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Francesco da Buti

Commento alla Commedia (Inferno, canti I-VII)


Proemio


Poca favilla gram fiamma segonda. Lo eloquentissimo
poeta vulgare Dante, lo quale al p(rese)nte
intendo incominciare nel p(r)imo canto della terça
cantica, che si chiama comunem(en)te Paradiso,
pone la s(an)c(t)a sente(n)tia, la quale io p(re)ndo p(er) fare
una breve collatione come usansa e per
mia excusatione. Ma i(n)ansi ch'io proceda più
oltra, p(er) impetrare la gratia dello Spirito Sancto
come si de' nelle n(ost)re virtuose operatio(n)i, ricorrerò
alla madre della gratia vergine Maria, inducendo
lo devoto Bernardo che dica p(er) me (et) ciascuno di noi quello
ch(e) pone lo dicto auctore ch(e) dicesse per lui nell'ultimo canto della
decta cantica, cioè: Vergine Madre, figlia del tu figlio (et) c(etera) , infine a
quel verso ch(e) dice: P(er) lli mie p(re)ghi ti chiudon le mani. Dice Averois
i(n) nel com(men)to che fece sopra lo terso libro dell'a(n)i(m)a ch(e) fe' Aristotele: Intellectus
agens e(st) habitus q(ui)dem ut lumen, p(er) q(uo)d fiunt intellegibilia potentia
actu intellecta, sicut lumen facit potentia visibile actu visibile.

In de le quali parole si dimostra che lo intellecto è simile a
lume (et) così si trova spesse volte no(m)inato dalli auctori, q(ua)n(do) p(er) vocabulo
di lume, q(ua)n(do) di luce, q(ua)n(do) di fuoco, q(ua)n(do) di favilla (et) q(ua)n(do) di fia(m)ma. Un(de)
Boetius in del libro terso della Phy(losophi)ca (Con)solatione in del verso XI dice:
Quisquis p(ro)funda mente vestigat verum, cupitq(ue) nullis deviis ille
falli, in se revolvat intimi lucem visus.
Et i(n) quel medesimo: Heret
p(er)fecto semen introrsum veri, q(uo)d excitat(ur) ventilante doctrina.
Ecco
che lo 'ntellecto chiama luce. Et Virgilio nel sexto della sua Eneide
dice: Igneus est ollis vigor, (et) celestis origo Seminib(us), q(uan)tum n(on)
noxia corpora tardant, Terreniq(ue) hebeta(n)t artus moribundaq(ue)
membra.
Et Oratio I(n) carminib(us) s(econd)o la s(e)n(tent)ia del primo libro delle
Transformatio(n)i d'Ovidio dice: Audax Iapeti genus Ignem fraude
mala gentibus intulit.
Dice co(n) malo i(n)ganno perché lo furo al
sole, sì come finge lo poeta. Adu(n)qua bene appare che li auctori,
sotto li pred(i)c(t)i vocabuli, s(econd)o similitudine, intendeano lo intellecto.
Simileme(n)te intendesi sotto li p(re)d(i)c(t)i vocabuli la verità, la quale si p(ro)ferisce
alcuna volta sotto nome di favilla. Unde Boet(ius) nell'ultima
p(ro)sa de p(rimo) libro della p(re)allegata op(er)a dice: Nichil igit(ur) p(er)timescas,
ex hac minima sci(n)tilla vital(is) t(ib)i calor illuxent.
Sop(ra) la quale paraula
dice lo suo expianatore fr(at)e Nicolao Trevech ch(e) p(er) la m(in)ima favilla
s'intende p(er) questa piccula verità, et quello ch(e) ora dice minima favilla
di sopra chiamò grandissimo principio della tua salute, p(er)ò ch(e) li
principii, minimi sono in quantità, ma grandissimi in vertù. Q(ue)sto
dice il Trevech. Affermasi ancora che lla verità si chiama favilla p(er)
llo p(re)fato Boetio in del terso libro della d(i)c(t)a op(er)a nella p(ro)sa duodecima,
've dice: S(ed) vis ne ip(s)as r(ati)ones i(n)vicem collidamus? forsam ex hui(s)mo(d)i
(con)flict(ati)o(n)e q(uae)dam pulcra v(er)itatis sci(n)tilla dissiliat.
Adunqua bene appa(r)e
che sotto li p(re)d(i)c(t)i vocabuli, cioè favilla, fia(m)ma, fuoco (et) luce, alcuna volta
s'intende lo 'ntellecto, alcuna volta la verità. Unde posso cusì
argome(n)tare: una favilla di verità applicata allo 'ntellecto fa intendere
molt'altre verità (et) ciascuna do q(ue)lle, applicata allo 'ntellecto,
fa intendere moltr'altre v(er)ità (et) così di tucte l'altre v(er)ità, adunqua bene
è vera l'autorità p(re)d(i)c(t)a: Poca favilla gra(n) fia(m)a seconda. In della
quale autorità considero due cose, cioè segonda
una antecedente crevità, in quanto dice poca favilla,
una subseque(n)te abu(n)dantia (et) fertilità, q(ua)n(do) s(u)biu(n)ge g(ra)n fia(m)ma segonda. Ma, lassato il processo
de le dicte due p(ar)ti alle quale p(er) brevità no(n) mi stendo, vegno alla
intensit(i)o(n)e della d(i)c(t)a auctorità la quale può essere i(n) tre modi, cioè
adattandola a me tanto, adatta(n)dola a me (et) a' lecto(r)i, adatta(n)dola a me (et) a li audito(r)i.
Quanto al primo dico che la p(re)dicta auctorità suona q(ue)sto, (et) q(ue)sto ne vollio p(ri)ma intendere che: Poca favilla, cioè
lo mio poco intellecto segonda gra(n) fia(m)ma, cioè crescere i(n) gra(n) fia(m)ma d'inte(n)dere.
Speculato (et) veduto la verità di q(ue)sto n(ost)ro auctore altissimo in della sua m(ateri)a
(et) soctilissimo in de suoi s(er)moni, ap(r)era(n)osi molte altre grandissime verità,
posto i(n) q(ue)sto lo mio studio (et) la mia industria, alla qual cosa mi
(con)forta Valerio, in del principio del 2 ca(pitolo) dello 8 libro, ue tracta dello
studio (et) della industria: Quid cesso vires i(n)dust(r)ie co(m)memorare, cui(us)
alacri sp(irit)u milicie stipendia roborant(ur), forensis gl(o)ria accenditur,
fido sinu cu(n)cta studia accepta nutriunt; quicquid animo, q(uic)q(ui)d
manu, quicq(ui)d lingua, admirabile e(st) ad cumulum laudis p(er)ducit(ur)?
Q(uae) cum sit p(er)tinacissima virtus, duram(en)to sui (con)firmatur.
Et q(ue)st'è
la prima cagione finale che m'à mosso. S(econd)o dico ch(e) la dicta auctorità
si può intendere p(er) me (et) p(er) li altri lectori (et) allora si spone così:
poca favilla, cioè la mia debile (et) lieve lectura, segonda gra(n) fia(m)ma,
cioè seguiterà validissima (et) grandissima lectura delli autri valentissimi
i(n)gegni, ch(e) pillierano a leggere incitati p(er) ex(emplo) di me. Et questa
fu la secunda cagione finale che m'à mosso a leggere, vedendomi di
q(ue)sto alcuna cosa d'honore forsi acquistare, sì come dice Valerio i(n) del
9 ca(pitolo) del libro 6 ue tracta della mutat(i)o(n)e de' costumi (et) della ventura,
dice adu(n)qua: Nam cum aliorum fortunas spectando, ex condit(i)o(n)e
abiecta atq(ue) (con)tempta emersisse claritatem videamus, quid abe(r)it
q(ui)n (et) ip(s)i de nobis semp(er) meliora cogitemus?
Et quest'è la s(econd) cagione
finale ch(e) m'à mosso. Tertio dico che la d(i)c(t)a auctorità si può i(n)tend(er)e
p(er) me (et) p(er) voi auditori, (et) allora si può exponer cusì: poca favilla;
cioè la mia breve lectura, segonda gra(n) fia(m)ma, cioè seguiterà g(ra)nde
excellentia d'ingegno in voi auditori, li quali exercitandovi
sopra la brevità del mio i(n)tellecto, allargherete li vu(st)ri ampi ingegni
(et) risplendera(n)no i(n) gra(n) fia(m)ma d'intendere. Imp(er)ò ch'io farò come
dice Oratio nella sua poetria: Fungar vice cotis, acutum reddere
q(uae) ferru(m) valet exors ip(s)a secandi.
Così io vi serò cagione della dell'acuità
de' vostri i(n)gegni, q(ua)ntu(n)qua io mi sia obtuso. Adu(n)qua bene si può
dire la parola p(ro)posta: Poca favilla gra(n) fia(m)ma seconda. Et possiamo
s(u)biu(n)gere q(ue)llo che lo n(ost)ro auctore s(u)biunge: Forsi dirieto a me co(n) millior
voci si p(re)gherà p(er)ché Cirra risponda
, la qual cosa ci conceda colui
ch(e) vive (et) regna in secula seculorum Amen.
Non so se io farò p(re)gio d'op(er)a scrivendo la lectura sop(ra) il poema
del poeta vulgare Dante Alligheri fiorentino, segondo 'l
modo (et) l'ordine che p(er) me si lesse publicamente nella cità
di Pisa, imp(er)ò che valentissimi homini sopra ciò altame(n)te

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(et) ampiamente ànno scripto, sì come richiede l'altessa della m(ateri)a e 'l modo
del parlare del p(re)fato auctore, li quali a me sarebbe i(m)possibile no(n) che avansare,
ma solamente agualliare. Ma credendo a' conforti i(n)citativi
delli amici (et) maxi(m)amente delli auditori, a' quali p(er) lla (con)tinua(n)sa la
lect(i)o(n)e mostrava esser piaciuta, dicenti che div(er)si sono li appetiti dell'animo
sì come del gusto, (et) a chi piace uno m(od)o di dire, (et) a chi un altro
et che impossibile sarebbe uno piac(e)re a tucti, (et) che a me de' vastare di
contentare alcuna p(ar)te delli ho(min)i studiosi, agiu(n)gendo anco altre suasio(n)i
da muov(er)e ogni modesto (et) te(m)p(er)ato animo; et sì per piac(er)e a lloro (et) alli altri
che si dilectano di brevità (et) sta(n)no contenti solamente alla manifestat(i)o(n)e
del texto col senso allegorico, overo morale; (et) sì p(er) dare aiuto
a tucti coloro che del d(i)c(t)o auctore prendeno dilecto, p(er) la narratione
l(icter)ale (et) storiale, q(ua)nto in me serà, abbo preso ardire favoregia(n)domi
la divina bontà, la quale i(n) questo principio chiamo divotam(en)te, addimandando
lo suo aiuto sì che mi p(re)sti gr(ati)a d'incomi(n)ciare i(n) nel suo
sanctissimo nome, sp(er)ando di q(ui)nde poter seguire et ad ultimo fine a(r)recare
la mia pura (et) buona intent(i)o(n)e. La quale no(n) è p(er) derogare a l'
honore d'alcuno ma p(er) crescerlo, sodisfaccendo a tucti coloro ch(e) di ciò
sono stati desiderosi, manifestando in prima ch'io non intendo nel mio
dire fare allegat(i)o(n)i d'auctoritadi né prove, se no· ne fi mestieri p(er) llo
d(i)c(t)o del texto. Con ciò sia cosa che io, in questa op(er)a, io intenda ad acconcio
brevità, della quale abbo veduto sempre vaghi tucti li piò auditori
(et) sofficienti ho(min)i, ai quale intendo i(n) questo, q(ua)nto mi sia possibile, co(m)piacere.
Sì come diceno tucti li expositori ne' p(ri)incipii delli aucto(r)i
si richiede di manifestare tre cose principalmente, cioè
le cagioni (et) appresso la nominatione (et) poi la suppo(s)it(i)o(n)e
de l'op(er)a. E quanto al primo è da sap(er)e ch(e) le cagioni, che
sono da investigare ne' principii delli auctori, sono q(ua)tt(r)o,
cioè cagione m(ateri)ale, formale, efficiente e finale. Et in
questo no(m)i(n)ato poema la cagione prima, cioè materiale,
ch'è tanto a dire q(uan)to il s(u)biecto di che l'auctore p(ar)la, sì è l(icte)ralm(en)te lo stato
dell'anime di po' la separat(i)o(n)e dal corpo, et allegoricamente overo moralm(en)te
è lo premio overo la pena ad ch(e) l'homo s'obliga vivendo
i(n) q(ue)sta vita per lo libero arbitrio. La cagione s(econd)a, cioè fo(r)m(a)le, è doppia,
cioè la forma del tractato (et) lo modo del tractare, (et) la forma del tractato
è la divisione del libro che si divide tutto in tre cantice. (Et) la prima
canticha, che apo li volgari si chiama Onferno, si dividi i(n) 34 canti.
Et la s(econd)a, ch(e) si chiama da quelli medesimi Purgatorio, si divide in 33 ca(nti).
Et la tersa, che si chiama Paradiso, si divide ancora i(n) canti 33. Et ciascuno
canto si divide ne' suoi ritimi, (et) li ritimi ne' versiculi. Lo modo
de tractare è poetico, fìctivo, descriptivo, digressivo, trassumptivo (et) anco(r)a
diffiniti(v)o, divisio, p(ro)batio, i(m)probat(i)o (et) d'exempli po(s)it(iv)o. La cagione tersa,
che è efficiente, è lo no(m)i(n)ato auctore Dante Alleghieri fiorentino del q(ua)le
si dirà nel titulo dei libro. La cagio(ne) quarta, che è finale nel p(rese)nte
poema, è arrecare li homini viventi nel mondo da la miseria del vitio
a la felicità della virtù. La s(econd)a cosa, che è da ved(er)e, è la no(m)i(n)atione del
poema. E quanto a questo è da sapere ch(e) la no(m)i(n)at(i)o(n)e sp(eci)ale di questo poema,
overo titulo che altri lo voglia chiamare, è: I(n)cominciasi la Comedia
di Dante Alleghieri fiorentino. Et altri sono che intitulano così:
Incomi(n)ciasi la prima de le cantiche della Comedia di Dante Alleghieri
fiorentino, intitulando la p(rima). Ma intitulando tucta l'op(er)a diceno:
Incominciansi le cantiche de la Comedia di Dante Alleghieri fioretino.
Sopra al qual tituolo è da vedere du' cose principalmente, cioè p(rim)a
p(er)ché tucta l'op(er)a si chiama Comedia, et ad questo si può rispond(er)e
perch(é) l'auctore medesimo la no(m)i(n)ò cusì, come appare nella prima canticha
nel canto 21: Così di ponte in ponte altro p(ar)lando, che la mia comedia
cantar non cura
. Et nel 16 canto: Ma qui tacer nol posso
et p(er) lle note di questa comedia, lettor, ti giuro, s'elle non siano di
lo(n)ga gr(ati)a vote
. Ecco che nella prima canticha in du' luoghi chiama
la sua op(er)a comedia. Et la cagione che 'l movesse credo che fosse
questa: che la comedia àe turbido principio (et) lieto fine, e così àe
questo poema, che prima tracta dello 'nferno (et) de' vitii, che sono cosa
turbulenta, et a l'ultimo tracta de le virtù e del a felicità de' beati,
che è cosa lieta. Le ragioni che si potrebbeno far contra ad mo(n)strare
che questo nome non si convenia ad questa op(er)a, (et) le salutioni
ad ciò, al p(rese)nte lasso p(er) observare la brevità, et p(er)ch(é) messer Iohanni
Boccaccio nella sua lectura, ch(e) i(n)comi(n)ciò, assai sofficientem(en)te
le toccha. Et oltra a questo hora è da vedere la s(econd)a cosa, cioè p(er)ché
si chiama(n)o cantiche le suoe principali p(ar)te; ad che si può dire
ch(e) p(er)ché sono co(m)poste di diversi canti, come d(i)c(t)o fu di sopra, et ciascu(n)
canto di v(er)si misurati co(n) certo nu(mer)o di sil(la)be, distinti p(er) ternario, sì ch(e)
cantare si possano, et cusì tornando da l'ultimo al p(rimo). P(er)ché sono li ve(r)si
distinti in ternario sì ch(e) cantare si possano, si chiamano li capituli
canti, e cusì li nomina l'auctore, ue dice nel canto 33 della
prima canticha: Et li altri du' che 'l canto suso apella; et nel ca(n)to
20: Di nuova pena mi convien far versi, P(er) dar m(ateri)a al vigesimo
canto de la prima canson che io sommersi
. Et p(er)ché li capi(t)oli sono
chiamati canti, si convien che tucte le parte si chiamino cantiche,
et ao similitudine della comedia ch(e) si interpreta in lingua latina
canto villano. Et è qui da notare che tucti li canti non sono d'una
misura, imp(er)ò che quale è di quarantacinq(ue) t(er)narii (et) qual di meno,
et ad tucti è uno v(er)secto posto nella fine solo p(er) co(m)piere la consonantia
del verso mediatore del ternario, et ogni verso è di sill(ab)e XI
se la penultima sill(ab)a è lungha e, s'ella è breve, è di XII, sì come appare
in questo v(er)so: Nel meço del camin di n(ost)ra vita, che è di sill(ab)e XI,
et in quest'altro: P(ar)lando andava p(er) non parer fievole, che è di XII. Possano
anco esser di diece, sì come quelli che finisceno i(n) dict(i)o(n)e monosill(ab)a,
cioè d'una sill(ab)a come i(n) quel v(er)so: Così fuss'ei, da ch(e) pur esse(r)
de
, b(e)n che m(o)lti duplicano e (et) diceno dee (et) fanolo di XI sill(ab)e.
Et oltra le p(re)d(i)c(t)e cose sop(r)a al d(i)c(t)o titulo è da vedere chi fu questo auctore
nominato nel titulo Dante. Et ad q(ue)sto debbiamo sap(er)e ch(e)
auctore del p(rese)nte poema, sì come testifica 'l titulo, fu Dante Allighieri,
p(er) chiacta nob(i)le homo de la cità di Fiorensa, la vita del quale
non fu uniforme ma da div(er)se mutatio(n)i infestata, impe(r)ò che
spesse volte in nuove qualità di studii si p(er)mutò, cioè nella pueritia,

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nella p(ro)pria patria, cioè in Fiorensa si die' alli studi liberali
(et) meravigliosamente valse i(n) essi, imp(er)ò che oltra la gramatica seppe
optimamente loica (et) rethorica, come nelle suoe op(er)e appare assai
manifestamente. Et p(er)ché nella sua op(er)a tocca molto d'astrologia,
(et) quella non si può avere sensa arismetrica (et) geometria, è da
credere che di tucte (et) tre fusse bene informato, et di musica ancora
si può credere (et) sì p(er) lli sonecti (et) cansoni morali, che elli sottilme(n)te
co(m)puose, che fusse assai bene informato. Dicesi ancora che i(n) sua
giovanessa in Fiorensa udisse phy(ilosophi)a morale (et) quella maravigl(i)osamente
imp(ar)asse, de la qual cosa elli medesimo testifica, (et) sì p(er) lla (com)pos(i)t(i)o(n)e
dell'op(er)a, ue si vede la distinctione di vitii (et) delle virtù, (et) sì p(er) q(ue)l
che dice nel canto XI di questa prima canticha, ue elli induce
V(ir)gilio a p(ar)lare a sè, dicendo: Non ti rimembra di quelle parole,
colle quali la tua Eticha p(er)tracta (et) c(etera).
Ne le quali parole, poi che
dice tua, vuole intendere che sing(u)ll(ar)mente l'ethica, cioè la phy(ilosophi)a
morale, fusse a llui nota. Et similem(en)te udì nella d(i)c(t)a cità (et) studiò
l'autori poetici (et) hystoriografi, (et) ancora i(m)p(ar)ò altissimi principii
nella phy(ilosophi)a na(tura)le, sì com'elli dimostra p(er) ragionam(en)ti avuti co(n) s(er) Brunecto
Latini, lo quale nella sc(ien)sa p(re)d(i)c(t)a fu solepne homo, (et) i(n) altri luoghi
della sua op(er)a ue elli la toccha. Fu ancora lo p(re)fato n(ost)ro aucto(r)e
passionato, nella sua giovanessa, di quella passione che co(mun)eme(n)te
si chiama amore, com'elli dimostrò in alcuna de le sue canso(n)i
morali. Dico in alcuna, p(er)ò che al mio parere in tucte l'altre ebbe altro
intendim(en)to allegorico, come ben si può accorgere chi p(er)spicacemente
quelle legge. Ebbe anco sollicitudine d(i) honori publici
ne la sua cità, ai quali ardentem(en)te intese infine al te(m)po ch(e) elli
(et) la sua p(ar)te fu cacciata, di po' la qual cacciata parecchi anni andò
circuendo l'Italia, avendo speransa di ritornare. Poi se n'a(n)dò
a Parigi (et) q(ui)ne uditoe phy(ilosophi)a na(tura)le (et) theologia (et), diventato i(n) esse
valentissimo (et) facto li acti che si (con)ve(n)gono a' sofficenti homini, cioè
disputatio(n)i, s(er)moni (et) lectioni, si ritornò in Ytalia (et) reductosi i(n) Rave(n)na,
avendo già anni LVI, come catholico (crist)iano fece fine alla
sua vita, (et) fu sepulto alla chiesa de' Frati minori i(n) honorevile
sepulcro, ue si diceno esser q(ue)sti v(er)si: Iura monarchiae, sup(er)os, flegeto(n)ta,
lacusq(ue) Lustrando cecini voluerunt fata quousq(ue), S(ed) quia
p(ar)s ...., melioribus edita castris, Auctoremq(ue) suu(m) petiit felicior astris.
Hic claudor Dantes patriis exto(r)ris ab horis Que(m) genuit
pa(r)vi Florentia mate(r) amoris.
Ne' quali v(er)si si manifestano l'op(er)e
cha à f(a)c(t)o, (et) la condict(i)one della sua fortuna. Et niuna volta fu laureato,
p(er)ch'elli aspectava d'av(er)e la laurea de la poesì ne la cità p(ro)p(ri)a,
(co)m'esso testifica nel XXV canto de la tersa cantica, ma p(er)venuto
da la morte fu i(n)ga(n)nato dal suo desiderio. Fu di ragui (et) pesa(n)ti costumi
ne la sua vita, sì che raguardando le p(re)d(i)c(t)e cose, pa(r)rà a ciascheduno
degna di fede la sua auctorità. Ora resta del suo nome
ad dire alcuna cosa, cioè ch'(e)lli fu no(m)i(n)ato Dante, cioè donatore, lo
qual nome degnamente si li (con)vien. Imp(er)ò che gra(ti)osamente fece
dono ad altrui di quello che Idio li avea p(re)stato, messo i(n)ansi ad
tucti questo suo tesoro, nel quale si trova honesto dilecto (et) salutevile
utilità da chi cerchare la vuole con caritatevile ingeg(n)o.
Et p(er) questo nome i(n) questa sua op(er)a si fa noma(r)e a du' p(er)sone excellentissime,
cioè Beatrice, la quale, apparendoli i(n) sul triu(n)fal carro
del celestiale exercito in su la sup(re)ma altessa del monte di Purgatorio,
intende la s(an)c(t)a Teologia essere, da la quale si de' credere ogni
divino misterio essere inteso, (et) questo insieme co· lli altri, cioè ch(e)
l'auctore n(ost)ro p(er) divina disposit(i)o(n)e fusse chiamato Dante:
et p(er)ò da le' si fa chiamare cusì nel 30 canto de la s(econd)a cantica, ue dice: Da(n)te,
p(er)ché Virgilio se ne vada
(et) c(etera). Et adpresso si fa no(m)i(n)are ad Adam p(rim)o
n(ost)ro padre, lo quale fu no(m)i(n)atore di tucte le cose s(econd)o la loro p(ro)p(ri)età,
datoli da Dio la sapientia di ciò, et questo appare nel canto 20
de la tersa cantica ove dice: Dante, la voglia tua discerno mellio,
(et) c(etera)
. Et p(er) questo appare che Dante è nome che a l'autore n(ost)ro
si (con)viene p(er) le suoe op(er)e, che à gratiosamente donato a ciascheduno,
significandosi (et) approva(n)dosi questo medesimo p(er) quello che si dice
co(mun)eme(n)te: Nomina (et) p(ro)no(m)i(n)a sunt (con)sequentia rerum. La tersa
cosa, ch'è da vedere principalmente in anti ch(e) si vegna al texto,
è a qual p(ar)te di phy(ilosophi)a sia socto posto questo poema. Et ad q(ue)sto si
può rispondere ch(e) è socto posto a la p(ar)te morale overo Ethicha,
imp(er)ò che ben in alcun passo si tracti p(er) m(od)o speculat(iv)o no(n) è p(er) cagione
dell'op(er)a che abbia richiesto questo m(od)o di tractare, ma incidentemente
p(er) alcuna m(ateri)a occo(r)rente. Et questo vasti ad quel
che si richiede ne' principii delli autori. Ora è da vedere al texto.
Ma inanti che io vada piò oltri, p(er)ò ch'abbo ad parlare de le cose
che s'appartegnano alla n(ost)ra fede, dico (et) p(ro)testo che io no(n) inte(n)do,
né in questo né in altro, dire cosa niuna ch(e) sia contra la dete(r)minatione
de la s(an)c(t)a madre Ecclesia Catholica; et se mi venisse
dicto p(er) m(ateri)a nessuna, che occo(rr)esse cosa niuna che ve(n)isse (contro) infine ad
hora la rivoco (et) abbo p(er) non d(i)c(t)a, soctomette(n)do me a la correct(i)o(n)e
di ciascuno valente catholico, di ciò vole(n)temi gastigare (et) admonire
caritat(iv)amente, p(er)ò che io lo dirò exponendo no(n) p(er)ché sia
di mia opinione.
Nel meço del camin (et) c(etera) . Qui i(n)comi(n)cia lo n(ost)ro auto(r)e la
n(ostr)a Comedia la quale, come dicto fu di sop(ra), si divide
in tre cantiche: cioè prima, che li volgari chiamano
Inferno p(er)ch(é) i(n) esso si tracta di quello; s(econd)a, che similme(n)te
è chiamata da loro Purgatorio p(er)ch(é)
di quella m(ateri)a si tratta q(ui)ne; tertia, che si chiama
Paradiso tractandosi quine de la beatitudine de'
beati. Et q(ue)sta prima si divide principalm(en)te in 2
p(ar)te: prima si pone il p(ro)emio ue l'autore p(ro)pone la
m(ateri)a di ch(e) de' tractare, facciendo li auditori docili, benivoli (et) attenti,
come coma(n)da l'arte de la Rectorica (et) la invocatione de le muse;
ne la s(econd)a si pone lo tractato (et) è i(n)comi(n)ciata q(ui)ne: P(er) me si va (et) c(etera), che
è il principio del terso canto. Et la prima si divide in 2 p(er)ch(é) p(r)ima
pone lo p(ro)emio, ne la s(econd)a pone la invocat(i)o(n)e et i(n)comincia nel s(econd)o ca(n)to,
cioè: Lo giorno se n'andava (et) c(etera). La prima p(ar)te che è lo p(ro)emio, che
si (con)tiene nel primo canto, si divide s(econd)o 'l modo che intendo di tenere,

[p. 2]
cioè d'ogni canto fare du' lectio(n)i, in du' parti principali, p(er)ch(é) prima
pone l'autore il luogo dove si trovò descrivendo la sua ruina, ne
la s(econd)a dimostra unde li ve(n)ne il soccorso, (et) incomi(n)ciasi q(ui)ne: Me(n)tre
ch(e) io ruinava (et) c(etera)
. La prima p(ar)te, che è de la prima lectio(n)e, si divide
in sette p(ar)ti, i(m)p(er)ò che prima descrive il luogo ue si trovò. Ne la s(econd)a
mo(n)stra onde li nascesse sp(er)ansa di p(ar)tirsi q(ui)ne: Io no(n) so bene ridir (et) c(etera).
Ne la tersa fa una similitudine, q(ui)ne: Et come quei (et) c(etera). Ne la q(ua)rta
dimo(n)stra qual fusse lo suo 'mpedimento q(ui)ne: Et ecco, quasi al (co)minciare
de l'erta (et) c(etera)
. Ne la quinta come li apparve un leone q(ui)ne:
Ma no(n) sì, ch(e) paura (et) c(etera). Nella sexta come li apparve una lupa q(ui)ne:
Et una lupa (et) c(etera). Ne la
septima fa una similitudine, q(ui)ne: Et qual è
quei (et) c(etera)
. Divisa adunqua la lectione, inansi ch'io vegna alla exposit(i)o(n)e
textuale (et) le suoe allegorie overo moralità, è da p(re)mect(er)e
la narratione l(ecte)rale, s(econd)o il m(od)o ch'io lessi, la quale abbo avuto pe(n)sieri
di lassare, ma, (con)fortato dalli uditori, no(n) abbo volsuto p(er)donare
alla penna p(er) sodisfare a' più comuni i(n)gegni ch(e) forsi solo di
quello prendera(n)no dilecto. Finge adunqua lo n(ost)ro autore ch(e)
nel meçço del camino di nostra vita, cioè nel 35 anni di sua età
(che comunem(en)te si può dir lo meçço dei camino de la vita,
p(er)ch(é) poghi sono quelli che passino li LXX anni), la nocte sopra 'l
venardì s(an)c(t)o, elli avesse questa fantasia ne la quale si deliberò
di scriv(er)e ciò ch'à scripto in questo suo poema, 'l quale (com)pose poi.
Et pone ch(e) ricognoscesse l'errore de la sua vita stata i(n) p(e)cc(at)i i(n)fin da la
pueritia ad quel te(m)po, et p(er)ò dice, quanto al a l(ecte)ra, che elli si trovoe
in una selva obscura smarito da la diritta via, et dice ch(e) cosa
dura è a dire (et) faticosa, q(ua)l era quella selva salvaticha, aspra (et)
forte, la quale pure nel pensieri ri(n)nuova la paura non ch(e)d io
allora che vi si trovò. Et adiu(n)ge che tanto è amara che pogho
è più la morte, ma, p(er) tractar del bene che vi trovò, dice ch(e) dirà
de l'aut(r)e cose ch(e) v'à scorte, cioè de' mali (et) de le pene; (et) adiu(n)ge ch(e)
non sa ben recitare il modo come v'intrò i(n) quella selva tanto era
pieno di so(n)no ad quel pu(n)to che elli abbandonò la via vera.
Ma poi che, andando p(er) la d(i)c(t)a selva, elli giu(n)se a pie' d'un colle,
dove terminava la valle ch(e) ll'avea spaurito, guarda(n)do in
alto alla cima del mo(n)te vidde li colli del monte vestiti d(e)' raggi
del sole, ch(e) è pianeta che mena diricto altrui p(er) ogni calle.
Et allora dice ch(e) lla paura sua fu un pogo riposata, la quale
era durata nel lago del cuore, la nocte ch'elli passò co(n) ta(n)ta
pieta, cioè co(n) tanta angoscia d'animo. Et dice nocte p(er)ch(é) la
d(i)c(t)a nocte mo(n)stra ch'avesse q(ue)sta fantasia sop(ra) 'l venardì sancto,
et fa una similitudine che come colui che co(n) lena affannata
giu(n)ge alla riva (et) passato il pelago si volge adirieto all'acqua
p(er)illiosa (et) raguarda il periculo i(n) che elli è stato, così l'a(n)i(m)o
suo, ch(e) ancor fuggiva, si volse adirieto ad rimirar lo passo
che non lassò gia(m)mai p(er)sona viva. Et adiu(n)ge che, poi ch'ebbe riposato
lo corpo sta(n)co, rip(re)se la via p(er) lla piaggia diserta p(er) andar suso al
mo(n)te, andando come si va p(er) lla piaggie che 'l pie' fermo è quello ch'(è)
nel basso. Et come elli era p(er) mo(n)tare in sul mo(n)te, dice ch(e) lli apparve
uno animale che si chiama lonça, et è animale molto leggiero (et)
p(re)sto et àe la pelle sua maculata, (et) non si li partia dinansi al volto,
ansi impediva tanto il suo camino ch'(e)lli fu più volte p(er) tornare
adirieto. Et dice che allora era presso al dì, et lo sole già mo(n)tava suso
al n(ost)ro hemisp(er)io co(n) quelle stelle ch(e) erano co· llui, q(ua)n(do) lo Sp(irit)o S(an)c(t)o mosse
da prima, cioè nel principio della creatione del mo(n)do, quelle cose belle,
cioè lo cielo al corso suo circulare che continuamente poi àe obs(er)vato,
sì ch(e) ll'ora del te(m)po (et) la dolce stagione li era cagione di bene sp(er)are
la gaetta pelle di quella fiera. Ma co(n) tucto che avesse buona speransa,
li die' paura la vista d'un leone ch(e) lli apparve, et dice che parea
che andasse (contro) a llui co· la testa alta (et) co(n) rabbiosa fame, sì che parea
ch(e) ll'aire ne tremesse; et una lupa ancora, che parea caricata di
tucte le fame ne la sua magressa (et) che molte gente fece già viver
dolenti, et questa li porse tanto di gravessa co· lla paura ch' (e)scia di
sua vista, che Dante p(er)dé la spera(n)sa dell'ascendere al monte; et fa una
similitudine che, come colui che volentieri acquista q(ua)n(do) iu(n)ge t(em)po
che lo fa perder, con tucti i suoi pensieri pia(n)gie (et) s'atrista, così f(a)c(t)o lo
fece quella bestia ch(e) era sensa pace, la quale, andandoli i(n)contra
a poco a poco lo ripi(n)gea arieto là dove 'l sol tace. Et qui fìnisce la
s(e)n(tent)ia l(ict)erale della n(ost)ra prima lectione. Ora è da ved(er)e il texto
ad parola ad parola co· lle suoi dichiaragio(n)i (et) col senso allegorico,
overo morale, che l'autore intese socto la grosta della lectera.
Et inansi ch(e) s'incomi(n)ci la spo(s)it(i)o(n)e si de' notare ch(e) tucte le
sposi(ti)o(n)i si fanno in uno di questi quattro modi, cioè o seco(n)do la
lectera, come abbo ora posta la storia l(icte)rale, o s(econd)o la n(ost)ra fede, (et) q(ue)sta
si chiama expo(s)it(i)o(n)e allegorica, o s(econd)o la moralità de le vertù del modo
del vivere, (et) questa si chiama morale, o s(econd)o l'eterna vita ch(e) da noi si
spera, (et) q(ue)sta si chiama expo(s)it(i)o(n)e anagogica. Come sponessemo q(ue)sto
v(er)so del Salmista: In exitu Israel de Egypto, domus Iacob de populo
barbaro (et) c(etera)
, s(econd)o la lect(er)a sig(nifi)ca l'escimento del figliuoli d'Israel d'Egypto,
f(a)c(t)o al te(m)po di Moysè (et) socto lo suo guidamento, (et) s(econd)o l'alegoria
sig(nifi)ca la n(ost)ra redempt(i)o(n)e s(an)c(t)a p(er) C(rist)o, et s(econd)o la moralità sig(nifi)ca la conv(er)sio(n)e
dell'a(n)i(m)a n(ost)ra dal pianto (et) miseria del p(e)cc(at)o allo stato de la gr(ati)a, (et) s(econd)o
l'anagogico intellecto sì sig(nifi)ca l'escim(en)to dell'a(n)i(m)a s(an)c(t)a da la corrupt(i)o(n)e de la
p(rese)nte servitù a libertà de la gloria et(er)nale. Et di queste exposit(i)o(n)i diceno
li v(er)si: L(icte)ra gesta refert, quid credas allegoria, moralis quid
agas, q(ui)d speres anagogia.
Et p(er)ò sporremo p(rim)a le parole del'autore s(econd)o
la l(icte)ra et appresso s(econd)o l'alegoria overo moralità, s(econd)o ch(e) io crederò che
sia stato intensione dell'autore. Dice adunqua prima ...


Indice

    1.

    1.1. Inf. I (testo)


    [p. 2]
    Nel meço del camin di nostra vita

    Mi ritrovai p(er) una selva scura,

    Ché la diricta via avea smarrita.

    A quante ad dir q(ua)l è era cosa dura

    5Esta selva selvaggia aspra et forte

    Che nel pensier rinuova la paura!

    Tant'è amara che pogo è più morte;

    Ma per tracta(r) del ben, ch'io vi trovai,

    Dirò dell'altre cose ch'io v'ò sco(r)te.

    10
    [p. 3]
    Io non so ben ridir com'io v'intrai,

    Tant'era pien di sonno ad quel puncto

    Che la verace via abbandonai.

    Ma poi ch'io fui ad pie' d'u(n) colle iu(n)cto,

    Là dove terminava quella valle

    15Che m'avea di paura il cor (com)punto,

    Guardai in alto (et) viddi le suoe spalle

    Vestite già di raggi del pianeta

    Che mena dricto altrui p(er) ogni calle.

    Allor fu la paura un poco queta,

    20Che nel lago del cor m'e(r)a durata

    La nocte, ch'io passai co(n) ta(n)ta pieta.

    Et come quei che con lena affannata,

    Uscito fuor del pelago alla riva,

    Si volge a l'acqua p(er)illiosa (et) guata,

    25Così l'animo mio, ch'anco(r) fuggia,

    Si volse ad rieto ad rimirar lo passo

    Che non lassò gia(m)mai p(er)sona viva.

    Poich'ebbi riposato il corpo lasso,

    Ripresi via p(er) la piaggia diserta,

    30Sì che 'l pie' fermo sempre era il più basso.


    [p. 3]
    Et ecco, quasi a lo incomi(n)ciar de l'erta,

    Una lonça leggiera (et) presta molto,

    Che di pel macolato era coverta;

    Et no(n) mi si partia dina(n)si al volto,

    35Ansi impediva tanto il mio cammino,

    Ch'io fui p(er) ritornar più volte vòlto.

    Temp'era del principio del mattino,

    E 'l Sol mo(n)tava su co(n) quelle stelle

    Ch'era(n) co· llui, q(ua)n(do) l'Amor Divino

    40Mosse da prima quelle cose belle;

    Sì ch'a bene sperar m'era cagione

    Di quella fiera la gaetta pelle

    L'hora del te(m)po (et) la dolce stagione;

    Ma no(n) sì, ch(e) paura no(n) mi desse

    45La vista che m'apparve d'un leone.

    Questi parea che contra me ve(n)isse

    Co· la testa alta (et) co(n) rabiosa fame,

    Sì che parea che ll'aiere ne tremesse.

    Et una lupa ch(e) di tucte brame

    50Mo(n)strava carca ne la sua magressa,

    Et molte genti fe' già viv(er)e grame,

    Questa mi porse tanto di gravessa

    Co· la paura c'uscia di sua vista,

    Ch'i' perdei la sp(er)ansa de l'altessa.

    55
    [p. 4]
    Et quale è quei, che volentieri acquista,

    Et giu(n)g'al tempo che perder lo face,

    Che 'n tutti suoi pensier piangie (et) s'atrista;

    Tal mi fece la bestia sensa pace,

    Che venendomi incontra ad poco ad poco

    60Mi ripingea là dove 'l Sol tace.

    Mentre ch'io ruinava in basso loco,

    Dinansi alli occhi mie sì fu offerto

    Chi p(er) lungo silentio parea fioco.

    Quando viddi costui nel gra(n) diserto,

    65" Miserere di me ", gridai a llui,

    " Qual che tu sii, o ombra, o homo certo! ".


    [p. 4]
    Rispuosemi: " No(n) h(om)o, homo già fui,

    Et li parenti miei furon Lombardi,

    Mantovani p(er) patria ambidui.

    70Nacqui su Iulio, ancor ch(e) fusse tardi,

    Et vissi a Roma sotto il buono Augusto,

    Al tempo delli dii falsi (et) bugiardi.

    Poeta fui (et) cantai di quel iusto

    Filliuol di Anchise che ve(n)ne da Troia,

    75Poi che 'l sup(er)bo Ylion fu co(m)busto.

    Ma tu p(er)ché ritorni a tanta noia?

    Perché non sali 'l dilectoso monte

    Ch'è principio (et) cagion di tucta gioia? "

    " Or se' tu quel Virgilio (et) quella fonte

    80Che spandi di parlar sì largo fiume? "

    Rispuosi a llui co(n) vergognosa fronte.

    " O delli autri poeti honore (et) lume,

    Valliami 'l lungo studio il grande amo(r)e

    Che m'à facto cercar il tuo volume.

    85Tu se' lo mio maestro (et) il mio autore,

    Tu se' solo colui da cui io tolsi

    Lo bello stilo che m'à facto honore.

    Vedi la bestia p(er) cui mi volsi;

    Aiutami da le', famoso (et) saggio,

    90Ch'ella mi fa tremar le vene (et) polsi. "


    [p. 5]
    " Ad te (con)vien tener altro vïaggio ",

    Rispuose, poi che lagrimar mi vide,

    " Se vuoi campar d'esto loco selvaggio;

    Ché quella bestia, p(er) la qual tu gride,

    95Non lassa latrui passar p(er) la sua via,

    Ma tanto lo 'mpedisce che ll'uccide;

    Et à natura sì malvagio (et) ria,

    Che mai no(n) empie la bramosa vollia,

    Et di po' 'l pasto à più fame ch(e) pria.

    100Molti sono li animali ad cui s'amollia,

    Et più sera(n)no ancora, i(n)fin ch(e) 'l veltro

    Verrà, ch(e) la farà morir co(n) dollia.

    Questi no(n) ciberà terra né peltro,

    Ma sapientia, (et) amore (et) virtute,

    105Et sua nation serà tra feltro (et) feltro.

    Di quella humil Ytalia fi salute,

    Per chui morì la vergine Camilla,

    Eurial, Turno (et) Niso di ferute.

    Questi la caccierà per ogni villa,

    110Fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,

    Là onde invidia prima dipartilla.


    [p. 5]
    Ond'io p(er) llo tu' me' pens' (et) discerno,

    Che tu mi segui, (et) io serò tua guida,

    Et trarotti di qui per luogo eterno,

    115Ove udirai le disperate strida,

    Di quelli antichi spiriti dolenti,

    Che la s(econd)a morte ciascun grida;

    Et vederai color che son contenti

    Nel fuocho, p(er)ché speran di venire

    120Quando che sia tra lle beate genti.

    Alle quali poi se tu vorrar sallire,

    Anima fi a cciò più di me degna:

    Co· lle' ti lasserò nel mio partire;

    Che que l'imperador che lasù regna,

    125Perch'io fui ribellante alla sua legge,

    Non vuol che 'n sua cità per me si vegna.

    In tucte p(ar)te imp(er)a (et) quivi regge;

    Iv'è la sua cità (et) l'alto seggio:

    O felice colui chie v'elegge! "

    130
    [p. 6]
    Et io a llui: "Poeta, io ti richeggio

    Per quello Iddio che tu non conocesti,

    Acciò ch'io fugga q(ue)sto male (et) peggio,

    Che tu mi meni là dov'or dicesti,

    Sì ched io vegga la porta di sa(n) Pietro,

    135Et color che tu fai cotanto mesti".


