciadori, e Cittadini Pisani insieme con quelli di Toscana a Cuosa, per par- te del Comune Di Pisa adimandavano alli Luc- chesi due delle loro Castella, che li aveano tol- to, cioè Asciano, e Buti, che li rendessino loro; e l'altre Castella, e tenute tenessino. E sapete, che d'Asciano avete spesa, e non è utile nessuno. Et Bonturo Dati, lo quale era l'uno delli Am- basciatori, sì rispose, veggiente tutte l'Amba- scerie di Toscana, le quali erano raunate a Cuosa presso a Pisa in Val di Serchio di Pisa: Voi Ambasciadori adimandate Asciano: ora sap- piate, che noi lo tegniamo, perchè le vostre Donne vi si specchino dentro. Allora il detto Banduccio Buonconte, el quale era un gran Cittadino di Pisa, disse alli suoi compagni, che lor piacesse di far questa risposta, e disse: Signori Lucchesi, innanzi otto dì li Pisani vi mostreranno, se le Donne loro hanno specchi; e partinnosi da loro, e tornonno a Pisa. E Uguccione, e li Anziani essendo insieme, dimandonno alli Ambasciadori, come aveano fatto. Rispose Banduccio Buoncon- te: Noi siamo stati ischerniti: e contòe la risposta di Bonturo Dati: e Uguccione con li Anziani se ne feceno grande meraviglia. Or ben sono li Lucchesi montati in grande superbia: questo fan- no per la forza delli Toscani. Allora disse Ban- duccio Buonconte: Uguccione, metti in punto la Misnada, e manda lo bando, che 'l popolo, e' cavalieri sien fuore della Porta dello Parlascio, innanzi che la candela di dodici danari sia spenta, alla pena del piè allo Pedone, e allo Cavaliere l'arme, e lo cavallo. Disse Uguccione: La masnada vorrà danari. E elli rispose: per questo non rimanga, e io ne presto fiorini mille; e molti Cittadini di volontà li prestonno; e pagonno le masnade. E mandato il Bando, popolo e Ca- valieri di loro volontà ciascuno cavalcò fuore, e furon presti al Bagno a Montepisano, raunati
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con loro Capitano, e passarono in su quello di Lucca, e presono di molti pregioni, e di mol- to bestiame, e andorno insino alle Porte della Città di Lucca, e in su lo Prato ficcorno presso a Lucca due colonne, cioè antenne grande con dui specchi grandissimi, come una botte Napo- letana; e puoseno polizze appiccate all'anten- ne, che diceano: Tolle Bonturo Dati, ch'al core m'hai feruto, dì che le nostre donne non hanno specchi, ora te ne mandano. E molti Ba- lestrieri Pisani vi balestrorno dentro nella Città di molti guerrettoni, con polezze diceano: Tè Bonturo Dati, ecco li specchi delle donne Pisane. E vedendo questo li Lucchesi, sapendo la ris- posta di Bonturo Dati, a furore di Popolo li andorno a casa, e se non che elli s'era fuggito in San Romano, egli sarebbe stato tagliato a pezzi. E fatto questo, li Pisani tornorno a Pisa, e stettono otto dì su quello di Lucca senza nessuno contrasto. E sappiate, che quando il detto Bonturo Dati fece quella risposta alli no- stri Ambasciadori, li Lucchesi assaglietteno lo Contado di Pisa in Val d'Era, e fecionvi gran- de danno; e li Lucchesi ricevettono grandissimo danno di uomini et di bestiame, e sì d'arsione nel loro Contado, perocchè la nostra gente scorse per tutto lo loro Contado, e arsono tut- to lo paese di Massa Pisana, e di Santa Maria de' Giudici.

34. Come lo Re Ruberto trattò pace con Toscana.

Come lo Re Ruberto trattò pace con Toscana. Nel ditto anno lo Rè Ruberto mandò a Pisa Frate Giovanni Cinquino delli Pre- dicatori, Messer Niccolajo Tancucci de' Gualandi, lo quale era preso, e lassollo a solle- citare Pisa di pace, e che fusse chiamato di Pisa dicitore, e fue mandato Ser Jacopo Cavalcan- te a lui a trattare. Nel ditto mese di Settembre Uguccione con li predetti cavalieri, e con due quartieri di Pisa andonno a Buti, e presono due Castella delle Torri, che v'erano dentro, e feciono gran- de danno, e stettonvi dieci dì. Nel ditto anno la vigilia di Santo Frediano a dì XVII di Novembre, lo preditto Uguccio- ne col popolo e cavalieri preditti soldati an- donno nella Valle di Compito di Vorno, e di Massa, e misseno a fuoco e fiamma gran parte di Vorno, e lo piano tutto disfecciono con ottanta mulina, e lo Campanile d'Agnano. E andorno poi a Ponte maggiore, e quine preso- no più che dugento persone, e andorno a Gat- tajuola, e a lato a Ponte Tetro, e puosono l'oste, e disfeciono le case di Gattajuola, ec- cetto che la Chiesa. E lo dì di Santo Fredia- no raunata in Lucca tutta la cavalleria di Tos- cana, ordinonno di mettere di molti balestrieri dall'entrare, e cominciorno badalucco a Ponte Tetto, e far vista di fuggire: e così fenno. Venti Tedeschi per Logari passonno loro alle reni, e misseno in fuga li pedoni, e li cavalieri loro, e dienno lo Ponte alli Pisani, e caccionno la gen- te insino all'antiporto di San Piero Maggio- re. E cavonno la Massa di Grandone, e molte figure; e appicconno lo barletto alle mura di Lucca, e in delle Porte giettonno di molte lan- ce, e per paura delle cateratte non v'entronno dentro. In Lucca fue gran battaglia, e ruberia, e molto più sarebbe istata, se li Pisani vi aves- sino le vie. E in su duo' legni, che li Pisani ficcorno alle mura, vi ficcorno quattro gran- dissimi ispecchi, e scrissenovi d'intorno alli spec- chi : o Bonturo Dati, li Lucchesi hai male
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consigliati. E lo ditto Uguccione, fatto ciò, colli Pisani tornòe a Pisa per la troppo forte Verna- ta. Stettono dì otto su lo Contado di Lucca, e fecionovi grandissimo danno. Nel mese di Dicembre nel ditto Anno li uomini di Valdiserchio di Pisa preseno dodici sergenti dello Castello d'Avane, e seppeno da loro, che lo ditto Castello non era fornito più che per due mesi; e con licenza del detto Uguccione li uomini di Valdiserchio fecieno sbarre, e molti fossati intorno a ditto Castello, perchè non fusse fornito; e alla fine Pisa collo suo Capitano v'andòe a dì 6 di Gennajo a oste, e lo settimo dì lo fece combattere, e lo primo giro fue preso, e poi per lo meglio lo lassorno. E a dì diece fece per assedio quattro torri, una nel monte sopra lo Castello, l'altra nella Valle, e l'altra di quà dal Serchio; e fece sul Serchio un Ponte di Piatte, e quine stette trentaquattro giorni a oste con molte piogge, e ghiaccie, e neve. E vennono li ini- mici, e non ebbono ardire di far battaglia al- cuna; e li Pisani alla fine l'ebbono.

35. Come li Pisani cavalcorono su quel di San Mignato.

Come li Pisani cavalcorono su quel di San Mignato. A dì XVI di Ferrajo li Pisani cavalcarono in su lo terreno di San Mignato, e arso- no lo Borgo di Fabro, e più Terre, e fecieno grande danno, e per la troppa pioggia non vi potenno dimorar troppo gran tempo. E a dì XXII di detto mese di Ferrajo Pisa fece cavalcare a Massa di Maremma fino alle mura, e feciono gran danno, e presono Capi- rosso, e isconfissono molti in Campo.

36. Come Pisa fe' pace colli nimici di Toscana.

Come Pisa fe' pace colli nimici di Toscana. Nel Mese di Ferrajo Pisa fece pace, senza saputa d'Uguccione, con lo Re Ruber- to, là ove fue promesso, che nessuno Pisano porterebbe nell'Isola di Cicilia vittova- glia, cioè legno, o ferro, nè quinde cavereb- bono grano, nè darebbono consiglio, nè ajuto, nè favore nè ricettamento ad alcuno suo inimi- co, o ad alcuno ribello; e che ogni volta che lo ditto Rè facesse oste in Cicilia, Pisa li da- rebbe tre mesi cinque galere, o quattro mila fiorini d'oro. E fue bandita a Napoli a dì XXVII di ditto mese. E non si possa usare alcuna ripresaglia contra li Fiorentini; e che li Fiorentini fussono franchi d'ogni gabella in Pisa; e non si possa usare nessuna ripresaglia contra Lucca: e che Lucca concedesse loro le Castella, che teneano delli Pisani, che teneano fussino loro; e con San Mignato li rendessino quello che li Pisani aveano del suo; e che Pisa rimettesse li usciti, e rendessi loro quello avea levato.

37. Come fue tagliata la testa a Banduccio Buonconte.

Come fue tagliata la testa a Banduccio Buonconte. Del mese di Marzo vegnente, tornando li Ambasciadori di Pisa dal ditto Re con la ditta Pace, spiacque forte a molti Pisani per la grande suggezione; e in Consiglio Uguccio- ne fortemente li riprese, dicendo, che li Pisani erano servi; non ricettare, chi piacesse al Re Uberto; e aver francato Firenze, rendendo voi quello avete guadagnato, e non rendendo ellino a voi; e così li Lucchesi. E il ditto Uguccione credette, che in questo fusse trattato di dar
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Pisa al Re Ruberto, e Uguccione fece correr Pisa lo dì seguente con li Tedeschi, e con l'Aquila viva dicendo: Muojano li Guelfi tra- ditori, e li usciti di Toscana; contra li quali Banduccio Buonconte disse nella Piazza di San- ta Crestina di molte parole superbe. Piero suo figliuolo, che era Priore degli Anziani, fece giurare la Masnada in sua mano, che senza vo- lontà delli Anziani non piglierebbono arme. Onde Uguccione cautamente col suo Consiglio mandò per lo ditto Banduccio Buonconte, e Piero suo figliuolo, e sostennegli nel suo Pala- gio, e formò contra di loro inquisizione di tra- dimento contra la verità. E a dì XXIV di Marzo Anni Domini Mille trecento quattordici li fece decapitare in prato, fuore della Porta delle Piagge: di che dalli buoni uomini di Pisa ne fue grande duolo; e da inde a dui giorni el ditto Uguccione raunò in Duomo uno genera- le Consiglio, e disse al popolo di Pisa delli predetti molti mali, cioè di Banduccio, e di Piero, e di molte offese, e molto si proferse al popolo di quello, che elli credea loro com- piacere; e prese lo libero arbitrio, e disfece la tasca delli Anziani; e fecela al modo antico; e non potea esser'Anziano se 'mprima non pro- vasse per molti testimonj, che fusse stato vero Ghibellino.

38. Della Pace fatta con li Lucchesi.

Della Pace fatta con li Lucchesi. Nel ditto Anno del mese di Maggio Pisa fece pace con Lucc, con questi patti, che dessino Asciano, e Viareggio a Pisa, e Cieratello isfatti; e che si facessino parentadi tra l'una Città, e l'altra; e fatti li detti paren- tadi desseno lo Castello di Butri, e quello di Bientina a Pisa; e che li usciti di Pisa tornassi- no a Pisa; e li Ghibellini usciti di Lucca tor- nassino in Lucca; e li loro beni renduti a cias- cheduno. E così lo dì di Santo Marco li usci- ti di Pisa tornonno, e ebbeno uffici e benefici, eccetto che Terre murate; e fue loro dato li loro beni. E tutti li usciti di Lucca tornonno in Lucca, e lo ditto dì posonno in Santo Fre- diano in Lucca; e male fue loro osservate le 'mpromesse. Onde Uguccione richiedesse li Lucchesi, ch'ellino osservassino alli usciti loro Cittadini li patti, e le promesse; e li Lucchesi mandonno a Pisa Ambasciadori, che le pro- messe intendeano per certo modo; e Uguccione ebbe il Cancellieri maggiore di Pisa dicendo lo contrario; e lassolli Uguccione col consiglio maggiore in Pisa nella Sala alla Ringhiera, e partissi di Duomo; e di questo, Uguccione fue molto isdegnato. Laonde contra li Amba- sciadori fue per molti gridato a Lucca, a Luc- ca; e poi non volseno esser intesi li ditti Am- basciadori Lucchesi.

39. D'uno trattato delli usciti di Lucca di darla a Pisa.

D'uno trattato delli usciti di Lucca di darla a Pisa. Nel ditto Anno del mese di Giugno, Uguc- cione parlamentòe con tutti li usciti di Lucca, e con altri Lucchesi indegnati della Signoria delli Obizzi, e funno insieme in S. Ja- copo del Poggio; e intese li loro lamenti, e in secreto trattòe con Castruccio Castracani, che elli andrà, e a tempo movesse romore in Lucca, e sforzasseci, e facesse cenni di soccorso, e elli verrebbe.

40. Come s'ebbe Lucca.


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Come s'ebbe Lucca. A dì XIII di Giugno ditto Castruccio sul tramontar del Sole prese la Torre delle tre Cappelle in Lucca, e incastellolla, e isbar- rossi copertamente; e sommossa coloro, in cui elli si fidava; e nella mezza notte levò grido, dicendo: muojano li traditori, e viva lo popolo. E Uguccione sommosse Valdarno, e lo Pie- monte, e lo Valdiserchio. Lo Giovedì in sulla sera cavalcòe popolo ecavalieri, Guelfi e Ghi- bellini di Pisa, e uscitteno fuora per la porta dello Parlascio, e da Monte Pisano, e da Colle d'Asciano, e passonno Ponte Tetto, e funno presso all'Antiporto di Lucca, e accenati con ammanto venneno nel Prato di San Donato, e misseno fuoco nella Porta, e funno condotti dal Conte Matteo figliuolo del Conte Ugolino, e misseno fuoco nella Porta della Postella di San- to Frediano, e di quella di Santo Giorgio; e quine con iscale, e su per le porte e su per le mura entronno in Lucca lo Venerdì vegnente a dì XIV di Giugno ditto. E fatte le schiere con poca resistenza corseno la Città, e preson- la, e missenola alla ruba. E Castruccio con certi Tedeschi, e con certi Lucchesi cavonno della Sagrestia di Santo Frediano lo Tesoro della Chiesa di Roma, lo quale Papa Chimen- to quine avea fatto recare da Roma, per por- tarlo Oltramonte, e quine riposto. E alla fine Uguccione rifermòe la Città di Lucca a Pisa, e con gaudio magno ritornò con li Pisani in Pisa. Lo Vicario, che v'era in Lucca per lo Re Ruberto, con molti usciti andònno a Firenze, e allo Rè Ruberto a sommuover gente, e fe- cieno loro processo, come appresso si dirà.

41. Come li Pisani feciono 'sfare molte Castella di Lucca.

Come li Pisani feciono 'sfare molte Castella di Lucca. Lo ditto Uguccione nella State ditta prese molte Castella di Lucca, e fece assediare Moltrone, e fece guardar Lucca per Pisa, e fece disfar lo Castello dal Ponte a Serchio, e Avane, e Castello di Castiglione, e di Cuosa, e d'Asciano; e misse per Podestà in Lucca Francesco suo figliuolo, lo quale vi si portò male, in tanto che un suo Vicario scrisse a Messer Mercato Vicario di Uguccione: ponti a cura, che tutta la Corte intende alla caccia; sono li Pisani in far guardie molto affannati: fie loro leggieri la morte. E poi Uguccione fece disfare molte Castella di Lucca, cioè Cotone, Aguila, Farigiano, e Castel Passerino. Procu- rante dello sfacimento delle Castella fue Messer Jacopo Faggiuolo.

42. Come funno sconfitti li Fiorentini a Monte Catini.

Come funno sconfitti li Fiorentini a Monte Catini. Nel Mille trecento quindici del mese di Agosto, sollecitato lo Re Ruberto dalli usciti di Lucca, e dalli Fiorentini, e dalli Guelfi di Toscana, mandò a Firenze lo Principe, cioè Messer Piero Tempesta suo fra- tello, e Messer Carlo Principe suo nipote, e valente giovane, e figliuolo di ditto Principe, e con molta gente gagliarda e forte per fornire lo Castello di Monte Catino, lo quale Uguc- cione con la sua masnada, e col Popolo di Pisa aveva assediato. E Uguccione di ciò sapendo si apparecchiò con sua possa, e fue benedetto
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per mano dell'Arcivescovo Oddo di Pisa; lo dì di Santo Lorenzo lo Carroccio; e col popolo e cavalieri di Pisa a Santo Pietro in Campo v'andò. E quine appresso lo dì seguente ne venne lo Principe con tutta gente, che parea un tranu- golo. E sappiate, che li Fiorentini richiesono tutta la parte Guelfa di Toscana; et essendo giunta la ditta gente stetteno più dì a becco a becco, in fine a Lunedì, che si celebrò la festa di Santo Giovanni dicollato; e in quello dì vol- seno passare la Nievola e lo Ponte con sua gen- te, e molto ischierata in su la ditta acqua. Li Balestrieri, che erano oltramontani, di Pisa pin- seno loro addosso incontra, e ebbono nel pri- mo assalto li Pisani la peggiore, e fuvi morto Messer Giovanni Giacotto di Firenze, e Fran- cesco figliuolo di Uguccione ditto della parte delli Pisani, e alla fine per molti colpi di bale- stra a un'ora caddeno li gialdonieri, e fue sconfitto lo Principe con quattro mila cavalieri, li quali furono tra presi, e morti du' mila secen- to uomini da cavallo, e diecenove migliaja di pedoni; e Messer Piero Tempesta annegòe nello Padule della Giusciana; Misser Carlo vi fue morto, e 'n su lo suo corpo si fece Cavalieri lo Conte Ranieri da Donoratico, lo cui Padre avea fatto dicapitare insieme con Curradino in Na- poli lo Re Carlo contra l'usanza di guerra. E di vero questa vettoria non fue opera umana, ma da Dio data con poco, o quasi nullo danno di Pisa. E funno menati a Pisa di molti prigio- ni, fra li quali trentaquattro funno li Caporali, e fue preso Monte Catino dalli Pisani, e 'l det- to Uguccione tornòe a Pisa col dolore della morte del suo figlio.

43. Della venuta dello 'mperadore Arrigo …

Della venuta dello 'mperadore Arrigo, e della presura di Lucca, e vettoria di Monte Catino replicata; tratta da un altro Libro. Errigo Settimo Imperadore di Lusumborgo, questi fue della Magna, e fue incoronato, come ditto è, in Santo Janni Laterano in Roma per quattro Cardinali, li quali li mandòe Papa Chimento di Guascogna, stando lo ditto Papa in Avignone. Li quali Cardinali istettono tutti alle spese del ditto Imperadore. Questi venne povero di moneta, e ebbe a suo comandamen- to tutta la Lombardia, in meno di duoi mesi, e poi si ribellòe Asti incontinente, e Cremona, e Brescia; sicchè elli cavalcòe a Cremona e dis- fece la maggior parte delle fortezze sue, e gua- stolla quasi tutta. Poi cavalcòe a Brescia, e stettevi a oste ben quattro mesi, e dìe sei, ed ebbela a suo comandamento, e disfece le mura, e spianò li fossi. Quine morìe Messer Vallerano fratello del ditto Imperadore di uno quadrello, e morivvi gran parte delli suoi cavalieri. Poscia se ne venne a Genova, e da Genova se ne ven- ne per mare, a Pisa; e quando sen'andò a Ro- ma per pigliar la Corona, andò per Maremma; perciocchè li Toscani li erano contrarj con lo Re Ruberto. Sicchè lo Re Ruberto mandò Mes- ser Giovanni suo fratello a Roma con trecento Cavalieri per contradirli la Corona, insieme con li Orsini, e con li Toscani; e afforzarsi in Castello Sant'Agnolo e a Santo Pietro, che elli non si potette incoronare in Santo Pietro, ma incoronossi in Santo Janni Laterano per li ditti Cardinali. Poi tornò da Viterbo, e da Todi, e tenne su per lo terreno di Perugia, guastan- dolo, e rubandolo tutto; e venne ad Arezzo, e da Arezzo su lo terreno di Firenze, e prese
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Monte Varchi, e 'l Castel San Giovanni, e la 'ncisa, e sconfissevi li Fiorentini, che v'erano venuti a contradirli lo passo. E poi se ne ven- ne a San Salvi lungo le mura di Firenze, e qui- ne stette con ottocento cavalieri, e con ottocen- to pedoni quarantaquattro dì. Avendo in Fi- renze quattro mila cavalieri, e quaranta mi- gliaia di pedoni, non ardirono uscir fuore a combattere con lui. Poi si partì, e andonne ad Ema, e quine stette due dì, e venneno li Fio- rentini sul Monte di Santa Margherita sopra l'oste, e funnovi sconfitti. Poco danno vi rice- vettono, perchè erano presso alla Terra. Poi sen'andò a San Casciano presso a Firenze a quattro miglia, e quine stette da dui mesi e mezzo; e poi se n'andò a Poggibonzi, e stet- tevi du' mesi, e ripuose Poggibonzi, e puoselo in sul Monte, e puoseli nome Monte Imperiale. E poi venne a Pisa, e stette da cinque mesi, e condannòe lo Re Ruberto nella testa. E poi si partì di Pisa per andare a combattere con lo Re Ruberto in Puglia; ed essendo su lo terreno di Siena, ardendolo e guastandolo tutto, fu a Buonconvento presso a Siena a dodici miglia; e del mese d'Agosto morì di veleno, siccome si disse; e dielelo Frate Bernardino da Monte- pulciano dell'Ordine di Santo Domenico. Chi dice, che non fu vero, ma molte presunzioni diede di sè, perciocchè elli non venne col cor- po suo, quando fue recato a Pisa, essendo elli suo Confessore, e poi non apparve nelle Terre delli Pisani. Morto lo ditto Imperadore, li Pisani riten- neno della sua gente a soldo da settecento uo- mini da cavallo, per la paura che aveano delli Guelfi di Toscana, li quali li minacciavano di cavalcarli in sul loro terreno; sicchè per la te- menza di coloro non li cavalcorno. Ma li Pisa- ni con questa gente incominciorono a cavalcare li Lucchesi, e li Sanmignatesi, che erano nella Lega delli Guelfi; intantochè li Lucchesi rice- vettono grande dannaggio del Contado loro, li quali insino alle Porte di Lucca funno arsi. E questo dì, che s'andò alle Porte, funno i Luc- chesi isconfitti a Ponte Tetto, e funnone il dì morti e presi assai; ed erano con li Lucchesi li Sanesi, e li Fiorentini, e Pratesi, e Pistolesi. Sicchè vedendo li Lucchesi, che ellino non era- no ajutati bene dalla compagnia Guelfa di Tos- cana, e non potendo resistere contra li Pisani, avendo già perduto dalla parte di ver Pisa San- ta Maria di Giudici, e Vorno, e Compito, e tutto insino alle mura da quel lato, sì fecieno pace con li Pisani, e rimesseno li usciti Ghibel- lini in Lucca; e li Pisani rimesseno li usciti Guel- fi di Pisa, con patti che a ciascuno fussino ren- duti li loro beni. Poi li Lucchesi sendo scon- fortati e biasimati dalli Fiorentini, e dall'altra compagnia di Toscana, della ditta Pace funno pentiti, e pensarono di rompere la Pace in que- sto modo: che non rendeano li beni alli usciti loro, li quali erano tornati, nè rimetteano in casa loro quelli di Corvinaja, et da Vallecchio, nè quelli di Ficecchio. Onde Uguccione, il quale era Podestà, e Capitano di guerra di Pisa, che fu fatto, quando li Pisani preseno a soldo la gente dell'Imperadore, ed elli con la detta gente, e con li Pisani avea fatto queste batta- glie e conquisto, ordinò che li tornati di Luc- ca levassono romore nella Città, e secretamente alcuni fanti appiè mandò loro: sicchè levarono lo romore in Lucca, e combattendosi dentro, essendoli tornati pochissimi, raunaronsi a crte Fortezze; e tenendosi, li Pisani cavalcorno
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Popolo e cavalieri con fuoco e ferro, e presero la Città, iscalando le mura, e le porte da tre lati; e ciò fue lo Venerdì a dì XIV di Giugno Anni Domini, Mille trecento quindici. Incon- tanente tutte le Castella di Lucca si rendenno, fuor che Ficecchio, e Santa Maria a Monte, e Santa Croce, e Castel-franco, e Monte Carvo- li, e Topoli, e Monte Falcone, e Moltrone. E a Moltrone si pose l'oste per li Pisani, e stet- tenvi dì ……, e poi si rendette alli Pisani; E poi si ribellòe Monte Catini a posta delli Fio- rentini; e preseno lo Podestà, che v'era per li Lucchesi, e missonvi un'altro; e li Pisani con li Lucchesi vi funno immantinente a oste, e stet- tonvi ……, e lassoronvi li battifolli d'intor- no, sicchè non vi poea entrare, nè uscire qua- si vivanda.

44. Come funno isconfitti li Fiorentini a Monte Catini.

Come funno isconfitti li Fiorentini a Monte Catini. Et essendo l'assedio a Monte Catini per li Pi- sani, sì mandòno li Fiorentini alla Compa- gnia di Toscana; e per Messer Piero fratello dello ditto Re Ruberto, il quale venne in Fi- renze con quattro mila cavalieri; nè perciò si lasciò l'assedio di Monte Catini; e durante l'asse- dio sì andorno li Pisani, e li Lucchesi a oste a San Miniato, e stettonvi vintiotto dì, e ebbono la Torre a San Romano, e Stibio a patti, e Montalto, che lassaron per paura; e presono a Ceuli per battaglia li Borghi, e poi si rendette il Castello di sopra. E poi se ne vennono a Monte Calvuli, e guastarnolo tutto d'intorno, e 'ncominciossi a dar la battaglia. Allora per paura s'arrendettono, e diedono la Terra alli Pisani. In questo mezzo mandò la compagnia di Tos- cana, e fece venire il Prince figliuolo dello Re Carlo di Napoli con settecento cinquanta cava- lieri per intendimento di fornire Monte Catini. Li Pisani sentendo questo, fecion fare uno Car- roccio, che mai più non ebbono ; e come il Prince venne a Ficecchio per fornire Monte Ca- tini, così tosto li Pisani funno col Carroccio a Santo Piero in campo, e quine puosono campo, e feciono spianare tutta la campagna verso Fi- cecchio; e quando il Prince fue giunto a Ficec- chio, li Pisani, e li Lucchesi credendo che'l Prince venisse a combattere con loro, sì asset- taro le loro schiere, quale dovesse esser la pri- ma, quale la seconda, e quale la terza, e chi dovesse rimanere alla guardia dello Carroccio. Quine fue posto lo quartieri di Chinzica. Allora non venne il Prince, anzi tenne la via del Monte verso Monte Sommano. Allora Uguccione con la sua gente, Pisani, e Lucchesi, e Ghibellini usciti di Toscana. Sì mossono il campo, e an- donno a piè Monte Catini in luogo che si chia- ma la Camajana; e questo fue il Sabato a dì 13 d'Agosto, e lo Martedì venne il Prince con la sua gente, la quale s'avisava quattromila cava- lieri, e da diecimila Gialdonieri, e altro popo- lo infinito più di quaranta migliaja, e puosono lor campo appiè di Monte Sommano, e quine stetteno ellino appiè di Monte Sommano; e Uguccione con la sua gente appiè di Monte Catini infino al Giovedì a dì XXVIII d'Agosto, che non fue in mezzo, se non la Nievole una picciola acquarella, che niuna oste ardìa vali- carla per andare all'altra; e non fue dì, nè not- te, che ciascuna parte non fusse armata, e ischie- rata da tre in quattro volte, sempre avendovi badalucchi grandi insieme. Lo Venerdì mattina
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lo Prince con la sua oste levarono il campo, e vennono verso Buggiano, per torre il passo alli Pisani, imperciocchè le sei miglia di Lucca erano già tutte ribellate, e assaliano tutto dì, sicchè 'l mercato non potea venire nel Campo delli Pisani, se non con grande scorta. Sicchè Uguccione vedendo andare verso il passo li ni- mici, incontanente fece levare il suo Campo, e con le schiere fatte se ne venne verso il passo: e nel partire fece metter fuoco ne' battifolli. Allora l'una parte e l'altra, chi meglio potea, a schiere fatte andonno verso lo passo, che era all'oste rimpetto a Buggiano: e infine quine avea il Prince fatto spianare, sicchè li Pisani funno in prima sul passo, et entrarono sulla spianata delli nimici, e quelle funno sei bandie- re d'Oltramontani, e li Italiani, che erano for- se .. cavalieri. E li feridori del Prince, che erano forse dugento cinquanta cavalieri, erano già alla bocca della spianata. Sicchè quelli delli Pisani percossono a loro, e rupponli, e caccionli insino alla schiera del Prince, che era la prima schiera secondo li feridori, e erano mille quat- trocento cavalieri. Allora le sei bandiere delli Pisani, cioè li detti feridori, se ne partiro le tre bandiere, e andonno verso la salmaria del Prince. Allora la schiera del Prince percosso per costa alle tre bandiere, che erano rimase e ruppeli, sicchè rincularono indietro più che mezza balestrata; e feciono testa, e fermaronsi. Allora si misseno quattro bandiere oltramontane, e accostaronsi con le tre, che erano rinculate in dietro, e li balestrieri Pisani forse cinquecento …… e ferrarono fra li gialdonieri del Prin- ce, sicchè per le quadrella, che li punseno, la- scionno cadere le gialde. Allora li cavalieri, cioè le sette bandiere, che erano da secento, o meno, andarono alla schiera del prince, e rup- perli; ma veramente già erano rotte l'altre loro schiere, Bolognesi, e Perugini. Quine fue mor- to il figliuolo del Prince, e Messer Piero suo fratello, e molta altra sua gente ben diecimila, e li presi più che mille cinquecento, quelli che vennono in forza delli Pisani; e gli altri, che funno presi nelle contrade, che furno i fuggiti e riveduti, si pregiarno bene altrettanti. L'oste delli Pisani, e delli Lucchesi con li Ghibellini di Toscana erano da du' mila. E in questa oste con li Pisani sì fue Spinetto delli Marchesi Ma- lespini con cinquanta cavalieri, e mille pedoni; e fuvi d'Arezzo Agnolo di Messer Guglielmino de' Pazzi, e Saccone d'Intarlati con cento qua- ranta cavalieri gentiluomini; e con loro venne Ranieri figlio di Uguccione della Faggiuola, che mandò per lui il Padre. E fue alla batta- glia con du' suoi figliuoli, delli quali l'uno fue morto alla ditta battaglia, cioè Francesco, che era Podestà di Lucca, e morìo nella volta, che feciono li feridori delli Pisani; e morìvi allora dodici buoni uomini della gente d'Uguccione, siccome fue lo detto Francesco, e Messer Gio- vanni, Giacotto cavalier novello fatto nell'oste di Firenze, il quale avea la 'nsegna Reale, il quale sì profetò, che quine li fue data, e posta in mano, sì la prese, e baciolla, e disse: ben vegna la morte mia. E sappiate, che della gente delli nimici fue sì grande l'esercito, che ditto Messer Giovanni non potendo iscampare, abbracciò stretta la detta Insegna, acciocchè ella non cadesse; e sofferendo li colpi durissimi, che li erano dati, nondimeno la 'nsegna sempre istet- te ritta: e rinculando fermati ch'elli funno, co- me ditto è, però lo trovorono morto stando fer- mo sul cavallo. E fuvi morto il Conte
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Caponsacchi di Firenze, e Ghigo de' Cipriani di Fi- renze, e Stefano nipote del Cardinale da Prato, e da sei Oltramontani gentiluomini. In questa battaglia ebbe grande onore Spinetto Marchese, e castruccio delli Interminelli da Lucca, lo qua- le venne nell'oste con quaranta cavalieri, e con mille pedoni di Serezzana, e delle contrada, e Agnolo di Messer Guglielmino, e Ugulinuccio da Buschi. La ditta battaglia di Monte Catini fue in Ve- nerdì a XXIX d'Agosto, Anni Domini Mille trecento quindici, e in quel die fue la festa del Beato Santo Giovanni Batsta, come in quel dì fue dicollato per comandamento dello Re He- rode. In quella battaglia funno morti della Cit- tà di Firenze sette uomini del casato de' Rossi, e uno preso, che fue Messer Giovanni del Bot- taccio. E' morti funno questi, Messer Oroldo di Messer Giacopo, Stoldo di Mino …… Nel Mese di Gennajo, nell'anno preditto, cavalcòe Uguccione ditto con li Pisani a Ficec- chio, che li fue promesso di dare, e non vi fece nulla, che non li fu potuto osservare.

45. Della cacciata d'Uguccione

Della cacciata d'Uguccione. Nel Mille trecento diciassette, essendo Ca- struccio Castracani a Massa del Marchese, avea fatto uccidere trenta uomini, che lo doveano uccidere, come elli dicea. Onde Uguccione cavalcòe a Lucca, e fecelo pigliare, e incarcerare con intenzione di farlo dicapitare; e il Sabato Santo a dì X d'Aprile certi Nobili e Populani grassi, e altri Cittadini di Pisa, che falli aveano fatti, temendo la pena, e da ventisette Cittadini di Pisa feceno a uno Aglieri al Poggio tra loro un trattato di cacciare Uguc- cione della Signoria.Essendo ito a Lucca, co- me è detto, tennono questo modo: che ellino ebbono uno Toro molto bravo, e in ditta bri- gata sì v'era alcuno Tavernaro; e mettendo in Pisa il detto Toro, sì lo legorono alla Porta di Santo Marco in Chinzica; e quando furono in punto la ditta brigata armati con l'arme of- fendevoli e difendevole, copertamente, e con la Mantella indosso, isciolsono lo ditto Toro, e andando per la ditta carraja di santo Martino, gridando: al Toro, al Toro; e la gente traggea; e quando viddero, che la gente era molto trat- ta, sì cavorono fuore le spade nude, e grida- rono: Viva il Popolo, e muoja Uguccione. In- tanto la gente trasse armata, e andonno al Pa- laggio d'Uguccione, e fecion alli suoi Ufficiali crudel danno, e corsono la Terra per loro, e andaronsi alla Porta dello Parlascio, e quine vi si combattette per spazio di più d'un' ora; la qual porta si tenea per lo ditto Uguccione. E Messer Mariano da Capova, che era Capitano della Masnada in Pisa con ottocento cavalieri, si mettea in punto per voler ajutare Uguccio- ne; fulli detto per certi Pisani: che volete fare? volete voi mettere Pisa, e li Pisani in disfazione, e alla ruba? Tanto li dissono: voi siete Pisano come noi: or volete voi consentir questo? Allora disse: io non mi impaccierò, e istarommi; e fece far fermare la Masnada, e lassò fare al Popolo di Pisa sua volontà. E combattendo la ditta Porta dello Parlascio, alla fine l'ebbono, e preseno la Città per loro, e fecion giurare la Masnada in mano delli Anziani; e questo fue ditto dì X Aprile anni Domini Mille trecento diciassette il Sabato Santo, quando sonavano le Campane in su lo mezzo dì, come era usanza, et è. E la novella venne a Lucca al ditto
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Uguccione, essendo elli a tavola, avendo innanzi una Lampreda; e mangiando li disse il Messaggio, come li Pisani hanno corso la Terra per loro, e disseno: Viva lo Popolo, e muoja Uguccione. Allora Uguccione subito si levò da tavola mol- to furioso, e montò a cavallo con la sua gente per soccorrer Pisa; ed essendo elli al Monte a San Giuliano, li venne l'altro Messo dicendo, che li Pisani tutti hanno preso la Terra, e la Porta, e tutto; e rotta tutta la sua gente. E elli vedendo, che non potea soccorrerla, tor- nòe indietro a Lucca, che la tenea lo suo fi- gliuolo; ma uscito fuor di prigione Castruccio, prese la Signoria di Lucca, e Uguccione an- donne in Lombardia a Messer Cane, lassato Pi- sa, e Lucca, e ogni suo fatto. E finì li suoi giorni in Vicenza.

46. Della Pace fatta con lo Re Ruberto, e con Toscani.

Della Pace fatta con lo Re Ruberto, e con Toscani. Nel ditto anno Messer Franceschino della Mirandola di Modana fue Podestà di Pi- sa, e lo Conte Gherardo, fue fatto Capitano della Masnada di Pisa, e Capitano di Popolo generale. E a dì XX d'Agosto si fece pace collo Re Ruberto; e per l'anima delli suoi morti si fece lo Spedale della Pace a lato a San Giorgio in Ponte; La qual Chiesa feciono fare li Tedeschi. E sì è delle spoglie di Lucca, e di Monte Catino, e dotato ogni mese ha dal Comune di Pisa lo ditto Spedale fiorini cin- quanta. E a dì … di Settembre si fece la pace con Siena, e poi con Fiorenza, e con tutta Tosca- na, e funno fatti confinati in Pisa. E se Messer Franceschino avesse creduto alli Pisani, e' sa- rebbe stato molto male di far morire molti Cit- tadini. Nel Mille trecento diciotto Messer Nuccio di Messer Giovanni d'Asculi fue Podestà di Pisa un'anno, nel cui tempo lo Re Ruberto con molto Navilio passò per mare a Genova, e fulli data dalli Guelfi di Genova la Terra; e Castruccio trattò d'aver Pisa.

47. Della morte di certi Cittadini de' Lanfranchi.

Della morte di certi Cittadini de' Lanfranchi. Nel Mille trecento venti Avito d'Angiolo fue Podestà di Pisa chiamato. E Uguc- cione trattò di tornare a Pisa con alcuni de' Lanfranchi; onde quelli, che cacciorno il ditto Uguccione, corsero Pisa a furore, e la Vigilia di San Piero ucciseno parecchi delli Lan- franchi, cioè Messer Gano Chicculo, e Messer Guido del Pellajo, e Messer Jacopo Piovano di Savoglione, e Puccio suo Nipote de' Lanfran- chi, e tutti a furor di Populo furno morti; e fue lo Conte Gaddo chiamato Gonfaloniere di Giustizia. E 'l ditto Avito Podestà di Pisa ve- dendo non poter far la giustizia si partì com- piuto l'Uffizio suo; e Maciellaro succedette dopo lui.

48. Della morte del Conte Gaddo.

Della morte del Conte Gaddo. Nel Mille trecento ventuno Sacio dal Bor- go fu fatto Podestà di Pisa, e moritte lo Conte Gaddo di subito lo mese di Maggio, e succedette a lui lo Conte Ranieri da Donoratico in Pisa in suo luogo.

49. D'una gran tempesta, e segni.


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D'una gran tempesta, e e segni. Nel Mille trecento ventidua, Dalmonte della Casa fue Podestà di Pisa, e nel suo tempo annegò una Galea di Pisa in su li pali di Porto Pisano per fortuna di mare; e fue a dì XIII di Ferrajo; e furno tremuoti grandissimi; e cadde l'Immagine della Vergine Maria, la quale era di marmo di sopra la Por- ta maggiore di Duomo; e molti segni apparin- no di fortuna di venti, e di ruina grandissima. Ogni uomo di Pisa dicea: per certo questi son grandi segni, Iddio ci ajuti.

50. Del trattato di Sardigna.

Del trattato di Sardigna. Nel Mille trecento ventitrè Currado da Roccacontrada fue Podestà di Pisa; e arse lo Ponte nuovo di Pisa. E a dì XXV di Gennajo furno ribanditi li sbanditi di Pisa, e sì Castruccio, e chi non avea stato in Pisa, trat- tòe collo Re di Ragona, e co' Giudici d'Arbo- rea di tollere la Sardigna a Pisa; e l'Arcivesco- vo Oddo fue molto avversario di Pisa; e più Cittadini furno cacciati e morti.

51. Come li Pisani perdettono quasi tutta la Sardigna.

Come li Pisani perdettono quasi tutta la Sardigna. Nel Mille trecento ventiquattro, essendo Podestà di Pisa Messer Ughetto Giudice d'Arborea; traditte Pisa, e fe' uccidere molti Pisani, che erano iti al suo soldo; e fece montare Messer' Anfuso figliuolo del Re di Ra- gona su la Sardigna, e assediare Villa di Chie- sa, e farvi di molti mali in Sardigna; e ogni al- tro tradimento usando; e in quello anno pre- ditto …… Isimbaldo dal Borgo. E fenno li Pisani grande sforzo in Sardigna, e colse loro male; e a dì VIII di Ferrajo Villa di Chiesa fue presa per fame dalli Catalani, e venne lo Re Ruberto a Livorna, credendo esser Signor di Pisa.

52. Come li Pisani fenno pace collo Re di Ragona.

Come li Pisani fenno pace collo Re di Ragona. Nel Mille trecento venticinque avendo Pisa ricevuto grandi danni in Sardigna, fece pace col Re di Ragona, e diè tutto ciò che vi tenea, eccetto Grippi, e Tragenda, che ricognobbe in censo da lui, e Castello di Ca- stro, che rimase impendente.

53. Lo Castello di Castro si diè al Re di Ragona …

Lo Castello di Castro si diè al Re di Ragona, e funno sconfitti li Fiorentini. Nel Mille trecento ventisette, essendo Po- destà di Pisa Messer Niccola da Perugia, Messer Ramondo Capitano di Guerra di Firenze assalitte Castruccio a Lucca, cioè a Al- topascio con molta gente. E 'l ditto Castruccio con Messer' Azzo da Milano, e alcuni Pisani sbanditi a dì XXIV quine dove li fiorentini furno isconfitti, e a dì XIII di Dicembre mor- se lo Conte Ranieri da Donoratico, e fue dato lo Castello di Castro al Re di Ragona.

54. Di Lodovico di Baviera.

Di Lodovico di Baviera. Nel ditto anno Pisa da ogni parte ebbe gran duolo. Lo Duca figliuolo del Re Ruberto fu fatto Signore di Firenze. E
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Messer Giovanni Gaitano Cardinale passò a Pisa Legato di Papa Giovanni; e lo die di Befania Messer Lodovico di Baviera Duca già eletto con Federico Duca di Sterlich in discordia Re de' Romani, subito venne a Trenta con qua- rantasei uomini a cavallo per concordar lo Du- ca di Chiarentana, e Messer Cane della Scala; e fatto concordia quine parlamentòe insieme col ditto Messer Cane, e col marchese di Fer- rada, e con Messer Passarino da Mantova, con Messer Galeazzo Vesconte di Milano, e con tutti li Tiranni di Lombardia, e con li Amba- sciadori di Castruccio Interminelli di Lucca, e col Vescovo d'Arezzo tre volte; e alla fine si dispuose di passare in Italia, e funnoli fatte grandi impromesse da ciascuno.

55. Come Lodovico Imperadore venne in Italia.

Come Lodovico Imperadore venne in Italia. Nel Mille trecento ventiotto lo ditto Lodo- vico intròe in Melano, e fece Messer Ga- leazzo Rettore, e perchè non li diè cento cinquanta migliaja di fiorini, lui, et li fratelli, e li figliuoli con tutta sua gente fece pigliare, e mettere in prigione, e fece altro Signore.

56. Lo ditto Lodovico assediò Pisa.

Lo ditto Lodovico assediò Pisa. Nel ditto anno ad istanza di Castruccio, e di molti malvagi Pisani, lo ditto Lodo- vico venne a Pisa a dì VI di Settembre, e prese li Ambasciadori, che li funno mandati da Pisa, e assediò Pisa da ogni lato d'intorno, e tennela trentaquattro dì assediata; e a dì XI di Ottobre entrò in Pisa a patti; e male li os- servòe, e cavòe più di sette cento migliaja di fiorini tra più volte di pisa; e Castruccio ebbe Sarezzana da Messer Giovanni di Cambio. Nel ditto anno fu tolto l'Arcivescovo dall' Arcivescovo Simone de' Saltarelli a Messer Ghe- rardo delli Orlandi di Pisa Vescovo di …… e nel mese di Dicembre Castruccio con molta gente n'andò a Roma col ditto Lodovico, e quine fue fatto Castruccio Senatore per lo Po- pulo di Roma, e elli per l'autorità del Populo, lo ditto Lodovico ricevè la Corona dello 'mpe- rio dal ditto Vescovo …… in Santo Pietro di Roma, e quine rimase.

57. Come Castruccio corse Pisa.

Come Castruccio corse Pisa. A Castruccio fu tolta da i Fiorentini Pistoja a tradimento, che se gli era data; ed elli andò allo 'mperadore Lodovico, il quale era in Roma, e disseli: Santa Corona, datemi licen- za di ritornare in Toscana, perocchè i' ho avuto novelle rie, che Pistoia s'è ribellata, e data alli Fiorentini; e se io non ritorno, li Fiorentini con- quisteranno tanto, che voi non potrete tornare verso là. Ed ebbe la licenza, ed elli in qua- rantotto ore tornòe a Pisa del mese di Ferrajo, e tolse Pisa al Vicario del ditto Lodovico, e corsela per sè, e puose l'oste a Pistoja con la forza delli Pisani, ed ebbela, e non combattette con li Toscani Guelfi. Ma li Fiorentini, quan- do era l'oste a Pistoja, corsero su lo terreno di Pisa, e arsono gran parte dello Valdarno di Pisa. Questo faceano, perchè li Pisani si partis- sino dall'assedio di Pistoia; e Castruccio non li lassò partire, sinchè ebbe la ditta Terra.