    1.2. Inf. I (commento)


    [p. 6]

    In questi primi tre ternarii del primo canto de la p(rim)a
    cantica descrive l'autore il luogo dove si trovò e 'l t(em)po
    nel quale elli era della sua età q(ua)n(do) elli ebbe questa
    fantasia, dicendo che Nel meço del camin di nostra
    vita
    , cioè nell'anno mille trecento sexanta sei della
    sua età, 'l quale co(mun)emente è il meço de la n(ost)ra età,
    imp(er)ò che co(mun)emente li omini viveno anni LXX, ben che
    poghi ne vivano più (et) infinita moltitudine ne viva
    meno. Et in questo te(r)mi(n)e d'a(n)ni era venuto lo n(ost)ro
    autore q(uand)o s'avidde de lo suo errore p(rim)amente, sì come appare manifestamente
    p(er) quello che si contiene nel canto ue dice: Ieri
    più oltre cinq(ue) hore ch(e) questa otta mille dugento co(n) sexanta se(i)
    anni (com)pier che qui la via fu rotta.
    Ne le quali parole si (com)prende ch(e)
    nel mille trentatre (et) meço dalla natività di Chr(ist)o elli avesse q(ue)sta
    fantasia (et) incomi(n)ciasse questa inventione; imp(er)ò ch(e), se da poi che
    Chr(ist)o sostenne, che allora mostra che si rompesse quella via della q(ua)l
    parla, erano corsi anni trecento sexanta (et) Chr(ist)o era vissuto anni mille
    trecento, la quali adiu(n)cti al p(re)d(i)c(t)o nu(mer)o co(m)piera(n)no mille trecento
    vintiuno meno mesi sei, del quale t(em)po no(n) è da curare, p(er)ò che allora
    correa lo quattordici, ben che no(n) fusse anco (com)piuto che i(n)cominciato
    era. Et è manifesto che lo n(ost)ro autore mori nel vintiuno addì cinquantasei di septe(m)bre,
    onde sottrahendo anni 21 di 56 anni (et)
    mesi q(uattro) che manifestò Dante dovere avere q(ua)n(do) morì ad uno grandissimo
    suo amico di Ravenna 'l quale fu chiamato Piero di
    Messer Giardino, restano anni 35 adunqua quelli ch'(e)lli avea
    passato 1300. Sop(ra) 'l vanerdì s(an)c(t)o, q(ua)n(do) mostra l'autore che avesse lo cognoscimento
    del suo
    sma(r)rime(n)to p(er) lla selva de
    la quale trovatosi fuora
    al dì, volendo ascend(er)e lo
    monte, essendo già levato
    il sole come dice il texto q(ui)ne:
    T(em)po era (et) c(etera). (Con)su(m)mò
    tucto il dì di venardì s(an)c(t)o
    nel combatt(er)e co· le fiere et
    nel p(ar)lamento co(n) V(ir)gilio,
    come appa(ri)rà più inansi.
    Et poi la seguente nocte,
    sop(ra) 'l sabbato s(an)c(t)o, finge e(sser)e
    stato ne lo 'nferno menatovi
    da V(ir)gilio, come si
    dirà di socto. Or dice adunqua
    che nel 35 anno
    de la sua età, ch(e) è meço
    del camin, cioè lo spatio
    de la n(ost)ra vita, cioè di
    noi mortali, io Dante mi ritrovai errando
    p(er) una selva scura, ad diff(e)r(enti)a
    d'alcune selve che sono
    dilectevili dice scura,
    Ché la diricta via era smarita,
    Qui mostra che p(er) ismarrimento, ma no(n) di suo p(ro)po(s)ito era intrato
    in questa selva. Et q(ua)nto, cioè qua(n)to è ad dir quale era, cioè com'era
    f(a)c(t)a, cosa dura, cioè è malagevile, Esta selva selvaggia aspra (et)
    forte
    , cioè questa selva de la quale pone ora tre co(n)ditioni cioè che
    era selvaggia, cioè sensa habitatione humana et p(er) questo orribile,
    aspra cioè malagevile a andare p(er) essa (et) p(er) questo si può i(n)tend(er)e
    che vollia sig(nif)icare ch(e) era involuta (et) intricata d'allori salvatichi,
    pruni (et) ste(r)pi, sì ch(e) p(er) essa expeditame(n)te no(n) si potea andare,
    et forte q(ua)n(to) allo svilupparsi (et) liberamente 'scire d'essa. Et adiu(n)ge:
    Che nel pensier rinnova la paura, cioè tanto che pensando d'essa
    da capo ne temo. Usanza è ch(e) ll'omo, raccordandosi d'uno peric(u)lo
    nel quale sia stato, ne ri(m)paura. Tant'è amara che poco è più mo(r)te
    cioè q(ue)sta selva è tanto amara alla memoria che poco è più la morte,
    con cciò [sia] cosa che morte sia ulti(m)o de le cose terribili. Et inco(n)tene(n)te
    risponde a l'obiectio(n)e che si potrebbe fare, d(ice)ndo: Se lla memoria
    sua è cusì amara, p(er)ché la rinovelli tractando d'essa (et) descrive(n)dola?
    D(ice)ndo: Ma p(er) tractar del ben, ch'io vi trovai, dirò dell'autre
    cose ch'io v'ò sco(r)te
    ; dice adunqua: la cagione che mi muove ad
    tractar d'essa è lo bene ch'io vi trovai. Qual sia questo se mo(n)stra nel
    texto, cioè che fusse lo raguardam(en)to del pianeto sopra 'l monte
    (et) l'apparimento, conforto et admaestrame(n)to di Virgilio; no(n) ch(e)
    queste cose desse la selva p(er) sua n(atur)a, ma a llui soprave(n)neno per
    gratia mentre che era in essa, (et) p(er)ò dice: Dirò de l'autre cose ch'io
    v'ò scorte
    , cioè cognosciute, che no(n) sono bene. Et questi fanno
    animali ch'(e)lli finge che 'mpedisseno lo suo ascendimento al
    monte, et q(ue)sto è quanto alla l(icter)a. Veduto ora questo texto
    l(icte)ralmente è da ved(er)e ora l'allegoria et, inansi che ve(n)gniamo
    ad essa, debbiamo sap(er)e ch(e) l'autore n(ost)ro in questo suo poema p(ar)la
    socto du' sensi, l'uno l(icte)rale (et) l'autro allegorico, (et) tucte le parole
    che sono nel texto no(n) ànno p(er)ò allegoria, ché alcuna volta si
    pognono pure ad continuare lo senso l(icte)rale; (et) lo senso l(icte)rale
    è de lo 'nferno, Purgatorio (et) Paradiso, ne' quali finge sé esser
    stato menato p(er) diverse p(er)sone, come appare nel poema, (et)
    di questo tracta l(icte)ralmente quanto può s(econd)o la catholica fede,
    ben che c'inframecta le fi(n)ctio(n)i poetiche. Et l'alegorico, overo morale,
    è de lo stato delle p(er)sone che sono nel mondo in tre differentie:
    cioè o nel p(e)cc(at)o, o nella p(enite)n(ti)a, o nella co(n)te(m)platio(n)e divina. P(er) lli q(ua)li
    stati vuole moralmente (et) allegoricamente mo(n)strare sé esser
    discorso nella vita sua, d(ice)ndo esser stato menato p(er) lli tre div(er)si
    luoghi soprascripti. Et nel p(rim)o vuole dimostrare le pene diverse
    ch'(e)lli à co(n)siderato (con)venirsi alle div(er)se sp(eci)e de' p(e)cc(at)i p(er) spaurire li
    l(e)c(t)ori da quelli; et nel s(econd)o le purgationi ad essi (con)venevili p(er) i(n)vitarli a la
    penitentia; et nel terso le gratie (et) p(re)mii respondenti alle virtù
    in questa vita, mentre che ci si vive, p(er) incitare li lectori ad esse,

    [p. 3]
    ben che l(icte)ralmente finga queste cose, che sono d(i)c(t)e de' s(uprascrip)ti tre luoghi
    ad quelli tre fini che dicti sono. Et qui è da notare che llo n(ost)ro auctore
    finge che queste, ch'(e)lli narra ne la prima cantica, li fusseno
    mo(n)strate ne la nocte del venardì s(an)c(t)o sopra 'l sabbato s(an)c(t)o p(er) Virgilio,
    come si mo(n)stra p(er) llo texto, et che la nocte dinansi al venardì s(an)c(t)o
    ebbe lo ricognoscimento del suo errore avendo già anni 35. Et
    p(er) questo vuole intendere moralmente lo mutamento de la sua vita
    ch(e) in fine a quine avea inteso alle cose mondane, et poi si volse
    alle cose spirituali, insegnando, p(er) questo che dice di sé, a l'homini mo(n)dani
    in che modo si possano p(ar)tire dal mondo (et) tornare a Ddio. Imp(er)ò
    che questo discorso di vita s(econd)o l'anima è comuneme(n)te nelli hom(in)i
    mondani che non sono figliuoli di perditione, ché come l'homo
    nasce, vive uno t(em)po, cioè ne l'infantia, quasi come animale sensibile,
    sì che nulla o poco à di ragione, poi venendo la pueritia (et) l'adolescentia,
    vivendo s(econd)o la ragione pratica, lassandola vinc(er)e a la
    sensualità che va dirieto a la co(n)cupiscentia, abbandona la via diricta,
    come è in(n)cto alle du' vie, cioè ricta de le virtù (et) manca di vitii,
    che mo(n)stra Pictagora p(er) la lectera V, et va p(er) lla via manca, sequendo
    la dilectansa del mondo, cioè li beni fallaci, (et) sequendo quella, crescendo
    poi p(er) la pratica lo cognoscimento de la ragione, s'avede d'avere
    errato (et) no(n) av(er)e preso la via diricta che mena al so(m)mo bene, lo quale og(ni)uno
    naturalme(n)te desidera. Unde p(er) questa via del mondo si sforsa di
    montare a le v(ir)tù, ma no(n) può, ché lli vitii lo 'mpacciano et p(er)ò li vien ten(er)e
    altra via, cioè del savio homo che ll'ammaestri sing(u)l(a)rame(n)te (et) faccialo cognoscente
    de la vita vitiosa, p(er)ché si guardi da essa et adpresso li
    mo(n)stri lo modo di purgarsi de' p(e)cc(at)i co(m)messi co· la p(enite)n(t)ia, et a l'ultimo
    l'insegni a salire di virtù in
    v(ir)tù al so(m)mo bene, cioè Dio.
    Et p(er) insegnare questo ad
    ogniuno dice di sé i(n) questo
    p(ro)emio che, essendo vissuto
    mo(n)danamente ne' p(e)cc(at)i
    infine a quel pu(n)to dal
    principio de la sua pueritia,
    la quale era principio
    di smarrime(n)to, p(er)ché si vive
    pure s(econd)o li sensi seguendo
    li appetiti carnali, esse(n)do
    errato tucta la sua età
    infine ad quel punto, trovosi
    smarrito la nocte già
    d(i)c(t)a p(er) lla selva de' p(e)cc(at)i (et) de'
    vitii, intendendo tucta l'età
    passata essere stata in
    oscurità d'ig(n)orantia del so(m)mo
    bene, p(er)ò che nell'età passata
    poco o nullo avea
    veduto lo iudicio de la ragione
    di Dio. Et p(er) questo
    vuole dire che si ricog(no)sce
    peccatore esser stato i(n)gannato
    da' beni fallaci, et p(er)ché
    più in quella età che ne la passata finge questo l'autore, imperò
    ch(e) in quella incomi(n)cia a valere il iudicio de la ragione, (et) in de le passate
    è valuta la sensualità. Et finge esser stato q(ue)sto ne la nocte sop(ra) 'l venardì
    s(an)c(t)o, p(er)ò che forsi veramente fu così, o p(er)ché co(mun)emente li ho(min)i
    sì f(a)c(t)o t(em)po si solliono ricognoscere de' lor p(e)cc(at)i, spirante più la gr(ati)a di Dio
    p(er) lle virtuose operationi f(a)c(t)e la quaresima passata et chiama q(ue)sto
    stato de' p(e)cc(at)i selva, cioè habitatione di fiere (et) no(n) di homini. Imp(er)ò che
    mentre ch(e) ll'omo è ne' p(e)cc(at)i non è homo ma fiera, come dice Boetio
    nel quarto libro della Phy(losophi)ca Consolatione. (Et) dice obscura p(er)ch(é) 'l vit(i)o
    re(n)de l'homo obscuro qua(n)to ad fama, et dice che p(er)ò s(é) trovò ne la
    selva d(e)' vitii, p(er)ò che avea smarrita la diricta via de le v(ir)tù. La via recta
    si chiama q(ue)lla de le v(ir)tù, come la ma(n)ca q(ue)lla di vitii; et adiu(n)ge poi
    ch(e) cosa dura è ad dire com'è f(a)c(t)a la s(el)va de' vitii, de la qual pone tre
    (con)dit(i)o(n)e: prima, che è salvaticha (et) p(r)ivata da habitatione; s(econd)o, che è
    aspra; t(er)tio, ch(e) è forte, p(er)ò che quine no(n) si trovano ho(min)i huma(n)i, ma
    feroci (et) nocevili l'uno all'altro, (et) aspra p(er)ché gra(n)de asp(re)ssa (et) fatica
    si trova nella vita vitiosa, se ben si (con)sidera quanta malagevilessa
    sostiene l'avaro, q(uan)to lo goloso, lo luxurioso (et) così delli autri. Et app(re)so
    q(uan)ta fatica è ad (con)v(er)sare l'uno vitioso co· ll'autro ben lo sa chi i(n) tal vita
    si trova, et forte (et) malagevile è ad 'scirne, p(er)ch(é) 'l p(e)cc(at)o tiene fortem(en)te
    legato il p(e)cc(at)ore. Et adiunge ch(e) tanto è cosa dura ad dire ciò ch(e)
    pur pensando di dirlo si (ri)nuova la paura, et p(er) questo vuole che
    s'intenda che quando 'l p(e)cc(at)ore si ricorda del p(e)cc(at)o, nel quale è stato n'e(m)paurisce,
    pensando 'l p(er)iculo nel quale è stato. Et adiunge che non
    solamente era selvaggia, aspra (et) forte, come d(e)c(t)o è, ma anco era
    tanto am(ar)a che poco è più la morte. Crede l'homo la vita mondana
    piena di dilecti carnali esser dolce cosa, et così pare a chi no(n) la co(n)sidera
    col iudicio vero de la ragione, ma chi la co(n)sidera co(n) lo 'ntellecto
    ragionevile, vedrà i(n) le' esser infinite amaritudine, come
    admaestra Boetio nel s(econd)o libro de la d(e)c(t)a op(er)a, ue tra ll'altre cose dice:
    Qua(n)tis amaritudinib(us) humanae felicitatis dulcede resp(er)sa est, q(uae)
    si etiam fruenti iocunda esse videatur, t(ame)n quo min(us) abeat cu(m) velit, retineri
    non possit.
    Et all'ultimo rende le cagione p(er)ché s'indusse ad narrare
    di questa selva, d(ice)ndo che p(er) tractar del ben che vi trovò, dirà
    dell'autre cose che no(n) son bene ch'(e)lli v'à cognosciute. Dubitrebbesi
    che cosa di bene può esser ne la vita mondana vitiosa , ad che si
    può rispondere che è la gr(ati)a p(re)veniente di Dio che fa desiderare di 'scire
    di tal vita; et app(re)sso, la gr(ati)a illumina(n)te che ci admaestra come
    dobbia(m)o fare a escirne, l'una (et) l'alt(ra) sig(nif)icata p(er) llo pianeto ch(e) vide sop(ra)
    'l mo(n)te (et) la gr(ati)a coop(er)a(n)te ch(e) mosse V(ir)g(ilio), cioè la ragio(n)e di Da(n)te,
    ch(e) di tal vita facesse 'scire la sensualità. No(n) ch(e) vollia dire ch(e) di q(ue)sto sia cagio(n)e
    la vita vitiosa mo(n)dana, ma che da Dio sop(ra)vi(en)e tal aiuto alcu(n)a volta
    ad chi è in essa , come mostra di sé (et) p(er) questo vuole i(n)duc(er)e li altri
    che sono in tal vita ad sp(er)ar quel medesimo (et), sp(er)ando, cercarlo (et) addimandarlo,

    [p. 3]
    et questo vasti alla alegoria. Seguita l'altro texto:
    Io non so ben ridir (et) c(etera). In questi quattro ternarii, che contegno la
    s(econd)a p(ar)te de la lectione s(econd)o la s(ente)n(t)ia l(icte)rale, dimostra Dante unde li nascesse
    speransa di potersi partir de la selva scura ue s'era trovato. Dice adunq(ue) così:
    Io non so ben ridir com'io v'entrai, cioè ne la d(i)c(t)a selva.
    Tant'era pien di sonno ad quel puncto, che la verace via abbandonai.
    Et s(econd)o questa l(icte)ra parebbe che allora Dante dormisse, et p(er) questo
    vorrebbeno dire alquanti ch'(e)lli fingesse d'avere sognate le p(re)dicte cose,
    (et) quelle che si diranno in questa prima cantica, la nocte sopra 'l
    venardì s(an)c(t)o. Ad che si può rispond(er)e che p(er) lo texto l'autore dimostra
    che lla d(i)c(t)a nocte ricognoscesse lo suo errore (et) non micca dormendo,
    ma lo smarrim(en)to non pone q(ua)n(d)o fusse, come apparrà nel canto 15 ue
    dice: Mi smarrì in una valle, inansi ch(e) l'età mia fusse piena. Pur
    ier mattina li volsi le spalle
    , ue vuole che fusse ne l'etadi passate,
    cioè adolescentia o pueritia, come d(i)c(t)o è, non nel 35 anno, ché allo(r)a
    fu lo ricognoscime(n)to. Che
    dica che fusse pieno di
    so(n)no è fìctione poetica,
    et questo dice p(er) intend(er)e
    altro, come si dirà quando
    si sporrà e nel texto ch' (e)lli
    abbandonò la verace
    via, acciò che non s'inte(n)da
    q(ua)n(do) era ne la selva ma
    q(ua)n(do) abbandonò la via vera.
    Ma poi ch'io fui ad
    pie' d'un colle iuncto.
    Qui
    si dimostra che, p(er)ché le
    selve oscure solliono ess(er)e
    ne le valli, (et) le valli ànno
    (con)fine coi mo(n)ti, che la sp(er)ansa
    li venne di ca(m)pare di
    quella selva (et) di 'scirne
    libero p(er)ch' (e)lli venne ad
    pie' del colle. Là dove terminava quella valle,
    che d(i)c(t)a è di sopra selva.
    Ch(e) m'avea di paura il cor
    (com)puncto
    . Qui dimostra
    l'autore ch(e) la paura p(ro)priamente
    offende il cuore,
    (et) p(er)ò ne la paura dive(n)ta
    lo omo pallido p(er)ché lo sa(n)gue
    corre tucto a socco(r)rere
    lo cuore. (Et) dice: Gua(r)dai
    in alto
    , io Dante, (et) viddi
    le suoi spalle
    , cioè le
    so(m)mità del giugo. Vestite
    già di raggi del pianeta
    ,
    cioè del sole, (et) p(er) questo si
    monstra che già era venuto
    il dì che mena dricto
    altrui p(er) ogni calle.
    Questo
    dice p(er)ché vedendo l'homo
    il sole p(er) ogni via ch(e) si trovasse,
    si dirisserebbe al luogo
    ue volesse andare,
    et p(er)ò adiu(n)ge: Allor fu la
    paura un poco queta
    , cioè,
    veduto lo sole, s'acchetò
    la paura, p(er)ché li nacq(ue) speransa
    di pot(er)e 'scire de la selva.
    Che nel lago del cuor
    m'era durata
    : questo dice
    p(er)ché nel cuore humano
    è una (con)cavità vacua q(uan)to
    all'apparentia. Ma q(ui)ne
    dicono li filosofici stare spiriti vitali (et) q(ui)ne sono le nostre passio(n)i
    mentale. Dice: La notte, ch'io passai con tanta pieta, cioè co(n) tanto lame(n)to
    che ne serebbe d'av(er)e pietà et è colore retthorico che si chiama
    deno(m)i(n)at(i)o(n)e, q(ua)n(do) si pone lo s(u)bsequente p(er) lo precedente. Ora sopra
    q(ue)sta p(ar)te, veduta la l(icte)ra, è da vedere lo 'ntellecto morale overo allegorico
    'l quale è questo. Lo n(ost)ro autore continuando la s(ente)n(t)ia allegorica,
    posta di sopra, de la selva (et) de le suoi conditioni, risponde prima
    qui ad una tacita obiectione che si potrebbe fare e subsequenteme(n)te
    mo(n)stra unde li ve(n)ne (con)forto alquanto a la sua paura. Potrebbesi
    adunqua dire: s'ell'era facta cusì, come v'intrasti?
    Et rispondendo dice ch'(e)lli no(n) sa ridirlo p(er)ò ch(e) era pieno di sonno me(n)tale. Si de' i(n)tendere
    et questo dice, p(er)ò che 'l iudicio de la ragione in quelle d(i)c(t)e etadi
    sta addormentato (et) lassasi l'homo guidare a la sensualità, andando
    dricto a la concupiscentia, abandonando la verace via de
    le vi(r)tù ch(e) mena l'homo a Ddio, come d(i)c(t)o fu di sopra, et p(er)ò ben si
    può dire addormentata quella m(en)te. Adiu(n)ge poi unde li venne
    sp(er)ansa un(de) mancò la paura, cioè quando fu iuncto al colle de le vi(r)tù.
    Et p(er)ò fìnge ch(e) la valle finisca ad pie' del colle, ch(é) llo discorso de
    la vita humana p(ro)cede ad questo modo: ch(e) ll'uomo ne la pueritia (et)
    adolescentia seguita li beni f(al)si mo(n)dani, credendo che siano quel
    vero bene che ciascuno naturalme(n)te desidera, (et) p(er)ò s'inviluppa in
    div(er)si peccati (et) vitii. Ma poi ch'elli conosce lo suo errore vede lo
    bene, ch'(e)lli desidera essere in cielo (et) riluc(er)e in su la so(m)mità del mo(n)te
    de le v(ir)tù, p(er) lle quale conviene l'homo mo(n)tare ad passo ad passo,
    infin che p(er)vegna ad esso luogo ue riluce. Et questo intese l'autore
    p(er) llo pianeta che vestia de' raggi suoi le spalle del colle,
    che non è altro che 'l vero (et) so(m)mo bene, cioè Dio che veste di luce
    di sapientia li alti animi humani dati alle cose alte (et) celestiali,
    (et) non terrene, lo quale mena altrui dricto p(er) ogni calle,

    [p. 3]
    cioè in qualu(n)q(u)a via di vita l'homo si trovi s'elli guarda q(ue)sto so(m)mo bene,
    inma(n)tene(n)te si dirissa in v(er)so lui et allora si posa la paura, q(ua)n(do) l'homo
    si vede pilliare cognoscimento del so(m)mo bene (et) vedesi iuncto al cognoscime(n)to
    de la vita virtuosa, passato la via manca mondana, piena
    d'errori; (et) questa paura sta pur la nocte, cioè mentre che la mente sta
    cieca inansi che veggha la so(m)ma luce, ché poi che lla vede, si rapaga
    (et) aq(ue)ta. Et dice che con lam(en)to grandissimo l'omo passa la sua scurità,
    q(ua)n(do) s'avede del suo smarrimento (et) del suo errore (et) inganno, che
    àe seguitato li falsi beni credendosi seguitare lo vero (et) so(m)mo bene,
    infin a tanto che s'accosta al mo(n)te de le vertù (et) vede li raggi del so(m)mo
    bene riluc(er)e nelli animi alti de' v(ir)tuosi. (Et) è da notare q(ui) ch(e), b(en)ch(é) dica
    Là dove terminava quella valle che m'avea di paura il cor (com)pu(n)cto,
    no(n) si de' intend(er)e che la via manca de' vitii semp(re) termini ad questo
    colle de le v(ir)tù, p(er)ò che molti va(n)no p(er) questa ad p(er)ditione, p(er)ò ch(e) di
    questa via vitiosa no(n) escieno mai, ma tanto vi s'inviluppano ch(e)
    vi si p(er)dono dentro no(n) rico(g)noscendosi
    mai. Altri sono che, aiutati da la g(ra)tia
    preveniente di Dio, si rico(g)nosceno
    (et) veg(n)ono al mo(n)te de le v(ir)tù ue termina
    la valle oscura de' vitii, de la q(u)ale
    impaurisce chiu(n)qua à tanto di
    gratia da Dio che si rico(g)nosca. Et q(ue)sto
    vasti ad questa parte. Sequita poi lo tex(t)o:
    Et come quei che con lena (et) c(etera). In q(ue)sti
    tre ternarii lo n(ost)ro auctore manifesta
    p(er) una similitudine com'è ri(n)vigorito
    poi che fu 'scito de la selva, riposatosi (et)
    considerato tal pericolo i(n) ch(e) era stato,
    si dirissò in v(e)rso 'l monte dicendo: Et come
    quei che con lena affannata
    , cioè
    come il naufrago che 'scito fuor del pelago,
    cioè del mare, con l'a(n)sietà del polmo(n)e,
    che p(er) la fatica sostenuta batte
    a la riva, cioè a la piaggia, si volge all'acqua
    p(er)illiosa
    del mare, (et) guata lo
    p(er)iculo che à fuggito, così l'animo mio,
    c'ancor fuggia
    . Adapta q(uin)e la similitudine,
    dicendo che così facea l'a(n)i(m)o suo
    c'a(n)cor fuggia. Q(ue)sto dice imp(er)ò che anco
    parea all'animo fuggire, come
    suol essere q(ua)n(do) l'homo à ben avuto g(ra)nde
    paura che no(n) li esce de l'animo ad
    buono spatio (et) ripensa il p(er)iculo. Et
    p(er)ò dice: Si volse adrieto ad rimira(r) lo
    passo che no(n) lassò gia(m)mai p(er)sona viva
    ,
    cioè che p(er)sona no(n) passò mai q(ui)nde
    che no(n) morisse. (Et) qui si può oppo(r)ere
    qua(n)to a la l(icte)ra, dicendo che lassò lui
    vivo, du(n)qua dice contra sé. Ad che
    si può rispondere che parla yp(er)bolice,
    ché, ben che n'abbia lassato alcuno, ta(n)to
    sono poghi che si può dire che no(n)
    abbia lassato niuno, et è quel colore
    che si chiama sup(er)latio. Et adiu(n)ge:
    Poi ch'ebbi riposato 'l corpo lasso, cioè
    poi ch'ebbe riposato lo corpo stanco, rip(re)si
    via p(er) lla piaggia diserta
    , cioè del
    monte che avea piaggia, (et) era diserta
    p(er)ché finge che p(er)sona no(n) vi fosse,
    Sì che 'l pie' fermo semp(re) era 'l più basso,
    descrive qui lo modo del montare, p(er)ò
    che chi monta sempre ferma il pie' ch(e)
    rimane adrieto (et) l'altro muove et
    mette inansi. Ora è da ved(er)e lo intellecto
    allegorico overo morale.
    Et qua(n)to ad questa p(ar)te prima è da notare
    che seguitando la moralità fa la
    similitudi(n)e che ad questo si c(onv)iene, ché come colui ch'è stato naufrago
    nel mare, poi che è campato (et) venuto alla ripa, si volge all'acq(ua)
    riguarda(n)do 'l periculo i(n) ch(e) è stato, così l'a(n)i(m)o suo c'anco(r) fuggia, si volse
    adrieto ad (r)imira(r) lo passo che no(n) lassò gia(m)mai p(er)sona viva
    . Qui
    chiaramente si dimaestra che moralme(n)te dicesse quel ch(e) si co(n)tiene
    ne la l(icte)ra. Q(ue)sta vita mondana veram(en)te si può chiama(r)e mare, (et) ripa
    si può dire lo partim(en)to da essa imp(er)ò che come il mare è te(m)pestoso,
    (et) i(n)volgendo colui che vi navica in div(er)si p(er)iculi o elli 'l somerge o lo
    lassa venire alla ripa, così la vita mondana piena di molti p(er)iculi,
    o ella mette a lo 'nferno (et) a da(n)nat(i)o(n)e chi va p(er) essa (et) no(n) si ricognosce,
    o ella lo 'nduce ad co(n)siderat(i)o(n)e di sé, se lla gr(ati)a preve(n)ie(n)te di Dio vi s'aop(e)ra,
    (et) così n'esce (et) viene a la ripa, cioè ad abbandonare al tutto q(ue)lla.
    (Et) che sempre fuggha l'a(n)i(m)o q(ua)n(do) è venuto ad q(ue)sto cognoscim(en)to è vero,
    p(er)ò ch(e) semp(re), q(ua)n(d)o può, se ne cessa. Che si volga adrieto è vero, i(m)p(er)ò che
    (con)siderare la vita vitiosa i(n) che l'omo è stato, è voltare adrieto, co(n)siderato
    che si vorrebbe andare ina(n)si alle v(ir)tù. Et vero dice sensa fìgura
    niuna ch(e) 'l passo de la vita mo(n)dana vitiosa no(n) lassò mai p(erson)a
    viva, p(er)ò che ogni u(om)o che passa p(er) essa, o muore a Ddio s'elli passa di q(ue)sta
    vita i(n) tale stato (et) va a lo '(n)ferno, o muore al mo(n)do lassandolo
    (et) accostandosi a le v(ir)tù. (Et) così è vero ch(e) no(n) lassò gia(m)mai p(er)sona
    viva q(ue)llo passo de la vita mo(n)dana vitiosa. Et adiu(n)ge: Poi ch'ebbe
    riposato il corpo lasso
    , imp(er)ò che elli, andando p(er) questa via mo(n)dana,
    s'affaticava (et) stancava i(n) div(er)se angosce (et) fatiche corporali,
    come manifesto è ad ciascuno che p(er) quella disscorre o co(n)sidera
    li disscorrenti, s'elli no(n) si vorrà inga(n)nare, (et) q(ua)n(do) da essa si dip(ar)te sì
    riposa, mentre ch(e) delibera di pilliare la via virtuosa. Che dica
    che la piaggia fusse diserta (et) che ripilliasse via sig(nifi)ca moralm(en)te
    ch(e) lo dip(ar)time(n)to de la vita mo(n)dana vitiosa (et) l'acostam(en)to al mo(n)te
    de le virtù non era frequentato ma era solo, p(er)ch(é) nulli o poghi

    [p. 3]
    ciò fanno. Che ripilliasse via vuole dire che prese allora nuovo
    modo di viv(er)e, poi ch'ebbe ricognoscuto lo suo errore. Et i(n) qua(n)to
    dice che 'l pie' fermo era il piò basso, significa che come l'homo àe
    du' piedi così du' aff(e)cti erano in lui, l'uno ragionevile a le v(ir)tù, altro
    sensuale a le concupiscentie, et quello ch(e) era a le virtù, ch(e) era fermo p(er)ché
    cusì s'avea fermato di seguire quello affecto, (et) no(n) l'altro era
    più basso, cioè era minore, ché maggiore era l'affecto ch(e) 'l tirava a
    le cose mondane che quello che 'l tirava a le v(ir)tù. Et q(ue)sto vasti a questa
    parte. Seguita poi: et ecco quasi (et) c(etera). In q(ue)sti quattro ternarii
    (et) uno versiculo il n(ost)ro auctore dice del primo impedim(en)to che gli apparve
    q(ua)n(do) volea montare al mo(n)te, d(ice)ndo l(icte)ralmente: Et ecco, quasi a
    lo cominciar dell'erta
    , cioè a lo incominciare de la montata, una
    lonça leggiera (et) p(re)sta molto, che di pel macolato era cov(er)ta
    , s'inte(n)de
    mi viene incontra. Q(ue)sta
    lonça è uno animale di
    quattro pie', poco maggiore
    ch(e) lievra, de la quale
    l'autore pone, descrive(n)do,
    tre conditio(n)i: prima che
    era leggie(r)a, s(econd)o ch'era molto
    p(re)sta, t(er)tio che avea la
    pelle variata di div(er)si colori;
    (et) questo dice l'auto(r)e
    ne la l(icte)ra p(er)ch(é) così è facto
    questo animale (et) cade(n)o
    q(ue)ste conditioni ad p(ro)po(s)ito,
    come si po(r)rà ne la allegoria.
    Et adiunge: Et non
    mi si partia dinansi al volto
    ,
    cioè dinanti alla mia
    vista, ansi impediva ta(n)to
    il mi' camino
    , cioè la sallita
    del monte, ch'io fui
    p(er) ritornar più volte volto
    ,
    cioè p(er) ritornare adrieto.
    (Et) ad monstrare come
    vincea questo impedime(n)to,
    se lli altri no(n) fusseno seguiti,
    d(e)scrive il te(m)po dice(n)do:
    Temp'era del principio
    del mattino
    , cioè era l'aurora,
    principio de la mattina,
    e 'l Sol montava su, al
    n(ost)ro hemisp(er)io, co(n) quelle
    stelle
    , cioè essendo i(n) quel
    segno del çodiaco, cioè in
    ariete ch'è uno segno de'
    dodici segni sotto li quali
    lo sole fa lo corso suo i(n) uno
    anno, stando 30 poco
    più o meno in ciascu(n)o.
    Unde al meço marso o q(ui)nde p(re)sso entra in ariete
    (et) infine addì 30 ne pena ad 'scire, p(er)ò ch(e) ogni segno
    è trenta gradi (et) ogni dì lo
    sole ne passa uno, sì che ad
    meço aprile o ad p(re)sso dura
    sotto ariete, (et) poi entra
    sotto tauro (et) così discorre
    p(er) tutti. Et dice mo(n)tava
    su, i(m)p(er)ò che, ben ch(e) 'l sole vada
    (con)tra 'l primo mobile, og(n)i
    dì p(er) llo moto del p(r)imo mobile
    è girato p(er) tutto lo
    cielo una volta nel suo
    circulo. Adiunge: ch'er(n)
    co· llui
    , cioè col sole, q(ua)n(do) l'Amor
    Divino
    , cioè lo Spirito
    S(an)c(t)o, mosse da prima, cioè
    dal principio de la creatio(n)e del mondo, quelle cose belle, cioè lo
    primo mobile, le stelle del cielo, cioè lo firmamento ue sono le stelle
    fìxe e le vii pianete. Et p(er) questo si co(m)prende che ll'autore avesse
    questa fantasia la nocte sopra 'l venardì s(an)c(t)o di marso, imp(er)ò che in
    tal mese, essendo lo sole sotto ariete, s'incominciò lo movimento del
    primo mobile del firmamento de le pianete, et incominciò Dio q(ue)sta
    op(er)a del mondo la domenica, (et) ogni dì fece alcuna op(er)a, come appare
    nel Genesi, e 'l venardì fece l'homo (et) lo sabbato si riposò (com)piuta
    la sua op(er)a. Et p(er)ò volse lo d(e)c(t)o venardì di marso sosten(er)e passione
    (et) rico(m)p(er)are l'homo, p(er)ché in tal dì l'avea creato, (et) questo fu da meçço
    marso in là o poco inansi. Et che fusse di marso si p(ro)va p(er) questo texto,
    et che fusse la nocte sopra 'l venardì s(an)c(t)o, q(ua)n(do) l'autore finge lo suo ricognoscim(en)to,
    appare p(er) quel texto q(ua)n(do) dice: Ieri più oltre cinq(ue) hor che
    q(ue)st'otta mille dugento co(n) sexanta sei anni (com)pier che qui la via fu
    rotta
    . Et adiunge poi: Sì ch'a 'l bene sperar m'era cagione di q(ue)lla fie(r)a
    la gaetta pelle, l'hora del tempo (et) la dolce stagione
    . Et p(er) questo significa
    un(de) avea sp(er)ansa di vinc(er)e questo animale, cioè p(er) l'ora del te(m)po
    ch'era in su la levata del sole, (et) la dolce stagione, cioè la p(rima)vera i(m)p(er)ò
    ch(e) q(ua)n(do) il sole è in ariete, è la primavera. Et qui s(econd)o la l(icte)ra si può dubitare,
    p(er)ché dica ch(e) tale hora (et) tale stagione li fusse cagione di sp(er)ansa.
    Ad che si può rispondere ch(e) lli fieri animali sono più feroci di
    nocte ch(e) 'l dì, (et) piò nelli altri tempi ch(e) nella primavera p(er)ch(é) allora
    entrano in amore. Et dice: ad b(e)n sperar la gaetta pelle, cioè
    leggiadra (et) vaga del d(e)c(t)o animale s'intende d'avere la gaetta
    pelle, (et) p(er)ò s'intende di vincere (et) prendete lo d(e)c(t)o animale (et) uciderlo,
    imp(er)ò ch(e), p(er) la pelle avuta, s'intende preso l'animale (et) morto. Et

    [p. 4]
    qui finisce la l(icte)ra. Ora è da ved(er)e l'allegoria la quale è questa. Poi
    che l'autore n(ost)ro ci è dimo(n)strato socto la poetica fictione come era
    'scito de la vita mondana et volea montare a l'altessa de le vi(r)tù sig(nifi)cata
    p(er) llo monte, dim(onst)ra che, come incominciò a montare, fu i(m)pedito
    dal vitio de la luxuria sig(nifica)to p(er) la lonça, che è la femina di quello
    animale che si chiama pardo che, s(econd)o 'l maestro de le p(ro)prietà, è
    luxurioso animale. Et dice che non si li partia dinanti al volto,
    cioè dinanti all'appetito sensititio, anco impedia tanto la via de
    le vi(r)tù ch'avea presa, che fu p(er) ritornar più volte volto a la vita
    mondana di prima già da lui lassata. A la quale dà tre (con)ditioni
    le quali si co(n)vegnono al d(e)c(t)o vitio, cioè ch(e) avea la pelle maculata,
    la quale sig(nifi)ca p(er) li varii colori la varietà de' pensieri (et) i(n)ga(n)ni,
    che induce questo vitio i(n) chi elli signoreggia, (et) li vani
    adorname(n)ti mo(n)stranti q(ue)l che non è,
    che portano quelli ch(e) in tal peccato
    si vuolgeno. (Et) come tal fiera è
    dilectevile all'apparentia (et) ferocissi(m)a
    in tanto che, con salti grandissimi,
    pillia la preda (et) succhia il sangue
    del quale è molto vaga, così questo
    vitio pare al principio dilectevile,
    (et) poi si trova ferocissimo in qua(n)to
    (con)suma lo sangue humano, 'l quale
    nel coito si p(er)de (et) spesse volte nelli exfrenati
    (et) stemp(er)ati induce la morte.
    Dice ancora ch'era leggieri, i(m)p(er)ò che
    la luxuria fa l'homini leggieri, lassandoli
    mutare del bu(on)o p(ro)po(s)ito, come
    si dice d'Aristotile che si lassò i(n)frenare,
    ponere la sella (et) cavalcare a la do(n)çella
    de la Reina del Re Alexandro. (Et)
    ultimame(n)te dice ch'era presta molto
    ad dimaestrare che tale affecto
    subito viene (et) subito passa dell'a(n)i(m)o,
    (et) ancora s(u)bito passa lo suo dilecto come
    subito viene; (et) questo è vero q(uan)to
    a l'acto che si exercita (et) quanto all'età
    a la quale questo vitio maxi(m)amente
    signoreggia, ch(e) è l'adolesce(n)tia,
    che tosto passa. Et p(er)ò adiu(n)ge che
    l'hora del tempo (et) la dolce stagione
    li davano buona speransa di vinc(er)e
    la d(e)c(t)a fiera, significando p(er) l'hora del
    t(em)po lo iudicio de la ragione ch(e) illumina
    la me(n)te come lo nascimento
    del sole lo mondo, (et) p(er) la dolce stagio(n)e,
    che è la primnavera, la sua giovanessa
    la quale era domevile passata
    la sfrenatessa de l'adolescentia. Et seguita:
    Ma non sì che paura (et) c(etera).
    In questi du' v(er)si et uno ternario l'autore
    manifesta lo s(econd)o animale che
    impediva ancora lo suo ascendimento
    del monte, dicendo che no(n)
    che non li venne p(er)ò, p(er) l'ora del tempo
    (et) per la dolce stagione, tanto di buona
    sp(er)ansa che non li desse paura la vista, cioè
    apparentia overo ymagine ch(e) lli apparve
    d'un leone. (Et) p(er)ò dice: Ma non sì
    m'era cagione ad bene sperare l'hora
    del te(m)po (et) la dolce stagione, che paura no(n)
    mi desse
    , cioè ad me Dante, la vista, cioè
    ymagine; (et) p(er) questo significa che li ve(n)ne
    non veramente lo leone, ma altro intende
    ch(e) la l(icte)ra, d'un leone che m'apparve,
    cioè ad me Dante al montare del monte.
    (Et) adiunge: Questi, cioè lo leone, parea ch(e)
    venisse contra me Dante co· lla testa alta,
    (et) con rabbiosa fame
    . Duo co(n)ditioni
    li dà di ferocità: l'altessa de la testa ch(e) manifesta
    l'audacia del nuoc(er)e, (et) la rabbia de
    la fame che dimostra la volontà del nuocere. Et adiunge: Sì che parea
    ch(e) ll'aiere ne tremesse
    . P(er) questo manifesta l'impeto con che venia, ch'era
    sì ratto ch(e) ll'aiere si movea (et) venteggiava (et) facea fragore sì che parea
    che fuggisse dinanti da lui p(er) timore. Et questo si dimaestra p(er) ragione
    naturale ché l'aire fortemente agitato dà luogo (et) fa fragore,
    (et) vedesi ancora p(er) experientia: (et) q(ue)sta è la s(ente)ntia l(icte)rale. Moralme(n)te
    intende l'autore p(er) questo leone la sup(er)bia, imperò che anco fu vexato
    dal vitio de la sup(er)bia, poi ch'ebbe abandonato la via de' dilecti del
    mondo, volendo su montare al monte de le v(ir)tù, ma no(n) tanto q(ua)nto
    de la luxuria, et p(er)ò dice che li die' paura. Et dà a questo vitio tre p(ro)pietadi,
    cioè l'altessa de la testa significa l'arrogantia de la sup(er)bia, (et) la
    rabiosa fame che significa lo spietato nocim(en)to che fa la sup(er)bia
    in verso 'l p(ro)ximo, et l'impeto che scacciava l'aiere, cioè la violentia
    ch(e) scaccia li debili che agevileme(n)te cedono come l'aiere. Adiu(n)ge poi:
    Et una lupa (et) c(etera). In questi du' t(er)narii lo n(ost)ro autore pone il terso impedimento
    che ebbe q(ua)n(do) volea sallire lo monte che fu piggiore de lli
    altri, p(er)ò che gli altri no· lo fe(n)no p(er)dere la sp(er)ansa come questo, et no(n)
    lo ripi(n)seno adrieto come q(ue)sto. Et p(er)ò dice: Et una lupa ancora m'apparve,
    q(ua)n(d)'io mo(n)tava al monte, che mo(n)strava carca, cioè parea
    caricata di tucte brame, cioè di tucte fame ne la sua magressa,
    p(er)ò che la sua magrezza la mo(n)strava così bramosa. Et molte genti
    fe' già
    , questa lupa, viver grame, cioè dolenti. Et dice: Q(ue)sta mi po(r)se,
    cioè la lupa, tanto di gravessa co· la paura ch'uscia di sua vista,
    cioè de la sua ymagine, p(er)ò che veramente no(n) era lupa, (et) q(ui) si dimo(n)stra
    che ll'autore ebbe altro intellecto ch(e) solo lo l(icte)rale. Ch'i' p(er)dei, cioè

    [p. 4]
    io Dante, la sp(er)ansa de l'altessa, cioè la sp(er)ansa di sallire a l'altessa del
    monte. Moralmente p(er) questa lupa l'autore n(ost)ro significa l'avaritia,
    la quale li die' più d'impedime(n)to ch(e) la luxuria (et) che la sup(er)bia
    ad mo(n)tare al monte de le virtù. (Et) assomillia l'avaritia a la lupa imp(er)ò
    che, come la lupa, è bramosa più ancora ch(e) lo lupo, così è l'avaritia,
    (et) dice ch(e) parea caricata di tucte brame, imp(er)ò ch(e) ll'avaritia
    di tucti li disordinati appetiti d'avere è piena, (et) questo dimo(n)stra
    ne la sua magressa, p(er)ò che no(n) à mai tanto che no(n) si dimo(n)stri aver
    bisogno di più. Et l(icte)ralmente è vero che ll'avaritia à facto già viv(er)e
    molte genti dolorose (et) sì quelle che sono state spolliate dalli avari
    de' lor beni, (et) sì ancora li avari che mai non ànno bene de le loro ricch(e)sse,
    ché ll'avaritia non li lassa mai loro usarsi né riposarsi. Et adiu(n)ge ch(e)
    questo vitio li die' tanto di gravessa spaurendola, imp(er)ò che ll'avaro
    sta in continua paura ch(e) lli manchino le suoi necessità, ché
    elli si disperò di montare p(er) quel modo, cioè co· la (con)te(m)platio(n)e de le
    v(ir)tù tanto poter montare al sommo di quelle. Et adiunge:
    Et quale è quel (et) c(etera). In questi du' t(er)narii il n(ost)ro autore pone la sua ruina
    con una similitudine, dicendo che tale diventò elli p(er) quella lupa,
    qual è colui che volentieri acquista (et) elli si truova p(er)dere, dicendo: (Et) qual
    è quei, che volentieri acquista
    : questo dice p(er) sé, che volentieri acquistava
    de la sallita del monte. E giunga 'l tempo che p(er)der lo face:
    et questo anco dice p(er) sé, che venuto era lo tempo che no(n) montava
    più, anco tornava adrieto; Che 'n tutti suo' pensier piange (et) s'at(ri)sta,
    cioè che tutti suo' pensieri sono pieni di pianto (et) di tristitia.
    Tal mi fece, cioè me Dante piangente,
    (et) attristantemi la bestia, cioè la lupa, se(n)sa
    pace
    : cioè sensa quieta. Che, cioè la q(ua)le,
    venendomi i(n)(con)tro ad poco ad poco, mi ripingea:
    cioè, mi facea tornare adrieto,
    là dove 'l Sol tace, cioè ne la selva d(e)c(t)a di
    sopra, ue non luce lo sole. (Et) p(er)ò dice tace,
    la quale di sopra disse che era 'scura,
    (et) questa è la sententia l(icte)rale. Seguita
    ora la morale overo allegorica.
    Pone prima l'autore nostro similitudine,
    che p(ro)priamente si conviene alli avari,
    che volentieri acquistano (et) mal volentieri
    p(er)deno, intanto ch(e) qua(n)to sa(n)no
    (et) puo(n)no di ciò s'atristano. Ma p(er) q(ue)sto dimaestra
    la grande affectione ch'elli avea
    di sallire al monte de le virtù, et
    che vedendosi ripi(n)gere adrieto dall'avaritia,
    piangea (et) adtristavasi, et veramente
    si può dire l'avaritia bestia sensa
    pace, p(er)ò che ll'avaro non à mai posa
    quanto piò à piò vuole, un(de) bene
    disse Iuvenale: Crescit amor nu(m)mi, q(uan)tum
    ip(s)a pecunia crescit.
    Et b(e)n dice
    ch(e) li andava inco(n)tra ad poco ad poco,
    imp(er)ò ch(e) ll'avaritia ad poco ad poco va
    (con)tra ogni buon pensieri, dicendo: bene
    puoi fare questo picculo guadagno,
    ben puoi fare quest'altro, (et) poi ritornerai;
    e ccosì dice che lo leva dal sallire al
    monte de le vertù, (et) ritornavalo ne la
    valle scura, cioè ne la vita mondana
    vitiosa de la quale era 'scito. (Et) qui finisce
    la prima lectione. Mentre ch'io ruinava (et) c(etera). In questa seco(n)da
    parte de la principale divisione lo n(ost)ro autore dim(ost)ra un(de) li venne
    il soccorso alla ruina d(e)c(t)a di sopra, et questa si divide in parti octo,
    imp(er)ò che prima dimaestra come si raccoma(n)dò ad uno che li apparve,
    lo quale non conoscea mentre ch'elli ruinava dal monte.
    Ne la seconda come colui li rispuose (et) dieseli a ccognoscere (et) ripreselo, q(ui)ne:
    Rispuosemi (et) c(etera). Ne la tersa, come lo ricognove (et) dimandò lo
    suo aiuto, quine: Or se' tu quel Virgilio (et) c(etera). Ne la quarta come V(ir)gilio
    li p(re)dice quel ch(e) è necc(essar)io al suo cavamento, dimaestrandoli q(uan)to
    è p(er)iculoso lo terso animale che à finco e(ss)er lupa, q(ui)ne: Ad te (con)vie(n)
    tenere (et) c(etera)
    . Ne la quinta pone una p(ro)p(het)ia q(ui)ne:infin che 'l veltro (et) c(etera).
    Ne la sexta pone il consillio ch(e) lli die' a ca(m)pare, q(ui)ne: Ond'io p(er) llo tu' me'
    (et) c(eetra).
    Ne la septima come si co(m)mette a llui Dante, q(ui)ne: (Et) io ad lui, poeta
    (et) c(etera)
    . Ne l'octava pone lo comincio del camino, q(ui)ne: Allor si mosse
    (et) c(etera)
    . Divisa adunqua la lectione, è da dire la sententia l(icte)rale
    ad modo d'una storia, continuasi adu(n)qua così. Poi ch(e) Da(n)te
    à dimaestrato come fu f(a)c(t)o tornare adrieto da la lupa, dice che,
    mentre ch(e)lli ritornava adrieto giuso ne la valle, li apparve i(n)ansi
    alli occhi uno che parea fioco, come sono coloro che sono stati lu(n)go
    tempo sensa parlare, et dice come 'l vidde in quello grande dis(er)to,
    u' egli era, se li raccomandò o ombra o homo certo che fusse. Allo(r)a
    li rispuose questo apparito dicendo: Non sono uomo ma già fui, (et)
    li miei p(aren)cti fu(ro)no di Lombardia d'una cità, che chiama Mantova;
    et nacq(ui) al tempo che Iulio Cesari regnò nello imp(er)io, et poi vissi
    in Roma sotto lo imp(er)io d'Ottaviano Augusto, al tempo delli ydoli,
    ché li Romani non erano anco (crist)iani. Et fui poeta (et) cantai d'Enea
    filliuolo d'Anchise, che venne in Ytalia di Troia, poi che la
    sua nobile cità, che si chiamò Ylios, fu arsa e disfacta p(er) lli Greci.
    Ma tu, Dante, p(er)ché ritorni ne la selva obscura unde se' 'scito? P(er)ché no(n)
    sallii lo monte dilectoso, ch(e) è principio et cagione di p(er)fecta allegressa?
    Allora Dante, maravilliandosi li rispose no(m)inandolo, lodandolo
    (et) ra(c)comandandosili, dicendo: Or se' tu quel Virgilio (et) quella fonte
    che spandi sì largo fiume d'eloquentia? Valliami il lungo studio
    (et) lo grande amore che m'à f(a)c(t)o cercare lo tuo libro: tu se' lo mio maestro,
    tu se' lo mio autore, tu solo se' colui da cui tolsi lo bello modo
    del dire che m'à f(a)c(t)o honore. Vedi la lupa p(er) la quale io mi volsi
    adrieto, aiutami da le' tu famoso (et) savio ch'ella m'à spaurito fortemente.
    Allora Virgilio, vedendo Dante lagrimare, dice: Ad te convien
    tenere altro camino se vuoi campare di questo luogo salvatico,
    imp(er)ò che questa bestia, p(er) la quale tu fuggi, non lassa l'homo passare

    [p. 4]
    p(er) lla su' via, ma tanto lo 'mpaccia ch(e) l'ucide. Et è di sì malvagia natura,
    che mai non satia lo suo bramoso appetito (et) di po' 'l pasto àe
    più fame che prima. Et molti sono li animali a li quali questa si
    (con)iunge, et piò seranno ancora infine che verrà un cane veltro,
    che questa lupa farà morire con dollia. Q(ue)sto veltro non mangie(r)à
    terra, né metallo niuno, ma sapientia, amo(re) (et) vi(r)tù, (et) sua natio(n)e
    serà tra feltro (et) feltro, et serà salute di quella Ytalia p(er) la quale
    moritte la v(er)gine Camilla, Eurialo, Turno (et) Niso. Questo cane caccerà
    questa lupa p(er) ogni villa infin ch(e) ll'arà rimessa ne lo 'nferno,
    là onde 'scitte prima p(er) la invidia del dimonio. Un(de) io, p(er) lo tu' mellio,
    penso (et) adviso che tu mi seguiti, (et) io serò tua guida (et) trarocti
    di qui p(er) luogo sempre durabile, cioè p(er) lo 'nferno, ue udirai le
    disperate strida di quelli antichi spiriti dolorosi che gridano et
    chiamano la s(econd)a morte. Et anco vedrai quelli che sono contenti
    nel fuoco del Purgatorio p(er)ché ànno speransa d'andare, q(ua)n(do) che
    sia, a la gloria di vita et(er)na a la quale, se tu vorrai sallire, anima
    fi' più degna di me che lassù ti guiderà, (et) a lle' ti lasserò q(ua)n(do) mi p(ar)tirò
    da te. Imp(er)ò che Dio, che regna lassù, non vuole ch'io vada ne la sua
    cità, p(er)ch'io fui ribelle alla sua legge; la signoria sua non è pur qui
    n'è, ma p(er) tutto, ben quine si dica regg(er)e p(er) excellentia, et p(er)ò felice
    chi elli elegge lassù. Et allora Dante: Io ti prego p(er) quello Dio,
    che tu no(n) cognoscenti, acciò ch'io campi di questo male (et) di peggio,
    ch(e) tu mi meni ue tu dicesti ora, sì ch'io vegga la porta del Purgatorio
    (et) coloro che sono ne lo 'nferno. Et allora dice che Virgilio si mosse
    (et) Dante li tenne dirieto.
    Finita la sententia l(icte)rale,
    ora è da vedere lo texto co· le
    moralitadi overo allegorie.
    Dice adu(n)q(ua) cusì:
    Mentre ch'io ruinava
    (et) c(etera)
    . In questi du' ternarii
    dim(ost)ra lo nostro auto(r)e come,
    quando ritornava adrieto
    dal monte, ne la
    valle li venne soccorso et
    la sua ruina dicendo: Me(n)tre
    ch'io Dante ruinava i(n)
    basso loco
    , cioè ne la valle,
    dinansi alli occhi mie' sì fu
    offerto chi
    , cioè uno lo quale
    p(er) lungo silentio, cioè
    tacime(n)to imp(er)ò che lu(n)go
    tempo era stato sensa pa(r)lare,
    parea fioco, cioè anatalato,
    la quale cosa adviene
    q(ua)n(do) l'h(om)o è stato lungo
    tempo tacente ch(e), volendo
    p(ar)lare, l'organo vocale,
    p(er) la disusansa, è a impedimento
    d'alcuno richiudimento
    che si fa i(n) esso,
    lo quale s'apre go(n)fiando
    q(ua)n(do) la voce esce fuora, et
    ancora p(er)ché ad uno orificio
    si (con)iungeno li du' organi,
    cioè quello dello
    stomaco (et) quello del pulmone,
    et quello de lo stomaco, portando sempre de l'umidità (et)
    de la saliva, fa alcuna opilatione ne l'orificio de l'organo vocale, (et)
    anco quine da la testa cade alcuna vescosità catarrosa, la quale
    àe a impedire lo meato de la voce, diviene l'homo alcuna volta
    fioco. Et p(er)ò l'homo, volendo parlare, impedito da tal mat(er)ia si spurga,
    (et) p(er)ché p(er) la disusansa del parlare cessa la sputare, p(er) lo rau(na)mento
    de l'humore rimane l'homo fioco infine che non è spurgato,
    (et) alcuna volta pena molto tempo inna(n)ti che la mart(er)ia
    sia remota. Finge l'autore che costui fusse fioco p(er) lungo silentio,
    l(icte)ralemente denotando i studii poetici da poghi esser cercati,
    impigriti l'ho(min)i alli studii de' poeti (et) de l'arti e scientie (et) diventati
    solliciti de le cose del mondo, (et) q(ua)n(do) lo poeta no(n) si studia, no(n) parla,
    (et) cusì si può dire fioco diventato p(er) lungo silentio. Qua(n)do vidi
    costui
    , che m'apparve nel gran dis(er)to, cioè ne la gran valle
    del monte, che era molto sola. Miserere di me, gridai a llui io
    Dante, qual che tu sii, o ombra o homo certo, cioè qualunq(u)a
    tu sii, o a(n)i(m)a apparente o homo vero. Et qui si può muovere
    uno dubbio l(icte)rale, cioè p(er)ché l'autore finge che Virgilio li apparisse et
    che li desse conforto (et) soccorso, (et) che 'l guidasse p(er) lo 'nferno (et) Purgatorio,
    più tosto ch'altra guida? A che si può rispondere ch(e), considerato che
    tutti q(ue)lli ch(e) si diceno discesi a lo 'nferno, sono stati guidati, come Enea
    da Sabilla, s(econd)o Virgilio, (et) Ulixe da [...], s(econd)o Homero, fuor ch(e) Hercule,
    che fingeno li poeti esser disceso p(er) sé medesimo, p(er)ch'era virtuosissi(m)o.
    L'autore n(ost)ro, non volendo esser presu(m)ptuoso, finge anco elli esser
    guidato et da Virgilio piò tosto che da altri, p(er)ché Virgilio, studiato
    da lui singularme(n)te, fu cagione di muoverlo ad questa alta
    poesì, (et) lui à seguitato so(m)mariamente ponendo lo 'nferno disti(n)to in
    nove cerchi, ben che p(er) altro modo imp(er)ò che Vi(r)gilio pone in sei cerchii
    de' dananti, (et) li altri pone de' purgantisi (et) de l'incorporantisi ancora
    (et) de' felici, e 'l n(ost)ro l'autore tutti li mette de' dananti. Et come V(ir)gilio pone
    poi nel septimo cerchio pone li purgantisi, così l'autore segue(n)do la fede catholica,
    li pone nel Purgatorio disp(er)se. Et come V(ir)g(ili)o pone li campi elisii
    ue pone li felici, così l'autore pone ne la s(econd)a cantica lo P(ar)adiso terrestro,
    et così ne l'altre cose, ben ch'abbia rinovata la poesì p(er) altre
    verisimile fictioni (et) vere come usansa de' poeti. Et questo è qua(n)to
    a la l(icte)ra. Allegoricamente si de' intendere, overo moralmente,
    imp(er)ò che tra moralità (et) allegoria non faccio distinctione, segue(n)do
    li gramatici che diceno che q(ua)ndo ..... la sententia è altro che suonino
    le parole, è allegoria, come dice lo Doctrinale nel tractato
    de le figure, ché Dante impedito prima da la luxuria significata p(er)

    [p. 4]
    la lonça, (et) poi da la sup(er)bia significata p(er) lo leone, (et) pui da l'avaritia significata
    p(er) la lupa che 'l fece tornare a dietro, si pone q(ui) p(er) la sua sensualità
    la quale era impedita da' d(e)c(t)i tre vitii, sì che 'l facc(i)ano ruinare
    ne la valle de' vitii. Et è da notare qui, ben ch(e) s(an)c(t)o Ioh(ann)i Evangelista
    dica che tre peccati sono quelli ch(e) guastano lo mo(n)do, cioè co(n)cupiscentia
    de la carne ch(e) è la luxuria, (et) la sup(er)bia de la vita ch(e) è
    la sup(er)bia, (et) la concupiscentia delli occhi che è l'avaritia, più ch(e)
    lli altri lo guasta l'avaritia, et p(er)ò finge l'autore che la luxuria et
    sup(er)bia li facessono i(n) paccio ad andare sul monte, ma sola l'avaritia
    lo fecesse tornare adrieto, la qual cosa è ruinare. Imp(er)ò ch(e) torna(r)e
    da la vi(r)tù al vitio è ruina, (et) partirsi dal vitio (et) montare a la vertù
    è salute, et p(er)ò dice l'autore: Mentre ch'io ruinava i(n) basso loco, ad gra(n)de
    bassessa viene chi viene
    ad vitio (et) ad peccato.
    Et in qua(n)to pone che li apparve
    uno, lo quale n(on) no(m)i(n)a
    p(er) mostrare l'effecto de la
    paura che fa l'homo oblivioso
    (et) dimentichevile,
    lo quale fu Vi(r)gilio, come dirà
    di sotto, del quale elli era
    stato studiosissimo, et
    finge che costui lo tolliesse
    da la ruina del vitii, imp(er)ò
    che li poeti, arreca(n)ti i(n) dispregio
    lo vitio (et) in amore la
    vertù, ca(m)pano coloro che
    studiano in essi da' vitii (et)
    i(n)ducelli ad amare le vi(r)tù,
    sig(nifi)ca che la ragione i(n)f(er)io(r)e
    significata p(er) V(ir)g(ili)o, come si dirà
    di sotto, la quale comanda
    a la libertà de l'arbitrio
    che seguiti lo suo imperio
    ne le cose pratiche (et) mondane,
    ca(m)pa la sensualità da
    la ruina de' vitii; et p(er) q(ue)sto
    vuole monstrare l'auto(r)e
    che etia(n)dio la consideratione
    ragionevile de le cose
    mo(n)dane, ci 'nduce a dispregio
    del vitio (et) amore
    de le vi(r)tù. Et p(er) quel ch(e) dice,
    che p(er) lungo silentio parea
    fioco, di Virg(ili)o, ch(e) significa
    la ragione come si spo(r)rà
    di sotto, moralme(n)te si
    può dire che lo 'mp(er)io de la
    ragione sta fioco ne l'h(om)o (et)
    non è inteso lungo tempo,
    cioè tutto il t(em)po de la vita
    humana infinché è passata
    l'adolescentia, p(er)ò ch(e) i(n)fine
    ad quel pu(n)to signoreggia
    la sensualità i(n) tutti
    più, (et) la ragione può poco
    o niente. Quello ch(e) seguita
    poi no(n) à allegoria,
    imp(er)ò che no(n) fu intensio(n)e
    de l'autore pon(er)e ogni cosa
    allegoricamente, né
    io no(n) inte(n)do og(ni) parola
    moraliçare, ché sarebbe (com)pon(er)e un altro Dante.
    Seguita il texto, (et) c(etera).
    Rispuosemi no(n) homo.
    In questi quattro t(er)narii
    finge l'autore la risposta
    di Virg(ili)o a la sua dubitatione
    quine ue dice: Qual ch(e) tu sii, o ombra, o homo certo, la quale
    contiene du' cose: prima, manifestatione di sé p(er) la patria unde fu nato,
    p(er) lo tempo de la sua natività (et) de la sua vita, (et) app(re)esso p(er) lo suo exerticio,
    et poi rip(re)nsione de la sua ruina, q(ui)ne: Ma tu p(er)ché ritorni (et) c(etera). Dice prima
    che q(ue)sto, apparito inansi alli occhi suoi, li rispuose al suo dubbio
    et p(er)ò dice: Risposemi, cioè ad me Dante, quello apparito. No(n)
    h(om)o s'intende sono, homo già fui
    , (et) p(er) questo dimaestra ch'era vera
    l'una p(ar)te de la disiunctiva di Dante, cioè che era ombra. Et li pare(n)ti
    miei
    , cioè lo padre e la madre, furon lombardi, (et) p(er) questo si manifesta
    la contrada, cioè che funno di Lombardia. Mantovani p(er) patria
    ambendui
    , (et) p(er) questo si manifesta la patria, cioè che funno di Ma(n)tova,
    ch(e) è una cità di Lombardia. Nacqui su Iulio, qui manifesta
    lo tempo de la sua natività dicendo nacqui sotto lo primo Impe(r)adore,
    cioè sotto Iulio Cesari che fu primo imp(er)adore de' Roma(n)i. Anco(r)
    che fusse tardi
    , cioè ben che fusse tardi lo mio nascere. Q(ue)sto dice p(er)ché
    fu lo suo nascere presso a la morte di Cesari, sì che non potette av(er)e
    de la sua gr(ati)a né nel suo favore, quasi vollia dire: Se io fusse nato
    più tosto che Cesari avesse avuto notitia di me (et) io avessi potuto
    mo(n)strarmi a llui, arene seguito gra(n)de beneficio, imp(er)ò ch(e) Cesari
    molto honorò l'homini scientifici (et) l(icte)rati. Et vissi ad Roma
    sotto 'l buono Augusto
    , p(er) questo dimaestra che, 'scito di Mantova,
    habitò in Roma sotto la gr(ati)a (et) favore d'Ottaviano Augusto che
    succedette a Cesare. Al tempo del dii falsi (et) bugiardi, cioè al te(m)po
    del paganismo, imp(er)ò che Roma adorava l'iduli ad quel tempo.
    Poeta fui, qui manifesta lo suo exercit(i)o che fu nell'arte de la poesì.
    Et cantai di quel iusto filliuol di Anchise, che venne da Troia, per
    questo manifesta la m(ateri)a del suo poema, in q(uan)to dice che cantò, cioè

    [p. 5]
    scripse di quel iusto filliuol di Anchise, cioè Enea filliuol di Anchise,
    che venne ad Ytalia da Troia, cioè d'una contrada che si chiama
    Troia, posta ne le parti dell'Asia vici(n)e all'Europa. Poi che 'l sup(er)bo
    Ylion fu co(m)busto
    , cioè poi ch(e) fu arsa la sua cità ne la quale elli era
    grande principe, cioè de la stirpe regale, la qual si chiamò Ylio(n).
    (Et) dice sup(er)bo, cioè nobile, p(er)ò che fu nobilissima cità; combusto, cioè
    arso, p(er)ò che Greci arseno la d(e)c(t)a cità p(er) vendetta del rap(imen)to d'Elena,
    che fu mollie del Re Menelao Re de' Lacedemoni di Grecia, tolta da
    Paride filliuol del Re Priamo Re d'Ylion di Troia. La storia è nota
    (et) p(erci)ò la lasso. Et p(er) questo si manifesta ch'elli era Virgilio, p(er)ò che V(irgili)o
    fu poeta che fece lo libro de la distructione di Troia (et) de l'avvenim(en)to
    d'Enea i(n) Italia, et p(er) questo Dante lo ricognosce. Questo Virgilio
    fu d'una cità di Lombardia ch(e)
    si chiama Mantova, filliuolo d'un
    citadino de la d(e)c(t)a cità che ebbe nome
    Virg(ili)o (et) d'una donna che ebbe nome
    Maia, natio d'una villa di Mantova
    che si chiama Pietola, s(econd)o che testifica
    Dante medesimo q(ui)ne ue dice: Ma q(uel)l'o(m)bra
    gentil, p(er) cui si noma Pietola più
    ch(e) villa mantovana (et) c(etera)
    . Et fu homo
    di grandissimo ingegno (et) valse più
    che niuno homo tra l'altri nell'arte d(e)
    la poesì, et p(er)ché li Mantovani funno
    spolliati de le loro possessioni da' Romani,
    p(er) lo difecto de le possessioni de' Cremonesi
    che non vastavano a la divisione,
    Virgilio fu spolliato de' suoi
    beni. Et p(er)ciò se ne venne ad Roma
    (et), acquistata la gr(ati)a di Mecenate ch(e)
    era grandissimo apo lo Imp(er)adore
    Augusto, venne in gratia de lo 'mperadore,
    (et) p(er) suo meço acquistò le suoe possessioni.
    Et ebbe p(re)vigione da lo 'mperado(r)e,
    et allora p(er) venire più i(n) gr(ati)a de lo 'mperadore,
    co(m)posto prima altri libri, compuose
    quello libro che sì chiama V(ir)g(ili)o,
    (et) altri lo chiama Eneida, p(er)ché q(ui)ne
    si tracta de la distruct(i)o(n)e di Troia et de
    l'avenimento d'Enea in Italia. Del quale
    Enea discese Iulio Ascanio, lo quale
    edificò Alba, et di lui disceseno Romulo
    (et) Remo edificatori di Roma,
    de' quali trasse origine Iulio Cesare
    primo Imp(er)adore, de la suore del quale
    nato era Octaviano Augusto, lo
    quale succedette a llui ne lo 'mperio,
    nel quale libro fu la 'nte(n)sione di Virg(ili)o
    di lodare Augusto de l'origine di suoi
    maggiori. Et p(er)ò (com)puose quello lib(r)o,
    lo quale piacque tanto ad Augusto
    che lassato Virgilio in test(ament)o che quello
    libro si dovesse ardere, p(er)ché non l'avea
    potuto limare (et) correggere, ina(n)ti
    volse che si rompesseno le leggi ch(e) coma(n)davano
    che l'ultima volontà del testatore
    si mettesse ad execuzione ch(e) 'l
    libro di sì grande poeta venisse me(n)o.
    Et così p(er) questo modo (et) questi segni
    dà ad intendere a Dante ch'elli era
    V(ir)g(ili)o, et è qui colore retorico che si
    chiama effictione, q(ua)n(do) p(er) certi segni si
    manifesta la p(er)sona. Et tucto ciòe ch'è
    dicto infine ad qui no(n) à bisogno d'alegoria,
    p(er)ò che ll'autore no(n) vuol dire altro
    che suoni 'l testo. Seguita poi
    la s(econd)a p(ar)te, cioè la risponsione della ruina
    di Dante, ue parla ancor Virgi(li)o
    dicendo, poi che à dicto di sé chi elli
    è. Ma tu, cioè Dante, p(er)ché ritorni ad tanta noia, quanto è la selva de
    la quale se' 'scito, che è descripta di sopra tanto malagevile, (et) de la
    quale à d(e)c(t)o di sopra tanto di male? P(er)ché no(n) sali 'l dilectoso mo(n)te lo
    quale avei incominciato a sallire, ch'è p(ri)ncipio (et) cagion di tutta
    gioia?
    Del monte s'intende esser principio (et) cagione di tutta
    gioia, et questo si de' intendere allegoricamente, imp(e)rò che, come
    dicto è di sopra, la selva sig(nif)ica la vita mondana vitiosa e 'l monte
    significa la vita virtuosa a la quale Dante si sforsava di mo(n)ta(r)e,
    'scito fuora de la vita vitiosa mondana, la quale è molto noiosa,
    (et) sì p(er) le malagevilesse che sono in essa, (et) sì p(er)ché mena altrui ad
    p(er)ditione, a la quale Dante finge che ritornava impedito da q(ue)lli
    tre vitii che dicti sono di sopra, (et) maximam(en)te dall'avaritia ch(e)
    'l fece tornare adrieto. Et p(er) tanto finge ch(e) V(ir)g(ili)o di ciò lo ri(m)prendesse,
    p(er)ché la ragione ch(e) è significata p(er) V(ir)g(ili)o lo rinprendea di ciò, (et) dicea:
    P(er)ché non sali il dilectoso monte? Veramente la vita virtuosa
    è piena di tutti li dilecti, (et) è alta (et) p(er)ò si finge mo(n)te, Ch(e) è princ(ipi)o (et) c(etera). Verame(n)te le v(ir)tù sono principio (et) cagione ch(e) l'homo ad l'ulti(m)o
    de la sua vita p(er)vegna al sommo bene, lo quale s'intende p(er) questo ch(e)
    dice tutta gioia, che significa p(er)fecta letitia, che no(n) è altro che 'l sommo
    bene. Seguita il texto. Or se' tu quel V(ir)g(ili)o (et) c(etera). In questi quattro
    t(er)narii lo n(ost)ro autore intende di maestrare principalmente du' cose, cioè
    prima come ricognove V(ir)g(ili)o, s(econd)o rende la cagione rispondendo a la rip(re)nsione
    di V(ir)g(ili)o dimandando lo suo aiuto, q(ui)ne: Vedi la bestia (et) c(etera). Dice p(ri)ma
    meravilliandosi (et) vergognandosi che ina(n)ti no(n) l'avea cognosciuto. Rispuosi
    a llui
    , cioè io Dante a V(ir)g(ili)o co(n) v(er)gognosa fronte, cioè co· la fronte calata,
    che significa v(er)gogna: q(ua)n(do) l'homo si v(er)gogna cala la fronte, imperò
    che alsare la fronte significa ardire, (et) calarla significa paura (et) v(er)gogna,

    [p. 5]
    non è altro che paura di vitup(er)atione. Or se' tu quel V(ir)g(ili)o (et) q(ue)lla fonte,
    che spandi di parlar sì largo fiume?
    Addima(n)da Dante meravigliandosi
    (et) v(er)gognandosi, come d(e)c(t)o è: Or se' tu quel Virgilio (et) quella fonte, che spandi sì
    largo fiume di parlar latino, p(er)ò che veram(en)te V(ir)g(ili)o si può dir fonte dell'
    eloque(n)tia latina, (et) l'op(er)e suoe (et) maximame(n)te, cioè l'Eneida si
    può ben dir fiume. Et poi che à mo(n)strato ch(e) lli abba ricognosciuto, faccendoli
    festa, dice pilliando la sua benivole(n)tia: O delli altri poeti hono(r)e
    (et) lume
    . Veram(en)te Virgilio si può dire honore delli autri poeti latini, p(er)ò ch(e)
    p(er) lui sono venuti in p(re)gio, (et) lume si può dire perché tutti àno p(re)so da lui
    nell'arte de la poesì. Valliami 'l lu(n)go studio il grande amore, che m'à facto
    cercar lo tuo volume
    . Q(ui), acquistando benivolentia da Virg(ili)o, lo p(re)ga ch(e) li sia
    in aiuto dicendo (et) p(re)gandolo ch(e) li vallia lo lu(n)go studio (et) lo grande amore,
    che lli à facto cercare lo suo volume, cioè l'Eneida, i(m)p(er)ò ch(e) q(ue)llo excede tutti
    li altri. Et p(er) questo dim(ost)ra Dante ch(e) lungo tempo studiasse i(n) essa (et) che
    grande amore portasse ad essa, (et) p(er)ch(é) dice valliami vuole p(re)garlo che lli
    sia i(n) aiuto, ma dicelo g(e)n(er)almente, di sotto lo dirà più specificatamente. Et
    adiu(n)ge: Tu se' lo mio maestro, e 'l mio autore.
    Anco i(n) q(ue)sto acq(ui)sta la sua b(e)nivolentia
    dicendo ch'elli è lo suo maestro e 'l suo auctore.
    Tra maestro (et) auto(r)e è q(ue)sta dif(feren)tia ch(e)
    maestro è colui ch(e) insegna, ma autore è
    colui che l'arte co· ll'opera dim(ost)ra, a ccui si dà
    fede ne la sua op(er)a; (et) p(er)ciò dice ch(e) Virg(ili)o no(n)
    solame(n)te li è maestro ché lli abbia i(n)segnato
    l'arte de la poesì, ma anco auto(r)e, cioè approvatore
    de la poesì co· lla sua op(er)a. Tu se' solo colui
    da chui io tolsi lo bello stile ch(e) m'à
    facto honore.
    Sopra q(ue)sta p(ar)te è da nota(r)e
    ch(e) stilo no(n) è altro ch(e) modo di dire, lo q(ua)le
    si distingue i(n) tre specie, cioè alto, meçano
    (et) i(n)fimo. Alto è u si tracta de le gran cose
    (et) gra(n)di p(er)sone, le parole sono alte, (et) lo
    modo del dire (et) le sen(ten)tie. Meçano è u si
    tracta de le cose (et) p(er)sone meçane, (et) le parole
    (et) lo modo del dire (et) le sententie teng(na)no
    la via del meço, che non sono alte
    né infime. Infimo è u si tracta de le cose
    (et) p(ersone) vili, (et) le parole (et) s(e)n(ten)tie sono vili, (et)
    similemente il modo del dire. Ma queste
    specie ànno sopra sé altre specie, imp(er)ò ch(e)
    ogni stilo o è poetico o è storiographo, et
    in ciascuno di questi sono suoi gradi, i(m)p(er)ò
    che poetici l'uno vantaggia l'altro (et) cusì
    de li storiografi, (et) i(n) ciascuno di questi gradi
    possano esser li dicti tre stili. (Et) anco è
    da notare che lo poetico stilo avansa lo
    storiografo, imp(er)rò che lo storiografo dice
    la verità nuda, unde solame(n)te dilecta
    o solamente admaestra, ma lo poetico
    sotto figure (et) fictioni (com)prende la verità,
    sì che insieme dilecta (et) admaestra.
    Et questo così facto stilo è bello, che se tenesse
    pur l'una p(ar)te non sarebbe bello
    univ(er)salmente ad tucti. Et p(er)ché Virgi(li)o
    in questo stilo poetico avansò tucti li poeti
    latini, et Dante in esso à seguitato
    lui, p(er)ò dice: Tu se' solo cului, da cui io tolsi,
    cioè io Dante da te solo, sì come dal
    so(m)mo de' poeti p(re)si, (et) non d'altrui, lo bello
    stilo
    , cioè poetico, ch(e) m'à facto honore,
    cioè ch(e) p(er) questo stilo p(re)so da te sono f(a)c(t)o
    poeta, la quale cosa è di grande honore;
    et questo si verifica (et) app(ro)va p(er) quello
    che si co(n)tiene nel quarto canto, come
    si vedrà q(ua)n(do) saremo ad esso. Et questa
    p(ar)te non à allegoria, p(er)ò che solamente
    inte(n)de dim(o)strare com'elli è stato seguitatore
    di Virg(ili)o ne la poesì. Seguita: Vedi la bestia, p(er) cui io mi volsi,
    cioè vedi la lupa che m'à f(a)c(t)o tornare adrieto, sì come d(e)c(t)o è di sopra (et)
    sposto moralm(en)te. (Et) p(er) q(ue)sto rispo(n)de a la dimanda di V(ir)g(ili)o f(a)c(t)a
    di sopra, q(ua)n(do) disse: Ma tu p(er)ché ritorni a ta(n)ta noia (et) c(etera)? Aiutami da le'. Q(ui) addimanda
    Dante lo suo aiuto a Virg(ili)o famoso (et) saggio. Q(ui) dim(ost)ra ch'elli sia tale
    che 'l possa aiutare, i(m)p(er)ò che dice ch'elli è famoso (et) saggio p(er)ché la fama è alcuna
    volta falsa, p(er)ò adiu(n)ge (et) saggio ad mo(n)strare che la sua fama sia vera.
    Ch'ella mi fa tremar le vene (et) polsi. Q(ui) dim(ost)ra q(uan)to di q(ue)lla lupa sia
    i(m)paurito, dicendo ch(e) li fa tremar le vene p(er) le quali discorre lo sangue, (et) li
    polsi che sono luoghi nel corpo humano ue si (com)p(re)hende la v(ir)tù del cuore
    ne la quale è lo spirito vitale, imp(er)ò che 'l cuore è fonte de lo spirito vitale
    sì come lo fegato è fonte del sangue, (et) q(ue)llo spa(n)de p(er) l'artarie p(er) tucto
    lo corpo hu(m)ano. (Et) p(er)ché l'artarie sono appiactate sotto le vene, p(er)ò no(n) si
    co(m)pre(n)de lo moto de lo spirito vitale se non i(n) quel luogo ch'elle sono scop(er)te,
    (et) q(ue)lli luoghi si chiamano polsi. Et i(m)p(er)ò ch(e) p(er) la paura si muove più
    velocem(en)te lo spirito vitale che è nel cuore, p(er) resistere ad quella, (et) fa movim(en)ti
    (et) battimenti più veloci i(n) tutto 'l corpo sì che 'l fa tremare tucto, (et)
    spetialme(n)te le vene (et) l'artarie, p(er) lo movime(n)to de le quale si muove
    tucto 'l corpo. Et p(er)ta(n)to l'autore fa me(n)tio(n)e di quelle (et) no(n) dell'autre p(ar)ti,
    p(er)ché sono principio de movimento. Et q(ue)sta p(ar)te à altra expositione
    che l(icte)rale, imp(er)ò che una cosa sarebbe che Dante dimandasse aiuto
    da Virg(ili)o che era morto già più di mille anni, ma p(er) Virgilio i(n)tese
    la ragione (et) vuole i(n)te(n)dere che la sensualità spaurita de la p(er)secutione
    de l'avaritia dima(n)da aiuto de la ragione. Seguita poi lo texto.
    Ad te (con)vien tener (et) c(etera). In q(ue)sti tre t(er)narii finge lo n(ost)ro autore che
    V(ir)g(ili)o, mosso p(er) lo suo p(rie)go, lo (con)sigliasse di quel ch'era bisogno al suo campam(en)to,
    dicendo: Ad te, Da(n)te, (con)vien tener altro viaggio, che q(ue)l che tu ài p(re)so,
    Rispuose Virg(ili)o, poi che llagrimar mi vide, cioè mosso a co(m)passione per le
    miee lagrime, Se vuoi campar d'esto loco selvaggio, nel qual tu se', et

    [p. 5]
    asegna la cagione come fa l'homo savio, le cui s(ente)n(t)ie sono semp(re) mosse
    da vera cagione, dicendo: Ché, cioè imp(er)ò ch(e), quella bestia, p(er) la qual tu
    gride
    , cioè la lupa, Non lassa altrui passar p(er) lla sua via, Ma tanto lo 'mpedisce,
    cioè colui che vi vuol passare, che ll'uccide nella via sua. Et
    dim(ost)ra q(uan)to sia p(er)iculosa q(ue)lla lupa discrivendo la sua n(atur)a (et) dicendo:
    Et à n(atur)a sì malvagia (et) ria, ch(e) mai no(n) impie la bramosa vollia,
    cioè no(n) satia, i(m)p(er)ò che q(uan)to più mangia più à fame. Et q(ue)sta è la
    'sposit(i)o(n)e l(icte)rale sotto la q(ua)le il n(ost)ro autore ebbe un bello intendim(en)to
    allegorico, cioè ch(e) Virg(ili)o, ch(e) significa la ragione da la quale Da(n)te cioè la sensualità,
    avea addimandato lo suo aiuto, lo co(n)silliasse che li co(n)venia
    ten(er)e altra via che q(ue)lla che avea p(re)sa, se volea ca(m)par de la selva, ch(e)
    sig(nifi)ca la vita mondana vitiosa, come d(i)c(t)o è di sopra. Sono molti
    che vissuti ne l'etadi de la pueritia (et) adolescentia sensualme(n)te ne'
    dilecti del mondo, cognoscendo tal vita esser non buona, volliano
    sensa meço nesuno da essa passare alla vita virtuosa, stando
    i(n) quelle medesme delicatesse del mo(n)do (et) i(n) q(ue)lle occupatio(n)i ch(e) p(rima),
    ma no(n) si può, imp(er)ò che da
    l'un lato l'impaccia la luxuria,
    dall'altro lato la sup(er)bia
    (et) (con) q(ue)ste l'avaritia, li quali
    tre vitii sono sig(nifica)ti p(er) li d(i)v(t)i
    tre a(n)i(m)ali, com'esposto è di sopra.
    (Et) p(er)ò la ragio(n)e co(n)sillia
    che si tegna altra via, cioè
    che la sensualità no(n) vada
    p(er) sé a le v(ir)tù, ch'ella no(n) vi potrebbe
    mai andare, ma seguiti
    la ragione et ella
    ve la guiderà; et del guidamento
    (et) de la via diremo
    di sotto, q(ua)n(do) veremo
    e si tracta di ciò. Et nota(n)temente
    dice che ll'avaritia
    no(n) lassa altrui passare
    p(er) lla sua via, a denota(r)e ch(e)
    la via de la sensualità è la
    sua via (et) che p(er) quella nessuno
    può passare alla vita
    virtuosa, ma stando in
    essa tanto sarebbe impedito
    da le' ch'(e)lla l'ucidrebbe,
    cioè o che veram(en)te morrebbe
    in quel p(e)cc(at)o, o ch(e) vi
    dive(n)trebbe ostinato, ch(e) è
    esser morto q(uan)to a Ddio. Et
    q(ue)sto si p(ro)va p(er) quello che seguita,
    ché l'avarizia mai
    non si satia come tucti li
    auto(r)i diceno et p(er) exp(er)ientia
    si vede, (et) p(er)ò è assimilliata
    al fuoco, che q(uan)to più legna
    vi metti tanto più arde
    et più ne consumma.
    Seguita poi lo texto (et).
    Molti sono li a(n)i(m)ali (et) c(etera).
    In questi quattro t(er)narii seguita
    la sua descriptione
    de la lupa et adiunge una
    p(ro)ph(et)ia dicendo: Molti
    sono li a(n)i(m)ali
    , cioè ragionevili
    ho(min)i intende, ch(é) delli altri
    non direbbe, (et) ben dice
    a(n)i(m)ali, ché chi è sottoposto
    a tal vitio no(n) merita d'esser
    chiamato h(om)o, ad cui
    s'amollia
    questa lupa sig(ni)ficante
    l'avaritia, cioè si
    (con)iu(n)ge sensa potersi dividere da loro, come la mollie ch(e) no(n) si può separare
    dal marito se no(n) p(er) morte, (et) così questo vitio, mentre che viveno,
    mai da loro no(n) si parte. Et più sera(n)no ancora. Q(ui) i(n)comi(n)cia l'autore
    pon(er)e la sua p(ro)ph(et)ia p(ro)ph(et)ando che anco sera(n)no più li ho(min)i, a li quali si co(n)iu(n)gerà
    i(n)separabilmente l'avaritia, infin che 'l veltro. Veltri sono una
    sp(eci)e di cani molto veloci in corso, (et) p(er) velocità avansano le fiere (et) pillialle
    (et) ucidele. Et così p(er) (con)venientia de la lettera, poiché àe finto l'avaritia
    lupa, colui che l'uciderà finge che sia veltro, cioè un cane velocissimo
    (et) p(er)ò adiu(n)ge: Verrà, che la farà morir con dollia, cioè la
    lupa ch(e) sig(nifi)ca l'avaritia, (et) q(ui) si può notare allegoricame(n)te ch(e) nessuno
    vitio muore ne l'a(n)i(m)a se non v'è lo dolore de la (con)trict(i)one, (et) p(er)ò finge
    che la farà morir (con) dollia. Et p(er) dare ad intend(er)e qual de' esser q(ue)llo
    veltro, descrive le suoi (con)ditioni dicendo: Q(ue)sti, cioè il veltro, n(on) ciberà,
    cioè i(n) cibo no(n) darà ad altrui t(er)ra né peltro. P(er) la terra i(n)tendesi cose
    terrene, cioè frutti terreni, p(er) lo peltro, che è una specie di metalli, i(n)tendesi
    li metalli tucti p(er) li quali s'intendeno le ricchesse. Ma sap(ient)ia amore
    (et) v(ir)tute
    i(n) suo cibo darà ad altrui. Tre cose specialm(en)te tocca, le quale sono
    bisognio a l'h(om)o p(er) rilevarlo da le tre i(n)comodità che cadde p(er) llo peccato
    del primo h(om)o, cioè sapientia p(er) rilevarlo da l'ignorantia, amore p(er) rilevarlo
    da l'indige(n)tia, v(ir)tù p(er) rilevarlo dal vitio, et così sopplerà lo difecto et
    ritornerà l'h(om)o a l'altessa de la sua dignità. Et sua nation, cioè di q(ue)l veltro,
    serà tra feltro (et) feltro. Feltro è panno (con)posto di lana co(m)pressa i(n)sieme
    (et) no(n) texuto co(n) fila, (et) p(er) questo intende lo cielo ch'(e) di m(ater)ia soda (et) intera,
    sì ch(e) sig(nifi)ca ch(e) q(ue)sto veltro nascerà tra cielo (et) cielo, cioè p(er) v(ir)tù de' corpi celesti. Et p(er)ò debbiamo (con)siderare che l'autore i(n)tese allegoricam(en)te p(er)
    q(ue)sto veltro una influentia de' corpi celesti, ch(e) in p(ro)cesso di t(em)po verrà
    s(econd)o 'l movime(n)to dei cieli, ch(é) tutto il mondo si dispo(r)rà ad sap(ient)ia, v(ir)tù (et) amo(r)e,
    (et) cesserà l'avaritia (et) ogni altro vitio. Et questo era noto a l'altore s(econd)o
    la ragione de l'astrologia, (et) in ciò si manifesta ch'elli fusse astrolago. (Et)

    [p. 5]
    questo può esser ma(n)ifesto a ogni grosso h(om)o con ciò sia cosa ch(e) spesso
    veggiamo correre a(n)ni ch(e) è guerra co(mun)em(en)te p(er) tutte p(ar)ti del mondo
    o i(n) de le più, (et) cusì pace; (et) questo è s(econd)o la volo(n)tà divina ch(e) fa adop(er)are
    alle cagioni s(e)c(ondo) q(ue)llo ch'(e)lla ordina (et) dispone, et p(er)ò finge l'autore ch(e)
    q(ue)sto dicesse Virg(ilio) che sig(nifi)ca la ragione hu(m)ana, i(m)p(er)ò che p(er) humana
    ragio(n)e q(ue)sto si può co(m)prendere, et no(n) è da cred(er)e che ll'autore dicesse
    q(ue)sto p(er) indivinam(en)to, i(m)p(er)ò ch(e) usansa è de' poeti di dire le cose, che de(n)no
    ve(n)ire in du' mo(d)i: l'uno sì è dire le cose state come se fusseno ad ve(n)ire,
    (et) ad q(ue)sto m(od)o paiono dire inansi le cose future, come apparirà nel p(ro)cesso
    di questo libro in più parti (et) mo(n)sterrollo q(ua)n(do) ad esse, l'altro m(od)o
    sì è p(er) n(atur)ale ragione come è hora qui, et come spesso fa(n)no l'astrologi.
    Adiunge poi li effecti che ne seguirranno dicendo: Di quel humile
    Ytalia fi' salute
    , lo sop(ra)d(i)c(t)o veltro, (et) dice specialmente d'Italia p(er)ch(é) l'Italia
    più è da(n)neggiata p(er) ll'avaritia dell'imp(er)adori (et) de' prelati de la
    chiesa che niuna altra p(ar)te del mondo, ch(é) se ll'avaritia no(n) li tenesse
    fuora d'Italia sarebbe hora l'Italia donna del mondo co(m)e già fu, ché
    ben che li Romani n'avesseno nome sì come signori dell'Italia non acq(ui)stavano
    sensa la forsa de li Italiani, ma co(n) tucta l'Italia andavano
    acq(ui)stando, facciendo di tucta
    l'Italia come una loro
    cità, come appare ad
    chi legge li auctori. Et questo
    si verifica p(er) uno dicto
    de l'autore medesmo, ch(e) è
    ne la s(econd)a cantica nel canto
    sexto q(ua)n(do) dice: O Alberto Tedesco
    (et) c(etera)
    , et adiu(n)ge ch'avete
    tu (et) 'l tu' padre sofferto
    p(er) cupidessa di costà dist(r)etti
    che 'l giardin dell'Italia sia
    diserto (et) c(etera)
    . Et p(er)ò dice ch(e)
    specialm(en)te fi' salute dell'Italia,
    ma dice humile et
    q(ue)sto si può intendere i(n) du'
    modi, cioè sup(er)ba (et) po(n)si
    q(ue)sta paraula humile p(er)
    llo (con)trario, come usansa
    è delli autori, p(er)ò ch(e) be(n) si
    può dire sup(er)ba, ch(e) tucto 'l
    mondo volse signoreggiare;
    l'altro m(od)o si può sponere
    diventata ho(r)a humile
    p(er) ll'avaritia de' suoi
    r(e)c(t)ori temporali (et) sp(irit)uali
    che l'ànno abbandonata,
    et ella à p(er)duto la sig(n)oria
    del mondo. Adiu(n)ge alqua(n)te
    hystorie dicendo:
    P(er) cui, cioè p(er) lla quale Ytalia,
    morì la Vergine Camilla.
    Qui è da notare la storia
    la qual breveme(n)te è
    questa. Metabo, re de' Volsci,
    che fu(ro)no p(o)p(o)li p(re)sso ad Roma
    in quelle co(n)trade u è
    hora Alagnia, fu cacciato
    del regno (et) de la città ne la
    quale dimorava, che si
    chiamava P(ri)verno p(er) invidia
    da' suoi, (et) fugge(n)do
    p(er)vene ad uno fiume chiamato
    Amaseno co(n) una
    sua figliuola i(n) collo, piccula
    che ancora si lactava, la quale chiamò Camilla p(er) llo nome
    de la madre che ebbe nome Casmilla toltane q(ue)sta lettera S, (et) trova(n)do
    'l fiume grosso no(n) potendolo passare co· la fanciulla, p(er)seguitato
    da' nimici, legolla a lo spiedo che portava i(n) mano, i(n)volta in bucchie
    di suvero (et) lanciò lo spiedo di là dal fiume (et) ficcossi ne la ripa; (et) elli
    possa si misse nel fiume (et) passato di là riprese lo spiedo (et) la fanciulla,
    (et) stando ne le selve l'alevò co· llatte de le fiere. Et p(er)ché q(ua)n(do) la lanciò
    sopra 'l fiume la vuotò a Diana dia de la castità, advessola a ccacciare
    (et) prend(er)e de le fiere salvatiche co· le saette (et) co· ll'arco, com'era usa(n)sa
    di Diana (et) di quelle che seguitava(n)o le' ma(n)tenendo semp(re) v(er)ginità.
    Et poi ch'(e)lla fu cresciuta, morto il padre, ritornò nel suo reame,
    et essendo reina dei Volsci, q(ua)n(do) lo re Enea troiano ve(n)ne i(n) Italia coi
    Troiani (et) fece pare(n)tado col re Latino, re di Laure(n)to, pilliando la sua
    filliuola chiamata Lavinia p(er) mollie, dal nome de la q(ua)le Enea,
    accrescendo la cità Laure(n)to chiamò poi Lavino, fu con Turno re de' Rutuli
    (con)tra lo d(i)c(t)o Enea. Et di po' molte battallie la d(i)c(t)a Camilla fu
    morta presso ad Laure(n)to da uno Troiano che ebbe nome Aru(n)te, et
    possa lo d(i)c(t)o Turno re de' Rutuli che i(n) co(m)pagna fu morto ancora dal d(i)c(t)o
    re Enea, vene(n)do ad singulare battallia p(er)ch'elli voleva la d(i)c(t)a Lavina
    p(er) mollie, ch(e) lli era stata p(ro)missa da la reina Amata, mollie d(e)l
    d(i)c(t)o re Latino, ch'(e)ra madre de la d(i)c(t)a Lavina (et) pare(n)te del d(i)c(t)o re Turno,
    s(econd)o ch(e) dice V(ir)g(ilio), (et) p(er)ò seguita: Eurial, Turno (et) Niso di ferute. La storia
    di Turno è nota p(er) quello ch'è d(i)c(t)o, (et) Virg(ili)o molto bene ne tracta
    ne la sua Eneida. Resta hora ad dire di Niso (et) Eurialo li q(ua)li, s(econd)o V(ir)g(ilio),
    fu(n)no Troiani, (et) vene(n)do co(n) Enea di Troia. Et posto da Enea la cità
    nel ca(m)po Laurento, che la chiamò Troia dal nome della co(n)trada
    un(de) era venuto, sente(n)do lo movim(en)to della guerra ch(e) apparecchiava
    Turno di farli, del quale d(i)c(t)o è di sopra, p(er) la cagione sop(ra)d(i)c(t)a,
    andò al re Evandro ch(e) signoreggiava u è hora Roma, p(er) dimandarli
    aiuto p(er) fidansa di anticha amistà, (et) avuto aiuto da lui (et) anco
    (con)sillio che venisse in Toscana che venisse ad dimandare aiuto (con)t(ro)
    Turno, p(er)ch(é) lli Toscani erano suoi nimici, p(er)ché ratteneva (et) favoreggiava
    lo loro re Meçentio, cacciato da loro p(er) lla sua crudeltà, ve(n)ne in

    [p. 6]
    Toscana et in quel meço Turno assalitte la sua cità (et) puosevi l'oste, (et)
    co(m)battella aspram(en)te. Intanto che Troiani, dubitando di pot(er)e sosten(er)e,
    delibero(n)no di ma(n)dar p(er) Enea loro re, lo quale era ito i(n) Toscana p(er) acquistare
    aiuto, et no(n) trovandosi così prestam(en)te chi andasse p(er) lui, imp(er)ò ch(e)
    l'andata era dubbiosa p(er)ché la cità era assediata, du' giovanetti nobili
    di g(e)n(er)atio(n)e li q(ua)li erano gra(n)dissimi co(m)pagni, i(n)tanto che sono co(n)tati
    p(er) uno paio d'amici tra forse quattro paia che ne conta Tullio nel
    libbro de l'Amicitia, cioè Niso (et) Eurialo, de' quali Eurialo era più garsone,
    stando una nocte alla guardia de la porta si delibero(n)no insieme
    d'essere q(ue)lli che vadano p(er) Enea, sp(er)ando di potere passare p(er) llo ca(m)po si
    vedeano spenti li fuochi, ch'era segno che mala guardia si facesse nel
    ca(m)po; et cusì se ne vanno ai maggiori (et) p(ro)fertosi d'andare, avuta la
    lice(n)tia vano fuora (et) passano p(er) lo campo faccendo grande uccisio(n)e
    di q(ue)lli che dormiano, ma scontrati poi che fu(n)no fuor del campo da
    uno caporale di ce(n)to cavalieri, ch'avea nome Volcente che ve(n)ia
    nel campo, fu(n)no morti amburo, et p(er)ò dice l'autore che la v(er)gine
    Camilla, Eurialo, Niso (et) Turno moritteno p(er) averla, et adiu(n)ge
    alla p(ro)ph(et)ia: Questi, cioè il veltro dicto
    di sopra, la caccerà p(er) ogni villa, cioè p(er) ogni
    cità del mondo la d(i)c(t)a lupa, ch(e) sig(nifi)ca l'avaritia
    come d(i)c(t)o è. Finché l'avrà rimessa nello
    'nferno, là onde i(n)vidia p(ri)ma dipartilla
    .
    P(er) l'i(n)vidia del diaule i(n)trò la morte ne la ritondità
    de le terre, dice la S(an)c(t)a Scriptura, (et)
    p(er) la morte s'intende og(ni) p(e)cc(at)o mortale ch(e)
    è cagione di morte temporale (et) eterna,
    se l'homo non se ne pente inansi che muoia.
    Seguita poi lo terxto (et) cetera.
    Ond'io p(er) llo tu' me' (et) c(etera). In questi sei ternarii,
    possa che Dante à monstrato la profetia
    che lli disse Virgilio, dimostra lo co(n)sillio
    che Virgilio p(re)se al suo campame(n)to
    (et) la deliberatio(n)e d(ice)ndo: Ond'io, cioè und'io
    V(ir)g(ili)o, poi che quella bestia non ti lassa a(n)dare
    p(er) la sua via, p(er) lo tu' me', cioè melio,
    pens'et discerno, prima è lo pensare, poi
    lo deliberare, che tu, Dante, mi segui, et io,
    cioè Virgilio, serò tua guida. Et p(er) q(ue)sto
    si de' intendere moralm(en)te ch(e) vedendo la
    ragione di non poter salire al mo(n)te de le
    v(ir)tù p(er) la via de' dilecti del mondo p(er)ché
    vi sono li vitii che 'npedisceno, pensa (et)
    d(e)libera che la sensualità la seguiti et
    trarralla de la selva, cioè de la vita vitiosa,
    et p(er)ò seguita: Et trarotti di q(ui) p(er) luogo
    et(er)no
    , cioè p(er) luogo che non de' mai aver
    fine ti menerò, cioè p(er) lo 'nferno, et q(ue)sto
    menare serà i(n)tellectualm(en)te, p(er)ò che no(n)
    si de' credere che Dante andasse ne lo 'nferno
    se no(n) col pensieri guidato da la
    ragione humana; et questo è uno m(odo)
    di tirarsi fuor de' p(e)cc(at)i, cioè (con)siderar la pena
    ch'è dovuta all'anima nell'altra vita
    p(er) llo p(e)cc(at)o. Et p(er)ò segue: Ov'udirai le disperate
    strida
    , cioè le strida di coloro ch(e)
    sono sensa sp(er)ansa di fin(ir)e le loro pene,
    di quelli antichi spiriti dolenti, ben sono
    antichi, ché infine dal principio del mo(n)do
    ve n'à, et dice spiriti inp(er)ò che usa(n)sa
    è de' poeti chiamare l'anima ombra,
    spirito, vita (et) simili vocaboli. Che la s(econd)a
    morte ciascun grida
    , cioè chiama.
    Qui si dubita q(ue)l che l'autore intendesse p(er) la siconda morte, et qua(n)to
    a me pare che 'ntendesse della da(n)nat(i)o(n)e ultima che serà al iudicio, i(m)p(er)ò
    che p(er) invidia vorrebben già ch'ella fusse p(er) aver più co(m)pagni, p(er)ò che lla
    p(ri)ma morte è la da(n)nat(i)o(n)e prima q(ua)n(do) l'anima p(ar)tita dal corpo è da(n)nata
    a le pene de lo 'nferno p(er) li suoi p(e)cc(at)i. La s(econd)a è q(ua)n(do) al iudicio risucitati
    sera(n)no da(n)nati ultimame(n)te l'anima col corpo insieme, et q(ue)sto ciascun
    grida p(er)ch(é) ciascuno vorrebbe come disperato che già fusse l'ulti(m)a
    da(n)natione, (et) p(ro)metteli anco di mo(n)strare non solame(n)te la pena eterna
    dovuta al p(e)cc(at)o, ma etiandio la temporale, cioè quella del Purgatorio
    che è a tempo, p(er)ché q(ua)n(do) che sia la fine aspecta, et p(er)ò dice: Et vederai color
    che son co(n)tenti nel fuoco
    , cioè del Purgatorio p(er)ché speran di venire,
    q(ua)n(do) che sia, tra lle beate genti
    , cioè nel Paradiso, et questa cusì
    f(a)c(t)a (con)sideratio(n)e anco è un altro m(od)o da trar l'h(om)o dal p(e)cc(at)o, cioè la considerat(i)o(n)e
    de la pena t(em)p(o)rale. Adiunge poi: alle q(ua)li, cioè alle beate ge(n)ti
    del Paradiso, poi se tu vorrai sallire, notam(en)te dice sallire, p(er)ò che
    montare è andare da la considerat(i)o(n)e de la pena (con)venie(n)te al p(e)cc(at)o
    al p(re)mio debito alla v(ir)tù. Et q(ue)sti tre gradi di co(n)siderat(i)o(n)e fanno partir
    l'omo dal p(e)cc(at)o (et) ve(n)ire a la v(ir)tù, imp(er)ò p(er) lo primo, cioè p(er) la (con)sideratione
    della pena eterna, l'h(om)o si cessa dal p(e)cc(at)o. Et p(er) lo s(econd)o, cioè p(er) la (con)siderat(i)o(n)e
    de la pena te(m)porale del Purgatorio, l'homo entra ne la vita de la
    penitentia (et) exercitasi ne le virtù purgatorie. Et p(er) lo t(ert)io, cioè p(er) la
    (con)sideratione del premio et(er)no, l'homo s'inalsa alle virtù (con)templati(v)e
    ch(e) le chiama il ph(ilosoph)o v(ir)tù de l'animo purgato, et p(er) q(ue)sto m(od)o ritorna
    l'homo nella via diricta che mena alla gloria di vita et(er)na, ch'è la n(ost)ra
    patria (et) la n(ost)ra casa, (et) esce fuori de la selva, cioè de la vita vitiosa, ne la
    quale s'era smarrito, et p(er) mo(n)strare q(ue)sto lo n(ost)ro autore àe f(a)c(t)o q(ue)sta
    bella fict(i)o(n)e. Seguita poi: Anima fi' acciò di me più degna, cioè ad menarti
    al Paradiso fi' anima più degna di me V(ir)g(ili)o, (et) q(ue)sta fi' l(icte)ralm(en)te
    come appare nel p(ro)cesso ne la sego(n)da cantica, cioè Beatrice. Et
    allegoricam(en)te intende ch(e) la ragione humana sig(nifi)cata p(er) V(ir)gilio,
    no(n) vasterà ad mo(n)strarli la gloria de' beati, ma Beatrice che sig(nifi)ca la
    s(an)c(t)a Theologia, p(er)ò ch'ella c'insegna ad tener p(er) fede quel che la ragio(n)e
    humana non può co(m)p(re)nd(er)e. Et adiunge: Co· llei ti lasserò nel mio

    [p. 6]
    partire, cioè co(n) q(ue)lla a(n)i(m)a q(uando) sì io mi p(ar)tirò da te. Et adsegna la
    cagione
    p(er)ché d(ice)ndo: imp(er)ò che q(ue)llo imp(er)rador che llassù regna, cioè Ddio, p(er)ch'io,
    Virg(ilio) fui ribellante alla sua leggie
    , imp(er)ò che V(ir)g(ili)o no(n) (cristi)ano
    sì che fu ribello a la legge eva(n)gelica, no(n) vuol che 'n sua cità p(er) me si
    vegna
    , cioè i(n) P(ar)adiso; et adiu(n)ge in che modo Dio è in ogni luogo (et) i(n)
    cielo, dicendo:In tutte p(ar)te impera, cioè signoreggia, i(m)p(er)ò che Idio è i(n) og(n)i
    luogo p(er) op(er)atio(n)e (et) potentia, et quivi, cioè i(n) cielo,regge, imp(er)ò che di
    q(ui)nde p(ro)duce effetti, cioè dal cielo de' quali elli è prima cagione
    (et) quelli effecti sono possa cagione s(econd)a delli altri eff(e)c(t)i producti di q(ui)nde,
    (et) q(ue)lli possa delli altri, (et) cusì è posto ordine nell'univ(er)so che tucto è p(ro)ducto,
    r(e)c(t)o, oservato dalla prima cagione, cioè Iddio lo quale è i(n) cielo, p(er) eccelle(n)tia,
    (et) p(er)ò ben dice che i(n) cielo regge. Adiu(n)ge: Iv'è la sua cità (et) l'alto
    seggio
    , cioè sedia di Dio. O felice colui ched e' vi elegge. Qui pone l'autore
    che Virg(ili)o facesse q(ue)sta exclamat(i)o(n)e, che è colore rethorico p(er) amplificare
    (et) accresc(er)e la cosa di che parla d(ice)ndo: O felice colui, con admiratione
    lo dice felice ched e' vi elegge, cioè che esso Iddio ve elegge ad
    quella cità per citadino, (et) qui non è altra expositione che l(icte)rale.
    Seguita poi. Et io a llui poeta (et) c(etera). In q(ue)sti du' t(er)narii lo n(ost)ro autore
    mo(n)stra come si co(m)mette a Virgilio sco(n)iurandolo che lli faccia quello
    che lli à p(ro)messo d(ice)ndo: (Et) io, cioè Dante dissi, s'intende che non è nel texto,
    a llui, cioè a Virg(ili)o, poeta, io ti richeggio p(er) q(ue)llo
    Iddio, che tu non cognoscesti
    , cioè p(er) lo vero
    Dio, acciò ch'io, cioè Dante, fugga q(u)esto
    male
    , cioè q(ue)sta ruina che mi facea fare
    la lupa ripingendomi adrieto ne la selva,
    et peggio q(ue)sto inte(n)d(er)e si de' de la dannatione
    de l'anima dipo' la morte, imp(er)ò che male
    è viver vitiosam(en)te (et) peggio è morire
    in tale stato p(er)ò che si va ad da(n)natio(n)e.
    Che tu mi meni, cioè tu Virgilio meni
    me Dante, là dov'or dicesti, cioè p(er) lo '(n)ferno
    (et) p(er) lo Purgatorio, sì ch'io vegga la
    porta di san Pietro
    . P(er) questo intende
    lo Purgatorio, del quale Purgatorio
    sa(n) Piero che fu primo papa, (et) p(er) lui s'inte(n)de
    ogni papa tiene le chiave de la porta,
    imp(er)ò che coloro che sono absoluti
    da' sacerdoti da la colpa, p(er) l'autorità ch(e)
    ànno dal papa, va(n)no in Purgatorio a
    patire pena de' lor p(e)cc(at)i (et) a purgarsi p(er) la
    pena, (et) se no(n) fusseno absoluti andrebbeno
    allo 'nferno. Può ancora lo papa
    absolv(er)e dal colpa (et) da pena, (et) questo
    è gr(ati)a sp(eci)ale (et) non lo fa lo papa se no(n)
    ad chi li piace, ma l'absolut(i)o(n)e da colpa
    a niuno che la dimanda si nega, et p(er)ò
    dice che la porta del Purgatorio è di
    sam Pietro, et seguita: Et color che tu
    fai cotanto mesti
    , cioè tristi, quelli dello
    'nferno, (et) transpone l'autore qui i(m)p(er)ò
    che prima vidde lo 'nferno che 'l Purgatorio,
    (et) qui non è altra expo(s)itione che l(icte)rale.
    Seguita poi. Allor si mosse (et) io li
    te(n)ni dietro
    . In q(ue)sto ultimo v(er)setto pone
    l'ultima p(ar)te de la l(e)c(ti)one, cioè come Virgilio
    incominciò il suo camino d(ice)ndo:
    Allor, cioè i(n) que l'hora, si mosse, cioè Virg(ili)o,
    et io, cioè Dante, li tenni dietro, come fa
    colui che è guidato che seguita la guida.
    Et p(er) questo allegoricamente dim(ost)ra come la ragione sig(nifi)cata
    p(er) Virg(ili)o incominciò l'op(er)a, (et) Dante, che significa la sensualità, seguitò
    la ragione lassandosi guidare a llei. (Et) qui finisce lo primo canto.