58. Della morte di Castruccio.


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Della morte di Castruccio. Nel Mille trecento ventinove del mese di Agosto Castruccio tornòe in Pisa fatto Cavaliere, e Duca di Lucca, e prese l'offerta di Santa Maria avuta per la Festa sua; e molto lo Populo se ne dolse; e male ne li colse a Castruccio, che avendo li Pisani colte di molte belle persiche di Terzanaja, il ditto Castruccio ne mangiò molte; onde elli n'andòe a Lucca malato, e il ditto mese morì, e li bagli de' suoi figliuoli corseno Pisa in parte, e rubonno, e arseno in alcuno luogo in Pisa; cioè a chi contradiva loro feciono grande danno. Allora fue arsa, e rubata quasi tutta la Carraja di San- ta Cicilia, che uno Cittadino della ditta Car- raja correndosi la Città, e insieme con loro al- quanti Cittadini, li quali teneano con Castruc- cio dicendo: Viva Castruccio: lo ditto Cittadi- no essendo con li suoi vicini armato gridòe: a' Serragli, a' Serragli; e asserragliarono li can- toni della Carraja, e quine si combattette per ispazio d'una sesta ora, e alla fine funno rotti li Serragli, e con fuochi mettendo alle case, e a ruba tutti furono sconfitti e rotti; e dicesi, che 'l ditto Castruccio fussi avvelenato nelle dit- te persiche, che elli mangiò a Pisa. Nel ditto anno Messer Lodovico con sua gen- te tornò a Pisa, e presela; e poi prese Lucca, e molte novità vi fece di diverse Signorie; e male trattò li figliuoli del ditto Castruccio, di- cendo, che lo Padre loro tenne trattato colli suoi. E del mese di Gennajo il ditto Pietro con sei Cardinali da lui fatti, venne a Pisa, e occupò l'Arcivescovado, e fevvi molte novelle, essendo Vicario per lo Duca di Baviera Messer Interlato d'Arezzo. Quanta moneta fu posta, e gravezze funno fatte alla Chericia di Pisa, e alli Laici, nollo potrei contare; però voi che leggete, pen- satelo.

59. Della partenza del ditto Lodovico.

Della partenza del ditto Lodovico. Nel Mille trecento trenta del mese d'Aprile lo ditto Lodovico, perciocchè della biada non c'era, e non ci avea più che mangiare, che valse lo stajo del grano in Pisa lire sei; sì si par- titte, e andonne a Lucca, e quine misse fuoco, e poi si partitte, e andonne in Lombardia, e fece niente; e poi sen'andòe nella Magna, e lassò la Toscana in grandi travagli.

60. Della cacciata di Messer Interlato.

Della cacciata di Messer Interlato. Nel ditto anno l'Antipapa accumiatato di Pisa, si nascose appo 'l Conte Fazio, e stette nascoso uno anno, e mesi tre, e dì dui. E lo dì Santo Ranieri Pisano fue cacciato dal Conte Fazio, e dalli suoi Messer Interlato d'Arez- zo, il quale era in Pisa Vicario per lo 'mpera- dore; e andonne alcuno delli Lanfranchi; e 'l ditto Conte Fazio fue fatto Capitano della Mas- nada, e Capitano generale di Pisa; e fue poi Pisa reconciliata con la Chiesa di Roma, e pa- cificata con lo Re Ruberto, e con tutta Tosca- na nel ditto anno. E sappiate, che lo ditto Con- te Fazio con li suoi seguaci inteseno pure a bene comune, e della Città, e d'avanzare in bene della ditta Città; e fue Podestà di Pisa Messer Arrigo delli Ermini da Perugia. Questo Messer Interlato; lo quale era in Pisa Vicario, come ditto è, a suo prego, e con quelli che reggeano Pisa, si rimisseno dentro li usciti
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Cittadini di Pisa, co' quali avea avuto lo ditto Mes- ser Interlato grande dimestichezza con loro in Arezzo, quando ellino furno cacciati. E perchè elli aveva amore a Pisa, perchè elli era grande Ghibellino, sì facea loro grande onore in Arez- zo, innanzi che elli fussi Vicario in Pisa; e per questa cagione il ditto Messer Interlato trattòe di rimetterli in Pisa, e di racconciliarli insieme, e così fece. E quelli ricevette male merito, che ellino furono quelli, che ordinonno di cacciar lui; e di quelli, che 'n prima reggeano, alquanti ne furno cacciati con lui.

61. Quando si fece lo Ponte a Mare.

Quando si fece lo Ponte a Mare. Nell'anno Mille trecento trentuno, et 1332 fue Podestà di Pisa Messer Arrigo Dando- lo da Venegia; e venne a Lucca lo Re di Buem- me, e fecesi lo Ponte a Mare, e la Chiesa di Santo Ranieri in capo del ditto Ponte.

62. Come s'ebbe Massa di Maremma.

Come s'ebbe Massa di Maremma. Nel Mille trecento trentatrè fue Podestà di Pisa Niccola da Perogia, e si commisse grande discordia per San Paolo a Capo d'Arno; e Massa di Maremma si rendette al Comune di Pisa; ed ebbono li Pisani con Siena gran briga.

63. Come si diè Massa alli Sanesi.

Come si diè Massa alli Sanesi. Nel Mille trecento trentaquattro, e 1335 fue Podestà di Pisa Boccaccio Conte di Pe- trajo, nel cui tempo durò la Guerra con Siena per lo fatto di Massa di Maremma, e funno mol- te traversie in Maremma. E cavalcando li Pisani Monte Ritondo furno sconfitti dalli Sanesi, e preso Messer Dino della Rocca Capitano di Guer- ra; e di comandamento del Papa si misse in mano del Vescovo di Firenze, lo quale con grande tradimento lo diè a Siena.

64. Come si perdè Sarezzana, e poi s'ebbe.

Come si perdè Sarezzana, e poi s'ebbe. Nel Mille trecento trentacinque del mese di Dicembre lo Comune di Pisa perdette Sa- rezzana per tradimento, et ebbela Messer Spi- netto Marchese, lo quale la tenne anni sette, e mesi cinque; e poi la rendette al Comune di Pisa per pace a dì tre di Maggio. E male ne prese a Macciarello di Francesco da Sarezzana, che a posta delli suoi vicini Messer Niccolajo de' Gualandi lo fece collare, e tormentar di diversi tormenti.

65. Come cadde la Torre di Taverna.

Nel Mille trecento trentasei un Sabato sull' ora presso alla Nona, lo dì della festa di Santo Vito a dì XV di Giugno, per pioggia e fortuna di vento cadde una Torre in Taverna di Pisa, chiamata la Torre del Ferro, che era 'n capo di Borgame allato alla Piazza de' Priori. Sotto la qual Torre morinno più che cinquanta persone fra femine, e maschi, grandi, e piccoli; e sarebbevi morta troppa più gente, ma per la piova, che era, quando cadde, non vi si tro- vonno più persone. Che se la pioggia non fussi stata, e' sarebbe stato troppo maggior danno; perocchè la ditta Torre aperse da tre lati, e quanto ella era in bruttato, si steseno le pietre, e sparsenosi; per la qual cosa ogni persona di Pisa molto ne spaventorno, dicendo: questo è un grande segno.

66. Della cacciata di Messer Benedetto Maccarone.


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Della cacciata di Messer Benedetto Maccarone. Nel ditto anno Mille trecento trentasei, un Sabato sul Vespro, la vigilia di Santo Martino, cioè a dì dieci di Novembre; essendo in Pisa due parti e sette fra li Cittadini, su la sala del Popolo di Pisa richiesti al Consiglio per far certi fatti di Pisa, e avendo dimolte parole insieme non buone, perocchè la Parte di Messer Benedetto Maccarone voleano deponere Ser Mi- chele dell'Ante, che non voleano che fosse più Cancelliere; e la parte del Conte Fazio si vo- lea che elli fusse raffermo: e questo faceano per abbassare et deponere lo ditto Conte Fazio con li suoi. E per questo venendo insieme, come ditto è, a parole, un Cittadino, il quale aveva nome Piero della Sondada da Vico misse mano al coltello per voler' uccider lo ditto Cancellie- re delli Anziani; per la qual cosa li uomini, che erano nel Consiglio, si partittono, e levon- no lo romore, dicendo: Viva lo Populo: per la Città, perocchè l'Arciprete de' Maccaroni con più Cherici di Duomo, e Misser Benedetto, e Messer Cieo de' Maccaroni, con più de' Gua- landi, e Messer Rinieri Gualterotto con molti Lanfranchi, e Messer Arrigo Gadduli con più de' Gaitani, e Messer Francesco, e Messer Gio- vanni Gallo con più de' Casalei, e Upezzinghi, e certi dei Sesmondi, e Buonconti con molti altri Popolani publicamente contra lo Conte Fazio, e contra lo Cancelliere delli Anziani, e suoi amici, aveano fatto setta e trattato con Messer Piero de' Rossi da Parma Vicario di Luc- ca, di prendere, e di rubare Pisa, e ardere e cacciare tutti loro nimici, cioè lo Conte Fazio con li suoi; e questo dovea esser la notte di poi. E levato lo romore, molti Cittadini pre- seno a difender lo Conte Fazio, e con la sua Parte venne su la Piazza delli Anziani; e lo ditto Messer Benedetto con la sua Parte volsono entrare su la Piazza; trovonno le catene tirate, e non potettono entrare, che fu loro contrad- detta l'entrata. Allora tenneno per la via di Santo Sisto per montare in su la Piazza delli Anziani preditta, e non potenno per le ditte catene, e perchè v'era chi contastava, e vi si lanciavan di molte lance, e di molte pietre; e anco vi si saettavano di molti guerrettoni con le balestra. E facendo queste cose, lo ditto Mis- ser Benedetto, e l'Arciprete, andonno parte di loro gente alla pregione, e rupponola, e ca- vonnone tutti li pregioni, che dentro v'erano. E fatto questo andonno alla Cancelleria, e ar- sono tutti li Libri delli sbanditi, e delli Male- fizj. E fatto questo essendo notte scura, e ve- dendo ch'ellino non poteano vincere la Piaz- za delli Anziani, ne montarvi suso, lo sorascrit- to Arciprete e Messer Benedetto, e Messer Cieo avendo mandato a Lucca al ditto Messer Piero per soccorso, lo quale dovea venire l'altro dì, si deliberorno d'andare alla Porta delle Piagge, e tenerla infino a tanto che lo soccorso venisse da Lucca. E partittenosi, e andonno alla ditta Porta, e con iscure la stropporno, e ruppono, e 'nserraglioronsi tutti intorno con forti serragli. Allora lo buon Conte Fazio con li suoi amici, e con li buoni Cittadini e Popolani, sentendo questa così fatta cosa, e come aveano mandato per soccorso a Lucca, e veggiendo lo trattato: feciono sonare la campana grossa delli Anziani, e dienno a disentire per la Città, come Messer Piero Rosso con Masnada, e con li Lucchesi
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veniano per vendicarsi, e per rubar Pisa a fu- ria. Di che ogni uomo trasse per difender lo ditto Conte Fazio, e anco di quelli della Parte del ditto Messer Beneditto si partìano, e tenea- no dal Conte Fazio, e per paura di non esser rubati dalli Lucchesi, tutti si missono a difen- der lo ditto Conte Fazio, e per liberar Pisa da servitude. E essendo giunti al Ponte della spi- na, quine fue la battaglia grande dell'una par- te, e l'altra, di lancie, e di guerrettoni, e di pietre. Molti ve ne furno morti, e feriti; e avendo così combattuto a questi serragli, e non potendo rompere, misseno fuoco alli ditti ser- ragli, e in alcuna casa. E non potendo più du- rare quelli di Messer Benedetto, si partitteno e andonnosene sconfitti e rotti fuore della Città di Pisa; e questo fu un poco di pollo per uno. Sonò innanzi la Squilla, e andonnosene verso Asciano, e giunti su per le serre d'Asciano, trovorno li Lucchesi e il detto Messer Piero, i quali veniano per loro soccorrere. Il buon Con- te Fazio con la sua parte rimasono vittoriosi; e liberonno Pisa di mano delli Gentiluomini, e delli Lucchesi nostri nimici, e ajutolli Iddio, e Messer Santo Martino. Fatto questo, lo ditto Conte Fazio fu fatto Capitano della Guardia di Pisa, lo quale perdonò a ogni bandito, e fece tornare da confine ogni uscito di Pisa, e tornonno in Pisa più di du' mila Cittadini, e feciono altri confinati e ribelli, della Parte del ditto Messer Benedetto.

67. Quando si fece la Chiesa di San Bernabè.

Quando si fece la Chiesa di San Bernabè. Nel Mille trecento trentasette si fece la Chie- sa di Santo Bernabè di sotto alla Carraja delli Bottai, rimpetto alla Porta Calcesana, la quale era in prima a piè del Ponte della Spi- na; e racconciossi le mura del piè del Ponte della Spina, e Fortezza, e puosevisi guardie su la Fortezza. Nel Mille trecento trentotto Currado da Rocca Contrada fue Podestà di Pisa, e lo Con- te Fazio per ben guardare la Città fece fare molti edifizi, e fece accrescere la Piazza delli Anziani. E lo Re Ruberto andò a oste in Ci- cilia con gente, e poco vi fece, e fecesi lo pel- legrinaggio dello Spedale nuovo. Nel Mille trecento trentanove venne lo Stu- dio in Pisa, e fue da molti Cittadini lodato, ma non per la Chiesa di Roma; e Papa Bene- detto riservò a se molte picciole Chiese di Pisa. Nel detto anno Messer Mastino della Scala diede alli Fiorentini a dì VIII di Ferrajo per pace Buggiano, Pescia, et Altopascio; e alquan- to Pisa stette in riposo. E l'anno 1340 segue- te si fece la Piazza del grano in Pisa.

68. Della morte del Conte Fazio.

Della morte del Conte Fazio. Nel Mille trecento quarantuno, essendo sta- to gran caro di grano l'anno dinanzi, che s'era fatta la Piazza del grano, e fue gran- dissima fame; di che l'Anno Mille trecento Qua- rantuno sì fue grande mortalità di giovani. Nella quale mortalità a dì 22 di Dicembre morì lo ditto Conte Fazio; nella cui morte ne menòe Pisa grande duolo, e quasi tutta Tosca- na; e ciascuno lo pianse come se fusse stato suo padre, o suo figliuolo. E doveane ben piange- re e dolere bene ogni persona, che al parere d'ognuno, egli ebbe ogni bontà senza alcuna macula, cioè al Reggimento di Pisa; perocchè
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tutto lo tempo, che elli fu Signore, a nessuno Cittadino era fatto in Comuno nessuna ingiuria; e ogni uomo potea far bene, chi volea, senza aver paura di niuno Cittadino, o di niuno Si- gnore di Pisa. Elli si facea benvolere a ogni persona, e ciascuno era benveduto da lui, come se elli fussi stato suo figliuolo, non come Signo- re, ma come se fusse Padre di ciascuno. E non solamente alli suoi Pisani, ma sì alli forestieri e a tutti li Toscani si brigava di compiacere, e servire; e gran pace e concordia ebbe con tut- ti li suoi vicini di tutta Toscana. E di molta moneta avanzò lo Comune di Pisa, infin che durò la sua Signoria. E 'l ditto dì lo corpo suo fu sopellito a grande onore nella Chiesa delli Frati Minori in Santo Francesco in Pisa; e lo Conte Ranieri giovane suo figliuolo, di tempo d'anni undici, rimase, e fue constituto Signore nella ditta Signoria di suo Padre. E Tinuccio della Rocca, il quale fue buono Balio, e leale del ditto Conte Fazio, rimase Balio del suo figliuolo. E li Cittadini incomincioro a far grande la Signoria del ditto Conte Ranie- ri, e ogni ben fare, e a onorare, e dar parte a ogni buon Cittadino, e far quello, che fusse bene, e pace, e riposo di tutti Cittadini di Pisa, e de' suoi seguaci e amici.

69. Come Pisa pose oste a Lucca.

Come Pisa pose oste a Lucca. Nel Mille trecento quarantadue li superbi Fiorentini e ribelli dello 'mperio di Roma, volendo tutta Toscana suggiogare, e guerreg- giare, e maggiormente a Pisa, sì feciono trat- tato e ragionamento con Messer Mastino della Scala di comprare Lucca, e compronnola. Ma innanzi che fusse fatto lo mercato, volendo os- servare con certo colore di romper pace con Pisa; perocchè nella Pace sì era, che li Fioren- tini non si doveano impacciar di Lucca alcuna cosa: che feciono li superbi Fiorentini? Man- donno a Pisa Ambasciatori a dimandare certi patti, che sarebbono stati sconvenevoli, s'ellino avessino auti tutti li Pisani in prigione, tanto erano sconvenevoli. E perchè le ditte dimande funno loro dinegate, sì fecieno grande minaccie di poner le serre alle porte di Pis. E questo faceano, perchè a loro parea esser nella Signoria di Lucca, e andavano cercando modo di volere avere tenzone e guerra con Pisa. E li Pisani sentendo, che li Fiorentini trattavano di com- prar Lucca dal ditto Messer Mastino, e già era fatta la compra, consideronno li Pisani, che la compra di Lucca potea tornare in troppo danno a Pisa, e gran pericolo; e più volte li Pisani ebbeno consiglio tra loro; e una volta tra l'altre feceno general Consiglio al Duomo, cioè nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, e essendo raunati li Anziani col Popolo di Pisa, e col Comune nella detta Chiesa al Consulo di questo fatto di Lucca, si levò suso lo Priore delli Anziani, e disse: Signori, la cagione, che noi siamo raunati quì al Consiglio, si è questa: che li Fiorentini hanno comprato Lucca, e Pisa li fie donata; e fannoci grande minacciare, dicen- do, che ci poneranno le serre in su le Porte; e che ellino avuto Pisa disfaranno li tre quartieri di Pisa, e Chinzica terranno, e farannone una Fiorenzuola; e noi tutti ruberanno, e uccideran- noci, e molti grandi minacci fanno. E però con- sigliate sopra questo, quello vi par di fare. Levossi a consigliare un Cittadino di Pisa, Giudice, e Dottore, chiamato Messer Giovanni
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Benigno, ed era Procuratore, e Advocato delli Fiorentini, e aveva ogni anno di provigione fiorini cinquecento d'oro; e disse così: Signori, voi sapete, come li Fiorentini sono possenti e gran- di, e perchè abbino comprato Lucca; e noi ci bri- ghiamo di afforzare la nostra Città, e le nostre tenute e Fortezze, e di stare in pace con esso loro, lo meglio, che noi possiamo, e far vista di non curarci di Lucca. Per noi non fa di pigliar guer- ra, perchè ellino sono più possenti di noi, e voi sapete, che tutta Toscana tiene con loro, e gran parte della Lombardia, e sie lo Re Ruberto di Napoli; e però consiglio, che questo si faccia; e scese del Perbio, e puosesi a sedere. Un altro si levò, e disse: Signori, lo ditto Messer Giovanni mi piace, e ha detto molto bene e saviamente: così raffermo, e dico, che così si vada innanzi; e puosesi a sedere. Levossi un' altro Cittadino chiamato Gianni Buonconti, uno ardito, e buono uomo, e buo- no Cittadino di Popolo; e disse: Signori, noi siamo quì raunati per consigliar lo bene, e lo sta- to, e la grandezza di tutti noi, e della nostra Città, e salvo la reverenzia del ditto di Messer Giovanni, che ha ditto, che li Fiorentini sono grandi e possenti, e che noi diciamo di non cura- re della compra hanno fattodi Lucca, e che noi non pigliamo guerra con li Fiorentini, io dico così, che li Fiorentini hanno comprato Lucca, e dicieno, che Pisa li fie donata, e minaccianci, come avete udito; e però io dico lo contrario, che noi pigliamo la Guerra valentemente con li Fio- rentini superbi, e mettiamo avere e persona; e se questo non basta, fino alle nostre Donne, se fa di bisogno di pigliar l'arme, e pognisi l'oste intorno alla Città di Lucca valentemente. Noi abbiamo ragione; Iddio ci ajuterà, e sarà con esso noi; e la superbia delli malvagi Fiorentini sempre ci sono iti con vizj, e con inganni; a Iddio piacerà, che si abbassi, e vada in fondo. E ditto, che ebbe, si puose a sedere. Allora si vinse in Consiglio di pigliar la Guer- ra con li Fiorentini superbi, acciò non avessin la loro intenzione di Lucca; e a questo con- tastare tutti profersono di mettere avere e per- sona, e che questo potranno fare, perocchè Luc- ca dall'Imperadore Arrigo per sua ribella era stata condannata; e considerando, che li Pisani hanno Previlegi dal ditto Imperadore, che quel- lo, che de' suoi ribelli conquistano con la spa- da, sia loro. Sicchè li Pisani mandonno per li figliuoli di Castruccio, e con pochi cavalieri co- mincionno con li loro amici a far novità, e guerra in Garfagnana. E nel ditto anno del mese di Luglio li Fiorentini compronno Lucca dal ditto Messer Mastino della Scala cento cin- quanta migliaja di Fiorini d'oro. E quando li Fiorentini ebbono comprato Lucca, disse Mes- ser Mastino: Lucca vi vendo, e Pisa vi dono. E poi grandi minacci li Fiorentini superbi diceano: che con Lucca Pisa piglieranno, e lasserannovi solamente lo Quartiere di Chinzica, e tutti gli altri disfaranno; e Chinzica chiameranno Fio- renzuola. E considerando li buoni Pisani li gran- di minacci, e la mala intenzione deli Fiorenti- ni, lo mese di Luglio anno preditto lo dì della festa del Beato Santo Jacopo Apostolo, cioè a XXV cavalieri, pedoni, e balestrieri Pisani ca- valconno in su lo terreno di Lucca, e prima giunsono a Santo Martino in colle, e per certo modo li Pisani ebbono lo Verruglio, e la sua Rocca; e poi per la Porta di pace stettono cin- quecento balestrieri di Pisa, con cavalieri, e pedoni Cittadini di Pisa, delli quali fue
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Capitano Aroletto da Regonato Capitano di Popolo di Pisa; e a suo consiglio certi buoni Cittadini di Pisa, Populani, e Gentiluomini, e certi fo- restieri e savj uomini di Guerra per forza pre- seno Ponte San Piero, lo quale era afforzato di Bertesche, e di fossi, e guadagnonnovi pregio- ni e cavalli assai. E poi ne venneno a Ponte Tetto, e similmente per forza, e per battaglia lo preseno: e poi combattenno Porcari, e nol potenno avere per battaglia, anzi stetteno quine alcuno giorno, e per patti si rendetteno alli Pi- sani. E avute queste Fortezze, puosono campo intorno a Lucca dalla Porta di Borghicciuolo. E in questo tempo li Pisani feciono compagnia e Lega con Messer Luchino Vesconte di Mela- no, e con Messer Simone Boccanera Dogie di Genova, e procuronno d'avere al ditto assedio molti pedoni e cavalieri. E a dì due di settembre seguente li Fioren- tini rompendo Pace con li Pisani, essendo li Pi- sani a oste intorno a Lucca, per sovvenirli, e levarli dalla ditta oste con loro cavalieri e pe- doni cavalconno al Ponte ad Era, e venneno nel Borgo di Cascina, e poi andorno ad Ap- piano, e arsono, e rubarono molte case delle ditte contrade; e molto danno vi fenno, e ven' arebbono fatto maggiore; ma le grande piove, che venneno, li impacciorno, di chè convenìa per la grande Aquazione, e per lo male stallo si partissino, e ritornonnone a Firenze. E ritor- nati richieseno tutti li loro amici; e molti cava- lieri mandò loro Messer Mastino della Scala, e 'l Signore di Bologna, e tutta Toscana, ed ebbo- no grandissima gente di cavalieri, e di pedoni in loro ajuto. E in breve tempo raunnono più di tremila cinquecento cavalieri, e pedoni in grande quantità senza metter numero; delli qua- li fue loro Capitano Messer Matteo da Brescia, e Messer Guglielmo del Fogliano. Con questi cavalieri e pedoni venneno a Grignano, e puo- senoso a San Piero a Vico. E li Pisani sentendo lo raunamento delli cavalieri e pedoni, che aveano fatto li Fiorentini, e come aveano ri- chiesto tutti li loro amici, e tutta Parte Guelfa di Toscana, e di Lombardia, sì banditteno lo loro soldo. Molti cavalieri di diverse parti ven- neno a soldo a Pisa, e mandonno a Messer Lu- chino di Melano, il quale credendosi guadagna- re d'esser Signore di Pisa, mandò in ajuto a' Pisani al soldo di Pisa ben mille cavalieri, delli quali fue Capitano Messer Giovanni da Uleggio Vesconte, e nipote del detto Messer Luchino. E giunti all'antiporto del Parlascio, lo buono provedimento delli Pisani non li lassò entrare in Pisa, dicendo loro, che la battaglia era di fuo- re, e che piacesse loro di cavalcare presti; e a ogni Conestabile fu dato, come giugnea, fiorini cento d'oro, acciocchè eglino cavalcassino nella ditta oste. E da Genova venneno dugento cin- quanta Balestrieri in ajuto a Pisa, e molti fanti a piè. Li Pisani soldonno molti Contadini dello Contado di Pisa, e mandonno nella ditta oste, e puoseno tre Campi, lo primo, che incomin- ciava da Ponte Tetto, si chiamava lo Campo del Duca, cioè li figliuoli di Messer Castruccio; lo secondo lo Capitano della guerra; lo terzo lo Campo delli Melanesi. E duravano questi tre campi dal ditto Ponte Tetto insino al Serchio in contra lo Monte Sanquilico; e 'l ditto Monte afforzonno li Pisani di fossi e di bertesche, e facendo ben guardare. E a' detti tre campi di- nanzi ad essi feron li Pisani due fossi grandissimi, con isteccati, e fortezze, cioè bertesche e spia- nate. La notte e lo dì si faceano grandissime
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guardie per non essere assagliti da' Lucchesi. E per certo in Toscana non fu mai una oste tanto bene ordinata, quanto fue quella delli Pisani. Del mese di Settembre anno soprascritto certi Fiorentini, stadichi del Comune di Firenze, con loro Compagna di notte venneno per certe vie, e entronno nella Città di Lucca, a i quali lo Vicario di Messer Mastino della Scala, che si chiamava lo Frignano, si consegnò, e diè loro per carta la possessione della Città, e dello Ca- stello di Lucca: e nondimeno li Pisani stetton fermi al ditto assedio. E essendo così assediata, et essendo l'oste delli Fiorentini a Gragnano, feceno vista di voler calarsi giù: per la qual cosa li Pisani feceno fare grande spianata delle vie per combattere con loro valentemente.

70. Come furno sconfitti li Fiorentini.

Come furno sconfitti li Fiorentini. A Dì due di Ottobre anno preditto Mille trecento quarantadue, lo Martedì mattina sul levar del Sole, l'oste delli Fiorentini si calò giù, dove era per li Pisani fatta la spianata, non credendo, che li Pisani aspettassino, a i quali li Pisani, vedendoli venire, valorosamente s'armonno, e andonno verso loro, e parte ne rimasono a guardar li Campi, perchè li Luc- chesi non vi mettessino fuoco. E dato lo nome per li Pisani Santo Giorgio Cavaliere, lo Capi- tano dell'oste delli Fiorentini, il quale aveva nome Messer Jacopo Gabrielli da Gobbio, fece un drappello, e tornossi un poco in dirieto, alli quali li Pisani forte sgridonno; e poi li Pisani si ritornonno al Campo loro a disarmare, e questo fecieno a grande malizia. E dopo questo, stan- do un poco, all'ora della Terza ecco la ditta oste delli Fiorentini venir giù da capo, e li Pi- sani andonno loro incontra valorosamente col nome dato di San Giorgio; e come arringonno l'una parte con l'altra, nel primo assalto li Pisa- ni funno incalciati di una gittata e mezzo di pietra, e fortemente la battaglia si facea l'uno con l'altro. Quine si gettavano lance, guerret- toni, e pietre, e stavan forte combattendo l'una parte e l'altra. Eccoti uscire della Città di Luc- ca lo Capitano di Messer Mastino della Scala, chiamato lo Frignano, con cavalieri e con pe- doni assai, li quali dirieto percossono alli Pisa- ni, e venneno con una ensegna d'Aquila nera con li piè rossi. Allora la battaglia fu grandis- sima, e molti pregioni. La gente delli Pisani co- minciò a menare di quelli delli Fiorentini, e li pedoni di Pisa incomincionno a dar per li fianchi di molte lance alli cavalli della gen- te delli Fiorentini; e po li Fiorentini inco- mincionno a perdere di molte ensegne, e uomini molti s'arrendeano pregioni; e quasi un'ora delli cavalli delli Fiorentini ne cad- deno morti ben presso a du' mila. E alla fine combattendo così insieme, alli Pisani rimase lo Campo, e durò la battaglia da presso a Terza sino a Vespro; e li Pisani rimaseno vittoriosi della ditta battaglia, e li Fiorentini superbi isconfitti, e messi in fuga. E molti Caporali ri- maseno prigioni; e li loro Capitani della Guer- ra, e di molti Fiorentini Cittadini e Gentiluo- mini, e di Siena, e di Perogia e Lombardi as- sai, e Oltramontani s'arrenderono alla fede. E rimasen prigione lo Frignano, e lo Conte di Tena; e altri grandi gentiluomini rimasono morti nella ditta battaglia; e Messer' Interlato delli Interlati da Pietramala, che era con li Fiorentini, si fuggitte in Lucca, lo quale poi, e con volontà delli Pisani si mucciò di Lucca, e venne a Pisa. E voglio, che voi sappiate,
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che se li Anziani non avessino avuto a guardar lo Campo, che era intorno a Lucca; arebbono seguito la gente delli Fiorentini, e n'arebbono assai più morti e presi. Messer Giovanni da Uleggio Vesconte ne fue menato preso in Firen- ze. Li prigoni delli Fiorentini alcuni in bara ne vennero feriti, e furno menati con gli altri prigioni; e di molti Caporali con le loro Ense- gne a ritroso stracciandole entronno nella Città di Pisa. E li Pisani venneno armati, e con l'uli- vo in capo, e con grande festa e allegrezza; e molti altri Pisani con parte della loro Masnada rimaseno intorno a Lucca a guardia del Cam- po. E delli ditti prigioni ne funno messi alcuni nella prigione del Comune a San Sisto, e altri di non troppo grande affare, che funno gran- dissima quantità, funno messi nella Torre de' Famigliati in Via Santa Maria. E la sera li Pi- sani uomini e donne feciono grande festa della vittoria avuta con gran luminarie e falòe; e di molta cera s'arse nella Città, e tutte le Campa- ne della Città suononno a Dio laudamo. E anco si sarebbe fatto maggior festa, se non fos- se, che lo ditto Messer Giovanni Vesconte di Milano rimase prigione a Fiorenza: la qual cosa fu fattura di Dio per iscampo delli Pisani, che quando lo ditto Messer Giovanni percosse alla battaglia, che fu de' primi feridori, elli si portò molto bene; et essendo elli preso, lo Capitano della Guerra delli Fiorentini lo man- dò subitamente a Fiorenza, accompagnato con cinquecento cavalieri delli loro, credendo elli- no essere al tutto vincitori della battaglia, quando li Pisani rinculorno a rieto; e questo fu la loro struzione, grazia a Iddio, e alla sua Madre Madonna Santa Maria, la quale è sem- pre Avvocata delli Pisani. E veramente se ne potea far gran festa e allegrezza, che con du' mila cinquecento cavalieri, e con meno pedoni di loro, e con poco danno di morte sconfisseno ben cinque mila cavalieri, senza quelli, che andonno col ditto Messer Giovanni Vesconte. E li cavalieri Pisani, cioè la Masnada, feciono bottino di ciò, che avevano guadagnato, che fu grandissima quantità di cavalli, e d'armadu- re, e di prigioni, e grande salmeria di some; e poi da Pisa ebbono paga doppia, e le mende de' loro cavalli: per la qual cosa molti danari convenne che li Pisani pagassino. E con tutto questo niente più s'acquistò, se non che li Pi- sani si brigonno di mantenere lo ditto assedio di Lucca, e di fornirlo continuamente di ciò, che bisognava, che quasi ogni dì quelli di Lucca cavalieri, e pedoni faceano di molti ba- dalucchi insieme con la gente delli Pisani; e spesse volte li Pisani correano sino su le fossa di Lucca; per la qual cosa ne rimaneano pregio- ni, feriti, e morti dell'una parte e dell'altra, ma più della parte de' Lucchesi; in tanto che ellino non ardirono d'uscir fuora. E dopo que- ste cose lo Re Ruberto mandò Ambasciadori a Pisa, ch'essi dovessino levare l'assedio di Luc- ca, cioè per li patti della pace, che era tra loro, perocchè Lucca è sua, quando Uguccio- ne della Faggiola se la tolse, e che non fanno bene d'impacciarsene, che elli adimanderà la pena. E li Pisani risposono, che Lucca era di Pisa per la condannagione Imperiale, e prote- sto di carte feciono una parte all'altra. E li Pisani intesero valentemente a fornire, e affor- zare lo ditto assedio; e per queste parole e mi- nacce dello Re Ruberto non lassonno li Pisani a mantenere la 'mpresa per aver Lucca, e non temettono niente per le sue minacce. Questo
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era fattura delli superbi Fiorentini, e poco val- se loro; e li Pisani buoni sempre usonno lo sen- no. Con la loro malizia elli credettono, che li Pisani si partissino da oste per paura del Re: di ciò rimasono ingannati. E sappiate, che alla ditta battaglia dalla par- te delli Pisani vi fue generalmente della Città di Pisa du' mila Balestrieri Pisani; e delli quat- tro quartieri di Pisa vi funno due quartieri, cioè lo quartiere di Ponte, e di fuori Porta; e fuvvi tutte le cerne del Contado e distretto di Pisa, ed i loro amici, e benevoglienti usciti Ghibellini di Lucca cinquecento buoni cavalie- ri, e altri soldati, come ditto è.Quando lo Capitano della Guerra de' Pisani fece le schiere ordinatamente per combattere con la gente delli Fiorentini, avea messo lo popolo di Pisa da una parte da lato al Serchio, di che Messer Francesco Castracani, che era delli quattro l'uno de' maggiori dell'oste, e Messer Dino della Rocca Pisano l'altro, e l'altro Messer Ciupo delli Scolari, insieme con lo ditto Capitano del- la Guerra, disse: questo popolo di Pisa non sta ben quì, perocchè li nimici li metteranno a petto di cavallo, e mandralli al fiume, e per forza converrà sieno morti la maggior parte, o anne- gati, e per questo noi potremmo essere isconfitti. Allora li feccieno partire, e posensi dall'altra parte di verso il Monte. Allora lo Capitano dell'oste delli Fiorentini vedendo questo, se ne sgomentò forte, dicendo: noi siamo perdenti, perchè il popolo di Pisa è in luogo, che ci farà troppo danno; e così avvenne loro, come ditto è. E sappiate, che lo ditto assedio delli Pisani, e la ditta oste fue la più nobile, che mai s'udis- se dire fra noi, che vi erano fatte per nome tutte le Carraja, e vie di Pisa; e era dovizioso di pane e vino, ed ogni cosa da vivere vi si vendea, et eravi tutti li mistieri come in una Città. E lo Campo della parte delli Fiorentini durava intorno a Lucca verso Firenze per lun- ghezza più di due miglia, e per larghezza più di venti pertiche, tutto afforzato con bertesche, e steccati presso a Lucca due balestrate. E stet- tonvi a oste ben'undici mesi, e dopo la batta- glia vi stettono li Pisani presso a nove mesi; e spesse volte da Pisa le Donne mandavano a i loro mariti delli maccaroni, e altre vivande per esser da Pisa a Lucca solo nove miglia. Nel ditto anno del mese di novembre dopo la battaglia, tenendo li Pisani assediata Lucca, cavalconno su lo terreno e Contado di Firenze, e quine stetteno più di giorni venti ardendo, guastando, e rubando ciò che trovavano; e Borghi, e molte altre case arseno, e preseno Varna, e arsenlo tutto, e mennone di molti prigioni, e bestiami, e ritornonno nell'oste a Lucca; e intesesi a fare fossi con ispicciati, e bertesche, e dalla parte di Pisa vi fecieno di buoni battifolli con fossi, acciocchè niuno possi intrare nel Campo, nè in Lucca, nè uscire che elli non sia preso. Nel ditto anno Mille trecento quarantadue, avendo li Pisani ricevuto Messer'Interlato d'A- rezzo, quando mucciò di Lucca, avendo elli ribellato a Firenze tutto lo Contado d'Arezzo, ed essendo morto Papa Benedetto, a prego e petizione delli Fiorentini venneno in Toscana due Cardinali per metter pace tra Pisa e Fio- renza; li quali Cardinali mandonno a Pisa lo Vescovo di Lucca, et lo Vescovo di Quiesa per far pace o triegua tra le ditte parti. L'una parte li mandò all'altra, e non fenno niente:
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per la qual cosa li ditti Cardinali si ritornonno a Corte. Li Pisani ebbono senno alla loro mal- vagia malizia, credendo ellino con la pace o triegua lo Campo delli Pisani si leverà; e noi aremo nostra intenzione di Lucca. E dopo queste cose li Pisani chiamonno, e feciono Capitano di Guerra Ugulinuccio da Baschi, il quale per li tanti Capitani non po- tendo fare a suo modo, si partitte, e tornossi a casa; e poi fue chiamato lo Conte Nolfo da Montefeltro, lo quale onorevolmente venne a Pisa con buona e sofficiente compagnia, e va- lorosamente e saviamente provvidde bene a ogni bisogna. Vedendo li Fiorentini, che li Pisani non si partiano dall'oste, da capo richiesono tutta loro amistà di Toscana, e di Lombardia, e di altre parti assai, per levare li Pisani dal ditto assedio; e fatto tutto loro sforzo, lo Venerdì Santo Messer Malatesta con cinque mila cava- lieri, e con molti pedoni si partirono da Firen- ze, e cavalconno fino a Gragnano, e quine puose campo con la sua gente. Sentendo li Pisani dello raunamento e sforzo, che li Fiorentini faceano, mandonno in Lom- bardia per ajuto alla Lega, e al ditto Messer Luchino Vesconte Signore di Melano, lo qua- le domandò alli Pisani stadichi; e li Pisani ve- dendo non poter fare altro, li mandorono sei stadichi delli maggiori gentiluomini della Città, e li più sofficienti, delli quali fue del quartieri di mezzo Messer Guido di Caprona, che stava nella Cappella di Santo Torpè, e Messer Lodo- vico di Messer Dino della Rocca, e lo Conte Bernabòe figliuolo del Conte Nieri da Donora- tico, che stavano nella Cappella di Santo Lo- renzo alla Rivolta; e delli quartieri di Fuori Porta si fue Messer Francesco Saccio; e del quartiere di Chinzica fue lo Conte Gianni figli- uolo del Conte Napuleone da Donoratico della Cappella di Santo Martino, e Messer Niccolò Boglia de' Gualandi della Cappella di Santo Cusmè. E ricevuti li ditti stadichi, lo ditto Messer Luchino mandò ajuto a Pisa. E per ca- gione che Pietrasanta era delli Fiorentini, ne potenno venire per terra, montonno su certi le- gni, e venneno per mare a Pisa. Della qual gente fu Capitano Messer Toro da Panigo; e lo Sabato Santo sen'andonno a Lucca al campo delli Pisani, e ben si provvidde a ogni cosa, che bisognava per contastare con la gente delli Fiorentini. E li Fiorentini erano a Gragnano stati giorni 50, e lo dì della Pasqua Rosata passonno lo Serchio sotto lo Monte San Quilico, e quine stetteno dì diece, e spesse volte gente dell'una parte e dell'altra si assaglivano, e aveanvi de' feriti e de' morti, e con tutto que- sto non acquistonno niente. E in fine lo ditto Messer Malatesta temea; e incomincionno a vo- ler passare lo Serchio sotto lo Monte Sanquili- co, e vi stetteno altri X giorni, similmente ba- daluccandosi insieme, e mai potenno passare, che la nostra gente li era a petto. E alla fine vedendo lo ditto Messer Malatesta, che non po- teano acquistar niente, passòe lo Serchio con una buona schiera di cavalieri e di pedoni per voler fornir Lucca. Li cavalieri e li pedoni Pi- sani si misseno al Serchio a petto di loro, e qui- ne fue grande disserrare di balestra, e gettar lance e pietre. E veggiendo il ditto Messer Ma- latesta di non poter passare per li fossi, e per li spicciati, che v'erano fatti per li Pisani: che se fussino stati tutti li cavalieri del Mondo, non vi sarebbono mai passati; ellino si partitteno, e
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andonno al Castello di Marti a oste, e quine stetteno alcuni dì, e fennovi danno assai: e poi si ritornonno a Firenze senza aver fatto niente a Lucca. E poscia li Pisani fenno porre un Battifolle su lo Prato di Lucca, acciocchè niu- na cosa potesse entrare, ne' uscire della Città di Lucca: per la qual cosa li Lucchesi erano sì in- torneati dalli Pisani, che nessuna vettovaglia potea entrare in Lucca, nè persona nessuna po- tea uscire; perocchè se niuno uscìa, come egli giugnea in campo, gli era tagliato subitamente il piè, e poi era rimesso in Lucca; e se era femmina, si era scopata per lo campo, e taglia- tole lo naso, e rimessa in Lucca. Imperocchè la vettovaglia venìa meno, e per questa cagione li Lucchesi ne mandavano fuore della Città per tenersi più, istando a speranza di soccorsi. In somma li Lucchesi vedendosi così abbandonati dalli Fiorentini, e non avendo più speranza di loro, nè d'altri d'aver soccorso nè ajuto, e la vettovaglia venìa loro meno, et essendo isfor- zati per la fame, mandonno a Pisa otto Citta- dini di Lucca Ambasciadori, per trattare pace, e far concordia e patti con Pisa lo meglio che poteano.

71. Della presa di Lucca.

Della presa di Lucca. Per lo Iddio grazia, la pace e concordia fu fatta tra Pisa, e Lucca dall'una parte, e Pisa, Melano, Genova, e loro seguaci, e amici dall'altra parte; e fatto compagnia tra Pisa e Lucca, e la guardia della Città, e del Castello di Lucca promesse a Pisa, e lo Podestà di Pisa, che avea nome Messer Fentruccio dal Monte della Casa, fue mandato Podestà di Lucca; e Ser Scherlato da Raginopuli, Conservatore dello stato pacifico di Pisa, fu mandato Conservatore di Lucca; e Puccio di Bonetto, et Nieri d'Or- sello Cittadini di Pisa furno mandati Rettori et Castellani dello Castello della Gusta di Lucca. E Sabato mattina a dì sei di Luglio Anni Mille trecento quarantatrè, lo die della Sagra di San- to Pietro, li detti Ufficiali con le 'nsegne Impe- riali, e del Comune, e del Popolo di Pisa, e con Balestrieri dello quartieri di mezzo, e di Chinzica, e 'l Capitano della Guerra con molti Cittadini, Gentiluomini, e Popolani di Pisa, al nome di Dio, e della Vergine Maria, entronno la ditta gente in Lucca. Et avute le chiave, e le Fortezze della Città di Lucca, e del Castello, Messer Ghiberto da Fogliano Capitano in Lucca per Messer Mastino della Scala, e Mes- ser Giovanni de' Medici Capitano per li Fio- rentini, con certi usciti, ch'erano in Lucca con molti Lombardi, avuti dal Comune di Pisa tren- ta mila Fiorini d'oro, che loro si assegnonno, uscitteno di Lucca accompagnati dal Conte Nolfo Capitano dalla Guerra delli Pisani, e an- donne a Pescia, e rimase la possessione di Luc- ca. E la ditta mattina sull'ora della mezza ter- za venne lo Corrieri, e la novella con l'ulivo in Pisa, come Lucca era sotto la Signoria di pisa; e grande laude e gloria ne fu renduto a Iddio nella Città di pisa; e la sera grandi falò, e fu- ciglie, e luminarie si fece per la Città, e di molta cera s'arse e molte brigate per la Cittade insieme per far cene e desinari: e durò un mese la festa. Costò alli Pisani tale assedio più d'uno milione e mezzo di Fiorini.

72. Come li Fiorentini feciono Signore lo Duca d'Atene.


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Come li Fiorentini feciono Signore lo Duca d'Atene. Nell'anno preditto Mille trecento quaranta tre del mese d'Agosto per cagione di Luc- ca, lo Popolo grasso di Firenze fue cacciato di Signoria a petizione de i Nobili e del Popolo minuto di Firenze, e feciono il Duca d'Atene Signore di Firenze a coltello. E in Pisa era lo Duca Guarnieri, il quale era gran Ca- pitano e Caporale delle strade: e havea in Pisa quattro mila cavalieri, dei quali quelli, che go- vernavano Pisa, forte dubitavano, e preseno sos- petto; e con certo bel modo s'ordinò col ditto Duca Guarnieri per levarselo da dosso, e per gastigare li nimici del Comune di Pisa, sì heb- beno lo ditto Duca e li altri Conestabili e Ca- porali di questa gente, di dar loro certo soldo, e facesseno una Compagna, e andasseno sopra li nimici del Comune di Pisa a guadagnare. E 'l ditto Duca Guarnieri con la ditta gente si partì di Pisa, e andonno a Siena, e ad Arezzo, e a Perugia, e in su loro contrade feceno gran- de danno. E a prego del Duca d'Atene Signo- re di Firenze, perchè promisse di far pace con Pisa, la ditta Compagna lassò di cavalcare in su lo Contado di Firenze. Con questo bel modo li Pisani, che governavano Pisa, si levorno e cavorno di Pisa lo ditto Duca con la ditta mas- nada, e gastigaro i loro nimici. E poi li Pisani incominciorno a far murare lo Ponte ad Era, cioè lo Castello. E nel ditto anno del mese d'Ottobre fu trattata pace e compagna tra Pisa e Firenze, e furno liberati li prigioni, che ha- vevano l'una parte e l'altra, e poi si fornitte la ditta pace.