    2.

    2.1. Inf. II (testo) Canto secondo d'Inferno


    [p. 6]
    Lo giorno se n'a(n)dava, (et) l'aiere bruno

    tollieva li animali che sono i(n) terra,

    da le fatiche loro; (et) io sol uno

    m'aparecchiava a sostene(r) la guerra,

    5sì del camino (et) sì de la pietate,

    che ritrarrà la mente che no(n) erra.

    O Muse, o alto ingegnio, ora m'aitate;

    o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,

    qui si parrà la tua nobilitate.

    10
    [p. 6]
    Io cominciai: "Poeta che mi guidi,

    guarda la mia v(ir)tù s'ell'è possente,

    prima che all'alto passo tu mi fidi.

    Tu dici che di Silvio il parente,

    corruttibile ancora, ad inmortale

    15secul andò, (et) fu sensibilmente.

    P(er)ò se l'aversario d'ogni male

    cortese i' fu, pensando l'alto effecto

    c'uscir dovea di lui, e 'l chi, e 'l quale,

    non pare i(n)degno ad homo d'intell(e)c(t)o;

    20ch'e' fu dell'alma Roma (et) di su' i(m)pero,

    ne l'empireo ciel per padre electo:

    La quale e 'l qual, a voler dir lo vero,

    fu stabilita p(er) lo loco sancto,

    u' siede il Successor del maggior Piero.

    25Per questa andata, unde li dai tu va(n)to,

    intese cose che furon cagione

    di sua victoria, (et) del papale ama(n)to.

    Andòvi poi lo Vas d'electione,

    p(er) recarne conforto ad quella fede

    30ch'è principio alla via di salvatio(n)e.

    Ma io, p(er)ché venirvi, o chi 'l concede?

    Io non Enea, io no(n) Paulo sono;

    me degno a cciò né io, né altri 'l crede.

    Perché, se del venirvi io m'abbandono,

    35temo che lla venuta non sia folle.

    Se' savio, intendi mei, ch'io no(n) ragiono".


    [p. 7]
    Et quale è q(ue)i che disvuol ciò che volle,

    et per nuovo pensier cangia p(ro)posta,

    sì che dal cominciar tucto si tolle,

    40tal mi fec' io in quell'oscura costa,

    c'a cciò, pensando, consummai la 'mpresa

    che fu nel cominciar cotanto tosta.

    "Se i' ò ben la tua parola intesa",

    rispuose del magnanimo quell'o(m)bra,

    45"l'anima tua è da viltà offesa,

    la qual molte fiate l'h(om)o ingo(m)bra,

    et d'honorata impresa lo rivolve,

    come falso veder bestia, qua(n)d'ombra.

    Di questa tema acciò che tu ti solve,

    50dirocti p(er)ch'io (et) quel ch'io intesi

    nel primo puncto che di te mi dolve.

    I' era tra color che son sospesi,

    et donna mi chiamò beata (et) bella,

    tal che di comandar io la richiesi.

    55Lucevan li occhi suoi più che la stella;

    et incominciomi a ddir soave (et) piana,

    con angelica voce, in sua favella:


    [p. 7]
    'O anima cortese mantovana,

    di cui la fama ancor nel mondo dura,

    60et durerà quanto 'l mondo lontana,

    l'amico mio, ma non de la ventura

    ne la diserta piaggia è i(m)pedito

    sì nel camin, ch'è volto p(er) paura;

    et temo che non sia già sì smarrito,

    65ch'io mi sia tardi al soccorso levata,

    per quel ch'i' ò di lui nel ciel udito.

    Or muovi, et coà la tua parola ornata

    e con ciò ch'è mestieri al suo ca(m)pare,

    l'aiuta sì ch'io ne sia consulata.

    70Io son Beatrice, che ti faccio andare;

    vegno dal loco ove tornar disio;

    Amor mi mosse, che mi fa parlare.

    Quando serò dinansi al Signor mio,

    di te mi loderò sovente a llui.'

    75Tacette allora (et) poi cominciai io:

    'O Donna di vertù sola, per cui

    l'humana specie eccede ogni co(n)tento

    da quel ciel, ch'à minor li cerchi sui,

    tanto m'agrada il tuo comandamento

    80che l'ubbidir, se già fusse, m'è tardi;

    più non t'è uopo aprirmi 'l tuo talento.

    Ma di(m)mi la cagion che non ti guardi

    de lo scender qua giù in questo cent(r)o,

    dall'ampio loco, dove tornar tu ardi'.

    85'Da che tu vuoi saper cotanto a dentro,

    dirott'el brevemente', mi rispuose,

    'p(er)ch' io no(n) temo di venir qua entro.

    Temer si de' di tutte quelle cose,

    ch'à(n)no potentia di far altrui male;

    90dell'altre no, ché non son paurose.

    Io son f(a)c(t)a da Dio, sua mercé, tale,

    che lla vostra miseria no(n) mi tange,

    né fiamma d'esto incendio no(n) m'assale.


    [p. 8]
    Donn' è gentil nel ciel che si (com)piange

    95di questo impedimento, ov'io ti mando,

    sì che duro iudicio lassù frange.

    Questa chierse Lucia nel suo dimando,

    et disse: Or à bisognio il tuo fedele

    di te, (et) io a tte lo raccomando.

    100Lucia, nimica di ciascun crudele,

    si mosse, (et) venne a luogo dov'io era,

    che mi sedea co(n) l'anticha Rachele.

    Disse Beatrice, loda di Dio vera,

    ché no(n) soccorri quel che t'amò tanto,

    105c'uscì p(er) te de la volgare schiera?

    Non odi tu la pieta del suo pianto,

    non vedi tu la morte, che 'l combatte

    sulla fiumana, dove 'l mar no(n) à va(n)to?

    Al mondo non fur mai p(er)sone ratte

    110a far lor pro (et) a ffuggir lor danno,

    com'io, dipo' cotai parole facte,

    venni qua giù del mio beato sca(n)no,

    fidandomi del tuo parlare honesto,

    ch'onora te (et) quei c'udito l'ànno'.

    115
    [p. 8]
    Possa che m'ebbe ragionato questo,

    li occhi lucenti lagrimando mosse:

    p(er) che mi fece del venir più presto.

    Et venni ad te così com'ella volse:

    dinansi ad quella fiera ti levai,

    120che del bel monte il corta andar ti tolse.

    Dunq(ue): che è? P(er)ché, perché restai?

    P(er)ché tanta viltà nel cuore allettete?

    P(er)ché ardir (et) francessa non ài?

    Possa che tai tre Donne benedette

    125curan di te ne la corte del Cielo,

    e 'l mio parlar tanto ben ti promette?"

    Quali fioretti del notturno gielo

    chinati (et) chiusi, poi che 'l sol li 'mbiancha,

    si drissan tutti ap(er)ti in loro stelo;

    130tal mi fec' io di mia virtute stanca,

    et tanto buon ardir al cor mi corse,

    ch'io conminciai, come p(er)sona franca:

    "O pietosa colei che mi soccorse!

    Et tu cortese, ch'ubidisti tosto

    135a le vere parole che ti porse!

    Tu m'ài con desiderio il cuor disposto

    sì al venir, coà le parole tuoe,

    ch'io son tornato nel primo p(ro)posto.

    Or va, ch'un sol voler è d'ambendue:

    140tu duca, tu signor (et) tu maestro".

    Così li dissi; (et) poi che mosse fue,

    entrai p(er) llo camin alto (et) silvestro.


    2.2. Inf. II (commento)


    [p. 9]

    Lo giorno se n'andava (et) c(etera). In questo s(econd)o canto lo n(ost)ro autore po(n)e
    la invocat(i)o(n)e sua (con)veniente ad q(ue)sta op(er)a et lo co(m)battim(en)to che
    ebbe di seguire o no, poi che ebbe incominciato, et du' cose fa
    pri(n)cipalm(en)te: p(er)ò che p(ri)ma pone quel che d(i)c(t)o è; ne la s(econd)a dichiara alcun(o)
    dubio (et) pone la sua ultima deliberatione quine: O do(n)na di vertù
    sola, p(er) cui
    (et) c(etera). Questa prima, che è de la prima l(e)c(ti)one, àe cinq(ue) p(ar)ti: però
    che prima l'autore discrive 'l tempo (et) pone la sua invocat(i)o(n)e, ne la s(econd)a
    si mostra dubbioso d'incominciare, quine: Io i(n)cominciai (et) c(etera). Ne la 3
    pone una similitudine, q(ui)ne: (et) q(ua)le; ne la quarta si pone la risposta
    di Virgilio (con)fortativa, q(ui)ne: Se io ò ben la tua parola (et) c(etera); ne la q(ui)nta
    recita la diceria ch'elli fece ch'il mosse, q(ui)ne: O anima cortese (et) c(etera). Dice adunque
    così la s(ente)nsa l(itte)rale: Quando Virgilio si mosse (et) io lo incomi(n)ciai ad seguire,
    lo giorno se n'andava, (et) l'aiere bruno, p(er)ché si faceva sera,
    tollieva li a(n)i(m)ali che sono in terra da le fatiche loro (et) io uno solo
    m'apparecchiava a sostenere lo co(m)battim(en)to sì del camino (et) sì de
    la pietade che scriverà la me(n)te che non erra. Et adiu(n)ge la invocatione,
    d(ice)ndo: O Muse, o alto ingegno, ora m'aitate: O mente che
    scrivesti ciò ch'io viddi, Qui si parra' la tua nobilitate
    (et) f(a)c(t)a la i(n)vocat(i)o(n)e
    pone la dubitansa che li sop(ra)venne, d(ice)ndo: Io incominciai: Poeta,
    che mi guidi, guarda la mia virtù, s'ell' è possente, prima che tu
    mi fidi ad alto passo. Tu dici, che 'l padre di Silvio, cioè Enea, a(n)cora
    homo corruptibile andò al se(cu)lo i(m)mortale corporalm(en)te; cioè a lo 'nferno;
    p(er)ò se l'aversario d'ogni male, cioè Dio, fu cortese a llui pe(n)sando
    l'alto effecto che dovea 'scire di lui, non par cosa non degna ad
    h(om)o d'intell(e)c(t)o; però ch'elli fu electo, nello empireo ciel, padre de la s(an)c(t)a
    Roma (et) del suo imperio; la qual Roma, volendo dire la v(er)ità, fu fermata
    nel quale i(m)p(er)io, acciò che quine fusse la sedia de la s(an)c(t)a Chiesa ue siede
    lo successor del maggior Piero, cioè Piero apostolo che fu primo
    Papa (et) tutti li altri sono stati suoi successori. Et p(er) q(ue)sta andata
    p(er) la quale tu lo lodi, intese cose che furono cagione di sua victoria
    (et) del papale adma(n)to, cioè che poi in Roma poi fusse la sedia del Papa.
    Et no(n) solam(en)te v'andò Enea; ma ancora v'andò poi lo Vagello
    d'elect(i)o(n)e, cioè sancto Paulo, p(er) recarne (con)forto ad q(ue)lla fede ch'è pri(n)cipio
    a la via di salvat(i)o(n)e, cioè alla fede (crist)iana che è principio de

    [p. 6]
    la salute humana. Ma io Da(n)te p(er)ché venirvi, cioè ad che fine o
    chi 'l concede ad me? Io non sono Enea, io no(n) sono Paulo, né degnio
    a cciò né io il credo, né altri lo crede; p(er) la qual cosa se io mi d(i)libero
    di venire, temo che la mia venuta sia stolta. Tu se' savio,
    Virgilio, tu intendi mellio ch'io no(n) parlo; et adiu(n)ge la similitudine
    che tale fu elli, qual è colui che disvuol quel ch'à volsuto (et)
    per nuovo pensieri muta p(ro)ponimento, sì che al tucto si cessa dallo
    incomi(n)ciare: (et) pur che in pensar q(ue)sto consumò la 'mpresa che fu sì sollicita
    a incomi(n)ciare. Et allora rispuose Virgilio: Se io ò ben
    i(n)tesa la tua parola, la tua anima è offesa da viltà che molte
    volte i(m)paccia l'omo (et) rivolgelo da '(m)presa d'honore, come lo falso
    vedere la bestia q(ua)n(d)'ombra, et acciò che tu ti liberi da questa
    paura, dirotti p(er)ch'io venni ad te (et) q(ue)l ch'io i(n)tesi nel primo pucto
    che mi dolse di te. Io Virg(ilio) era tra loro che sono sospesi da le
    pene, cioè nel Limbo, et una donna beata (et) bella mi chiamò,
    sì ch'io la richiesi che mi mandasse. Li occhi suoi lucevano più che lla
    stella, (et) ella incominciò a ddir pianame(n)te in suo parlare, con angelica
    voce: O anima cortese Mantovana, la fama di cui ancora dura
    nel mo(n)do (et) durerà lunga qua(n)to 'l mo(n)do, l'amico mio ma no(n) amico di
    ventura, cioè Dante, è ... sì nella dis(er)ta piaggie, nel camino,
    ch'(e)lli è volto adrieto p(er) paura,
    et temo ch(e) no(n) sia già
    sì ismarrito, ch'io mi sia ta(r)di
    levata al soccorso suo
    p(er) q(ue)l ch'i' ò udito di lui nel
    cielo; et p(er)ò ti muove (et) coà lle
    tuoe ornate p(ar)ole, (et) con ciò
    che è bisogno al suo ca(m)pare,
    l'aiuta sì, ch'io ne sia
    consulata. Io che ti faccio
    andare, so(n) Beatrice (et) veg(no)
    di paradiso ue desidero di
    tornare: amor m'à mosso
    che mi fa parlare. Et
    q(ua)ndo serò dinansi al mio
    Signore, spesso mi loderò
    a llui di te. Et dicto tacette
    Beatrice, (et) io V(ir)g(ilio) parlai.
    Et qui finisce la s(ente)n(t)ia l(itte)rale
    de la prima l(e)c(ti)one. Ora
    è da vedere lo texto coll'espositione
    allegorich(e) o
    vero morali (et) cetera.
    Lo giorno se n'andava
    (et) c(etera). In questi tre t(er)narii lo
    n(ost)ro autore prima discrive
    'l te(m)po (et) possa pone la i(n)vocat(i)o(n)e
    brevissima, d(ice)ndo
    che, q(ua)n(do) Virg(ilio) si mosse (et) elli
    lo seguia, era tramonta(r)e
    del sole (et) p(er)ò dice: Lo giorno
    se n'andava
    , qua(n)d'io mi
    mossi, et l'aiere bruno,
    come si fa la nocte, tollieva
    li animali ch(e) sono i(n) te(r)ra
    da le fatiche loro
    ; p(er)ché
    tucti li più a(n)i(m)ali la nocte
    dormeno (et) riposa(n)si da le
    fatiche del dì, et io solo u(n)o,
    cioè Dante uno (et) solo, n(on) aco(m)pagnato da altro h(om)o, et p(er) questo si de'
    intendere che Virgilio no(n) era co(n) Dante, se no(n) q(uant)to alla lectera, p(er) seguitam(en)to
    ch(e) Da(n)te seguiva la sua poesì, (et) allegoricam(en)te s'intende
    la ragio(n)e hu(m)ana, co(m)e d(i)c(t)o è di sop(ra), che no(n) era altro che Dante. M'aparecchiav'
    a sostener la guerra
    ; cioè molestia (et) faticha, sì del camino,
    (et) p(er) q(ue)sto camino si de' i(n)tendere la descript(i)o(n)e del luogo che veram(en)te
    fu faticosa cosa: ché al vero si de' i(n)tendere che Da(n)te no(n) andasse i(n)
    de lo ('n)ferno, ma ne la m(en)te sua lo figurò così, come poi lo scripse et sì
    de la pietate
    ; molestia (et) fatica che soste(n)ne ne la pietà che lli movea la
    miseria de' da(n)nati: i(m)p(er)ò che lla mis(er)ia muove l'h(om)o a pietà, (et) pietà è co(m)passione,
    che ritrarrà; cioè lo qual camino (et) la q(ua)l pietà scriverà la
    m(en)te che no(n) erra
    . Benché la mano sia strum(en)to de lo scriptore, la m(en)te
    è q(ue)lla che d(i)c(t)a (et) ordina, (et) p(er)ché ritrah(er)e è vocabulo fiorentino, che
    sig(nifi)ca exemplare, debbiamo sap(er)e ch'è la m(en)te del poeta ch(e) finge (et)
    (com)po(n)e, ritrae (et) exe(m)pla dal suo simplici co(n)cepto, cioè da q(ue)l ch(e) à
    pensato, (et) mette poi fuora o co(n) voce o co(n) scriptura. Et nota(n)tem(en)te dice ch(e) n(on)
    erra: imp(er)ò che m(en)te si chiama i(m)p(er)ò che s'aricorda, (et) q(ua)n(do) erra i(n) ricorda(r)si
    no(n) si può degnam(en)te chiamar m(en)te, ma smemoraggine, overo
    dim(en)ticagio(n)e. Et sopra q(ue)sta descript(i)o(n)e si de' notare allegoricame(n)te
    che l'autore finge ch(e) l'a(n)data sua ch'è ne lo 'nferno, fusse di nocte (et) che una
    nocte co(n)sumasse ad vedere ogni cosa, cioè la nocte sop(ra) 'l sabato
    s(an)c(t)o: ché tucto 'l dì del venardì co(n)su(m)mò nel co(m)battim(en)to che ebbe coi vitii
    e ne la deliberagio(n)e che ebbe coà la ragione sig(nifica)ta p(er) Virg(ilio), p(er) (con)siderare
    li vitii (et) le loro spetie (et) pene a lloro debite (et) co(n)venienti (et) obscurità
    (et) tenebra a rispecto de la v(ir)tù, (et) sop(ra) essi si turba la m(en)te, co(m)e
    sop(ra) la v(ir)tù si schiara, (et) i(n) questo seguitoe Virgilio che finse che Enea
    discendesse da sera allo 'nferno, (et) stesse una nocte a vedere <ciò> ch(e)
    ne scrive. O Muse, (et) c(etera). Qui pone l'autore la sua i(n)vocat(i)o(n)e d(ice)ndo: O
    Muse
    , (et) c(etera). Q(ui) doviamo sap(er)e che le Muse, s(econd)o li poeti, sono nove; cioè
    Clio che s'int(er)preta pensam(en)to d'inparare, Eut(er)pe ch(e) s'int(er)p(re)ta ben dilecta(n)te,
    Melpomone ch(e) s'i(n)t(er)p(re)ta facce(n)te pensam(en)to di p(er)severare, Thalia
    ch(e) s'int(er)p(re)ta capacità, Polinnia ch(e) s'int(er)p(re)ta facce(n)te multa memoria,
    Erato ch(e) s'int(er)preta trova(n)te simile, Tersicore ch(e) s'interp(re)ta
    delectante la instruct(i)o(n)e, Urania che s'int(er)p(re)ta celeste i(n)gegnio, Caliope
    ch(e) s'int(er)p(re)ta optima voce. E q(ue)ste nove cose si richiedeno di
    grado in grado nel poeta; prima ch'elli vollia i(m)parare, ch(e) è sig(nifica)to
    p(er) Clio, s(econd)o ch'(e)lli si dilecti di q(ue)l che vuole ch'(è) sig(nifica)to p(er) Eut(er)pe; tertio

    [p. 6]
    ch'elli p(er)severi i(n) quel che si dilecta, che è significato p(er) Melpomone; qua(r)to,
    che pigli q(ue)llo in che p(er)severa, che è significato p(er) Thalia; quinto, ch(e) s'arricordi
    di quel che piglia, che è sig(nifica)to p(er) Polim(n)ia; sexto che trovi di suo
    simile ad quel che s'arricorda, che è sig(nifica)to p(er) Erato; septimo è iudicare
    q(ue)l ch'elli à trovato, che è sig(nifica)to p(er) Tersicore; oct(av)o che elli elegga q(ue)l che à iudicato,
    ch(e) è sig(nifica)to p(er) Urania; nono è che ben p(ro)ferisca quel che à e(l)ec(t)o,
    che è sig(nifica)to p(er) Caliope. E p(er)ché questi nove gradi fa(n)no p(er)fecto il poeta
    (et) contegno(n)si sotto la poesì, p(er)ò lo n(ost)ro poeta che era sallito p(er) questi gradi
    a l'altessa de la poesì, invoca le Muse. Adp(re)sso dice: o alto ingegno.
    Ingegno s(econd)o Papia è una v(ir)tù interiore d'animo, p(er) la quale l'homo
    da sé trova quel ch(e) dalli
    altri non à i(m)parato, p(er)ò dice:
    o alto i(n)gegno, ora m'aitate;
    cioè aitate me Dante
    a co(m)pon(er)e q(ue)sto poema. Et
    p(er) questa invocat(i)o(n)e si de' intendere
    esser invocata la
    gra(ti)a di Dio, la quale ministra
    (et) da li nove gradi sig(ni)ficati
    per lle muse (et) lo 'ngegnio.
    Adiu(n)ge una exortatione
    d(ice)ndo: O m(en)te, che scrivesti
    ciò ch'io vidi
    . Conforta
    qui l'autore la m(en)te sua
    d(ice)ndo: O m(en)te mia, che scrivesti
    ciò ch'io vidi, qui si parrà
    la tua nobilitate
    ; cioè
    i(n) q(ue)sto poema si vedrà q(uan)to
    tu se' nobile, q(uas)i dicesse et
    p(er)ò sforsati. Et debbiamo
    sap(er)e ch(e) me(n)te è una p(ar)te de
    l'a(n)i(m)a la più eccellente, per
    la q(ua)le l'h(om)o è d(i)c(t)o sap(er)e (et) av(er)e
    intelligentia. Una medesma
    a(n)i(m)a ae div(er)se op(er)atio(n)i,
    (et) s(econd)o la div(er)s(it)à di quelle ae
    d(i)v(e)rsi nomi, i(n) q(uan)to vivifica 'l
    corpo, si chiama a(n)i(m)a; i(n) q(uan)to
    vuole, si chiama a(n)i(m)o; in q(uan)to
    sa (et) intende, si chiama m(en)te;
    i(n) quanto iudica lo diricto,
    si chiama ragione; i(n) qua(n)to
    si ricorda si chiama memoria;
    i(n) q(uan)to spira, si chiama
    spirito; i(n) qua(n)to sente,
    si chiama sentim(en)to; (et) p(er)ò
    l'autore distinctam(en)te disse:
    O mente; cioè o sci(enti)a (et) intelligentia
    mia, che scrivesti,
    cioè trovasti (et) ordinasti
    ciò ch'io vidi; cioè finge
    aver veduto coà lli occhi
    corporali: p(er)ò che scrivere
    p(ro)piamente è de le mani, qui si pone per l'op(er)atione
    de la m(en)te non p(ro)p(riament)e,
    ma allegoricamente, si de' inte(n)dere
    aver veduto coà lli
    occhi me(n)tali: qui, i(n) questo
    poema, si parrà la tua nobilitate;
    cioè <q(uan)ta è> la tua
    sci(enti)a (et) i(n)tellige(n)tia. Seguit(a).
    Io cominciai: poeta (et) c(etera).
    In questi nove t(er)narii lo n(ost)ro
    autore dimostra la dubitatione
    che li ve(n)ne di pote(r)
    seguire, poi ch'ebbe i(n)comi(n)ciato,
    d(ice)ndo cusì: poi ch'ebbi
    f(a)c(t)o la i(n)vocatione, Io i(n)comi(n)ciai;
    cioè io Dante dove(n)te
    i(n)comi(n)ciare, i(m)paurito de la
    grande i(m)presa che mi parea
    fare, mossi uno dubbio
    a Virg(ilio), d(ice)ndo: Poeta che mi guidi, cioè Virg(ilio), guarda la mia virtù
    s'ell'è possente
    ; a tanta cosa a quanta tu mi vuoi induc(er)e, p(ri)ma c'all'alto
    passo tu mi fidi
    ; cioè p(ri)ma che tu mi fidi all'alto passo; cioè p(ro)fondo s(econd)o
    la lettera: imp(er)ò che p(ro)fondo è lo passo di questa vita ne lo 'nferno; ma
    allegoricam(en)te si de' intend(er)e che la sensualità di Dante dubitava di
    potere portare questa fatica, (et) p(er)ò dimanda co(n)sillio alla ragio(n)e, ch(e)
    à di ciò ad iudicare, denotata p(er) Virgilio (et) dice: Prima che tu mi fidi
    all'alto passo; cioè d'incominciare la narratio(n)e de la m(ateri)a che dovea
    tractare, guarda se lla mia v(ir)tù è possente, cioè la mia sensualità, i(m)p(er)ò
    che l'homo si de' mett(er)e ad fatica che possi portare, imp(er)ò che v(er)gog(na)
    è i(n)cominciare (et) no(n) recare ad fine. Seguita: Tu dici (et) c(etera). Induce la
    cagione und'elli sia inpaurito, demaestrando sé no(n) esser pari a coloro
    che si diceno esser iti ne lo 'nferno, cioè Enea troiano del q(ua)le
    fu dicto di sop(ra). (Et) del quale Enea dice Virgilio nel sexto libro della sua
    Eneide ch(e), guidato da Sibilla Cumana, andò colporalm(en)te ne lo 'nferno
    (et) passò ne' Campi Elisii, ue finge che stesseno li felici (et) q(ui)ne trovase Anchise,
    suo padre, che era morto, (et) p(re)disseli le cose che dovea portare et
    come doveano di lui li Romani (et) l'imperadori nasc(er)e; et sa(n) Paulo
    del quale si trova ne la S(a)c(r)a Scriptura, che fu rapto infine al terso cielo
    et vidde quelle cose che no(n) è licito a l'homo di parlarne. Et cusì si
    può intendere che quine medesmo si fusse monstrato la iusticia di
    Dio, che ne lo 'nferno si exercita i(n) punire li p(e)c(ca)tori, come l'et(er)na vita ue
    si p(re)miano li buoni; et i(n) questo modo si può honestamente dire ch(e) sa(n)

    [p. 7]
    Paulo andasse a lo 'nferno; cioè che in quel rapto li fu(ro)no monstrate le cose
    de lo 'nferno (et) del purgatorio; o volliamo dire che l'autore n(ost)ro solam(en)te
    induca Enea in exemplo de l'andata a lo 'nferno, (et) sa(n) Paulo in dell'a(n)data
    al paradiso, q(uas)i dicesse: Tu dici ch(e) Enea andò al seculo i(m)mortale sensibilme(n)te,
    cioè inferno et purgatorio, et poi sa(n) Paulo anco andò
    ad i(m)mortale seculo se(n)sibilmente, cioè i(n) pa(ra)diso. Io no(n) sono Enea, né sa(n)
    Paulo, ch'io mi debbia fidare di potervi andare com'ellino, et però
    dice: Tu Virg(ilio) dici nel libbro che facesti d'Enea, che si chiama Eneide,
    che di Silvio il parente, cioè Enea troiano padre di Silvio, corruptibile
    ancora
    , cioè essendo ancora i(n) carne la quale era co(r)ruptibile,
    acciò che s'inte(n)da che vi andasse co(r)poralm(en)te
    come finge Virgilio, dice cusì:
    ad i(m)mortale secul andò; cioè andò a lo ('n)ferno
    u' è seculo che no(n) de' mai aver fine,
    et p(er)ò dice i(m)mortale. Seculo dice Papia
    che è corso di vita et qui(ne), cioè ne lo 'nferno,
    è corso di vita i(m)mortale, cioè ch(e)
    non si de' finire p(er) morte, come si finisce
    la n(ost)ra vita del mondo. Q(ue)sto non si può
    i(n)tende(re) del purgatorio, bench(é) Virgilio
    ponga nel VI libbro della sua Eneide,
    che Enea fusse guidato da Sibilla p(er) lo 'nferno
    et purgatorio: imp(er)ò che 'l purgatorio
    verrà meno dipo' 'l iudicio et no(n)
    serà più, sì che no(n) si può dire seculo i(m)mo(r)tale
    p(er) q(ue)l modo che si dice lo 'nferno; potrebbesi
    ben dire i(m)mortale, largo m(od)o p(er)
    respecto di q(ue)lli che vi sono purgati, che
    none de(o)no mai più morire. (Et) fu sensibilm(en)te;
    cioè s(econd)o il corpo, ue sono li strum(en)ti
    de' sensi, acciò che no(n) s'intenda ch(e) v'a(n)dasse
    sp(irit)ualm(en)te, dice cusì et adiunge
    co(n)chiudendo ch(e) q(ue)sta fu degna cosa,
    d(ice)ndo: P(er)ò; cioè et p(er)ò, se ll'avv(er)sario d'og(n)i male,
    cioè Dio, lo quale è adv(er)sario, (et) (contra)rio
    a tutti mali, (et) adiuto(r)e di tutti beni, Co(r)tese
    fu
    , cioè ad quello Enea di lassarvelo
    andare, pensando l'alto effecto,
    C'uscir dovea di lui
    . Q(ue)sto dice p(er) Cesari primo
    imp(er)adore, lo quale fu de la stirpe di
    Iulio Asca(n)io filliuol d'Enea, et p(er)ò fu chiamato
    Iulio Cesari, lo fu bene alto eff(e)c(t)o;
    e 'l e 'l quale, cioè pensando anco chi
    era (et) q(ua)l era cului che dovea 'scire di lui,
    No(n) par indegnio ad h(om)o d'intellecto, cioè,
    ad homo che 'ntenda, non pare cosa
    no(n) degna che Dio fusse cortese ad Enea
    di lassarlo discend(er)e allo 'nferno (et) vedere
    le cose segrete (et) avere revelat(i)o(n)e de le
    cose future, pensando chi era colui che
    dovea 'scire di lui; le q(ua)le cose li p(re)disse Anchise,
    come finge Virgilio nel VI, acciò
    che Enea fusse più a(n)i(m)oso a sostenere og(ni)
    fatica p(er) inducere sì facto effecto da
    sé. Che fu dell'alma Roma (et) di suo impe(r)o,
    Ne l'empireo Ciel p(er) padre electo
    , lo quale
    discensore fu electo p(er) padre dell'alma
    Roma; cioè dell'alta Roma, p(er)ò ch(e) almo
    significa alcuna volta eccelso, (et)
    di suo impero
    , cioè imperio, ne l'empireo
    cioè lo cielo empi(r)eo è sop(ra) tutti li altri
    cieli (et) quine habita Dio, et perché ogni
    cosa è p(ro)veduta (et) ordinata principalme(n)te
    da Dio, p(er)ò dice ch(e) fu electo ne
    l'empireo Ciel p(er) Padre. La quale (et) qual,
    a voler dir lo vero
    (et) c(etera). Q(ue)sto texto abbo
    trovato altram(en)te, cioè: La qual nel q(ua)le,
    (et) allora è più chiara la sen(ten)tia, p(er)ò
    che s'intende la qual Roma fu stabilita,
    cioè fermata, ne ' quale imperio p(er) lo loco
    s(an)c(t)o
    , cioè acciò che quine fusse lo capo de
    la chiesa di Dio (et) la sedia del Papa, et
    p(er)ò adiu(n)ge: Ue siede il Successor; cioè u' de'
    sedere ogni Papa che è successore del maggior Piero, cioè di Piero apostulo
    di (Crist)o lo quale fu primo Papa (et) è maggior di tutti li altri
    che possa abbiano avuto sì facto nome. Ma stando il primo tex(t)o,
    si de' intendere: La qual Roma, e 'l quale imperio, ad voler dir lo vero,
    cioè volendo manifestare la v(er)ità, fu stabilita (et) fu stabilito s'i(n)tende
    p(er) la figura ch'usano li gramatici che si chiama çeuma, p(er)
    lo loco s(an)c(t)o
    (et) c(etera), come di sopra. Et se altri dicesse che p(er) çeuma si dovrebbe
    dire fu stabilito, perché l'accidente si de' rendere al più presso so(b)iecto,
    dèsi rispondere che è vero s(econd)o li gramatici moderni, ma s(econd)o li
    antichi, si rendea anco al primo, sì come dicendo: Piero (et) Berta è
    bianco, et qui m'abbino excusato li volgari, se no(n) m'i(n)tendeno: ch'io
    no(n) mi posso far mellio da loro intendere. Et adiu(n)ge p(er)ch(é) fusse utile
    l'andata d'Enea a lo 'nferno dicendo: P(er) q(ue)sta andata, onde, cioè de la
    quale, li dai tu; cioè Virg(ilio), vanto, cioè de la quale tu lo lodi, intese Enea
    dal suo padre Anchise, cose, che furon cagione di sua victoria,
    cioè de lo ('m)perio de la costi(tu)t(i)o(n)e del quale elli fu cagione coà le suoe victorie,
    (et) del papale ama(n)to, cioè del papato, lo quale fu constituto in
    Roma p(er) ll'imperadori s(econd)o che piacque a Ddio, acciò ch(e) quella cità,
    che era capo del temporale, fusse anco capo de lo sp(irit)uale. Dicesi l'a(m)ma(n)to
    papale, l'a(m)manto di s(an)c(t)o Piero, col quale s'a(m)ma(n)ta ogna papa q(ua)n(do) si
    pone i(n) cathedra primam(en)te. Adiu(n)ge poi di s(an)c(t)o Paulo, di(ce)ndo: Andòvi poi,
    cioè al seculo immortale, cioè al pa(ra)diso, (et) a lo 'nferno p(er) quel m(od)o che d(i)c(t)o
    fu di sop(ra), o volliamo pur dire ad inmortale seculo, cioè p(ar)adiso, s(econd)o

    [p. 7]
    che tocchato fu q(ue)sto puncto di sopra, lo Vas d'electione, cioè s(an)c(t)o Paulo,
    al quale disse Idio: "Vas electionis vocabitur", cioè serà chiamato
    vagello d'electione, cioè vagello electo: imp(er)ò ch'elli fu el(e)c(t)o da Dio. P(er) reca(r)ne
    conforto ad quella fede
    , cioè (crist)iana. Molto si co(n)forta la fede quando
    s'approva che sia lo p(ar)adiso p(re)miatore de' buo(n)i ho(min)i (et) lo 'nferno punitore
    de' mali. Ch'(è) p(ri)ncipio alla via di salvat(i)o(n)e. Bene dice che la fede è
    p(ri)ncipio: i(m)p(er)ò che sensa la fede nessuno può piacere a Ddio et b(e)n che
    sia p(ri)ncipio no(n) salva p(er)ò l'homo: p(er)ò che la fede sensa l'op(er)e è morta. Ma io
    (et) c(etera). Qui conchiude lo n(ost)ro autore che, ben che v'a(n)dasse Enea menato da Sibilla,
    s(an)c(t)o Paulo, rapto p(er) lo modo che d(i)c(t)o è, p(er) grandi eff(ec)ti che ne doveano
    seguire p(er) le loro andate; Ma io, cioè Dante, p(er)ché veni(r)vi, a lo 'nferno,
    o chi 'l (con)cede? Si de' intend(er)e ad me: i(m)p(er)ò che all'uno (et) all'altro fu (con)ceduto
    da Dio, come mostrato è di sopra. Io, cioè Dante, non Enea, s'inte(n)de
    sono io no(n) Paulo sono: Me degno a cciò, come fu(ro)no ellino, né io,
    Da(n)te, né altri 'l crede, cioè ch'io ne sia degno. P(er)ché, cioè p(er) la qual cosa, se
    del venire io m'abbandono
    , cioè se i' mi metto ad venire, Temo che lla
    venuta no(n) sia folle
    , cioè stolta che no(n) abbia effecto (et) quel fine ad
    che io mi sono mosso. S'è savio, tu Virg(ilio), intendi mei cioè mellio,
    ch'io no(n) ragiono, cioè ch'io Dante no(n) parlo. E sopratucto q(ue)sto si può i(n)te(n)de(re)
    che allegoricam(en)te lo n(ost)ro autore volse
    mo(n)strare che niuno possa sap(er)e le cose
    dell'altra vita sensa special gratia
    di Dio, come à mo(n)strato di Enea (et) di
    sa(n) Paulo (et) di sotto mostrerà di sé. Seguita
    poi lo texto (et) cetera, (et) c(etera), (et) c(etera).
    Et qual è quei che disvuol (et) c(etera). In q(ue)sti
    du' t(er)narii pone lo n(ost)ro autore una similitudine,
    ne la quale dimo(n)stra come si
    mutò di p(ro)posito p(er) lla d(i)c(t)a ragione, d(ice)ndo:
    Et qual è quei, cioè colui, che disvuol ciò
    che volle
    cioè che non vuol poi quel, c'à
    voluto prima, et p(er) nuovo pensier,
    che lli sopraviene, cangia, cioè muta, p(ro)posta
    cioè p(ro)ponimento, sì che dal cominciar
    tutto si tolle
    , sì che in tutto si rima(n)e
    de la cosa incominciata, Tal mi fec'io, cioè
    Dante, i(n) q(ue)sta oscura costa, de la qual fu dicto
    di sopra. C'a Dio pensando, cioè lo quale
    pensando a Ddio, consumai la 'mp(re)sa, cioè
    arrecai ad fine la deliberatione de la materia
    che dovea incominciare, deliberatomi
    di no(n) andare più inansi. che,
    cioè la quale impresa fu cotanto tosta
    nel cominciare
    cioè fu sì solicita nel comi(n)ciare.
    Seguita poi la risposta di Virgilio:
    Se i' ò ben la tua parola intesa (et) c(etera). In q(ue)sti
    cinq(ue) ternarii pone lo n(ost)ro autore come
    Virgilio, rispondendo a la sua diciaria,
    dimo(n)stra in gen(er)ale quel che àe co(m)preso
    del suo dire et incominciali a narrare
    la cagione del suo advenim(en)to, che
    fi' liberatio(n)e del suo dubbio, d(ice)ndo: Se i' ò
    ben la tua parola intesa
    , cioè se io Virgilio
    ò b(e)n intesa la parola di te Dante,
    rispuose del magnanimo quel'o(m)bra,
    cioè q(ue)ll'a(n)i(m)a del magna(n)i(m)o Virgilio, l'anima
    tua è da viltà offesa
    , cioè s'è facto
    vile d'animo, la qual viltà, molte fiate
    l'homo ingo(m)bra
    , cioè 'mpaccia et d'honorata
    impresa lo rivolve
    , cioè lo tira adrieto,
    come falso veder bestia qua(n)d'o(m)bra.
    Fa qui una similitudine dicendo
    come la bestia si volge (et) torna adrieto
    q(ua)n(d)'ombra p(er) falso vedere che li
    par veder quel che no(n) vede; così l'homo
    spesse volte torna adrieto da quel c'à
    preso a fare, avendo paura di quel ch(e)
    no(n) de' avere, parendoli quel che non è.
    Di q(ue)sta tema, cioè di q(ue)sta paura, acciò che tu ti solve, cioè tu ti liberi.
    Q(ui) mostra Virgilio a Dante la ragione perché non de' aver paura di
    seguire la 'mpresa: p(er)ò che questo non è sensa la gr(ati)a speciale di Dio,
    come si mosterrà di sotto, sì come mediante la gratia di Dio fingesi
    che andò a lo 'nferno Enea (et) san Paulo, de' quali è dicto di sopra. dirocti
    io p(er)ch'io Virgilio venni ad te (et) quel ch'io intesi nel p(ri)mo pu(n)cto ch(e)
    di te mi dolve. I' era
    , cioè io Virgilio, tra color che son sospesi, cioè rimoti
    da le pene (et) no(n) si de' intendere ad tempo, ma p(er) sempre: impe(r)ò
    che Dante finge che Virgilio (et) li altri poeti (et) literati ho(min)i che no(n) furo(no)
    (crist)iani, fusseno nel limbo ue no(n) è pena, se no(n) che sono sensa conte(n)tam(en)to
    p(er)ò che non vedeno Dio; et ben che q(ue)sto volgare sospeso s'intenda
    ad t(em)po comunem(en)te, p(ro)p(r)iam(en)te qui si de' intend(er)e p(er) sempre. Et Donna mi
    chiamò beata (et) bella
    , cioè me Virg(ilio), tal che di coma(n)dare io la richiesi,
    cioè tale ch'io Virgilio la richiesi che mi comandasse. Descrivela poi
    com'era fatta d(ice)ndo: Lucevan li occhi suoi più che la stella. Questa do(n)na
    avea li occhi suoi più lucenti che qualu(n)qua stella: imp(er)ò che sensa
    restringersi ad alcuna, dice più che la stella. P(er) questa che Dante fig(u)ra
    qui donna (et) che di sotto la nomina Beatrice allegoricam(en)te si de' inte(n)dere
    la s(an)c(t)a Theologia, la quale acco(m)pagnata coà la gr(ati)a coop(er)ante (et)
    (con)firma(n)te b(ea)tifica l'homo, insegnandolo a cognoscere (et) amare Dio, lo
    q(ua)le qualu(n)qua h(om)o p(er)fectam(en)te cognosce quanto è possibile a l'hu(m)ana
    specie, sì ll'ama p(er)f(e)c(t)am(en)te (et) amandolo p(er)fectam(en)te è b(ea)to i(n) q(ue)sta vita p(er)
    gr(ati)a (et) nell'altra p(er) gloria; e p(er)ò ben si li (con)viene questo nome Beatrice
    et q(ue)sta santa Theologia si può pilliare alcuna volta pur semplicimente
    p(er) lla s(an)c(t)a Scriptura (et) allora non si li (con)verebbe questo nome
    Beatrice: imp(er)ò che molti sono stati già grandi teologi che sono stati
    da(n)nati (et) non b(ea)tificati (et) Beatrice si dice, p(er)ché beatifica (et) puosi pilliare

    [p. 7]
    p(er) la s(an)c(t)a Scriptura acco(m)pagnata coà la gr(ati)a coop(er)ante (et) co(n)suma(n)te
    (et) allora si li (con)viene questo nome Beatrice: p(er)ò che allora sempre
    b(ea)tifica colui in cui ella è (et) cusì la pillia ora lo n(ost)ro autore et p(er)ch'(e)lla
    è in alquanti homini p(ri)ncipalm(en)te coop(er)ante co(n) la p(ar)te de la ragione
    pratica (et) inferiore de l'homo, insegnandolo (et) facciendolo prima
    'scire del vitio (et) venire alla v(ir)tù (et) poi sallire di v(ir)tù in virtù;
    la qual cosa significa la vita sensitiva act(iv)a: p(er)ò finge l'autore
    ch'ella movesse Virg(ilio) ora, lo quale, come d(i)c(t)o è di sop(ra), tiene figura
    della ragione pratica (et) inferiore et q(ue)sti, cioè Virgilio, guida Da(n)te,
    cioè la sua sensualità, per lo 'nferno (et) p(er) tucto 'l purgatorio infine alla
    ('n)trata del pa(ra)diso terrestro: p(er)ò che la ragione pratica vasta ad q(ue)sto.
    Et p(er)ché poi q(ua)n(do) è l'h(om)o exercitato nella vita act(iv)a ella coop(er)a coà la p(ar)te
    de la ragione sup(er)iore che si chiama Sinderesis, che è vocabulo
    greco che sig(ni)fica faccia del cuore overo ragion so(m)ma, facce(n)do
    l'homo intend(er)e a le cose alte di Dio p(er) co(n)te(m)platio(n)e, che si chiama
    vita sp(irit)uale (et) co(n)templativa; p(er)ò finge l'autore ch'ella lo guidasse
    da la 'ntrata del pa(ra)diso terresto infine a l'ultimo fine, p(er) lo pa(ra)diso
    terresto (et) celesto infine a Ddio ch'è l'ultimo n(ost)ro fine sença niuno
    altro meçço: p(er)ò che ad q(ue)sto
    no(n) vasterebbe la ragione
    pratica (et) p(er)ò conviene
    esser la co(n)templativa.
    Et p(er)ché p(er) q(ue)sti du' g(ra)di
    di vita, cioè p(ri)ma per
    lla vita sensitiva (et) activa
    (et) poi p(er) lla sp(irit)uale
    (et) (con)templativa, o almeno
    p(er) l'uno di q(ue)sti, mena
    l'homo la s(an)c(t)a Teologia acco(m)pagnata
    coà la gr(ati)a coop(er)ante
    (et) (con)suma(n)te ad beatitudine,
    ben si li (con)viene
    q(ue)sto nome Beatrice,
    la quale (con)ve(n)ientem(en)te
    lo n(ost)ro autore chiama
    do(n)na, p(er)ch'ell' è veram(en)te
    do(n)na dell'umana specie.
    Et ben dice b(ea)ta, p(er)ò ch(e) àe
    a beatificare et no(n) e(ss)endo
    beata no(n) potrebbe beatificare;
    imp(er)ò che niuno
    u(om)o può dare q(ue)l ch(e)
    no(n) à (et) bella ancor si può
    dire, anco bellissima:
    p(er)ò che in le' è la vera bellessa.
    Li occhi che finge
    l'autore, che luceano
    più che stella, sono la
    ragione (et) lo 'ntell(e)c(t)o di sa(n)ti
    h(omin)i li quali riluceno
    più che ogni stella (et) pianeta:
    imp(er)ò che i(n) essi riluce
    la so(m)ma luce, cioè Dio infinito
    (et) et(er)no. (Et) seguita:
    Et incominciommi ad di(r)
    soave (et) piana
    , essa Beatrice,
    s'intende, ad me Virg(ilio).
    Veramente ogni soavità
    (et) pianessa è ne la
    s(an)c(t)a Teologia ad muov(er)e
    li nostri fondim(en)ti (et) la p(ar)te
    de la ragione pratica
    (et) i(n)feriore. Co(n) angelica
    voce, in sua favella
    . Veram(en)te
    la voce de la s(an)c(t)a
    Teologia è angelica, p(er)ch'ella
    dà vero co(n)forto
    ad chi l'ode (et) da Dio è spirata
    sensa meço o p(er)
    angiuli ne l'ho(min)i. I(n) sua favella, dice, a denotare lo suo modo del pa(r)lare,
    lo quale è d(i)viso dal n(ost)ro: imp(er)ò che il n(ost)ro è co(n) errore (et) difecto;
    q(ue)llo è sempre v(er)o (et) p(er)f(e)c(t)o p(er)ò che llo Sp(irit)o S(an)c(t)o parla in essa. Et anco
    q(ue)llo è div(er)sificato p(er)ò che ad alcuno minaccia, alcuno (con)fo(r)ta,
    alcuno luçinga, ad alcuno p(ar)la i(n) voce, ad alcuno co(n) scriptura
    (et) ad alcuno co(n) i(n)spiratio(n)e i(m)p(er)ò ch(e) Dio, mediante la sua gr(ati)a coop(er)ante,
    overo (con)suma(n)te, tutti li suoi el(e)c(t)i (con)duce a l'ulti(m)o fine p(er)
    quel modo che vede esser a l'homo più necessario, sì che li dia
    salute. Seguita poi lo texto: O anima cortese mantovana
    (et) c(etera). In questi sei t(er)narii induce l'autore Virg(ilio) manifestante lo
    parlam(en)to che lli fece la do(n)na che mosse Virg(ilio) poi ch(e) in p(ar)te l'à desc(ri)pta
    d(ice)ndo: O anina cortese mantovana, finge Dante che Virg(ili)o
    dicesse a llui che la do(n)na descripta parlasse a llui, chiamandolo
    a(n)i(m)a cortese (et) questo si (con)ve(n)ia p(er)ò che Virgilio, del quale q(ui) si fa
    mentio(n)e, no(n) era col corpo allora, sì che ben si potea dir anima;
    app(re)sso anco p(er) quel che significa qui allegoricamente, ch(é) fig(ur)a
    la ragione inferiore che è op(er)at(i)o(n)e dell'anima. Cortese dice, p(er)ò
    che di sopra à d(i)c(t)o: Tal che del comandare io la richiesi. Ma(n)tovana dice:
    p(er)ché, come mostrato è di sopra, Virg(ilio) fu da Mantova cità di Lombardia.
    Di cui la fama ancor nel mondo dura. Q(ue)sto dice, imp(er)ò che lla fama di
    Virg(ilio) dura ancora nel mo(n)do et adiu(n)ge: (et) durerà, q(uan)to 'l mo(n)do lo(n)tana,
    cioè (et) durerà lontana, cioè lu(n)ga tanto, qua(n)to 'l mo(n)do. Qui
    p(ro)feta che lla fama di Virg(ilio) durerà quanto 'l mo(n)do àe a durare et
    q(ue)sto si de' intendere appo li gramatici latini, et ben che q(ue)sta p(rofe)tia
    finga l'autore che fusse di Beatrice, ella fu sua (et) puose q(ue)sta p(ro)fetia intendendo
    pur di Virg(ilio), s(econd)o la l(icte)ra p(er) (con)iectura del t(em)po passato: imp(er)ò che vedendo
    che tanto t(em)po era durata appo li gramatici latini co(n) p(ro)va (et) loda