73. Della Pace tra Pisa e Firenze.

Della Pace tra Pisa e Firenze. Nel ditto anno a dì 14 d'Ottobre si bandì la pace fatta tra Pisa e Firenze, e la Si- gnoria di Firenze e d'Arezzo e di Pistoja, e data al Duca d'Atene; e la superbia di coloro, che prima reggeano e signoreggiavano Firenze, si è al tutto abbassata. Nel ditto mese d'Ottobre tornò da Firenze in Pisa Messer Giovanni Vesconte di Melano, il quale fue preso nella ditta battaglia a Lucca, e fulli fatto delli Pisani grande onore. E stan- do in Pisa trattò con certi Nobili e Popolani di Pisa, e con Messer Arrigo Castracani figliuolo di Castruccio, d'esser Signore di Pisa; per la qual cosa, come piacque a Iddio, lo trattato fue scoperto, e a uno Cittadino di Pisa, chia- mato Cecco Sampante, li fue tagliata la testa dallo 'mbusto; e certi ne funno condennati in perpetue carcere; e a Messer Giovanni Bugla e a Messer Guelfo Buzacanno funno loro disfatte le case, et hebbono bando di Ribello. E 'l dit- to Messer Giovanni si era tornato a Melano: di che lo ditto Messer Luchino di Melano, di que- sto ne fue molto turbato e corrucciato contra li Pisani; e li stadichi Cittadini, che avea del Co- mune di Pisa, tenne astretti, e novitadi fece alli ditti stadichi; e dimandòe al Comune di Pi- sa contra ogni ragione e debito di pena Fiorini settantacinque migliaja. E dopo queste cose lo Duca Guarnieri, che era in Romagna, sì tradì la Compagna, e con certa gente s'accostò alli Borghesi contra li Imperiali.

74. Modo della Pace tra Pisa e Firenze.


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Modo della Pace tra Pisa e Firenze. Si fece la pace, che in termine di quattordici anni el Comune di Pisa ha dare al Comu- ne di Firenze fiorini cinquanta migliaja in pa- gamento per li primi sette anni per la menda di quelli, che aveano comprato Lucca. E que- sta pace durò anni tredici e mesi sei. E ebbeno franchigia tutto quello tempo di poter mettere e cavare ogni mercanzia loro senza gabella; e di quella mercanzia, la quale metteano in Pisa, e la vendessino in Pisa, di quella pagavano ga- bella. E compiuto questo tempo ordinato, si partirono di Pisa in rotta e corrucciati; e la ditta pace fue nel 1344 e finitte nel Mille tre- cento cinquanta otto. E 'l perchè si partirono a rotta, io ne voglio dire quello, ch'io ne foe, che nel tempo del reggimento è stato di Pisa, cioè la parte delli Raspanti, li quali haveano cacciata la parte delli Bergulini, cioè la parte delli Gambacorti, che prima reggieano, sì la ditta parte e reggimento delli Raspanti sì tenea- no in mare alquante Galere alla guardia dello mare, acciocchè li mercanti, che navicavano, non fusseno rubati, che 'n prima Genovesi e Catalani Corsali rubavano nelli nostri mari, e grande danno nè riceveano. Di che li Pisani disseno alli Fiorentini, che piacesse loro d'aju- tare e pagare le ditte galere in alcuna parte, cioè uno per cento, perocchè le sono soldate per guardia della nostra mercanzia e degli altri mer- canti, che voi non pagate gabella di nulla, e li altri almeno uno per cento. Questo è poca cosa. E in questo fu finito il tempo della pace; ed ellino come superbi non ne volseno far nulla, anzi volevano la franchigia come prima: e per questa cagione si partitteno innanzi sei mesi fi- nita la pace, avendo ellino mala incorata dello reggimento delli Raspanti, e avendo ellino trat- tato con li usciti di Pisa. come di sotto si con- terà. Nel ditto anno a dì XV di Gennajo li Pisa- ni a loro soldo mandonno in ajuto a Messer Lu- chino e alla Lega a Parma contra li Bolognesi, molti cavalieri, delli quali andò Capitano Mis- ser Beccio de' Sismondi. A dì 18 di Ferrajo venne a Livorna Messer Amerigo Cardinale di santo Martino in Monte, e venne Legato in Pisa, e li fu fatto grande onore. Facciovi a sapere li onori, che si fanno alli Cardinali in Pisa. Si è questo, che li vanno innanzi fuore della Città a uno mezzo miglio li Signori Anziani con molti Cittadini, e Uffi- ziali, Podestà e Capitano di Popolo di Pisa, e con lo palio di sopra lui di drappo, intorno al palio l'arme del Papa, e la sua, e con molti suoni e stormenti, e con grande festa, e con tenere i fondachi e le botteghe serrate, e la Chericia tutta di Pisa, Frati, e Preti li vanno con la Croce incontra; e portano lo ditto palio grandissimi e nobili Cittadini giovani, e mer- canti, e intorno a lui molti gentiluomini, et mercanti a piè intorno allo cavallo. E poi po- sato al Vescovile lo ditto Cardinale, li è pre- sentato di molti presenti, cioè confetti, cera, e vino, e di molte altre cose. Et sendo venuto in Pisa, dopo alcuni giorni si partì, e andon- ne in Romagna a iscacciare la Compagna: e dopo questo del mese di Marzo procurò lo dit- to Legato tregua con li Tiranni di Lombardia: per la qual cosa li Pisani dubitonno forte di non avere di quà novità e guerra. Nel ditto anno lo Conte Ranieri da
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Donoratico Capitano generale di Pisa avea mandato per suo Vicario a Lucca Messer Dino della Rocca, Cavalieri e Cittadino di Pisa: e essendo assediata per li Pisani gran parte delle Castella e fortezze, che teneano li figli di Messer Ca- struccio Castracani nel Contado di Lucca, dopo queste cose invidia e scandolo è nato in Pisa da i Nobili e Popolani sopra lo governo e reg- gimento di Lucca, e rimossi ne sono li Nobili e mandatovi i Popolani. Nel Mille trecento quarantaquattro del mese d'Aprile è fatto pace tra Spinetto Marchese e li suoi dall'una parte, e lo Comune di Pisa dall'altra parte. E di Maggio lo dì della Sen- scione di Cristo lo ditto Messer Spinetto venne a Pisa, e benchè a' Pisani avesse fatto grande danno, nondimeno li fu fatto grande onore, e graziosamente fu riceuto in Pisa.

75. Di Messer Arrigo Castracani.

Di Messer Arrigo Castracani. E nel detto Anno Messer Arrigo e Valera- no figliuoli di Messer Castruccio, accettati e riceuti alquanti cavalieri di quelli della ditta Compagna, ch'era rotta, e certi Lombardi, e però lo ditto Messer Arrigo fue insuperbito forte contra Pisa, e facea di grandi minacce alli Pisani: per la qual cosa li Pisani vedendo l'apparecchiamento che Messer Arrigo facea per venire a danneggiare a Pisa, feciono fare tra Moltrone, e Rotaro, e Pietrasanta, e allo Castello di Serezzana fossi con ispicciati e ber- tesche, e mandonno cavalieri e pedoni e bale- strieri a guardare.

76. Come li Fiorentini caccionno lo Duca d'Atene.

Come li Fiorentini caccionno lo Duca d'Atene. Nel ditto Anno del mese di Luglio li Nobili Cittadini di Firenze trattonno di cacciar della Signoria di Firenze lo ditto Duca d'Atene, e levato lo romore, lo Duca si rin- chiuse nel Palagio delli Priori, e quine con la gente sua si asserragliò forte. E più volte lo ditto Palagio e serraglio combattenno, e niente v'acquistonno: e certi de' ditti nobili Cittadini di Firenze mandonno a Pisa per ajuto, e soc- corso. Per la qual cosa li Pisani mandonno quattrocento cavalieri Oltramontani buoni e valenti. E sentendo lo Popolo minuto, come da Pisa veniano gente, preseno grande sospetto, per la qual cosa quelli, che aveano mandato per loro, per lo meglio mandonno a questi ca- valieri a dire, che ellino si ritornasseno in di- rieto, e non cavalcassino più innanzi. Li quali ritornando verso Pisa e non venendo proveduti, funno assagliti da certi fanti delle contrade di Firenza, e feciono a i detti cavalieri danno e disonore: e questo ebbeno li Pisani per voler servire li Fiorentini. E poi a patti lo ditto Du- ca d'Atene si partitte di Firenze, e andonne a Napoli per lo golfo di Vinegia, e ricevette molto disonore e danno in Firenze. E reggè poi lo Popolo minuto in Firenze: e poi che fu cacciato lo ditto Duca, Volterra, Pistoja, e altre Terre feceno compagna con Pisa. E in ditto Anno del mese di Settembre li Pisani an- donno a oste a Pietrasanta, e non potendo ave- re soccorso da Firenze Messer Antonio Vescovo di Luni comprò Pietrasanta da' Fiorentini, e lo giorno di S. Croce a dì 14 di Settembre li Pisani combattenno le mura di Pietrasanta, cre- dendola avere per battaglia e per forza, per la qual cosa della parte delli Pisani ve n'ebbe de' morti e de' feriti assai. Alla fine niente
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v'acquistonno, e da inde a parecchie giorni l'oste delli Pisani si ritornò a Pisa.

77. Della passata de' Lombardi nel Contado di Pisa.

Della passata de' Lombardi nel Contado di Pisa. Nel Anno Mille trecento quarantacinque Messer Luchino de' Vesconti, a prego di Messer Arrigo Castracani, con certi altri uomini malvagi, mandò in verso Pietrasanta ben du' mila cavalieri e pedoni assai. Li Pisani sentendo che questa gente venìa loro addosso, Messer Matteo da Frignali da Città di Castello, che era Capitano del Popolo di Pisa, fue eletto Capitano di guerra. E avendo li Pisani fatto grandi fossi e steccati da Moltrone infine a Ro- tajo, e avendo posto le guardie sopra li Poggi, a dì cinque d'Aprile certi fanti traditori dienno lo passo alla gente di Messer Luchino. E avuto che ebbono lo passo liberamente, diece bandie- re di cavalieri di quelle di Messer Luchino va- lorosamente si misseno innanzi alla gente di Pi- sa; e aspettando presso a Viareggio, et tornan- do lo Capitano della guerra di Pisa con la sua gente, si scontrorno con queste dieci bandiere, che erano passate, e combattenno con loro, e sconfissenoli, e menornone a Pisa di molti pri- gioni, e salvi tornorno senza nessuno danno. E dopo queste cose nel ditto mese d'Aprile la gente di Messer Luchino si partì di Camajo- re, e venneno a Filettulo in Val di Serchio, e quine stetteno più e più dì, e arseno la Villa di Filettulo, Avane, e Vecchiano; e gran par- te del Contado d'intorno arseno e ruborno e feceno gran danno. E poi si partì la ditta gen- te nel ditto mese, e andonne per lo Contado di Lucca sotto lo Castello di Moriano, e quine posò un poco, e poi si partì per andare a Fi- cecchio: e quine erano aspettati da certi usciti e rebelli di Pisa con certi cavalieri, delli quali era Capitano Messer Benedetto Maccarone de' Gualandi, Cittadino Pisano e Rebello. Sentendo li Pisani, come Messer Benedetto Maccarone con certi cavalieri era a Santa Gon- da appresso alla Torre di Santo Romano, era afforzato, et erasi dentro isteccato e sbarrato, e aspettava la ditta gente di Messer Luchino per giungersi con loro insieme: per la qual co- sa lo primo dì di Maggio vegnente sull'ora della Nona uscitte di Pisa lo ditto Messer Mat- teo Capitano di Guerra, e Messer Francesco Castracane con altri gentiluomini di Pisa e savi di guerra, con cavalieri soldati, e balestrieri Pisani, e sommossono fanti della Val d'Era di Pisa, e cavalconno di notte, e sopraggiunseno la mattina in sull'alba, e combatteno con loro, e molti n'ucciseno e missenoli in rotta, e iscon- fissenoli, e menonne di molti cavalieri e prigio- ni, e la giente di Pisa tornò con vittoria in Pisa. A dì 3 di Maggio ditto la ditta gente di Messer Luchino passò a Ficecchio, e venne al Castello del Bosco, e 'l ditto dì uscite di Pisa lo ditto Capitano della guerra con cavalieri e con certi Cittadini di Pisa, e andorno al fosso Arnonico per poner riparo, che li nimici non passasseno dal fosso a Pisa: e se non fusse la grande acqua, che piovve tutta la notte, la gente di Messer Luchino gli arebbe assaliti la notte al fosso: e senza fallo se la gente di Pisa li avesse aspettati, sarebbe stata sconfitta; pero- chè erano pochi a petto di loro. E la mattina seguente cavalconno al fosso cavalieri e bale- strieri di Pisa e di Lucca, e procuronno di avervi di molti fanti del Contado di Pisa, e
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fenno al fosso un Battifolle molto grosso, con fossi intorno, e spicciati e bertesche; e fecieno nel fiume d'Arno ponte di piatte coperte di ta- vole, tanto che vi potea passare gente a piè e a cavallo assai: e puosesi nome al ditto Batti- folle Belriparo. E quine li Pisani stetteno fran- camente senza abandonarlo mai, in fine che li Lombardi istetteno su lo terreno di Pisa. E poi la gente di Messer Luchino dopo alquanti dì si partì, e andonne a Camugliano, e quine stette alquanti dì: e poi combattenno lo Castello per forza, et ebbeno ciò che trovonno, e vi misse- no fuoco, e arsenlo tutto.

78. Del tradimento de' Conti di Maremma.

Del tradimento de' Conti di Maremma. In questi giorni li figliuoli di Bacarosso da Monte Scudajo della Maremma di Pisa, essendo fatti Vicari per lo Comune di Pisa in Maremma, per esser' ubiditi avendo con loro due Bandiere di cavalieri soldati del Comune di Pisa, sì mostronno certe lettere, fatte per loro alli uomini di Vada e di Bibona, dicendo, che veniano da parte delli Anziani di Pisa, nelle quali lettere si contenea, che dovessino cacciar via quelli soldati, che v'erano; perochè doveano tradir la Terra: e così li cacciorno fuore, e uccisene, e rubonoli, e ferittene. Per la qual cosa quelli, che reggeano Pisa, feciono li detti figliuoli di Bacarosso dipingere alle por- te della Legatia come traditori, con lettere false in mano. E poi li ditti di Bacarosso ribel- lonno Vada e Bibona al Comune di Pisa. E poi si partirono la ditta gente di Messer Lu- chino da Camugliano, e andonne da Vicarello, et passono dal Colle Salvetti e al luogo del Conte Ranieri, e quine stetteno in fine all'en- trata d'Agosto, e guastonno molto quella con- trada con ajuto di certi Rebelli sbanditi di Pi- sa, facendo ogni male. E stetteno parte di loro a Rasignano; et Messer Benedetto Maccarone ribellò Chianni al Comune di Pisa, et quine moritte; e dissesi, che elli fu attossicato, per- chè elli trattava d'avelenare Messer Arrigo Ca- stracani a petizione del Comune di Pisa, perchè elli avea promesso di rimetterlo in Pisa. Di che Messer Arrigo essendo Messer Benedetto andato a lui, elli fece venire per far insieme colazione, e fece mescere innanzi a Messer Benedetto, lo qual vino era avelenato. Et elli disse a Messer Arrigo: pigliate innanzi voi; et elli rispuose: a voi si conviene di pigliare innanzi. Di che lo ditto Messer Benedetto avendo sospetto non voleva prendere lo ditto beveraggio: di che Messer Arrigo essendo più forte di lui, sì disse a Messer Benedetto: Questa volta sì vi convien bere; se non, lo minor pezzo fie di voi meno d'una libra. E Messer Benedetto per paura di esser tagliato a pezzi, sì prese lo detto beveraggio, e poi si ritornò a Chianni, e quì ne morì ave- lenato. Hora torno al fatto della gente di Mes- ser Luchino, che per cagione delle mosche e delli tafani, che quine appariano, e perchè la contrada era corrotta, che molti della ditta gente ve n'ammalò, moritteno, e quasi tutti divennero gialli con li corpi grossi, per lo ma- le stallo, che quine era. E vedendo di non po- tere acquistar nulla, così malati si partinno, e tornonno a Ficecchio, e poi n'andonno a Ca- majore: e quine ne moriano assai dall'un dì all'altro. E poi della gente di Messer Luchino chi tenne per una via, e chi per una altra. E sappiate, se non fusse per la temenza delli ditti Stadichi Cittadini Pisani, che avea lo ditto
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Messer Luchino, e anche perchè era grande Ghi- bellino, e ajutocci a prender Lucca, e perchè li Pisani al tutto non voleano esser suoi nimici, la sua gente, che ci era venuta addosso, certa- mente sarebbono stati tutti sconfitti, e la mag- gior parte morti, che di là mai non ne torna- va testa. Ma e' funno lassati andare a loro vo- lontà, che per certo è da credere più per paura delli Stadichi, che per altro. E della lor gente ne morinno nella Maremma più che la metà: e se non fusse che quelli di San Mi- gnato li forniano di vettovaglia, sarebbono morti di fame.

79. Della pace tra Pisa e Messer Luchino.

Della pace tra Pisa e Messer Luchino. Poi nel mese di Settembre seguente Messer Filippo da Gonzaga trattò pace e concor- dia tra 'l ditto Messer Luchino, e li figliuoli di Castruccio da una parte, e lo Comune di Pisa dall'altra; e diè lo Comune di Pisa a Messer Luchino fiorini quaranta mila d'oro: e Messer Luchino diè al Comune di Pisa Pietrasanta Massa, Carraja e tutta la Garfagnana, le quali prima si teneano per lui. E all'uscita d'Otto- bre ritornonno a Pisa li Stadichi Pisani, li quali aveva Messer Luchino, e così lo mese d'Otto- bre fatto pace e concordia tra lui e Pisa, hebbe tra due volte fiorini ottanta mila d'oro.

80. D'una grande carestia di robe in Pisa.

D'una grande carestia di robe in Pisa. Nel Anno Mille trecento quarantasette fue in Pisa grandissima carestia di biade, e il medesimo per tutta Toscana: e per la Città di Pisa si fece canove di pane: e molte povere genti forestieri venneno in Pisa per poter vive- re: e non rimase in Pisa erba viva, che tutta si mangiò insino all'ortica.

81. Della morte del Conte Ranieri.

Della morte del Conte Ranieri. Nel Mille trecento quarantotto Pisa per lo Conte Ranieri da Donoratico, e sì per coloro, che lo consigliavano, essendo elli gio- vane d'anni quattordici, e per sollecitudine delli rei, e per li mali riversamenti delli Citta- dini, che a lui erano fatti per certi malvagi uomini, si isdegnò con coloro, che sempre lui e lo suo Padre aveano bene onorato e ben go- vernato e consigliato. E questi malvagi uomini co' loro sottili argomenti, e con belli colori di verità li misseno paura; sicchè egli per gran temenza, che li era stata messa nel capo, inco- minciò a prender guardia della sua persona, e farsi forte di fanti e di cavalieri assai, che con- tinuamente stavano alla sua guardia; e per la Città, quando andava al Palagio delli Anziani, mandava inanti a lui tre grandi schiere di fanti, l'una inanzi l'altra, quanto una gittata di pie- tra; poi venia elli a cavallo con tutta l'altra masnada a cavallo, che erano più di cinque- cento cavalieri: e per questo isdegno, che era seminato, erano questi Cittadini insieme molto iscandalizzati e malcontenti. Hora avenne, che lo dì della Festa di Santo Justo lo ditto Conte Ranieri, lo quale andò alla Festa a Santo Ju- sto, camminò fuore della porta di San Marco, e lassò dentro alla ditta porta alla guardia gran parte della masnada, che seco avea, e per la via si resse a una Villa, e smontò da cavallo, e fece colazione e fulli dato da mangiare
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ceragie, le quali si disse che erano attossicate. E fatto questo lo ditto Conte si ritornò a casa, e da inde alquanti dì ammalò, e a dì cinque di Giugno lo ditto Conte passò di questa vita, e l'altro dì si sotterrò nella Chiesa di Santo Fran- cesco de' Frati Minori in Pisa, a grande onore nel loro monimento.

82. Della cacciata delli Raspanti.

Della cacciata delli Raspanti. Nel ditto tempo, dopo la morte del ditto Conte Ranieri, il quale era Capitano ge- nerale a difensione del Comune e Popolo di Pisa, si scopersono le parti in Pisa tra li Citta- dini, cioè dalla parte del ditto Conte sì erano li figliuoli del Bacarosso da Monte Scudajo di Maremma, con certi Gentil'uomini di Pisa, e con certi Popolani, cioè Andrea Gambacorta, e Ser Cecco Agliata, con certi altri Popolani dall'una parte, della qual parte n'era il mag- giore e capo Andrea Gambacorta: e dall'altra parte, cioè la parte delli Rispanti erano quelli della Rocca, Messer Dino co' suoi Consorti, e li Bonetti, e li Scaccieri, li Scarsi, li Rave, e Pandolfini, e Botticella, e i Lambertucci e Rossermini, e Casalei, e altri Popolani assai, e altri Gentil'uomini. E la parte del Conte sì procuronno, che Ser Ascharlatto, lo quale e a per lo pacifico stato Conservatore, sì fue casso del ditto Ufficio: e non essendo Conservatore, le ditte parti incomincionno a dire ciò, che pa- rea a ciascuno, e puoseno nome al ditto Conte Ranieri Bergo, sicchè trovandosi li giovani in- sieme in brigata, si domandavano l'uno all'al- tro, di qual setta. E non volendo gli uomini esser'intesi, rispondeano, sono da Bergo: sicchè per questa cagione la parte dello ditto Conte sono chiamati Bergulini. E la parte delli Ras- panti, perocchè tra loro ve n'erano di quelli, che erano araffatori de' danari e delli beni del Comune di Pisa oltre il dovere, sono chia- mati Raspanti. E così si scopersono le parti in Pisa l'una de' Bergulini, e l'altra de' Raspanti; e spesse volte tencione e lite aveano insieme; e per reducere le ditte parti a concordia, si fece- no parentele insieme tra Dino della Rocca, e Andrea Gambacorta. E più si comuniconno in- sieme di non offender l'un l'altro; e non venne a dir nulla, come segue, in tanto che li mali uomini andavano mettendo male ora a una par- te, or' all'altra: e però le ditte parti s'inco- mincionno a far forti di gente; e per la Città la notte si metteano spesse volte fuochi per le case: questo faceano per suscitar romore, e per vedere, come le parti stavano in punto; e per questo ne seguitava grande scandalo tra li Cit- tadini. Occorse lo caso, che lo Cancelliere delli Anziani di Pisa si doveva raffermare, cioè quello del Comune: la parte delli Bergulini volea, che e' fusse raffermato: e la parte delli Raspanti non volea; e grande piato al Podestà di Pisa v'ebbe, e quistione per le contrade tra li Cittadini. Per la qual cosa Messer Lodovico della Rocca ne fu mandato a confine a Lucca: e la parte delli Raspanti s'appoggiono al Capi- tano dello Popolo di Pisa, che avea nome Gian- notto d'Aviano: e li Bergulini s'aviddeno, che questo Capitano favoreggiava e tenea parte con li Raspanti, perocchè un Notajo, che aveva nome Marco da Casciana, fece una Canzone, nella quale dicea molto male di questi Raspan- ti. Per la qual cosa questo Captano del
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Popolo fece pigliare questo Ser Marco, e fecelo por- re in su una carretta con le mani legate, e con una mitera in capo lo fe' menare per la Città, e poi li fece tagliar la lingua in Piagge. E per questa cagione parve alli Bergulini, e a tutti, che la parte delli Raspanti crescesse; sicchè la mattina al dì di Santo Tommeo a dì XXI di Dicembre si cavonno li Anziani nuovi, li quali si mutano ogni mese due, come è l'usanza del- la Città: li quali Anziani doveano intrare nell' Ufficio in Kalende Gennajo seguente: di che otto Anziani uscirono della parte delli Raspan- ti, e quattro della parte delli Bergulini. E chia- monno li soprastanti della Masnada due Citta- dini, li quali erano della parte delli Raspanti: per la qual cosa la parte delli Bergulini inco- mincionno forte a dubitare, e la fera medesima li Lanfranchi, li quali erano de' Bergulini, fe- ceno metter fuoco in uno stipajo presso al Mer- cato delli Buoi. Essendo messo lo fuoco, mol- to bene trasseno l'una parte e l'altra con l'arme su la piazza delli Anziani del Popolo: poi si achetò lo romore, e la mattina vegnente li Ber- gulini sì ordinonno tra loro del modo del trag- gere. L'altra parte lo sentitte, e volseno dare ordine tra loro, dove e come dovessino trag- gere, quando romore si levasse. Non ebbono concordia tra le due parte; di che dell'una parte e dell'altra funno richiesti al Palazzo delli Anziani, e quine giuronno di non offendere l'uno l'altro, e di vivere uniti, e di operare quello, che dovesse esser lo bene, e la pace, e riposo di Pisa. Fatto questo li Rinonziatori e battizzatori delli mali, andonno a rinonziare alla parte delli Bergulini, e diceano: Signori, questi Raspanti staranno tanto cheti, quanto el- lino peneranno ad aver la Masnada da loro lato; e in fino che li Anziani non foran montati suso nell'Ufficio: e quando ellino aranno questo, fa- ranno di noi quello che ellino vorranno, e saran- no Signori del tutto. Tanto attizzonno, che l'una parte e l'altra la notte stavano armati in casa, e di dì e di notte teneano li cavalli sella- ti; e ognuno si mettea bene in concio d'arme: e con tutte le parentezze e sacramenti l'uno non si fidava dell'altro. E istando a questo modo, lo Martedì sull'hora della Nona a dì XXIV di Dicembre, si levò lo romore in Pisa nello quartieri di Chinzica: per la qual cosa li Gam- bacorta trasseno valorosamente armati con li loro amici, e passono lo Ponte vecchio di quà nello quartieri di Mezzo, e aggiunsersi con li figliuo- li di Bacarosso, e con Ser Cecco Agliata, e gli altri loro amici, e venneno giù per lo Borgo di Santo Michele, dicendo: Viva il Popolo. Messer Dino, e Messer' Uberto della Rocca, lo Conte Gherardo, lo Conte Bernabò; e li altri credenti sentendo questo, sì s'armonno; e Mes- ser Dino mendò a Puccio di Benetto,che si dovesse armare, e uscir fuore di casa, il quale era con molta gente. Non li parve lo meglio, nè a lui, nè agli altri, che vi erano, dicendo ellino: Noi abbiamo giurato di non offendere l'un l'altro: a costoro parrà loro aver vinto; an- dranno per la Città, e aranno fatto nulla: las- sianli andare ovunque vogliono. E giunta la parte delli Bergulini al canto delli Orafi, si fer- monno quine tutti con molti buoni balestrieri con le balestra tese: e non vedendo niuno al Nicchio, feciono due parti di loro, parte ne trasse su la Piazza delli Anziani, e l'altra parte al Nicchio: e andonnosene alla casa di Messer Dino della Rocca. E Messer Dino sentendo la venuta di costoro, volse uscir fuore con la sua
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gente; e uno suo famiglio avea serrato la porta a della casa con la chiave, sicchè elli non potè uscir fuore. E giunta che fu la gente delli Ber- gulini alla casa di Messer Dino, quine s'inco- minciò a gettar dalle finestre di molte pietre, e lance, e guerrettoni l'una parte all'altra. La novella andòe alli Anziani, di che v'andò due Priori delli Anziani con la Masnada da ca- vallo, cioè uno Priore da una parte, e uno dall'altra. Giunti quine di forza combattenno; e l'uno di questi Priori fue ingannato, che elli trasse là, credendo difendere e aitare la parte sua, e elli nocette loro, che Messer Dino con la sua gente, che difendeano, vedendo li Anziani con le masnade, dubitonno di non esser traditi; e vedendo non poter resistere, ruppono lo muro dirieto alla casa, e quindi con la sua famiglia lo ditto Messer Dino mucciorno. E in fine que- ste genti con le scuri mandonno la porta a ter- ra, e entronno dentro, e ruborno tutta la casa di Messer Dino, che non vi rimase niente; e dipoi l'arsono tutta. E misseno a ruba la casa di Messer Berto, e missonvi lo fuoco, e per li vicini fue spento. E ruborno le case del ditto Conte Gherardo, e del Conte Bernabò da Do- noratico, li quali stavano un poco più là presso a Santa Caterina. E poi se n'andonno una par- te di loro in Chinzica, e rubonno, e arseno la casa di Tinuccio della Rocca, e altre case fun- no rubate; e poi tornonno su la Piazza delli Anziani, e trovonno lo Capitano del Popolo su la Piazza armato elli e la sua famiglia; e certi Cittadini delli Bergulini: sì li corseno addosso, parendo loro, che di queste cose tenea parte con li Raspanti, e ferittenelo gravemente nella mano, e caccionelo con la sua famiglia di su la Piazza, e rubonli ciò, che elli avea in casa. E la sera medesima cassonno lo Cancelliere delli Anziani, lo quale era della parte delli Raspan- ti, e fecieno uno della lor parte. E poi fecie- no Conservatore dello loro stato, e Capitano di Popolo di Pisa fecieno uno Ufficiale, che era alla gabella di mare, il quale aveva nome Ser Neri della Mitula. E così la sera medesima in- comincionno a far forte lo stato loro, e la not- te medesima li Gambacorti accompagnonno quelli della Rocca, e missegli fuor della porta di S. Giglio, sicchè li Gambacorti, e i loro amici sono rimasti Signori del governo di Pisa. E da inde a parecchi giorni feceno di molti con- finati, e puoseno una prestanza di sessanta mila fiorini d'oro alli ditti Raspanti; e di queste cose incomincionno a governare bene li fatti di Pisa e far forte lo loro stato. Lo ditto stato resse in Pisa anni sette, e mesi quattro, e dì XXVII che funno cacciati a dì XX di Maggio anni Mille cinquanta sei, come si dirà.

83. D'una grande mortalità in Pisa.

D'una grande mortalità in Pisa. E nel ditto anno Mille trecento quarantotto, dopo questo mutamento venne una novel- la a Pisa, come in Cicilia, e a Napoli si era incominciata una gran mortalità di gente, e dopo in Genova. E all'entrata di Gennajo vennero in Pisa due Galere delli Genovesi, che venivano di Romania; e come funno giunte alla Piazza delli Pesci, chiunque favellava con loro, subitamente tornava a casa malato, e in pochi dì morto; e chiunque favellava al ma- lato, o toccassi di quelli morti, altresì tosto amalava, e morto era in pochi dì. E fu sì sparta la gran corruzione, che quasi ogni per- sona morìa; e fu si grande la paura, che uno
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non voleva veder l'altro; lo padre non voleva veder lo figliuolo morire, nè il figliuolo lo pa- dre, nè l'uno fratello l'altro, nè la donna lo marito. E ogni persona fuggiva la morte, e poco gli valea, che chiunque dovea morire, si morìa; e non si trovava persona, che lo voles- se portare a fossa, nè sotterrato. Ma quello Signore, che fece lo Cielo e la Terra, providde bene ogni cosa; che lo padre vedendo morire lo suo figliuolo, e morto e abbandonato da ogni persona, che niuno lo volea toccare, nè curare, nè portare, facea elli stesso lo meglio che potea. Elli lo cucìa, e poi con ajuto d'altri lo portava alla fossa, elli stesso lo sotterava; e poi l'altro giorno elli, e chi l'avea toccato, si era morto. Ma ben ti dico, che fu proveduto di dare aju- to l'uno all'altro, che tutto che ciascuno mo- rìa chiunque toccassi lui, o di sue cose in de- nari, o in panni, nondimeno non ne rimase niuno morto in nessuna casa, che non fusse sot- terrato onoratamente secondo la qualità sua: tanta carità diè Iddio, che usando l'uno con l'altro, accusandosi morto, e' diceano: ajutianli portare a fossa, acciocchè siamo portati anco noi: e chi per amore, e chi per denari. E la persona il più stava malata due o tre dì insino in quat- tro, ma pochi; e la maggior parte morìano in più brievi dì. E in somma la ditta pestilenza e moria incominciò sì forte nella Città a cresce- re e a spargere, che la sera si coricava la per- sona, e la mattina si trovava morta. Chi morìa d'anguinaja, chi d'uno infiato, che apparìa al ditello; e ad alcuno apparìa alla coscia uno in- fiato: si chiamava tincone; e chi sputava san- gue, e altri sozzi mali; e favellando morìano le genti, o la maggior parte; e morti che erano, esciali sopra la persona a modo de' torsuli lar- ghi neri come un fiorino, e chiamansi faoni: et erano a veder morti delle laide cose del mondo. Di mille l'uno a chi apparia nessuno di questi infiati, o a chi apparia di quelli faoni, non ne campava nullo. Nè Medico si trovava, che vi volessi andare a curarlo per paura di se; e ven- ne in tanto Pisa, che li fondachi e le botteghe non si apriano, se non le botteghe delli spez- ziali. Alcuni Cittadini fuggiano della Città, e andavano per lo Contado, e poi ritornavano, perocchè la sparse per lo Contado a simil modo. Non valea niente lo fuggire; e altro non si fa- cea in Pisa, se non di sotterrar morti; e non era di nessuno, che in Pisa non si sotterrassino tra grandi e piccioli, quando dugenro, e quan- do trecento, e quattrocento, e cinquecento per dì. E ebbe Pisa più case di quindici o più in famiglia, che non ne rimase nullo, che tutti mo- rinno. E durò questa pestilenzia da mezzo Gen- najo sino a Settembre, che poichè fu restata, si trovonno morti più di settanta per centinajo di tutte le persone, che erano in Pisa. E chi dice delli diece ne morì nove; e così fue per lo Contado di Pisa, e per tutta Cristianità, e per le terre de' Saracini, e in Terre murate, e non murate, benchè maggior pestilenza fosse in un luogo più che in un' altro. A Melano non vi morì, se non tre famiglie; alle case di quelli furono murati li usci e le finestre. Ma fu per tutta Lombardia.

84. Governo de' Gambacorti.

Governo de' Gambacorti. Nell'anno Mille trecento quaranta novw restata la morìa, il Gambacorta con la sua parte, li quali ebbeno lo stato, e lo governo di Pisa, e cacciorno la parte delli Raspanti, del
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mese di Dicembre passato, cominciorno a dar'or- dine a i fatti del Comune di Pisa, e governar bene, e guardar bene l'entrate del Comune: e fecieno sfare di molte case nella Città di certi Cittadini usciti di Pisa, li quali aveano rotto le loro confine. E questo era malfatto, perocchè guastamento e disfacimento della Città. Sareb- be stato meglio assegnarle al Comune di Pisa, e appigionarle ad altri, o venderle, e li denari assegnarli al Comune di Pisa.

85. Dello perdono di Roma. 1350.

Dello perdono di Roma. 1350. Nell'anno Mille trecento cinquanta a dì pri- mo di Gennajo si incominciò il perdono a Roma, lo quale durò un'anno: e funno raunati tutti insieme quelli, che erano stati fatti per Papa a Santo Piero primo Papa, lo quale ordi- nò la Chiesa di Santo Piero di Roma, e l'altre Chiese, e Santo Piero a Grado di Pisa, e die- de a tutte li grandi perdoni e Indulgenzie; e gli altri Papa, che vennero dietro a lui, confer- morno e aggiunseno quello, che elli volseno. Infra li altri Papa fue Papa Bonifazio, e fu quello, che per maritare una sua nipote, brevi- legiò e diede la Sardigna, e la Nipote al Re di Ragona. Questi fece grandi raunamenti di bat- taglie: questi per raunar danari e tesoro, ordi- nòe lo perdono di Roma, diciendo, che chiun- que v'andassi, e stessivi quindici giorni, e ogni dì visitasse queste Chiese, e offerisse in Santo Piero, e in Santo Paulo e in Santo Janni, facen- do questo, pentuto e confesso, li fusse perdo- nato lo suo peccato, e tutti li suoi peccati di colpa e di pena. E ordinò, che questo perdono si dovesse dare tutto l'anno; e passato questo anno, dovesse correr poi cento anni, e poi fosse lo simile perdono. E sappiate, che elli raunòe di quelle offerte in quello anno diciessette milio- ni di fiorini d'oro. E morto Papa Bonifazio, li altri, che venneno poi, vedendo, che il nume- ro di cento anni era troppo grande, sì lo ridus- seno in cinquanta anni. Nel ditto perdono v'an- dòe molta gente da Levante, e sì dallo Ponen- te, e viddeno di molte belle e Sante Reliquie.

86. Della Compagna di Fra Moreale.

Della Compagna di Fra Moreale. Nell'anno Mille trecento cinquantatre a dì nove di Settembre venne una Compagna in Toscana, e partissi di Puglia con molta gen- te, della quale era Capitano Fra Moreale, e 'l Conte Lando; e venne sopra lo Contado di Fi- renze; e li Fiorentini dienno danari alla ditta Compagna, e si ricompronno da loro. E sap- piate, che li Pisani, e li Sanesi, e li Fiorentini avean fatto insieme lega di raunar gente, perchè la Compagna non passasse; e li Fiorentini secre- tamente trattavano con la Compagna di dar loro danari, e non passasseno per lo loro terreno, perchè andasse sul Contado di Pisa, dicendo: Noi mostreremo d'ajutarli, e manderemo loro gen- te; ellino aranno la percossa, e disfaranno lo loro Contado, e fieno nimicati dalla Compagna, e anco aranno addosso la nostra, e quella di Siena. Di che li Pisani di questo sentendo, ellino seppono, quanto ellino o più: che ellino mandonno Am- basciadori alla Compagna, e accordonnosi con loro, e diedero loro fiorini quindici mila d'oro, e non vennero su lo terreno di Pisa. E anco donò lo Comune di Pisa alla ditta Compagna uno nobile e bello cavallo di pregio di fiorini mille d'oro, lo quale fue di Franceschino Gam- bacorta, che lo vendette al Comune di Pisa.
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E lo ditto Cavallo si era lo più bello, che mai si vedesse. Questo cavallo si era grande, e al- tissimo, che parea una montagna; et era fortis- simo, e con pelo nero, e piedi balzani, e avea le sue zampe sì smisurate e grandi, e larghe, ch'egli era chiamato lo Cavallo delle scudelle; che quando egli andava, faceano romore, che si sentiano molto da lunge. Questo Cavallo piacque sì a Fra Moreale, ch'elli proferse sè e tutta la sua Compagna allo Comune di Pisa, come se fosse Cittadino di Pisa; e non venne su lo terreno di Pisa,anzi andò in su quello di Firenze, e stettonvi più dì, e fecionvi gran danno. Così lo ingannatore rimase a piè del- lo 'ngannato.

87. Come l'Arcivescovo di Melano fe' guerra a Firenze.

Come l'Arcivescovo di Melano fe' guerra a Firenze. Nel Mille trecento cinquanta quattro l'Ar- civescovo de' Vesconti di Melano e Si- gnore, avendo avuto la Signoria di Bologna, e volendo essere in parte Signore in Toscana, mandò certa quantità di cavalieri alla Scarpe- ria, per venire su lo Contado di Firenze: e quine stetteno alcun tempo: e non potendo ve- nire più inanzi, perciocchè li Fiorentini erano forniti di cavalieri e d'altra gente, e proveduto per loro a ogni cosa e bisogno, acciocchè la ditta gente non passasse più inanti; per la qual cosa lo ditto Arcivescovo, vedendo di non po- ter dannificare li Fiorentini, e aver sua inten- zione, mandòe a Pisa suoi Ambasciadori. Li quali giunti che funno in Pisa, funno ricevuti a grande onore; e poi funno con li Anziani, e con gli altri Cittadini, che governavano Pisa, e propuoseno questa imbasciata da parte del ditto Arcivescovo e Signore di Melano, dicen- do in questa forma: Fratelli nostri, lo nostro Si- gnore Messer l'Arcivescovo di Melano ci manda a voi, che ora è tempo, che noi e voi ci possiamo vendicare di questi nostri nimici Fiorentini, e ab- batter la loro superbia; che sapete, quanto danno hanno fatto, e quanto ellino sono nostri nimici; e perochè ora è tempo, piacciavi di voler li detti Fiorentini per nimici, e di prender guerra con- tra di loro. E grande vantaggi et promissione voleano fare al Comune di Pisa li Ambasciado- ri, e molte ragioni assegnavano, che ciò do- veano fare e consentire. Per la qual cosa li An- ziani, e coloro, che governavano Pisa, rispo- sen loro, ch'ellino aveano pace con li Fioren- tini, e che la voleano mantenere, e di non voler fare contra le carte e promesse fatte per loro. Ellino disseno, che voleano lo Popolo a ditta risposta, e lo Consiglio alla Chiesa mag- giore: e questo dimandonno per sollicitudine e prontitudine di certi Gentil'uomini e Popo- lani di Pisa, che desideravano veder novità. E vedendosi far questo dimando, coloro, che aveano lo stato e lo governo di Pisa, forte du- bitonno, e male parea non dar loro lo Consi- glio in Duomo; perochè dubitavano non veni- re in isdegno con lo ditto Arcivescovo, e che non diventasse loro inimico: e anco perchè li Ambasciadori dicevano: Noi sentiamo, che 'l Popolo è tutto contento di prender guerra contra li Fiorentini, e dar lo passo e la vettovaglia alla gente del nostro Signore Messer l'Arcivescovo. Ora certi Cittadini col loro stato, che aveano, per loro iscarico ordinonno di dare lo Consi- glio del Popolo, in Duomo; e avuto questo Consiglio in Duomo, montò su la ringhiera l'uno delli detti due Ambasciadori, e poi disse,
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che lo ditto partito si mettesse a denajuoli gialli e bianchi, siccome erano stati ammaestrati da malvagi uomini, e questo dimandavano, ac- ciocchè niuno per paura del Conservadore non lassasse di dire l'animo suo. E ditto questo qui- ne ebbe e Consigliatori, e dicitori assai, dicen- do quanto la Casa de' Vesconti era stata utile al Comune di Pisa, e quanto ci servitteno nel- la guerra di Lucca, e negli altri affanni, che lo Comune di Pisa hae avuti: e che li Pisani aveano grande bisogno di uno così fatto. Sic- chè era ben fatto a saperlo ritenere, e di cono- scer li servigj ricevuti; e considerare, che elli venìa per disfare e sottomettere li nimici di Pi- sa. Dopo questo fue consigliato per altri Con- sigliatori del contrario, e principalmente si do- vea consigliar li danni e li pericoli, che sono nelle guerre; poi la possanza di Firenze, quan- to è grande; e ultimamente lo buon stato, che li Pisani aveano, e quanto Pisa del buono sta- to e per la pace diventi grande. E quando fus- se ricominciata la guerra, forse potrebbe rima- nerci addosso; e rimanendoci, come aremmo fatto? Per la qual cosa considerando tutte que- ste cose, in nessun modo pareva nè consigliava, che guerra a' Fiorentini si facesse. E dopo co- stui molti dicitori v'ebbe, che parea che la guerra si dovesse pigliare, e di quelli, che pa- rea del nò. Sicchè ognuno, che era al Consi- glio, ne fue domandato a bocca del suo pare- re, e in somma si vinse, che la guerra non si pigliasse; e così fue risposto alli ditti Amba- sciadori, di non voler romper pace alli Fioren- tini, e di non voler fare guerra contra loro. E con la ditta imbasciata si ritornonno li Am- basciadori a Melano; e grande amore e fratel- lanza mostronno d'avere li Fiorentini con li Pi- sani di questa cosa, dicendo, che mai questo servigio doveano dimenticare.

88. Come li Genovesi si dienno all'Arcivescovo di Melano.

Come li Genovesi si dienno all'Arcivescovo di Melano. Nel ditto anno Mille trecento cinquanta quattro li Genovesi per cagione di Pera a dì XXI d'Agosto armonno in Sardigna e alla Lighiera cinquanta galere, e funno sconfitti, e pregioni, e molti ne furono morti di loro dalle Galere delli Veneziani e Catalani, fra le quali vi furono alquante navi armate delli Veneziani, che combattendo insieme l'una parte e l'altra, si mosse un vento, che le ditte navi si dirizor- no verso li Genovesi, e missonle in rotta: e delli uomini delle ditte galere non ne tornò in Genova, se non diciennove, e gli altri funno tutti pregioni, cioè quelli, che camponno. Per la qual cosa li Genovesi essendo stretti di vet- tovaglia, e vedendo e sentendo di non poter fornirsi in nessun luogo, se non di Lombardia, convenne si dessino al Signore di Melano. E Mezedima a dì dieci d'Ottobre Anno preditto la gente dell'Arcivescovo di Melano cavalieri e pedoni entronno in Genova, e ebbeno la Si- gnoria e Fortezze della Città di Genova, e poi ebbeno quella di Riviera.

89. Come li Pisani disfenno le Saline a' Senesi.

Come li Pisani disfenno le Saline a' Senesi. Nel Mille trecento cinquanta cinque aven- do li Senesi fatte certe Saline presso a Ca- stiglione della Pescara di Pisa a una gettata di balestre: e li Pisani avendovele lassate fare al- cuno anno, perochè nel ditto tempo li Senesi non aveano avuto frutto nullo, anzi spesa; e
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avendo più volte li Pisani mandato a dire a' Se- nesi, che le ditte saline non vi doveano nè po- teano fare nè stare, e che dove ellino le fanno, era lo Terreno di Pisa: più volte volseno com- mettere la ditta quistione, e ellino non volse- no. Sicchè li Pisani indugionno sin'al tempo, che delle ditte Saline se ne dovea cavar frutto, e li Pisani richielseno certi loro Sbanditi del Mese di Giugno, e feceno vangare et disfare le ditte Saline a' Senesi, le quali erano su lo Terreno di Pisa: e di questo li Senesi fecieno grande minaccie contra li Pisani, dicendo che di questo si vendicheranno.