    [p. 7]
    di ciascheduno, ben poteva (con)iecturare che dovesse durare tanto, quanto
    si trovasseno li g(ra)matici latini, li quali, è da cred(er)e, che si trovera(n)no infine
    al fine del mondo, p(er)ché ll'uno trasfonde la gramatica nell'altro successivam(en)te.
    L'amico mio, di me Beatrice, cioè Dante, (et) no(n) de la ventura: Li amici
    de la s(an)c(t)a Teologia no(n) sono amici de la ve(n)tura, la q(ua)le signoreggia
    li beni mondan(i): i(m)p(er)ò ch(e) à(n)no i(n) odio il mo(n)do, ne la diserta piaggia è impedito.
    Di questa piaggia è d(i)c(t)o di sopra sì che vasta al p(rese)nte; ma sarebbe
    qui un dubbio textuale; come dice che era i(m)pedito ne la piaggie, che
    di sopra dice: Me(n)tre ch'i' ruinava
    in basso loco
    , ove si
    mo(n)stra, che fusse in su ll'erta
    del mo(n)te ancora? Ad che si
    può rispo(n)dere che, ben che
    trovasse Virg(ilio), no(n) si ratte(n)ne
    ch(e) no(n) ritornasse i(n) su la piaggie
    un(de) s'era p(ar)tito. Sì nel ca(m)min,
    ch'(è) volto p(er) paura
    . Q(ue)sto
    a(n)co è 'sposto di sopra. Et temo,
    ch(e) no(n) sia già sì sma(r)rito
    ;
    da la buona via del mo(n)te
    che sig(n)i(fi)ca le v(ir)tù, come d(i)c(t)o
    è di sopra. (Et) è nel texto la
    negat(i)o(n)e d'avanso, s(econd)o l'uso
    del parlare vulgare: p(er)ò ch(e)
    veram(en)te no(n) temea del no,
    ma del sì. Ch'io mi sia tardi
    al soccorso levata
    ; cioè
    io Beatrice al soccorso di Da(n)te,
    P(er) quel ch'i' ò di lui nel Ciel
    udito
    , da l'altre du' do(n)ne,
    de le quali si dirà di sotto (et)
    p(er) q(ue)sto lo n(ost)ro autore volse
    dimaestrare che l'altre due
    gratie significate p(er) le du'
    donne, de le q(ua)le si dirà ne la
    seque(n)te lectione, no(n) vastano
    alla salute humana:
    imp(er)ò che alcuna volta l'h(om)o
    è p(re)venuto (et) illuminato (et)
    nie(n)te di meno va a da(n)natione,
    infine che no(n) viene
    la gratia coop(er)ante (et) (con)su(m)mante,
    (et) p(er)ò disse che avea
    paura che si fusse tardi levata.
    Or muovi, (et) coà lla tua
    parola hornata
    , cioè muovete,
    Virg(ilio) (et) col tuo ornato
    parlare. Qui l(icte)ralme(n)te i(n)tende
    de l'hornato parlare del
    poeta Virg(ilio), p(er) lo quale, chi
    ben lo raguarda, può vedere
    che l'homo è (con)fortato
    alle v(ir)tù (et) spave(n)tato da' vitii;
    (et) allegoricame(n)te si può i(n)te(n)dere
    coà le suasioni de la ragione
    pratica sig(ni)ficata per
    Virg(ilio). E co(n) ciò, ch'è mestieri
    al suo ca(m)pare, l'aiuta sì ch'io
    ne sia (con)sulata
    , cioè io Beat(ri)ce,
    che vollio la salute sua (et)
    desiderola; la s(an)c(t)a Scriptura
    vuole la salute di ogniuno.
    Io son Beatrice, ch(e) ti faccio
    andare
    . Qui manifesta lo
    nome suo lo quale è Beatrice,
    (et) di q(ue)sto nome fu re(n)duto
    ragione di sop(ra). Veg(n)o
    del loco, ove tornar disio
    ,
    cioè di vita et(er)na. La s(an)c(t)a Teologia,
    che è una medesma cosa
    ch(e) la gr(ati)a coop(eran)te (et) (con)summa(n)te,
    sempre di cielo disce(n)de
    nell'homini (et) ogni bene
    di la su discende e lassù d(i)sidera
    di tornare: imp(er)ò che
    q(ue)llo è luogo suo (et) ogni cosa
    desidera la sua (con)stitutio(n)e
    come dice lo ph(ilosoph)o. Amo(r) mi
    mosse, che mi fa parlare
    . Solo
    amore (et) carità è quello
    ch(e) muove la s(an)c(t)a Teologia,
    overo gratia coop(er)ante
    (et) (con)su(m)mante, imp(er)ò che per
    amore Dio si muove ad i(n)funderla.
    Quando serò dina(n)si
    al Signor mio
    , cioè Dio,
    Di te mi loderò sovente a lui;
    cioè spesso mi loderò di te ad
    Dio. P(er) q(ue)sto sig(nifi)ca lo n(ost)ro autore
    che quelli che sono nel limbo desiderano di piacere a Ddio, de' q(ua)li
    finge di sopra che fosse Virgilio (et) allegoricam(en)te intese de la ragio(n)e,
    la quale semp(re) desidera di piacere, se no(n) fusse già occupata dall'ira. Tacette
    allora (et) poi cominciai io
    . Q(ui)ne pone l'autore la co(n)tinuatio(n)e d(e)l
    p(ro)cesso d(ice)ndo: Allotta tacette Beatrice (et) poi parlai io Virgilio. Et seguita
    l'altra lectione: O donna di v(ir)tù (et) c(etera). Posto di sopra la invocatione
    conveniente ad q(ue)sto Poema e 'l co(m)battimento che ebbe di seguire

    [p. 8]
    o no, poi che ebbe incominciato, in q(ue)sta s(econd)a lectione muove alcuno dubbio
    (et) dichiarolo (et) all'ultimo pone la sua ultima deliberat(i)o(n)e; e p(er)ò q(ue)sta
    l(e)c(ti)o(n)e si divide in cinq(ue) p(ar)te, p(er)ché prima pone come Virg(ilio) liberam(en)te rispuose
    a la dimanda di Beatrice, (et) come li mosse un dubbio. Ne la s(econd)a,
    come Beatrice rispo(n)de al dubbio, quine: Da che tu vuoi sap(er)e (et) c(etera). Ne la
    tersa Beatrice (con)tinuando lo suo p(ar)lare mostra la cagio(n)e, p(er)ché si mosse
    a far soccorrer Dante, quine: Donn'è gentil nel Ciel (et) c(etera). Ne la q(ua)rta si
    mostra Virg(ilio) come si mosse doppo il parlare di Beatrice, (et) rip(re)nde Dante,
    quine; Possa che m'ebbe ragionato questo (et) c(etera).
    Ne la q(ui)nta (et) ultima si pone p(er) una
    similitudine, come Dante ri(n)vigorito
    si dispone ad seguir Virgilio, quine: Q(ua)li
    fioretti
    (et) c(etera). Dice adu(n)q(u)a così p(er) la sententia l(icte)rale.
    Poi che Virg(ilio) ebbe d(i)c(t)o a Dante q(ue)l
    ch(e) Beatrice li avea parlato, dice hora come
    elli rispose a lle' in tal forma: O
    Donna di vertù sola, p(er) cui
    l'humana spetie
    ava(n)sa ciò ch'è dentro del cielo de la
    luna, Tanto m'è ad grado il tuo coma(n)dam(en)to,
    che ogni i(n)dugio a ubidirti mi
    par troppo: non t'è mestieri ad questo
    di dirmi più; ma solvemi un dubbio, di(m)mi
    la cagio(n)e ch(e) no(n) ti guardi di scend(er)e i(n)
    questo centro del luogo ampio ove desideri
    di ritornare. Et allora Beatrice rispuose:
    Da che tu vuoi sap(er)e ta(n)to a dentro,
    dirotti brevem(en)te
    , p(er)ché no(n) ò pau(r)a
    di venir qua entro. Imp(er)ò che si dee tem(er)e
    solo di quelle cose, ch'ànno pote(n)tia di far
    altrui male, dell'altre no che no(n) son paurose.
    Et io sono f(a)c(t)a da Dio tale p(er) sua gratia,
    che lla fia(m)ma di q(ue)sto incendio, né vostra
    miseria no(n) mi può tocchare; et app(re)sso
    vollio che sappi ch'io sono stata ma(n)data,
    ch(é) elli è una gentil donna nel cielo
    che si duole molto di questo impaccio
    al quale cessare io ti mando. Et questa si
    parlò ad una altra ch'à nome Lucia, et
    sì li disse: Lucia, ora lo tuo fedele à bisogno
    di te (et) io lo raccomando a te. Allora Lucia,
    ch'(è) miserico(r)diosa, si mosse (et) ve(n)ne ad
    me Beatrice che sedea co(n) quella anticha
    Rachele, che fu mollie di Iacob et dissemi:
    Beatrice, loda vera di Dio, p(er)ché no(n)
    soccorri colui che t'amò tanto, che p(er) tuo
    amore 'scitte de la schiera de' vulgari? N(on)
    odi tu la pietà del su' pianto? N(on) vedi
    la morte che 'l (com)batte i(n) sul fiume te(m)pestoso
    come 'l mare? Allora io mi mossi ratta
    più ch(e) p(er)sona che mai andasse a far suo
    pro o ad fuggir suo da(n)no (et) ve(n)ni de
    la mia beata sedia ad te in q(ue)sto fondo, fidandomi
    del tuo honesto parlare, che
    honorano te (et) quelli che l'ànno udito.
    Et d(i)c(t)o quel che Beatrice avea d(i)c(t)o a Virg(ilio),
    dice Virgilio a Dante ch(e) poi che Beatrice
    li ebbe parlato, ella mosse li occhi luce(n)ti
    lagrimando, p(er)ché mi fé più p(re)sto del
    venire; (et) ve(n)ni ad te Dante com'ella volse
    (et) levati dina(n)si ad quella fiera che ti
    tolse la corta via del bel mo(n)te ch(e) volei
    montare. Dunqua p(er)ché ristai, Da(n)te?
    P(er)ché ài tanta viltà nel cuore? P(er)ché non
    ài ardire (et) franchessa, poi ch(e) tre sì facte
    donne curano dir ne la corte del cielo,
    (et) anco io ti p(ro)metto tanto bene? Allo(r)a
    pone Da(n)te che fu tucto rico(n)fortato, et
    dice: Chome li fioretti la mattina sta(n)no
    chiusi (et) chinati p(er) lo gielo della notte,
    (et) levato lo sole si dirissano (et) aprensi,
    cusì io ritornai di mia v(ir)tù stanca
    (et) ta(n)to buono ardire me giu(n)se al cuo(r)e
    ch'io comi(n)ciai come p(ersona) franca: O pietosa
    colei, che mi soccorse
    (et) tu cortese,
    ch'ubbidisti tosto alle vere parole
    ch(e) ti furon porte! Tu ài sì disposto il mio
    cuore al venire coà le tuoe parole, ch(e)
    io son tornato nel p(ri)mo p(ro)ponimento:
    or va' che lla mia volontà è accordata
    coà lla tua; tu se' mio duca, tu se' mio
    signore (et) tu se' mio maestro. Et d(i)c(t)o
    questo, dice ch(e) Virgilio si mosse (et) allora
    intrò Dante p(er) lo ca(m)mino p(ro)fondo (et)
    salvatico; et quine finisce la s(e)nt(ent)ia
    l(icte)rale. Ora è da vedere lo texto coà le moralità,
    (et) allegorie. O donna di v(ir)tù (et) c(etera).
    In questi tre t(er)narii lo n(ost)ro autore fa du' cose;
    prima dimostra come Virgilio rispuose a
    Beatrice; ne la s(econd)a muoveli un dubio, quine:
    Ma di(m)mi (et) c(etera). Dice p(ri)ma l'autore ch(e) Virg(ilio) li disse che, poi che Beatrice ebbe
    parlato a llui, come d(i)c(t)o è di sopra, elli rispuose a lle' in tal forma: O do(n)na
    di v(ir)tù sola
    . Veramente la s(an)c(t)a Teologia è donna di tutte le vertù:
    imp(er)ò che a lle' sono sottoposte le quattro v(ir)tù cardinali; cioè Iusticia,
    Prudentia, Fortessa (et) Temperansa, coà le loro specie (et) le v(ir)tù teologice;
    cioè Fede, Speransa (et) Carità, come si dimostra p(er) l'autore ne la s(econd)a cantica
    nel canto trigesimo primo p(er) cui, cioè p(er) lla qual donna, l'humana specie

    [p. 8]
    eccede; cioè avansa, ogni (con)t(en)cto; cioè ogni cosa (con)tenuta, Da quel
    Cielo c'à minor li cerchi sui
    , che lli altri cieli. Q(ue)sto è lo cielo de la luna,
    lo quale è ultimo inv(er)so la terra e 'l più basso, (et) p(er)ò li suoi cerchi
    sono minori che quelli delli altri cieli, che sono più alti. Veram(en)te
    p(er) la Teologia acco(m)pagnata, come d(i)c(t)o fu di sopra, coà la
    gr(ati)a coop(er)ante (et) (con)su(m)ma(n)te, l'homo ava(n)sa tucte le cose che sono
    da la luna in giù: imp(er)ò ch'ella ci beatifica, (et) p(er) lla beatitudine l'h(om)o
    avansa tutte l'altre cose del mondo, (et) nota(n)tem(en)te disse da la luna i(n)
    giù, p(er)ché no(n) s'intendesse delli angiuli: imp(er)ò che p(er) conosc(er)e Dio, ch(e)
    è la beatitudine de l'homo, l'homo no(n) avansa l'angiulo: imp(er)ò che
    anco l'angiulo è beato p(er) tale cognoscim(en)to; et p(er)ché molti vollia(n)o dire
    che li cieli sono girati p(er) li angiuli, p(er)ò disse pure ogni (con)tento dal cielo
    de la luna. Di questa oppinio(n)e fu l'autore q(ua)n(do) disse: Voi, che 'ntendendo
    il terso ciel movete
    (et) c(etera). Tanto m'agrada il tuo comandam(en)to, cioè ta(n)to
    mi piace, che l'ubedir, se già fusse, m'è tardi; cioè se avale t'ubbidissi,
    mi parrebbe av(er)e tropo indugiato. Et p(er) q(ue)sto possiamo nota(r)e che
    allegoricamente l'autore vuole mostrare qua(n)to la n(ost)ra ragione da sé
    è pr(est)a ad ubidire li comandam(en)ti de la s(an)c(t)a Teologia. Più no(n) t'è uopo
    aprirmi 'l tuo talento
    ; cioè non t'è più
    mestieri di manifestarmi il tuo piac(er)e,
    ch'io sono apparecchiato d'ubbidire. Ma
    di(m)mi la cagione che no(n) ti guardi
    . Qui
    finge l'autore ch(e) Virgilio dimandasse
    Beatrice, p(er)ché non si guardava di disce(n)dere
    nel Limbo, dicendo: di(m)mi la cagio(n)e,
    che
    tu Beatrice non ti guardi di discend(er)e
    qua giuso i(n) questo centro
    : è lo pucto del
    meço del cerchio, et la terra si dice p(er) rispecto
    del cielo del fermam(en)to esser uno
    pu(n)cto; du(n)qua b(e)n si può dire de' limbo
    che è nel centro de la terra. Dell'ampio
    loco
    , cioè di paradiso, che è luogo a(m)pissimo,
    ove tornar tu ardi, cioe ove tu
    desideri di tornare. Q(ue)sta dubitatione
    che q(ui) pone l'autore no(n) è nec(essa)ria s(econd)o la
    l(icte)ra, se non p(er) salvare la fictio(n)e: imperò
    che noi sappiamo che qua(n)to a la v(er)ità
    Beatrice non andò a Virgilio nel limbo;
    ma vuole dim(ost)rare l'autore che s(econd)o la lettera
    la fictione sua è v(er)isi(mi)le, s(econd)o che de' ess(er)e
    quella di ciascun poeta: imp(er)ò che parrebbe
    a molti che li beati non dovesseno pot(er)e
    esser nello 'nferno: p(er)ò che q(ui)ne è pena; né
    nel limbo: p(er)ché v'è privat(i)o(n)e di beatitudine.
    Ad che risponde, che li beati possano
    ire p(er) llo 'nferno (et) p(er) ogni luogo: imperò
    che no(n) possano esser offesi da pena, né
    p(ri)vati de beatitudine: imp(er)ò che sono
    impassibili (et) in qualunqua luogo sono,
    si rapresenta loro Dio che è l'obiecto
    de la beatitudine; ma l'autore mosse
    q(ue)sto dubbio, s(econd)o lo 'ntellecto allegorico
    overo morale più tosto: imp(er)ò che l'homo
    potrebbe dubitare, se Virgilio sig(n)i(fi)ca
    allegoricam(en)te la ragione inferiore
    di Dante che era involuta ne' vitii (et) ne'
    p(e)c(ca)ti, come sensa altro meço discese la s(an)c(t)a
    Teologia acco(m)pagnata che o la gr(ati)a coop(er)ante,
    (et) (con)su(m)ma(n)te, come d(i)c(t)o è di sopra,
    in lui: i(m)p(er)ò che tal gr(ati)a no(n) discende, se no(n)
    vanno i(n)nanti l'altre du' de le quali si
    dirà di sotto; e p(er)ò muove l'autore q(ue)sto
    dubbio (et) soiunge du' soluzio(n)i; la
    prima a la dubitat(i)o(n)e, s(econd)a la l(icte)ra; la s(econd)a,
    s(econd)o l'alegoria. Seguita la prima.
    Da che tu vuoi (et) c(etera). In questi tre t(er)narii
    l'autore pone la solutio(n)e del primo
    dubbio, s(econd)o la l(icte)ra la qual è in s(ente)ntia q(ue)l
    che è d(i)c(t)o di sopra; ma in parole dice
    cusì. Beatrice rispondendo al dubbio, s(econd)o la prima intent(i)o(n)e: Da ch(e),
    cioè poi che tu Virgilio, vuoi saper cotanto a dentro. (Et) ben finge l'autore
    che questa dubitat(i)o(n)e movesse Virgilio che significa la ragione:
    imp(er)ò che la ragione è vaga d'imparare q(ue)l ch(e) p(er) sé no(n) vede.
    Dirott'el brevem(en)te, mi rispose, cioè ad me Virgilio, P(e)r ch'io, cioè Beatrice,
    non temo di venir qua entro, cioè in q(ue)sto limbo. Temer si de' di
    sole quelle cose, Ch'à(n)no potentia di far altrui male, Dell'altre no: ché
    no(n) son paurose
    , cioè da dovere aver paura. Questa è notabile et
    verissima s(ente)ntia. Sobiunge ad q(ue)sta: Io son facta da Dio, sua mercè,
    tale
    , cioè p(er) sua gratia, sì facta, Ch(e) lla vostra miseria no(n) mi tange, cioè
    no(n) mi toccha, (et) q(u)esto si de' intendere di tucti beati. Né fiamma d'esto
    ('n)cendio n(on) m'assale
    , cioè non m'assalta, (et) dimo(n)stra p(er) la fia(m)ma de lo
    ('n)cendio de lo 'nferno: ché nel linbo no(n) è incendio; ma quando dice
    la nostra miseria, s'intende pene di quelli del limbo: imp(er)ò che in miseria
    sono in quanto sono p(ri)vati di beatitudi(n)e. Seguita poi la risposta
    s(econd)o lo dubbio, s(econd)o l'alegoria; e p(er)ò si de' (con)siderare che no(n) sensa
    cagione l' autore sobiu(n)ge questo: imp(er)ò che al dubbio, s(econd)o la p(ri)ma
    intentio(n)e era soddisf(a)c(t)o assai sofficientemente. Dice poi lo texto:
    Donn'è gentil nel ciel (et) c(etera). In questi septe t(er)narii lo n(ost)ro aucto(r)e
    pone la solut(i)o(n)e del s(econd)o dubbio che si muove s(econd)o l'alegoria; cioè se Da(n)te
    era implicito ne' vitii, (et) p(ec)c(a)ti com'elli à d(i)c(t)o di sopra di sé, come ve(n)ne
    la Teologia acco(m)pagnata coà la gr(ati)a coop(er)ante (et) (con)su(m)ma(n)te sensa
    altro meço in lui, ch'(è) sig(nifi)cata p(er) Beatrice come d(i)c(t)o fu di sopra? Ad
    ch(e) risponde ch(e) no(n) fu sensa meço: imp(er)ò che q(ue)sto no(n) potrebbe essere;
    ma p(re)cedettono due gr(ati)e inanti; cioè la gr(ati)a p(re)veniente (et) la gratia
    illumina(n)te, et intorno ad q(ue)sto dobbiamo sap(er)e ch(e) a la salute d'og(n)i
    peccatore si richiedeno tre gr(ati)e; prima una gr(ati)a che viene sensa niuno

    [p. 8]
    merito de l'homo, (et) fa l'h(om)o cognosc(er)e lo suo p(e)cc(at)o (et) aver vollia di
    'scirne, et p(er)ché Dio la dona di sua bontade (et) liberalitade ad chi elli
    vuole, p(er)ò si chiama gratia preveniente; cioè che viene inanti
    al merito de l'homo, et p(er)ché questa non vasta: imp(er)ò che no(n) vasta
    aver vollia di 'scir del peccato se non se n'esce, (et) entrasi ne le
    v(ir)tù; (et) poi (con)ceduta l'altra che si chiama gr(ati)a illumina(n)te la quale
    insegna (et) illumina l'h(om)o ad 'scire del p(e)cc(at)o, (et) intrare ne le v(ir)tù con
    p(e)n(itent)ia. Et p(er)ché questa illumina, p(er)ò la chiama Lucia, cioè luce che
    illumina, et p(er)ché queste du' non vastano: imp(er)ò che molti à(n)no
    già avuto vollia di 'scir del p(e)cc(at)o (et) intrare ne le virtù, et ànno avuto
    il sap(er)e et anco no(n) ne sono 'sciti, et p(er)ò è nec(essa)ria la tersa, la quale
    si chiama gr(ati)a coop(er)ante: imp(er)ò che adop(er)a insieme coà l'homo
    ad farlo 'scire del p(e)cc(at)o coà la confessione coà la contrictio(n)e (et) satisfactio(n)e, et
    intrare ne le v(ir)tù (et) crescere in esse di grado in grado. (Et) p(er)ché in tucti
    più questa dura a chi la vuole infine al fine, (et) mena ad salute, p(er)ò
    si chiama gratia co(n)su(m)ma(n)te, (et) lo n(ost)ro autore la chiama Beatrice,
    p(er)ch'ella fa l'homo beato. Ma in chi ella non durasse si chiamerebbe
    pur gratia coop(er)ante: imp(er)ò che consu(m)ma(n)te gr(ati)a non è, se no(n) ne' perfecti
    che sono nella inp(er)fectione
    di v(ir)tù. (Et) q(ue)sta vuole lo nostro
    autore che sia coà la s(an)c(t)a
    Teologia: imp(er)ò che venutali
    la gratia prevenie(n)te
    (et) la inlumina(n)te, li ve(n)ne la
    coop(er)ante coà la s(an)c(t)a Teologia,
    a la quale elli si die' abbandonando
    le cose mo(n)dane
    (et) li studii monda(n)i.
    Veduto q(ue)sto è da vedere
    lo texto lo quale fi' più agevile
    ad intendere. Dice
    adu(n)q(ue) così: Donn'è ge(n)til
    nel Ciel, che si (com)piange
    .
    Q(ue)sta gentil donna che
    no(n) si no(m)i(n)a, è la gr(ati)a preveniente.
    Dice che si co(m)pia(n)ge:
    Di questo impedim(en)to,
    ov'io ti mando
    , cioè si duole
    di q(ue)sto impaccio, c'à
    Dante, sì che duro iuditio
    là su frange
    , cioè sì che
    ro(m)pe lo duro iuditio del fato:
    imp(er)ò che l'ordine de la
    divina iustitia vuole ch(e)
    chi è in p(e)cc(at)o sia p(ri)vato de la
    gr(ati)a di Dio. Questo è lo du(r)o
    iuditio che molti chiamano
    fato, (et) questo si rompe
    q(ua)n(do) Dio concede gratia a l'homo
    che ricognosca lo suo p(e)ccato
    (et) volliane 'scire. Q(ue)sta,
    cioè la gratia p(re)veniente,
    chierse Lutia nel suo dima(n)do,
    cioè addimandò Lucia,
    che sig(nifi)ca la gr(ati)a illuminante,
    (et) p(er)ò la no(m)i(n)a Lucia, quasi
    luce che illumina lo 'ntellecto
    di quello che si de' fare.
    Et disse: Or à bisogno il
    tuo fedele Di te
    , cioè Dante
    il tuo fedele hor à bisogno
    di te. Dice l'autore di sopra
    che elli fu fedele ad creder
    ciò che la gratia illumina(n)te
    l'amaestrava, et io a tte
    lo raccomando
    . Imp(er)ò che
    la p(re)veniente fa meritare
    l'homo la gr(ati)a illumina(n)te,
    (et) p(er)ò dipo' la prima seguita
    la s(econd)a, q(ua)n(do) l'h(om)o la vuole (et) dimandala. Lucia, nimica di ciascun crudele, cioè
    la gr(ati)a illuminante tucta piena di misericordia: imp(er)ò ch(e) Dio molto
    più c'illumina che no(n) meritiamo, p(er) la gratia p(re)veniente. Si mosse, (et)
    venne al luogo dov'io era
    , cioè (et) venne al luogo ov' io Beatrice era, ch(e)
    sig(nifi)ca la gr(ati)a coop(er)ante: imp(er)ò che dipo' la gratia illuminante viene la coop(er)ante,
    q(ua)n(do) l'homo la vuole (et) dimandala. Che mi sedea co(n) l'anticha Rachele.
    Questa Rachel fu mollie di Iacob, lo quale ebbe du' mollie; cioè
    Lia, (et) Rachel filliuole di Laban, (et) p(er) av(er)e Rachel lo servitte septe anni
    (et) elli lo 'ngannò (et) dieli Lia che non era sì bella, et disse che se vole(v)a a(n)co
    Rachel lo servisse altre septe anni, (et) cusì s(er)vitte quattordici a(n)ni,
    p(er) aver Rachel che era più bella che Lia. Questa Rachel significa la vita
    sp(irit)uale (et) co(n)templativa (et) Lia sig(nifi)ca la sensuale et activa. Tutti coloro
    che desiderano beatitudine s(er)veno a Ddio p(er) averla; ma (con)viene ch(e)
    inanti abbiano Lia, cioè ch(e) s'aop(er)ino ne la vita vita et e s(er)vano i(n) q(ue)lla,
    (et) poi ànno Rachel ch'è la vita (con)templativa, ne la quale si riposa l'a(n)i(m)a.
    Et p(er)ò dice l'autore che Beatrice, cioè la gr(ati)a coop(er)ante (et) consu(m)mante,
    ben che coop(er)i ne la vita activa, non siede p(er)ché è in exercitio, ma q(ua)n(do)
    viene la contemplativa allora siede; (et) p(er)ò nota(n)teme(n)te dice l'autore
    nel texto che Beatrice dice che si sedea l'anticha Rachele, et og(n)i
    homo che vuole beatitudi(n)e, conviene che prima sé exerciti ne la vita
    activa, (et) poi viene alli riposi de la co(n)templativa se non in q(ue)sta
    vita, almeno poi nell'altra. Disse: Beatrice, loda di Dio vera, Lucia parlando
    a Beatrice la chiama loda vera di Dio: imp(er)ò che lla s(an)c(t)a Teologia
    coà la gratia coop(er)ante (et) (con)su(m)mante acco(m)pagnata semp(re), loda di
    Dio verame(n)te (et) non fictamente, overo ne l'exercitio de la activa,
    overo nel riposo de la (con)templatio(n)e. Ché non soccorri quel, che t'amò
    tanto?
    Ecco ch'ella muove ad soccorrer Dante, che amò tanto

    [p. 8]
    la s(an)c(t)a Teologia, che p(er) quella abbandonò tucte le cose mondane,
    (et) li studii mondani (et) diesi alli studii (et) all'opre de la s(an)c(t)a Teologia, (et) p(er)ò
    seguita: c'uscì p(er) te de la vulgare sciera; cioè de la sciera de l'ho(min)i vulgari
    del mo(n)do. Non odi tu la pieta del suo pianto? P(er) q(ue)sto dimo(n)stra ch(e) Da(n)te
    avesse avuto la gr(ati)a p(re)venie(n)te, i(n) qua(n)to mo(n)stra che piangesse p(er) lli
    suoi p(e)cc(at)i (et) errori. Non vedi tu la morte, che 'l co(m)batte, cioè la luxu(r)ia,
    sup(er)bia, (et) avaritia, sig(nifica)ti p(er) li tre animali li quali sono morte sp(irit)uale;
    che co(m)batteno Dante vole(n)te mo(n)tare al mo(n)te de le virtù, i(n)lumi(n)ato
    da la gr(ati)a illumi(n)ante? (Et) nota(n)tem(en)te dice nel primo no(n) odi, (et) nel
    s(econd)o n(on) vedi: i(m)p(er)ò ch(e) lla (con)trict(i)o(n)e del cuore (con)vi(en)e che scoppii de la p(ro)p(r)ia bocca,
    (et) coà la voce si dimo(n)stri, la quale si riceve p(er) l'audito; ma l'actività v(ir)tuosa
    si mo(n)stri coà ll'op(er)e che si (com)prendeno p(er) llo viso. Sulla fiumara
    pone il luogo ov'è q(ue)sto co(m)battim(en)to;
    cioè i(n) de la piaggia,
    sop(ra) la fiumana. Q(ue)sta
    fiumara è lo mo(n)do misero,
    pieno di fatice, di te(m)pesta
    (et) di paure, no(n) me(n)o
    che 'l mare; (et) p(er)ò adiu(n)ge ove
    'l mar no(n) à va(n)to
    , cioè n(on)
    à vantaggio. Questo ch(e)
    ora chiama fiumara, di
    sop(ra) chiamò selva, (et) (con)vegno(n)si
    questi no(m)i al mondo,
    come mo(n)strato è di sop(ra),
    (et) finge che tra la selva et
    lo monte fusse una piaggia.
    Questa piaggia è lo
    stato ch'è meço tra' vitii
    (et) le v(ir)tù: q(ua)n(do) l'h(om)o è 'scito d(e') vitii,
    inansi che mo(n)ti a le
    v(ir)tù, si dice e(sser)e ne la piaggia.
    Et è da notare che
    questo mo(n)do, ch'è come
    una fiuma(n)a, fiuma(n)a è più
    che fiume; cioè allagatio(n)e
    di molte acque, spinge
    chiu(n)qua entra in esso;
    cioè ogni homo ch(e) ci nasce,
    o è ne la serva di vitii, (et) de'
    peccati, o è ne la piaggia
    ove si pillia l'ascendim(en)to
    al mo(n)te de le v(ir)tù, et i(n)
    questo stato era Dante 'scito
    già de la s(el)va. Seguita
    Beatrice: Al mondo no(n)
    fur mai p(er)sone ratte, ad
    far lor pro, o ad fuggir
    lor danno, com'io, dipo' cotai
    parole f(a)c(t)e
    . P(er) q(ue)sta (com)pa(ra)t(i)o(n)e
    dimaestra come la g(ra)tia
    coop(er)ante soccorre tosto
    ad chi la vuole (et) dimandala.
    Ve(n)ni qua giù
    del mio b(ea)to sca(n)no
    , cioè io
    Beatrice discesi qua giù
    ad te Virg(ilio) de la mia beata
    sedia di pa(ra)diso. Ogni gr(ati)a
    viene di lassù, (et) in cielo
    e(ss)entialme(n)te habita et
    sta, ben ch(e) in de l'ho(min)i adop(er)i.
    Fidandomi nel tuo parlar
    honesto
    , cioè del tuo
    p(ar)lare, Virg(ili)o, lo q(u)ale è ho(n)esto;
    cioè pieno d'honestà et
    di v(ir)tù. Ch'onora te (et) q(uell)i,
    ch'udito l'à(n)no
    . Veram(en)te
    lo parlar di Virgilio honora
    lui (et) chiu(n)q(u)a l'ode, i(n)tende(n)do
    pur l(itte)ralmente;
    ma allegoricam(en)te lo pa(r)lar
    de la ragione è semp(re)
    honesto, (et) honora chi 'l p(ro)ferisce,
    (et) chi l'ode. Seg(u)ita:
    Possa che m'ebbe (et) c(etera).
    In questi quattro t(er)narii
    l'autore pone la (con)clusione
    del parlar di Virgilio, lo quale àe continuato il suo p(ar)lare da q(ue)l
    v(er)so: Se i' ò ben la tua parola intesa, infin al fin di q(ue)sti ue pa(r)la poi
    pur l'autore; (et) ben che p(er) tucti parli l'autore, alcuna volta parla
    come recitato(r)e del parlar altrui, alcuna volta parla come recitatore
    del suo. Qui parla Dante co(m)e recitatore del parlar di V(ir)g(ili)o, (et) pone
    la (con)clusione, d(ice)ndo: Virg(ili)o co(n)tinuò così lo suo parlare: Possa che
    m'ebbe ragionato questo
    , Beatrice, li occhi lucenti, lagrimando,
    mosse
    ; cioè Beatrice monstrando che li calesse di Dante. Che siano
    li occhi, sposto fu di sopra. Ai s(an)c(t)i homini (et) a Ddio spiace (et) i(n)cresce
    de la morte del pecc(at)ore, sì come dice ne l'Evangelio: Nolo morte(m)
    peccatoris, s(ed) ut (con)v(er)tatur (et) vivat
    . P(er)ché mi fece del venir più p(re)sto.
    Q(uas)i dica: (et) p(er) ciò m'avacciai ad venire, p(er)ch'io li viddi ta(n)ta cura
    di te. (Et) venni ad te così, com'ella volse; cioè io Virgilio, co(m)e volse
    Beatrice. Dina(n)si ad quella fiera ti levai; cioè alla lupa, che sig(nifi)ca
    l'avaritia, che del bel mo(n)te il corte andar ti tolse. Questo s'intende
    allegoricamente che la ragione di Dante mossa da la gr(ati)a
    coop(er)ante, tostam(en)te mosse la sua sensualità (et) levolla dall'avaritia
    de le cose mondane, che lli tolse lo corto andar del monte
    bello de le v(ir)tù. Poghi sono che p(er) questa corta via vadino a le

    [p. 9]
    v(ir)tù; cioè che 'sciti del vitio subitam(en)te vadino all'altessa de le v(ir)tù,
    ai quali Dio concede questo subito mutamento p(er) sua gr(ati)a. Ma tucti
    li più, 'sciti de' vitii coà la contritio(n)e (et) confessione, come dimaest(ra)
    Dante di sé ne la prima cantica, ue ricognosce li p(e)cc(at)i (et) le loro debite
    pene; (et) poi purgati coà la p(e)n(itent)ia (et) satisfact(i)o(n)e, come dimaestra
    in p(ar)te de la s(econd)a cantica infine che viene al sallire del paradiso terrestro,
    ue pone le purgatio(n)i di tutti p(e)cc(at)i, vegnano poi all' altessa de le
    v(ir)tù, crescendo in q(ue)lle p(er) op(er)atio(n)i, come dimaestra di sé Dante da la
    mo(n)tata del pa(ra)diso terrestro infine al fine de la s(econd)a cantica; (et) poi alla
    perfectione di quelle p(er) la co(n)templatione come dimaestra di sé ne la
    tersa cantica ue finge che sallisse a' cieli a veder la gloria de' beati, la
    qual cosa fu per (con)templatione. Or seguita la conclusio(n)e, coà la rip(re)nt(i)o(n)e
    d(ice)ndo: Dunq(ue) che è? p(er)ché, p(er)ch(é), restai tu Da(n)te?
    P(er)ché tanta viltà nel cuor allette; cioè
    p(er)ché se' sì vile? P(er)ch(é) ardir (et) francessa non
    ài
    ; cioè p(er)ché non se' ardito (et) franco? Possa
    che tai tre Donne benedette
    ; cioè la innominata
    gr(ati)a preveniente, Lucia (et) Beatrice
    cura di te ne la corte del cielo che,
    p(er)ché sono gratie date da Dio, come mostrato
    è di sopra, ti dovrebbeno dare
    ardire (et) francessa. E 'l mio parlar tanto
    ben ti p(ro)mette?
    Q(uan)to apparve sopra nel p(ri)mo
    canto ue disse: Ond'io p(er) lo tu' me' penso
    (et) discerno
    , (et) c(etera). Imp(er)ò che tutte queste
    cose ti dovrebbeno da(r)e a(r)dire (et) gallia(r)dia.
    Quali fioretti del nocturno gielo (et) c(etera).
    In questi ultimi cinque ternarii col versetto
    ultimo, l'autore dimonstra per una
    similitudine come fu ri(n)vigorito p(er) llo
    conforto di Virgilio (et) ritornato nel
    primo p(ro)ponimento, unde dice: Quali
    fioretti del nocturno gielo chinati (et) chiusi,
    poi che 'l sol l'imbianca, si drissan tucti
    ap(er)ti in loro stelo
    . Qui pone l'auto(r)e la
    prima p(ar)te de la similitudine, cioè come
    li fioretti li quali sta(n)no chinati (et) chiusi
    p(er) lo gielo de la nocte, s' ap(ro)no (et) drissansi
    in loro gambo, poi che 'l sol l' imbianca,
    (et) p(er) questo appare che la bianchessa s' i(n)generi
    ne' fiori dal sole, come veggiamo
    che inbiancha la cera che è stata la nocte
    alla rugiada. Tal mi fec'io di mia v(ir)tute
    stanca
    . Qui è l'altra p(ar)te de la similitudine,
    cioè l'assimilliato. Ogni similitudine
    àe du' p(ar)ti; cioè quello unde si
    pillia la similitudine (et) quello che s'asimillia.
    Posto àe la conditione de' fiorecti
    unde si pillia la similitudine, ora
    pone la conditione sua che è la cosa assimilliata,
    dicendo che tale si fece elli de
    la sua v(ir)tù stanca. Quali fioretti (et) c(etera). Imp(er)ò
    che come il gielo de la notte; cioè la paura
    de la 'gnorantia avea chinata (et) chiusa
    la sua v(ir)tù, così lo caldo del sole (et) lo
    splendore, cioè lo fervore (et) la confidentia
    del sapere presa de la gratia di Dio, levò
    su (et) aperse la sua v(ir)tù ne la mente
    sua. Et tanto buono ardir al cor mi corse;
    cioè ad me Dante, ch'io cominciai, come
    p(er)sona franca. Qui pone l'autore la
    risposta sua, posta la similitudine, (et) co(n)gratulando
    a Beatrice (et) ad Virgilio
    dice: O pietosa colei, che mi soccorse; cioè
    fu Beatrice, Et tu; cioè Virgilio, fusti cortese,
    ch'ubidisti tosto alle vere parole ch(e)
    ti porse
    Beatrice. Et p(er) questo dimaestra
    la ragione sua esser stata obedie(n)te
    p(er) quel che finge di Virgilio, et monstra
    quanto sia giovato il conforto di Virg(ilio),
    dicendo: Tu m'ài con desiderio il cor disposto;
    ad me Dante, sì al venir, coà le parole tue;
    cioè di te Virgilio, ch'io, ciò Da(n)te,
    son tornato nel primo p(ro)posto, cioè
    di seguirti, p(er) la via che dicesti. Or va',
    ch'un sol voler è d'amedue
    ; cioè di te
    Virgilio, (et) di me Dante: la volontà mia
    è una medesma coà la tua. tu, Virgilio, se' duca, tu signor (et) tu maestro.
    Bene sta l'homo q(ua)n(do) la sensualità si lassa guidare a la ragione.
    Così li dissi a Virgilio (et) poi che mosso fu Virgilio, entrai; io Dante, per
    lo camin alto
    ; cioè profondo, s(econd)o la gramatica (et) silvestro; cioè salvatico,
    cioè p(er) lo camin de lo 'nferno, la entrata del quale soiunge nel sequente
    canto.

    3.

    3.1. Inf. III (testo)


    [p. 9]
    "Per me si va ne la cità dole(n)te,

    Per me si va ne l'ett(er)no dolo(r)e,

    P(er) me si va tra la p(er)duta ge(n)te.

    Iusticia mosse il mio alto Fattore;

    5Fecemi la Divina Potestate,

    La somma Sapientia e il primo Amore.

    Dinansi ad me non fun cose create

    Se non eterne, (et) io eterna duro.

    Lassate ogni speransa, voi ch'entrate".

    10Queste parole di colore obscuro

    Vidd'io scripte al sommo d'una porta;

    Perch'io: "Maestro, il senso lor m'è duro".

    Et quelli a me, come p(er)sona accorta:

    "Qui si co(n)vien lassare ogni sospecto;

    15Ogni viltà convien che qui sia morta.

    Noi siam venuti al luogo, ov'io t'ò detto

    Che tu vedrai le gente dolorose

    Ch'ànno perduto 'l ben dello 'ntellecto".

    Et poi che lla sua man a la mia puose

    20Con lieto volto, ond'io mi confortai,

    Mi misse dentro alle segrete cose.


    [p. 9]
    Quivi sospiri, pianti et alti guai

    Risonavan per l'aiere sensa stelle,

    Per ch'io al cominciar ne lagrimai.

    25Diverse lingue con horribil favelle,

    Parole di dolore, accenti d'ira,

    Voce alte (et) fioche, (et) suon di man con elle

    Facean un tumulto, il qual s'aggi(r)a

    Sempre in que l'aiere sensa tempo tinta,

    30Come la rena quando a turbo spira.

    Et io ch'avea d'error la texta cinta,

    Dissi: "Maestro, che è quel ch'i' odo?

    Et quella gente che è nel duol sì vinta?"

    Et elli ad me: "Questo misero modo

    35Tegnon l'anime triste di coloro

    Che vissen sensa fama (et) sensa lodo.

    Misciati sono ad quel gattivo coro

    Delli angiuli che non furon ribelli

    Né fur fedeli a Ddio, ma p(er) sé foro.

    40Cacciali Cieli per non esser men belli,

    Né lo profondo Inferno li riceve,

    C'alcuna gloria i rei arebber d'elli".


    [p. 10]
    Et io: "Maestro, che è tanto greve

    A llor che lamentar li fa sì forte?"

    45Rispuose: "Dicerolti molto breve.

    Questi non ànno speransa di morte,

    Et la lor ciecha vita è tanto bassa,

    Che 'nvidiosi son d'ogni altra sorte.

    Fama di loro il mondo esser non lassa;

    50Misericordia (et) iustizia li sdegna:

    Non ragionar di lor, ma guarda (et) passa.

    Et io riguardai, viddi una insegna

    Che girando correva tanto ratta,

    Che d'ogni posa mi parea indegna;

    55Et dietro li venia sì lunga tracta

    Di gente, ch'io non averei creduto

    Che morte tanta m'avesse disfacta.

    Possa ch'io n'ebbi alcun ricognosciuto,

    Viddi (et) cognobbi l'ombra di colui

    60Che fece p(er) viltà lo gran rifiuto.

    Incontenente i(n)tesi (et) certo fui

    Che questa era la setta de' gattivi,

    A Ddio spiacenti (et) ai nimici suoi.

    Questi sciagurati, ch(e) mai no(n) fur vivi,

    65Erano nudi (et) stimulati molto

    Da mosconi (et) da vespe ch'erano ivi.

    Elli rigava lor di sangue il volto,

    Che, mesciato di lagrime, a' lor piedi

    Da fastigiosi vermi era ricolto.

    70
    [p. 10]
    E poi ch'a rriguardar oltra mi diedi,

    Viddi gente alla riva d'un gran fiume;

    Perch'io dissi: "Maestro, or mi concedi

    Ch'io sappia qua' son quelle (et) q(u)al costume

    Le fa del trapassar parer sì promte,

    75Com'io discerno p(er) llo fioco lume".

    Et elli ad me: "Le cosse ti sin conte

    Quando noi fermerem li nostri passi

    Sulla trista riviera d'Acheronte".

    Allor co· lli occhi vergognosi (et) bassi,

    80Temendo che 'l mio dir li fusse grave,

    Infin al fiume del parlar mi trassi.


    [p. 11]
    Et ecco verso noi venir per nave

    Un vecchio, biancho per antico pelo,

    Gridando: "Guai ad voi, anime prave!

    85Non sperate mai veder lo Cielo:

    I' vegno p(er) menarvi all'altra riva

    Ne le tenebre eterne, i(n) caldo (et) in gielo.

    E tu che se' custì, anima viva,

    Partiti da cotesti che son morti".

    90Et q(ua)n(do) vidde ch'io non mi partia,

    Disse: "P(er) altre vie (et) per altri porti

    Verrai a piaggia, non qui, p(er) passare

    Più lieve legno (con)vien che ti porti".

    E 'l duca a llui: "Caron, non ti crucciare:

    95Vuolsi così colà dove si puote

    Cioe che si vuole, (et) più non dimanda(r)e".

    Quinci fur chete le lanose gote

    Al nicchier della livida palude,

    Che torno alli occhi avea di fia(m)me rote.

    100
    [p. 11]
    Ma que l'anime, ch'eran lasse et nude,

    Cangiar colore et dibattero i denti,

    Rapto che 'nteser le parole crude.

    Biastemavano Dio e i lor parenti,

    L'umana specie e 'l luogo e 'l te(m)po e 'l seme

    105Di lor semente (et) di lor nascimenti.

    Poi si ritrasser tutte quante insieme,

    Forte piangendo, a la riva malvagia

    C'attende ciascun hom che Dio non teme.

    Caron dimonio con occhi di bragia

    110Loro acce(n)nando, tucte le ricollie;

    Batte col remo qualunqua s'adagia.


    [p. 12]
    Come d'autu(n)pno si levan le follie

    L'una appresso dell'altra, infin che 'l ramo

    Vede a la terra tucte le sue spollie,

    115Similemente il mal seme d'Adamo

    Gittarsi di quel lito ad una ad una,

    Per cenni come augel per suo richiamo.

    Così sen vanno su p(er) l'onda bruna,

    Et avanti che sian di là discese,

    120Anco di qua nuova schiera s'aduna.

    "Filliuol mio", disse il Maestro cortese,

    "Quelli che muoion nell'ira di Dio

    Tucti convegnon qui d'ogni paese;

    Et prompti sono ad trapassar lo rio,

    125Ché lla Divina Iustizia li sprona,

    Sì che la tema si volge in disio.