90. Dell'assedio di Barga per li Duchini.

Dell'assedio di Barga per li Duchini. Nel ditto Anno Messer Francesco Castraca- ni assediò Barga, cioè un Castello presso a Lucca: e per lo suo senno prese e strinse li passi per sì fatto modo, che li Fiorentini non la poteano soccorrere, se li Pisani non davano lo passo, perocchè si tenea per li Fiorentini, e Lucca si era di Pisa: e però li Pisani lo potean dare per lo Terreno di Lucca. E vedendo di non poterla essi soccorrere, lo trattonno con li Pisani, che governavano Pisa, che Barga si ren- desse a loro, innanzi che venissi alla Signoria di Messer Francesco. E venendo queste cose agli orecchi di Messer Francesco, procacciò con lo Signore di Melano, che scrivesse a Pisa, che de' fatti di Barga non si dovessino impac- ciare; sicchè di queste cose li Pisani ne reston- no in paura, ed anche per la Compagna, che era già venuta in Romagna, e apparecchiavasi venire in Toscana. E non volendo per queste cose la nimistà del Signore di Melano, delibe- ronno di dare lo passo alla gente delli Fiorenti- ni per lo Terreno di Lucca. E così li Fioren- tini con loro cavalieri e pedoni soccorseno Bar- ga del mese di Giugno, e 'l ditto Messer Fran- cesco Castracani con gran danno convenne che si partisse con la sua gente dall'assedio; onde elli per questa cagione forte si turbò e sdegnò contra Franceschino Gambacorta e' suoi, li quali governavano Pisa all'hora.

91. Come li Veneziani funno sconfitti dalli Genovesi.

Come li Veneziani funno sconfitti dalli Genovesi. Nel ditto Anno Mille trecento cinquanta cinque li Veneziani con ben sessanta Ga- lere, cioè tra Galere, e altri Legni, essendo in Porto Lungo a Modone nel Golfo di Venegia funno assaliti e sconfitti da trentasei Galere di Genovesi; e della ditta armata li Veneziani fu- ron tutti presi e morti, e menati a Genova, e li loro navigli tutti arseno nel ditto Porto Lungo.

92. Della venuta dell'Imperador Carlo.

Della venuta dell'Imperador Carlo. Nel ditto Anno reggeano Pisa li Gamba- corta e loro seguaci in grande e buono stato; e l'entrate del Comune di Pisa si briga- vano di guardare e di mantenere la ragione del Comune; e sì di riparare all'opre delli rei uo- mini, e di mantenere e volere pace con tutti loro vicini di Toscana; e operonno tanto, che la Camera del Comune di Pisa aveva più di dugento cinquanta migliaja di fiorini d'oro. E certi cittadini di Pisa sdegnonno contra li ditti Gambacorta, perchè nè da Conservatore, nè da Podestà, nè da Capitano del Popolo, nè da altri Uffiziali neuno Cittadino potea aver gra- zia, nè alcuno servigio, senza volontà e
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licenzia delli Gambacorta: di che li Cittadini male si contentavano; ma nullo avea ardimento di dire, o operare cosa, che fusse loro in dispiace- re. E nel ditto Anno Jacopo ditto Passetta da Monte Scudajo di Maremma di Pisa, e figliuo- lo di Bacarosso, fu Podestà di Melano. Nel ditto anno Mille trecento cinquanta cin- que Messer Carlo Re di Buemme, essendo elet- to Imperadore e Re de' Romani, si mosse della Magna del mese di Novembre, giunse a Pado- va con poca gente, e quine stette alquanti dì; e poi si partì quinde, e venne a Mantova, per venire a Roma per incoronarsi. Deliberò di mandare Ambasciadori a Pisa alli Gambacorta e agli altri, che governavano Pisa con loro: di che ellino incomincionno forte a dubitare della sua venuta di non perdere loro stato. Ordinon- no di mandare allo 'mperadore Ambasciadori, sentendo che lo 'mperadore mandava li suoi Ambasciadori a Pisa; e innanzi che giungessino li suoi Ambasciadori a Pisa, e elesseno quattro Cittadini de' migliori della Città per Ambascia- dori. L'uno fue Messer' Albizo de' Lanfranchi Cavaliere e Gentil'uomo, e Messer Piero di Mes- ser'Albizo Giudice e Dottore, e con lo Aglia- ta mercante, e Piero figliuolo che fu d'Andrea Gambacorta. Tutti quattro del mese di Novem- bre si partinno di Pisa, e andonno a Mantova al ditto Imperadore. E a dì primo di Dicem- bre prossimo giunseno in Pisa li Ambasciadori dell'Imperadore, cioè lo Vescovo di Vicenzia, e Messer Fenso da Prato; e giunti in Pisa fu loro fatto grande onore. E 'l ditto dì volseno lo Popolo di Pisa al Consiglio maggiore gene- rale a Duomo, per riferire l'ambasciata dello Imperadore: e fue fatto ciò, ch'elli volseno. Et essendo raunato lo Consiglio a Duomo, lo ditto Vescovo parlò così: Lo nostro Signore Messer lo 'mperadore mi manda a voi a notifica- re, come elli vuole venire a Pisa, per andare a Roma per incoronarsi: e viene per far grande Pisa sopra tutte l'altre Città del Mondo, peroc- chè Pisa sempre è stata Camera d'Imperio, e mol- to onore per antico li Pisani aveano fatto allo suo Avolo: e non solamente a lui, ma a tutti gli al- tri Imperadori, che sono stati per innanzi. Elli viene per vendicarvi del sangue, che avete sparto per lo 'mperio, e per volervi rimunerare delli af- fanni e delli danni, che avete avuti e sostenuti per difendere l'Imperadore, e parte Ghibellina, e guadagnare Lucca, e d'ogni affanno, che avete durato. Tutto ciò sapea: e oltre a queste cose elli non vuole vostri danari, nè vostri cavalieri, nè vostro ajuto, imperciocchè egli è ricchissimo, e ha denari assai, che già è gran tempo, che elli era potentissimo di gente. E altramente disse, che elli era savissimo, e che come elli è suo Procu- ratore; e così come Procuratore elli rinunziava nostro ajuto di denari e di genti, dicendo, che se Notajo nessuno v'era a questo Consiglio, ne cavasse carta; perocchè lo ditto Imperadore non volea se non lo cuore de' Pisani, come avea avuto innanzi. E partitte sì lo Vescovo dal Consiglio, e tornossi all'albergo, e rimase il Consiglio. E quine si levonno molti Citta- dini a consigliare: e in somma si vinse, che lo Imperadore si ricevesse in Pisa, e facessesi ciò, che elli sapea dimandare. L'altro dì lo ditto Vescovo venne a Palazzo delli Signori Anziani di Pisa, e fulli data la risposta, che li Pisani erano molto contenti e allegri di sua venuta, e che s'era mandato Ambasciadori a lui, per fare ciò che elli sapea dire e comandare: e lo Ves- covo fue contento della ditta risposta. E
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tornonno li Ambasciadori allo 'mperadore, e funno ricevuti graziosamente, e senza saputa della maggior parte delli Cittadini di Pisa, se non da quattro, che poteano operare il tutto. E di- mandonno li Pisani di grazia all 'mperadore queste cose. Cioè, che elli brevilegiasse Lucca in perpetuo alli Pisani, e tutto lo suo Contado; e che ogni grazia e ogni brivilegio, che li Pi- sani per antico aveano avuto dalli altri Impera- dori, elli dovesse confermare e approvare: e che lo stato, che reggea e governava Pisa, do- vesse durare; e che non dovesse mutare nè toc- care la tasca delli Anziani; e che li Anziani, che allora erano nell'Uffizio dell'Anzianatico, e per lo tempo si caveranno dalla ditta tasca, sarebbono suoi Vicarj; e tutte l'entrate, che erano obligate a certi Cittadini per certe pre- stanze, che si poseno per la guerra di Lucca, che si chiama la Massa delle prestanze, non le toccherebbe, anzi le lasserebbe a quelli Cittadi- ni, a' quali obligate erano; e che non mute- rebbe l'Uffizio del Conservadore del pacifico stato, che allora era in Pisa; e che non mute- rebbe nessuno altro Ufficiale; nè nullo rebello, nè confinato, nè sbandito rimetterebbe in Pi- sa; anzi li lasserebbe stare in quel modo e in quella forma, che allora erano; e che neuno breve e stato che fusse in Pisa, muterebbe. E per queste cose profersono di dare a lui per aju- to della sua coronazione sessanta migliaja di fio- rini d'oro in quattro paghe, cioè quindici mila ne volea dare in Mantova; e quindici mila quando fie giunto in Pisa; e quindici mila quando andrà a Roma; e quindici mila, quan- do fie tornato da Roma incoronato. E lo Im- peradore rispose, che elli era contento di ciò, che ellino dimandavano. E così mandonno a Pisa lo brivilegio di queste grazie, che lo Im- peradore avea lor fatte. Lo ditto brivilegio si lesse in Consiglio, e molti ne funno malconten- ti, ma nondimeno la maggior parte ne fece gran festa e allegrezza; e la festa si fece falòe e arsesi di molta cera per allegrezza; e le Cam- pane della Città tutte suononno a Dio lauda- mo; e fecieno festa più dì di armeggiare più brigate per la Città di Pisa. S vestitteno li ar- meggiatori a una taglia di svariati colori, da per se ciascuna brigata, e di molte cene e disi- nari faceano le ditte brigate per allegrezza. Sentendo Messer Bernabò e Messer Galeazzo Signori di Melano, che li Pisani erano accorda- ti con lo ditto Imperadore, si brigonno anche ellino dell'accordo; e fatto l'accordo lo 'mpe- radore li fece suoi Vicarj di tutte le Terre e Città, che li ditti Signori di Melano teneano: e allo 'mperadore li fecion dono di cento cin- quanta migliaja di fiorini d'oro. E intròe a patti in Melano, forse con cento compagni di- sarmati, e non con più: et lo dì della Pasqua di Beffana si incoronòe in Santo Ambrogio, cioè della Corona del Ferro, come s'usa per li ditti Imperadori. E poi lo ditto Imperadore si misse in assetto di venire in Toscana. E del mese di Gennajo anni Domini Mille trecento cinquanta cinque della sua gente ne 'ncominciò a venire a Pisa, e la Domenica a Nona a dì diciotto di Gennajo preditto, lo ditto Imperadore entrò in Pisa con pochi uomini a cavallo di sua gente, e male armati. E molti Cittadini Gentil'uomini e Popolani di Pisa a piè e a cavallo con uno palio di seta, li andonno incontra più di du' miglia: e con voce grande dicendo ognuno: Viva lo 'mperadore: e parlando l'uno con l'al- tro, dicendo che questi era Agnello d'Iddio,
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che era venuto in terra per metter pace tra li Cristiani. La sua apparenza era buona; e quel- lo verno fue molto asciutto più che mai fusse per nessun tempo. E del mese di Gennajo all' entrata ghiacciò Arno tutto, che le persone vi andavano suso come per le vie per tutto: e fe- cervisi suso li fuochi, e giocovvinsi alle brac- cia, e a mazascudo. Li Artefici per una ricor- danza v'andonno a fare li loro mestieri: chi fe- cie una cosa, e chi l'altra; e ognuno dicea: Questo tempo non è senza cagione: questa è cosa divina, et è fuor di natura, parendo a ognuno fusse un gran segno, che lo ditto Imperadore dovessi fare ogni bene. Ogni persona li dava buon nome e buona fama; e assai bene ispera- vano di lui, dicendo, che elli era un santo uo- mo, e che la sua vita era santa, e di molta vertude, e che elli digiunava tre dì della setti- mana, e diceva ogni dì l'ore divine come uno Religioso; e per divozione in letto quasi non volea dormire; e che elli era lealissimo, santis- simo, fortissimo, potentissimo, e ricchissimo, e che a lui molto dispiacea li mali: e li Pisani tutti, credendo questo, funno molto allegri e contenti. E quando lo 'mperadore giunse alla porta del Leone in Pisa, l'Arcivescovo di Pisa li venne incontra con la Croce in mano; e lo Imperadore scese a terra di cavallo, e inginoc- chiosse, e con gran reverenza si cavò il cappuc- cio, e bacciò la Croce, e così a piè se ne an- dòe a Duomo all'Altare maggiore, e fevvi re- verenza, e offerittevi; e poi uscitte fuore, e montòe a cavallo, e sotto il palio se ne andòe, e posòe allo giardino di Piero Gambacorta. E andando, ognuno gridava: Viva lo 'mperadore. Allo ditto giardino in Pisa presso alla porta di San Gilio, quine v'era uno ricchissimo letto e magno, lo quale costò più di mille dugento fiorini, lo copertojo, e le matarasse, e una col- trice, e uno copertojo, e uno di velloso ver- miglio da coltre. E la sera vi si apparecchiò una magna cena, e l'apparecchio grande di tor- chi di cera e di candeli, e di molti vini, e con- fetti, e polli, e altre cose assai in grande abon- danze: e poi la sera egli e sua gente s'andonno a dormire; e missevi voce per Pisa, che per di- vozione e riverenza non dormitte in letto la notte, perchè era troppo bello. E lo Lunedì mattina, perchè lo 'mperadore volea vivere a suo modo, fulli presentato cento venti carra cariche di farina, grano, orzo, spelda, legna, fieno, paglia, botti piene di vino, vernaccia, corso, greco, tondo, e di molte vitelle e ca- stroni, e molta cera, torchi e candela, e con- fetti di più ragioni, e tovaglie, e tovagliuole a liste lavorate, e altre masserizie, e cose di più ragioni in abondanza. Lungo sarebbe a conta- re; e tutte queste cose a spese del Comune di Pisa. E a dì otto di Ferrajo venne in Pisa la 'mpe- radrice e Donna dell'Imperadore, e venne con molta gente, e trovossi in quel dì più di quat- tro mila cavalieri, armati tutti. E poi si partì per andare a Roma con lo 'mperadore, e con tutta sua gente, a dì 14 di Ferrajo. E fue in- coronato lo ditto Imperadore a Roma, e l'Im- peradrice per Pasqua di Sorresso a dì nove di Aprile: e poi tornò altresì tosto a Pisa. Hora voglio tornare un poco a rieto. Sap- piate, che molti Baroni e Cavalieri a speron d'oro venneno con lo 'mperadore e con la 'mpe- redrice, li quali funno della Magna e d'altri paesi. E quando lo ditto Imperadore venne in Pisa a dì 15 di Gennajo, come ditto è, di
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molti fanti armati, e la masnada da cavallo e da piè erano armati su la piazza, e a casa delli Gambacorta, con molti Cittadini Bergulini della lor parte. E Ser Cecco Agliata con lo suo Ca- sato, con altri Cittadini della loro setta si ri- volsono e accostonnosi con li Raspanti, e vi funno con loro li Malpigli e li Grifi, con altri popolani. E da inde a tre dì dopo la sua ve- nuta, lo ditto Imperadore volse il sacramento e la fedeltà dalli Pisani a Duomo alla Chiesa maggiore di Pisa; ed essendo li Cittadini a Duomo, e poi giugnendo lo Paffetta da Monte Scudajo, sì levonno lo romore in Duomo; e di molti altri Cittadini Raspanti, e sie delli Ber- gulini gridava ognuno: Viva lo 'mperadore: e ognuno cavò fuora le spade o coltella, e stette- no tutti fuora, dicendo: Viva lo 'mperadore, e muoja lo Conservadore; e poi lo romore si rac- chetòe. E se Franceschino Gambacorta avesse auto cuore d'uomo, elli avea possa di molti fanti di Valdera, e di Collina, e d'altro Con- tado di Pisa, e di molti Cittadini della lor par- te: e anche avea lo domi4no della masnada da cavallo, elli li potea mettere a filo delle spade, ed essere al tutto vincitore. E vedendo lo 'mpe- radore contradizione sì grande, dubitò forte. L'altro dì fece giurare la masnada da piè e da cavallo tutta in sua mano, la quale era prima in mano del ditto Franceschino Gambacorta, e di ser Cecco Agliata. Ebbevi alcuno Capo- rale della masnada, che non volse giurare, di- cendo: Franceschino, fa cassar me, che io non ci voglio giurare in mano di questo Imperadore, perchè egli è un gaglioffo: io non conosco in lui alcuna leanza: io sono miglior'uomo di lui: elli non ti attenderà nulla promessa, che t'abbia fat- to, elli ti farà tagliar la testa: e così li avenne a lui e a sei altri Cittadini insieme, come inan- zi conterò. E sempre le parti stavano con ten- cione e con briga; e finito l'ufficio dell'Anzia- natico, Gennajo e Ferrajo, si fecieno a bocca, cioè sei della parte delli Bergulini, e sei della parte delli Raspanti; e anco per questo non funno contenti. Appresso li fece imparentare insieme; ed è vero, che lo Vicario dell'Impe- radore, cioè Messer Marcovaldo, il quale era Patriarca di Aquileja, favoreggiava molto la parte delli Raspanti, e 'l quale, essendo cacciati i Bergulini, li Raspanti lo feceno loro Vicario in Pisa per lo 'mperadore, e avea di provigione ogni mese per la sua persona propria fiorini mille, senza l'altre cose, che li valea più d'al- trettanto; perocchè la masnada da piè e da cavallo era giurata tutta in sua mano.

93. Della cacciata delli Bergulini, e del trattato in Pisa.

Della cacciata delli Bergulini, e del trattato in Pisa. Nel Mille trecento cinquantasei, essendo queste cose, e iscaldate le ditte parti in- sieme, Raspanti e Berguliniù; e avendo lo ditto Imperadore preso la corona a Roma, e torna- to a Pisa del mese di Maggio; e essendo tornati à Pisa li usciti della parte delli Raspanti, e tutti li confinati di Pisa, primamente quando lo 'mperadore entròe in Pisa del mese di Gen- najo preditto, come ditto è: queste non funno le promesse fatte per lui, e per lo ditto Vesco- vo suo Ambasciadore; e sì ch'elli ratificòe e affermò elli poi a Mantova alli Ambasiadori Pisani con carte fatte, come ditto è arieto. E poi lo Maggio preditto lo 'mperadore più vol- te ebbe trattato insieme di pacificar l'una parte e l'altra; ma queste parti non si potenno mai
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accordare insieme perfettamente. Allora lo 'mpe- radore li volse veder tutti; feceli raunare senza arme. L'una parte si raunòe in Santo Sisto, e l'altra parte in San Piero in Corte vecchia, cioè li Raspanti e li Bergulini. E quando fun- no tutti raunati, li fece venire su la piazza delli Anziani ambe le parti, e ciascuna da per se; e poi a tutti comandò loro, che stessino in- sieme tutti pacificamente come fratelli; e co- mandò, che ciascuno tornassi a casa con la buona ventura. La parte delli Bergulini fue più che quella delli Raspanti per l'uno quat- tro. E l'altro dì sì apprese lo fuoco allo Pala- gio delli Anziani, nel quale stava lo 'mperado- re, e li Anziani stavano nel Palagio vecchio da lato; e fue di notte, e arse l'una parte dello Palagio cioè la sala del Popolo; e nella ditta sala v'erano da mille buone balestre, e di mol- te casse di guerrettoni e pavesi, e di molte co- razze, in fra le quali balestre ve n'avea dieci, che gettavano tre guerrettoni per volta, li quali si guadagnonno a Monte Catino; e lo 'mpera- dore andòe a stare in Calonaca. Di poi a dì XX di Maggio preditto, lo 'mpe- radore, avendo mandato per molti Cittadini, fra li quali vi funno li Gambacorta, eccetto che Niccolao, si levò romore in Pisa, dicendo: Viva lo popolo, e muoja lo 'mperadore: e ognu- no s'armòe valentemente contra lo 'mperadore, e tutto lo popolo trasse alle Compagne, facen- do per la Città sbarre, che non possa correr la Terra lo 'mperadore. E lo 'mperadore avendo seco lo Paffetta, e Messer Lodovico della Roc- ca, e li altri, sostenne. E lo popolo di Pisa, e Raspanti, e Bergulini per la Città, ciascuno si baciava in bocca, dicendo: Siamo fratelli, e cacciamo questo lupo, che ci vuol toller Lucca. E tutti li Tedeschi, cioè la gente dello 'mpe- radore, e li suoi Baroni erano morti, e subito spogliati e gittati in Arno; e quanti trovavano, tutti li uccideano. E lo 'mperadore sentendo questo, per paura della morte sì montòe a ca- vallo elli, e la 'mperadrice per andarsene fuor della Città; e allora giunse lo Paffetta, e Mes- ser Lodovico della Rocca con molta gente, ar- mati tutti a piè e a cavallo. Lo 'mperadore ebbe grandissima paura di non esser tradito: e lo Paffetta disse allo 'mperadore, e alzò lo brac- cio: Santa corona, non temete: e tutti gridon- no: Viva lo 'mperadore, e muojano li traditori Gambacorta. Allora lo 'mperadore s'assicurò; e ellino preseno alquanti cavalieri della gente dello 'mperadore, li quali erano con lo 'mpera- dore armati, e con Messer Marcovaldo venne- no al Ponte vecchio; e come funno in Borgo, venne Magino Ajutami Cristo a cavallo con molta gente del Nicchio più di dugento, e tutti se ne andonno al Ponte vecchio, e tro- vonnolo asserragliato con molta gente della par- te delli Gambacorta, delli quali n'era capo Niccolò Gambacorta; e Giovanni Laggio, lo quale era uno valente e saggio Cittadino, e della parte delli Bergulini, e stava in Chinzica, et egli trasse armato a cavallo al Ponte, e dicea alla gente, che erano al Ponte: andiamo a pi- gliar la piazza. Ellino non lo intendevano per lo grande romore, che v'era, credendo che fosse delli Baroni dell'Imperadore. Li si fogon- no addosso, e uccisenello, e poi lo connobbe- no. Che se ellino non si aveano asserragliati, e fusseno venuti giù dicendo: Viva lo popolo, ognuni li sarebbono tenuti dirieto, e sarebbono stati al tutto vincitori. E Ser Vanni d'Appiano lo Cancelliere delli Anziani fue morto d'una
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lancia li venne nella bocca da uno famiglio del Paffetta. Di che non potendo passare lo Ponte vecchio, ellino, lo Paffetta e Messer Lodovico con la loro brigata andonno al Ponte della Spina; e poco aveano a stare, che l'arebbon tagliato. E allora fue grande la battaglia dall' una parte e dall'altra; e Messer Marcovaldo, e Magino Ajutami Cristo con molta gente andon- no dal Ponte nuovo, e alla fine li Gambacor- ta, e la sua gente funno sconfitti e rotti. E poi rubonno le loro case, e missonvi lo fuoco, e arsenole. Li Lanfranchi, che erano della parte delli Bergulini, funno vili, che non si mostron- no niente; li Gualandi si portonno valentemen- te; ma alla fine funno tutti isconfitti, come ditto è, a dì XX di Maggio, e molte case della parte delli Bergulini furno lo dì rubate dalli Raspanti.

94. Come si levò lo romore in Lucca.

Come si levò lo romore in Lucca. Nel ditto tempo, le preditte cose fatte, et essendoci lo ditto Imperadore, a dì XXI di Maggio si scoperse in Lucca un trattato, cioè de' Lucchesi con lo Siniscalco dell'Impe- radore, lo quale avea promesso di levar Lucca alli Pisani, e darla in podestà delli Lucchesi, avendo avuto di molti denari: si disse arrecati- gli fiorini in fiaschi, mostrando che fusse vino. Per la qual cosa fare entrò nello Castello di Lucca Tedeschi, che mai ne volseno uscire, e caccionno fuore lo Castellano dello Castello, e li soldati, che vi erano per lo Comune di Pisa; e tutte le guardie, che v'erano, su per le mu- ra rimaseno. Ma li Tedeschi non ne volseno uscire, e montarono a guardia Luchesi in su le mura, et eranvi entrati ventiquattro Lucchesi dentro al Castello: e li Castellani Pisani ricove- ronno in San Martino in Lucca: e li fanti sol- dati a piè si ricoveronno tutti insieme a piè del Castello di fuore, tutti armati; e li Lucchesi con loro sforzo li voleano uccidere: ed eglino si difendeano lo meglio, che potevano. Et aveano li Lucchesi raunato in Lucca più di sei mila fanti di loro Contado, e aveano rotto le mura, acciocchè li loro fanti entrasseno nel Castello. E li Pisani sentendo questo, ciascuno mostrò di volere difendere la sua patria, non ricordandosi dello romore, che era stato in Pisa lo dì dinanzi. Di che lo quartieri di Chin- zica ad affatto popolo e cavalieri, lo Giovedì si partinno di Pisa, e andonno per volere en- trare in Lucca; e nullo vi potè entrare nè ac- costarsi, perocchè li Tedeschi aveano tutte le fortezze; e albergonno quelli di Chinzica a piè del Castello di fuore di Lucca, e funno a grande rischio; perocchè le biade erano gran- di, et eranvi appiattati più di sei mila fanti de' Lucchesi; e fue gran maraviglia, come li Pisa- ni non funno tutti morti. E lo Venerdì seguen- te lo quartieri di Ponte tutto affatto cavalcon- no a Lucca, sapendo, che lo quartieri di Chin- zica non v'era potuto entrare; acciocchè l'un quartiere e l'altro combattesseno valentemente lo Castello. Per la qual cosa giunti che funno a Lucca, come piacque a Iddio per bontà de' buoni fanti soldati, che v'erano in Lucca fuore del Castello, e di Messer Marsilio Conestabile a cavallo, che v'era per lo Comune di Pisa con la sua Bandiera, e vi si portò molto bene, come paladino: quelli ch'erano fuore dello Ca- stello, combattenno duo dì e una notte con li Lucchesi, i quali non li lassorno intrare nel Ca- stello, e con quelli Tedeschi, che rimaseno,
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nè volseno uscir fuore per lo ditto del Malis- calco. Anzi si può dire, che tutti si misseno al morire per lo Comune di Pisa; e con questi era Messer Giovanni Marsilio, fino al giorno che Lucca si guadagnò. E giunti che funno quelli dello quartieri di Ponte, e accostati con quelli di Chinzica tutti a piè del Castello, e volendo combattere lo Castello, il ditto Sinis- calco e li suoi ebbeno paura del popolo di Pi- sa, e incontenente si partirono tutti del Castel- lo, e intronnovi i soldati Pisani, che 'nprima erano stati accomiatati. E subito v'intronno li Pisani, e preseno tutte le fortezze; e poi li Pi- sani misseno fuoco a queste case, che erano presso alla Chiesa di Santo Michele; perocchè tuttavia li Lucchesi resisteano a combattere in- sino allo Castello; e tutta quella notte fu gran- de romore. E avuto li Pisani la vettoria, e le fortezze della Città, lo quartieri di Ponte ri- tornò a Pisa, e quello di Chinzica rimase alla guardia di Lucca otto giorni: sicchè fu bene acconcio ogni cosa.

95. La morte delli Gambacorta a dì 28 di Maggio.

La morte delli Gambacorta a dì 28 di Maggio. Lo 'mperadore avendo sostenuti li Gamba- corta con certi altri grandi Cittadini del- la loro Setta, quando in Pisa si levò lo romore a dì XX di Maggio predetto, e funno sconfit- ti e cacciati: per mali rinonzamenti delli Cit- tadini e capi della parte delli Raspanti, a dì XXVIII di Maggio preditto ne fece decapitare alcuni in su la piazza del popolo di Pisa, rim- petto giù a piè della scala dello Palagio delli Anziani del popolo di Pisa, e funno sette uomini Cittadini di Pisa, e delli maggiori della Setta de' Bergulini, cioè Francesco, e Lotto, e Bartolomeo Gambacorta. Questi tre funno decapitati, e funno sopelliti tutti tre nella Chiesa delli Frati Minori di S. Francesco, rimpetto all'Altare loro maggiore nella loro sepoltura. E fu decapitato Ser Nieri Pa- pa, e sopellito in detta Chiesa; e funno decapitati Ugo di Guitto, e Giovanni delle Brache, e Ser Cecco Cinquini, e sopelliti questi tre nella Chiesa di Santa Caterina de' Frati Predicatori in Pisa. Questi funno sette grandi Cittadini, e delli maggiori della parte delli Bergulini. E Piero e Niccolao Gambacorta e li altri Gamba- corta andonno a confine, e di molti altri Citta- dini di Pisa.

96. Altre avventure di Pisa.

Altre avventure di Pisa. In questi tempi essendo lo 'mperadore in Pisa, e innanzi che elli andasse a Roma a pigliar la Corona, fece Cavalieri i figliuoli di Messer Francesco Castracani, cioè Messer Fran- cesco, e Messer Giovanni, e un' altro giovane di Milano; e fessi in Pisa bella festa. E un'altra nobile e bella festa si fece in Pisa, che lo 'mpe- radore fece un' Poeta in su le gradora di Duo- mo presso alla colonna del Talento; e ordina- tovi sedie, e di molte altre sustanze di difici di legname, cioè steccati intorno alla Piazza di Duomo, imperocchè fu tanta la gente, che vi venne, che fu una grande meraviglia, che lo 'mperadore si parò a modo di uno Prelato con la Corona in testa; e fu una grande e bella solennitade. E fatte tutte queste cose lo ditto Messer Francesco Castracani con li figliuoli, e così li figliuoli, che funno di Messer Castruc- cio, cioè Messer Arrigo, e Messer Vallerano, funno accomiatati di Pisa per paura di romore e scandolo, che fu per essere nella Città. Il
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ditto Messer Francesco teneva dalla parte delli Raspanti, e li figliuoli di Castruccio tenean con li Bergulini; e ciascuno di loro lavoravano coperto, credendosi aver Lucca. E per trovarsi le ditte parti in Pisa, cioè li Raspanti con li Bergulini, erano intrati in Pisa di molti fanti, e di più contrade, cioè del Contado di Pisa e di Lucca. E veramente se le ditte parti quel dì si scontravano, sì sarebbe stato troppo grande male, e grande uccisione dell'una parte e dell' altra, e a condizione d'esser ito a ruba tutta la Cittade. Grazia a Iddio, che funno accomiata- ti di Pisa: e uscendo fuore lo ditto Messer Francesco in su la sera, e cavalcando verso Lucca con poca compagnia, cioè elli, e Messer Jacopo suo figliuolo, e arrivono a Massa, al luogo, che fu del Duca; e così Messer Arrigo, e Vallerano con loro compagnia: e posando quine amendue le parti per la notte, che so- praggiunse loro; e venendo insieme in parole, li detti Messer Arrigo, e Vallerano, ucciseno lo ditto Messer Francesco loro zio, e feritteno Messer Jacopo sul volto, e in altra parte della persona perchè elli volea ajutare lo suo padre Messer Francesco. E se non fusse, che egli era garzone, l'arebbeno compiuto d'uccidere. E poi sen'andonno in Garfagnana.

97. Della partenza dello 'mperadore.

Della partenza dello 'mperadore. Lo 'mperadore si partì di Pisa da poi ch'elli ebbe fatto tagliar la testa alli sette Cittadi- ni di Pisa, e andonne a Pietra Santa del mese di Maggio preditto; e quine stette giorni quat- tordici a buona guardia. E in questi dì Altino, figliuolo bastardo che fu di Castruccio, ribellò Montegiuli, un Castello, che è presso a Pietra Santa, con certi fanti; e quine s'afforzò: di che vi si cavalcòe, e alla fine si arrendette allo 'mpe- radore. Altino fu preso, e li altri si partinno, e funno lassati andare per lo migliore; e lo dit- to Altino fu menato a Pisa, e li Raspanti li fenno tagliar la testa. E poi lo 'mperadore se n'andò, e tornossi a casa sua, e lassò in Pisa suo Vicario el ditto Messer Marcovaldo, lo quale dimorò poi in Pisa due anni nel Palagio mag- giore delli Anziani. Il quale Vicario aveva ogni mese dalla Camera del Comune di Pisa per la sua persona propria fiorini mille d'oro, e dugen- to cavalieri a sua guardia, e molte bandiere di fanti a piè a spese del Comune di Pisa. E poi lo ditto Messer Marcovaldo si partì di Pisa, e andonne a Melano, facendo guerra; e fu preso dal Signore di Melano, e poi fue lassato e ris- parmiato per amor dello 'mperadore. E Messer Gualtieri, nipote di Messer Marcovaldo, rimase dipoi lui Vicario in Pisa per lo 'mperadore; e aveva di provigione per la sua persona propria ogni mese dalla ditta Camera del Comune di Pisa fiorini sei cento d'oro, e dugento uomini a cavallo, e molti fanti a piè alla sua guardia alle spese del Comune di Pisa, e per guardia dello Stato delli Raspanti.

98. Come li Duchini assedionno Castiglione di Garfagnana.

Come li Duchini assedionno Castiglione di Garfagnana. In questo tempo di Messer Marcovaldo pre- ditto, il quale era allora Vicario in Pisa, li Duchini, cioè Messer' Arrigo, e Vallerano, fi- gliuoli di Messer Castruccio Castracani, puose- no oste a Castiglione di Garfagnana; e aveano di molti fanti a piè, e alquanti da cavallo. E in questo tempo era Messer Biordo Podestà di
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Pisa. E lo Comune di Pisa vi cavalcòe a pie e a cavallo: per la qual cosa li Duchini senten- do venire la gente di Pisa, non li spettorno, e tornonsi con la lor gente arrieto verso la mon- tagna, e presen Capraja, e lo Verucchio. E stettenvi l'oste delli Pisani assai, perocchè v'avea dentro di buoni fanti del Frignano, e di quello di Lucca, e d'altri luoghi. Valerano si partì, e lassò Capraja e lo Verrucchio a sua gente. In Capraja rimase Nieri di Galeffe da Castel- nuovo, con sua brigata, e nel Verrucchio Gio- vanni di Ser Bianco da Castiglione di Garfa- gnana, e suoi compagni. E li Pisani stetteno intorno a Capraja con trabocchi, e manganel- le, e di molti balestrieri, e tutte le case di Ca- praja mandorno per terra; di che quelli dentro ordinonno aver terrati, e quine si stavano, non volendo rendere la Terra; e ogni dì uscivano fuora a badaluccare con li Pisani. E alla fine vi cavalcò Messer Biordo Podestà di Pisa, e giunto che elli fu, mandò lo bandò della batta- glia, inde a parecchi dì; e quelli dentro si ac- cordonno con lui, e a patti se n'andonno a bandie- re spiegate con quella roba, che dentro v'era, e passonno li monti. E Verrucchio poco si ten- ne, e si rendette alli Pisani. E poi lo ditto Messer Biordo con l'oste delli Pisani si tornonno a Pisa vittoriosi e allegri.

99. Della pace rotta tra Pisa e Firenze.

Della pace rotta tra Pisa e Firenze. Nel Mille trecento cinquantotto Pisa armò due Galere alla guardia del mare, e puo- se di gabella alla Porta Legatia da mare per ogni lira un denajo e mezzo, oltra l'altre ga- belle: acciocchè di questo diritto si pagasseno le ditte Galere della guardia. Per la qual cosa li Fiorentini, che aveano a compiere la franchi- gia per sei mesi, tutti funno corrucciati, e si partinno di Pisa li mercanti, perchè aveano avuto lo comandamento dal Comune di Firen- ze di partirsi, che nessuno Fiorentino dovesse stare nella Città di Pisa. E fecieno compagnia con li Senesi, con termine di dieci anni; e fen- no lo Porto a Talamone, e passava la mercan- zia per la Città di Siena, e davano ogni anno di gabella al Comune di Siena sette mila fiorini d'oro.

100. Del trattato di Federigo del Mugnajo …

Del trattato di Federigo del Mugnajo per li Ber- gulini contra li Raspanti. Nel Mille trecento sessanta si fece trattato in Pisa, cioè li Bergulini contra li Ras- panti; e del ditto trattato ne fu capo Federigo del Mugnajo. E a dì dodici di Novembre si scoperse la notte della Vigilia di Santo Brizio, e di Santo Pontico, e di Santo Vito in su le due ore: e per lo ditto trattato doveano la notte stessa su le sette ore li Bergulini con mol- ti altri Cittadini di Pisa levare lo romore, di- cendo: Viva lo Popolo, e li Gambacorta, e muo- jano li Raspanti, li quali reggeano e governa- vano Pisa; e andare alle case delli Raspanti, e mettervi fuoco, e rubarli, e pigliare la Piazza per loro, e lo Palagio delli Anziani, e tagliare a pezzi lo ditto Messer Gualtieri, e lo Conser- vadore, e di molte altre cose fare, delle quali lungo sarebbe lo scrivere. E per certo se lo trattato fusse venuto fatto, e' sarebbe stato gran male nella Città. Ma lo nostro Signore Iddio, e la sua Madre providdono lo meglio. E sco- perto che fu lo ditto trattato, furono presi di- ciotto uomini Cittadini di Pisa, che vi erano
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impacciati, cioè della parte delli Bergulini, la ditta notte in su le due ore, et ebbono di mol- ta colla: e poi di quelli diciotto ne funno ap- piccati otto in Prato, di fuor della porta delle Piagge in Pisa; e diece ne funno condennati, chi in mille, chi in cinquecento fiorini, e chi in meno; e così si ricomperonno delli altri, chi poco, e chi assai: e fu lo dì di Santo Chi- mento, a dì XXIII di Novembre Anno sopra- scritto. E poi li condennati furon confinati fuor di Pisa a settanta miglia, launque voleano le confine; e altri per paura ne fugginno della Città, e funnone condennati e confinati molti. E in questo trattato ne funno molti Cittadini, quasi la maggior parte di Pisa.Eziamdio vi funno delli Frati Minori dell'Ordine di San Francesco in Pisa, cioè un Frate Bernardo del Pattieri Pisano. E lo ditto Federigo del Mu- gnajo tenea questi modi. Elli era sensale, et es- sendo con li mercanti Cittadini di Pisa, sì di- ceva: Come fate? e lo mercante dicea: noi fac- ciamo molto poco. Elli diceva: Li Gambacorta erano buoni Cittadini, e pacifici, e teneano la Città in grande pace. E tanto diceva sopra que- sto, che elli gl'inducea a quello voleva; e se alcuno non si assicurava elli li dicea: or sappi, che a questo trattato si tiene Ser Cecco Agliata: e li anderò di ciò a parlare. E in questo modo molti ne condusse. Questo Federigo, quando andava a Ser Cecco Agliata, sì li parlava di prestar denari per iscritte a mercatanti, e non per quello, che dava a intendere alli Cittadini. E li Cittadini li chiedeano, perchè lo ditto Ser Cecco si era prima con li Bergulini, e perchè elli venne in isdegno con li Gambacorta, si ri- volse e tenne con la parte delli Raspanti; e poi si dicea per Pisa, che Ser Cecco si conten- tava male: per questo li Cittadini credeano a Federigo. E se li Raspanti avessino voluto cer- care più innanzi, arebbono votato Pisa di Cit- tadini.

101. Di un trattato, che si fece in Pisa.

Di un trattato, che si fece in Pisa. Nel Mille trecento sessantuno all'uscita di Marzo si scoperse un trattato in Pisa tra li Bergulini contra li Raspanti, li quali reggea- no e governavano Pisa, e fuvvi rimescolato in questo trattato e' Frati di Santa Caterina, e di Santo Francesco, e di Santa Maria del Carmi- ne, e delli Preti di Duomo, e sì di altre Chie- se, delli quali ne funno presi molti e collati dal Conservadore di Pisa, e poi per l'Arcive- scovo di Pisa; e niuno fue guasto della perso- na; ma funno condennati in pecunia, e confi- nati; e chi mucciòe, fue ribello.

102. D'uno trattato si fece in Firenze.

D'uno trattato si fece in Firenze. Nel ditto Anno a dì primo di Gennajo si scoperse un trattato in Firenze, come certi Caporali lanajuoli, li quali tutti erano di- serti e disfatti, perchè l'Arte della Lana non valea nulla, perocchè non aveano lo porto nè l'uso di Pisa: per la qual cosa un Bolognese si partì di Bologna, e andò a Firenze (questi era Cancelliere di Messer Giovanni Signore di Bologna, et era in ajuto della parte) et elli accusò lo trattato, per aver con patto fatto ventimila fiorini d'oro dal Comune di Firenze. Per la qual cosa fue tagliata la testa a due Cit- tadini di Firenze.

103. Dell'assedio a Bologna per li Signori di Melano.


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Dell'assedio a Bologna per li Signori di Melano. Nel Mille trecento sessantuno a Parma ven- neno cinque mila Ungheri, li quali man- dòe un Cardinale del Papa a Bologna, che li Cittadini Bolognesi si mandonno a raccoman- dare al Papa. Lo quale Cardinale promisse dare alli ditti Ungheri di molti danari, e ellino levassin l'oste delli Signori di Mela- no, che era intorno a Bologna. Per la qual cosa quelli dell'oste, sapendo la venuta delli Ungari, si partirono d'intorno a Bologna, e reconnosi alle fortezze. E questi Ungari fe- ceno molto danno a Parma, che era dello Si- gnore di Melano. E stati li Ungheri alquanto tempo, aspettavano d'avere i denari, promessi- li da quello Cardinale; e non diede loro se non buone parole. Vedendo li Ungheri, che erano così ingannati, accostonsi con lo Signore di Melano, lo quale diè loro di molta moneta, e poi li mandò addosso a Bologna, e quine, dov'ellino dovevano ajutare, feceno grande guerra, e guastorno tutto lo Contado di Bolo- gna. E nel ditto anno del mese di Dicembre tor- nòe di Romania una nave nel Porto di Geno- va, carica di molta mercanzia: et essendo surta con li suoi ferri fuori del Porto di Genova, venne una grande tempesta di vento, e ruppe tutte le sarte, e portolla al molo di Genova, e percosse le navi, e altri legni, e tutti gli af- fondòe in mare.

104. Della festa, che si cominciò del Corpo di Cristo.

Della festa, che si cominciò del Corpo di Cristo. Nel Mille trecento sessantadue lo buono Ope- rajo di Santa Maria Maggiore di Pisa, il quale avea nome Ser Bonagiunta Masca, elli si puose in cuore, e diè ordine di fare nella Cit- tà la festa del Corpo di Cristo nostro Signore; e a dì XXVII di Maggio, anno preditto, si cominciò la ditta festa molto grande e solenne e devota. Prima, li Signori Anziani di Pisa mandonno lo bando per la Città onorevolmente a suon di trombe, innanzi la festa otto dì, che ogni persona, maschi e femmine, debbiano an- dare la mattina della festa del Corpo di Cristo a Duomo, alla Chiesa maggiore, e alla proces- sione accompagnare lo Corpo di Cristo; e ciascu- no debbia portare un candelo di cera in mano, secondo la sua possibilitade; e tutta la Chericia debbia andare a processione. E lo die della festa la mattina, levato lo Sole a due ore, uscitte di Duomo una molto bella processione di Frati e di Preti e di tutte le Compagnie de' Battuti del- la Città di Pisa, e poi l'Arcivescovo di Pisa con li Calonaci, con la Chericia, e con li Bat- tuti, funno più di mille Cittadini di Pisa. E tutti questi Battuti andavano battendosi col sacco in dosso, ciascuno col suo Gonfalone, innanzi alla Chericia; e ciascuna Compagnia portava con la ditta tavola due torchi di cera accesi di libbre diece, senza quelli, che portano della loro tavola. E poi tornati a Duomo, li offerseno questi due torchi alla ditta Chiesa. E appresso con la ditta processione vi fu la spina di Cristo, la quale li fue posta in capo alla sua Passione, la quale spina è nella Chiesa di Santa Maria del Ponte nuovo; e poi lo Corpo di Cristo, cioè l'ostia; e lo portava in mano l'Arcivescovo in
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uno Tabernacolo d'oro; e di sopra un palio di seta drappo fine; e portavelo certi Cherici di Duomo: e intorno erano cento torchi accesi, e dietro li Anziani, e 'l Podestà, e 'l Capitano del Popolo di Pisa, e Messer Gualtieri Vicario dello 'mperadore. Et uomini e donne grandi e piccoli della Città, tutti erano dietro al Corpo di Cristo, e ciascuno portava in mano uno can- delo di cera acceso, chi di una, e chi di mez- za libbra, e li Anziani di due libbre, accesi tutti. E si partì di Duomo per via Santa Ma- ria, ed alla Piazza delli Anziani, e per Borgo, e per di Lungarno dalla Piazza delli pesci, e del Ponte nuovo; e per vie Sante Marie tor- nonno a Duomo con li torchi accesi in mano; e giunti a Duomo si disse la Messa con l'offerta delli torchi, e delli candeli accesi in su tre gran- di trabacche di legname, di che si fece uno grande et orrevole Tabernacolo d'ariento inora- to; e finita la Messa ciascuno si ritornò a casa sua.

105. Come li Pisani preseno Pietra buona.

Come li Pisani preseno Pietra buona. Li Fiorentini, essendosi partiti di Pisa, isde- gnati con lo Comune di Pisa, ellino con certi loro amici Guelfi e usciti di Pisa, e con certi trattati e modi segreti levonno a Pisa un Castello, si chiama Pietra buona, nel Contado di Lucca, presso al Castello di Pescia, e in su le confine di Firenze: e li Fiorentini avendo fatto questo, lo forniano cautamente, iscusan- dosi al Comune di Pisa, che non erano ellino, e ch'ellino di questo non si vogliono impacciar niente. Allora li Pisani a dì cinque del mese di Dicembre puoseno l'oste al ditto Castello di Pietra buona (questo fue lo 'ncomincio della guerra tra Pisa e Firenze) et essendo l'oste delli Pisani intorno a Pietra buona, vi si fece cinque trabucchi, e trabuccovisi dentro di molte pietre grosse, per tanto che tutte le case, che v'erano dentro, disfenno; e quelli dentro vi feceno di molti terrati, perocchè non voleano dare la Terra; e li Fiorentini celatamente la forniano. E l'oste delli Pisani, essendovi intorno con molti fanti a piè, e di molti balestrieri Pisani, combat- tetteno più volte la Terra. E dentro nel Ca- stello v'era uno, che gittava la bombarda molto a filo, et era la bombarda di peso più che due mila libbre; e fece molto danno, che uccise più uomini. E alla fine li Pisani vi mandonno due grandi Cittadini della parte de' Raspanti: uno ebbe nome Ser Vanni Scaccieri della Cappella di Santo Vito, e l'altro Ser Vanni Botticella della Cappella di Santa Lucia de' Ca- pellari; e andonnovi per Capitani di guerra, e più volte vi dienno la battaglia, e non poteano acquistar nulla, perocchè dentro vi aveva di buoni fanti delli Fiorentini. E una volta fue trovato uno con lettere delli Priori di Firenze, che le mandavano a quei di Pietra buona, di- cendo, che valentemente si tenessino, e che ciò bisognava a loro, faranno tutto a comprimento: noi tegnamo Pietra buona, acciò sia un Purgato- rio di Pisa. E vedendo questo li Pisani, tutta- via mostravano di non avvedersene, e tutto fa- ceano per non cominciar guerra con li Fioren- tini. E fecieno fare un gran Castello di legna- me a sei solari con un ponte, che soprastava allo Castello di Pietra buona, dove saglì di molti uomini armati, Cittadini, e altri, e tutti delli più valenti e arditi, che fusseno nell'oste; e lo Sabato la Vigilia della Pasqua della Pentecoste, vi dienno la battaglia; e volendo accostare lo
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ditto Castello di legname, non potenno; peroc- chè presso al muro del Castello v'era un' cieppo di radice d'olmo sopra la terra, che impacciò le ruote del Castello di legname, che non si potè accostare: di che la battaglia restò, e quelli dentro andonno a cenare maccaroni. E li Pisani fecieno tagliare la ditta radice dell'olmo, e in- comincionno a spignere lo Castello di legname con li ditti uomini, e accostossi allo Castello di Pietra buona; e li Pisani montonno suso, e puo- seno su le mura la 'nsegna del Comune e popo- lo di Pisa, dicendo: Viva lo Comune di Pisa, e muojano questi traditori Fiorentini. E quelli den- tro sentendo lo romore, uscitteno fuore, e den- tro vi fue bella battaglia, ma poco durò che vedendo prese le mura, si dienno a fuggire; e Ser Vanni Scaccieri mandò lo bando, che niuno sia preso prigione, e tutti sieno tagliati a pezzi e morti a filo di spada: e così fu. Funvi morti più di quaranta Caporali valentissimi, e li più pratici, che avesse parte Guelfa, senza gli altri, che funno parecchi centinaja; perocchè l'uscio dello Castello era picciolo, che pochi ne scam- porono. E questo fue la Domenica sera sull' Avemmaria, lo giorno della ditta Pasqua, a dì cinque di Giugno, Anni Domini Mille trecento sessanta tre. Fra li quali Caporali vi fue morto Nieri da Monte Caruglio, molto pregiato fante e generale uomo, lo quale era capo di quelli dentro; e grande duolo ne fecieno li Fiorentini allora, e per questo si scoperseno al tutto, e mosseno guerra come di sotto.

106. Come li Fiorentini fenno guerra a Pisa.

Come li Fiorentini fenno guerra a Pisa. Nel ditto anno Mille trecento sessanta tre li Fiorentini fecieno loro sforzo d'uomini a cavallo e a piè, e richieser loro amici di Tosca- na, e di parte Guelfa, fra li quali vi funno li Senesi, e li Perugini, e altri loro Amici; et a dì 24 di Giugno, la Vigilia di Santo Giovanni, venneno li Fiorentini con più di due mila ca- valieri e con cinque mila pedoni in Valdera intorno a un Castello detto Ghizzano, e vi dien- no più battaglie, e infra dì due l'ebbeno a patti, salvo le persone e l'avere. E poi venneno a Ca- scina, e feceno cinque schiere di loro, e a dì XIII di Luglio entronno in Cascina, e in Set- timo infino a San Sovino, presso a Pisa a due miglia; e corseno a Riglione delle campane presso a Pisa a un miglio tre palj, uno molto ricco; l'altro di meno costo corseno li barattieri; e lo terzo le femmine. E venneno li scorridori fino a foce d'Arno, e preseno uomini, e fem- mine, e bestiame; le femmine lassonno. Dipoi arseno nel Valdarno da Pugnano fino al fosso Arnonico, e tutte le Ville arseno. E fatto que- sto ritornonno a Peccioli, che v'erano stati pri- ma a oste, e non lo potenno avere. E una let- tera trovonno a un messo, che la mandava un Cittadino di Pisa alli Anziani, il quale era in Peccioli un ricco uomo, e aveva dentro di mol- to olio e biade, di valuta di più di quattro mila fiorini, che poi perdette ogni cosa, che ne fu disfatto, la quale contenea, come la gente, che era alla guardia in Peccioli, era uscita fuore a danneggiare in quello di Volterra: di che la Terra è sfornita; provedete di mandarci gente: e questa lettera venne alle mani del Capitano della guerra, di che subito si partì dal Valdar- no, e andonno a Peccioli, e puosenvi attorno l'oste per sì fatto modo, che niuno vi potea entrare nè uscire, e alla fine l'ebbeno. E puo- seno l'oste a Montecchio et ebbenlo, e tolseno
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a Pisa altre fortezze: e poi sen'andonno in Ma- remma, e fecenvi gran danno, e arseno Borgari. Sapendo li Signori Anziani, e quelli, che governavano Pisa, della venuta delli Fiorentini, mandonno per la Città lo bando della guerra, e che ognuno possa offendere in avere e in per- sona li Fiorentini, e loro amici e seguaci. E 'l ditto dì Messer Gualtieri, Vicario dello 'mpera- dore in Pisa, cavalcò col popolo e cavalieri di Pisa al Fosso Arnonico, dove uno Cittadino di Pisa delli Raspanti disse a Messer Gualtieri, che elli cavalcasse con la masnada a piè e a cavallo a Pisa, che era per mutarsi stato: di che tutti in rotta ritornonno in Pisa. E sappiate, che dal Fosso Arnonico a Pisa vi sono nove miglia; e quando entròe in Pisa, lo ditto Messer Gualtieri con molta gente la sera dopo cena entrò per la porta di Pace; e giunto che fu al Niccio, su- bitamente li Raspanti levonno lo romore, di- cendo: Viva il popolo, e muojano li traditori; e con trombe sonando se n'andonno su la Piazza del popolo, e voleano andare alle case delli Agliata, se non che alquanti Cittadini li riten- neno; e per lo meglio la cosa s'acchetò, perchè v'era molta gente, e sarebbe stato troppo male. E se prima lo ditto Messer Gualtieri fusse entra- to per la Porta di San Marco, elli sarebbe stato tagliato a pezzi, e a mala condizione era lo sta- to delli Raspanti, e la Città, perocchè li nimi- ci erano a Peccioli presso a Pisa a venti miglia: e l'una parte e l'altra sgomberò lo suo tesoro e arnesi per li Monasteri, e per le case di quelli Cittadini, che non teneano parte. Li Fiorentini avendo avuto Peccioli, e Piero Gambacorta, e Gherardo suo fratello avendo fatto certo trattato in Pisa, si mosseno di Firen- ze con ottocento uomini a cavallo tra Ungheri e Tedeschi, con alquanti usciti di Pisa, e con le 'nsegne del Comune di Pisa, e per la Città di Pisa si dicea come erano venuti a Peccioli: di che li Raspanti, che governavano, feceno sgom- berare lo Valdarno di Pisa, e mettere in Città; e questo fu a dì XI d'Ottobre. E venendo li ditti Piero, e Gherardo Gambacorta con la dit- ta gente in gran fretta per la strada dritta, con intenzione d'intrare in Pisa, giunti che funno presso alla Porta di Santo Marco, trovonno di molte carra nel Borgo di San Marco di fuore, le quali gl'impacciorno di non poter'entrare e correre con la ditta gente in Pisa. E accostan- dosi li ditti Gambacorta, uscitteno fuore Popolo e cavalieri, e combattettenno alquanti con loro, e lancionnosi di molte lance e guerrettoni l'uno all'altro; e la ditta gente delli Gambacorta si ritirò in dietro, e alcuno di loro ne fu morto, e alcuno ferito, e qual preso. E fu preso uno uscito di Pisa, il quale aveva nome Jacopo de' Provinciale, che era venuto con li Gambacorta, il quale Jacopo corse fino alla porta, e poi fu menato in Pisa al Conservadore, il quale lo fece appiccare per la gola, e strascinare. E Piero, e Gherardo soprascritti si tornonno indietro con molti pregioni a piè e a cavallo, e rubonno la sua gente nel Valdarno di Pisa; e se non fussino alquanti buoni e valenti uomini soldati a caval- lo, n'arebbeno menati molti pregioni; ma e' funno riscossi da quelli di Pisa.

107. Cominciata la guerra venne grande mortalità in Pisa.

Cominciata la guerra venne grande mortalità in Pisa. Nel ditto Anno Mille trecento sessantatre Pisa ebbe due grandissimi affanni, cioè guerra e mortalità di gente, grandi e piccoli, maschi e femmine. La morìa cominciò del mese di
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Luglio, e durò fino a Novembre: e moritte molti padri di famiglia, tra i quali molti grandi mer- canti Cittadini, e altri assai; e moriano di male di bolle, e di soditelli, e di anguinaje, di tin- coni, di faoni. E non fue casa in Pisa nè nel Contado, che non avesse morti, dove non ri- mase persona. E durò la ditta morìa mesi sei. E li fiorentini ardeano in quel tempo lo Con- tado di Pisa. Questa morìa fu sotto il Pianeta di Saturno, lo quale pena a far lo suo corso anni trenta: e poi che ella cominciò, non restò mai, che ella non cercasse lo Mondo per ogni Città, e Castella, e Contado di tempo in tem- po; e cercòe Pisa in quindici anni due volte, senza l'altro rio andare de' tempi. E così per ogni Città fecie per due prese di queste due morìe; e in questa seconda moritte in Pisa più della metà delle persone; e la Festa di Santa Maria di mezzo Agosto non si fece in Pisa, nè si corse lo palio, ma si fece poi lo dì della Pu- rificazione di Santa Maria Candellaja, per ca- gione della morìa e della guerra.

108. Come li Pisani preseno Alto Pascio.

Come li Pisani preseno Alto Pascio. A Dì XIII di Gennajo preditto li Pisani andonno ad Alto Pascio con molta gen- te, e con trattato v'entronno dentro, e preseno lo Castello, fuorchè lo Campanile della Chiesa, la quale è molto forte; e preseno lo Castellano con sette suoi compagni, e cinque cavalli, e molta vettovaglia. E trovonno in quella Chie- sa molte Reliquie Sante, e lo braccio con la mano di Santo Jacopo Apostolo, lo quale si recòe in Pisa; e tutta la Chericia di Pisa li an- dò incontra alla porta della Città, e insieme col popolo l'accompagnonno fino al Duomo di Pisa; e si misse nella sagrestia di Duomo. E li Fiorentini mandonno ad Alto Pascio certa gente in soccorso, insieme col guanto della battaglia alli Pisani; e li Pisani lo presero vo- lentieri, e feceno tre schiere di loro; e dato che ebbeno lo nome, incontinente li Fiorentini fuggitteno, vedendo venire li Pisani contra di loro; e li Pisani si ritornonno poi ad Alto Pa- scio, e tutto l'arseno, e rubonnolo, e sfeceno alquanto della mura del Castello.

109. D'uno trattato in Lucca, che era di Pisa.

D'uno trattato in Lucca, che era di Pisa. Nelli Anni Domini Mille trecento sessanta quattro del mese d'Aprile si fece in Luc- ca trattato, lo quale movea tutta Lucca e suo Contado; e davansi alli Fiorentini. E li Fio- rentini venneno a Pescia con mille cinquecento cavalieri e molti pedoni; e poi s'approssimon- no più a Lucca. Li Lucchesi rompeano da una parte le mura della Città per metterli dentro, e per cacciar fuore le Pisani; e quelli delli Obi- zi di Lucca erano capo del ditto trattato. Ma non si accostonno li Fiorentini, che non poten- no far niente, che 'l trattato fue scoperto; e li Pisani di ciò sapendo, vi corseno popolo e ca- valieri armati, suonando la Campana del popo- lo di Pisa a martello; e ito lo bando, non as- pettando l'un l'altro, subito uscitteno fuore della porta del Parlascio, non rimanendo quasi niuno in Pisa. Et essendo al Bagno a Monte Pisano, presso a Santa Maria de' Giudici, ven- ne novelle da parte delli Castellani di Lucca per lo Comune di Pisa, che ellino tornassino in dietro, perocchè li Fiorentini s'erano parti- ti; e tornonno tutti a Pisa; e lo Conservadore di Lucca fece pigliare più di cento Lucchesi, e
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molti ne funno condennati, e li altri parte fu- rono appiccati, e parte fu loro tagliata la testa lo dì Santa Sita in Lucca.

110. Come Gello di Volterra fue preso da' Pisani.

Come Gello di Volterra fue preso da' Pisani. Nel Mille trecento sessanta quattro a dì VI d'Aprile li Pisani feceno una cavalcata sopra quello di Volterra, e funno tra piè e a cavallo diece mila persone, e preseno per forza lo Castello di Gello di Volterra, e arebbeno più daneggiato, se non fusse la grande pioggia, che venne, e per li fiumi, che crebbono mol- to, onde lo disfenno fino alli fondamenti, e poi se ne tornonno a Pisa.

111. Come li Fiorentini venneno sino alle porte di Pisa.

Come li Fiorentini venneno sino alle porte di Pisa. Nel Anno preditto a dì ventotto di Maggio li Fiorentini venneno con grande sforzo a cavallo e a piè, ben con du' mila cavalieri, e più di quattro mila pedoni, e con molti gua- statori e segatori, e con falci fienaje per segar lo grano; ma non tocconno, se non per istra- da, e puoseno campo a Cascina; e l'altra mat- tina se ne venneno a Sansovino, e quine fer- monno lo campo, e battenno la moneta; e venneno presso all'antiporto di San Marco con più di trecento cavalieri di lor gente. E li Pi- sani squadernati uscitteno fuore, li quali tutti fuggitteno a dietro; e li Fiorentini incalciando- li si mescolonno con li Pisani, e venneno in fino nel Borgo di San Marco, e funnone alcu- ni presi, e due morti. E li pedoni Pisani uscit- teno fuore di strada, e se non fussino stati li cavalieri di Pisa, che usciron fuore, ne sarebbe stati presi e morti assai. E li Fiorentini si ritor- nonno a Riglione delle campane presso a Pisa a un miglio, dove era lo campo grosso, e tutti si ritornonno in dietro, e andonno a Ponte di Sacco, e l'altro giorno a Marti, e quivi gua- stonno, e diennovi due battaglie, e ruppeno in alcuno luogo le mura, e puosenvi di molte scale. E quelli di Marti con alquanti buoni ba- lestrieri Pisani si difeseno valentemente fino alle donne; e gittorno loro di molti Bugni pieni di lape; di che essendo punti, convenne si discostassero del Castello a lor mal grado; e l'altro dì si partinno con molto danno, e molti ne rimaseno morti, e andonnone molti inave- rati, e l'altro giorno si partinno con mol- to disonore, e andonno a Monte Calvuli, e rizzonnovi due trabucchi, e molto lo disfenno e non lo potenno avere, e stettonvi due dì, e poi si partitteno, e tornonno a Firenze.

112. Di una Compagna d'Inghilesi al soldo di Pisa.

Di una Compagna d'Inghilesi al soldo di Pisa. Nel ditto Anno Mille trecento sessanta quattro li Pisani, essendo in guerra con li Fio- rentini, per volersi difendere e vendicare, pre- seno a soldo una Compagna di Inghilesi molto pregiati, e valentissimi uomini da guerra, e chiamasi la Compagna Bianca; e fecesi nella Città più di dugento balestrieri, vestiti a una taglia isvariata, e tanti Cittadini Pisani, che funno più di du' mila, e più d'altrettanti quelli del Contado di Pisa e di Lucca, e altri assai con altre arme; e quasi in Pisa rimase pochi Cittadini e del Contado e distretto di Pisa e di
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Lucca, che non cavalcassino a Firenze con la ditta Compagna tutti di volontà, più che per comandamento, che a tutti fu grande conten- tamento per l'onta riceuta, e sì del danno dalli Fiorentini superbi. E di molti Palagi e Villate arseno nel Contado di Firenze, fra li quali Pi- sani ve n'ebbe uno Cittadino, chiamato Gio- vanni Maggiulini, che dava a chi mettessi fuo- co a una casa o palazzo un grosso di soldi cin- que l'uno; e andava per le Ville chiamando or questo, or quello, che mettessi fuoco dan- doli sempre detto grosso. E non si potrebbe contare lo grande danno feceno per questa pri- ma cavalcata. E uscitteno alla Porta al Parla- scio a dì XXII di Luglio, lo dì della Festa di Santa Maria Maddalena, e tutti popolo, e ca- valieri, e balestrieri, e una brigata di più di cento barattieri, a bandiera spiegata, ciascuno con una lancia in su la spalla, e con l'acciajuo- lo e l'esca a lato, li quali non finivano di met- ter fuoco per le case; e tutti si accamponno su lo prato di Lucca: e giunta che fu la Compa- gna delli Inghilesi, l'altro dì cavalcorno su quello di Firenze, e prima su quello di Pisto- ja; e contasi, che l'oste delli Pisani funno li pedoni e balestrieri più di trenta mila, e sei mila a cavallo.

113. Della prima cavalcata per li Pisani su quello

di Firenze. Come è ditto a rieto, a dì XXII di Luglio lo dì della Festa di Santa Maria Madda- lena li Pisani andonno a Firenze con loro sfor- zo, con la Compagna de' cavalieri Ingilesi, la quale fue in prima alla Città di Melano, e quine danneggiò più di due anni, tollendo al Signor di Melano più e più Castella; e final- mente ebbeno dalli Pisani quaranta mila fiorini d'oro, e promesseno stare sopra quello di Fi- renze mesi sei. E giunti a Lucca feceno la via di Pistoja, e corseno insino alle porte di Pisto- ja, e gittonvi le bombarde, e molte quadrella, e lance; e danneggionno lo Contado con arde- re e affuocare le case, e grano e paglia; e pre- seno di molti uomini, e bestiame, e stettonvi due dì; e poi andonno a Firenze al Borgo a San Donnino; l'altro dì andonno infino alle porte di Firenze da Ogni Santi, e quine si fece alquanti Cavalieri Ghibellini. Lo primo Ghi- sello delli Ubaldini di Lucarda di Firenze, el quale fu Capitano dell'oste Generale delli Pi- sani, e uno gentiluomo delli Gualandi di Pisa, e Giovanni e Piero di Messer Uberto della Rocca, e uno delli usciti di Pistoja. E fatti li Cavalieri, corseno due palj molto ricchi, l'uno per lo Comune di Pisa, e l'altro per lo Comu- ne di Lucca. E quine stette lo popolo di Pisa aspettando battaglia un mezzo giorno; e li Fio- rentini feceno aprire la ditta porta di Ognisan- ti, e stettono fuora la loro masnada, e li Inghi- lesi si schieronno tutti a piè, e lo Popolo di Pi- sa con loro, e li buoni balestrieri valentemente li aspettonno per combattere, e quelli delli Fio- rentini si ritironno in sun un poggio a lato alla Città, e non volsen combattere; e li Fiorentini per paura serronno la porta. E vedendo ciò li Inghilesi e li Pisani, sì balestronno di molti guerrettoni nella Cittàcon polize, dicendo: questo vi manda Pisa: e poi vi battetteno le monete col cogno della Vergine Maria col
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Figliuolo in collo, e battervisi fiorini e grossi, e dall'altro lato della moneta era l'Aquila. E per più strazzio appiccorno presso alla ditta Porta due Asini, e uno Cane; e poi si ritor- nonno al Borgo a San Donnino presso a Firen- ze due miglia, e stettonvi tre giorni, rubando e ardendo d'intorno a Firenze, insino alle por- te; e preseno di molti uomini e bestiame, e poi feceno la via di San Mignato, e parte ne andonno in su quello di Volterra, ardendo, e bruciando, e rubando, e pigliando uomini e bestiame, e fecenvi danno assai. E poi si ritor- nonno a Pisa a dì VII di Agosto vegnente: e in tutto stetteno su quello di Firenze giorni XV. E se gli Inghilesi non contradivano, non vi sarebbe rimasa casa, che li Pisani non aves- sino arsa; e non ostante questo ve ne rimase poche; ma delli palagi non ne rimase niuno, che non vi fusse messo lo fuoco. Et ebbeno molto a male del comandamento, che venne dalli Signori Anziani di Pisa allo Capitano del- la guerra, che elli ne tornasse con l'oste a Pisa, perchè si trattava pace con li Fiorentini. Ma come fue partito l'oste, li Fiorentini, come per loro è usato di promettere assai, e attener cor- to, mandonno lo bando per la Città, che niu- no debba ricordare pace con li Pisani.

114. Della morte del Capitano della guerra.

Della morte del Capitano della guerra. Di poi li Fiorentini ebbeno la morìa nella Città, e nel contado loro. Et essendo tornato l'oste delli Pisani, Messer Ghisello Ca- pitano di guerra generale per lo Comune di Pisa si ammalò in Pisa, e moritte a dì XV di Settembre Anno preditto, e soppellissi in Pisa a grande onore nella Chiesa di Santa Catterina, et ebbe tutta la Chericia di Pisa; e tutte le spese fece lo Comune di Pisa.

115. Della seconda cavalcata su quello di Firenze.

Della seconda cavalcata su quello di Firenze. Lo ditto Anno a dì XX d'Agosto li Pisani feceno una cavalcata su lo Contado di Firenze, e passonno Castel Fiorentino, e Pog. gibonzi, et a Staggia, e funno presso a Firen- ze, e menonne molti uomini e bestiame, e fe- cion gran danno.

116. Dell'altra cavalcata, quando andorono a Fighine.

Dell'altra cavalcata, quando andorono a Fighine. Nel ditto Anno Mille trecento sessanta quattro, a dì XII d'Ottobre, essendo cavalcati gl'Inghilesi a Fighine, con alquanti Pisani balestrieri, e con la masnada a cavallo e a piè di Pisa, della qual gente n'era Capitano uno nobile valentuomo, Messer Manetto da Jesi Capitano di popolo e Podestà di Pisa: lo ditto dì funno sconfitti li Fiorentini dalli Pisani due volt all'Ancisa, e molti ne ucciseno e preseno, e assai n'annegorno in Arno, et ebbono più di mille cavalli a bottino; e fue preso lo Capitano della guerra, il quale si scambiò poi, quando si fece la pace, con Messer Ranieri degli Ubal- dini, il quale fu preso al Pontadera, come più oltre dirò. E preseno Fighine, e stettono su quello di Firenze due mesi e otto giorni; e preseno quattro Castella: e alla partenza li Pi- sani arseno tutte le Castella, e preseno di molti prigioni, e grande preda di roba e di bestia- me; e poi tornonno a Pisa con gran festa e allegrezza.

117. Del Capitano della guerra, che fu presa.


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Del Capitano della guerra, che fu presa. Nell'Anno Mille trecento sessanta tre, es- sendo l'oste delli Fiorentini a Peccioli, venne in Pisa un valente Gentiluomo della Casa delli Ubaldini di Firenze, grande Ghibel- lino, e nimico delli Fiorentini; e fue eletto in Pisa Capitano di guerra, e molto s'ingegnò più volte, stando egli in uno Castello, cioè a Pon- tadera di Pisa, con cento cinquanta balestrie- ri, andando secretamente per entrare in Pec- cioli con gente; ma non potette, e per alcun caso li convenne tornare a casa, e lasciò in Pisa in suo luogo un suo nipote valentissimo, chia- mato Ranieri d'Ugulinuccio. E stando a Peccioli con buona guardia, uscendo spesso fuore, e pi- gliando di molti pregioni, infra l'altre una vol- ta li Fiorentini stando intorno a Peccioli, li fe- ceno uno aguato di più di cinquecento uomini a cavallo, e mandonno innanzi da dugento al Pontadera; di che lo ditto Capitano delli Pi- sani uscì fuore del Pontadera con forse cento cavalieri, e combattendo con loro li Fiorentini si ritironno addreto verso l'aguaito; e uno Cit- tadino Notajo di Pisa disse a Messer Manfredi Busacarino, che elli uscisse fuora con quell'al- tra gente del Castello a soccorrer lo Capitano della guerra di Pisa, e non ne volse far niente; di che l'aguaito grosso uscitte addosso al Capi- tano. E non potendo elli resistere a tanti, con- venne che elli si arrendesse, e menonlo a Fi- renze; e fue allotta Pisa a grande pericolo. Subito li Pisani mandonno fuore più di quat- trocento balestrieri Pisani a guardia delle Ca- stella di Pisa: e 'l ditto Messer Manfredi, il quale era Capitano del Castello del Pontadera, perchè non lo andò a soccorrere, fue casso e fu a pericolo della testa: e perchè lo ditto No- tajo, il quale avea nome Ser Giovanni dal Pon- tadera della Cappella di Santo Andrea fuor di porta, che era allora Notajo del Pontadera, perchè elli lo disse alli Anziani sendone doman- dato, fue nimico mortale di ditto Messer Man- fredi, il quale lo fece uccidere: e dipoi per es- sere stato grande garbuglio in Pisa di questo male, monacò una figliuola di detto Ser Gio- vanni, e dielle parecchie centinaja di lire.

118. Come li Fiorentini arseno Livorna.

Come li Fiorentini arseno Livorna. Nelli Anni Mille trecento sessanta cinque, a dì XX di Maggio un Lunedì, venne- no li Fiorentini con grande sforzo di gente in su lo Contado di Pisa, e giunti in Cascina, at- traversonno la strada di Collina fino alle For- miche, e credendo ellino venire nel Borgo di San Marco, lo Popolo di Pisa uscitte fuore con molti cavalieri; e vedendoli venire, prese- no la via delle Prata, e attraversonno a Santo Piero a Grado, e arseno case dalla Nettula fino a Santo Piero. E 'l Popolo di Pisa con li cavalieri e balestrieri erano alla strada di San Piero lunge dalla Città un miglio, e delli scor- ridori delli Pisani andavano a badaluccare con loro presso alla Nettula, e con loro erano usci- ti di Pisa, fra li quali v'era un gentiluomo Mes- ser Gualterotto delli Lanfranchi, con molti fan- ti, che fecieno molto danno. E poi li Fioren- tini si partitteno da San Piero, e andorno a Livorna, e combattennola, e non la poterono avere; e poi giunse lo campo grasso, e li Li- vornesi essendo pochi, e Livorna non era mu- rata, ma steccata in alcune parti, si
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ricoveronno in su le barche in mare in gran fretta; e per paura di non esser presi, avea di quelli, che si gittavano in mare per campare, e molti ne an- negonno. E giunti li misson lo fuoco, e arseno ogni cosa; e mala fama n'ebbe lo ditto Messer Gualterotto. E poi feciono la via di Volterra, e li Pisani aveano mandato su quello di Firen- ze due Compagne, l'una d'Inghilesi, l'altra quella d'Anichino di Monguardo; e scorseno tutto lo Contado di Firenze, e fessi Cavaliere Anichino presso alle porte di Firenze una git- tata di balestro e meno. E poi andonno su quello d'Arezzo, e di Perogia, sicchè non po- teron venire a soccorrer Pisa. E tornando l'oste delli Pisani, funno chiuse le porte di Pisa, perchè due gran Caporali del- la Compagna delli Inghilesi aveano fatto trat- tato, cioè Messer Abretto Tedesco, e Messer Andrea Dubramonte, avuto dalli Fiorentini di molti fiorini in fiaschi, mostrando fusse vino. E lo Capitano loro Messer Giovanni Auti lo scrisse segretamente alli Signori di Pisa, e come aveano promesso correr la Città di Pisa per loro e rubarla; e però non funno lassati entrare in Pisa, se non quelli che 'l ditto Giovanni Auti dicea: li altri rimaseno di fuore, e partittenosi da Pisa, e del Contado lo più tosto potenno: e 'l ditto Giovanni Auti con la loro brigata ri- maseno al soldo di Pisa da ottocento Inghilesi; li altri si ruppeno, chi andò in quà e chi in là. Per certo se non si fussino rotti insieme, ellino arebbeno signoreggiato tutta Toscana, e la Italia tutta, tanto erano possenti e valenti.

119. Come li Pisani funno sconfitti a Cascina.

Come li Pisani funno sconfitti a Cascina. Nel ditto Anno Mille trecento sessanta cinque adì XX di Luglio li Fiorentini ven- neno con ben quattro mila cavalieri, e più di sei mila pedoni, e secento balestrieri Genovesi su lo Contado di Pisa, e accamponnosi a Ca- scina; e il loro Capitano era Messer Galeotto da Rimini, fratello di Messer Malatesta, uomo savio di guerra più che fusse in Italia; e li Pi- sani aveano per loro Capitano Giovanni Auti Inghilese, uomo savissimo di guerra e valente. Elli uscitte fuore di Pisa con tutti li Pisani, che pochi ne rimaseno dentro; et ogn'uomo co- munalmente con grande volontà, e pieni di rab- bia, con tanta ingiuria, quanto hanno sofferto li Pisani. Escitteno fuore tutti li Tedeschi, e ottocento Inghilesi, tutti di grande cuore, che Pisa avea allora al soldo. E giunti a San Savi- no, quine deliberonno di voler'assalire lo cam- po delli Fiorentini, e andorno verso Cascina, non aspettando l'un l'altro, con poco ordine; e giunti che funno li Inghilesi al campo delli Fiorentini, li quali erano accampati in Cascina con grandi sbarre, sì li percosseno e ruppeno la prima schiera, e le sbarre; e li Fiorentini erano forti, e li Tedeschi non erano giunti an- cora, e li balestrieri Genovesi erano su per le case gettando di molti guerrettoni; di che molti ne funno allora delli Inghilesi feriti e morti. E se li Tedeschi giunseno poi, non soccorsono li Inghilesi, anzi si dienno a rieto a fuggire; e fuggendo, non vi avendo li Pisani guida nessu- na di Capitano, nè ordine, per questo modo li Pisani funno sconfitti, non essendo stati tutti alla battaglia, perchè non passoron Settimo, e vedendo fuggire li Tedeschi, ritornonno indie- tro verso Pisa; e molti ne funno presi pregio- ni delli Pisani, e passonno dugento Cittadini. E alla Porta di San Marco erano molte donne
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e uomini piangendo, chi lo marito, chi lo fi- gliuolo, e chi lo fratello. E poi l'altro dì li Fiorentini gironno a San Piero a Grado, e qui- ne stetteno due giorni, e corseno lo palio su lo pratodi Santa Anna vecchia, cioè a mezza via da San Piero a Pisa; e quine appicconno due Asini e due Montoni, dicendo: Veniste co- me montoni, e come cani assalire l'oste. E poi si ritornonno a Firenze con li pregioni, che non si potetten riscuotere per denari, e introrno in Firenze su le carra.

120. Della pace tra Pisa e Firenze.

Della pace tra Pisa e Firenze. Nel ditto Anno Mille trecento sessanta cinque adì XXX d'Agosto un Venerdì not- te fue confirmata la pace fra Pisa e Firenze: e lo Sabato vegnente si banditte in Pisa e in Fi- renze per la grazia d'Iddio, dopo molta guer- ra, incominciata di nascoso più di cinque anni, e poi in palese tre anni, con molta offensione dell'una parte e dell'altra. E a questo l'Arci- vescovo di Ravenna, e lo maggior Generale dell'Ordine de' Frati Minori andonno più e più volte da Pisa a Firenze per fare la ditta pace. Alla fine si raunonno in Pescia con li Am- basciadori di Pisa e di Firenze, nella Chiesa di San Francesco, dove si fermò la pace in sem- piterno, rendendo le Castella e le pregioni l'uno all'altro; e tornonno li pregioni di Pisa, che erano da trecento. Anche in ditta pace lo Co- mune di Pisa per li danni e guasti fatti al Con- tado di Firenze, in diece anni donò al Comu- ne di Firenze cento mila fiorini, e li Fiorenti- ni debbiano pagare a Pisa la metà della gabella alle porte.

121. Primo Dogio in Pisa.

Primo Dogio in Pisa. Nel ditto Anno adì XIII di Agosto predit- to, lo dì della Festa di San Casciano, in Pisa sull'ora del mattino nel Palazzo delli Anziani, fue messo in Sedia con concordia di molti Cittadini, e massimamente quelli della parte delli Raspanti, senza nullo romore, e senza colpo d'arme, e senza saputa di molti Cittadini, Ser Giovanni dell'Agnello, della Cappella di Santa Crestina, Cittadino di Pisa, fatto Dogio in Pisa. E la mattina per tempo feceno suonare la campana grossa del Comune di Pisa, e mandar lo bando per la Città di Pi- sa da sua parte, che egli è fatto Dogio, e che ha levato non si paghi più nessuna prestanza, salvo quelle che restono a pagare; e levò la metà della gabella del vino alle porte. E dopo giorni diciessette si fece la ditta pace tra Pisa e Firenze. E poi fue fatto per Consiglio mag- giore in Duomo Dogio a vita; e fece tornare molti usciti della parte delli Bergulini in casa loro, eccetto che li Gambacorta. Questo Gio- vanni dell'Agnello sì era della parte delli Ras- panti, e li ditti Raspanti per esser forti dello loro stato, sì feceno costui Dogio: et elli li fa- voreggiava. Et essendo alquanti delli Bergulini tornati, lo ditto Messer Giovanni fece tagliar la testa a due Cittadini della parte delli Bergu- lini, avendo apposto loro, come aveano fatto trattato contra lo suo stato; di che di quelli altri Bergulini, che erano tornati, la maggior parte da loro si partitteno di Pisa per paura: e per questo modo lo loro stato s'afforzò. Ma poco durò, che tra loro medesimi si corruppe- no, e fue sposto lo ditto Messer lo Dogio, e tutta la sua setta della parte delli Raspanti, co- me per innanzi si dirà.

122. Secondi Dogi di Pisa.


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Secondi Dogi di Pisa. Nel Mille trecento sessanta sette, adì XIII d'Agosto funno fatti Dogi di Pisa li figli- uoli del ditto primo Dogio, e confirmati per lo Popolo di Pisa insieme con lo Padre, accioc- chè se lo Padre morisse, li ditti suoi figliuoli rimanessino Dogi e Signori di Pisa, come lo Padre. L'uno avea nome Gualtieri, e l'altro Auti. E fecesi grandissima festa; durò otto dì innanzi, e otto dì rieto con armeggiare e gio- stare, e vestissi più di venti brigate di Cittadini e taglia. E adì primo di Settembre seguente sì intron- no li Anziani nell'Ufficio per Mesi due al mo- do usato; ma lo Dogio comandò loro, che el- lino tornasseno la mano e la sera a casa loro a mangiare e bere; e mostrò loro di man- care spesa al Comune di Pisa, che elli volse lo Palazzo per se e per li suoi figliuoli; e per que- sto ne cominciò primo sdegno tra li Cittadini di Pisa. L'altro sdegno incominciato tra loro, si fu, che quando lo ditto Messer Giovanni dell' Agnello si fecie Dogio di Pisa, sì impromisse a uno Cittadino di Pisa, che aveva nome Bin- duccio di Peracha, di darli le sei miglia di Luc- ca a sua Signoria, e non le attenne; anzi le diede a uno suo nipote. Lo terzo sdegno si fu ancho tra loro medesimi, che elli si corrucciò, con alquanti della sua parte, che furon sei de' grandi di loro, cioè Francesco da San Cascia- no, detto Bardiglia, Totto Ajutami Cristo, Binduccio soprascritto, e tre altri della sua parte; e feceli metter nel fondo della pregio- ne, e minacciolli di far tagliar loro la testa: e poi si rappacificò con loro; ma sempre stette- no insieme non troppo chiari. Ellino non re- stonno mai poi di farci venire lo 'mperadore, per sponerlo di signoria, credendo ellino di ri- menare Signori, cioè la parte loro delli Ras- panti. Non venne così, anzi tutti andonno al fondo, come di sotto.

123. Di Papa Urbano, che si partì di Avignone, e andò a Roma.

Di Papa Urbano, che si partì di Avignone, e andò a Roma. Lo Papa Urbano, e lo 'mperadore s'accor- donno insieme di passare in Italia: e lo ditto Papa lo fece a sapere a molte Provincie, e sì in Italia, e quasi per tutta la Cristianità, co- me elli dimandava ajuto di gente, e di galere, che li facessino compagnia, conciosia cosa chè elli si voleva partire d'Avignone, e andare a stare a Roma, come elli de' stare ragionevol- mente. Di che li Veneziani li mandonno cin- que galere bene armate, e Napoli cinque, Pisa due, e Lucca una, Genova quattro, e Marsilia una: in tutto funno diciassette galere. E 'l ditto Papa venne in Porto Pisano; e Pisa aveva fatto un bello apparecchiamento a Livorna, creden- do che lo Papa scendesse in Livorna; e molto bene si racconciò Livorna per lo suo amore. E lo Dogio di Pisa v'andòe con Giovanni Auti con più di mille cavalieri: per la qual cosa lo ditto Papa ne temette, e non volse scendere a terra, e posossi di notte in mare: e al giorno si partitte con sua gente, e andonne a Viterbo, e tenne la corte a Roma: e dissesi, che lo dit- to Papa fue santo. E l'apparecchiamento, che si fece a Livorna, costò a Pisa più da dodici mila fiorini. E donò Pisa al Papa e a'
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Cardinali il valore di più che sei mila fiorini d'oro: e grande malanconia ne prese lo Dogio di Pisa, che lo Papa non volse scendere in terra.

124. Come lo Re di Cipri venne in Pisa.

Come lo Re di Cipri venne in Pisa. Nel Mille trecento sessanta nove adì XIV di Giugno venne in Pisa lo Re di Cipri, e intrò per la Porta alle Piagge; e venìa da Siena, e passò Arno dal Ponte a Vico Pisano, e venne per Piemonte. Et essendo presso a Pi- sa, li andò incontra lo Dogio di Pisa con po- polo e cavalieri; e sotto un palio di seta entrò in Pisa, e dietro a lui lo Dogio con l'altra gente; e tutta la Chericia li andò incontra, e posòe al Vescovado di Pisa, e stettevi tre dì, e fulli fatto grande onore, e presenti di cose da vivere. Poi si partitte di Pisa, e andonne a Lucca, e da Lucca a Pistoja, e a Prato, e poi a Firenze. Questo Re si era partito di Ci- pri, e venne in Italia, e per altre Provincie del mondo per far rauno di gente nella Cristia- nità per andare a conquistare lo passaggio, e andar contra l'Infedeli; et essendo elli tornato al suo paese, e dando tuttavia ordine al fatto, un suo fratello carnale, per esser' egli Re, una mattina per tempo entrò in camera dello Re, e li diè d'uno coltello, e ucciselo, e poi con la forza delli Genovesi fue fatto Re di Cipri.

125. Le diciassette Case de' Conti, e Dogio di Pisa.

Le diciassette Case de' Conti, e Dogio di Pisa. Innanzi la venuta dello 'mperadore nel Mille trecento sessanta sette lo ditto Messer Gio- vanni dell'Agnello Dogio di Pisa ordinòe per esser forte nel stato delli Raspanti, di fare trà loro un Casato grande, nobile, e gentile; e fessi per Messer Bernabò Signore di Mela- no, il quale come Vicario dello 'mperadore aveva l'autorità. E chiamasi lo Casato de' Conti; perocchè elli fece nobili, e gentili, e Conti e tutti d'uno animo e d'un volere a difender l'un l'altro. E sono diciassette case, tutte fatte una Casa, e un sangue, e una guer- ra, e sono li Casati scritti quì di sotto. A tutti diè loro un'Arme, cioè nello Scudo lo Leo- pardo nel campo vermiglio. I nomi de' Casati son questi: Messer Giovanni dell'Agnello, e suoi Consorti. Messer Simone da San Casciano, e suoi Consorti. Quelli del Mosca. Quelli del Fornajo. Li Scarsi. Quelli d'Ammiano. Quelli di Benetto. Li Ajutami Cristo. Li Maggiulini. Li Botticella. Quelli di Compagno. Quelli delli Occhi. Li Rossermini. Ser Piero di Messer'Al- bizzo e Consorti. Antone da Rasignano e li Consorti. Li Scaccieri, e li Rave.

126. Come lo 'mperadore venne in Pisa, la seconda volta …

Come lo 'mperadore venne in Pisa, la seconda volta, e fu sposto lo Dogio di Pisa. Messer Giovanni dell'Agnello e Dogio di Pisa, sapendo la venuta dell'Imperado- re, che elli volea passare, sì fornitte di vetto- vaglia, e di strame, e d'ogni cosa da vivere la Città e 'l Contado e suo distretto per più di tre anni, con intenzione d'esser' a una con li Si- gnori di Melano di non riceverlo; perocchè elli temea di non perdere la Signoria di Pisa. E poi volse intendere la intenzione di alquanti Cittadini della sua parte; e funno al Consiglio istretto per lui quarantotto, li maggiori, che avesse, e di chi più si fidava; e tutti erano
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dello ditto Casato de' Conti fatti di nuovo. E mos- sesi tra loro a partito a denajuoli gialli e bian- chi; e tutti misseno li denajuoli del sì, salvo che due del nò. Allora lo Dogio si turbò mol- to, e disse: Or veggo, che voi volete l'Impera- dore. Or sappiate, che egli vorrà denari, e voi ne pagherete; e chi non vorrà, li farò mettere un ferro caldo di sotto, et esciravvi per la bocca di sopra, e poi arete lImperadore. E sapete, che intervenne allo Stato delli Bergulini della sua venuta, che fece tagliar la testa a sette di loro delli maggiori. E tal crede rimaner di sopra, che e' si troverà per fortuna al fondo. E ditto questo, lo Dogio si partitte, e prese per consi- glio di accordarsi con li Signori di Melano: lo peccato l'accecò. Essendo lo 'mperadore in Lombardia mandò fuor Ambasciadori, e accor- dossi con lui di metterlo e di darli Lucca; et elli lo fece suo Vicario di Pisa e suo distretto: e promesse di farlo Cavalieri, come fusse su quello di Pisa. E lo ditto Dogio era uno sapu- to uomo: elli si pensò di contentar lo 'mpera- dore di denari, e di rimanere Signor di Pisa: non li venne fatto, che elli si ruppe una coscia, e subito fu oposto. E se non fussi stato questa sua sciagura, per la maggior parte si crede, che li venìa fatto: che avea gran seguito. Lo 'mperadore preditto venne in Lombardia con molta gente, e con grande sforzo di nobili Baroni della Magna, e con molti uomini a ca- vallo contra la Città di Melano, e stettevi al- cuni dì a oste; e Messer Bernabò contradisse valentemente, e fece rompere lo fiume del Pò da una parte, che si sparse sopra la gente dello Imperadore, che funno quasi annegati, e anne- gò più di cento uomini. E lo 'mperadore si accordò con Messer Bernabò, e con Messer Ga- leazzo per denari, ed entrò in Melano con po- ca gente; e quando entrò in Melano, la gente delli Signori stava tutta armata, et erano più di sei mila cavalieri con l'arme lucenti, che pareano specchi, e per ogni tocco della Città ne stava una grande schiera. E lo 'mperadore essendo sotto lo palio, e Messer Bernabò, e Messer Galeazzo a cavallo di rieto allo 'mpera- dore, e la Masnada era dietro dicendo: Viva lo Superiore, e non diceano lo 'mperadore; e stettevi alquanti dì.

127. Come lo Dogio di Pisa diè Lucca allo 'mperadore.

Come lo Dogio di Pisa diè Lucca allo 'mperadore. Essendo accordato lo 'mperadore con li Signori di Melano, sì fece Cavalieri tre Cittadini di Pisa della casa de' Conti, cioè Gherardo dell'Agnello Nipote del Dogio, Simone da San Casciano, e Ser Giovanni Botticella, e in- sieme con loro un Marchese de' Malespini, uno Messer'Oppezzino. E se ne venneno a Lucca con Messer Marcovaldo, Vicario dello 'mpera- dore, e a dì XXIII d'Agosto, Anni Mille trecento sessanta nove, lo ditto Dogio di Pisa andò a Lucca, e diella a Messer Marcovaldo per lo ditto Imperadore: e da inde a dì quattro lo ditto Messer Marcovaldo lassò in Lucca Messer Gualtieri suo Nipote, e vennesene a Pisa col ditto Dogio, con trecento cavalieri, e con quattro bandiere spiegate, cioè l'Aquila nera nel campo a oro, quella del Comune e Popolo di Pisa, e quella di Messer Marcovaldo; e fulli fatto grande onore, e la Masnada del Dogio da cavallo e a piè, e di molte cerne del Contado di Pisa erano a San Mignato, e parte al Ponta- dera.