    Quinci non passo mai anima buona;

    Et p(er)ò, se Caron di te si lagna,

    Ben puoi saper omai che 'l suo dir suona".

    130Finito questo, la buia ca(m)pagna

    Tremò sì forte, che de lo spavento

    La mente di sudor ancor mi bagna.

    La terra lagrimosa diede vento,

    Che balenò una luce v(er)millia

    135La qual mi vinse ciascun sentimento;

    Et caddi come l'hom cui so(n)no pillia.


    3.2. Inf. III (commento)


    [p. 12]

    Per me si va ne la cità dolente (et) c(etera). In q(ue)sto t(er)so canto lo n(ost)ro autore
    incomincia lo tractato del suo poema ponendo com'elli
    guidato da Virg(ili)o intrò ne lo 'nferno (et) quel che trovò nel p(rim)o
    adito de lo 'nferno inansi che venisse al fiume Acheron; ne
    la s(econd)a parte, che serà la s(econd)a lectione, pone come p(er)venne al
    fiume, quine: Et poi ch'a riguardar oltra (et) c(etera). La prima, ch'è la prima lectione,
    si divide in sei parte, imp(er)ò che prima pone quel che vidde sop(ra)
    la porta de lo 'nferno (et) come di ciò spaurito ricorse ad Virgilio. Ne la s(econd)a
    come Virgilio lo conforta, q(ui)ne: Et elli ad me, co(m)e p(ersona) (et) c(etera). Ne la tersa po(n)e
    quel che sentitte dentro da la porta (et) come ne dimanda Virgilio, q(ui)ne:
    Quivi sospiri (et) c(etera). Ne la quarta si pone la risposta che fece Virgilio, q(ui)ne:
    (Et) elli ad me (et) c(etera). Ne la quinta pone una dimanda che elli fa ad Virg(ili)o
    (et) la risposta che Virgilio li fa di ciò, quine: Et io, maestro (et) c(etera). Ne la sexta

    [p. 9]
    pone come vidde quel che prima avea sentito, quine: Et io, che riguardai,
    (et) c(etera)
    . Divisa la lectione ora è da vedere la sententia literale la qual si
    continua così. Poiché Virgilio ebbe preso il cammino et io Dante dirieto
    a llui, ve(n)nimo ad una porta sopra la quale era questa scripta: Per me
    si va ne la ci tà dolente, p(er) me si va ne l'eterno dolore, per me si va tra
    la perduta gente. Iustitia mosse il mio alto Factore; fecemi la Divi(n)a
    Potestate, l'eterna Sap(ient)ia e 'l primo Amore. Dinanti ad me non fur cose
    create se non et(er)ne, (et) io eterna duro. Lassate ogni speranse, voi ch'entrate
    .
    La quale scripta poi ch'i' ebbi lecta, spaurito p(er) questo ultimo verso,
    cioè: Lassate ogni speransa, vo' ch'entrate, ricorsi ad Virgilio (et) dissi: Maestro,
    la sententia di questo ultimo v(er)so m'è dura, quasi dicesse: io abbo
    paura d'entrare. Allora Virg(ili)o, come p(ersona) acorta, mi rispuose: Qui si (con)vien
    lassar ogni sospecto, (et) ogni viltà. Noi siamo venuti al luogo ch'io ti
    dissi ue tu vedrai li dannati, (et) presimi p(er) lla mano mi tirò dentro da
    la porta, et quine io uditti risonare per
    l'aiere nero, che quine era, sospiri, pia(n)ti
    (et) altri guai, unde p(er) pietà ne comi(n)ciai
    a llagrimare. In quello aiere nero
    s'udiva uno tumulto che s'aggi(r)ava
    p(er) quell'aiere come la rena s'aggira al
    turbino del vento, (et) questo proceda
    da orribili linguaggi (et) div(er)se lingue,
    (et) parole dolore, co(n) proferim(en)ti d'ira, da voci
    alte (et) fioche (et) suoni di mani, p(er) lla q(ua)l
    cosa io Dante addimandai Virgilio
    che era quello ch'io udia, (et) quale era
    quella gente che parea sì vinta nel
    dolore. Allora Virgilio mi rispuose
    che questo m(od)o misero teneano l'anime
    triste di coloro che visseno nel mo(n)do
    sensa fama (et) loda, (et) sono mesciate
    a la co(m)pagnia delli angiuli gattivi ch(e)
    no(n) fu(n)no p(er)ò ribelli da Dio, né anco non
    funno con Dio ma stetteno p(er) sé ne la
    discordia che mosse il Lucifero di po' la creatione
    loro (contro) Dio, (et) non possano stare
    in de' cicli che se ne assosserebbeno
    d'essi, né no(n) sono nel profondo de lo 'nferno,
    p(er)ò che alcuna gloria arebbeno di
    da(n)nati di loro. Oltra questo io Dante
    dimandai anco Virgilio: Maestro, ch(e)
    è loro tanto grave che li fa lamentare
    sì forte? Rispuosemi Virgilio: Io tel dirò
    in breve. Questi non ànno speransa
    di morte, (et) la lor ciecha vita è ta(n)to
    bassa che sono invidiosi d'ogni altra
    sorte. Lo mondo no(n) lassa esser fama
    di loro, misericordia (et) iustitia li
    rifiuta. Non ragionar di loro più, ma
    guarda quel che vedi (et) possa. (Et) io Da(n)te,
    allora guardando viddi una insegna
    che correa in giro, come in giro
    era il luogo ove erava(m)mo, tanto ratta
    che non parea che mai si dovesse possare,
    (et) dirieto ad essa avea una lu(n)ga
    traccia di tanta gente ch'io non arei
    mai creduto che tanta ne fusse morta,
    de la quale alcuno cognobbi, (et) maximamente
    colui che fece p(er) viltà lo
    gra(n) rifiuto. Incontenente io intesi
    che questa era la setta de' chattivi
    spiacenti a Ddio (et) a' suoi nimici suoi, et erano
    questi sciagurati che mai non si può dire
    che fusseno vivi, nudi (et) stimulati
    da mosconi (et) da vespe ch'erano quine,
    et dal lor volto cadeva sangue mesciato
    col lagrime, che era ricolto giù
    a' lor piedi da vermi fastigiosi. Et quine finisce la sententia l(icte)rale
    de la prima lectione, ora è da vedere il texto co· le moralità overo
    allegorie. Per me si va ne la cità dolente (et) c(etera). In questi primi
    quattro ternarii lo n(ost)ro autore finge che, menato da Virgilio, elli
    iu(n)gesse ad una porta sopra la quale scripto eran queste parole, ne le
    quali s'induce a parlare la porta, (et) fa l'autore du' cose, p(er)ché prima
    pone la scripta che vidde, ne la s(econd)a narra come la vidde (et) come inpaurito
    di ciò ricorse a Virgilio, quine: Queste parole (et) c(etera). Dice adunqua
    prima che la scripta, parlando de la porta, dicea: P(er) me, cioè
    per me porta, si va ne la cità dolente, cioè ne lo 'nferno che è pieno
    di dolore. No(n) che propriamente si chiami cità, ma abusivamente,
    imp(er)ò che quine non è concordia di citadini, ma qui è co(n)tinua
    discordia imp(er)ò che v'è so(m)mo odio sì come in vita eterna è perfecta
    carità. P(er) me, cioè per me porta, si va ne l'eterno dolore, cioè nel
    dolore che non de' mai avere fine, (et) ponesi qui et(er)no p(er) perpetuo, i(m)però
    che et(er)no p(ro)priamente non ebbe mai principio né fine, ma p(er)petuo n(on)
    de' avere fine ben che abbia avuto principio, come lo 'nferno che
    ebbe principio, come si dirà incontenente, ben che mai non debbia
    aver fine. Per me, cioè p(er) me porta, si va tra la perduta gente, q(uan)to
    a la gratia. Iustitia mosse 'l mio alto Factore: parla ancora la po(r)ta
    dicendo che Dio p(er) iustitia si mosse a fare lo 'nferno, lo quale è
    sig(nifica)to p(er) la porta; ché in questo parlar presente l'autore pone la p(ar)te
    p(er) llo tucto s(econd)o l'uso de' Rectorici, lo quale onferno fu creato da
    Dio p(er) punire li rei, imp(er)ò che s(econd)o iustitia si richiedea che fusseno
    puniti li rei come rimunerati li buoni. Fecemi la Divina Potestate,
    cioè il Padre, al quale s'attribuisce la potentia del creare,
    fece me porta p(er)ò che di fare ciò nimo arebbe avuto potentia se non
    Dio. La somma Sapientia, cioè il filliuolo ad cui è attribuito la sapie(n)tia
    d'ordinare le cose create, fece me porta, p(er)ò ch(e) di ciò niuno arebbe

    [p. 9]
    avuto sapere se non Idio, e 'l Primo Amo(r)e, cioè lo Spirito Sancto, ad cui
    s'attribuisce l'amore di conservare le cose ordinate, fece me porta, i(m)p(er)ò
    ch(e) di far ciò niuno arebbe avuto volontà se non Dio, 'l quale n(on)
    vuole se non bene (et) la iusti(ti)a è bene. Dinansi ad me non fur cose create,
    parla ancor la porta dicendo che nulla cosa creata fu dinansi
    ad essa, imp(er)ò che Dio quando fece 'l mondo, lo primo dì che ceò il cielo
    (et) la terra fece ancor lo 'nferno, sì che in uno stante insieme i(n)sieme
    fu creato lo 'nferno co· le prime cose create, sì che niuna cosa creata
    fu inansi a llui ma i(n)sieme co· llui, et ponsi qui la porta p(er) lo 'nfe(r)no,
    come d(e)c(t)o è di sopra. Et intende l'autore de la creatio(n)e del mo(n)do,
    s(econd)o che tiene la sancta Scriptura che 'l primo dì Dio creasse 'l cielo,
    la terra (et) l'acqua, (et) allora creasse lo 'nferno nel centro de la terra,
    quine ue l'autore monstra nel poema che sia, unde ben dice che inansi
    a llui non fur cose create se non eterne, cioè se no(n) Dio che è ab ete(r)no,
    imp(er)ò che non ebbe
    mai principio. Et io eterno
    duro
    , cioè (et) io porta duro
    in eterno cioè in p(er)petuo,
    ché non debbo mai aver
    fine, (et) ponsi qui la p(ar)te
    p(er) llo tucto, imp(er)ò che si
    pone la porta p(er) lo 'nferno.
    Lassate ogni sp(er)ansa, voi
    ch'entrate
    ne lo 'nferno, però
    che mai no(n) ne dovete
    'scire. Ora dice l'autore
    che, veduta questa scripta,
    impaurito ricorse a V(ir)gilio
    unde dice: Queste parole,
    che son dicte di sopra,
    di colore obscuro vidd'io
    ,
    cioè Dante, scripte al so(m)mo
    d'una porta, cioè sop(ra) l'arco
    de la porta dello 'nferno,
    di colore fusco come si (con)venia
    ad quel luogo, ue
    ogni cosa è nera (et) tenebrosa,
    (et) p(er)ò dice scuro (et) n(on)
    chiaro. P(er)ch'io: Maestro,
    cioè p(er) lla qual cosa io dissi
    Maestro, il senso lor, cioè
    il significato lor m'è duro,
    imp(er)ò che dura cosa mi pare
    dov(er)e intrare in sì facto
    luogo (et) maxim(ame)e(n)te ch(e) dice:
    Lassare ogni speransa
    voi ch'entrate
    . Non vuole
    già dire l'autore che li paia
    duro lo 'ntellecto de le
    parole, ma che li parea
    dura sententia questa, sì
    che n'avea paura come
    apparirà p(er) lla risposta di V(ir)gilio.
    Ora è qui da considerare
    che questa porta,
    che l'autor finge qui l(icte)ralmente
    a lo 'nferno, allegoricamente
    s'intende lo pri(n)cipio
    de la vita vitiosa ch(e)
    mena l'homo a disperatione
    in questo mo(n)do, i(m)p(er)ò
    che allegoricame(n)te di ciò
    intè l'autore, del quale ciascuno
    può legg(er)e ne la
    mente sua quel che è sc(ri)pto
    di sopra de la porta,
    cioè che p(er) essa si va ne la
    cità dolente che è la congregatione de' disperanti, (et) p(er) essa si va ne
    l'ete(r)no dolore, imp(er)ò ch(e) in tal vita è dolore sempre (et) continuo, (et) doppo
    la vita si va nel dolore p(er)petuo, (et) p(er) essa si va tra la perduta ge(n)te et
    che p(er) iustitia fu facto f(a)c(t)o da Dio che chi entra in tal vita non escisse
    mai, et che questa p(ar)te punitiva di iustitia fu facta da Dio insieme
    co· le cose create primamente, imp(er)ò che infin d'allora volse
    questo; sì che questa creatione si de' intendere s(econd)o la volontà divina
    la quale sempre è iusta, imp(er)ò che s(econd)o acto non fu se non quando l'homini
    incomincionno ad pilliar tal vita, et che queste cose ciascuno
    che lle considera le vede scripte ne la me(n)te sua di colore scuro,
    cioè d'apparentia che genera scurità ne la mente, et che la sensualità
    pensando sopra questa ne spaurisce, (et) però ricorre ad Virgilio,
    cioè a la ragione. Seguita poi lo texto: Et quelli a me (et) c(etera).
    In questi tre ternarii finge l'autore che Virgilio, advedutosi de la
    sua paura, lo confortò (et) trirollo dentro. Et quelli, cioè Virgilio, ad
    me
    , cioè Dante disse, come p(er)sona accorta, ché s'avidde ch'io era invilito.
    Qui si convien lassar ogni sospecto, cioè in questo luogo cioè
    ne la intrata si vuole lassare ogni sospecto di paura. Ogni viltà co(n)vien
    che qui sia morta
    , cioè ogni viltà d'animo convien che 'n q(ue)sto
    incominciar si lassi, et p(er) questo si può co(m)prendere che 'l dubitar
    di Dante fu p(er) paura di quelle parole che erano scripte, (et) maximamente
    p(er) que l'ultimo v(er)siculo Lassate ogni speransa, voi ch'entrate.
    Adiugne Virgilio p(er) confortar Dante: Noi siamo venuti,
    cioè tu (et) io, al luogo ov'io t'ò decto, cioè del qual ti dissi nel p(r)imo
    canto, che tu vedrai le gente dolorose, cioè li da(n)nati, sì che la cità
    dolente (et) l'eterno dolore (et) la p(er)duta gente, (et) lassar la speransa
    s'intende p(er) loro (et) no(n) p(er) te. Ch'à(n)no p(er)duto il ben dello 'ntellecto, cioè Dio,
    lo quale è bene de lo 'ntellecto humano, lo quale tanto è beato q(ua)nto
    in lui pensa (et) lui intende. Et poi che la sua mano alla mia puose,

    [p. 9]
    cioè poi che mi prese p(er) la mano co· lla sua mano. Co· llieto volto, ch(e) mo(n)stra
    non paura ma sigurtà, ond'io mi (con)fortai, cioè p(er) lla qual letitia d(e)l
    volto io Dante mi confortai (et) presi speransa. Mi misse dentro alle segrete
    cose
    , cioè dentro da la porta de lo 'nferno mi tirò ue sono le cose segrete,
    le quale niuno vivo può sapere se non p(er) revelatione o p(er) fede.
    Et allegoricamente si de' intendere ch(e) lla ragione (con)forti la sensualità
    p(er) lo modo soprad(i)c(t)o, quando teme d'intrare ad considerare (et) cognoscere
    sì facta vita acciò che la sappia poi fuggire (et) dispregiare.
    Seguita poi: Quivi sospiri, pianti (et) c(etera). In questi quattro ternarii
    l'autore finge che poi ch(e) fu intrato ne lo 'nferno p(er) lo modo che dicto
    fu di sopra, elli uditte molti suoni di dolore p(er) la qual cosa dimandò
    Virgilio, unde dice: Quivi, cioè in quel luogo ove Virgilio m'avea
    tirato, sospiri, che significano anxietà di cuore, pianti, che
    significano dolore, guai, cioè voce alte di dolore, come grida (et) urli,
    risonavan p(er) l'aiere sensa stelle, cioè p(er) l'aiere de lo 'nferno ue non sono
    stelle, p(er)ch'io, cioè p(er) la qual cosa io Dante, al cominciar ne lagrimai,
    p(er)ch'io non sapea la
    cagione al principio
    n'ebbi compassione. Div(er)se
    lingue
    , (et) p(er) questo vuol
    significar che v'erano
    genti d'ogni linguaggio,
    horribili favelle, cioè pa(r)lari
    da fare paura ad altrui,
    parole di dolore, come
    dire "Oimè!", accenti d'ira,
    cioè mo(d)i di proferire
    che fa l'homo quando è
    curucciato, voci alte, co(m)e
    chi parla sopra la voce
    usata, (et) fioche, come pa(r)la
    l'homo quando è affreddito,
    (et) suon di man con
    elle
    , cioè (et) co(n) quelle voci
    suoni di mani cioè p(er)cotimenti
    dell'una man nell'altra;
    tucte queste cose
    insieme facevano un
    tumulto
    , cioè un romore, il
    qual s'aggira
    , cioè semp(re)
    si ravolge quel romore
    in giro, p(er)ò che luogo è to(n)do,
    s(econd)o che finge l'autore
    sì che il tumulto s'aggirava. Sempre 'n quell'aiere
    sensa tempo tinta
    ,
    sempre in que l'aiere ti(n)cto
    sensa t(em)po, cioè sensa
    successione, imp(er)ò che q(ui)ne
    non è successio(n)e di
    tempo, imperò che non
    succede la nocte al dì né
    un dì all'altro, (et) anco q(ui)ne
    non è tempo pe(r)ché
    v'è p(er)petuità, o vollia(m)o
    intendere tinto sensa
    tempo, che ll'aiere era
    nero sensa t(em)po che ne
    fusse cagione come ad
    noi la nocte quando è
    nubilosa, sì che vuole
    dire che quella era pe(r)
    p(ro)pria natura del luogo
    no(n) p(er) accidente. Come
    la rena quando ad tu(r)bo
    spira
    , fa una similitudine
    che così s'aggirava
    quel tumulto nell'aiere come s'aggira la rena nel mo(n)do
    q(ua)n(do) soffia il vento in giro. Turbo è impeto di vento, alcuna
    volta si pillia p(er) lo giro come avale se 'l texto dice ad turbo, i(m)p(er)ò
    che s'intende quando 'l vento spira, cioè soffia ad turbo, cioè
    ad giro, ma se dicesse quando turbo spira s'intenderebbe quando l'impeto
    del ve(n)to che va i(n) giro soffia. Et io, cioè Dante, che avea d'error la
    texta cinta
    , cioè che era i(n) errore di quel tumulto, Dissi: Maestro, a
    V(ir)gilio, che è quel ch'i'odo? Et quella gente, dimanda se quella è ge(n)te,
    dubitava Dante se quel tumulto che udia p(ro)cedea da gente, et p(er)ò
    dima(n)da: E quella gente? imp(er)ò che non (com)prendea che fusseno voci,
    se no(n) che poi ne fu certificato da Virgilio; ch'è nel duol sì vinta, cioè si
    stanca nel dolersi? Sopra qucsta p(ar)te dobbiamo notare che l'auto(r)e
    tracta del primo adito de lo 'nferno, cioè del primo spatio dentro da la
    '(n)trata, de la divisione de la quale dirò di socto in quel canto che i(n)comincia
    Ruppemi l'alto sono ne la texta (et) c(etera). Ma al p(rese)nte dobbia(m)o
    sapere che l'autore finge che lo 'nferno abbia una porta p(er) lla q(ua)l
    s'entra, de la qual fu decto di sopra, (et) che dentro da la porta abbia
    uno spatio che va in giro (et) tiene da la co(n)cavità de la terra, che è
    come mura de lo 'nferno infine ad uno fiume che è di po' questo
    spatio (et) anco va in giro che si chiama Acheron; et dentro dal fiume
    finge esser nove cerchi che l'uno è minor che l'altro i(n)fine
    al centro de la terra, u' è lo minore cerchio di tutti de' quali si dirà
    di sotto. Ora finge l'autore che in questo spatio al lato a la grosta
    de la terra dentro da la porta siano puniti coloro che sono
    vissuti in questo mondo sensa op(er)ar bene o male et convenientemente
    li pone in questo luogo, imp(er)ò che costoro no(n) si possa(n)o
    distintamente ponere socto alcuna specie di peccato (et) p(er)ò non li dovea
    ponere in alcun di cerchi, ue sono distinte le spetie de' peccati
    come apparirà di sotto. Et se volesse altri dire: Elli li dovea pon(er)e

    [p. 10]
    nel limbo, cioè nel primo circulo, si può rispondere che no(n) era cosa
    convenevile imp(er)ò che quelli di quel cerchio sono da(n)nati quine p(er)
    lo peccato originale, et questi di tal peccato fu(n)no purgati p(er) llo battisimo,
    imp(er)ò che l'autore intende che tutti costoro fusseno (crist)iani.
    Né non si può dire che li dovesse ponere co· lli accidiosi, p(er)ò l'accidia
    dice solamente negligentia intorno al bene ma non dà ad intendere
    negligentia intorno al male. Li accidiosi fanno ancora
    di grandissimi mali, ma costoro non fanno ben né male se non
    che mangiano, beano, dormeno s(econd)o che bisogna a la natura (et) sta(n)nosi
    sens'altro op(er)are, et p(er)ò questa fictione poetica è verisimile.
    Dubitrebbesi ancora d'alcuno che sia impossibile che cusì facti homini
    si trovino che non facciano qualche cosa. Ad che si può
    rispondere che questi cusì facti sono li vili d'animo (et) dubitosi,
    che discorreno di pensieri in pensieri (et) mai non si diliberano di far
    nulla, et se pur incominciano incontenente lassano stare (et)
    vanno ad altro, (et) sempre d'altro in altro (et) cusì non fanno nulla.
    (Et) convenientemente pone li loro dolori
    questi, cioè sospiri, pianti, guai
    in voce alte (et) in voci fioche, parole dolorose,
    parole irose, div(er)sità di li(n)gue,
    horribiltà di parlari (et) p(er)cussioni di mani,
    imp(er)ò che conveniente cosa è
    che in quella miseria che sono vissuti
    di qua stiano ancor di là. Et questi
    nove segni si (con)vengono a l'ho(min)i
    vecordi che sono in questo mondo,
    de' quali allegoricamente intende
    lo nostro autore di tractare in questa
    prima lectione (et) in loro si trovano,
    (et) p(er) questi segni si possano cognoscere,
    sì che questo è fictione poetica d(e)
    l'autore ad mostrare la conditione
    di sì facti homini esser vilissima, i(n) q(ua)nto
    non siano da esser posti né tra buoni
    né tra rei, unde la lor vita si può
    dir morte. Questi così facti tutto 'l tempo
    consu(m)mano in sospiri (et) pianti, ch(e)
    significano la tristicia del cuore, i(n) guai
    alti (et) fiochi che significano lo scialo
    de la impacientia de le pationi in pa(r)ole
    dolorose (et) irose (con)tra a se medesmo (et)
    contra altrui in div(er)sità di lingue; imp(er)ò
    che non stanno fermi in uno p(ro)posito
    né uno dire, in horribilità di pa(r)lare,
    imp(er)ò che se medesmo da ogni
    op(er)a spaurisceno in p(er)cussioni di mano,
    in quanto l'una op(er)a impaccia
    l'altra, sì che nulla fanno dovendo
    fare la buona op(er)a rimagnasen sopravenendo
    lo pensieri de la ria, (et) volendo
    incominciare la ria non si sanno
    deliberare (et) così l'una mano percuote
    l'altra che nulla fanno. Ad l'ultimo
    finge che la sensualità dimandi
    la ragione in quanto dice ch'elli dimandò
    Virgilio che era quel c'udia
    (et) quale era quella gente, imp(er)ò che
    di questi cusì facti non si può aver
    cognoscimento sensibile se sono buoni
    o se sono rei, se non che la ragione
    pratica determina che non sono
    né buoni né rei. Et p(er)ò, seguita:
    Et elli ad me: questo s(econd)o mis(er)o modo
    (et) c(etera)
    . In questi tre t(er)narii l'autore po(n)e
    la risposta che li fece Virgilio a la sua
    dimanda dicendo: Et elli, cioè Virgilio
    disse, s'intende ad me, cioè Da(n)te,
    questo misero modo, p(er)ò ch'i modi sono di p(er)sona posta in miseria,
    tegno l'anime triste di coloro, che vissen sensa fama (et) sensa lodo,
    in questa vita s'intende, (et) è fama non me cusì di buone cose
    come di riee, ma qui pillia l'autore pur p(er) llo nome de le cose
    riee come Virgilio nel terso dell'Eneide q(ua)n(do) dice: Fama malum,
    quo non aliud velocius ullum, (et) c(etera)
    ; imp(er)ò che dice poi (et) sensa lodo.
    È lodo virtù propriamente, ma qui si pone p(er) llo lodamento
    che è diciaria di cului che loda la v(ir)tù, sì che l'uno, cioè la fama,
    pone l'autore in male (et) l'altro, cioè lo lodo, puose in bene. Mesciati
    sono ad quel gattivo coro
    , cioè questi tristi de' quali è d(i)c(t)o sono
    mesciati ad quella co(m)pagnia delli angiuli, che non furon ribelli
    né fur fedeli a Dio, ma p(er) sé foro
    : qui pone l'autore una sua
    fictione poetica che par consonar a la ragione pratica, che oltra
    li angiuli che si levonno con Lucifero contra Dio fusseno di quelli
    che stesseno in quel meço, che non fussono né con Dio né con
    Lucifero, (et) questi cusì f(a)c(t)i siano posti in questa prima p(ar)te de lo 'nferno
    ue non è specialità alcuna di peccato, ma ben c'è da(n)natione,
    (et) questo è ragionevile imp(er)ò che Chr(ist)o disse nel Vangelio:
    Qui non est mecum, contra me est, (et) qui non colligit mecum, dispergit.
    Tiene bene la Chiesa che vi fusseno di quelli che fusseno più
    colpevili (et) meno, (et) li più colpevili siano nel p(ro)fondo de lo 'nferno
    (et) li meno siano nell'aiere, (et) sono quelli che fanno illuxioni alli
    homini. Assegna la sua ragione p(er)ché siano posti quine la q(ua)le
    è apparente: Caciali i cieli p(er) non esser men belli, p(er)ò che in cielo n(on)
    può star cosa che non sia p(er)fecta, né lo profondo inferno li riceve,
    c'alcuna gloria i rei avrebben d'elli
    , cioè che sarebbe alcuna gloria
    (et) consolatione ai rei angiuli aver mesciati seco questi così
    facti. Ma chi riguarderà l'allegorica intentione vedrà e(ss)er
    vera la sententia dell'autore, et p(er)ò appare manifestamente

    [p. 10]
    che ll'autore ebbe altra intentione che pur quella de la l(icte)ra del texto,
    imp(er)ò che intendendo di quelli del mondo che non fanno né ben
    né male quanto a la civilità del mondo; imp(er)ò ch(e) quanto a Ddio
    chi non fa bene fa male, è vero ch(e) son mesciati coi dimonii men
    colpevili, inp(er)ò ch(e) men colpevile è chi non fa né ben né male q(uan)to
    al iudicio mondano, che colui che fa male solamente. Et è vero
    che quelli così facti sono ne la intrata de lo 'nferno ad rispecto
    di coloro che fanno pur male, che si possano dire essere nel profo(n)do
    quanto a la conditione (et) quanto all'obbligat(i)o(n)e. Imp(er)ò che se lla
    vertù leva in alto l'animo humano e 'l vitio lo manda a basso, chi è
    più vitioso è più basso (et) chi è men vitioso è men basso; sì che chi
    non fa né ben né male è men basso che colui che fa pur male, sì
    che ben si può dire che sia ne la sup(er)ficie de la bassessa, che è significata
    p(er) lla intrata de lo 'nferno. Et
    quanto all'obligat(i)o(n)e come l'homo
    fa il peccato è obbligato a la pena, et
    ad maggior pena è obligato colui
    ch(e) fa maggior peccato che colui ch(e) 'l
    fa minore. Et p(er)ò si può dire che chi
    in questo mondo fa pur male sia obligato
    a maggior pena, che colui ch(e)
    non fa né bene né male, (et) s(econd)o questa
    obligat(i)o(n)e si può dire che già sia nello
    'nferno qual più basso (et) qual meno s(econd)o
    la sua colpa. Seguita 'l texto (et) c(etera).
    Et io: Maestro che è tanto greve (et) c(etera).
    In questi tre ternarii l'autore pone una
    sua dimanda de la pena che sostegna(n)o
    questi miseri p(er)ché sì forte si lamentano,
    (et) la risposta che sop(r) '(e)ssa li fa Virgilio.
    Dimanda adunqua Dante prima dicendo:
    Et io, cioè Dante s'intende, dimandai
    Virgilio: Maestro, è tanto greve
    a llor che lamentar li fa sì forte
    , co(m)e
    manifestato fu in quelli nove segni
    di pene. Rispose allora Virgilio, Dicerolti,
    cioè a tte Dante, molto breve. Be(n)
    risponde brevemente q(ua)n(do) dice: Questi
    non ànno speransa di morte
    , cioè q(ue)sti
    son fuor d'ogni speransa, imp(er)ò che etia(n)dio
    sono privati della speransa de la
    s(econd)a morte, p(er) la qual s'intende l'a(n)nichilat(i)o(n)e,
    et in questo si manifesta la lor
    miseria in qua(n)to dice che vorrebbeno
    inansi esser adnichilati che vivere
    in tanta miseria, et soiugne la lor
    miseria quando dice: (Et) la lor ciecha vita
    è tanto bassa, che 'nvidiosi son d'ogn(i)
    altra sorte
    . P(er) questo significa l'autore
    che sono tormentati da la invidia che
    è grandissimo dolore, s(econd)o che pone Oratio
    nel libro primo de le Epistole ue
    dice: Invidia seculi non invenere tiranni
    maius tormentum
    , quasi dica
    Virgilio a Dante: Questi sono in tanta
    scurità (et) in tanta bassessa che ogni altro
    stato pare loro milliore che 'l suo, (et)
    p(er)ò d'og(ni)uno posto in qualunqua altro
    stato ànno dolore: ecco la cagione
    p(er)ché sono invidiosi d'ogni altro. Fama
    di loro il mondo esser non lassa
    , q(uas)i
    dica: Il mondo, che s(econd)o suo costume dà
    fama a chi opera male, non la dà a
    cost(or)o che non ànno facto né bene né
    male, (et) p(er)ò sono invidiosi delli altri
    che ànno fama, de' buoni che ànno
    lode manifesto è che sono invidiosi, i(m)p(er)ò
    che p(er) lor vollia ogniuno sarebbe simile
    a lloro, qui si potrebbe dire ch(e) fama
    si pilliasse co(mun)emente così in bene
    come in male. Et attendendo allegoricamente
    di quelli del mondo, le parti
    soprad(i)c(t)e si de' sponere cusì: Che questi
    miseri ànno sì vile animo che in niuna
    cosa ànno speransa, etia(n)dio ne la
    morte corporale che finisce le miserie
    corporali non sp(er)ano, et la lor ciecha vita, imp(er)ò ch'ànno p(er)duto
    il ben de lo 'ntellecto, è tanto bassa che sono invidiosi d'ogni altro
    stato, (et) che il mondo nel quale viveno così miseramente non lassa
    esser la fama di loro, imp(er)ò che s(econd)o sua usansa non dà fama se no(n)
    a chi opera grandi beni o grandi mali, p(er)ò che vegnono a ben de l'universo,
    ma questi così fatti non possono esser a bene dell'universo et p(er)ò
    di loro si tace. Misericordia (et) iusticia li sdegua, misericordia (et) iustitia
    sono du' virtù le quali Dio insieme aop(er)a in v(er)so l'umana generatione,
    (et) come dice s(an)c(t)o Agostino quanto al fine, considerando che
    alquanti delli omini si salvano, (et) alquanti delli uomini si danano, sono divise,
    ma considerando pur li sancti, elle sono mesciate insieme, imp(er)ò
    che la beatitudine de' sancti è sempre del dono de la grazia (et) del merito
    de la iusticia. Ma qui parla l'autore poeticamente dicendo: Che la misericordia
    (et) iusticia li sdegna, cioè a vile e no· lli degnano di sé, cioè
    che non si curano di loro, sì come appare ne la misericordia che
    al tucto li lassa, sì come coloro ne' quali non si trova nessuno bene,
    (et) la iusticia poco di loro si cura in quanto li punisce leggierme(n)te,
    cioè ne la 'ntrata de lo 'nferno, (et) no· lli pone sotto certa regula
    di iusticia se non sotto l'universale da(n)natione in quanto li po(n)e
    ne lo 'nferno. Ma intendendo allegoricamente di quelli del mo(n)do,

    [p. 10]
    è vera la sententia intendendo de la iusticia (et) misericordia hum(an)a,
    imperò che lli omini misericordiosi non reputano questi così f(a)c(t)i degni
    di misericordia, né li iusti li sanno conde(n)nare, ma passali come
    cosa vile da non curarsene (et) s(econd)o questo intellecto è vera la sen(ten)tia
    dell'autore ch(e) s(econd) 'l primo (con)viene intendersi contra la verità de la
    s(an)c(t)a teologia, s(econd)o il parlare fictivo com'è sposto di sopra. Non ragionar
    di lor, ma guarda (et) passa
    , admonisce Virgilio Dante che di lor
    non ragioni ma guardi la lor miseria (et) passi oltra, (et) questo dice
    p(er) confermare quel c'à dicto di sopra, che 'l mondo non lassa esser fama
    di loro, et allegoricamente la ragione admonisce la sensualità
    che di sì f(a)c(t)i non cerchi di sapere, ma lassili come vili, guarda(n)do
    la lor miseria (et) partendosi da essa. Seguita 'l texto. Et io che
    riguardai (et) c(etera)
    . In questi sei ternarii l'autore pone altre pene che
    sostegnono questi mise(r)i
    de' quali è d(i)c(t)o di sopra, et
    occultamente tocca la storia
    d'alcuno che cadde in
    simile peccato, dice: Poi ch(e)
    Virgilio m'a(m)monì ch'io
    non ragionasse di loro,
    ma guardasse (et) passasse oltre,
    Et io, cioè Dante, che riguardai
    in quel luogo, viddi
    una insegna
    . Finge l'autore
    che costoro andasseno
    in circuito s(econd)o 'l giro de
    lo 'nferno, dirieto ad una
    bandiera, che girando co(r)reva
    tanto ratta che d'og(n)i
    posa mi parea indegna
    ,
    cioè non mi pareva che
    mai si dovesse posare. Et
    dietro li venia sì lunga
    tracta
    , cioè dirieto a la i(n)segna,
    di gente, ch'io non
    avrei creduto che morte tant n'avesse disfacta
    ,
    cioè sì grande la traccia
    era dirieto alla insegna
    di genti, ch'io non arè creduto
    che mai tanti ne
    fusseno morti, et p(er) q(ue)sto
    pare che 'l nu(mer)o di q(ue)sti gattivi
    fusse grandissimo.
    Questa pare conveniente
    pena a costoro che mai
    non ànno volsuto far n(u)lla
    che siano posti a semp(re)
    correre in giro, acciò che
    non abbia mai fine et
    mai non si posino coloro
    che sempre si sono possati
    (et) sono vissuti pur p(er) mangiare
    (et) bere, (et) dormiro come
    le bestie, (et) correno dirieto
    alla insegna de la ca(r)nalità,
    che sono stati nel
    mondo seguitatori pur
    del corpo, (et) a llui ànno soctoposto
    l'animo, et ve(r)amente
    di costoro è stato
    grandissimo nu(mer)o (et) è ancora
    nel mondo. Possa ch'io,
    cioè Dante, n'ebbi alcu(n)
    ricognosciuto
    , di questi
    cattivi, viddi (et) cognobbi
    l'ombra di colui che fece
    p(er) viltà lo gran rifiuto
    . Notanteme(n)te
    l'autore non
    nomina niuno di costoro
    p(er)ò che lli reputa indegni
    di fama, ma li exponitori
    dicono che costui
    che cognobbe Dante che
    lo descrive che fece il gran
    rifiuto, cioè che rifiutò gran
    cosa p(er) viltà d'animo, fu papa Celestino, lo quale ebbe nome
    Petro Merone (et) fu cavato dell'eremo (et) facto papa di po' la morte
    di papa Nicolao de l'Horsini papa quarto, (et) p(er) viltà di chuore, no(n)
    dicendoli il cuore di sapere governar la chiesa, (et) anco a petitione
    et instantia de' cardinali (et) de lo Imperadore Karlo s(econd)o in Napuli, rinnonsò
    al papato. Ma qua(n)to alla verità non fu così che p(er) viltà di cuore
    rinonsasse ma p(er) vera humiltà, non vedendosi di potere far pro
    alla chiesa di Dio sensa danno dell'anima sua, inducendolo ad ciò
    lo ......... dei cardinali (et) anco di Bonifatio dei Savelli che seguitò papa
    di po' lui, 'l quale essendo procuratore in corte, (et) vedendo li cardinali
    mal contenti di sì facto papa (et) lui ancora d'essere in sì f(a)c(t)o officio del
    quale si reputava indegno, si proferse ai cardinali che se li voleano
    promettere di chiamar papa chi elli dicesse di po' lui, ch'elli lo farebbe
    rifiutare et, factali la promessione, questi incominciò ad
    monstrare al papa ch'elli non facea p(er) la chiesa né la chiesa per
    lui, imp(er)ò ch'ella avea p(er)duto molte de le suoe tenute, sì che avea
    bisogno d'uno che lle racquistasse, et che se elli intendesse ad ciò,
    farebbe contra l'anima sua guerreggiando coi (crist)iani. Et oltr'a
    ciò ordinò uno buco sopra lecto del papa, avendosi facto dare
    una cambera che venia ad lato ad quella del papa, habitando

    [p. 10]
    di dì (et) di nocte co· llui, p(er)ché 'l papa si fidava molto di lui, et ad certe ho(r)e
    de la nocte mettea uno cannone p(er) questo buco (et) dicea al papa ch'elli
    era l'angiuolo mandato da Dio (et) comandavali da parte di Dio
    che lli lassasse lo papato, et questo fece molte volte tanto che 'l papa
    consilliandosi co· llui prese partito di rifiutare. Et allora se n'andò Bonifacio
    ai Cardinali et fecesi dare tucte le voci con fermessa, promecte(n)do
    ad ciascuno in secreto di chiamar lui papa, et avutele fece rino(n)sare
    al d(i)c(t)o papa, et facta la rinonsatione elli fu coi Cardinali, et
    preso l'admanto di san Piero (et) tenendolo in mano disse: Voi siete ben
    contenti d'avermi date le voci ch'io possa far papa ch' io vollio, et
    ad chi io mectrò questo adma(n)to voi tucti lo co(n)fermate che sia papa.
    Et rispostosi (et) facte le sole(n)nità (et) cautele che ad tanta cosa si richiedevano,
    elli misse l'admanto a sé et in questo modo fu facto papa
    Bonifacio, et confermato poi dai Cardinali co· ll'aiuto dei Colo(n)nesi
    che lo favoreggionno molto p(er)ché non fusse nessuno de l'Horsini.
    Et p(er) questo modo papa Celestino al papato rinonsò p(er) tornare
    all'eremo unde s'era partito, unde di po' la morte sua fu canoniççato
    p(er) papa Chimento (et) posto nel catalogo de' sancti (et) chiamato sa(n)cto
    Pietro confessoro. Ma p(er)ché Dante compuose questa comedia inanti
    che fusse canoniççato, p(er)ò forse in questo luogo il puose avendo
    pur respecto a la viltà dell'animo, che non sapesse sedere ne la sedia
    di Roma, et p(er)ò altri volliano dire che in questo luogo Dante intendesse
    d'Esaù filliuolo d'Isach, filliuolo da Abraam, che p(er) una scudella
    di lenticchie li die' Iacob suo fratello rinonsò alla benedictio(n)e
    paterna, (et) questa ystoria
    non verrebbe contro la d(e)terminatione
    della chiesa.
    Adiu(n)ge: Incontene(n)te
    connobbi (et) certo fui
    , io
    Dante, che quest'era la setta
    de' gattivi a Ddio spiacenti,
    et a' nimici sui
    . Questi
    homini veco(r)di (et) ignavi
    che non s'aop(er)ano ad nulla
    se non come le bestie ad
    notricare lo corpo, dispiaceno
    a Ddio, (et) al mo(n)do, et
    al diaulo. Questi sciagurati
    che mai non fur vivi
    .
    Ben si può dire che mai
    non fusseno vivi, imp(er)ò ch(e)
    non ànno operato come
    de' operare ch(i) vive le v(ir)tù
    (et) le buone operat(i)o(n)e. Unde
    Salustio in del proemio
    del Catelinario dice di q(ue)sti
    cusì facti: Quorum vitam
    mortemq(ue) iuxta extumo,
    q(uonia)m de utraq(ue) silet(ur)
    . E 'l Savio
    dice: Otium sine l(icte)ris mors
    e(st) (et) vivi hominis sep(u)ltura
    .
    Erano nudi, ecco l'autra
    pene conveniente
    loro, (et) stimulati molto
    da mosconi (et) da vespe ch'(e)rano
    ivi
    . Questo si conviene
    ad chi è stato tanto pigro
    in questa vita che poi nell'autra sia stimulato da mosconi et
    da vespi, vili animali, sì come vile è stato questa vita (et) occupato
    a disutili pensieri, nodo d'ogna defensione. Elli rigava lor di sangue
    il volto
    , cioè si bagnava il volto di sangue ch'escia de le punture,
    (et) ben che dica il volto intende di tutto il corpo. ma dice dal volto p(er)
    mostrare che incominciavan dal capo quelle puncture (et) andavano
    infine ai piedi. Che meschiato di lagrime, a' lor piedi da fastigiosi
    vermi era ricolto
    , gocciulava giù lo sangue meschiato
    co· le lagrime dal volto ai piedi et quine era ricolto da fastiosi
    vermi. Questi vermi si può dire che fusseno serpi, bodde, altri fastidiosi
    vermi, repta(n)ti come sono quelli che genera la terra. Et q(ue)sta è
    conveniente pena al loro peccato, imp(er)ò che come ànno dato
    tutta la loro vita a vili pensieri (et) passioni, così siano privati
    del sangue, in che sta la vita, da pungenti (et) stimulosi animali; ben
    che potre(m)mo dire che l'autore volesse intendere che dimoni,
    che sono in quel luogo in sì facta forma di vespe, mosce,
    mosconi, tafani (et) simili noiosi animali, stimolino quelli peccatori
    (et) cavino lo sangue dal volto infine ai piedi imp(er)ò che tutto 'l corpo
    ànno dato a vilissimo otio. Adiungevi le lagrime ad denota(r)e
    lo dolore che soste(n)gnano esser con grande dispiacimento (et) afflictione,
    imp(er)ò che le lagrime significano dolore imp(er)ò che in esse p(ro)ru(m)pe
    lo dolore (et) dim(ostra)si di fuore, et è conveniente cosa che sia ricolto
    da fastidiosi vermi, sì come il loro pensieri c'adverra(n)no poi in vilissime
    occupationi. Potrebbesi qui muovere uno dubbio s(econd)o la lectera,
    cioè se ne lo 'nferno sono punite l'anime come dice l'autore che n'esciva
    sangue, imp(er)ò che ll'anima no(n) è corpo che abbia sangue, ella
    è spirito, (et) lo spirito non à sangue né carne. Ad questo si può rispo(n)dere
    quel che dice questo autore determinando questo dubbio ne
    la s(econd)a cantica nel canto 25 che, come vuole Dio, l'anima 'scita del corpo
    pillia corpo d'aiere, (et) p(er) quel corpo finge l'autore che fusseno visibili
    a llui l'anime passate di questa vita, (et) che piagnessino (et) ridesseno
    (et) facesseno tucti li altri acti che fanno l'anime che sono ne'
    corpi de la carne nel mondo, (et) p(er) questo si verifica ciò ch(e) d'esse dirà
    nel processo del libro. Ora è da notare che allegoricam(en)te
    questa pena si trova ne' miseri cattivi, che in tal modo viveno
    in questo mondo, imp(er)ò che, se ben si considera, questi così facti sono
    nudi d'ognia operatione (et) occupatione virtuosa, (et) p(er)ò sono
    tucti puncti dal capo a' piedi da mosconi (et) vespi, cioè da vilissimi
    (et) noiosissimi pensieri (et) cocenti, li quali cavano lo sangue

    [p. 11]
    del corpo, cioè consu(m)mano la vita, imp(er)ò che p(er) llo sangue s'intende
    la vita (et) da fastidiosi vermi è ricolto a' piedi loro, cioè le loro
    affectioni sono acco(m)pagnate con occupationi vilissime (et) fastidiosissime
    in de' quali s'occupa (et) si consu(m)ma la loro misera vita, (et)
    è mesciato co(n) lagrime imp(er)ò che tucta la lor vita è piena di dolore
    (et) tristicia. Et qui finisce la prima lectione. Et poi ch' a riguardar
    (et) c(etera)
    . In della lectione passata l'autore tractò del primo
    luogo dentro da la porta de lo 'nferno, ue à posto li miseri gattivi
    vissuti nel mondo sensa fama (et) loda, ora tract(er)à dell'avenime(n)to
    suo al fiume primo de lo 'nferno chiamato Acheron. Et in q(ue)sto
    lectione fa sei cose (et) p(er)ò si divide in sei parti, imp(er)ò che 'n prima pone
    come vidde il fiume Acheron, (et) grande moltitudine di ge(n)ti
    intorno ad esso, (et) come di ciò dimanda Virgilio (et) com'elli
    rispo(n)de. Ne la s(econd)a come, apressato al fiume, vidde un vecchio
    nominato Caron, venire in su una nave (et) p(er) lo fiume, (et) quel
    che disse ad quelle anime ch'erano alla p(ro)da, (et) quel che disse a(n)co
    a llui, (et) come Virgilio li rispuose (et) incomincia quine: Et ecco
    verso noi (et) c(etera)
    . Ne la tersa pone quel che l'anime feceno, udito
    la grida di Caron, (et) come Caron le ricolse in nave, (et) incomincia quine:
    Ma quell'anime (et) c(etera). Ne la quarta pone una similitudine
    e 'l navigamento di quella nave ad passar lo fiume et
    comincia quine: Come d'autu(n)no (et) c(etera). Ne la qui(n)ta pone come
    Virgilio li dichiara chi sono quelli che passano a lo fiume, (et) perché
    Caron non à volsuto passar lui, (et) incomincia quine: Filliuol
    mio, disse (et) c(etera)
    . Ne la sexta (et) ultima pa(r)te
    pone uno nuovo acc(id)ente che adve(n)ne
    di tremuoto, baleno (et) vento (et) come
    cadde in terra addormentato, (et) comincia
    quine: Finito questo (et) c(etera). Di(vi)sa
    la lectione è da vedere, s(econd)o l'ordine
    usato, la sententia l(icte)rale la quale è q(ue)sta.
    Dice l'autore che, traversando lo
    primo giro dentro da la porta de lo '(n)ferno
    di qua dal fiume Acheron, andando
    p(er) diricto oltra u' elli avea veduto
    li miseri gattivi de' quali d(e)c(t)o fu
    di sopra, raguardando più oltre, vidde
    una gente alla riva d'un gran fiume,
    p(er)ch'elli pregò Virgilio che lli concedesse
    che elli sapesse che gente era q(ue)lla
    (et) qual costume le facea si promte
    ad trapassar lo fiume. Et Virgilio allora
    rispuose che lli sarebbe manifesto
    ciò che volea sapere q(ua)n(do) si fermeranno
    in sulla riva del fiume. Allora Dante
    vergog(no)so, co· lli occhi bassi, teme(n)do
    che 'l parlar suo fusse grave ad Virgilio,
    si ritrasse del parlare infine al fiume, et
    q(ua)n(do) fu(n)no al fiume vidde venire in verso
    loro in su un nave un vecchio canuto
    che gridava: Guai ad voi, anime riee.
    Non sperate mai di vedere lo cielo,
    ch'io vegno p(er) menarvi ad altra
    riva ne le tenebre eterne, in caldo (et)
    in gielo, (et) in v(er)so Dante p(ar)lando disse:
    Tu che se' costì, anima viva, parteti
    da coteste, che son morte
    . (Et) poi che vide
    che Dante non si partia, disse: P(er) altre vie (et) p(er) altri porti verrai
    ad piaggia p(er) passare, ma non qui, (con)vien che ti porti più lieve leg(n)o
    che questo. Allora Virgilio lo chiamò p(er) nome d(ice)ndo: Caron, non ti
    crucciare che questi passi questo fiume, sì vuole in cielo, ue si può
    cioe che si vuole (et) non voler sapere più. Allora Caron stette cheto, et
    q(ue)lle anime sgridate prima da lui, stanche (et) nude, cambiarono colore
    (et) incomincio(n)ono ad tremare poi che inteso le dure parole
    di Caron, et incomincio(n)no a biastimare Dio (et) lor parenti (et) tucta
    l'umana sp(eci)e, e 'l tempo e 'l luogo e 'l seme loro, et poi si rauno(n)no
    ad quella malvagia ripa ue va ciascuno che non teme Dio. Allora
    Caron, co· li occhi i(n)fia(m)mati, accenandole le raccollie tucte ne la
    nave (et) batte co· remo qualu(n)q(ue) penava ad andare. Et come d'autu(n)no
    cadeno le follie delli arbori a la terra infin che l'harbori tucti
    si spolliano, così tucte quelle a(n)i(m)e ad una ad una passono da la
    riva in sulla nave et navigo(n)no p(er) llo fiume Acheron, et i(n)anti
    che discendesseno di là, di qua si raunava anco nuova schiera.
    Et di po' questo dice che Virgilio li parlò, dicendo: Filliuolo, quelli
    che muiano nell'ira di Dio, d'ogni paese, tucti vegnano qui et sono
    p(ro)mti ad trapassar questo fiume, imp(er)ò che lla divina Iusticia
    li sperano, et così la paura si volge in desiderio. P(er) q(ue)sto luogo n(on) passò
    mai anima buona, et p(er)ò se Caron non vuol passar te, Dante, be(n)
    puoi vedere che importa lo suo dire, cioè che tu se' buono et però
    non ti vuol passare. Et dice che, finito lo parlare di Virgilio, advenne
    questo accidente, che quella campagna scura tremò sì forte che p(er) la paura
    ancora la mente si bagna di sudore, et la terra lagrimosa diede ve(n)to
    del quale balenò una luce vermillia sì f(a)c(t)a che vinse ogni sentime(n)to di
    Dante. Et cadde allora Dante come l'omo che s'addo(r)me(n)ta, et qui finisce
    la sententia l(icte)rale. Ora è da vedere lo texto co· l'allegoria (et) cetera.
    Et poi ch'a riguardar (et) c(etera). In questi q(uattro) ternarii l'autore fa
    tre cose, imp(er)ò che prima pone quel che vidde (et) come pregò Virgilio
    che lo lassasse andare ad certificarsi di quello che vedea; ne la s(econd)a pone
    la risposta di Virgilio; ne la terza pone la sua (con)dit(i)o(n)e di po' la risposta di
    Virgilio, e la s(econd)a quine: Et elli ad me (et) c(etera); et è la tersa, quine: Allor con lli
    occhi (et) c(etera)
    . Dice adu(n)qua cusì ne la prima: Et poi ch'a riguardar oltre
    mi diedi
    , cioè io Dante, viddi gente alla riva d'un gran fiume. Questo
    fiume nomina l'autore Acheronte di sotto, (et) finge l'autore che q(ue)sto
    fiume vada in giro (et) circondi lo primo cerchio de lo 'nfeno ......,
    e consequente anco tucti li altri cerchii che sono dentro da esso digradati,
    come d(i)c(t)o è di sop(ra), et che ad q(ue)sto fiume vegnono tucte l'anime