128. Della venuta dello 'mperadore a Lucca …


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Della venuta dello 'mperadore a Lucca, e come lo Dogio fu sposto. Lo ditto Messer Giovanni dell'Agnello Do- gio di Pisa sentendo la venuta dello 'mpe- radore alli III di Settembre elli con Messer Marcovaldo, e con alquanti Cittadini di Pisa, li quali si doveano far Cavalieri per mano del Dogio di Pisa, quando fusse fatto elli in prima per mano dello imperadore, e funno più di se- dici Cittadini, andò a Lucca, e mai poi entrò, nè potette entrare in Pisa. E a dì V di Settem- bre venendo lo 'mperadore, et essendo presso a Lucca, el ditto Dogio con la ditta gente li andò incontra, e diedero nello 'mperadore in su la Ghiara, che è in mezzo tra Lucca e Mo- riano. Lo 'mperadore con gran festa fece Ca- valieri Messer Giovanni dell'Agnello Dogio di Pisa, e li suoi figliuoli; poi lo ditto Messer Giovanni fece Cavalieri duoi suoi Nipoti, e li altri Cittadini Popolani e Gentiluomini da di- ciotto con gran festa e allegrezza. E fatto que- sto, lo 'mperadore con la ditta gente, e con la sua Compagna, se ne venne a Lucca sotto un ricchissimo palio di seta; et essendo dentro nella Città nessuno Lucchese nè altri avea ardi- re di dir nulla. Et essendo lo Dogio dirieto allo Imperadore con altra gente a cavallo, disse alli Lucchesi, e agli altri: dite: Viva lo 'mperadore. E posato che fu lo 'mperadore nel Castello di Lucca, e lo Dogio a una Chiesa, et essendo sopra un ballatojo di legname con molta gente, un buffone se gli accostò, come è usanza per aver dono da lui, e v'abbondò tanta gente, che lo ballatojo cadde con tutta la gente; e Messer Giovanni Dogio si fiaccò una coscia in tronco, e fu nella Chiesa di San Michele in Lucca so- pra un Chiostro. Et essendo in camera in sul letto, chiamò Messer Gherardo dell'Agnello suo Nipote, e Messer Piero di Messer'Albizzo, e Bindaccio di Peracca, e alquanti Cittadini, e disse loro: Andate a Pisa, e abbiate buona guar- dia della Città, che lo Stato nostro non si mutasse. E subitamente la novella venne a Pisa, e fessi molti rauni di Cittadini per la Città; e lo Con- servadore di Pisa mandò lo bando, che nessuna persona della Città di Pisa, Cittadino e forestie- ri, ardisca di fare raunamenti, nè capannelli per la Città di Pisa, a pena dell'avere e della per- sona. E poi su le XXII ore venne in Pisa lo ditto dì Messer Gualtieri con Messer Gherardo dell'Agnello, e con gli altri Cittadini, e quan- do fue allo Palagio delli Anziani, Messer Ghe- rardo volea, che 'l ditto Messer Gualtieri po- sasse in Calonaca a Duomo; e Messer Piero di Messer'Albizzo, e Benduccio di Peracca con gli altri Cittadini voleano, che egli posasse in Palagio; e fecenlo scendere, e cavonno fuore le spade, e tutti gridonno: Viva lo 'mperadore, e muoja lo Dogio, e menonlo suso in Palagio. E se non fusse, che Messer Gherardo si ricoverò sotto lo mantello di Messer Gualtieri, elli sa- rebbe stato tagliato a pezzi. E poi se n'andor- no al Conservadore: elli fuggitte con tutta la sua famiglia, e fue rubato, e per tutta la Città si levò lo romore: Viva lo 'mperadore, e muoja lo Dogio, che s'ha rotto la coscia in tronco. E in questo modo a dì cinque di Settembre, Anno Mille trecento sessanta nove perdette la Signo- ria in tutto; e a dì sette la rifiutò, sicchè elli non potette a questo ajutarsi: che lo popolo, cioè li Cittadini grassi, e massimamente della parte sua, non lo voleano per Signore; e in
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questo modo fue sposto; e signoreggiò Pisa anni quattro, e dì XXIV, e si rimase in Luc- ca a farsi medicare. E a dì VIII di Settembre si fecie li Anziani del popolo di Pisa in Palagio al modo usato, e tornonno tutti li usciti, salvo che Messer Piero Gambacorta, lo quale non potendo entrare in Pisa, entrò in Calcinaja presso a Pisa a diece miglia. A dì tre d'Ottobre Anno preditto venne in Pisa lo ditto Messer Carlo Imperadore a grande onore, con mille uomini a cavallo, e a dì otto si partì, e andonne a Roma; e lo Comune di Pisa promisse di darli ogni mese fiorini sette mila d'oro; e lassò in Pisa per suo Vicario Mes- ser Gualtieri, e con lui secento cavalieri alla guardia di Pisa, li quali erano venuti di Lom- bardia.

129. Della Compagna di Santo Michele.

Della Compagna di Santo Michele. Essendo ito lo 'mperadore a Roma, in Pisa ogni dì quasi si levava romore; e li An- ziani, che erano a quel tempo in Palagio, era- no mezzi della parte delli Raspanti, e li altri delli Bergulini, e ciascuno temea l'uno dell'al- tro; e più volte fu Pisa a grande pericolo. E vedendo li Cittadini e mercanti di Pisa, che erano a pericolo di esser morti e rubati dalli forestieri, alquanti di loro si mosseno, e andon- no a Messer Gualtieri, e alli Anziani, dicendo lo pericolo, che portava Pisa. Ellino con loro paraole voleano fare una Compagna, chiamata di San Michele, come ora ha fatto Siena, e tenero sotto le ditte parti; e chi levasse nessuno romore, fusse disfatto in terzogenito dalla ditta Compagnia, e a quello tutti s'accordonno del sì. E alla ditta Compagna ne furon capi Mes- ser Guido Surdo Giudice e Dottore, e Ghe- rardo Casassi ritagliatore di panni lani in Pisa, il quale era Priore della ditta Compagnia, e di molti altri Cittadini mercanti uomini di mez- zo; e con loro di molti artefici, tutti insieme giurati, più di IV mila uomini, non volendovi nessuno delle parti de' Raspanti e Bergulini. Essendo fatta la ditta Compagna, feceno uno gonfalone Imperiale, l'Aquila nera nel campo a oro; e ognuno di poi stava cheto, e faceva li fatti suoi. E aggiunseno alli due maggiori, dodici Consiglieri, cioè Colto di Cione ritaglia- tore, Giovanni Favuglia ritagliatore, Biaggio Durandino lanajuolo, Nocco Tegrano lanajuo- lo, Bindo e Monuccio setajuoli, Andrea di Leonoro lanajuolo, Guido lanajuolo, e altri; e Gonfaloniere Domenico Protecostor, valente uomo ardito, e di dì e di notte faceano gran- dissime guardie per la Città; e sempre li Consi- glieri della ditta Compagna stavano dentro nel Refettorio de' Frati di Santo Michele a gover- nar Pisa. E li Anziani di Pisa non poteano far nulla senza licenza della ditta Compagna; e dato per cenno, se fusse romore, o nulla cosa, di suonar le Campane di San Michele, e ognu- no debbia traggere, e mettere a disfazione, chi suscitasse romore. E poi giuronno quelli delle sette Arti, e ognuno faceva li fatti suoi, e la Città stava in pace. E inanti a questa Compagnia valeva lo stajo del grano più di lire cinque, e tornò a soldi cinquanta, e così dell' altre cose calonno, e fue divisa. E tornando lo Imperadore da Roma, tenne la via del ponte a Vico Pisano, e andò a Lucca; e li Gamba- corta erano con lui, cioè Messer Piero con tre suoi figliuoli, e Gherardo suo fratello con pa- recchi figliuoli; di che lo 'mperadore allora
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diè lo Castello di Calcinaja a Messer Piero. E quelli della Compagna di San Michele aveano messo in concio di far grande onore allo 'mpe- radore; ma li mali Cittadini della parte delli Raspanti rapportonno, che elli portava gran pericolo, che la Compagna di Santo Michele fatta di nuovo non lo facessino prendere per voler Lucca; e per questo non entrò in Pisa, e se n'andò a Lucca, tenendosi più sicuro.

130. Delli Anziani nuovi della ditta Compagna.

Delli Anziani nuovi della ditta Compagna. Gherardo Astajo lanaiuolo ) Simone del Nita merciajo et ) nel quartieri Mone di Cionanno ) di Ponte. Mastro Andrea da Palaja Medico ) Giovanni Favuglia ritagliatore ) del quartieri Andrea di Manfredi vinajuolo ) di Mezzo. Piero da Calci ritagliatore ) Guido da Cristia lanajuolo ) del quartieri Giovanni Pancaldo cuojajo ) fuori Porta. Bartolomeo da Trepallo ) Niccolao Sardo, e ) del quartieri Ser Piero del Vaccajo Notajo ) di Chinzica. Ser Piero da Ghezzano Notajo della Compagna, e delli Anziani preditti. E come furno letti e publicati nel Palazzo delli Anziani, lo ditto Messer Guido Sardo si levò con la sua Compa- gna di più di quattrocento uomini, che sempre andava così accompagnato, e come funno giun- ti a Santo Michele, con grandissima allegrezza cavonno fuore lo gonfalone Imperiale con l'Aquila nera sul campo a oro, e a piè Santo Michele Angelo con le bilance in mano, e l'arme del Comune e del popolo di Pisa.

131. Della tornata delli Gambacorta.

Della tornata delli Gambacorta. Li Gambacorti tornonno in Pisa a dì XXIV di Ferrajo, anno Mille trecento sessanta nove, lo dì della festa di Santo Mattia Aposto- lo; ma la parte delli Raspanti più volte funno allo 'mperadore, che li ditti Gambacorta non tornassino in Pisa, per temenzia avean di loro; perocchè ellino aveano molto gravato lo popo- lo di pagare danari. Ma perchè li Gambacorti, che 'nprima reggeano, governonno ben Pisa sen- za gravar lo popolo, anzi Pisa avea mobile, e tutti li Cittadini stavano grassi e ricchi, per que- sta cagione lo popolo di Pisa amava la tornata delli Gambacorta, credendo, che ellino faces- sino, come li loro antecessori. E la Compagna di San Michele fu molto in ajuto alli Gamba- corta della loro tornata; che se la Compagna di San Michele l'avesse contraditto, mai tornavano in Pisa. E tornando li ditti Gambacorta in Pisa, cioè Messer Piero, e Gherardo suo fratello con li loro figliuoli, lo ditto dì in Pisa si fece gran- dissima festa per lo popolo di Pisa, che le cam- pane di Pisa tutte sononno a Dio laudamo: e molti Cittadini andonno loro incontro a cavallo e a piè insino a Bagno, e a Monte Pisano; e molti fanciulli li andonno incontra con l'ulivo in mano. E entrati li Gambacorta, andonno alla Chiesa di San Michele, e quine sceseno a terra di cavallo Messer Guido Sardo, e lo Priore della Compagna con li Consiglieri, e molti altri Cittadini, s'abbraccionno insieme come fratelli; e poi entronno in Chiesa, e andonno all'Altare Maggiore di Santo Michele, e quine feceno grande reverenza; e 'l ditto Messer Piero vi of- feritte alquanti fiorini d'oro, e giurò sul Messale d'esser' amadore e servidore del Comune e po- polo di Pisa, e dell'Anzianatico, e della
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Compagna di Santo Michele, e dell'Imperadore, ello, e tutti li suoi figliuoli e consorti, e vivere in pace come Cittadino. E poi si ritornonno a casa loro, e fulli donato di molti presenti dalli Cittadini di Pisa della sua parte, e anco da al- cuno di quelli delli Raspanti d'ogni sorta cose, e danari. Ellino erano poveri e viveano prima come soldati, e lo 'mperadore innanzi che li ri- mettesse, volse da Messer Piero Gambacorta do- dici mila fiorini.

132. Della cacciata delli Raspanti.

Della cacciata delli Raspanti. A dì primo di Marzo anni Mille trecento sessanta nove intronno in Signoria in Pa- lazzo li ditti Anziani della ditta Compagna di Santo Michele, eletti per lo 'mperadore per mesi due, come è usanza nella Città, e comin- cionno a fare buono reggimento, essendo tutta volta lo 'mperadore a Lucca, e li ditti Anziani al tutto erano Signori e Governatori di Pisa. Ma la fortuna, che al Mondo dae le maladette parti di Pisa, cioè li Raspanti, e li Bergulini, li quali si viddeno posti a sedere, ch'elli non poteano raspare quello del Comune, ordinonno e seppen sì ben fare, che corruppeno li ditti Anziani della ditta Compagna di San Michele, che sei delli ditti Anziani teneano con li Ras- panti, e li altri con li Bergulini. E sapendolo lo Priore della Compagna, cioè Gherardo Ca- sassi col suo Consiglio, funno quasi deliberati a male partito, che nel Consiglio v'ebbe di quelli che disseno: gettiano a terra del Palazzo li An- ziani, e mettianvene altri dodici; ma per lo mi- gliore deliberonno di racconciare lo meglio po- teano; e non faceno nulla; perocchè tra 'l Con- siglio medesimo ve n'era de' maculati, e nella Compagna altresì: che quelli delle sette Arti la maggior parte teneano dalli Bergulini. Era nel- la Compagna un Cittadino, ch'aveva nome Piero Pilotti, il quale era delli giurati di San Michele con più di trenta Cittadini, che n'era capo; et essendo insieme lo Martedì notte dopo la Pasqua di Sorresso, questo Piero Pilotti con li suoi compagni levonno lo romore, dicendo: Viva lo Popolo, e lo 'mperadore; e insieme con li Gambacorta e suoi amici, come aveano ordi- nato lo trattato di sponere la Compagna di San Michele, e di cacciarli, sì andonno alla Porta, di San Michele, e fecensi dare lo gonfalone del- la ditta Compagna, minacciando Gherardo Ca- sassi di rubarli lo fondaco, e ucciderli li suo' figliuoli; e così a Monuccio Setajuolo, li quali alloggiavano in Santo Michele; e per paura lo dienno. E poscia se n'andonno con esso al Nic- chio alle case di Messer Lodovico della Rocca, e di Messer Piero, e di Messer Ruberto, e mis- senovi lo fuoco, e arsenole, e rubonnole. E poi misseno fuoco in casa Bindaccio di Peracca; e Messer Piero Gambacorta levò lo fascio della stipa per temenza delli vicini, che le case, le quali erano tutte a ballatojo, tutte sarebbono arse; e per questa cagione campò lo fuoco; e funno rubati. E tutti quelli de' Benetti, e li Ajutami Cristo funno risparmiati, perchè avea- no fatto parentezza con Messer Piero Gambacor- ta, che Ajutami Cristo avea dato la figliuola a Lorenzo figliuolo di Messer Piero soprascritto. Questo Guido era grandissimo ricco di ben venti mila fiorini. Poi se n'andonno con lo dit- to Gonfalonesu la Piazza delli Anziani, e fece- no altri dodici Anziani insieme con quelli della Compagna di San Michele, della parte delli Ber- gulini. E quelli della Compagna se ne voleano.
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andare a casa loro: ma Messer Piero Gamba- corta non volse; e così malcontenti rimaseno e stetteno insieme con li Bergulini sino a Calende Maggio: e poi rimaseno li dodici della parte delli Bergulini mesi due. La mattina sì mandon- no per Messer Guido Sardo, e per Gherardo Casassi, li quali la notte erano stati a San Mi- chele; e renonzionno a Messer Gambacorta lo governo di Pisa: e questo fue la mezzedima mattina dopo la Pasqua di Surresso a dì IV d'Aprile Anni Domini Mille trecento settanta. La ditta Compagna duròe meno di quattro mesi, e alcuni delli Ajutami Cristo funno rubati. E l'altro dì la brigata di Piero Pilotti, e quella d'Azzo da Usigliano con alquanti ladroncelli an- davano per la Città alle case delli Raspanti, rubando, e facendoli ricomperare, e alquanti n'ucciseno: di che Messer Piero Gambacorta molto si corrucciò, dicendo: io ho perdonato, che sapete, che delli miei consorti funno tagliati la testa, e voi non volete perdonare? E feceno uno Barigello, che si chiamava Capitano di guar- dia, e aveva uffizio come Conservadore. E lo Giovedìe vegnente rizzono su la piazza delli Anziani uno pajo di forche, e mandonno lo bando per la Città, che niuna persona debbia rubare, nè suscitar romore alla pena delle for- che: e la cosa si acchetò da inde a due dì.

133. Delli Ambasciadori andati all'Imperadore.

Delli Ambasciadori andati all'Imperadore. A dì IV d'Aprile, la mezedima dopo lo ro- more, Messer Piero Gambacorta con quel- li della sua parte mandonno all'Imperadore Am- basciadori, li quali e' fecie mettere in prigione; li quali Cittadini funno questi, cioè: Messer Piero di Messer Albizo Giudice. Messer Jacopo del Fornajo Giudice. Messer Piero dell'Ante Giudice. Messer Manfredi Buzaccarino Cavalieri. Messer Guido da Caprona Cavalieri. Lo Conte Gualando da Castagneto. Piero del Fornajo mercante. Conte Ajutami Cristo mercante. M. Francesco Griffo, ditto Bambacino, nobile. Toneo Grossulini mercante. Nieri da Santo Pietro mercante. Ser Francesco di Geremia Notajo. Lo ditto Imperadore non li volse intendere a nulla, e fecieli mettere in prigione con grandi minacci di farli tagliar la testa: e lo dì medesi- mo comandò al Luffo-Mastro, che cavalcasse con la sua gente, e molti uomini a cavallo e a piè, e di quelli di Lucca, e quelli Raspanti, li quali erano a Lucca con lo 'mperadore; e la ditta gente giunse la notte presso al giorno alla porta dello Leone, la quale si tenea per Messer Giovanni dell'Agnello, e molti ne montonno suso, fra li quali furno li nipoti di Messer Gio- vanni dell'Agnello, cioè Messer Gherardo, Mes- ser Antone, Messer Piero, e Nani dell'Agnel- lo, Messer Lodovico dalla Rocca, Anzi Te- desco, e Messer Giannotto di Melano, lo quale era venuto con trecento cavalieri alla guardia dell'Imperadore, e 'l Maliscalco dello 'mperado- re, e molti altri Caporali: li altri erano di fuo- re, aspettando d'entrare in Pisa. E la ditta porta era molto forte, et eravi suso molte guar- die per lo 'mperadore, e balestrieri. Et essendo giunta la gente dello 'mperadore per entrare nella Città di Pisa per rubarla, et era con loro di molti Lucchesi, e lo 'mperadore avea coman- dato, che la rubassino, e uccidessino li Cittadi- ni, grandi e piccoli, maschi e femmine, e
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ardesseno la Città, e arassenola, e seminassevi dentro sale. E lo popolo di Pisa valentemente sonando la campana del popolo a martello, trasseno a Duomo alla ditta porta armati a piè e a caval- lo, e di molti buoni balestrieri; e subitamente asserragliorno la ditta porta, e puosenovi le se- die, e panche, che erano in Duomo, e di mol- te travi, e quine combattendo con loro molti delli Pisani, ne furon feriti. Et alquanti buoni balestrieri Pisani montonno in su la Chiesa di San- to Giovanni, e fecien grande danno da parte; e alla fine la ditta gente non potendo entrare per lo contrasto, che avean dal popolo di Pisa, e non potendo tirare su la cataratta della porta, che la fune si ruppe, perchè certi maestri Pisa- ni lo dìe dinanzi si accostonno alla porta di sot- to, e missonvi al buco di sotto di molti cu- gnuoli: quelli Caporali della porta cioè lo Luffo- Mastro, Messer Giannotto, e Anzi Tedesco si parlamentonno con Messer Piero Gambacorta, e diennosi cenno di fede, e sceseno giù, et en- tronno dentro in Pisa per una porticciuola pic- ciola da lato di dentro di verso Campo Santo, e venneno insieme con Messer Piero, e con al- cuno Anziano, che era quine armato col popo- lo, al Palagio alli Anziani, e parlamentonno molto insieme; e credesi, che si dessi a questi Caporali di molti fiorini secretamente. E avendo parlamentato, lo Luffo-Mastro con li suoi com- pagni si partitteno, e tornonno alla porta dello Leone, e comandò alla gente che si partisseno; e elli con gli altri si tornonno a Lucca, ruban- do lo Valdiserchio e preseno uomini, e bestia- me, e molto arnese, e feceno grandissimo danno. E lo Luffo-Mastro disse allo 'mperadore, che elli aveva lassato alla porta del Leone quaranta buoni balestrieri, e che non potenno entrare in Pisa, che 'l popolo a piè e a cavallo ci contradisse valentemente, e tutti diceano: Viva lo 'mperado- re; e così Messer Piero Gambacorta, e tutti di- cieno, sono vostri figliuoli. E pure lo 'mperadore a questo non fu contento.

134. Come si prese la porta del Leone.

Come si prese la porta del Leone. Come la gente dello 'mperadore si partitte, e andò a Lucca, li Anziani di Pisa, e Mes- ser Piero Gambacorta fecen fare subitamente due gatti di legname, e con molta gente dentro alli detti gatti, e accostonnosi al muro dell'arco a lato alla ditta Porta, lo quale era murato e ripieno; e la gente di sopra gittava di molte pietre, ma nulla valea. E molti del popolo di Pisa montonno su le mura, e con alquanti In- ghilesi, che erano in Pisa, che aspettavano d'aver lo soldo, alla fine combattendo valentemente, quelli dentro s'arrendetteno, e ebbeno la ditta Porta e fortezza in spatio d'un'ora e meno; e la gente mandonno fuore senza far danno nullo loro. E sappiate, che la ditta porta del Leone era forte come un Castello, che era afforzata con due altissime torri dentro e di fuore, e con molti altri difici; che l'aveva fatta afforzare Messer Giovanni dell'Agnello, e per se si tenea. E co- stò al Comune di Pisa più di venti migliaja di fiorini; e se non che vi si usò trattato di mone- ta, crediate non si sarebbe avuta: e guai a Pisa, se non fussi avuta. E funno lo dì li Pisani a grande pericolo più che fussen'mai; che se li nimici avessino avuto cuore di rompere quello arco, poteano entrare nella Città, e arebbon fatto di Pisa loro volere. E avuta la ditta for- tezza, li Pisani vi mandonno suso li maestri di
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pietre e di legname, e con grande volontà sfe- ceno tutto quello dificio, e quelle fortezze, che v'erano state fatte, e lassornola come era in prima, la quale è forte per difendere dalli ni- mici di fuore, se bisognasse. E lo Sabato vegnente a dì VII d'Aprile pre- ditto, per comandamento dello 'mperadore, popolo e cavalieri di Lucca, con la gente del- lo 'mperadore armata mano con furia venneno nel Valdiserchio di Pisa, rubando, e ucci- dendo, e pigliando uomini e femmine; e l'al- tro dì andonno insino a Calci e a Caprona al- quanti scorridori; ma alquanti Inghilesi, li qua- li erano al soldo di Pisa, li assaglitteno con al- quanti pedoni, e si partitteno con gran danno, ricevuto dalli Inghilesi e dalli Pisani. La Domenica notte vegnente uno Cardinale, lo quale era a Lucca con lo 'mperadore, corse la Città di Lucca per la Chiesa con volontà dello 'mperadore. A dì X di ditto mese d'Aprile venneno in Pisa due Ambasciatori Fiorentini, li quali an- donno a Lucca allo 'mperadore per metter pace tra lui e li Pisani. La maggior parte delli Pisa- ni tenneno, che questo Imperadore fusse Guelfo, perchè non volse mai montare nel terreno di Fi- renze, e a Pisa non ha fatto altro che male. A dì XI detto li Bergulini puoseno una pre- stanza alli Raspanti. A dì XII del ditto mese la gente dell'Im- peradore con quelli di Lucca di comandamen- to dello 'mperadore cavalconno nella Valdiser- chio in Comune, Cafaggia, Reggi, e altre Vil- le, e rubbonnole, e arsenovi di molte case, e piglionno a pregioni uomini, e di molto be- stiame in ditto Valdiserchio.

135. Dell'Operajo di Santa Maria Maggiore.

Dell'Operajo di Santa Maria Maggiore. A dì soprascritto li Anziani di Pisa elesseno Francesco Scierta Operajo di Santa Maria Maggiore di Pisa, e spuoseno Messer Lupo delli Occhi, il quale era fuggito, perchè era della parte delli Raspanti. A dì XIV del ditto Mese d'Aprile venneno da Lucca in Pisa li ditti Ambasciadori Fioren- tini, per far l'accordo tra Pisa, e lo 'mperado- re: di che sono li Pisani con li Fiorentini di- ventati amici. E 'l ditto dì andorno a Firenze tre Ambasciadori Pisani, e a dì XIX tornonno; e li Ambasciadori di Firenze venneno da Lucca per riferire l'ambasciata dello 'mperadore. A dì XXII del ditto mese la ditta gente dello 'mperadore con li Lucchesi venneno a Asciano, e a Calci, e le campane stormeggian- do, lo popolo di Pisa con li Inghilesi uscitteno fuore, et andonno incontra alla ditta gente; e fuggendo li nimici, ne funno presi più di quaranta dalli Pisani, e menati in Pisa; e se non che era in Lucca li Cittadini Ambasciadori Pisani, arebbeno avuto di male derrate. A dì XXIV di Aprile Messer Gherardo dall' Agnello, lo quale era nipote del Dogio che fu di Pisa, sì venne con molta gente da Lucca, e con cento cinquanta cavalieri, e presso al gior- no volse con trattato intrare nella Terzanaja di Pisa. Non li venne fatto, messe fuoco in al- quante case di Barbaricina presso a Pisa, e poi si ritornò a Lucca con la ditta gente. A dì XXV, XXVI e XXVII la gente dello 'mperadore venne nella Valdiserchio di Pisa a danneggiare, e a dì XXVIII venneno li Am- basciadori Fiorentini in Pisa alli Anziani, e contonno l'Ambasciata della pace fatta trà lo 'mperadore, e li Pisani; e 'l ditto dì si fece in
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Pisa un gran Consiglio, e fecesi quattro Sindi- chi per fermare la pace.

136. Della Pace fatta collo 'mperadore.

Della Pace fatta collo 'mperadore. A dì XXIX del ditto mese d'Aprile si fer- mò la ditta Pace con lo 'mperadore in questo modo, che lo 'mperadore deve aver dalli Pisani cinquanta mila fiorini d'oro, scon- tando li dodici mila, che ebbe per Messer Pie- ro Gambacorta, quando lo rimisse in Pisa: e lo ditto Imperadore dee rendere li Cittadini di Pisa, li quali ha in prigione in Lucca. E a dì due di Maggio si bandì la ditta pace per la Città, e la sera si fece gran festa e falòe per la Città al modo usato. A dì XIV ditto tornonno da Lucca li ditti Cittadini, li quali erano in prigione a Lucca per lo 'mperadore, e furno quelli, che sono scritti a rieto, et entronno in Pisa la sera al tardi suonata l'Ave Maria. Come funno alla Porta dello Parlascio, tutti si scalzonno, e sen- za nulla in capo, e in gonnelle con lo capresto al collo, e uno candelo di libra in mano, tutti insieme andonno alla Chiesa di Santa Maria del Ponte nuovo, e quine offerseno li ditti candeli con grande riverenza; e questo feceno, che si votonno, se ellino campassero, di andare alla ditta Chiesa in quel modo.

137. Della partenza dello 'mperadore.

Della partenza dello 'mperadore. A dì III di Luglio si partì di Lucca lo 'mperadore, e andò al Cierruglio; e a dì V ritornò in Lucca, e a dì VIII li Ghibellini dello Cerruglio levonno lo romore, e ribellon- nosi dallo 'mperadore, e ucciseno la gente, che v'era dentro, e caccioron la gente, che v'era per lo 'mperadore. E partito lo 'mperadore, e ritornatosene a casa, li Bergulini feceno molti ribelli della parte delli Raspanti; e rimase Lucca a un Cardinale per lo Papa.

138. Come funno sconfitti li Fiorentini …

Come funno sconfitti li Fiorentini da una Compagna di Messer Bernabò. Havendo li Anziani di Pisa mandato lo bando per la Città dello sgomberare lo Contado di Pisa, a dì XXVII di Novembre la Compagna di Messer Giovanni Auti Inghile- se, e quella d'Anzi Tedesco, li quali erano al soldo di Messer Bernabò di Melano, venneno su lo contado di Pisa a un Castello, detto San- to Pietro nella collina, la quale Compagna tor- nava da Perogia, et quine stetteno due giorni. E poi venneno verso Pisa, e puosenosi in Val- darno tra fosso Arnonico, e Cascina, pigliando tuttavia quello, che faceva loro mestieri per loro vivere, e per li loro cavalli, senza altro danno; e con patti del Comune di Pisa do- veano passar l'Arno con le scafe; perocchè era molto grosso, et erano quine apparecchiate per passarli, che ellino se ne voleano andare a Me- lano. E a dì primo di Dicembre la gente delli Fiorentini a cavallo e a piè erano accampati a San Mignato; perocchè ditto Castello si tenea per ditto Messer Bernabò; e sapendo, che la ditta Compagna era su quello di Pisa, si ca- lonno giù su lo terreno di Pisa tutti schierati fino presso al fosso di Ronicchi, e assaglitteno la ditta Compagna. E vedendo ciò Messer Gio- vanni Auti Capitano, e gli altri Inghilesi, si feceno contra li Fiorentini valentemente, e com- battetteno insieme, e duròe la battaglia ben
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tre ore. Alla fine li Fiorentini furono isconfitti, e assai di loro ne furno morti, e la maggior parte presi; e fue preso lo Capitano della ditta gente delli Fiorentini. E contasi, che la detta Compagna di Messer Giovanni Auti, e di Mes- ser Anzi erano da mille dugento uomini a ca- vallo, e a piè cinque cento uomini o più che fusseno. Quelli delli Fiorentini erano du' tanta e più. E sappiate, che della gente di detta Compagna, quando furno assagliti, n'erano pas- sati l'Arno più di quattrocento; et essendo assa- gliti, subitamente passorno nel Valdarno per ajutare li loro compagni. Di che avendo avuto la vittoria, si stetteno nel Valdarno di Pisa 4 giorni, e a quattrocento per volta entronno in Pisa a fornirsi di pane, e di vino, e di vesti- menta, e d'ogni fornimento per li loro denari. Ellino ebbeno dimolto avere dalla gente delli Fiorentini, cioè denari, cavalli, e armadure: di che in Pisa lassorno di molti denari. Di che li Fiorentini hanno pagato lo bando della scon- fitta, che dienno alli Pisani a Cascina; e di loro Cittadini ne funno morti e presi assai. Nel ditto mese di Dicembre più di due mila uomini a cavallo di quelli del ditto Messer Ber- nabò, li quali vennero da Melano nel Valdi- serchio di Pisa stettenovi più dì, e poi passon- no per lo Piemonte; e passonno Arno, e an- donno nel Valdarno di Pisa,e stettenovi più dì. E a dì XXX si partinno, e andonno su quello di Firenze, e fecenovi grande danno di ardere e di rubare. E questo feceno, perchè ellino as- salitteno la sita gente su quello di Pisa, benchè male n'avenisse loro. E poi l'altro dì andonno a Prato, e ancho feceno gran danno di pigliare uomini e femmine, e rubare case, e ardere; e con loro era Messer Giovanno Auti, e Messer Anzi preditti, e di molti usciti di Pisa. E in questo anno Pisa fece lega con lo Papa, e con Venegia, e con Genova, con Bologna, con Perogia, e con altre terre di Toscana, d'aitar l'un l'altro dalli loro nimici. A dì XVIII.di Ferrajo li Anziani di Pisa feceno Consiglio generale in Duomo, con molti Cittadini, di fare una massa dello debito, che ha lo Comune di Pisa, e mettere in una massa lo vecchio e l'nuovo,cioè dal 1340 infino al 1370 e rendere ogni anno di provedimento cinque per cento. E vinsesi e fu confirmato e mandato innanzi. E anco si vinse nel Consiglio di francare in certo tempo certi Comuni del Contado di Pisa, cioè quelli di Valdiserchio, e altri Comuni del Contado di Pisa, li quali era- no stati arsi e rubati, quando funno cacciati li Raspanti. Piombino è un Castello nella Maremma di Pisa, presso a Pisa, dove erano due parti: l'una tenea dalli Raspanti, l'altra dalli Bergulini di Pisa. E li Bergulini, li quali in questo tempo reggeano Pisa, cioè messer Piero Gambacorta, e' suoi, si brigavano di mantener le ditte due parti in pace lo meglio poteano. Di che la parte delli Rspanti in Piombino, cioè Ranuc- cio, e Saragone, figliuoli che funno di Nino da Piombino, erano capi e maggiori con la ditta parte non istavano contenti a questo. A dì XXVII di Ferrajo levonno lo romore in Piom- bino,e ucciseno uno Cittadino di quelli dell' altra parte , che tenea contro, cioè de' Bergu- lini; e poi se n'andonno al Palazzo dello Pode- stà, lo quale era uno Cittadino di Pisa, e ba- lestronnovi, contradicendo al Comune di Pisa. Di che lo Commune di Pisa l'altro dì
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mandonno due Citadini per racconciliarli insieme; non di meno ellino si sentieno sì forti dentro, che erano più di secento uomini in quella parte, e voleano tener sotto l'altra parte al dispetto del Comune di Pisa. Di che lo Comune di Pisa vi mandò di molta gente a piè e a cavallo, e pre- seno alquanti Cittadini di quella parte, e fece tagliar loro la testa in su la Piazza di Piombi- no; e poi lo Comune di Pisa vi fece fare una Rocca, che dava entrata et escita per mare e per terra; e ognuno e l'altra parte e l'altra stet- teno cheti. A dì XXV di Marzo Anni Domini Mille trecento settantuno lo Cardinale, lo quale era in Lucca per lo Papa Urbano, si partitte di Lucca, e lasciolla libera alli Cittadini di Lucca; et ellino subitamente disfeceno lo Castello, lo quale era in Lucca, et era un fortissimo Ca- stello, lo quale fece fare Messer Castruccio, che era Signore di Lucca; e per questo Castello sempre fino a qui furono poi sottoposti ad altri, come è detto, e chiamavasi lo Castello Lagosta.

139. Come Messer Giovanni dell'Agnello assediò Pisa.

Come Messer Giovanni dell'Agnello assediò Pisa. Li Anziani, e quelli del governo di Pisa, sentirono come Messer Giovanni dell' Agnello, il quale fu Dogio di Pisa, s'avea raunata molta gente a cavallo e a piè in Mela- no, con l'appoggio di Messer Bernabò per ve- nire su quello di Pisa, e per entrare e acqui- star lo suo Stato. Per la qual cosa lo Stato delli Bergulini si fecieno ad afforzare lo Borgo di San Marco con fossi intorno e steccati, e mandonno lo bando per la Città di Pisa, che ogni Cittadino e contadino vi portasse là un' palo lungo più d'una pertica, e feceno afforza- re le porte della Città e li ponti dell'Arno cioè lo ponte della Spina, e lo ponte a Mare. A dì VIII di Maggio Anno preditto man- donno lo bando dello sgombrare infra quattro giorni senza pagar gabella, a pena del fuoco; ma poco si sgombrò, che ebbeno poco spazio di tempo, che a dì XV del ditto mese Messer Giovanni dell'Agnello fu a Serezzana con molti cavalieri e pedoni, e con molti Cittadini e Contadini di Pisa, che erano della sua parte, e con Messer Giovanni Auti, e molti Inghilesi, li quali erano al soldo di Messer Bernabò di Melano. A dì XV di Maggio lo ditto Messer Gio- vanni dell'Agnello con la ditta gente venne in Valdiserchio di Pisa per accostarsi alla Città; di che si serronno le porte della Città, e li fon- dachi, e le botteghe, e armonnosi la parte delli Bergulini, et insieme col popolo di Pisa guardavano la Città di dì e di notte, e fu per le mura, e a piè delle porte; e anco la masna- da a piè e a cavallo per la Città facendo buo- na guardia. E per certo poco savio dì senno è colui, il quale è cacciato della sua Città, per reggimento o signoria, che egli abbia avuta, si voglia mettere a tornare per forza di spada. Radi ne sono, ma in Pisa nessuno potè mai in- trare con la spada in mano: e questo s'è vedu- to per più mutamenti. E questo sapea bene lo ditto Messer Giovanni, ma elli non ne volse pigliar quello esempio, e vi rimase al tutto disfatto e vituperato, ch'elli consumò ogni suo avere, e invecchiò povero, e povero morì. Essendo lo ditto Messer Giovanni venuto nel Valdiserchio di Pisa con la sua gente, l'altro dì vegnente si partitte, e puosesi a Santo Michele delli Scalzi, e a San'Jacopo a Orticaja, fuor
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della Porta delle Piagge presso a Pisa meno di un quarto di miglio, passato lo prato, che è fuore della ditta porta; e quine si accostonno per voler'entrare nella ditta Città; e certi buo- ni Cittadini di Pisa con alquanti buoni fanti a piè si usciano fuore della Città sotto lo ponte della Spina per iscafa, e alquanti buoni bale- strieri, e tutti armati, a badaluccare con la dit- ta gente in prato fuor della porta preditta, fa- cendo di belle prodezze l'uno all'altro. E in su le mura stavano di buoni balestrieri e di mol- te bombarde. E la gente di Messer Giovanni, come sentiano le bombarde, si scostavano, e usciano fuore del prato per paura; e quelli della parte delli Bergulini, cioè li Gambacorta con li suoi, aveano grande temenza di dentro, che non vi fusse trattato; ma tuttavia stavano a buona guardia. E li Fiorentini aveano mandato a Pisa quattrocento cavalieri, e dugento bale- strieri alla guardia di Pisa, e dello stato delli Gam- bacorta; e l'altro dì badaluccorno in ditto prato. A dì XVIII di Maggio preditto li Anziani di Pisa feceno mettere sotto lo ponte della Spina presso all'acqua una grossa antenna di legno per lo traverso di verso lo prato, e di molti aguti con le punte di sopra, acciocchè nessuna persona della Città di Pisa potesse uscir fuore a badaluccare con li nimici; e li nimici stavano di fuore da San Michele delli Scalzi. Feceno ponere detta antenna, perchè intendeano, che essi faceano di molti inganni in prato, quando si badaluccava; perchè faceano vista del com- battere, e si favellavano insieme alla segreta: di che li Bergulini n'ebbeno sospetto, però non si lassonno più uscire.

140. Come la gente di Messer Giovanni s'accostò alle mura …

Come la gente di Messer Giovanni s'accostò alle mura, e parte vi montonno suso. A dì XX di Maggio Anni Domini Mille trecento settantuno, la Domenica notte presso all'ora dello mattino, si mosse Messer Giovanni dell'Agnello con la sua gente cheta- mente con certo trattato, e accostossi alle mura della Città di Pisa presso alla porta della Pace ritto la Chiesa di Santo Zeno, e quine puose le scale a bracciuoli, e di funi molto artifiziate. Montonvi suso più di ottanta uomini volonta- rosi, e gagliardi a combattere; e di sotto rom- peano lo muro a una porticciuola turata, et eranvi di molti maestri, e infra gli altri Mastro Andrea Compare del ditto Messer Giovanni dell'Agnello, e Genero di Simone Broccajo. E certi Cittadini, che guardavano le porte sue, e giùe sentivano picchiare, e non pensavano fussero li nimici, andavano su per le mura la notte a gitta le scolche, cioè, due uomini per volta per le mura dell'una porta all'altra per vedere e sentire, se niuno si accostasse alle mura; et essendo le guardie presso a San Zeno, sì funno prese da quelli, che erano montati su le mura; e uno Ufficiale, che andava di notte intorno alle mura della Città, passando ritto alla Chiesa di San Zeno, sentendo lo picchia- re, che li nimici faceano, sì chiamò le guardie di sopra, le quali erano su lo campanile di San Zeno per lo Comune di Pisa. E in questo ra- gionamento andando l'altre scolche, che venia- no verso la porta dello Parlascio, si feceno alli merli delle mura, e viddeno di fuore di molta gente, e comincionno a gridare nimici, nimici. E subitamente si levòe lo romore; e quelli, che erano alla porta di Pace alla guardia, cioè quelli
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di giùe, si partittono dalla porta, e andonno a picchiare li usci delle case delli Cittadini del- la Cappella di San Lorenzo alla Rivolta, perchè erano prossimani, e anco all'altre Cap- pelle: e lo ditto Ufficiale corse alli Anziani, e subito sonò la campana del popolo a martello: e subitamente lo popolo di Pisa uscitteno fuore con l'arme, e montonno su le mura, e com- battendo con li nimici, quelli sceseno di fuore; e chi non potè scendere giù per le scale, con- venne si gettassino giù per le mura; di che ne moritteno cinque delli nimici, e fue preso un giovane Pisano, detto Marco da Travalda, e uno Napoletano, li quali erano montati su le mura. E li nimici si partitteno, essendo iscoper- ti, e andonno nella Maremma di Pisa a dì XXI di Maggio lo die della festa di Santa Restituta; e fassene la festa nella Chiesa di Chimento ogni an- no; e mentre che lo Stato durò, li Anziani mandava- no ogni anno quattro di loro con quattro torchi. Essendo preso lo ditto Marco Travalda, e lo Napoletano, funno menati al Capitano del- la guardia dello Stato di Pisa, e confessonno, come erano montati su le mura per intrare con Messer Giovanni nella Città, e mettere a ruba la Città, e uccidere uomini e femmine, e gran- di e piccoli, e fare ogni male; e lo ditto dì lo Capitano della guardia di Pisa sì fece ponere su la carretta lo ditto Marco, e il Napoletano nudi, e fecegli attanagliare con tanaglie di fer- ro affuocate per la Città di Pisa, e poi li fece appiccare per la gola fuor della porta delle Piagge. E così quelli morti, che caddeno su per le mura, funno strascinati nudi per li piedi di rieto alle carra di questi attanagliati, e poi appiccati per li piedi col capo di sotto. E fat- to questo, li Cittadini di Pisa feceno grande al- legrezza e festa, e la mattina seguente si fece la precissione generale per la Città, e si disse la Messa dello Spiritù Santo a Duomo; e li An- ziani mandonno lo bando, che ogni persona debbia andare alla ditta Chiesa. A dì XXII del ditto mese di Maggio la gen- te del ditto Messer Giovanni dell'Agnello, più di mille cavalieri, andonno a Livorna, et eb- benla, e preseno di molte bestie grosse per lo Contado di Pisa. E a dì XXVII andonno nel- la Maremma di Pisa, e in su quello di Siena, e preseno di molto bestiame, e poi ritornonno a Vicarello, e a Livorna; e funno presi due uomini in Piombino, li quali arrecavano lettere a uno Cittadino di Piombino, detto Ranuccio, e funno appiccati: e ditte lettere erano d'uno trattato. A dì XXVIII di Maggio si puose in Pisa una prestanza di tredici mila fiorini, e la mag- gior parte si puoseno alli Raspanti, che sono meno possenti. A dì XXX detto Messer Lodovico dalla Rocca uscito di Pisa, e Messer Giovanni Auti con la sua gente, la quale era in Collina, si partitteno, e andonno a Santa Lucia, e prese- no di molto bestiame, e stettonvi tre dì. A dì due di Giugno seguente li nimici sì venneno nel Valdarno di Pisa, tra 'l fosso Arno- nico sino a Sansovino presso a Pisa a due mi- glia; e alquanti della ditta gente di Messer Gio- vanni dell'Agnello scorseno per lo Piemonte di Pisa, pigliando vino nello Valdarno. E a dì III si partitteno, e puosensi a Cami- gliano di Pisa, e poscia si partitteno, e andon- no su lo terreno di Siena; e accamponnosi tra Radiconduli, eVolterra, e quine vi feceno
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grande danno. E lo ditto dì li Anziani man- donno lo bando dello Sgombro. E a dì cinque giunse nella Città di Pisa lo Conte Luzi Tedes- co con quattrocento uomini a cavallo; e anco li Pisani aspettavano la gente della Lega con più di sei mila uomini a cavallo, e più di du' mila balestrieri, per cacciare li nimici di quello di Pisa, e di Toscana. E a dì sei giunseno in Pisa settentacinque balestrieri Genovesi al soldo di Pisa. A dì sette di Giugno Anni Domini Mille trecento settantuno, lo ditto Messer Giovanni dell'Agnello con la sua gente si ritornonno nella Maremma di Pisa, e feceno gran danno. A dì nove la gente della Lega giunse su quello di Pisa a Lajatico, e sono più di cinque mila cavalieri, e di molti pedoni e balestrieri; e li nimici, cioè Messer Giovanni dell'Agnello con la sua gente si puoseno a Rasignano; e per la Città di Pisa si facea grandissime guardie di dì e di notte, e alle porte della Città di Pisa, e su per le mura guardavano la notte delli mi- gliori Cittadini della Città, e sopra ciascuna porta della Città vi montavano, e stavano alla guardia più di cinquanta Cittadini armati; e andavano le scolche su per le mura a due per volta per ciascuna brigata delle porte. E così si scontravano insieme, e così tutta la notte fa- ceano lo simigliante, e mandavano le scolche intorno alle mura della Città di Pisa, dentro e di fuore. E li Bergulini temeano molto, peroc- chè Messer Giovanni dell'Agnello avea in Pisa grande seguito della parte delli Raspanti, e di quelli, che li funno contra a sponerlo della Si- gnoria di Pisa. A dì X di Giugno preditto per bondanza di grano vecchio, che era nella Città di Pisa, si puoseno alli Cittadini dieci miglia staja di grano, perch'era grande divizia. A dì XII ditto mese di Giugno lo ditto Messer Giovanni dell'Agnello con la sua gente s'accamporno a San Sovino, e a San Michele delli Scalzi; e la notte vegnente sull'ora del mattino si mosseno quelli, che erano a San So- vino, e si accostonno presso al Borgo di San Marco, perchè erano mucciati certi pregioni, li quali erano nel Contado di Valdarno di Pisa, che gli aveano presi; e accostandosi li nimici alla Città, quelli, che erano alla guardia all' antiporto di San Marco, suononno le Campane a martello. Allor si levòe lo romore per la ditta Pisa, e suonò le Campane del popolo a martello, e lo popolo si levòe valentemente; ma nullo si accostòe alla Città. E l'altro dì li nimici si partitteno, e andonno in Valdiserchio di Pisa, e quine s'accamponno, e diceano, che voleano combattere con la gente della Lega, forte minacciando. A dì XIV ditto la ditta gente della Lega, la quale è venuta per combattere con li nimici del Comune di Pisa, si accamponno presso a Pisa a XII miglia tra 'l Ponteadera, e Calci- naja, fino al fosso Arnonico; e l'altro dì su lo Valdarno. E a dì XVI passorno l'Arno la mat- tina, e rasente le mura di fuore di Pisa passon- no, et andonno in Valdiserchio per voler com- battere con li nimici; e molti Cittadini di Pisa montonno su per le mura per vederli passare. Contasi, che funno più di sei mila cavalieri, e di molti pedoni e balestrieri; e di molta vitto- vaglia da vivere vi mandò lo Comune di Pisa, e tutti per li loro denari, e altri fornimenti per loro; e in oltre vi mandò dugento balestrieri, e cento cinquanta cavalieri, come era ne' patti
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della Lega. E Messer Giovanni dell'Agnello con la sua gente si ritiròe indietro, e accam- ponnosi su quello di Lucca tra Camajore, e nelle contrade di Massa del Marchese, più suso dove si chiama il Frigido. E la gente della Lega tenne loro dietro presso a due miglia con intenzione di combattere. Come la gente della Lega si accostava, li nimici si dilungavano. E per la Città di Pisa si fece una precissione ge- nerale con tutta la Chericia di Pisa, e uomini e donne, grandi e piccoli, per ottenere la vit- toria contra li nemici del Comune di Pisa. E Messer Giovanni dell'Agnello con la sua gente non volendo combattere, si partitteno a dì XXII di detto mese, e andonno a Sarazzana su lo terreno di Messer Bernabò di Melano; e la ditta gente della Lega tenne loro dirieto, e ac- camponnosi tra Sarezzana, e Pietra Santa, mi- nacciando li nimici; e mandonno più volte lo guanto della battaglia, e li nimici per loro mi- gliore si ritironno a Melano. Essendo partiti li nimici del Comune di Pisa a dì XXVII la ditta gente della Lega si tor- nonno nello Valdiserchio verso Pisa, e nello Valdarno di Pisa, e parte n'entronno nella Città di Pisa a dugento per volta, e usciano fuore della porta di San Marco, e alcuna parte per quelle di Lucca, e di Firenze. A dì XXIX ditto la gente della Lega si par- titteno di su quello di Pisa, e Pisa rimase libe- ra e vittoriosa delli suoi nimici. A dì XVIII ditto mese si scoperse un tratta- to nella Città di Lucca, come certi Lucchesi Guelfi voleano correre Lucca per li Fiorentini, e mettere la ruba a certe case delli Ghibellini di Lucca Cittadini, li quali governavano Luc- ca, e rubarli e metterli a fuoco con grande uccisione di loro. E li Ghibellini sapendo que- sto, levonno lo romore, dicendo: Viva lo po- polo di Lucca, e preseno alcuno Cittadino di Lucca Guelfo la notte vegnente, e a tre feceno tagliar la testa, e a due le mani; e la mattina vegnente feceno tagliare la testa a due uomini, e molti ne mandonno a confine delli Guelfi, che funno al trattato. A dì tre d'Agosto fue sconfitta la gente di Messer Bernabò di Melano, la quale era a oste a Reggio, che si tenea per lo Papa, e fu scon- fitta dalla gente della Lega; e a dì VI ne ven- ne in Pisa uno Corrieri con l'ulivo in mano da parte del Papa. A dì XIII ditto fu nella Città di Pisa uno Corriere, come lo Dogio di Genova è sposto, e messo in prigione per li Cittadini di Genova, e chiamatone un' altro. E li Genovesi voglio- no, che lo ditto Dogio mozzi la ragione. A dì XXVII ditto lo Comune di Pisa man- dòe a Genova due Cittadini per Ambasciadori al ditto Dogio di Genova a proferirsi al modo usato.