    [p. 11]
    de' peccatori p(er) passare (et) andare ciascuna ad luogo diputato p(er) pena
    del suo p(e)cc(at)o, et che ad questo fiume stia uno dimo(n)io ch'elli chiama
    Caron, che con una navicella passa tucte l'anime di là, che vegnono
    alla piaggia p(er) passar di là, et q(ue)sto apparirà di sotto nel texto.
    Seguita: Perch'io, cioè p(er) la qual cosa io Dante, dissi: Maestro, ad Virgilio,
    or mi concede, cioè da(m)mi licentia, ch'io, Dante, sappia quai son q(ue)lle,
    cioè anime, (et) qual costume le fa di trapassar parer sì p(ro)mpte, com'io
    discerno p(er) llo fioco lume
    , cioè obscuro. Com'è obscura ad intend(er)e
    la voce fioca, così si può lo lume fioco q(ua)n(do) non è chiaro, come la voce
    fioca q(ua)ndo non è chiara. Pone la risposta di Virgilio dicendo: Et elli,
    cioè Virgilio disse, s'intende ad me, cioè Dante, le cose ti sien co(n)te, cioè
    manifeste, quando noi, cioè tu (et) io, fermere(m) li nostri passi sulla t(ri)sta
    rivera d'Acheronte
    . Ecco qui denomina lo fiume rivera (et) ripa,
    (et) p(er)ò dice q(ua)n(do) noi ci confermemo in sulla trista ripa del fiume,
    tu vedrai quel che vuoi sapere ora. Allor co· lli occhi v(er)gogniosi
    (et) bassi
    , gli occhi v(er)gog(n)osi cioè volti in altra p(ar)te, imp(er)ò che quando
    l'omo si v(er)gogna volge il volto in altra p(ar)te (et) calolo giuso, (et)
    p(er)ò adiunge (et) bassi, cioè chinati, come dicesse allora vergognandomi. Temendo
    che 'l mio dir li fusse grave
    , cioè temendo del parlare mio che gravasse
    Virgilio, Infin al fiume del parlar mi trassi, cioè mi ritirai dal parlare et
    stetti cheto. E qui dim(ost)ra l'autore quanta riverentia si de' avere dal discepulo
    in ver il maestro. Sopra q(ue)sta
    p(ar)te non è allegoria, p(er)ò che questo po(n)e
    l'autore per continuare lo suo p(ro)cesso, se
    non sopra 'l fiume che qui si nomina et
    non poi. Et p(er)ciò debbiamo sap(er)e che lli
    poeti fingeno che lo 'nferno abbia
    quattro fiumi (et) così ancora lo nostro
    autore, cioè Acheronte, Stige, Flegeto(n)te
    (et) Cocito. E p(ar)lano li poeti i(n) q(ue)sto
    allegoricame(n)te, intendendo del viv(er)e
    vitioso delli omini nel mondo, ché q(ue)l
    ch(e) va ne lo 'nferno non sa se non ad
    chi Dio lo vuole rivelare. Possano be(n)
    fing(er)e p(er) una cotal convenientia che
    questi fiumi siano ne lo 'nferno, imp(er)ò
    che Acheron s'interpetra sensa allegressa,
    veramente veramente chi va
    a lo 'nferno principalmente è sensa
    allegressa. S(econd)o trova Stige che s'int(er)preta
    tristitia (et) questo è conveniente,
    ché chi va ne lo 'nferno prima è privato
    d'allegressa (et) poi è acco(m)pagnato
    da molta tristitia. Terso truova Flegeton
    che s'interpreta ardente, et q(ue)sto
    è conveniente s(econd)o che dice la Teologia
    che ne lo 'nferno è arsione e fuoco, sì ch(e)
    prima è lo peccatore privato d'allegressa,
    poi ripieno di tristitia, poi arso nel
    fuoco et nel suo furore. Et quarto trova
    Cocito che s'interpetra gelo, over
    pianto, (et) q(ue)sto è (con)veniente s(econd)o la Teologia
    che dice che ne lo 'nferno è gielo (et)
    pianto, sì che prima è lo peccato p(ri)vato
    d'allegressa, poi ripieno di tristitia,
    poi arso nel fuoco (et) nella sua ira, (et) poi
    nel suo pianto (et) freddura d'ogni carità
    e so(m)merso nel protondo dello 'nferno.
    Et q(ue)sto è vero s(econd)o li peccatori che viveno
    nel mo(n)do, de' quali allegoricame(n)te
    intende l'autore, imp(er)ò che chi entra
    nella vita vitiosa che si può dire ess(er)e
    entrato ne lo 'nferno quanto alla co(n)
    conditione (et) obbligat(i)o(n)e, come monstrato
    fu di sopra, principalm(en)te è sensa
    allegressa (et) p(er)ò tali homini n(on) sono
    mai veramente allegri, sì che si può dire che passi Acheronte ap(re)sso
    si rie(m)pie di tristitia, (et) così passa Stige oltra s'intende nell'ira (et) nel
    furore de le suoe scelerate affectio(n)i, (et) così s'i(m)merge in Flegeto(n)te, oltre poi
    s'affligge in pianto (et) dolore, raffreddandosi d'ogni carità, (et) così si
    bagna in Cocito, et quine si so(m)merge come nel profondo de la vita
    vitiosa. Et non si de' intendere che ll'autore vollia c'ognuno li passi
    tucti, imp(er)ò che nel texto si mo(n)stra il contrario, ma alcuni sì, (et) alcuni
    infine all'uno (et) alcuni infine all'altro, s(econd)o la div(er)sità de' peccatori. Et
    questo inteseno li poeti p(er) li fiumi de lo 'nferno. Seguita il texto.
    Et ecco verso noi (et) c(etera). In questi sei ternarii l'autore dim(onst)ra quel
    che vidde q(ua)n(do) fu giunto al fiume (et) fa quattro cose, p(er)ché prima
    come vidde Caron venire co· la nave (et) quel che dicea ad quelle a(n)i(m)e;
    ne la s(econd)a q(ue)l che disse a llui, quine: Et tu che se' (et) c(etera); ne la tersa pone la
    risposta di Virgilio, quine: E 'l duca a llui (et) c(etera); ne la quarta pone q(ue)l
    che seguitte di tal risposta, quine: Quinci fur chete (et) c(etera). Dice prima: Et
    ecco verso noi
    , cioè v(er)so Virgilio (et) mediante, venir p(er) nave un
    vecchio bianco p(er) antico pelo
    , era canuto p(er) antichità, Gridando:
    Guai a voi, anime prave
    , cioè riee, da(n)nate, no(n) sperate mai veder
    lo cielo
    , ecco come le priva di speransa. Io vegno p(er) menarvi all'altra
    riva
    , del fiume Achero(n)te, ne le tenebre eterne, cioè p(er)petue, i(n) caldo,
    e i(n) gielo
    , cioè ne lo 'nferno, ue sono sempre tenebre (et) caldo (et) freddo.
    (Et) volgendosi a Dante dice: Et tu, che se' custì, anima viva, p(er)ò che
    Dante quanto alla v(er)ità, q(ua)n(do) finge che vedesse questo, non era
    ancor morto, parteti da cotesti, che son morti. (Et) p(er)ciò non si
    partiva Dante ben che 'l dicesse, un(de) adiu(n)ge: Ma poi che vidde
    ch'io no(n) mi partia
    , cioè io Dante, p(er) lo suo dire, disse Caron, p(er) altra
    via, p(er) altri porti verrai ad piaggia, no(n) qui, p(er) passare
    . Q(uas)i
    dicesse: Tu verrai bene a la piaggia di là p(er) altre vie che queste,
    (et) p(er) altri porti che questi, ma non p(er) passar qui, ché tu non passarai
    già p(er) questo fiume in su questa nave. Più lieve legno (con)vien

    [p. 11]
    che ti porti, che questa navicella, p(er)ò che Dante addorm(en)tato si trovò
    portato di là poi che si svelliò dal sonno, che finge che prendesse quando
    lo fulgore venne, che dirà a la fine del canto. Et p(er) q(ue)sto d(i)c(t)o si può co(m)p(re)he(n)dere
    che Dante finge che fusse partato di là dall'angiulo, come si dirà
    di sotto, ché 'n su la nave non appare p(er) nessun d(i)c(t)o del texto che fusse po(r)tato.
    Qui si può muovere uno dubbio l(icte)rale: se Caron è dimonio, come
    finge l'autore, (et) p(er) vollia del dimonio ogniuno anderebbe a lo 'nferno,
    come finge l'autore che Caron acchu(m)miatasse lui et che no(n) lo volesse
    portare lui in sulla nave, concesse cosa che il dimonio riceva vole(n)tieri
    chiunqua va ad lui? Ad che si risponde che l'autore finge questo per
    monstrare la natura del dimonio, ch(e) sempre sotto spetie di bene si sforsa
    d'ingannare altrui, o ad farlo cadere, o ad rimuoverlo dal bene.
    Caron sapea bene che Dante non era venuto p(er) passare in sulla sua
    nave ma che era venuto p(er) vedere lo passamento de' da(n)nati, per
    spaurire sé (et) tutti li altri, ad cui elli lo farà manifesto da sì facta colpa
    che siano obligati ad sì facto passamento; et p(er)ò p(er) farlo tornare adrieto,
    (et) che ciò non vegga né manifesto, né quel che è più oltra l'accumiata,
    assegnandoli la ragion vera ch'elli è vivo (et) coloro son morti,
    e 'l vivo no(n) de' star coi morti, o volliamo dire che s(econd)o la volontà di
    Caron, Dante sarebbe mesculato co· lli altri da(n)nati. Ma p(er)ché questo
    non p(er)mette la divina Iusticia, a la quale niuno può contrastare, l'accumiata,
    imp(er)ò che no· 'l potea
    ricevere, con ciò sia cosa
    che Dante fusse ne la gr(ati)a
    di Dio co(n) p(ro)po(s)ito di non 'scire
    di quella. Che se Dante ne
    fusse volsuto 'scire, l'arebbe
    ricevuto volontieri, ma
    sapea ben che no, et p(er)ò adiunge
    che, poi che 'l vidde
    star fermo, li predisse ch(e) passerebbe
    p(er) altra via (et) p(er) altri
    porti (et) in su più lieve legno
    che prima no· lli dicea,
    o p(er) farlo tornare adrieto,
    o aspectando che Dante mutasse,
    p(er) passare, p(ro)po(s)ito et
    volesse esser de' suoi. E 'l
    duca a llui
    . Pone la risposta
    di Virgilio, cioè 'l duca, cioè
    Virgilio disse a llui, cioè ad
    Caron: Caron. Ecco che 'l nomina,
    non ti crucciare perché
    Dante sia venuto qui
    (et) p(er)ché non si parta, elli è
    venuto p(er) passare. Vuolsi
    così colà dove si puote ciò
    che si vuole
    , cioè in cielo, i(m)p(er)ò
    che ciò che volliono li
    sancti possano fare, (et) elli
    no(n) volliono se non quel
    che vuole Iddio, imp(er)ò ch(e)
    la lor volontà sempre
    si conforma co(n) la volo(n)tà
    di Dio et più non dima(n)dare.
    P(er) questo puose fine
    ad molte obiectioni c'avrebbe
    potuto fare Caron, et
    sim(i)lm(en)te ad molti dima(n)di
    c'arebbe potuto dire: Come ci passerà ché q(ue)sta
    nave non porta se no(n) mo(r)ti
    (et) da(n)nati? Et Virgilio
    no· lli volea manifesta(r)e
    il modo (et) p(er)ò disse: et più
    non dimandare. Quinci
    ,
    cioè p(er) la risposta di Virgilio, fuor q(ue)te, cioè acchetate, le lanose gote,
    cioè canute, al nighier de la livida palude, cioè ad Caron che era
    governatore de la nave p(er) quel fiume Acheron, lo qual chiama
    palude livida, cioè nera, imp(er)ò che come volliano choloro ch(e) parlano
    dei fiumi infernali, Acheron nasce nel fondo de lo 'nferno
    (et) del suo ribocco si genera Stige, palude infernale, de la quale nasce
    Coccito. Et s(econd)o Virgilio ne l'Eneide nel 6 Stige nove volte circu(n)da
    lo 'nferno, unde Caron non solamente passava co· la nave Achero(n),
    ma Coccito (et) Stige in alcun luogo; (et) p(er)ò ben si può chiamare nighieri
    de la palude ancora (et) non obsta p(er)ché l'autore ne faccia
    mentione altro di Stige (et) di Coccito, imp(er)ò che se Stige co(n) volte circu(n)da
    lo 'nferno (et) Coccito corre a ttondo in v(er)so lo fondo de lo 'nferno,
    verisimile è che anco altro Dante lì debbia trovare descendendo
    giuso. Che 'ntorno alli occhi avea di fia(m)me rote. P(er) questo mo(n)stra
    che Caron avesse li occhi che fiameggiavano d'intorno (et) facea(n)o
    ruote di fuoco intoro ad sé. Ora è da vedere p(er) che cagione
    l'autor n(ost)ro fa questa fictione in questo luogo et appresso l'allego(r)ica
    expositione. Et qua(n)to al primo debbiamo sapere, come fu d(i)c(t)o
    di sopra, che questo fiume che ll'autore finge che passino l'anime da(n)nate
    si chiama Acheron, che è ad dire sensa allegressa; (et) veram(en)te
    l'anima che passa a lo 'nferno passa in luogo che mai più non può
    avere allegressa. Et veram(en)te di questo fiume si genera Stige,
    che s'interpetra tristicia, che si conviene anco passare imperò
    che chi va allo 'nferno p(er)de allegrezza ma anco acq(ui)sta
    tristicia; et generasi di Stige Coccito che s'interpetra pianto, che si
    conviene anco passare, imp(er)ò che chi va ad lo 'nferno è sensa allegressa
    et è pieno di tristicia et di pianto, et passa in su la nave. Q(ue)sta
    nave significa la co(n)gregazione (et) colligat(i)o(n)e dei septi peccati
    mortali e de le loro specie, in su la quale passano tucte l'anime dannate,
    p(er)ò che ciascuna àe p(e)cca(t)o o i(n) una o in più di quelle specie, p(er) la colpa del

    [p. 11]
    quale p(e)cca(t)o è da(n)nata ad lo 'nferno, et questo appare p(er) lo texto q(ua)n(do) dice: Più
    lieve legno convien che ti porti
    . Lo nighier Caron, che l'autore finge
    che sia uno dimo(n)io, è l'amore disordinato che guida l'anima p(er) tucti
    p(e)cc(at)i, come si mo(n)strerà p(er) la divisione che si porrà di sotto, sì come l'amore
    ordinato guida l'anima p(er) tucte le virtù. Et i(n)torno ad questo prima
    è da notare che nessun h(om)o è sensa amore et che l'obiecto de l'amore
    è lo bene, imp(er)ò che niuna cosa è amata, se no(n) i(n) quanto è b(e)n(e) o è creduta
    esser bene, et anco è da notare che 'l bene o è eterno, o è te(m)porale,
    e 'l t(em)p(or)ale si divide in tre, imp(er)ò che o elli è honesto, o è dilect(e)vile o è utile.
    Premisse queste cose, s(o)biungo queste conchasio(n)i ancora, che allora
    è l'amore ordinato q(ua)n(do) lo bene et(er)no s'ama assai qua(n)to si de', (et) lo
    bene temporale s'ama poco quanto si de'; et allora è l'amore disordinato
    q(ua)n(do) lo bene eterno s'ama poco (et) lo bene temporale s'ama troppo. Et
    adiungo questa divisio(n)e, se lo bene eterno s'ama poco allora si co(m)mette
    dall'amatore lo p(e)cc(at)o dell'accidia, (et) così il disordinato amore guida
    l'amatore in su la nave de l'accidia, et se lo bene te(m)porale honesto
    s'ama troppo, allora lo disordinato amore guida l'amatore in su la
    nave de la sup(er)bia, dell'ira (et) de la 'nvidia. Et q(ue)sto si dimo(n)stra così,
    imp(er)ò ch(e) o l'h(om)o ama excellentia di se medesimo sopra tucti, (et) allora
    si co(m)mette il p(e)cc(at)o de la superbia, in quanto l'homo vuole avanzare tucti
    li altri (et) signoreggiare (et) p(er) aver questa excellentia ogni altro
    dispregia; o l'h(om)o ama (con)servat(i)o(n)e di se medesimo, (et) p(er)ò q(ue)sto si co(m)mette
    il p(e)cc(at)o dell'ira, in quanto s'accende l'h(om)o ad vendicarsi di chi l'à offeso,
    o à volsuto offendere, o crede che vollia; o l'homo ama parità di se
    medesimo con tucti li altri, et così co(m)mette il p(e)cc(at)o de la invidia, i(n) qua(n)to
    l'h(om)o à in odio q(ual)unqua
    l'avansa (et) àe mellio di
    sé, (et) così l'amore disordinato
    guida lo misero amatore
    p(er) questi tre p(e)cc(at)i:
    sup(er)bia, ira (et) invidia. Se
    lo bene temporale dilectevile s'ama
    troppo, allora lo disordi(n)ato
    amore guida l'amato(r)e
    in su la nave de la gola (et)
    de la luxuria, imp(er)ò che lo
    bene dilectevile temporale
    de l'h(om)o, o è s(econd)o 'l gusto, o è s(econd)o
    'l tacto; se è s(econd)o 'l gusto si co(m)mette
    il p(e)cc(at)o de la gola, se è
    s(econd)o 'l tatto si co(m)mette il p(e)cc(at)o
    de la luxuria. Et se lo bene
    utile s'ama troppo, allora
    lo disordinato amore guida
    l'amatore in su la nave
    dell'avarizia, la quale è intorno
    al bene utile, et appare
    come Caron, cioè lo disordinato
    amore, guida l'anime
    dei miseri p(e)cc(at)ori degnamente
    in su la nave dei
    peccati a lo 'nferno, lo quale
    ben si può dir vecchio
    (et) canuto, imp(er)ò che questo
    disordinato amo(r)e incominciò
    infine de la n(atur)a a(n)gelica,
    in qua(n)to vi fu di
    quelli che desideronno t(r)oppa
    excellentia di se medesmo. Et anco si può dire aver li occhi focosi
    (et) infiammati, imp(er)ò che la ragione (et) lo 'ntell(e)c(t)o de l'amatore fa esser ardenti
    di desiderii insatiabili come 'l fuoco, imp(er)ò che etiandio colui c'ama
    poco l'eterno bene l'ama poco, p(er)ché ama troppo il t(em)p(o)rale bene et così
    appare che à ardente desiderio. Et dice anco il texto che guida p(er) la livida
    palude, cioè p(er) lo 'nferno che è luogo pieno di livore, cioè di malivolentia,
    imp(er)ò che q(ui)ne non si vuole se no(n) male. Et anco è conveniente
    che tale amore sgridi l'anime dei peccatori, imp(er)ò che la coscientia
    di sì facto amore grida co(n)tra ciascuno, (et) che accu(m)miati Da(n)te
    lo quale era vivo, non pur qua(n)to al corpo ma etia(n)dio qua(n)to a la
    gratia di Dio, sì che non dovea passare a lo 'nferno come obligato ad
    pena, ma come conceduto d'andare p(er) gratia; et che altre vie (et) altri
    porti siano quelli di Dante, imp(er)ò che Dante passò p(er) gratia dovente
    ritornare (et) non quinde u' è la via irremeabile, cioè non ritornevole;
    et che più lieve legno (con)vien che 'l porti che lla nave, imp(er)ò che Dante
    finge esser portato da l'angiulo come si dirà di sotto, (et) non da la nave
    che è gravissima che è dei p(e)cc(at)i mortali. Et che Virgilio risponda
    ad Caron (et) facciolo star cheto si conviene, imp(er)ò che lla ragione descuse(r)à
    la sensualità q(ua)n(do) no(n) è colpevile. Et che la volontà di Dio faccia star ch(e)ti
    li dimoni è convenevile, p(er)ché nulla può resistere a la sua volo(n)tà,
    et de' sì notare che la risposta di Virgilio non è che Dante vollia passare
    in su la nave ma è p(er)ché stia fermo ad vedere; imp(er)ò che a llui era
    conceduto de la gratia di Dio vedere lo 'nferno tutto, (et) quel che
    si facea quine co· lo 'ntellecto mentale (et) farlo come sensibile ad
    se stesso o ad chi lo leggerà. Veduta la convenientia de la fictione
    quanto a la lectera, ora è da vedere l'allegorica expositio(n)e, come
    l'autore intendesse di quelli del mo(n)do. Et ad questo si può dire
    che questo fiume Acheron, ad che vegnano tutti li morti, sia l'obstinat(i)o(n)e,
    a la quale viene il p(e)cc(at)ore poi che è morto nel peccato,
    qua(n)to alla gratia di Dio; et p(er)ò ch(e) q(ua)n(do) è venuto ad quella, sempre
    è poi sensa allegressa, imp(er)ò che prima non è privato d'allegressa
    ch'elli può ris(ur)gere (et) subsequentem(en)te viene a la palude Stige, cioè
    ad tristicia, imp(er)ò che sta sempre pieno di tristitia (et) così poi ad Coccito,
    cioè pianto, imp(er)ò che chi è in tristicia non è sensa pianto. Et lo nighieri
    Caron è lo disordinato amore, come d(i)c(t)o è di sopra, che guida
    lo p(e)cc(at)ore p(er) sì f(a)c(t)i fiumi, o veramente lo dimonio che di ciò àe a ttentare,
    (et) che la nave significa quello che d(i)c(t)o è lo g(e)n(er)e dei p(e)cc(at)i mortali co·
    le loro specie, et che lo 'nferno ad che passano è l'obligatione a la pena

    [p. 12]
    p(er)petua (et) lo stato infimo in che si trova tal peccatore. Che vada Dante
    ad vedere costoro s'intende p(er) consideratione che sia accu(m)miatato (et) che Virg(ili)o
    risponda p(er) lui può si dire che sia come risposta ad chi dubitasse: Come Da(n)te
    seppe queste cose? Provolle elli p(er) experientia? Ad che risponde occultame(n)te
    che no, ma fu li dato ad sap(er)e per gratia di Dio. Ora seguita lo texto.
    Ma que l'anime (et) c(etera). In questi quattro ternarii l'autore fa due cose,
    imp(er)ò che prima pone quel che fecieno quelle misere anime poi ch'ebbeno
    inteso Caron; ne la s(econd)a pone quel che fece possa Caron inverso loro,
    quine: Caron dimonio (et) c(etera). Dice adu(n)qua così, che poi che Caron ebbe
    sgridato quelle anime, come d(i)c(t)o è di sopra, (et) parlato ad Dante dandoli
    cu(m)miato (et) risposto li fu p(er) Virgilio, quelle anime muto(n)no conditione
    et p(er)ò dice: Ma quelle anime, ch'erano lasse (et) nude. Quasi dica:
    Virgilio rispuose p(er) me ad Caron, come d(i)c(t)o è, ma quelle anime
    ch'erano lasse, cioè stanche (et) nude, cioè privati così difensio(n)e, c(i)oè
    di vestim(en)ti (et) di guida, non fe(n)no defensione nulla se non che ca(n)giar
    colore
    , cioè divento(n)no pallide (et) dibactero i denti tremando di paura,
    rapto, cioè tosto che 'nteser le parole crude, cioè la sententia crudele di
    Caron d(i)c(t)a di sopra. Biastimavano Dio. Qui si dimonstra l'obsti(n)at(i)o(n)e
    dei dannati che ins(ur)geno contra Dio e i lor parenti, cioè padri (et) mad(ri),
    l'humana specie, cioè tucti li homini, i(n) co(m)e è 'l luogo e 'l tempo e 'l seme, cioè
    lo luogo ue fu la g(e)n(er)at(i)o(n)e (et) natione. Di lor semente (et) di lor nascimenti, quasi
    dica: Non solamente biastimavano lo luogo e 'l tempo e 'l seme di lo(r) semente,
    imp(er)ò che seme è inansi che si semini,
    semente è poi ch'è seminato, sì
    che vuol dire che biastimavano lo
    luogo ue funno generati (et) nati, e 'l te(m)po
    q(ua)n(do) fu(n)no g(e)n(er)ati (et) nati, (et) lo seme paterno
    (et) materno del quale erano g(e)n(er)ati
    (et) nati. Questa biastema finge l'autore
    come conveniente ai dannati,
    imperò che lli dannati vorrebbeno inansi che
    Dio (et) ellino (et) tucto 'l mondo fusse a(n)nichilato
    che esser da(n)nati, o che ogni
    cosa fusse parimente da(n)nata co· loro.
    Poi ci ritrasser tucte quante insieme,
    le d(i)c(t)e anime, forte piangendo, a la riva
    malvagia
    del fiume Acheron, ch'è b(e)ne
    malvagia imp(er)ò che è privamento
    d'allegressa, c'attende, cioè la quale asp(e)cta
    ciascun hom, che Dio non teme, i(m)p(er)ò
    che chi non teme Dio è da(n)nato (et) la riva
    d'Acheron aspecta chiunqua è da(n)nato.
    Caron dimonio, ecco che lo nomina
    (et) pollo per dimonio come si
    conviene a la s(ente)n(t)ia l(icte)rale, con occhi di
    bragia
    , cioè con li occhi fiammeggia(n)ti,
    questo fu posto di sopra. Loro acce(n)nando,
    tucte le raccollie
    in su la sua nave. Lo
    ce(n)no del dimonio, quanto ad quelli
    del mondo, è la suggestione e 'l confo(r)to
    (et) incitam(en)to al p(e)cc(at)o, ma quanto
    ad quelli de lo 'nferno è loro presentam(en)to
    del p(e)cc(at)o co(m)messo. Batte col remo
    qualuqua s'adagia
    , cioè qualunqua
    si riposa. Lo remo di Caron, con che batte
    li miseri peccatori quanto ad quelli del mondo, è la co(m)placentia
    de le cose mondane, co· 'l qual remo l'amor disordinato fa andare
    li p(e)cc(at)ori tosto in su la nave dei vitii (et) p(e)cc(at)i. (Et) quanto ad quelli de lo 'nfe(r)no
    si de' intendere che sia la coscientia, imp(er)ò che noi debbiamo credere
    che come l'anima esce del corpo ella se ne va ue la sua coscientia
    la indica (et) questo volse intendere l'autore p(er) lo remo, imp(er)ò che
    niuna anima può indugiare la sua punitio(n)e imp(er)ò che lla sua coscientia
    la sollicita. Seguita lo texto: come d'autupno si leva(n)
    le follie (et) c(etera)
    . In questi tre t(er)narii l'autore pone lo passamento de la nave
    di Caron (et) lo raccollimento dell'anime socto una bella similitudi(n)e
    dicendo che: Come d'autupno si levan le follie l'una appresso dell'altra,
    infin che 'l ramo vede a la terra tucte le sue spollie
    , quasi dica: Come
    d'autunno, che è una de le quattro parti dell'anno tra la state e 'l verno, le
    follie caggiano dalli arbori non tucte insieme ma q(ua)n(do) una (et) q(ua)n(do) altra,
    una qui (et) una colà, tanto che 'l ramo tucto si spoglia, similim(en)te il mal
    seme d'Adamo
    , cioè li miseri p(e)cc(at)ori che sono discesi del seme d'Adam ch(e)
    fu primo homo, dal quale sono discesi li buoni (et) li riei, ma quelli
    sono pur li riei (et) p(er)ò disse il mal seme d'Adamo. Gittansi di quel lito,
    cioè de la piaggia d'Acheron in su la nave, ad una ad una, cioè no(n)
    tucte insieme ma l'una di po' l'altra, né per ordine ma l'una di qua
    (et) l'altra di là, per cenni che facea loro Caron, come augel p(er) suo richiamo.
    Fa qui la similitudine dell'uccellatore che richiama lo spa(r)vieri
    co· ll'ucellino (et) lo falcone con l'ala de le penne (et) ciascuno con
    quel che ama l'ucello, così lo dimonio, che è ucellatore dell'anime,
    chiama l'anime da(n)nate quando muiono, rapresentando ad ciascuna
    lo suo p(e)cc(at)o, cioè al sup(er)bo quel acto de la sup(er)bia in che era stato
    peccatore (et) così delli altri (et) possiamo intendere che allogasse ciascuno
    al luogo suo, (et) p(er)ò no· lle raccolse tucte insieme, (et) questo è conveniente
    s(econd)o l'expositione facta di sopra de la nave. Ancora era necessario
    p(er) verificare la sententia allegorica di quelli del mondo, i(m)p(er)ò
    che tucti li homini vitiosi non diventano ad una hora vitiosi
    ma l'uno inansi (et) l'altro poi, (et) non pure in uno peccato ma i(n) div(er)si.
    Et ciascuno richiama co· 'l cenno, cioè co· l'obiecto del suo desiderio,
    cioè lo sup(er)bo co· l'excellentia di se medesimo, lo goloso co· la
    delicatessa dei cibi, (et) così delli altri. Così sen vanno su p(er) l'onda bruna,
    cioè così navicano su per l'onda nera di Ach(e)ro(n) (et) Stige et
    di Coccito, come d(i)c(t)o è. Et avanti che sian di là discese, cioè in ansi
    che discendano all'altra riva, anco di qua nuova schiera s'aduna.

    [p. 12]
    Questo finge l'autore ad dem(ons)trare la moltitudine dei da(n)nati (et)
    la moltitudine dei morenti continuamento in breve tempo. Et q(ue)sto
    anco è vero di quelli dcl mondo, ché inansi che ll'una gita sia
    passata ne l'obsti(n)at(i)o(n)e, si rauna l'altra di qua dall'obsti(n)at(i)o(n)e p(er) passare
    di là, et p(er) questo mo(n)stra l'autore che grande è lo numero di coloro
    che vanno ad p(er)ditione. Seguita: Filliuol mio, disse (et) c(etera). In q(ue)sti
    tre ternarii l'autore pone lo dichiarimento che finge che faccia Virgilio
    a llui di due dubitationi ch'elli potea avere: prima se quelle
    anime aveano paura di passare come erano sì sollicite di passare,
    appresso p(erché) Caron accumiatò pur Dante (et) non li altri che v'erano. Dice adunq(ua)
    prima cusì: Filliuol mio, disse il maestro cortese, cioè Virgilio
    disse ad me Dante figliuol mio, (et) se 'l texto dicesse mi disse, s'intenderebbe
    disse ad me. Quelli che muion nell'ira di Dio, cioè li dannati ogniuno
    o muore nell'ira di Dio o ne la gratia, se muore nell'ira va ad p(er)ditio(n)e,
    se muore ne la gratia va ad salute. Tutti convegnon qui d'ogni paese, cioè
    di qualunqua paese siano tucti vanno a lo 'nferno. Et prompti sono
    ad trapassar lo rio
    , cioè lo fiume Achero(n)te
    (et) altri due. Ché la Divina Iusticia
    li sp(r)ona
    . Assegna la cagione de la loro
    solicitudine che è la iusticia di Dio, che
    vuole che chi à facto bene sia meritato
    (et) chi à facto male sia punito, et p(er) tanto
    ogni anima costrecta da la sua co(n)scientia
    va al luogo ch'ella àe meritato.
    Et ben che lo 'nferno sia luogo d'averne paura
    (et) che ognuno lo tema, niente di
    meno l'anima speronata da la Divi(n)a
    Iusticia desidera d'andarvi, et p(er)ò dice:
    Sì che la tema si volge in disio, cioè sì
    che lla paura si volge in desiderio co(m)e
    colui che va a le forche p(er)ché è sforsato,
    desidera di iungere tosto, poi che vi li co(n)viene
    andare p(er) spacciarsi tosto. Et
    come questo è cosa conveniente ad quelli
    de lo 'nferno, così si può monstrare
    allegoricamente di quelli del mo(n)do
    che p(er) li loro peccati, che ogni dì accresceno,
    vegnano nell'ira di Dio ta(n)to che
    scorreno ne l'obsti(n)atione meritante
    ciò lo loro peccato, (et) la Divina Iustizia pe(r)mettente
    (et) lassanteli cadere. Adiunge:
    Quinci, cioè questi fiumi in su la nave socto
    'l governo di Caron non passò mai anima
    buona
    , p(er)ò che quine passan pur
    l'inocenti e i p(e)cc(at)ori. Et p(er)ò se Caron di te si
    lagna
    , cioè si lamenta (et) duole, ben puoi
    saper omai che 'l suo dir sona
    . Quasi dica:
    Ben puoi advederti ch'elli si duole
    che tu sii buono p(er)ò si lamenta ch'elli
    vorrebbe che tu fossi p(e)cc(at)ore (et) passassi i(n)
    su la sua nave come li altri, et così honestamente
    l'autore àe posto la sua p(ro)pria loda,
    ché è licito in acto di conscientia, anco
    è debito non farsi peccatore se l'ho(m)o n(on) è;
    et p(er)ciò l'autore in nessuna parte del
    texto pone che passasse li fiumi in su la
    nave di Caron, in su la quale no(n) passano
    se non peccatori da(n)nati a lo 'nferno,
    ma occultamente dim(onst)ra l'autore che
    fusse portato di là da l'angiulo che
    venne, co(m)e si dirà i(n) q(ue)sta alt(ra) p(ar)te. Seguita.
    Finito questo la buia ca(m)pagna (et) c(etera).
    In questi 2 ultimi ternarii (et) uno versetto
    l'autore sig(nif)ica lo passamento suo
    di là dai fiumi facto per grazia divina
    essendo lui insensibile, (et) p(er)ò no(n) po(n)e
    il modo p(er)ch'elli àe fincto sé essere i(n)sensibile
    quando fu portato, ma de' sì i(n)tendere
    che fu portato da l'angiuolo p(er)ché
    dim(onst)ra la sua venuta p(er) li accidenti ch(e)
    pone esser advenuti, li quali sono segni
    dell'apparitione de l'Angiuolo, sì come
    appare di sotto nel canto 9 ue dice:
    Et già ve(n)ia su p(er) le torbide onde
    un fracasso d'un suon pien di spavento,
    p(er)ché tremavan amendu' le sponde. Non altramente facto che
    d'un vento (et) c(etera)
    , ue chiaramente dim(onst)ra che quelli accidenti fusseno
    p(er) l'advenimento dell'angiuolo, sì come può vedere chi quella
    p(ar)te legge, et quelli medesimi accidenti pon qui, se non che ce ne
    adiunge uno. Imp(er)ò che pone lo tremuoto e 'l venteggiare co(m)e
    puose quine, et lo fulgore 'l quale non puose quine, ma puose
    qui lo suono che no· 'l mette qui. Et questo non fe' l'autore sensa
    cagione, imp(er)ò che in quella p(ar)te pone che Virgilio li avesse turati
    li occhi sì che ben, che 'l fulgore venisse, no· 'l vidde, ma qui li avea
    ap(er)ti (et) però pone che 'l vedesse, et ben che non dica quine del tuono,
    s'intende che vi fusse p(er) lo baleno, imp(er)ò che inanti è lo tuono
    che 'l baleno, o almeno insieme, ben che si veggia inanti lo baleno
    che s'oda lo tuono, p(er)ché la vista è più presta ad vedere che
    non è l'audito ad udire. Adunqua questi tre accidenti, cioè
    tremuoto, vento (et) baleno, (et) p(er) (con)sequente tuono, sono ficti qui
    dal poeta ad dim(onst)rare l'advenimento dell'angiuolo, lo quale fi(n)ge
    che vegna ai da(n)nati co(n) spaventevili segni p(er) monstrare loro
    la potentia di Dio. Et ben che niuna spaurisce più l'homo che lli
    d(i)c(t)i accidenti in questa vita, p(er)ò finge che siano di là p(er) spaurire
    li dannati ne la venuta dell'angiulo, la quale veduta si fa con
    questi accidenti, acciò che non sia a lloro consolatione. Dice così

    [p. 12]
    il texto: Finito questo, che disse Virgilio, la buia ca(m)pagna. Ca(m)pagna
    è luogo piano (et) ampio, (et) dice buia p(er)ché finge che fusse obscura (et)
    tenebrosa. Tremò sì forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor
    mi bagna
    . Ecco il tremuoto, lo quale na(tura)lmente è ne le caverne de
    la terra p(er)ché dentro vi sono che cercano 'scita, (et) finge l'autore che di quello
    avesse sì grande paura che ancora ricordandosene ne suda.
    Q(ua)n(do) l'homo àe paura lo sangue corre ad soccorrere lo cuore (et) abba(n)dona
    tutti li altri menbri del corpo, (et) p(er)ò diventa l'h(om)o pallido, et alcuna
    volta è la paura sì grande che lli me(m)bri abbandonati dal sangue
    metteno fuora p(er) li pori alcuno liquore gelato che pare sudo(r)e,
    et se no(n) ritornasse lo sangue l'homo verrebbe meno (et) morrebbe, et
    ad alcuni alcuna volta non si ritorna, che ne rimagnino debilitati
    di qualche membro, anco si suol dire p(er) li volgari che tali siano
    p(er)cossi dai mali spiriti, la qual cosa addiviene p(er) defecto che pate
    la natura (et) non p(er) passione di dimonio. La terra lagrimosa, cioè
    lo 'nferno che è terra piena di lagrime (et) di tristicia. Vollia(m)o intend(e)re
    che certe humiditadi,
    che sono ne la terra co(n)gelate
    p(er) lo freddo, si risolvano
    p(er) lo caldo in modo di lag(r)ime,
    et p(er)ò finge che quella
    terra fusse lagrimosa. Diede
    vento
    , na(tura)lmente ne le
    cave(r)ne de la terra entra
    spesse volte il vento (et) fia
    tremare la terra cercando
    di 'scire fuora, (et) co(n)vie(n)
    che la terra rompa in alcun
    luogo inde lo vento
    esca. Et diceno li phy(ilosophi) ch(e)
    lo vento è vapori overo
    exalat(i)o(n)i calde levate i(n) su
    da la t(er)ra, (et) rip(er)cosse d'alcu(n)o
    freddo che trovano nelll'aire,
    (et) allora va(n)no in lato
    (et) co(m)muoveno l'aire (et) generasi
    il vento, (et) così il ve(n)to
    non è altro che aire agitato.
    Che balenò una luce
    vermillia
    , cioè lo qual vento
    arrecò seco uno baleno
    di una luce vermillia co(m)e
    appare alcuna volta il
    fuoco, cioè apparve co· 'l ve(n)to
    una luce vermillia ad
    modo c'un baleno, p(er)ò che
    venne meno tosto come
    fa il baleno. Queste
    cose, cioè tremuoto (et) vento,
    possano b(e)n essere ne le
    cave(r)ne de la t(er)ra, sì che, perché
    l'autore finga questi
    accidenti essere advenuti
    ne lo 'nferno, no(n) è contra
    la verisimilitudine de la
    poesì. Ma lo baleno bene
    è contra, se non si scusasse
    che questo fusse cosa sop(r)a
    natura come molte alt(r)e,
    finge l'autore essere ne lo '(n)ferno
    p(er) la potentia di Dio,
    che p(er) natura non vi potrebbeno
    essere, et questo finse
    p(er) dare ad intendere l'advenimento
    de l'angiulo
    lo quale lo portò di là dai
    fiumi, p(er)ò che p(er) gratia divina
    passò lo 'ntellecto
    suo ad considerare le cose,
    che dovesseno ess(er)e di là
    s(econd)o la fictione. La qual mi
    vinse ciascun sentime(n)to
    .
    Pone che la luce fusse sì
    grande che lli suoi sentim(en)timenti
    no· lla potesseno
    sofferire, ma obstupef(a)c(t)i da essa s'adormentasseno, (et) questo si verifica
    ch'elli volesse intendere che questa fusse luce sopra natura, i(m)p(er)ò
    che non è niuna luce mlturale che lli sentimenti non patano. Et
    caddi come l'hom cui sonno pillia
    , cioè come l'hom che s'adormenta,
    et cusì monstra ch'elli s'addormentasse come si conferma nel
    sequente canto. Questa fictione è molto conveniente s(econd)o la lectera,
    come appare ad chi bene la considera s(econd)o la ragione de la poesì. Ma
    sotto questa allegoricamente l'autore volse dim(onst)rare lo suo p(ro)cesso
    ne la vita virtuosa, c'avea preso dim(onst)rando che, poi che p(er) la gratia
    preveniente, era 'scito del vitio (et) era già intrato p(er) consideratio(n)e
    ne lo 'nferno, cioè considerava già la bassessa (et) la viltà del vitio (et)
    volea procedere ad vedere le suoe specie (et) le loro pene, et ad q(ue)sto
    li era bisogno la gr(ati)a, cioè la illuminante, la quale elli dim(onst)ra ora
    esser venuta a llui (et) avere addormentato la sua sensualità, sì che
    passi Acheron, Stige (et) Coccito, cioè ad uno stato ue no(n) senta le va(n)e
    allegresse del mondo, né tristitia, né pianto p(er) esser p(ri)vato di quelle.
    Et poi si svellii ad considerare le p(re)dicte cose, stando obediente a la
    ragione, lassandosi guidare a llei. Et questo volse significar per la
    luce vermillia (et) per lo suo addormentato (et) passamento dei fiumi
    (et) svelliamento che ebbe poi di là. Et qui finisce il terso canto.


    4.

    4.1. Inf. IV (testo) Canto quarto d'Inferno


    [p. 12]
    Ruppemi l'alto sonno ne la testa

    un greve tuono, sì ch'io mi riscossi

    come pe(r)sona che per forsa è desta;

    et li occhi riposato intorno mossi,

    5dricto levato (et) fiso riguardai

    p(er) cognoscer lo loco dov'io fossi.

    Ver'è che 'n su la p(ro)da mi trovai

    de la valle d'abisso tenebrosa

    che trono accollie d'infiniti guai.

    10Obscura profond'era (et) nebulosa

    tanto che, per ficcar lo viso al fondo,

    io non vi discernea veruna cosa.


    [p. 13]
    "Or discendiam qua giù nel cieco mondo",

    cominciò il poeta tutto smorto.

    15"Io serò primo, e tu serai segondo".

    Et io, che del color mi fui accorto,

    dissi: "Co(m)e verrò, se tu paventi

    che suoli al mio dubbiar esser conforto?"

    Et elli ad me: "L'angoscia de le genti

    20che son qua giù, nel viso mi dipinge

    quella, poeta, che tu p(er) tema senti.

    Andiam, ché la via lunga ci sospinge".

    Così si misse (et) così mi fé entrare

    nel primo cerchio che l'abisso cinge.

    25Quivi, s(econd)o che per ascoltare,

    non avea pianto ma' che di sospiri

    che l'airie eterno ne facean t(re)mare;

    ciò advenia di duol sensa martìri,

    c'avean le turbe, che eran molte (et) gra(n)di,

    30d'infanti (et) di femine (et) di viri.

    Lo buon maestro ad me: "Tu no(n) dima(n)di

    che spiriti son quelli che tu vedi?

    Or vo' che sappi, inansi che più andi,

    ch'e' non peccaro; (et) se elli ànno mercedi,

    35non vasta, ché non ebber lo batismo,

    ch'è p(ar)te della fede che tu credi;

    et s'e' furon dinansi al cristianismo,

    non adorar debitamente Idio:

    et di questi cotali son io medesmo.

    40Per tai difecti, (et) non p(er) altro rio,

    noi siam perduti, (et) sol di tanto offesi

    che sensa speme vivemo in disio".


    [p. 13]
    Gran duolo mi prese al cuor q(ua)n(do) io lo '(n)tesi

    però che genti di molto valore

    45cogniobbi che 'n quel limbo eran sospesi.

    "Di(m)mi, maestro mio, di(m)mi, signore",

    comincia' io per voler esser certo

    di quella fede che vince ogni errore:

    "uscìci mai alcun, o per suo me(r)to

    50o per altrui, che poi fusse beato?"

    Et q(ue)i che 'ntese il mio p(ar)lar coverto,

    rispuose: "Io era nuovo i(n) questo stato,

    quand'io ci viddi venir un possente,

    con segnio di victoria coronato.

    55Trasseci l'ombra del primo parente,

    d'Abèl suo fillio (et) quella di Noè,

    di Moysè legista (et) ubidente,

    Abraàm patriarca (et) Davìd re,

    Ysraèl col padre (et) coi suo' nati

    60et con Rachel, per cui tanto fé,

    et altri molti (et) feceli beati.

    Et vo' che sappi che, dinanti ad essi,

    spiriti humani non eran salvati".

    Non lassavàn l'andar p(er)ch'e' dicessi,

    65ma passavàn la s(er)va tuttavia,

    la selva, dico, di spiriti spessi.


    [p. 14]
    Non era lunga ancor la nostra via

    di qua dal sommo, quando viddi un foco,

    che emisperio di tenebre vincia.

    70Di lunge v'eravamo ancor un poco

    ma non sì che io non discernesse i(n) p(ar)te

    c'orrevil gente possedea quel loco.

    " O tu, ch'onori scientia (et) arte

    questi chi son ch'àn cotanta orra(n)sa,

    75che dal m(od)o delli altri li diparte? "


    [p. 14]
    Et elli ad me: " L'onrata nominansa

    che di lor suona su nella vita,

    gr(ati)a acquista nel Ciel che sì li avansa ".

    Intanto voce fu per me udita:

    80" Honorate l'altissimo poeta:

    l'ombra sua torna, che era dip(ar)tita ".

    Po' che la voce fu restata (et) queta,

    viddi quattro gra(n)di o(m)bre ad noi ve(n)ire:

    sembiansa avea(n)o né trista, né lieta.

    85Lo buon maestro cominciò a ddire:

    " Mira colui con quella spada i(n) mano,

    che vien dinansi ai tre, sì come sire.

    Quelli è Homero i' poeta sovrano:

    l'altro è Oratio satiro che vène,

    90Ovidio è 'l terso (et) l'ultimo è Lucano.

    Però che ciascun meco si convène

    nel nome che sonò la voce sola,

    fan(n)omi honor (et) di ciò fanno bene ".

    Così viddi adunar la bella scola

    95di q(ue)i Signor de l'altissimo canto,

    che sopra li altri, come aquila, vola.

    Da ch'eber ragionato insieme al(quan)to,

    volsensi ad me con salutevil ce(n)no;

    e 'l mio Maestro sorrise di tanto:

    100et più d'honor ancor assai mi fenno,

    ch'essi mi fecer de la loro schiera,

    sì ch'io fui sexto tra cotanto se(n)no.

    Così anda(m)mo infin alla lumera,

    parlando cose che 'l tacere è bello,

    105sì com'era 'l parlar colà dov'era.

    Veni(m)mo a' pie' d'un nobile castello

    septe volte cerchiato d'alte mura,

    difeso intorno d' un bel fiumicello.


    [p. 15]
    Questo passa(m)mo come terra dura:

    110per septe porte entrai con questi savi:

    iunge(m)mo in prato di fresca verdura.

    Genti v'avea con occhi tardi (et) gravi,

    di grande auctorità ne' lor sembia(n)ti:

    parlavan rado (con) voce soavi.

    115Trae(m)moci così da un de' canti,

    in luogo ap(er)to, luminoso (et) alto;

    sì che veder si potean tutti quanti.

    Colà diricto sovra il verde smalto

    mi fur mostrati li spiriti magni,

    120che del veder in me stesso n'exalto.