141. Papa Urbano tornò in Avignone.

Papa Urbano tornò in Avignone. A dì VII di Settembre Anno preditto lo ditto Papa Urbano giunse a porto Pisano con trenta quattro galere e altri legni, cioè Pansani, e Schifi, e Saettie, lo quale venìa da Roma per andare a Vignone; delle quale gale- re ne funno dodici del Re di Ragona, e diece del Comune di Genova, e dodici della Reina di Napoli. E lo Comune di Pisa li fece grande onore di presenti, e stettevi due dì, poi si par- titte con la ditta gente, e andonne a Vignone.

142. Come Messer Piero Gambacorta fu fatto Capitano …


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Come Messer Piero Gambacorta fu fatto Capitano Generale del Comune e popolo di Pisa. Essendo lo stato delli Gambacorta e delli suoi Bergulini scampati al travaglio di Messer Giovanni dell'Agnello, e della sua parte delli Raspanti, e non avendo nullo contasto da' ni- mici, di che alquanti della brigata di Piero Pi- lotti Marruffini, li quali aveano ajutato a con- quistare lo presente stato delli Bergulini, non istavano contenti, anzi cercavano di sollevar romore, e di rubare la Città, cioè alquanti Ras- panti, li quali erano mercanti, e facevano li fatti loro. Di che andando per la Città a sei e otto armati, e facendo ingiuria ad altrui, si fece Consiglio nel Palagio del popolo di Pisa, che nessuna persona debbia andare per la Città con l'arme, eccetto quelli, che hanno licenzia per forma di breve, alla pena di lire cento, e diece strappate di colla; e così per nessuna guerra, se non fusse distretto, sino in quarto grado. A dì XXI di Settembre, lo die della festa di Santo Matteo, si fue fatto lo ditto Messer Piero Gambacorta Signore di Pisa, cioè Capi- tano Generale a difensione del Comune e po- polo di Pisa, secondo che era lo Conte Ghe- rardo, et il Conte Fazio; e ditto Messer Piero avea maggior provigione. A dì XXIX ditto Messer Piero Gambacorta giurò lo ditto Ufficio in Duomo, e fecesi gran festa e allegrezza, e fessi di molti armeggiatori, vestiti tutti ad una taglia di diversi colori, e fini panni, andando armeggiando, rompendo aste per la Città di Pisa; e duròe otto dì. E si vestitteno quattordici brigate di Cittadini mer- canti, e artefici, e gentiluomini anco a una taglia, e funno più di trecento. E Messer Piero tenne gran Corte per otto die, e fece grandissi- mi conviti a uomini e donne, e fu presentato dalli Cittadini delle Città di danari e altre cose assai. E anco li Consolati dell'arti della Città lo presentorno, e le Comunanze del Con- tado di Pisa, tanto che 'l ditto Messer Piero avanzòe delle spese della Corte, che elli tenne.

143. Della morte di Papa Urbano.

Della morte di Papa Urbano. Mille trecento settanta uno a dì XVIII di Dicembre morìe lo ditto Papa Urbano in Avignone, e l'altro dì vegnente si seppellit- te, e chiamorno li Cardinali, li quali erano in Avignone, e ne crearono tra loro un'altro. A dì due di Gennajo tutta la chericia di Pisa suonò la sera le campane a doppio per la morte del ditto Papa Urbano; e la mattina seguente ciascuna Cappella fece solenne Ufficio delli morti per l'anima sua. A dì V di Ferrajo lo Comune di Pisa man- dò in Avignone al Papa nuovo quattro Citta- dini solenni di Pisa per Ambasciadori; e della ditta chiamata del Papa si fece per la Città al- legrezza con falòe e campane, e la mattina si disse a Duomo la Messa dello Spiritu Santo, e andonnovi li Anziani. A dì XXVI di Ferrajo li Anziani di Pisa mandonno lo bando per la Città, che ciascuna persona sgombrasse da inde a tre dì, senza pa- gar gabelle, temendo d'una Compagna del Con- te Luzi, che erano da quattro mila uomini a cavallo, cassi dal Comune di Firenze, e anda- vano al soldo del Marchese di Monferrada, che aveva guerra con Messer Galeazzo di Melano.
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E poi l'altro dì lo Conte Luzi mandò a dire, che non temesseno, che ellino voleano venire come amici e fratelli; ma non l'attenne. Que- sto Conte Luzi fu Tedesco, e sempre fu tenu- to poco leale; e per certo li soldati non sono più leali, come soleano essere per lo tempo passato. E Messer' Anichin di Monguardo, lo quale era al soldo di Messer Galeazzo, sì ven- ne nella Città di Pisa, e soldòe alcuna parte della ditta gente del Conte Luzi per lo ditto Messer Galeazzo. In quel dì medesimo il Con- te Luzi fece su quello di Firenze una grande Compagna di ben cinque mila cavalieri, e tre mila pedoni, e contasi, che secretamente erano a petizione delli Fiorentini. A dì VIII di Marzo la ditta Compagna del Conte Luzi cavalcòe su lo terreno di Siena, ardendo e pigliando uomini e femmine, e ru- bando, e nimicandoli, e facendo ogni danno, che poteano, e feceli ricomprare. Mille trecento settantadue a dì XXIX di dit- to mese lo ditto Conte Luzi venne su quello di Volterra. A dì XXXI ditto lo Comune di Pisa puose una prestanza a 150 Cittadini, di fiorini sette mila d'oro, per darli alla ditta Compagna del Conte Luzi. A dì primo d'Aprile, Mille trecento settanta due, la ditta Compagna cavalcòe su lo Conta- do di Pisa nella Collina, e l'altro dì nel Val- darno insino a Riglione delle Campane presso a Pisa a un miglio, rubando, e ardendo, e pi- gliando pregioni, e guastare biade, e ardendo case, e nimicare lo Comune di Pisa malvagia- mente e traditevolmente, mostrando di volersi accordare con lo Comune di Pisa. E fessi per la Città di Pisa grande guardia di dìe e di not- te per li Cittadini. E a dì cinque di Aprile la ditta Compagna s'accordò con lo Comune di Pisa, et ebbe sette mila fiorini d'oro senza l'al- tre spese, e anco li danni riceuti per lo Conta- do. E a dì X del mese si partitte la Compa- gna di su lo terreno di Pisa, e ritornonno a Firenze come loro soldati. Vedete: buoni vi- cini e amici sono li Fiorentini, avendo tuttavia dal Comune di Pisa ciò che sanno chiedere, e sìe da Messer Piero Gambacorta, e dal suo sta- to, che sono franchi delle gabelle.

144. Dello stimo si fece in Pisa.

Dello stimo si fece in Pisa. A dì XX d'Aprile si fece nella Città di Pisa lo stimo, acciocchè ponendo gravezze nel- la Città, ciascuno paghi quello che è sua possi- bilità. E fessi in questo modo, che li Anziani col Consiglio generale del popolo elesseno qua- ranta Cittadini della Città, e ne feceno V par- ti, otto per parte; e questi mandavano per li Cittadini di Pisa, e per quelle donne, le quali tenevano fuoco per se a casa per casa, e facea- noli giurare sopra l'anima loro quello valea lo suo; e tutto si facean dare per iscritto, e sì di denari, e sì di possessioni; e poi si stimava la persona, se faceano mestieri. E fatto questo mandavano per li vicini, e disaminavanli per loro sagramento quello valea l'avere del suo vi- cino, e tra loro a voce anco li ditti otto si esa- minavano. E così fatto pigliavano le maggiori somme con le minori, che erano stimate, e le- vavanle via, e l'altre partivano in quattro; e quello, che montavano, era stimata la persona. E questo stimo era ben posto, ma poco duròe,
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perocchè li ricchi e quelli dello stato non vo- leano pagare. A dì XXVIII d'Aprile li Anziani di Pisa elesseno ventiquattro Cittadini di Pisa a ponere una prestanza di ventinove mila fiorini. A dì XXVIII di Maggio Gherardo Gamba- corta, e Neruccio Papa andonno a Piombino per Rettori con venticinque cavalieri, e XXV fanti a piè per lo Comune di Pisa. A dì XVIII di Giugno si mandòe alli Citta- dini di Pisa le polizze della prestanza, e puosesi da fiorini sedici insino in cento cinquanta, e tutti funno costretti a pagare il terzo dì. A dì XVI di Settembre entrò nella Città di Pisa un Romano, il quale andava per lo Cap- pello a Vignone, che era eletto Cardinale; e fulli fatto grande onore dal Comune di Pisa, e da inde a due dì si partitte, e andonne per mare a Vignone.

145. Duoi Cittadini ribelli funno appiccati.

Duoi Cittadini ribelli funno appiccati. A dì XVI d'Ottobre, Anni Mille trecento settanta due Ser Gabriello da Parma, Cavaliere delli sbanditi per lo Comune di Pisa, cavalcòe a Livorna con cinquanta fanti a piè, e con cento uomini a cavallo, e prese due gran- di Cittadini di Pisa, cioè Lemmo dell'Agnello, lo quale era nipote del Dogio, e uno Andrea di Compagno, li quali erano stati ribelli del Comune di Pisa, li quali andavano a Roma, e per fortuna di tempo essendo ellino in una Ga- leotta di Genovesi, capitorno in Livorna, e se- cretamente stavano sotto la sentina del legno, e stavansi più sconosciutamente che elli poteano. E come la fortuna volse, quelli, che reggeano Pisa, lo seppeno; di che comandò al ditto Ca- valieri, che andasse, e prendesseli, e subitamen- te senza menarli in Pisa li appiccassero per la gola. E così fece. Come furno presi, li fece confessare, e poi appiccare per la gola a un' olmo su la piazza di Santo Antone a Livorna.

146. Della Lega fatta.

Della Lega fatta. A dì XXVIII ditto si banditte la Lega fat- ta da Pisa con Toscana, e col Papa, a male e a morte: che se ne fece gran festa. A dì 2 di Novembre lo Cardinale di Gieru- salem venne nella Città di Pisa, e fulli fatto grande onore al modo usato; e a dì XXI si par- titte per lo Piemonte per andare a Lucca. A dì XXI di Gennajo venne in Pisa un Car- dinale, che era stato Signore di Bologna, e fulli fatto grande onore al modo usato, e a dì XI di Ferrajo andòe a Lucca, e poscia tornòe a Pisa, e montòe in su una Galeotta per andar per mare a Vignone al Papa. A dì VII di Giugno, Anni Domini Mille trecento settantaquattro, venne a notizia alli Si- gnori Anziani di Pisa, come un Cittadino di Corsica, che aveva nome Colombano, con al- quanti di Corsica erano armati su due saettie, e andavano rubando sul mare del Comune di Pisa che ellino trovavano. Subito feceno armare in Livorna secretamente una Galeotta, della quale ne fu padrone Filippaccio Agliata, valen- te e saputo Cittadino; e tenne dirieto alli ditti rubatori, i quali erano più di ottanta uomini; e come viddeno venire la Galeotta, subito si fuggitteno a terra ad una Isoletta, e lassonno li ditti legni; e li uomini della Galeotta ne
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venneno a Pisa con li ditti legni, e come giunseno dentro alla Città al primo ponte, misseno fuoco alli due legni, e tirandoseli dirieto per Arno ar- dendo, andonno sino al quarto ponte. E lo Co- mune di Pisa diè bando delle forche al ditto Co- lombano e suoi compagni. Questo Colombano avea comprato queste due fuste in Pisa, dicen- do, che volea mercateggiare, e diè pagatore al Comune di Pisa di non andare in corso per lo mare, alla pena di fiorini ottocento d'oro, che fu Gherardo Astato, il quale fu costretto dall' essecutor di Pisa a pagare detta somma.

147. D'una grande mortalità.

D'una grande mortalità. Del mese di Maggio Anno preditto incomin- ciò la morìa nella Città di Pisa, moren- done alcuno per dì d'anguinaja, tincone, di so- ditelli, di faoni, ed altri sozzi mali; e poi di Giugno cominciava a crescere, e facevasi per la Città di molte precissione. E poi a dì 30 d'Ago- sto per comandamento dell'Arcivescovo si fece la precissione generale cinque mattine, tenendo li fondachi serrati, e digiunando, portando mol- te reliquie di santi, et il sangue di san Piero. E la ditta morìa durò per la Città e Contado di Pisa fino a Settembre Anno Domini Mille trecento settanta cinque, e molti ne morinno, de cinque li quattro ; e del mese di Settembre restò al tutto. Del mese d'Agosto Mille trecento settanta quattro l'Arcivescovo di Pisa andò al Sepolcro Santo in Gerusalem. Del mese di Dicembre venne nel Contado di Lucca gente a cavallo e a piè per danneggiare, li quali erano da mille uomini, cassati dalli Fio- rentini, che li aveva presi al soldo Messer Berna- bò e Messer Galeazzo di Melano; e v'erano mol- ti usciti Cittadini di Lucca Guelfi, e faceano gran danno per lo Contado di Lucca. E del mese di Gennajo s'accamparono a Camajore, e poscia se n'andonno a Sarezzana, che si tenea per lo ditto Messer Galeazzo; perchè gente del- la Lega venìa per combattere con loro mandata dallo Papa, e venne nel Contado di Lucca col Conte Savoja, et erano da due mila uomini a cavallo, e perseguitonnoli infino a Camajore, e non combattetteno, perchè erano fuggiti. E poi lo ditto Conte di Savoja con la ditta gente si tornòe a Lucca; e lo Comune di Pisa per te- menza fece sgomberare lo Valdiserchio, e met- ter nella Città senza pagar gabella. A dì XVIII di Gennajo lo ditto Conte di Sa- voja venne nella Città di Pisa con la ditta gen- te, e fulli fatto grande onore, e andonli incon- tra li Signori Anziani con molta gente a caval- lo; e posòe nella Badia di S. Paolo a ripa d'Arno; e lo Comune di Pisa li fece di molti presenti di cose per lo vitto; e a dì IV di Fer- rajo vegnente si partì di Pisa, e andonne per mare a Vignone al Papa. A dì XVIII di Ferrajo lo ditto Messer Piero Gambacorta si era forte aggravato della persona, di che la parte delli Bergulini, che governava- no Pisa insieme con lui, si funno a consiglio con li Anziani, e feceno Benedetto suo figliuolo maggiore Capitano in suo piè; e per la Città di Pisa si fece doppie guardie di die e di notte, e non si lassava intrare nella Città nessuno Con- tadino, nè nullo forestieri; e questo feceno per cessare scandolo, e sì per guardia dello stato loro; e il ditto Messer Piero guaritte el ditto mese.

148. Come li Piombinesi si ribellorno dal Comune di Pisa.


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Come li Piombinesi si ribellorno dal Comune di Pisa. A dì XIX di Marzo Anno preditto lo Co- mune di Pisa mandò a Piombino per ter- ra lo ditto Benedetto Gambacorta con molti ca- valli e pedoni della Valdera, e di Collina del Contado di Pisa, e per mare una Galea arma- ta, della quale n'era padrone Corso di Ridolfo Cittadino di Pisa; e assediò per mare e per ter- ra lo ditto Castello; perocchè v'era setta, che v'era dentro della parte delli figliuoli di Ranuc- cio e Saragone di Piombino, li quali erano del- la parte delli Raspanti, che prima reggeano Pi- sa, e si ribellavano dal Comune di Pisa, e met- teano dentro in Piombino li sbanditi e li mal- fattori a dispetto del Podestà, il quale era Cit- tadino di Pisa, e per lo Comune di Pisa lo te- nea, e non potea fare Ufficio. A questa setta erano insieme congiurati più di trecento; e s'el- lino uccideano nullo uomo, non era nulla. Et essendo la ditta gente del Comune di Pisa in- torno al Castello per mare e per terra, e la setta sentendo questo, si raunonno tutti insie- me, e armati corseno alla Piazza del Podestà, e quine combattetteno, e teneano tutte le for- tezze della Terra; e lo Podestà e l'altra gente dentro si difendeano valentemente. E vedendo la ditta setta, ch'elli non poteano contastare col Comune di Pisa, e che erano assediati per terra e per mare, e che si vedeano a mal par- tito senza nessun soccorso, si apersono le porte del Castello, e più di cinquanta Cittadini della ditta setta con la coreggia al collo andonno in- contra al ditto Benedetto Gambacorta, il quale entrò dentro con la sua gente, e fece pigliare molti di quelli della ditta setta della parte delli Raspanti, e funnone alquanti di loro collati: e la Domenica d'Ulivo vegnente da mattina lo ditto Benedetto fece tagliare la testa a quattro delli maggiori della ditta setta in su la Piazza del Podestà; e uno ne morìe sulla colla; e par- te delli altri ne mandòe a confine in altre parti della Maremma. E mandòe lo bando per la Terra, che chiunque avesse o sapesse uno Nic- colajo figliuolo di Saragone, lo debbia presen- tare, alla pena dell'avere e della persona. Questo Niccolò era uno mal'uomo e capo del- la ditta setta, e fu trovato da inde a dì tre la mezzedima santa, che era appiattato: e subita- mente lo fece appiccare per la gola sulla piaz- za del Caparone di Piombino, e si racconciò la Terra per sì fatto modo. A dì XIV d'Aprile, Anni Domini Mille trecento settanta cinque, confermonno li Anziani di Pisa lo ditto Benedetto Gambacorti nel ditto Ufficio del Capitano, in luogo di suo padre, quando mancasse. A dì XVI ditto mese la Domenica mattina si fe' Cavaliere per mano di Messer Piero Gam- bacorta suo padre il ditto Messer Benedetto; et egli fece Cavaliere uno Cittadino di Pisa, cioè Niccolajo delli Orlandi, il quale stava al Nic- chio; e il ditto dì Messer Piero Gambacorta fece un solenne e grandissimo desinare.

149. D'una gran fame e carestia in Pisa.

D'una gran fame e carestia in Pisa. Del mese di Giugno, Anni Mille trecento settanta cinque, valse il grano in Pisa lire quattro di stajo. E per ciò feceno descrivere tutto il grano e biade della Città e Contado di Pisa, e metter lo bando, che ciascuno dovesse
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mettere in piazza quello li avanzava, tal che lo Comune di Pisa prestò al Comune di Genova staja du' mila di grano, a termine del mese di Gennajo. A dì IX del mese di Novembre l'Asseguito- re di Pisa con la sua famiglia mandonno fuor della Città di Pisa tutti li gaglioffi e ga- glioffe, che andavano per la Città accattando, rispetto alla grande carestia; e andò lo bando, che ciascuno potesse vender grano senza gabel- la. Del mese di Dicembre valea in Pisa lo stajo del grano lire sei insino in sette. E del mese di Gennajo valea lire otto. A dì primo di Ferrajo andò lo bando per la Città di Pisa da parte dell'Asseguitore, che nessuna persona debba nè possa cavar della Cit- tà pane, biscotto, nè altra biada senza sua li- cenza, sotto pena dell'avere e della persona. E nel ditto mese valea nella Città di Pisa lo stajo del grano lire undici, et del miglio lire cinque e mezzo, e non se ne trovava. E nel ditto mese calòe in lire sei, e lo car- vellino in lire 7 perchè ne venne una na- vata per mare. A dì VII di Giugno Mille trecento settanta sei giunse in Pisa uno Corriero con l'ulivo della triegua fatta tra 'l Papa, e Messer Bernabò, e Messer Galeazzo Signori di Melano; et in Pisa si temetteno li Cittadini d'aver guerra in Tos- cana, come avvenne, perchè di questa tregua n'uscitte tanto male, che sino in Puglia, e quasi per tutto lo Mondo ne seguitte guerra.

150. D'una Compagna d'Inghilesi, che venne in Toscana.

D'una Compagna d'Inghilesi, che venne in Toscana. Lo Papa avendo lega con Toscana, e aven- do guerra con li ditti Messer Bernabò e Messer Galeazzo di Melano, del mese di Mag- gio Anni Domini Mille trecento settanta quattro, lo ditto Papa mandòe Ambasciadori in Toscana, cioè a Pisa, a Firenze, e a Siena, et a tutte le Città, le quali erano con lui nella lega, a dimandare ajuto di certi danari per pa- gare li soldati, che la Chiesa era molto affan- nata per la guerra: di che gli fu dato parole; e lo ditto Papa vedendo questo, sì fece pace con li ditti Signori di Melano, e molto di que- sto lo Papa sdegnò. E avendo a soldo la Com- pagna delli Inghilesi, della quale n'era capo Messer Giovanni Auti, la mandòe in Toscana, di che ne seguitte molto male alla Chiesa, e a tutta Toscana. Che se prima le Città di Tos- cana avessino mandato al Papa otto mila fiori- ni, lo Papa non arebbe fatto pace con li Signo- ri di Melano, e la Toscana sarebbe rimasa in pace: che più di trecento migliaja di fiorini ne fu peggio la Toscana tra denari, e altri danni, che ne ricevenno del mese di Giugno e di Lu- glio, Anni Domini Mille trecento settanta sei. E di questo ne funno colpa li Fiorentini, che non volleno prestare al Papa alcuno danajo, come elli avea mandato a richiedere per suoi Ambasciadori; e perchè Firenze, che fu la pri- ma chiesta, non ne prestò, così feceno l'altre Città di Toscana. E li Anziani sentendo, che la ditta Compa- gna era a Modena per venire in Toscana, man- donno fuora nel Contado di Pisa a sollecitare lo sgombrare alla Città e alle fortezze. A dì XII di Giugno preditto l'Asseguitore di Pisa mandòe lo bando per la Città, che
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nessuna persona non soldasse gente nella Città e Contado di Pisa, a pena dell'avere e della per- sona, e chie non ci avesse soldo, nè guaggio, cioè forestieri, debbino sgombrar la Città. E che nessuno armajuolo possa vendere nulla arme a nessuna persona, eccetto che alli soldati di Pisa, senza lo suo bullettino. E per questa no- vità della Compagna montòe in caro lo grano da lire undici lo stajo infino in dodici, e anche non se ne trovava. A dì XIII di Giugno li Anziani di Pisa man- donno due grandi e savi Cittadini di Pisa per Ambasciadori alla ditta Compagna, cioè Filip- po Agliata, e Messer Oddo Maccarone de' Gua- landi, Canonaco di Pisa. A dì XIX ditto mese li Anziani di Pisa mandonno bando dello sgombrare alla Città e alle fortezze infra due dì, a pena d'esser arsa la roba; e passato lo termine ciascuno ne possi pigliare a suo beneplacito. E la mattina vegnen- te rincarò lo stajo del grano soldi 40 e ven- deasi lire quattordici, e non se ne trovava; e l'altro dì tornò in lire diece.

151. Come la Compagna venne su quello di Firenze.

Come la Compagna venne su quello di Firenze. A dì XX ditto mese di Giugno la ditta Compagna di Messer Giovanni Auti fu su quello di Firenze a una giornata; e per la gran- de carestia, che era stata li Fiorentini non si sa- rebbono tenuti cinque dì; però mandonno più persone alla Compagna, che si accordasseno con denari, e quello chiedessino, li permettessino. E 'l ditto Messer Giovanni dimandò fiorini cen- to trenta migliaja d'oro; e così ebbe; e se an- dava innanzi, arebbe auto la Città fra otto dì; e dissesi, che lo Papa di questo ne fu dolente, perchè credette aver Firenze, sapendo non aveano da vivere: e Messer Giovanni non cre- dette, che ellino s'accordasseno a tanta forma. A dì XXIII ditto lo Stato delli Bergulini, che reggeano, per temenza del loro Stato fece- no di molti confinati della parte delli Raspanti, e alquanti giovani ne mandonno fuore col ba- lestro per le Castella di Pisa.

152. Come venne la Compagna su quello di Pisa.

Come venne la Compagna su quello di Pisa. A dì XXIV di Giugno la ditta Compagna si calò nello valle di Serchio di Pisa, e la campagna grossa, la quale era su lo Campanile di Pisa, cominciò a suonare alla difesa; e quelli della Valdiserchio fuggitteno nella Città; e li Cittadini di Pisa faceano grande guardia di dì e di notte alle porte, e su per le mura; e li Fiorentini mandonno a Pisa trecento uomini a cavallo de' loro soldati a guardia della Città, e dello Stato delli Bergulini; e li sbanditi di Pisa tutti s'accostonno nel Contado di Pisa, e facea- no grande danno per lo Contado.

153. Come la ditta Compagna prese Calci e Montemagno.

Come la ditta Compagna prese Calci e Montemagno. Una Valle, che è in Piemonte, cioè Calci e Montemagno, s'erano molto bene affor- zati e asserragliati con molti buoni uomini; e più volte s'erano difesi da altre Compagne: perciò quelli di Piemonte, di Campo, e di Mezzana tutti vi sgomberonno, tenendosi sicuri come nella Città. Dichè Messer Giovanni Auti sapendo tutto, mandòe da ottocento Inghilesi di sopra al Monte di Calci, e venneno di sopra,
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e entronno subito nella Val di Calci, non avve- dendosene li Calcesani, nè quelli di Montema- gno. E essendo ellino assaliti di sopra e di sot- to, convenne che ellino fussino sconfitti e rotti; e in questo li ebbeno, e rubonnoli, e arsenovi di molte case, e presenovi di molti uomini e femmine, e fecienvi grande danno. A dì due di Luglio lo Comune di Pisa s'ac- cordòe con la ditta Compagna di dar loro fio- rini trentacinque migliaja e cinque cento d'oro in tre paghe; e così fu bandito l'accordo. E nella Città n'entravano di quelli della Compa- gna per rinfrescamento da du' mila cinque cen- to senza arme, salvo che la spada o lo coltello, e la sera si faceano sgombrare la Città. A dì IV di Luglio preditto la notte vegnen- te si mosse la ditta Compagna, e cavalconno più là miglia dodici, e puosensi tra Ponte di Sacco e Cascina, e stesensi per la Collina, e al Bagno acqua. A dì VI si partitte la ditta Compagna, e puosesi tra la Valdera, e la Collina di Pisa, e quine stettono con molto caro da vivere. E a dì VIII ditto si partitte di su lo terreno di Pisa, e andonno su quello di Siena per far ricompra- re li Sanesi; e lo dì medesimo ebbeno dal Co- mune di Pisa la metà delli denari promessili, e stetteno su lo terreno di Pisa dì XIV e di Fi- renze sei. A dì XV del ditto mese li Anziani col Con- siglio elesseno venti Cittadini di Pisa, cinque per quartieri, per ponere una prestanza di ven- ti mila fiorini; e chiamonno otto Cittadini per ponerne una nel Contado di diciotto migliaja. E alla Chericia di Pisa, cioè a tutti i Preti, Badie, e all'Arcivescovado di Pisa, e al Colo- nicato si puose una prestanza di sette mila fio- rini d'oro, in tutto quarantacinque migliaja, le quali funno poste da indi a otto dì. A dì XXV di Luglio dolendosi certi Citta- dini di Pisa mercanti e artefici, li quali funno fortemente gravati; e venendo a male parole Giovanni e Lodovico Malcondime gentiluomini contra Ser Guido Macigna popolano, il quale fue del numero delli XX a poner la ditta pre- stanza, in tanto che si cavonno le coltella, et uno famiglio del ditto Ser Guido Macigna lan- ciòe una verga Sardesca al ditto Lodovico Mal- condime, e andolli rasente lo braccio: il ditto famiglio suscitò romore dicendo: Viva il popolo. E a questo romore trasse la famiglia dell'Asse- guitore, e presonli e menonnoli al Palagio, e 'l ditto Asseguitore fece sonare la campana a mar- tello tre volte, per far tagliar la testa al ditto famiglio in su la piazza delli Anziani; e li An- ziani, deliberorno a parlamento al Consiglio, che non fusse morto così subitamente. E man- dorno uno Marabese allo Asseguitore, che 'l dit- to famiglio mandasse alla pregione, e l'Assegui- tore non voleva; imperocchè elli era molto tur- bato, che 'l ditto Ser Guido Macigna avea par- lato male contra lo Asseguitore, dicendo, che elli non arebbe forza di farlo morire. E li An- ziani si fecieno alla finestra, faciendoli cenno con la mano, che non lo facessi morire, e la famiglia e li marabesi delli Anziani v'andonno, e non lo lassonno guastare della persona. E si levò il romore per la Città, dicendo Viva il popolo; e tutti li Cittadini con l'arme trasseno su la Piazza del popolo, e diceano: Viva lo po- polo, e Messer Piero Gambacorta; e durò per ispazio di due ore. Dipoi per lo bando delli Anziani ciascuna persona si ritrasse, e a quello romore fue tagliato ambe le mani al ditto
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famiglio di Messer Guido Macigna, et elli condan- nato in lire cinquecento. Del ditto mese lo Papa mandòe Ambasciadori in Toscana per far lega con la Toscana, e fulli dato paraole; anzi li Fiorentini per esser contra al Papa, e nimicarlo, sì fecero lega con Messer Bernabò, e con Messer Galeazzo Signori di Me- lano.

154. Come li Fiorentini preseno la guerra col Papa.

Come li Fiorentini preseno la guerra col Papa. Mille trecento settanta sei a dì XXIII di No- vembre li Signori di Melano, li quali aveano fatto lega con li Fiorentini, mandonno in ajuto loro mille cinquecento uomini a ca- vallo, e passonno per quello di Lucca, e li Fiorentini al tutto hanno preso guerra con la Chiesa. Del mese d'Aprile insino a tutto Agosto va- lea la libra dell'olio in Pisa lire tre, soldi cin- que, et il barile del vino lire cinque e cinque e mezzo.

155. Delle Città e Fortezze, che si ribellono dalla Chiesa.

Delle Città e Fortezze, che si ribellono dalla Chiesa. A dì II del mese di Dicembre venne nella Città di Pisa un Corriere con lettere, e con l'ulivo in mano, come li Perugini s'erano ribellati dal Papa, e preso un'Abate, il quale v'era dentro per lo Papa, e fecelo mettere in pregione; e a dì primo di Gennajo vegnente ebbeno la Cittadella e tutte le Fortezze della Città di Perugia con la forza delli Fiorentini, che vi mandonno di molti uomini a cavallo. Del mese di Gennajo Pisa fece lega con Tos- cana, e con li Signori di Melano. A dì XII di Maggio li Bolognesi si ribellon- no dal Papa, e caccionno fuore di Bologna uno Cardinale con tutti li Uffiziali, che v'erano in Signoria per lo Papa; e tutti funno rubati dalli Cittadini di Bologna, e insino all'anella, che lo Cardinale avea in dito; e lo Podestà fue fe- rito su la testa. E lo Papa era a Vignone, e quine tenea Corte con li Cardinali. Del mese d'Aprile molti Cittadini Fiorentini accomiatati da Vignone, vennenoa Pisa; e contasi funno più di secento quelli, che funno accomiatati, e alcuni rubati. Di Maggio funno sfatte le saline per lo Co- mune di Pisa, le quali aveano fatte li Senesi in su le confine di Castiglione della Pescaja su lo terreno del ditto Comune di Pisa. Nel ditto tempo due Galere, le quali erano per lo mare al soldo del Papa, assaglitteno e preseno per forza una nave, e una destriera, cariche di molta mercanzia, la quale era la maggior parte delli Fiorentini, e parte di certi Lombardi, Lucchesi, e Pisani. Quella mercan- zia de' Fiorentini et Lombardi si ritenneno, e portonnola con le ditte navi a Vignone al Papa, che valea presso a dugento migliaja di fiorini; e alli Lucchesi e Pisani la rendetteno. Valea in Pisa lo stajo del grano lire quattro, e 'l barile del vino lire sei. Era in Lombardia una grande Compagna di Brettoni, che era soldata per lo Papa, per ve- nire a danneggiare su lo terreno di Firenze, e con loro era un Cardinale.

156. Come funno intraditti li Fiorentini.


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Come funno intraditti li Fiorentini. Mille trecento settanta sette a dì XIII di Maggio lo Papa si maladisse la Città di Firenze, e tutti li uomini e femmine, grandi e picciuli, in qualunque parte fusseno, e che ogni persona li possa offendere in avere e in persona. A dì XXIX di Giugno venne nella Città di Pisa un Frate di Santo Francesco con lettere del Papa bullettate, che contano la scomunica- zione e maladizione delli Fiorentini, commet- tendo, che nessuna persona debbia parlare, ri- cettare, nè participare con nessuno Fiorentino sotto la medesima scomunicazione; e a dì pri- mo di Luglio si lesseno in Duomo, comandan- done l'osservanza. E detto dì lo Comune di Pisa per consiglio fatto mandonno Ambasciatori al Papa, che li concedessi, che li Fiorentini possino abitare nella Città di Pisa, perchè non possono acco- miatarsi per la pace fatta; e lo Papa non ne volse far nulla; e Messer Piero Gambacorta, che era al governo di Pisa, era sì grande ami- co alli Fiorentini, che non li volse accomiata- re; di che Pisa ne fu intradita e scomunicata: e quello avvenne per li Fiorentini. A dìXVIII di Luglio venne nello Valdiser- chio di pisa lo Conte Luzi con settecento uo- mini a cavallo, e stettevi tre die; fecevi gran danno; e poi passonno per lo Valdarno di Pisa, e se n'andonno a Firenze a soldo delli Fioren- tini. Questo Conte Luzi era gran Guelfo, e amico delli Fiorentini, e facea lo peggio che elli potea su quello di Pisa; e Messer Piero ogni cosa sofferia: che era amico delli Fiorentini. A d' XXIII d'Agosto lo Comune di Pisa mandòe una Galea e una Galeotta bene armate e onorevole al Papa, per accompagnarlo, il quale si partìa d'Avignone per andare a Roma. La Compagna delli Brettoni del ditto mese venne tra Firenze e Bologna nello Valdarno, presso a Firenze a 30 miglia. Lo Comune di Pisa ebbe licenza dal Papa di dire l'Ufficio e la Messa in più volte per due mesi.

157. Come lo Papa venne a Livorna.

Come lo Papa venne a Livorna. A dì IV di Novembre giunseno a Livorna XI Galere armate, su le quali erano otto Cardinali del Papa; e molta gente della Città andò per vedere lo Papa. E a dì VI ditto giunse lo Papa con quattordici Galere, e molti altri legni, cioè Panfani, Schifi, e Barche più di XL con molta gente, e Baronia, e Re, e molti grandi Signori. E a dì VII lo ditto Papa scese in terra, e posòe in Livorna otto dì, e grandissimi onori ricevettono dal Comune di Pisa, e di molti presenti ebbeno lo ditto Papa e Cardinali; e poi si partitte col ditto naviglio per andare a Roma ; e rimase nella Città di Pisa quattro Cardinali; l'uno posòe in San Paolo in Ripa d'Arno, e due in Santo Michele del Borgo; il quarto Cardinale da Nerbona venne malato da Livorna, e l'altro dì moritte, e sotterrossi in Pisa nella Chiesa maggiore, e fulli fatto grande onore. A dì primo Dicembre lo Cardinale di Me- lano, che era in Santo Paolo, si partitte, e andò a Roma, e a dì III si partinno li altri due. A dì soprascritto li Anziani di Pisa puoseno
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una prestanza in Pisa di diece migliaia di fio- rini, e tenneno questi modi, che Messer Piero Gambacorta, il quale era Capitano Generale, mandava per li Cittadini possenti, e pregavali li prestasseno quella parte, che voleano: e così fecieno. Molti vantaggi proferse di fare lo Papa al Comune di Pisa, e a Messer Piero Gambacorta, se non ricettasseno li Fiorentini; e 'l Comune di Pisa non ne volle far nulla. A dì primo di Marzo lo ditto Messer Piero Gambacorta andòe a Firenze in compagnia di quaranta buoni Cittadini di Pisa, e con molti fanti a piè e a cavallo, soldati del Comune di Pisa; e fulli fatto grandissimo onore, e stettevi da un mese. Mille trecento settanta otto a dì VI di Di- cembre venne in Pisa lettere della terza Sco- munica e maladizione del Papa con li Fiorenti- ni, e lessonsi in perbio alla Chiesa maggiore di Pisa; e Pisa è intraditta, perchè usano con li Fiorentini. Del ditto mese la Compagna di Messer Gio- vanni Auti, e lui insieme sono tornati nelle Castella delli Fiorentini, li quali sono al soldo del Comune di Firenze; e la gente della lega sono alle frontiere incontra alla Compagna delli Brettoni del Papa. E lo comune di Pisa man- dòe al ditto Messer Giovanni Auti di molti pre- senti, e di molte botti di vino bianco, e con- fettioni, e altro. A dì VI Marzo entròe nella Città di Pisa un Cardinale di Ravenna, e fulli fatto grande onore: che li Signori Anziani, e lo Podestà, e lo Capitano del Popolo di Pisa, e Messer Piero Gambacorta Capitano Generale, e tutti li Uffi- ciali, e la Chericia, e la Masnada li andonno incontra fuore della portadi San Marco da un mezzo miglio e più. E lo ditto Cardinale ven- ne a cavallo sotto un palio di drappo, portato da giovani Cittadini, gran mercanti di Pisa; e tutte le botteghe erano serrate come di Pas- qua; e dinanzi a lui era la Chericia a proces- sione, e dirieto la gente tutta di Pisa con mol- ti stormenti, Trombe, e Nacchere, e Cenamel- li. E posò nell'Arcivescovado di Pisa, e lo Comune di Pisa li donòe di molti presenti, e il medesimo feceno all'Arcivescovo di Raven- na, il quale venne insieme in Pisa, il quale Arcivescovo era fratello cugino del Papa. E venne Legato del Papa lo ditto Cardinale per andare a Sarezzana con molta nobil gente di molte parti per parlamentare insieme con mes- ser Bernabò di Melano, per trattare e fermar la pace tra 'l Papa e lui, e lo Comune di Fi- renze. E in compagnia con lo ditto Cardinale fue di grandissimi Signori, cioè lo Re Otto di Bresvichi, marito della Regina Giovanna di Napoli, e sì di molte Imbascerie, cioè di Pisa, di Firenze, di Lucca, e di Bologna, e di Sie- na, e di Perugia, e d'altre Cittade. Et essendo insieme lo Cardinale, e Messer Bernabò, e l'al- tre Imbascerie per fare la pace, sì venne novel- le, come lo Papa era fortemente gravato a mor- te, e moritte a dì XXVIII di Marzo Anni Do- mini Mille trecento settanta nove; e la cosa in tutto si ruppe. E lo ditto Papa Gregorio si moritte a Roma, e quine si sepellitte; e 'l Car- dinale si partì da Sarezzana con la sua Compa- gna, e andonne a Lucca, e a dì VI d'Aprile si ritornò con la ditta gente a Pisa insieme con l'Arcivescovo di Pisa, e fu di Quaresima, e fulli fatto grande onore; e lo pesce incarò sol- di dieci la libbra, e non se ne potea avere. E
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lo ditto Cardinale si partitte di Pisa con la sua gente, e montòe in su una Galea del Comune di Pisa bene armata, e con lui andò l'Arcives- covo di Pisa, per esser tosto a Roma a chiamar lo Papa. E fue padrone della ditta Galea uno Buonaccorso dal Colle, Cittadino di Pisa della Cappella di Santo Martino. Molto onore rice- vette lo ditto Cardinale dal Comune di Pisa, più che alcuno, che mai intrasse in Pisa; e Messer Giovanni di Cotro Giudice e Dottore di Pisa sì era Auditore del ditto Cardinale.

158. Della chiamata del Papa.

Della chiamata del Papa. Mille trecento settanta nove a dì XIII d'Apri- le venne in Pisa un Corrieri, come a Ro- ma è fatto Papa l'Arcivescovo di San Niccolajo di Vari, Cancelliere del Papa di prima, del quale dopo molto romore li Romani stetteno contenti, e tutti ne fenno gran festa. Di che si fece in Pisa grande festa, e la sera falò, per- chè era natìo Pisano dal lato di padre, che fue da Perignano presso a Pisa, e la madre gentil- donna di Napoli, sicchè elli è Pisano: e così s'è fatto scrivere; e l'avolo suo anco fue da Perignano, e l'avola fu delli Scaccieri Cittadini di Pisa.

159. Della gran festa in Pisa fatta per lo Papa.

Della gran festa in Pisa fatta per lo Papa. Gran tempo fa, che in Corte di Roma fusse Papa natìo di Pisa. Cioè lo Papa, nè li Cardinali non volseno mai Papa, nè Cardinale Pisano, dappoi in quà che per li Pisani a peti- zione dell'Imperadore Federigo Barbarossa funno certi Cardinali ammazzati dalli Pisani in Mare; e Pisa ne fue intraditta ventinove anni. Di che la Chiesa sendo reconciliata con li Pisa- ni, e fatto costui Papa, il quale è Pisano, lo Comune di Pisa per questa cagione ne fece grandissima festa e allegrezza. Fecensi sei bri- gate d'armeggiatori, giovani gentiluomini, e popolani; e ogni brigata, vestiti a una taglia, e così li Trombetti. E Messer Piero Gambacor- ta si vestitte a una taglia con più di sessanta Cittadini; e molti altri Cittadini feceno di mol- te brigate da per sè, e vestiti tutti a una ta- glia. E duròe la festa giorni quindici, andando li armeggiatori armeggiando per la Città. E li Signori Anziani a spese del Comune di Pisa si vestitteno tutti a una taglia di panno scherlat- to, di fiorini dodici la canna. Cioè XIII Cit- tadini Anziani, e 'l loro Canceglieri, e quello del Comune di Pisa, e lo Notajo delli Anziani si vestitteno di panno scherlattino di Mellina, di fiorini sei la canna. E poscia a dì XXIX d'Aprile lo die di Santo Torpè, tutti questi armeggiatori e Cittadini con lo ditto Messer Piero Gambacorta si vestittono di Sondado di seta, e tutti a cavallo, covertato del ditto Son- dado, e ciascuna brigata di diversi colori di- mezzati, chie vermigli e verdi, chie gialli e azurri, chie bianco e vermiglio; e ciascuna isvariati colori, e ciascuno avea in mano una bandiera di Sondado ditta asiza, in su la Piaz- za delli Signori Anziani. E dipoi con li ditti Signori Anziani a cavallo andonno per la Città di Pisa con Trombe e altri stormenti a due a due, e andonno a Duomo alla Chiesa maggio- re. E in su la Piazza della ditta Chiesa con grande festa tutte le ditte robe del Sondado istraccionno, e gittonnole per terra, e così le ditte bandiere; e quine li ditti armeggiatori ar- meggionno, e tutto il dì si fece grandissima festa per amore del ditto Papa.

160. D'una nobile Imbascieria al Papa.


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D'una nobile Imbascieria al Papa. A dì XII di Maggio lo Comune di Pisa mandòe al Papa una solenne Imbasceria e onorevole. Andonno per mare in su una Galea bene armata; e li ditti Imbasciadori funno Mes- ser Piero di Messer Albizo Giudice e Dottore di Legge, Messer Giovanni Rosso de' Lanfran- chi Giudice e Dottore, Messer Simone da San Casciano Cavaliere, e Messer Piero Buglia de' Gualandi Cavalieri, e Andrea di Giovanni Buon- conte, e Piero dal Colle Mercante; e lo padro- ne della Galea fue Gherardo da Vico mercante Cittadino di Pisa; e a dì VIII di Giugno tor- nonno.

161. Della Pace fatta dal Papa con li Fiorentini.

Della Pace fatta dal Papa con li Fiorentini. A dì XIX di Giugno venne nella Città di Pisa uno Corrieri con l'ulivo da parte delli Fiorentini, come hanno fatto pace col Papa, e dienno al Papa di molti denari, e la scomunica fu levata alli Fiorentini e a Pisa.

162. Mutamento dello Stato di Firenze.

Mutamento dello Stato di Firenze. E a dì XXII ditto mese si romoreggiò nella Città di Firenze, che uno Cittadino, cioè Salvestro de' Medici con più di cinque mila Ciompi, cioè Scardassieri, e molto popolo mi- nuto, levonno lo romore in Firenze, e spuoso- no li Priori e loro stato, e arseno in Firenze diece nobili e grandissimi Palagi delli Cittadini grandi di Firenze; e molte altre case, che era- no intorno, e furono più di sessanta; e più dì vi si romoreggiò. E stando lo ditto Salvestro de' Medici Signore con molti Ciompi, e tutti ar- mati, e in su la piazza ne stava più di mille, feceno Priori di quelli delle Capitudini, cioè l'Arti minute; e ogni dì mangiavano in Palagio più di cinquecento Ciompi armati. Or vedete, come stava Firenze. E feceno più di sessanta Cavalieri del popolo minuto con alquanti mer- canti; e stando alle finestre del Palagio, gitta- vano una polizza alli Ciompi, che erano armati in piazza, che diceva: andate, e pigliate lo tale Cittadino, e pigliate tutta la roba, e ardetela in su la piazza; e così fate dello Palazzo; e subita- mente era fatto. E a questo modo arseno e ru- bonnone molti Cittadini grandi dello stato di prima.

163. Come funno sposti li Ciompi.

Come funno sposti li Ciompi. A dì XXI d'Agosto quelli delle Capitudini con alquanti Cittadini di Firenze del popo- lo grasso combattetteno con li Ciompi, e spuo- senoli di Signoria.

164. La Compagna de' Brettoni andò a Roma.

La Compagna de' Brettoni andò a Roma. Del mese di Giugno passato a dì XXII vo- lendo la Compagna de' Brettoni andare alli Cardinali del Papa, li quali erano in discor- dia col Papa, li Romani uscitteno fuore con cinquecento uomini armati, per contradire lo passo alli Brettoni, e sconfisseno li Brettoni li Romani, e presenne da quattrocento, e taglionli tutti a pezzi. Del mese d'Agosto lo Comune di Pisa armòe una Galeotta con molti buoni uomini Pisani, della quale fu padrone uno Cittadino di Pisa savio, e valente di mare, chiamato Filippaccio
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Agliata; e andonno a Civitavecchia, e assaglit- teno uno legno armato del Prefetto di Roma. La gente si gettò a terra, e preseno il legno, e mennonolo a Pisa; e quando giunseno alla Prta Legatia da mare in Pisa, arseno lo ditto legno, e menonlo per Arno dirieto alla Galeotta di Pisa sino alla scala della casa del ditto Filippaccio, padrone della ditta Galeotta, il quale legno era presso grande come la Galeotta. E a dì IV di Settembre vi tornò detto Filippaccio una altra volta, e prese un'altro legno, che vogava a XVI remi, e lo menonno a Pisa, e arsenelo co- me di sopra. E lo ditto Prefetto per inanti più d'un'anno avea fatto grande danno al Comune di Pisa, e avea rubato molti mercanti Pisani, navicando da Roma a Pisa; e nimicava li Pisani con iscu- sa, dicendo, che aveano tolto certi denari e do- namenti a Maddalena Tradita sua suore, moglie del già Messer Giovanni dell'Agnello, quando elli fu sposo di Signoria; ma non diceva la ve- rità; e per questo colore avea rubato alli Pisani più di sessanta migliaja di fiorini.

165. Come l'Arcivescovo di Pisa fu fatto Cardinale.

Come l'Arcivescovo di Pisa fu fatto Cardinale. Per le quattro Tempora di Settembre l'Ar- civescovo di Pisa fu fatto Cardinale, e a dì XX ditto venne a Pisa lo Corriere con l'ulivo, e lettere, e con lo Cappello vermiglio: di che si fece grande allegrezza con falòe e campane. Essendo lo ditto Cardinale a San Donnino fuor della Porta Sangilio di Pisa; entrò nella Città a dì VII d'Ottobre con grande onore a cavallo, e la Chericia con la procissione li andonno in- contro, e due brigate d'armeggiatori Cittadini li andonno inanti a cavallo armeggiando ; e so- pra lui era portato un ricco palio di drappo di seta, e dirieto a lui a cavallo li Anziani, e 'l Podestà, e Capitano di popolo, e tutti li Uffi- ciali, e molti Cittadini, e la masnada, e posòe nell'Arcivescovado di Pisa. E 'l ditto Papa Urbano fece lo dì delle quat- tro Tempora di settembre ventinove Cardinali di molti paesi, perchè li altri Cardinali si erano partiti da lui in discordia; e perocchè lo Papa li aveva ammoniti e corretti di cose, che non erano dovute, elli sì li appuoseno, che non era vero Papa, e voleano andasse a tener la Corte a Vignone, perchè la maggior parte delli Car- dinali erano Franciosi; e per questa cagione si partitteno dal Papa, e andonnone alla Lagna, e feceno tra loro uno Papa, che si chiamava il Papa di Fondi; e la Reina Giovanna li tenea in suo terreno, e dava loro ajuto, e guerreggia- va con Papa Urbano di Roma, di che lo ditto Papa cacciò poscia del Reame di Napoli. A dì XVI d'Ottobre venne alli Anziani di Pisa una lettera per lo Papa Urbano, come aveva levato lo 'ntraditto alli Pisani, e che si possa usare con li Fiorentini. A dì III di Novembre lo ditto Cardianle di Pisa si partitte, e andonne a Roma con grande onore. Ogni volta che li Anziani usciano di Palazzo per accompagnare alcuno Signore, ne usciano quando quattro, e quando sei, li altri restava- no in Palazzo. Li Anziani sono dodici, e ogni due mesi si mutano, e cavansi per tasca, cioè XII Cittadini per polizza, che ne sono quattro mercanti per Priori, ogni quindici dì uno, e quattro Artefici; e di questa polizza sono tre Cittadini per ogni quartieri di Pisa, cioè Ponte; questo fu il primo quartieri, quando si dificò
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Pisa, e l'arme del ditto quartieri si è lo Gonfa- lone vermiglio: lo secondo quartieri si è Mezzo, e l'arme sua si è lo campo vermiglio con uno scudo dentro a fette gialle e vermiglie: lo ter- zo quartieri si è Fuoriporta, e l'arme sua si è lo gonfalone vermiglio, e nel campo vermiglio la Porta bianca: lo quarto si è Chinzica, il qua- le si dificò al dirieto, e l'arme sua si è lo gon- falone vermiglio con la Croce bianca. E nella ditta polizza delli Anziani si è uno Notajo, e quattro per Artefici; e vi è uno Notajo, che vi sta due mesi; e ogni anno si cava per tasca uno Cancelliere delli Anziani per lo popolo di Pisa, e un'altro per lo Comune, e sie due No- tai per li ditti Cancellieri, e un'altro Notajo di continovo sta in Palazzo: e in tutto v'è in Pa- lazzo nove Notai.

166. D'uno Cardinale venne in Pisa.

D'uno Cardinale venne in Pisa. A dì nove di Gennajo venne in Pisa uno Car- dinale di Francia, fatto di nuovo per anda- re a Roma, e fulli fatto grande onore, e non potè andare per mare, perchè due Galere e una Galeotta del Papa di Fondi erano in mare per volerlo rubare, che avea seco di molti denari.

167. D'un altro Cardinale venne in Pisa.

D'un altro Cardinale venne in Pisa. A dì XXI ditto venne in Pisa uno Cardina- le nuovo, che fue Vescovo di Vergella, e fulli fatto grande onore: et si partì da inde a tre dì, e andonne a Roma per terra. A dì XIX di Ferrajo venne un'altro Cardi- nale dell'Ordine di S. Domenico, che fu Vesco- vo in Padova, e fulli fatto grande onore, e posòe all'Arcivescovado. E venne come Lega- to del Papa. E a dì XXIII ditto predicòe in Duomo, che fu il primo dì della Quaresima. E a dì XXV ditto si partì di Pisa, e andò a Lucca. La Regina Giovanna di Napoli, e Messer Otto di Bresvichi suo marito, si teneano con l'Anti- papa di Fondi, e con li malvagi Cardinali; e li Romani con Papa Urbano fatto legittimamen- te, e così la Toscana, e l'Italia, e molti altri Re, e sie lo 'mperadore, eccetto che lo Re di Francia, e lo Re di Ragona, e molta guerra feceno contro lo Papa.

168. Del Conte di Vertù.

Del Conte di Vertù. Lo Conte di Vertù, cioè lo figliuolo di Mes- ser Galeazzo di Melano avea preso per mo- glie la Regina di Cicilia, cioè la figliuola del Re Federigo, la quale era rimasta al governo delli Baroni di Cicilia, li quali per denari, e per non aver a fare con lo Re di Ragona la maritonno al ditto Conte; et elli avendo fatto questo parentado, si mandò a Pisa, molti uomi- ni a cavallo e fanti a piè per mandarli in Cici- lia, e molti legni messi in concio nel porto di Pisa, per dare ordine di sposarla, e per incoro- narsi dello Reame di Cicilia. E di questo lo Re di Ragona era mal contento, perchè ella era sua nipote, e voleala maritare a' suoi di suo Rea- me: e anco si disse, che Messer Bernabò, Zio del ditto Conte non era contento, che 'l ditto Conte montasse in sì grande altura.

169. Del bandire la Croce contra l'Infedeli.

Del bandire la Croce contra l'Infedeli. Del mese di Dicembre venne nella Città di Pisa un frate Minore dell'Ordine di
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Santo Francesco con un Notajo, e due uomini secolari per parte del Papa di Roma, per ban- dire la Croce sopra l'Infedeli; e mandonno un bando, che ogni persona sotto pena di scomu- nicazione debbiano andare alla Chiesa maggiore. E una Domenica dopo desinare lo ditto Frate fece ponere sul perbio in Duomo uno Gonfalo- ne del Papa, cioè lo Campo vermiglio con la Croce bianca, e lo ditto dì suonò la campana grossa, si chiamava Berta.

170. D'uno Cardinale.

D'uno Cardinale. A dì XVIII Settembre uno Cardinale di quel- li della Colonna entròe in Pisa per parte del Papa di Roma come Legato con certe im- basciate, e fulli fatto grande onore; e a dì XXI ditto andò a Lucca.

171. D'una Compagna d'Italiani.

D'una Compagna d'Italiani. Li Anziani di Pisa avendo inteso, che una Compagna d'Italiani era su quello di Sie- na, mandonno, e accordonsi, che 'l Comune di Pisa diè loro fiorini dieci mila cinquecento d'oro, e stessino tre dì su quello di Pisa; e così stette- no. E con la ditta Compagna erano molti Cit- tadini usciti di Pisa della parte delli Raspanti. E a dì due d'Aprile venne la ditta Compagna su lo Contado di Firenze, e li Fiorentini li aspet- torno con molta gente a cavallo e a piè, e la ditta Compagna si partitte, e a dì III venne su lo Contado di Pisa, e stetteno tre dì tra lo Val- darno e lo Piemonte. E con tutto che elli ve- nisseno con patti e come amici, sì feceno di molto danno in su lo Contado di Pisa, e poscia si partitteno, e andonno su lo Contado di Luc- ca, e anco li Lucchesi si ricompronno dalla dit- ta Compagna.

172. Dell'Arcivescovo nuovo.

Dell'Arcivescovo nuovo. A dì XII d'Aprile entrò nella Città l'Arci- vescovo di Pisa eletto dal Papa, il quale prima era Vescovo di Luni: e fulli fatto gran- de onore, che li Anziani con molti Cittadini, e col Podestà, e Capitano di Popolo, e tutti li Uffiziali, e la masnada, tutti a cavallo, li an- dorno incontro fuor della porta a San Marco, e tutta la Chericia di Pisa con le Croci.

173. Di Chioggia.

Di Chioggia. Del mese di Giugno li Veneziani ebbeno Chioggia, cioè una Cittadella presso a Ve- nezia a X miglia, che l'aveano tolta li Vene- ziani, e preseno più di cinque mila uomini tra Genovesi, e altri Soldati, li quali teneano asse- diati li Veneziani.

174. D'una lega in Toscana.

D'una lega in Toscana. Del ditto mese Pisa fece lega con Toscana, e con altre Città, e che ogni volta biso- gnasse raunare la gente della Lega, Pisa dee man- dare ajuto cento cinquanta uomini a cavallo, e dugento balestrieri.

175. Della venuta di Re Carlo della Pace.

Della venuta di Re Carlo della Pace. Papa Urbano avendo guerra con l'Antipapa, e con li Cardinali vecchi, e con la Rei- na di Napoli, sì mandòe per Carlo della pace, il quale era nipote dello Re d'Ungheria, che
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elli lo voleva incoronare del Reame di Puglia. E passò d'Agosto da Bologna con molta gente a piè e a cavallo; e giunto a Roma, lo Papa lo 'ncorona, e fallo Re di Napoli e di tutto lo Reame, lo quale ha la Reina Giovanna; e ma- ladice la Reina Giovanna, e suo Marito, e l'An- tipapa, e Cardinali vecchi e chie dà loro ajuto o favore alcuno; e conferma lo Papa tutto in carta; e lo Re Carlo promette fare lo fratello carnale del Papa Conte Camarlingo di Napoli.

176. Come Arezzo si diè a Carlo della Pace.

Come Arezzo si diè a Carlo della Pace. A dì V di Settembre lo Comune di Pisa mandòe a Perugia cento cinquanta cavalie- ri, e così tutta la Lega di Toscana, perchè lo Re Carlo della Pace passava con molta gente in Toscana, che lo faceano venire quelli d'Arez- zo, perchè li Fiorentini non li lassavano stare; e tutta la gente della lega di Toscana v'andòe. E a dì VII la Città d'Arezzo si dette allo Re Carlo della Pace. Essendo lo Re Carlo in Arezzo con la sua gente, venne a Poggibonzi in su lo Terreno di Firenze, e fecevi grande danno; e poscia andò su quello di Siena, e a dì dodici d'Ottobre ven- ne in sullo Contado di Pisa alquanta gente del- lo Re; e feciono grande danno, e vi stetteno quattro dì, e volsono dallo Comune di Pisa in presto fiorini quattro mila, e poscia se n'andon- no su quello di Lucca.

177. Della morte dell'Arcivescovo di Pisa.

Della morte dell'Arcivescovo di Pisa. A dì VII di Novembre moritte l'Arcivesco- vo di Pisa, e fu seppellito nella Chiesa mag- giore di Pisa a grande onore.

178. D'una prestanza posta in Pisa.

D'una prestanza posta in Pisa. A dì XV di Novembre li Anziani di Pisa posero una prestanza di dodici mila fiorini; e benchè diceano in nome di presto, non se ne rendea nulle.

179. D'uno Cardinale.

D'uno Cardinale. A dì XXX di Novembre venne nella Città di Pisa uno Cardinale da Roma, e fulli fat- to grande onore.

180. Dell'Arcivescovo Lotto di Pisa.

Dell'Arcivescovo Lotto di Pisa. Messer Lotto, figliuolo di Gherardo Gam- bacorta, il quale era Calonaco di Pisa, fue posto in sedia e fatto Arcivescovo di Pisa in Duomo per li Calonaci di Pisa, a dì VII d'Aprile, Anni Domini Mille trecento ottantadue. Era molto giovane, ch'elli avea meno di venti anni; e fu fatto, perchè era nipote di Messer Piero Gambacorta. Questo Arcivescovo signoreggiò spiritualmente, e mondano fue troppo, e tenne la Chericia di Pisa in grandi affanni di poner loro di molte gravezze, e resse Arcivescovo anni XI e mesi. Poi fue morto Messer Piero, e li figliuoli, et elli segretamente si partitte: che se elli fusse stato giunto, sarebbe stato tagliato a pezzi. E a dì XXI d'Aprile lo ditto Arcivescovo cantòe la Domenica mattina lo dì Pasqua di Resurresso la Messa novella nel- la Chiesa maggiore di Pisa.

181. Del Cavaleriato di Messer Andrea Gambacorta.


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Del Cavaleriato di Messer Andrea Gambacorta. Messer Andrea Gambacorta, figliuolo di Messer Piero, del mese di Luglio fu fat- to Cavalieri dal Conte di Vertù, Signor di Me- lano, il quale dopo la morte del Padre fu det- to Messer Galeazzo novello, insieme con Messer Manfrè Busaccherino, e Gualvano Marchese, facendo loro di molti presenti. Di che si fecesi grandissima festa in Pisa, e duròe quindici gior- ni, otto dì prima, e otto dopo la tornata sua. E tornonno a XXV d'Agosto, e li Anziani, e tutti li Uffiziali e Cittadini andonno loro incon- tra fuor della porta dello Parlascio. E tutte l'Arti, li Cittadini, le Comunanze, e Prelati lo presentonno; e tenne sulla Piazza di S. Bastiano: che non potevano stare in casa, se non le donne.

182. Come si soldonno dugento balestrieri Pisani.

Come si soldonno dugento balestrieri Pisani. A dì XXIX d'Agosto si fece la mostra di dugento balestrieri Pisani, li quali con lo Comune di Pisa soldò a fiorini sei l'anno per ciascuno balestrieri, stando in Pisa, non sendo obligati a nulla; ma se facessi bisogno di cavalcare fuore per lo Comune di Pisa col ba- lestro, dee avere per ciascuno balestriere fiorini sei d'oro lo mese. A dì X d'Agosto venne in Pisa uno Corrie- re con l'Ulivo in mano della pace fatta da' Ge- novesi con li Veneziani; e per ambe le Città vennero Corrieri, e funno vestiti di panno scar- latto.

183. Come Carlo della Pace prese Napoli.

Come Carlo della Pace prese Napoli. A dì VII di Settembre venne novelle nella Città di Pisa, come Messer Otto, Marito della Reina Giovanna di Napoli, essendo con molta gente a campo fuor di Napoli a pa- recchie miglia, et essendo Messer Carlo sopra- scritto con certo trattato in Napoli, con la sua gente, e con una gran parte delli Cittadini, che vel misseno dentro, caccionno fuore la Re- gina Giovanna.

184. D'una solenne Ambasceria.

D'una solenne Ambasceria. A dì XXV d'Ottobre lo Comune di Pisa mandò una Galea armata di molti valenti giovani Pisani, con una solenne Ambascie- ria a Roma al Papa, e poi al Re Carlo a Na- poli.

185. Della Rubagione d'Arezzo.

Della Rubagione d'Arezzo. Uno grande Cittadino Pisano della parte delli Raspanti sì era a confine nella Città d'Arezzo, e aveva una sua donna molto bella, la quale più volte li fece fallo: e morendo ditto suo marito rimase in Arezzo , e facea fallo di sua persona; e venendo per questo a briga due Cittadini d'Arezzo, uno Ghibellino, e l'altro Guelfo, l'una parte e l'altra, cioè Guelfi e Ghi- bellini, corseno per l'armi, e incomincionsi for- temente a toccare insieme; di che la parte delli Raspanti funno isconfitti, e ritironnosi nel Ca- stello della Città, che si tenea per lo Re Carlo; e quella parte delli Raspanti mandonno per soc- corso alla Compagna del Re Carlo, credendo rimanere Signori della Città, li quali venendo
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a speron battuto, entronno in Arezzo, e rubon- no la ditta Città e preseno uomini e femmine, grandi e piccoli, assai, e fecienli tutti ricompe- rare; e funno di molte donne e fanciulle vitu- perate, e alcuno Cittadino uccise la sua moglie, perchè la non fusse presa e vituperata dalla dit- ta Compagna; e tenneno per loro quelle donne, che li piaceano.

186. Come si fece lo Ponte vecchio di Pisa di pietre.

Come si fece lo Ponte vecchio di Pisa di pietre. Messer Piero Gambacorta con certi Cittadi- ni di Pisa, insieme con li Signori An- ziani, del mese di Gennajo Anni Domini Mille trecento ottanta due , sì deliberonno di far dis- fare lo Ponte vecchio di Pisa, che era tutto di legname, eccetto che lo fondamento di sotto, che era di pietre, et eravi suso di molte botte- ghe, tanto che pagavano d'entrata l'anno al Pontenaro del Comune di Pisa più di trecento fiorini; acciocchè quelli vi montasseno suso, ve- dessino lo di lungarno apertamente, e non oc- cupasse la veduta dell'Arno e delle case di lun- garno, il bello di Pisa; però che l'ditto ponte si è nel mezzo della Città del Arno di Pisa. E per rifar detto Ponte tutto di pietre si vendet- teno di molte possessioni, le quali erano dell' entrate delli ponti; e si pose anco due prestan- ze, perchè costò di molti denari. e a dì XIV d'Aprile MCCCLXXXIII si cominciò a disfare lo ditto Ponte vecchio; e avanti si cominciasse a murare, l'Arciprete di Pisa con molti Calo- naci, e tutta la Chericia di Duomo con li An- ziani, e Messer Piero Gambacorta, a altri Cit- tadini andonno al ditto ponte, e dissenovi uno nobile e solenne Ufficio Divino, e di molte orazioni; e tutti stetteno presso alla morella nuova del mezzo; e Messer Piero, e altri Citta- dini vi gettonno di molti denari nel fondamen- to, e così seguitonno.

187. Della compra della Città d'Arezzo per li Fiorentini.

Della compra della Città d'Arezzo per li Fiorentini. Anni Domini Mille trecento ottanta tre li Fiorentini compronno la Città d'Arezzo con tutte le sue tenute dal ditto Re Carlo del- la Pace. E li Pisani mandonno Ambasciadori alla ditta Compagna di Messer Carlo in Arez- zo, e accordonnosi dare nove mila fiorini, e la ditta Compagna non venisse su quello di Pisa; e così non venne.

188. Dello Duca d'Angiò.

Dello Duca d'Angiò. A dì primo lo Duca d'Angiò, Zio carnale dello Re di Francia, fue incoronato dello Reame di Puglia per le mani dell'Antipapa, il quale era in Avignone; e 'l ditto Duca aunòe di molta gente a piè e a cavallo per passare in Italia, per andare addosso al Re Carlo della Pace, per levarli lo ditto Reame, e poi andare a Roma a sponere lo Papa, e mettere in sedia l'Antipapa. Del mese di Luglio lo Comune di Pisa man- dòe al ditto Duca d'Angiò una solenne Imba- sceria, il quale era venuto in Lombardia per andare in Puglia; e del mese d'Ottobre poi lo ditto Duca d'Angiò fue presso a Napoli con più di XX mila uomini a cavallo, e con mol- ti a piè; in somma con più di cinquanta mila uomini tra piè e a cavallo; e patitteno di mol- te nicistà del vivere; e fece patto lo ditto Duca
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d'Angiò con lo Re Carlo di partirsi con la sua gente, et elli li desse lo passo con vettovaglia.

189. Della sepoltura del Podestà di Pisa.

Della sepoltura del Podestà di Pisa. A dì XXIII di Giugno Messer Jacopo da Bologna, el quale era Podestà di Pisa, si moritte in pisa, e l'altro dì si sotterrò in San Francesco nella Chiesa de' Frati Minori, accom- pagnandolo tutta la Chericia di Pisa, e de' Bor- ghi e soborghi, e li Signori Anziani, e Messer Piero Gambacorta con grandissimo onore e pompa, e tutto a spese dello Comune di Pisa.

190. Della morte dell'Asseguitore di Pisa.

Della morte dell'Asseguitore di Pisa. Lo stato delli Bergulini, li quali reggeano Pisa, teneano uno Barigello, cioè Ufficia- le, per reggimento di detto Stato con sessanta fanti a piè, e sedici uomini a cavallo; e avea arbitrio di tagliar mani e piè, e d'impiccare e campare uno, come piacea a lui, e al ditto Sta- to, senza esser modulato; e avea dal Comune di Pisa grossa provigione; e quando reggeano li Raspanti e li Bergulini per arieto, si chiama- va Conservadore di Pisa. E 'l ditto Asseguitore moritte a dì XII di Luglio, e lo Comune di Pisa li fece alla sua sepoltura grande onore.

191. Della mortalità in Pisa.

Della mortalità in Pisa. Del mese di Luglio incominciò la mortalità nella Città di Pisa, e moriano per dì mol- te persone, chi in due, chi in tre, e chie in quattro dì, di anguinaja, di ditelle, di male bolle, di faoni, e chi sputava sangue; però si fece la precissione generale più e più volte di- votamente, e restò la ditta mortalità, grazia d'Iddio, del mese di Dicembre di ditto anno. E ritornò poi del mese di Ferrajo. A dì XXIX di Marzo, Anni Domini Mille trecento ottanta quattro, essendo tornata la mortalità in Pisa, li Signori Anziani mandonno lo bando di far la precissione generale; e così feceno la mattina seguente; e in Duomo si disse lo solenne Ufficio. E incomincionnosi a dire le cinque Messe della Vergine Maria. Queste cinque Messe funno trovate per lo Papa Innocenzio Quarto, che ogni persona, che l'udisse divotamente ogni mese, ben confes- so e pentuto, sì ha di perdono dugento qua- ranta dì; e anco per esse Iddio cessa delle ditte pestilenze.

192. Della morte del Giudice di Sardigna.

Della morte del Giudice di Sardigna. In Arborea sì era un Signore molto crudele, e per nonnulla facea morir li uomini di cru- delissimi martori, facendoli saettare a segno, squartare, scorticare, e attanagliare, et avea nome Guidi; e la maggior parte del tempo sta- va nel letto per infirmità incurabile. E fece morire di crudelissima morte due Cittadini di Pisa, l'uno avea nome Mastro Pace Medico Ce- rugico, e l'altro Mastro Andrea da Palaja Me- dico di Fisica, li quali avea presi a provigione, perchè ellino lo medicasseno; e non lo potendo guarire, li fece morire di mala morte. E sendo molto odiato dalli suoi Cittadini, del mese di Marzo si levonno a romore, dicendo: Muoja il Giudice crudele, et alquanti andonno suso al Pa- lazzo, e gittonnolo giù per la finestra, e fue ricevuto su le lance con le punte di sopra: e poi lo taglionno a pezzi, facendone grande
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strazj. E ucciseno la figliuola, che era da marito; e feceno per loro Signore la suore carnale del ditto Giudice, la quale si maritò, e tenne la Signoria in grande pace. Del mese d'Aprile e di Maggio tornò la moria in Pisa.

193. Come li Anziani di Pisa mandonno …

Come li Anziani di Pisa mandonno per lo corpo di Santo Guglielmo a Castiglione della Pescaja. A dì IV d'Agosto fue arrecato nella Città di Pisa lo santissimo corpo di San Gugliel- mo, cioè le sue ossa, da Castiglione di Gar- fagnana, che li Signori Anziani di Pisa mandon- no per esso, perchè nella Città di Pisa si era la moria. E funno recate le ditte Reliquie per la porta di Santo Marco con grandissimo onore e riverenza, che li Anziani di Pisa con tutti li Ufficiali e Cittadini, e con tutta la Chericia, e Compagnie de' Battuti a precissione li andonno incontra, e fue portato in una cassa, covertata di sopra di drappo a oro, e accompagnonnolo sino alla Chiesa maggiore, dove si disse la Mes- sa solenne. Dipoi fue portato al Palagio delli Anziani, con grandissima riverenza, e quine ri- posto con grande guardia. E a dì X ditto mese si fece la precissione generale per la Città di Pisa con dette Reliquie di Santo Guglielmo, e con lo sangue di S. Piero, e altre Reliquie, con grandissimo onore e riverenza. E la mattina se- guente si fece la precissione intorno a Duomo, e ditto l'Ufficio si mostronno ditte Reliquie in sul perbio maggiore di Pisa, cioè l'ossa di San Giuliano a uno a uno. E a dì XII e XIII si fece la medesima precissione intorno a Duomo. E a dì XVI ditto si mostronno le ditte Reli- quie nel Palagio delli Anziani. E feceno que- ste Reliquie di molti miracoli di guarire indi- moniati, e di molte infirmità. E a dì XVIII ditto si fece un'altra precissione generale in Pisa. E a dì XXVI ditto si partì di Pisa lo dit- to Abate di Santo Guglielmo col lo ditto cor- po di Santo Guglielmo, e portonnolo a Casti- glione della Pescaja del Comune di Pisa, accom- pagnato da molti Cittadini et uomini a cavallo e soldati del Comune di Pisa, e fecenoli di mol- ti doni.

194. Della struzione di Messer Bernabò.

Della struzione di Messer Bernabò. Messer Bernabò, e Messer Galeazzo novello suo nipote, detto prima Conte di Ver- tù, erano Signori di Melano, e di molte altre Città e Castella di Lombardia, et erano due grandissimi e potenti Signori. Avvenne, che a dì VI di Maggio Anni Domini Mille trecento ottanta sei lo ditto Messer Galeazzo novello, andando fuore della Città di Melano a uno perdono, et essendo il ditto Messer Berna- bò a un Castello, uscitte fuore con molti uomi- ni a cavallo, e andolli incontra. Di che lo dit- to Messer Galeazzo, che aveva seco di molti uomini a cavallo più di lui (perocchè tuttavia viveano con sospetto insieme) li andò addosso con la spada nuda in mano, e puoseli la mano su la spalla dicendo: tu se' mio pregione. E fue preso elli con due suo' figliuoli, e funno messi in uno Palazzo a buona guardia: e poi tornòe in Melano e corse la Città per sua, e rubòe lo Palagio del ditto Messer Bernabò, e trovonvi di molto oro e argento, e belli e ricchi arnesi di grandissima valsuta. E tutte le Città e Castella, che tenea Messer Bernabò, si ribellorno, e tor- nonno alla divozione del ditto suo nipote, il
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quale avea per moglieuna sua figliuola con paraola del Papa; e tennelo in pregione tanto che egli vi si morì. E 'l ditto Messer Galeazzo per essere più forte, mandò a' suoi amici per ajuto di gente, e lo Comune di Pisa li mandò dugento uomini a cavallo a sua guardia. Que- sto Messer Bernabò era uno valente uomo, e potente Signore: nè Papa, nè Imperadore, nè Re nessuno gli potè soprastare.

195. D'una Compagna, che era al soldo delli Fiorentini.

D'una Compagna, che era al soldo delli Fiorentini. A dì XXVI d'Agosto, Anni Domini MCCCLXXXVI li Signori Anziani di Pisa man- donno lo bando dello sgombrare, per una Com- pagna, la quale uscì d'Arezzo de' Fiorentini, e cavalconno sullo Contado di Siena, e minaccia- vano lo Comune di Pisa, volendo da loro de- nari; e lo Comune di Pisa s'accordò con loro, e diègli otto mila fiorini. Or vedete buoni vici- ni, che sono li fiorentini, avendo dal Comune di Pisa ciò, ch'eglino vogliono. Per lo che gli Anziani puoseno una prestanza d'otto mila fio- rini alli Cittadini, e du' mila alla Chericia.

196. Come la Corte di Roma si puose a Genova.

Come la Corte di Roma si puose a Genova. Anni Domini MCCCLXXXVI lo Papa si partitte da Roma con li suoi Cardinali a dì XVIII di Settembre, con dieci Galere delli Genovesi, bene armate: e l'altro dì giun- seno a Livorna di Pisa, e l'altro dì a Genova, e funno ricevuti a grande onore. E molte Am- bascierie di molte Città di Cristianità v'andon- no a proferirsi; e quine puose la Corte.

197. Come lo Papa si partì da Genova, e andò a Lucca.

Come lo Papa si partì da Genova, e andò a Lucca. Mille trecento ottanta sette del mese di Di- cembre lo Papa, lo quale era stato in Genova quindici mesi, perocchè la maggior parte delli Cittadini non se ne contentavano, si partitte, e andonne a Lucca con due Galere armate, e soldate per lo ditto Papa. E a dì XXIV di Dicembre giunse in Lucca sull'ora del Vespro, e fugli fatto grandissimo onore e molti presenti, accompagnato, con molti Citta- dini di Lucca sotto un ricco palio vermiglio molto grande, portato da ventiquattro Citta- dini; e molte Imbascerie di Toscana e d'altre Città della Cristianità andonno a proferirsi.

198. Come lo Conte di Vertù ebbe Verona.

Come lo Conte di Vertù ebbe Verona. Mille trecento ottantotto del mese d'Otto- bre lo Conte di Vertù ebbe la Città di Verona, e ne mandò uno Corrieri a Pisa: di che gli Anziani ne feceno fare grande allegrezza.

199. Come lo Papa si partitte da Lucca.

Come lo Papa si partitte da Lucca. A dì XXIII di Settembre lo ditto Papa Ur- bano Sesto si partitte di Lucca, e giunse a Vico Pisano sull'ora del Vespro, in com- pagnia di più d'ottocento uomini a cavallo, e con molti Cittadini di Lucca e di Pisa; e l'al- tro dì passò Arno, e andò a Lajatico; e lo Co- mune di Pisa mandòe fino al confino di terreno suo cento uomini a cavallo; e andonne a Peru- gia, dove fu ricevuto a grande onore, e quine tenne la Corte.

200. D'una Compagna venne nel Valdarno di Pisa.


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D'una Compagna venne nel Valdarno di Pisa. A dì XXII di Dicembre venne nello Valdar- no di Pisa una Compagna, che si partitte di quello di Siena a speron battuto,e fe- ceno grande danno, e preseno di molte perso- ne, e fecenli ricomprare. E la ditta Compa- gna era al soldo delli Fiorentini, et ellino ne funno cagione, benchè dichino di no. E sono delli tradimenti usano li Fiorentini, mostrando esser fratelli con li Pisani; e mandano le Com- pagne addosso al Comune di Pisa a tradimento, tenendo occultamente le Compagne in Tosca- na, per farli ricomprare e consumare, per sot- tometterli. Non doverebbeno far questo, aven- do dalli Pisani ciò che vogliono, la franchigia delle gabelle e ogni vantaggio. E lo Comune di Pisa si ricomperòe, e diè alla Compagna, fiorini dodici mila. e lo Comune di Lucca fio- rini sette mila. E però si puose in Pisa una pre- stanza di dodici mila fiorini di nome, ma fu maggiore.

201. Di Messer Ranieri Gambacorta.

Di Messer Ranieri Gambacorta. Mille trecento ottanta nove Messer Piero Gambacorta, Capitano Generale del Co- mune e del Popolo di Pisa, avea un fratello car- nale, per nome Gherardo, il quale avea nove figliuoli maschi, tutti uomini, de'quali uno avea nome Ranieri, il quale si fece Cavalieri in Francia. E funno mala famiglia, e non vo- leano far nulla, se non godere, et erano gran- di consumatori, e aveano dal ditto Messer Pie- ro ogni ajuto, e di molte provigioni dal Co- mune alla nascosa. E uno, che avea nome Messer Lotto, fue Arcivescovo di Pisa, un'al- tro Messer Carlo, che fue Colonaco, e un altro ne fu Frieri di San Sepolcro di Pisa, e avea d'entrata ogni anno fiorini sei mila d'oro e più; di che non si contentavano. E questo Messer Ranieri era Vesconte del Vescovado dell'Arcivescovo, e avea grande entrata, e anco non si contentava, e dessi a mal fare. Elli si diè a corseggiare, e armòe una Galea con più d'ottanta uomini Pisani e sbanditi del Comune di Pisa; et elli anco era sbandito, perocchè con alquanti fece uccidere uno Ufficia- le del Comune di Pisa; ma perchè era nipote di Messer Piero, andava e venìa per quello di Pisa a suo beneplacito; e non era nessuno Uffi- ciale del Comune di Pisa li ponesse le mani ad- dosso per amore di Messer Piero. E a dì II d'Aprile mille trecento ottanta nove, armòe dit- ta Galea, che li fu data a Napoli da Messer Otto di Bresvichi. E per questa cagione e sie delli altri fratelli, che faceano di molte cose sconce, venne molto in odio alli Cittadini di Pisa Messer Piero Gambacorta, anco per li Fio- rentini; perocchè era molto loro amico, e con- sentìa loro di molte cose sconce. Et essendo lo ditto Messer Ranieri giunto in porto con la ditta Galea, rubòe alquante barche di forestieri e di Pisani, e non osava niuno di lamentarsi; e poi si partitte, e andonne in conserva con due Galere di Messer Otto di Bresvichi; che erano tornate da Napoli, e andonne a Vigno- ne.

202. D'una Compagna venne addosso a Pisa …

D'una Compagna venne addosso a Pisa, e prese Perignano e Lavajano.
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A dì II di Maggio li Anziani del Comune e del Popolo di Pisa mandonno lo bando dello sgombrare, e feceno di molti confi- nati de i Cittadini Raspanti, li quali erano te- nuti a sospetto; e mandonne per le Castella di Pisa, chie col balestro, e chi a guardia del- le confine. E questo facevano per una Compa- gna, che era a petizione delli Fiorentini. E a dì XXVIII ditto venne la ditta Compagna in su lo terreno di Pisa, della quale era Capi- tano Messer Bertotto Inghilese; e a dì XXIX venne a Lavajano, e combattettelo, e prese lo Castello e li uomini e femmine, e feceli ricom- perare; e le donne, che le piaceano, si tenea- no; e rubonno lo ditto Castello tutto, sfe- cienlo. E a dì XXX feceno il medesimo al Castello di Perignano; e a dì VI di Giugno la ditta Compagna si partitte di su quello di Pisa, e andonne su quello di Siena; e lo Comune di Pisa si ricomprò dodici mila fiorini.

203. Come si raddoppiò le gabelle in Pisa.

Come si raddoppiò le gabelle in Pisa. Avendo patito assai per la ditta Compagna, che piggiorò più di cento migliaja di fio- rini, si radoppiò le gabelle in Pisa.

204. Come lo Papa si partì da Perugia.

Come lo Papa si partì da Perugia. Del mese d'Agosto lo Papa si partì di Pero- gia per andare a Napoli, e in sua
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compagnia più di quattro mila uomini a cavallo, tutti bene armati, li quali avea presi la mag- gior parte di nuovo al suo soldo, et erano pri- ma al soldo delli Fiorentini, che li aveano cassi, e nondimeno occultamente aveano lo soldo delli Fiorentini. E'l dditto Papa li avea fatti tutti giu- rare in sul Corpo di Cristo d'esser tutti alla di- fensione a guardia e comandamento del ditto Papa. Et essendo presso a una Città, si chiama Fiorentina, e avendo intenzione d'andare a Na- poli, e quine tener Corte, giunseno a lui Am- basciadori di Roma, li piaccia di venire a stare a Roma; perocchè quine era la sua stanza. E rispondendo il Papa del nò, quella gente can- cellata dalli Fiorentini disseno, non voleano an- dare con lui più là. E questo fu fattura delli Fiorentini, perocchè erano più contenti, che 'l Papa stessi a Roma, che in Perogia, o in Na- poli. E vedendo lo Papa, che le sue genti l'aveano ingannato, s'accordò con li Romani, che volea andare a Roma; et a dì primo di Settembre entrò in Roma con grande onore.

205. Del figliuolo del Conte di Vertù.

Del figliuolo del Conte di Vertù. A d' IX di Settembre giunse in Pisa un Corrieri da Melano, come lo Conte di Vertù avea avuto uno figliuolo maschio, e li Anziani di Pisa ne feceno fare grande allegrez- za; e allo Corrieri lo Comune di Pisa donò una Roba di panno scherlatto di grana, foderato di dosso di vajo, e una bella e nobile Cintura d'ariento inorata, di valsuta di fiorini sessanta d'oro, e uno palafreno. Additamentum recentioris Scriptoris.

206. Della mutazione e reggimento di Pisa.

Della mutazione e reggimento di Pisa. A dì XXIII del mese di Dicembre, suscitò romore nella Città di Pisa Andrea Gam- bacorta con la sua Setta delli Bergulini, e caccionno la parte delli Raspanti, e ressono lo Stato loro in Pisa anni tredici, e mesi tre, e dì sedici; perocchè fu sposto la ditta parte delli Raspanti lo dì, che lo 'mperadore venne in Lucca, perocchè lo ditto dì Messer Giovan- ni dell'Agnello si ruppe la coscia in tronco, che fu a dì V di Settembre MCCCLXIX. E puossi dire dal dì III di Dicembre MCCCXLIII fino a dì V di Settembre MCCCLXIX sono state in Pisa tre mutazioni di stato. Poi resse lo Popolo di Pisa, cioè Raspanti e Bergulini a Anziani, mesi cinque, che a dì V di Ferrajo MCCCLXIX si fece in Pisa una Compagna con più di sei mila uomini, cioè la Compagna di San Michele, e resse mesi due meno due dì; perocchè Messer Piero Gambacorta con la sua setta delli Bergulini levonno lo romore in Pisa a dì III d'Aprile Anni Domini MCCCLXX e caccionno la parte delli Raspanti, e anco spuo- seno la Compagna di Santo Michele. E resse lo Stato Messer Piero con li Bergulini anni ven- titre e mesi sei, e dì XVII. Poi tra loro si levò uno Cittadino di Pisa Notajo, il quale era Can- cellieri delli Anziani di Pisa, cioè Ser Jacopo d'Apiano Canceglieri, e suscitòe lo romore in Pisa, e fue ucciso Messer Piero Gambacorta, il quale era Capitano a difensione del Comune e del Popolo di Pisa, e anco funno morti li suoi figliuoli, e 'l ditto Ser Jacopo d'Apiano si fece Capitano a difensione del Comune e del Popolo di Pisa; e fue a dì XXI d'Ottobre lo dì della festa di Santa Orsola MCCCXCIII e visse sino a dì IV di Settembre Anni Domini MCCCXCIX e durò lo suo Capitanatico e reggimento anni cinque e mesi XI e dì XIII. E poi resse Messer Gherardo figliuolo del ditto Ser Jacopo
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d'Apiano, dopo la morte del padre, mesi cinque e dì XV. Lo ditto Messer Gherardo diè la Città di Pisa e sue Castella al Duca di Melano a dì XIX di Ferrajo Anni Domini MCCCLXXXXIX e re- nonziò la bacchetta della Signoria di Pisa, e diella a Messer Antonino Porro di Melano per Messer lo Duca di Melano. Lo ditto Duca di Melano moritte del mese di Settembre Anni Domini MCCCCIII e las- sòe la Città per testamento a uno suo figliuolo bastardo, che avea nome Gabbriello Maria; sì che lo Duca tenne Pisa con le sue Castella anni quattro e mesi sette. E rimase in Pisa uno Luogotenente per lo ditto Gabbriello Maria: e poi venne in Pisa lo ditto Gabbriello Signor di Pisa a dì VIII di Novembre Anni Domini MCCCCIV e poi fue cacciato a dì XX di Luglio Anni Domini MCCCCVI. S che resse la Signoria di Pisa anni uno e mesi otto, e dì XII. E lo po- polo di Pisa, avendo cacciato lo ditto Signore, si rimase Pisa in libertà, e tutti li Cittadini, li quali erano fuore a confine per lo ditto Signo- re, si tornonno nella Città di Pisa, e tutti uniti, e che nessuno cittadino ricordi parte nessuna. Avvenne la fortuna, che si levonno le parti delli Bergulini, e caccionno la parte delli Raspanti a dì XXII d'Ottobre Anni Domini MCCCCVI e sono intrati in Signoria li Gambacorti con la parte delli Bergulini. Sicchè resse Pisa con li Cittadini uniti insieme dal dì XX di Luglio, fino a dì XXII d'Ottobre, mesi tre e due dì. E incominciò lo stato delli Gambacorta a dì XXIII d'Ottobre Anni Domini MCCCCVI. Li Gambacorta vendenno Pisa alli Fiorentini: e li Fiorentini entronno dentro in Pisa con la loro gente a piè et a cavallo con pace, a dì IX d'Ottobre, Anni Domini MCCCCVII
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(revised 28-02-2000) .
Elena Pierazzo

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