    Io viddi Electra co(n) molti co(m)pagni,

    tra' quai cog(n)ovi Ecthor et Enea,

    Cesar armato con occhi griffagni.

    Viddi Camilla con la Pantesilea:

    125da l'altra parte viddi 'l re Latino,

    che co(n) Lavinia sua fillia sedea.

    Viddi quel Bruto che cacciò Tarquino,

    Lucretia, Iulia, Martia (et) Cornilia

    et solo in parte vidi 'l Saladino.

    130
    [p. 15]
    Poi che n'alsai un poco più le cillia,

    viddi 'l maestro di coloro che sa(n)no,

    seder tra phylosofica famillia.

    Tucti lo miran, tutti honor li fanno.

    Quivi vid'io Socrate (et) Platone,

    135che 'nnançi ad gli altri più presso gli sta(n)no.

    Democrito che 'l mondo a caso pone,

    Dyogene, Anaxagora (et) tale

    Empeclodes, Eraclito (et) Çenone.

    Et viddi il buono accollitore del q(ua)le

    140Dyastoride dico (et) viddi Orfeo,

    Tullio, Lino (et) Seneca morale,

    Euclide geometra (et) Ptolomeo,

    Ypocrate, Avice(n)na (et) Galieno,

    Averroys che 'l gra(n) comento feo.

    145
    [p. 16]
    Io non posso ritrar di tucti ad pieno,

    però che sì mi caccia il lungo tema,

    che molte volte al f(a)c(t)o il dir vie(n) meno.

    La sexta co(m)pagnia in du' si scema:

    p(er) altra via mi mena il savio Duca,

    150fuor della queta indell'arie che trema:

    et vegno in p(ar)te, dove no(n) è che luca.


    4.2. Inf. IV (commento)


    [p. 16]

    Ruppemi l'alto so(n)no (et) c(etera). In questo quarto canto l'autore
    tracta del primo cerchio de lo 'nferno, et fa principalme(n)te
    due cose: imp(er)ò che prima pone come una
    selva piena di spiriti, in questo primo cerchio;
    ne la s(econd)a, come trova uno nobile castello, in questo
    primo cerchio ancora; et è la s(econd)a quine: Non era
    lunga
    (et) c(etera). Questa prima che serà la prima lectione
    si divide tucta in 5 parti, p(er)ché prima pone come svelliato
    dal sonno si trovò in su la p(ro)da de l'abisso. Ne la s(econd)a, come Virgilio
    lo conforta ad descendere nel primo cerchio, (et) la sua descensione, q(ui)ne:
    Or descendiamo (et) c(etera). Ne la tersa pone quel che vi trovò, (et) certe dichiaragioni
    che fa Virgilio, quine: Quivi s(e)c(on)do (et) c(etera). Ne la quarta pone co(m)e
    ebbe loro co(m)passione, (et) la dimanda che fa ad Virgilio, quine: Gran
    duol
    (et) c(etera). Ne la quinta pone la risposta di Virgilio, quine: Et q(ue)i che 'ntese
    (et) c(etera). Divisa adunqua la lectione, è da vedere la s(e)n(tent)ia l(itte)rale, la quale
    è questa. Poi che l'autore àe ficto che s'addormentasse p(er) lo baleno
    che venne, dice che si svelliò p(er) un grave tuono ch'elli sentitte, sì che
    scosse come l'h(om)o che è svelliato p(er) forsa; (et) levato in piè (et) riposato, li
    occhi mossi intorno p(er) vedere u' elli fusse, et elli si trovò di là dai
    fiumi, in su la p(ro)da de la valle
    de l'abisso, ue si raccolliea
    un tuono d'infiniti guai
    ch'erano in essa; et era q(ue)lla
    valle profonda, obscura
    (et) tenebrosa, sì che per
    guardare in giù niente
    discernea, un(de) imco(m)minciò
    ad dire Virgilio: Or disce(n)diamo
    qua giù nel cieco
    mondo
    ; diventato smorto:
    Io andrò inanti (et) tu
    mi seguitrai. Allora Da(n)te,
    vedendo Virgilio diventato
    pallido, disse: Come
    verrò io, se tu ài paura, ch(e)
    suoli esser conforto al mio
    dubitare? Allora Virg(ili)o
    li rispuose: L'angoscia de le
    genti che sono qua giù mi
    fa questo colore che viene
    da pietà, (et) non da paura
    come credi; andiamo, ch(é)
    la via lunga ci solicita. Et
    così si mise Virgilio, (et) fece
    intrare Dante, nel primo
    cerchio de lo 'nferno. Et q(ui)ne
    dice che non avea pia(n)to,
    se non di sospiri che faceano
    tremare quello aire
    che mai non de' venir meno:
    et questi mossi da' dolori
    sensa martirio che aveano
    quelle grandi tu(r)be
    di fanciulli maschi et
    femine, (et) homini (et) femi(n)e
    grandi. Allora Virgilio
    dice ad Dante: Tu non dimandi
    che sp(irit)i son questi?
    Io vollio che sappi, ina(n)si
    che vadi più oltra, che
    questi che sono qui non
    ànno peccato; (et) benché abbino meritato no(n) basta, p(er)ché no(n) fu(n)no
    batteggiati; et benché fusseno inanti al baptismo non sono scusati,
    imp(er)ò che non credetteno in (Crist)o che dovea venire; et di questi cotali
    sono io medesmo, dice Virgilio, et p(er) questo difecto (et) non p(er) altr(r)o
    peccato siamo da(n)nati ad questa pena, che stiamo in continuo desiderio
    d'avere beatitudine, et siamo certi che mai noà lla debbiamo
    avere. Allora Dante ebbe grande dolore, p(er)ò che cognove ch(e)
    gente di gran valore era in quel primo cerchio che si chiama limbo,
    et mosse un dubbio ad Virgilio p(er) esser certo de la fede (crist)iana,
    cioè se mai di quel limbo 'scitte alcuno p(er) suo merito, o p(er) merito d'altrui,
    che poi fusse beato. Allora Virgilio, che 'ntese lo parlar coperto
    di Dante, rispuose: Io c'era venuto di poco, che io ci viddi venire
    un Potente, coronato di corona di victoria, et trasse di questo
    luogo l'anima d'Adam, d'Abel suo filliuolo, di Noè, di Moysè dato(r)e
    de la legge, d'Abraam patriarcha, del re David, d'Isac, di Iacob (et)
    dei suoi filliuoli, (et) de la mollie che fu chiamata Racel, et di molti
    altri; (et) feceli tutti beati, imp(er)ò che li menò seco ad beatitudine. (et)
    sappi che inanti ad costoro non fu(n)no mai salvati li spiriti humani,
    imp(er)ò che li riei andavano ne lo 'nferno, (et) li buoni andavano ad li(m)bo.
    Et adiunge Dante che, ben Virgilio dicesse, tuttavia passano la selva
    piena di sp(irit)i spessi; et qui finisce la lectione prima. Ora è da vedere
    lo texto coà l'expositioni l(itte)rali (et) allegoriche. Incomincia addunqua
    così: Ruppemi l'alto sonno (et) c(etera). In questi quattro t(er)narii, che co(n)tegnono
    la prima parte, l'autore finge che si svelliò dal so(n)no che prese
    q(ua)n(do) venne lo baleno, come d(i)c(t)o è di sopra, (et) come svelliato si trovò
    i(n) su la p(ro)da de la valle d'abisso di là dai fiumi; et come passasse q(ue)lli
    fiumi nol dice, se non si de' co(m)prendere p(er) li accidenti d(i)c(t)i di sopra, che
    significavano l'advenimento de l'anguilo, lo quale venisse (et), poi
    che fu addormentato, lo portasse di là: (et) questo non dovea dire, poi
    ch'elli finge che dormisse, imp(er)ò che chi dorme non sente. Et questa p(ar)te
    si divide in 2 p(ar)te, p(er)ché prima pone come si svelliò; ne la s(econd)a po(n)e
    pone descrivendo lo luogo ue si trovò, quine: Ver'è (et) c(etera). Dice così il
    texto: Ruppemi l'alto sonno, cioè lo profondo so(n)no, (et) p(er) questo vuole
    monstrare che fusse b(e)n(e) addormentato p(ro)fondamente; ne la
    testa
    , questo dice imp(er)ò che sonno incomincia dal capo (et) discende

    [p. 13]
    in tucte le me(m)bra, imp(er)ò che, q(ua)n(do) l'homo dorme, la virtù sensitiva dell'a(n)i(m)a
    si riposa, (et) la vegetativa sempre vegghia, (et) me(n)tre che l'h(om)o vive mai
    non à riposo; (et) p(er)ché la virtù sensitiva è più ne la testa, p(er) li 5 sentim(en)ti
    che vi sono, che ne l'altre parti del corpo, ue non è se non lo sentimento
    co(mun)e, p(er)ò dice che ne la testa li ruppe il sonno, quine ue si comincia: ch(é)
    quine prima ro(m)pe il sonno, ue prima si comincia. Un grave tuono.
    Qual fusse questo si dichiara di sotto, ue dirà che fusse il tuono de' guai
    infiniti de lo 'nferno. Si ch'io mi riscossi. Chi è svelliato di subito p(er) forsa,
    si riscuote, p(er)ché la virtù sensitiva viene subito ai suoi instrumenti
    di fuora; ma quando l'homo si svellia da sé, viene riposatamente (et) no(n)
    co(n) impeto, (et) p(er)ò non si scuote l'homo, (et) p(er)ò adiunge: Come p(er)sona che p(er)
    forsa è desta
    , cioè svelliata. Et li occhi riposato intorno mossi. Qui dice
    che, poi che fu riposato, mosse li occhi intorno. Dricto levato, cioè levato
    in piè. Questo è naturale che chi è svelliato subitamente si riposi
    prima che si levi, ché volendosi levare subito cadrebbe, (et) poi che s'è riposato
    si levi in piè, (et) così dice che fé l'autore, (et) mosse, poi che fu levato,
    li occhi intorno, (et) fiso riguardai, cioè attentamente. P(er) cognoscer lo
    loco dov'io fossi
    ; questo era convenevile, p(er)ché non si vedea nel luogo
    ov'era quando s'addormentò. Questo che l'autore dice di sé finge
    allegoricamente di quelli del mondo,
    imp(er)ò che conveniente cosa è che chi
    nel mondo è 'scito del peccato, (et) venuto
    ad la co(n)te(m)ptio(n)e (et) dispregio di q(ue)llo p(er)
    la gratia illuminante, che come elli
    àe addormentata la sensualità al piacere
    del mondo, così la svellii poi lo
    tuono dei infiniti guai, cioè lo tumulto
    dei vitiosi e i lor lamenti ad considerare
    (et) comprendere la viltà del peccato,
    le suoe specie, (et) le pene a lloro convenienti,
    sì ché p(er) questo stia fermo
    nel primo p(ro)posito buono. Et notantemente
    dice che fue svelliato dal tuono
    dei guai de l'abisso, p(er)ché le miserie
    dei peccatori (et) li lor guai trasseno la
    sua sensualità, che stava co(m)e addormentata
    quanto alle cose del mondo,
    ad considerare (et) co(m)prendere lo p(ro)prio
    loro essere; et questo finge l'autore di
    sé p(er) insegnare alli altri come debbia(n)o
    fare quando fusseno in sì facto stato. Ver'è
    che 'n su la p(ro)da mi trovai de la valle
    d'abisso dolorosa
    . Qui manifesta l'autore
    lo luogo ue si trovò, (et) dice che si trovò
    di là dai fiumi in su la p(ro)da de la valle
    dolorosa, cioè piena di dolore, de l'abisso,
    cioè de la profondità de lo 'nferno. Et
    p(er) questo possiamo co(m)prendere che l'autore
    finge che lo 'nferno, de la sua i(n)trata
    in fin quine, fusse come una piaggia, (et)
    quine incominciasse la ripa ad cala(r)e
    nel primo cerchio: (et) quel cerchio avesse
    la sua latitudine, (et) poi una ripa che
    calasse ne l'altro, (et) cosi l'uno nell'altro
    infine al fondo, ue finge essere lo nono
    cerchio in sul centro de la terra. Che tuono
    accollie d'infiniti guai
    . Qui si ma(n)ifesta
    qual tuono fusse quello che lo
    svelliò, dicendo che quella p(ro)da accollie
    tuono di guai infiniti, cioè ch(e) mai
    non denno aver fine, o inmutabili
    o innumerabili, ad monstrare la gra(n)dissima moltitudine dei da(n)nati,
    p(er)ché infinito alcuna volta si pillia sensa nu(mer)o; ribomba q(ui)ne
    (et) fa come un tuono, (et) questo tuono fu quello che lo svelliò.
    Obscura, p(ro)fond'era, (et) nebulosa. Discrive come era facta la valle,
    dicendo che era obscura, in quanto era sensa luce, profonda,
    in quanto era molto cupa, infine al centro de la terra, nebulosa,
    cioè piena di nebbie. Lo qual cosa è conveniente, ché 'n de le concavità
    de la terra sono exalat(i)o(n)i humide che fanno nebbia; ma
    l'autore pone queste cose, benché siano convenienti al luogo, s(econd)o
    l'allegorico intellecto: p(er)ò che ne lo 'nferno (è) privat(i)o(n)e di chiarità,
    p(er)ò che non v'è alcuno degno di loda, ma sì di biasmo; anco v'è p(ro)fondità
    di malivolentia, (et) d'iniquità, (et) èvi nebbia, cioè ignora(n)tia
    d'intellecto, et questo medesmo s'intende de lo 'nferno del mondo,
    lo qual s'intende essere la congregatione delli obsti(n)ati, come
    d(i)c(t)o è stato di sopra. Tanto, che p(er) ficcar lo viso al fondo io no(n) vi
    discernea veruna cosa
    . Dice che tanto era la valle obscura, p(ro)fonda (et)
    nebulosa che, benché ficcasse lo viso in giù, niuna cosa potea
    discernere. Benché questo sia conveniente s(econd)o la lectera, noà llo
    disse sensa intendimento d'allegoria, intendendo che di tanta obscurità
    sono li da(n)nati, (et) tanta p(ro)fondità di malitia è in loro, (et) tanta cechità
    d'intellecto, che, benché l'homo virtuoso inchini lo suo intendimento
    ad considerare discretamente queste cose basse (et) vili, no(n) vi
    discerne alcuna cosa: cioè in tanta basessa sono d'essere, che non vi
    conosce cosa che possa dire che abbia essere, o che si possa dir cosa,
    p(er)ò che quine non è se non privatione. Seguita poi lo texto (et) c(etera).
    Or discendiam qua giù (et) c(etera). In questi quattro ternarii finge
    l'autore lo descenso suo nel primo cerchio, (et) fa due cose: imp(er)ò che p(rima)
    pone lo conforto di Virgilio al descenso (et) la dubitat(i)o(n)e sua; ne la s(econd)a
    la risposta di Virgilio al suo dubbio (et) lo descenso, quine: Et elli ad
    me
    . Dice addunqua prima Virgilio ad Dante: Or discendiam q(u)a
    giù nel cieco mondo
    . Vero è che ne lo 'nferno sono tenebre, sì ch(e)
    ben si può dire nel cieco mondo p(er) convenientia, (et) anco p(er) allegoria
    de la vita vitiosa dei mondani, che ben si può dir cieca imp(er)ò
    che nelli homini vitiosi è cechità d'intellecto; et ben è descendere
    venire a la considerat(i)o(n)e di tali, a la qual venia Dante. Cominciò

    [p. 0]
    il poeta tutto smorto
    , cioè Virgilio, io serò primo, (et) tu serai s(econd)o. Virgilio
    guidava Dante (et) sapea il luogo ue menava Dante, sì che convenie(n)te
    cosa era che andasse inanti, (et) Dante lo seguitasse, (et) che avesse
    pietà de l'angoscia che llà giù era, p(er) la quale era lo smortore, come si
    dirà incontenente. Et questo è conveniente s(econdo) la fictione et s(econd)o l'allegorico
    intellecto che lla ragione di Dante, significata p(er) Virgilio, desce(n)dendo
    ad considerare le pene p(er) monstrarle a la sensualità,
    significata p(er) Dante, (et) ad considerare ancora la pena dei vitiosi mo(n)dani,
    debbiasi muovere ad pietà. Et io, che del color mi fui accorto, dissi:
    Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiar esser confo(r)to?

    Qui Dante muove dubbio ad Virgilio,
    dicendo, poi che s'avidde dello smortore
    di Virgilio, come verrò se tu ài paura,
    che suoli e(sser)e conforto al mio dubitare?
    Veramente la ragione conforta
    la sensualità q(ua)n(do) ella teme. Et elli a m(e),
    cioè Virgilio disse ad me Dante, l'angoscia
    de le genti che sono qua giù, nel viso
    mi dipinge quella pietà
    , cioè
    quello smortore che viene da pietà,
    che tu per tema senti, cioè che ad te pare
    che vegnia p(er) tema, cioè p(er) teme(n)sia.
    Andiam, ché la via lunga ci sospinge:
    b(e)n pare che 'l lungo camino faccia
    più sollicito l'andatore che 'l picculo.
    Così si misse, Virgilio, et così mi fé entrare
    nel primo cerchio, che l'abisso cigne
    .
    Et qui mossa come entrasseno
    nel primo cerchio dello inferno, et q(ui)
    secondo la lectera. P(er) aver intendime(n)to
    di quello che si dirà in della prima
    cantica, debbiamo sap(er)e che l'autore fi(n)ge
    che lo 'nferno sia in della concavità
    della terra, (et) vada infine al centro d(e)lla
    terra, come d(i)c(t)o fu di sopra, (et) ch(e), dipoi
    il fiume Acheronte, si cominci ad descendere,
    et distendasi un grotto (et) t(ro)vasi
    una ripa la quale sta in to(n)do come uno
    cerchio, et t(er)minasi a l'autro grotto,
    et à ben gran latitudine la grossessa
    del cerchio, cioè dal grotto sceso i(n)fine
    all'autro dove si distende. (et) similme(n)te
    il vacuo è grande spatio, qual si co(n)viene
    a la grossessa della terra, (et) q(ue)sto
    chiama lo primo cerchio overo limbo,
    ue pone che stiano li parvuli, (et) homini
    (et) femine v(ir)tuose, che non ànno avuto
    la fede (crist)iana; ma pone i(n) questa
    grossessa del cerchio, più invèr lo grotto,
    uno nobile castello cerchiato d'alte
    mura septe intorno (et) d'un bel fiumicello,
    (et) in questo finge e(ss)er, disperse dalli
    altri, homini (et) femine famose; et poi
    pone lo s(econd)o a la discesa del grotto s(econd)o, ta(n)to
    di men giro che 'l primo quanto è la
    grossessa del primo, et in questo finge
    che si punisca lo peccato della luxuria;
    et finge lo terso di men giro che 'l sigo(n)do,
    a la distesa del terso grotto tanto q(uan)to
    è la grossessa de ' s(econd)o, (et) qui finge che
    sia punito il peccato della gola; et poi
    finge lo quarto cerchio p(er) lo modo delli
    autri d(i)c(t)i sopra, et in questo finge
    che si punisca lo peccato della avaritia;
    et poi finge il quinto p(er) lo modo ch(e)
    li autri, ma ponci una palude che va
    intorno p(er) lo cerchio, che si chiama Stigie,
    et in questo finge che si punisca
    lo peccato dell'ira (et) della accidia; et poi
    pone il sexto p(er) lo modo delli altri, se no(n)
    che finge che sia intorneato di mura
    di ferro et che dentro ad quelle mura sia
    lo sexto cerchio, (et) lo septimo, (et) l'octavo,
    e lo nono, p(er) lo modo che d(i)c(t)o è di
    sopra, et chiama l'autore questi cerchi
    cusì murati la cità di Dite. Et de(n)tro
    a questi finge che sia punito lo peccato
    del sup(er)bia (et) della invidia; (et) p(er)ché sono
    più gravi peccati che li altri li pone
    al fondo; (et) anco luxuria, gola, avaritia, ira, accidia in quanto vegnano
    da malitia o da bestialità, ché in quanto vegnano da i(n)co(n)tinentia,
    finge che siano puniti in de' cerchii d(i)c(t)i di sopra, fuor della
    cità di Dite. Et non p(ro)cede più l'autore, s(econd)o li g(e)n(er)i de' d(i)c(t)i peccati, ma s(econd)o
    le loro specie, ponendo che in del sexto cerchio sia punito lo pecc(at)o
    delle heresia in tombe di fuoco, ché è specie di sup(er)bia. Et poi finge lo
    septimo cerchio s(econd)o 'l modo delli altri; ma distingelo in tre cerchii, sì
    che il primo è a lato al grotto che scende del sexto cerchio, e 'l s(econd)o allato
    al primo, (et) poi il terso all'altro grotto; et nel septimo cerchio
    così distincto fingie che si punisca lo p(e)cc(at)o della violentia. Et poi
    finge l'octavo ce(r)chio, s(econd)o 'l m(od)o delli altri se non che 'l divide in X fossati
    che li chiama bolge, l'uno dipo' l'altro interno, co(n) ponticelli ch(e)
    valicano dall'una ripa all'altra; et i(n)questo octavo fingie che siano
    punite x specie di peccati contenute sotto la fraude contra
    l'amore naturale. Et poi finge il nono al centro de la terra, lo quale
    distingue in quattro parti in tondo come li altri, (et) qui finge
    che sia punito lo peccato della fraude contra l'amicitia, et questo

    [p. 0]
    è l'ultimo; et di questi più largamente si dirà q(ua)n(do) si tracterà di quelli. Tanto
    debbiamo sap(er)e che l'autore finge che siano nove cerchii p(er)ò che Virg(ili)o
    nel 6 libro de l'Eneide, ue tractò del descendo allo inferno de Enea, puose
    ancora 9 cerchi, (et) in questo l'autore lo volse seguitare; et ancora, come
    della tertia cantica àe posto l'ascendimento delle virtù p(er) li 9 cieli,
    così volse poner qui lo descenso del vitio p(er) 9 cerchi. Seguita.
    Quivi s(econd)o che p(er) ascoltare (et) c(etera). In questi 6 ternarii l'autore finge
    la pena a che sono (con)de(n)nati quelle anime che sono nel primo cerchio,
    (et) in questa p(ar)te fa 2 cose principalmente: p(er)ò che in prima pone quel
    che quine sentì, nella s(econd)a p(ar)te pone come Virgilio l'i(n)cita ad dima(n)dare,
    (et) come risponde a
    la dimanda et tolle via
    una obiectione; quine:
    Lo buo' maestro ad me. (Et)
    questa àe 3 parti, p(er)ché p(ri)ma
    incita Dante ad dima(n)dare;
    ne la s(econd)a risponde, q(uivi):
    Or vo che sappi (et) c(etera).; ne la t(er)sa
    risponde, solve l'obiectio(n)e
    che si potrebbe fare, quine: Et
    se furon
    (et) c(etera). Dice addunqua:
    quivi, cioè in quel luogo,
    cioè in tucto lo primo cerchio,
    s(econd)o p(er) ascoltare, cioè s(econd)o
    quel che si co(m)prende ascoltando,
    non avea pianto,
    ma' che di sospiri
    , cioè se no(n)
    di sospiri, che l'arie eterno
    ne facean termare
    , cioè ch(e)
    faceano t(re)mare l'aiere i(n)fernale,
    che mai no(n) de' avere
    fine, ciò advenia di duol
    sensa martiri
    , cioè (et) questi
    sospiri adveniano pur da
    dolori, che veniano sensa ricever
    martirio, che avea(n)
    le turbe, che eran molte et
    grandi
    , cioè questo dolore
    avean le turbe, che erano
    quine grandi (et) molte, diafanti,
    cioè fanciulli, maschi
    (et) femine, ché sotto questo
    nome si co(m)prende lo maschio
    e la femina, (et) di femine
    (et) di viri
    , femine (et) ho(min)i
    grandi. Lo buo(n) maestro, cioè
    Virgilio, disse ad me: Tu
    non dimandi?
    (et) qui mo(n)stra
    come Virgilio incita
    Dante ad attendere ad la
    dichiaragione di quel ch(e)
    qui potrebbe dubitare, ch(e)
    incontenente lo dichi(ar)a
    dicendo: Che spiriti son q(ue)sti,
    che tu vedi? Or vo' che sappi,
    inansi che più andi.
    Qui
    dichiara Virgilio che q(ue)sti
    che sono ne ' limbo sono pu(r)
    (con)de(n)nati p(er) lo p(e)cc(at)o della infedelità,
    (et) non p(er) altro pecc(at)o,
    p(er)ò che fingie che quine siano
    pure li parvuli, (et) no(n)
    battegiati, (et) li homini (et) le
    femine che ànno pur op(er)ato
    bene in del loro vita,
    che almeno sono vissuti
    civilmente, ma no(n) sono
    stati (crist)iani; et in questo
    si discorda l'autore della
    sancta Chiesa, la quale no(n)
    pone in questo luogo se no(n)
    li parvuli. Puosi scsare
    l'autore che dice, poeticam(en)te,
    p(er) seguitare li poeti che
    pognano questi così facti
    ne' campi elisii; et p(er)ò dice:
    ch'e' non pecchrano; si de' i(nten)dere
    qui d'altro p(e)cc(at)o che d'i(n)fidelità,
    altramente seg(u)iterebbe
    che fusseno da(n)nati iniustamente, se sensa avere peccato
    fusseno da(n)nati. Et se elli ànno mercé, non vasta; risponde qui ad una
    obiectione che si potrebbe fare: se elli ànno meritato in questa
    vita operando ... politiche, come non sono meritati deà lor bene adop(er)are?
    Dice che quel bene adop(er)are non vasta ad avere vita et(er)na,
    (et) assegnia la ragione s(econd)o la nostra fede, ché non ebber lo battismo;
    ecco la cagione p(er)ché non valse lo loro b(e)n adop(er)are, p(er)ché no(n) ebbeno
    lo battismo, sensa 'l quale niuna buona op(er)a è acceptata da Dio.
    Ch'è p(ar)te della fede che credi, cioè lo quale battismo è p(ar)te della fede (crist)iana
    che tu Dante credi: imp(er)ò che 'l baptismo è uno de' septe sac(ra)m(en)ti
    de la Chiesa, li quali ciascuno (cristi)ano crede se elli è vero (cristi)ano. Et se furono
    dinansi al Cristianismo
    . Qui risponde ad una altra obiect(i)o(n)e
    che si potrebbe fare, di quelli che moritteno inna(n)si che venisse (Crist)o,
    ché non era bapt(esim)o; imp(er)ò che potrebbe alcuno dire: costoro non doverebbeno
    esser da(n)nati, imp(er)ò che allora non si batteggiava. Ad ciò
    risponde l'autore, ponendo che risponda Virgilio, che costoro sono da(n)nati
    p(er)ché non adoro(n)no debitamente Idio, p(er)ò che dovea(n)o adorare

    [p. 0]
    lo Padre e 'l Filliuolo (et) lo Spirito Sancto sì come uno Idio in tre p(er)so(n)e,
    (et) doveano credere in (Crist)o che dovea venire; et p(er)ò dice: Non adorar debitamente
    Idio: et di questi cotali son io medesmo
    . Dice Virgilio
    sé esser di costoro, p(er)ò che adorò li dii come disse di sopra nel p(r)imo
    canto. P(er) tai defecti (et) non p(er) altro rio, cioè (et) non p(er) altra cosa, noi
    siam p(er)duti
    , quanto alla beatitudine, (et) sol di tanto offesi, cioè et
    solamente abbiamo tanto d'offensione, che sensa speme vivemo
    in disio
    , cioè viviamo in desiderio d'avere beatitudine, sensa avere
    sp(er)ansa d'averlla, imp(er)ò che siamo certi che im p(er)petuo saremo p(r)ivati
    de la visione di Dio. Et qui è da notare che questa è conveniente
    pena a così facto peccato, sì che ben fa l'autore buona poesi i(n) questo;
    imp(er)ò che degna cosa è che chi è stato sensa sp(er)ansa in questa vita,
    sia ancora sensa essa tormentato dal desiderio nell'altra. Ognia
    infedele in questa vita è sensa sp(er)ansa, imp(er)ò che la fede g(e)n(er)a la speransa:
    et p(er)ò ,chi no(n) l'à vera
    fede non l'à vera speransa;
    et questo ancho
    si verifica p(er) li infedeli del
    mondo, che viveno i(n) co(n)tinuo
    desiderio di beatitudine
    (et) non possano
    avere vera sp(er)ansa perché
    non ànno vera fede.
    Seguita lo texto
    Gran duol mi prese
    al cuor
    (et) c(etera). In questi du'
    ternarii (et) du' versetti l'autore
    dimanda Virgilio
    d'uno dubbio, no(n) che
    ne dubitasse ma per da(r)ne
    più fermessa, (et) fa du' cose,
    p(er)ò che prima monstra
    d'aver co(m)passione a
    quella gente, (et) aseg(n)ia
    la cagione, in nella s(econda)
    lo d(i)c(t)o dubbio muove
    quine: Di(m)mi, Maestro (et) c(etera).
    Dice prima: Gra(n) duol
    mi prese al cuor
    , cioè
    grande dolore ebbi io
    Dante al cuore, q(ua)n(do) lo 'ntesi,
    cioè Virgilio. Ora assegnia
    la cagione: però
    che genti di molto valore
    ,
    (et) d'animo (et) di corpo,
    cognobbi, che i(n) quel
    limbo eran sospesi
    . Ecco q(ui)
    nomina lo primo cerchio
    o limbo, come nomina
    la Santa Scriptura, (et) dice sospesi, cioè rimoti da gra(tia)
    (et) da tormenti di martiri,
    p(er)ò che quine non è
    se none dolore di desiderio.
    Di(m)mi, Maestro mio,
    di(m)mi signore, comincia'
    io
    . Ecco qui dimanda Da(n)te
    certessa di quel che tiene
    la nostra fede, (et) però
    dice: p(er) voler esser certo
    di quella Fede che vince
    ogni errore
    , cioè della fede
    (crist)iana, uscìci mai
    o p(er) suo me(r)to, o p(er) altrui

    merito, s'intende di q(ue)sto
    luogo che si chiama li(m)bo,
    che poi fusse beato, cioè
    che poi avesse vita et(er)na?
    (Et) questo dice per
    monstrare che non i(n)tendea
    p(er) altro modo lo 'scire
    che p(er) avere beatitudine, p(er)ò che, p(er) ritornarvi, sapea che n'era uscito
    Virgilio; (et) questo non era dubbio s(econd)o la sua fictione, né quel di prima
    era dubbio s(econd)o la nostra fede, ma fa questa dimanda p(er) monstrare
    che n'avesse p(er)fecta fede, et p(er) confermare li homini grossi che
    non s'avedeno che l'autore p(ar)la fictivamente come poeta; (et) qui no(n)
    è altra expositione. Seguita. Et q(ue)i che 'ntese il mio p(ar)lar coverto
    (et) c(etera)
    . In questi 5 ternarii (et) uno versetto l'autore fa du' cose, p(er)ò che prima
    pone la risposta di Virgilio a la sua dimanda, in della s(econd)a continua il suo
    processo, quine: Non lasavam l'andar p(er)ch'e' dicessi. Dice adunqua
    prima: Et q(ue)i, cioè Virgilio, che 'ntese il mio p(ar)lar cov(er)to, cioè che 'ntese
    b(e)n(e) quel p(er) che io lo dicea, ben ch'io none 'l dichiarasse ne la dimanda.
    Rispuose se io era nuovo in questo stato. Finge l'autore che Virgilio
    dicesse che di nuovo era venuto in del limbo quando (Crist)o ve(n)ne ad
    spolliare lo limbo; et vero è che Virgilio era morto poco inanti (Crist)o,
    imp(er)ò che sotto lo 'mperio d'Octaviano Augusto moritte; ma s'elli andò
    nel limbo, o in altra parte de lo 'nferno, questo sa Dio: l'autore finge
    che sia nel limbo. Quando ci viddi venir un Possente, questi fu (Crist)o,
    co(n) segnio di victoria coronato, cioè coronato come re, co(n) palma,
    che significa victoria, o col gonfalone de la croce, che significa c'avea
    triu(n)fato, in sulla croce, del dimonio n(ost)ro adversario. Trasseci l'ombra
    del primo parente
    , cioè l'anima d'Adam, che fu primo padre
    che l'umana specie avesse. D'Abel suo fillio: qui è da sapere che Abel
    fu lo s(econd)o filliuolo d'Adam (et) d'Eva, imp(er)ò che 'l primo fu Caym, (et) lo
    s(econd)o Abel lo quale Abel, pastore, Caym, agricola, p(er) invidia ucise; et
    questo Abel pianse Adam (et) Eva in una valle cento anni, la quale

    [p. 0]
    p(er) questo fu chiamata la valle lacrimosa. Abel pastore, p(er)ché Dio àve
    comandato che elli facesseno sacrificio, sacrificava volentieri de' milliori
    animali de la mandra, (et) Dio acceptava lo suo sacrificio (et) prosperavalo
    di b(e)n(e) in mellio; ma Caym, che era avaro, offeria delle più
    triste spighe del campo (et) facealo mal volentieri, (et) p(er)ò ogni cosa li
    andava di male in peggio. Et p(er)ò, mosso p(er) invidia del bene del suo fratello
    Abel ad odio uciselo, sì che Abei fu il primo che intrasse in del limbo;
    Caym poi fu morto (et) andò l'anima sua in del profondo dello inferno.
    (Et) cusì finge l'autore, et p(er)ò dice q(ua)n(do) (Crist)o spolliò limbo ne cavò l'anima
    d'Abel filliuolo da Adam. Et quella di Noè. Poi che l'autore à
    nominato alcuno della prima età, che durò da Adam infine a Noè,
    incomincia a contare di quelli della s(econd)a, che durò da Noè infine ad
    Abraam, (et) dice che (Crist)o ne trasse anco quell'ombra, cioè anima,
    di Noè; lo quale Noè solo fue trovato iusto in della sua g(e)n(er)atione,
    et p(er)ò Idio, volendo punire l'humana
    specie (et) p(er) lo diluvio d'acqua, essendo
    già Noè d'anni octocento, (et) avendo
    tre filliuoli, cioè Sen, Can (et) Giaffet, comandòli
    che facesse una arca molto gra(n)de,
    che fusse alta goviti .... (et) lunga goviti
    ..., che vi facesse molte mansione,
    sì che vi capesse elli (et) la mollie, (et) li filliuoli
    (et) le mollie de' filliuoli, (et) di tutte le
    specie d'animali che non nascesseno
    di corruptione di terra du', cioè lo maschio
    (et) la femina. Er penòla a fare ce(n)to
    anni, (et) poi che l'ebbe facta intrò in
    essa elli (et) la famillia sua, (et) du' di ciascuna
    specie d'animali. (Et) cusì, vene(n)do
    il diluvio dell'acque, che cop(er)se li mo(n)ti
    più alti XV goviti, ris(er)vòsi l'umana
    specie in lui (et) in de' suoi filliuoli, (et) le
    specie de li animali in quelli dell'arca.
    (Et) 'scitone poi fuora, quando fu cessato
    il diluvio, riempiette il mondo: (et)
    Noè (et) Sen abito(n)no in Asia, (et) Can in
    Affrica, Giaffet in Europa. Et perché
    Noè fu iusto, p(er)ò fu di quelli del limbo, (et)
    tractone poi da (Crist)o. Di Moysè legista
    (et) ubidente
    . Passa ora l'autore la
    tersa età, che durò da Abraam in fine
    ad Moysè, (et) (con)ta di Moysè, da cui incominciò
    la quarta età, dicendo che
    (Crist)o ne trasse ancora deà limbo l'a(n)i(m)a
    di Moysè, lo quale fu legista (et) ubide(n)te
    a Dio. Moysè nacque in Egypto,
    quando il populo di Dio era sotto la
    servitù di Faraone, (et) trovato in nel Nilo
    dalla filliuola del re Faraone, statovi
    gittato dalla balia, che nol volse ucide(re)
    s(econd)o che avea cumandato Faraone, lo fece
    allevare, (et) creve in gra(tia) del re (et) di tucta
    la corta; ma, p(er) uno homicidio che fece,
    fugitte in India (et) stette co(n) uno
    sacerdote c'avea nome Raguel, (et) ebbe
    la filliuola sua, che ebbe nome Sephora,
    p(er) mollie. Et guardando le bestie,
    li apparve Idio in specie di fuoco i(n) uno
    pruno c'ardeva (et) non si co(n)sumava, (et)
    chiamollo (et) comandolli che andasse
    ad Faraone (et) comandasseli che lassasse
    lo suo populo; (et) diedeli li segni, de la
    verga, che diventasse vip(er)a (et) poi ritornasse
    in v(er)ga, (et) messa la mano in seno
    che diventasse lep(r)osa (et) poi rimessa diventasse
    monda, p(er)ché Farao(n)e li credesse;
    (et) anco li diede autorità d'affriggere
    Egipto con X piaghe, se non volesse
    lassare lo populo suo. Unde elli ubidiente
    andò, (et) cavò lo populo di servitù
    con grande fatica, come si (con)ta in della
    Bibbia, (et) condusselo in del diserto che era in meço tra Egipto (et) terra
    di promissione. (Et) quando fu in del diserto, Dio li fece dire che andasse
    in sul monte Sinay, ché li volea dare la legge scripta che dovea tenere
    (et) observare lo suo populo; (et) elli v'andò (et) stettevi XL dì, di dì
    (et) di notte sensa mangiare (et) sensa bere, (et) lo populo non vedea in
    sul monte se non fu(m)mo. Scripta la legge in du' taule, Moysè, tornato
    al p(o)p(u)lo che avea adorato in quel meço lo vitello dell'oro, come Dio
    li avea rivelato, ucise chiunqua era stato corpevile; (et) p(er)ché avea
    rotte le taule, tornò ancho p(er) la legge (et) arecò X comandame(n)ti: tre
    che spectavano a Dio in una taula, (et) septe, che spectavano al proxi(m)o,
    in una altra taula; (et) quella diede al populo (et) comandò da parte
    di Dio che observasse. (Et) p(er)ò ne dice l'autore che (Crist)o ne trasse deà limbo
    l'anima di Moysè legista (et) ubidente. Abraam patriarca. Ora pone
    l'autore di quelli della tersa età, che durò da Abraam infine a Moysè,
    (et) dice che (Crist)o trasse del limbo Abraam: fu 'l primo fedele vecchio
    ad cui Idio rivellò la Trinità, (et) fu padre di molte genti imperò
    che di lui sono nati li Iudei (et) li Saracini; cioè di Ysaac suo filliuolo
    (et) di Sara sua donna, li Iudei, (et) d'Ismael suo filliuolo (et) d'Agar ancilla,
    li Saracini Et da l'Apostulo è chiamato padre di tutti quelli
    che sono da esser salvati; a lui fu facta la promissione che (Crist)o,
    lo quale è n(ost)ra salute, nascerebbe di lui; in del vecchio Testame(n)to,
    la fede d'uno Idio primo predicò publicamente, e 'l primo fu che
    facesse ricettaculo de' peregrini; (et) p(er)ò b(e)n(e) disse l'autore: Abraam patriarca;
    cioè primo de' padri. Et David re. Ora fa mentione l'autore di
    quelli de la quinta età, che durò da la transmig(r)atio(n)e di Babilone i(n)

    [p. 0]
    fine a (Crist)o dicendo che (Crist)o trasse deà Limbo David re, che fu de la q(ui)nta
    età. David fu filliuolo di Gesse (et) fu re del popolo di Dio (et) succede
    al re Saul e fu p(ro)pheta (et) fece li salmi (et) fu padre di Salomone (et) di David
    cioè del seme suo è nato (Crist)o (et) p(er)ò b(e)n dice: David re, Israel col padre,
    (et) coi suoi nati
    . Ritorna anco l'autore a narrare di quelli de la tersa
    età, che fu da Abraam ad Moysè (et) dice che (Crist)o ne trasse Israel. Questi
    fu chiamato p(er) altro nome Iacob (et) fu filliuolo di Isaac, filliuolo
    da Abraam (et) ebbe Iacob xii filliuoli, li quali fur(on)o nominati
    Ruben, Symeon, Levi, Iudas (et) Isacar, Zabulon, Dan, Garb, Asser,
    Neptalim, Iosep (et) Beniamin, che sono xii patriarchii (et) p(er)ò b(e)n dice l'autore
    che entrasse Israel, cioè Iacob, col padre, cioè Ysaac (et) (con) suoi nati,
    cioè co(n) quelli dodici patriarchi nominati. Li sommi patriarchi
    sono tre cioè Abraam, Isaac (et) Iacob; (et) dodici sono poi li altri filliuoli
    di Iacob, che fu chiamato Israel, cioè vedente Idio. Et con Rachel
    p(er) cui tato fe'
    . Rachel fu una de le filliuole di Laban bellissima (et) per
    aver coste' p(er) mollie, Iacoh servitteLaban prima vii anni, pasce(n)do
    lo bestiame del suocero (et) poi fu ingannato da Laban che, in scambio
    di Rachel, li die' Lia, un' altra sua filliuola che era sossa, un(de) Iacob vole(n)do
    anco Rachel, la qual amava molto, fece pacto co(n) Laban di servi(r)lo
    altri vii anni anco; sì che xiiii anni servitte Iacob p(er) aver Racel (et) in fine
    di xiiii anni tornò coll'una (et) coll'altra a casa sua, rivocato da Esaù
    suo fratello p(er) cui paura s'era partito (et) p(er)ò ben dice l'autore:
    per cui tanto fe', cioè servitte anni xiiii. Et altri molti. Poi che l'autore
    à nominato li principali (con)chiude delli altri dicendo (et) molti altri
    oltra a quelli che dicto è, e feceli beati, menandoli seco in vita ete(r)na.
    Et vo' che sappi che, dinansi ad essi, Spiriti humani non eran
    salvati
    . Dichiara affermando che questi funno i primi homini
    c'avesseno beatitudine (et) p(er)ò dice che spiriti humani no(n) era(n) salvati
    i(n)nansi ad essi, p(er)ché non s'inte(n)da
    delli spiriti angelici: però che come
    peccaro li cattivi angeli, li buoni fu(ro)no
    poi confirmati in gr(ati)a (et) salvati. Et i(n)te(n)de
    qui de' puri homini, non di (Crist)o, che
    è Idio (et) homo, lo spirito humano del
    quale, come fu creato, fu salvato. No(n)
    lassavan l'andar, p(er) ch'ei dicessi
    . Dice
    l'autore, che ben che Virgilio p(ar)lasse,
    non lassavano p(er)ò d'andare. Ma passavan
    la s(el)va tuttavia
    . Finge quel luogo
    esser facto come una serva (et) p(er)ò dice:
    Ma passavam la selva tuctavia. La
    selva dico di spiriti spessi
    . Dichiara ch(e)
    selva questa fusse (et) p(er)ché non s'intenda
    che fussi di virgulti (et) d'a(l)bori, dice:
    io dico la selva di spiriti sensi: impe(r)ò
    che quelli spiriti stavano fermi sì co(m)e
    fusseno virgulti (et) erano spessi come
    sono le piante (et) li arbori ne la selva (et)
    p(er) questo monstra la moltitudine e(ss)er
    grande. Convenientemente finge
    l'autore che questi spiriti stesseno co(m)e
    li st(or)pi in nella selva, p(er)ché questi così
    facti ànno saputo pur le cose de la te(r)ra
    (et) non quelle di Dio. (Et) così allegoricamente
    si può dire che stiano q(ue)lli,
    che sono in del mondo p(er) sì f(a)c(t)o modo che sa(n)no pur le cose della terra;
    ma del ciel niente et p(er)ò in essa stanno fermi. Et nota che l'autore divide
    quelli de' Limbo in due specie, ponendo coloro che ànno avuto
    fama honorevile in del mondo disp(er)se da quelli che non l'à(n)no avuta.
    Et p(er)ò divide lo primo cerchio in du' mansione: p(er)ò che prima pone
    una selva p(er) tucto il cerchio (et) in essa pone quelli che sono stati sensa
    fama (et) poi pone uno castello in questa selva, alto, sep(ar)ato dalla
    selva (et) in esso pone l'infedeli (et) non batteggiati, che ànno avuto
    honorevile fama in del mondo (et) di questo tracterà in del s(econd)a lectio(n)e: de' p(rim)i
    che pone in della s(el)va p(er)ché sono stati sensa fama no(n) ne no(m)i(n)a alcuno;
    di quelli del castello no(min)erà assai in de la sequente lectione. Seguita
    la s(econd)a lectione. Non era lunga (et) c(etera). In questa s(econd)a p(ar)te de la prima divisione
    che tiene la s(econd)a lectione, l'autore finge come trovò dipo' la
    d(i)c(t)a selva, in questo p(ri)mo cerchio, uno nobile castello, ue pone disp(er)se
    q(ue)lli cile sono infedeli (et) non batteggiati; ma ànno avuto honorevile
    fama in del mondo, e dividisi questa lectione in octo parte:
    imp(er)ò che prima pene come vidde un fuoco (et) luogo più honorevile
    ch'è quel de la s(el)va p(re)d(i)c(t)a, ben che fusse anco in del cerchio p(re)d(i)c(t)o; et come di ciò dimanda Virgilio. In della s(econd)a pone la risposta di Virgilio
    (et) quel Dante uditte: Et elli a me. In della 3a l'autore dice co(m)e
    Virgilio dichiara dell'avenimento di quelli che veniano inverso di
    loro, ue incomincia a no(m)i(n)are, quine: Lo buon Maestro. In della q(ua)rta
    pone come iu(n)seno al castello, quine: Da ch'ebber ragionato ec. In della
    5 pone come era facto discrivendo questo castello, quine: Questo
    passa(m)mo
    . In della 6 no(m)i(n)a l'autore alquanti valenti homini stati
    in dell'acto de l'arme (et) famosi che cong(n)ove nel castello, quine: io
    viddi Electra
    . Ne la 7 pone come vidde alquanti famosi in delle
    sci(enti)e (et) quelli nomina, quine: Poi che n'alzai. Ne la 8a (et) ultima
    pone sua excusatione e 'l p(ro)cesso più oltra, quine: Io non posso.
    Divisa la lectione è da vedere la s(ente)n(t)ia l(icte)rale. Dice l'autore che in
    mentre che passavano la selva d(i)c(t)a di sopra, no(n) e(ss)endo molto di
    lungi da l'altessa d'onde si stende in del primo cerchio (et) elli vidde
    un fuoco lo quale era intorneato da tenebre da lato (et) di sopra: (et)
    da q(ue)sto fuoco era elli (et) Virgilio ancora un pogo di lungi; ma non
    sì ch'elli no(n) cognoscesse che honorevile gente possedea q(ue)l luogho,
    e p(er)tanto dimandò Virgilio chi fusseno costoro che aveano ta(n)to
    vantaggio dalli altri che aveano lo fuoco (et) li altri no. Et Vi(r)g(ili)o
    allora li rispuose che p(er) la fama che aveano avuta in del mondo,
    aveano acquistato gr(ati)a d'aver quel vantaggio dalli altri; et me(n)t(r)e
    che così ragionavano co(n) Virgilio uditte una voce che dicea:
    honorate l'altissimo poeta, l'ombra sua, che era p(ar)tita da noi, rito(r)na.

    [p. 0]
    Et poi che lla voce fu restata dice che vidde quattro ombre venire v(e)rso
    loro né liete, né triste: allora Virgilio lo dichiarò chi fusseno, dice(n)do
    che quel che venia i(n)nansi ai tre con una spada in mano, era Homero
    so(m)mo poeta, l'altro era Oratio satiro, Ovidioera lo terso (et) l'ulti(m)o
    era Lucano (et) p(e)rché sono tutti (et) quattro poeti come io, mi fanno honore (et) fanno b(e)n: imp(er)ò che honora(n)do me, honorano sé medesmi
    et cusì s'aiunseno insieme questi quattro poeti (con) Virg(ili)o. Et poi ch'ebbeno
    alqua(n)to ragionato insieme, si volseno in(ver)so Dante co(n) acto
    salutevile di che Virgilio sorrise (et) anco fe(ce)no ta(n)to più honore ad
    Dante che lo fecero di loro brigata, sì che elli fu sexto poeta (con) quelli
    cinq(u)e d(i)c(t)i di sopra. Et cusì se n'a(n)do(ro)no tucti (et) sei infine a lume d(i)c(t)o di
    sopra, p(ar)lando cose che i(n) q(ue)sta comedia si co(n)vegnano tacere, p(er)ché no(n)
    sono p(er)tinenti a la materia (et) così come era (con)veniente di dirlle q(ui)ne
    tra loro sei poeti. Et così p(ar)lando ve(n)neno a' piè d'uno nobile castello
    co(n) septe mura intorno (et) co(n) uno bel fiumicello. Et q(ue)sto fiu(m)e
    passo(n)no come dura terra (et) intrò p(er) septe porte Dante insieme coi
    d(i)c(t)i cinq(u)e savi. Et iunseno in uno bel prato molto verde (et) fresco. Et
    q(ui)ne vidde genti di grande auctorità (et) gravità, che p(ar)lavano rado
    (et) co(n) soave voce. Et areco(n)nosi da l'uno lato i(n) luogo alto (et) luminoso, sì che
    b(e)n si poteano veder tucti. Et alora Dante vidde Electra co(n) molti (com)pag(n)i,
    tra ' q(ua)li (con)g(n)ove Ehctore (et) Enea, Cesari, Camilla, Pantesilea, lo re Latino,
    Lavinia sua filliuola, Bruto, Lucresia, Iulia, Marzia (et) Cornelia, Saladino.
    Et poi che raguardò più in alto vidde Aristotile sed(er)e tra i phy(losoph)i,
    lo quale tucti raguardavano (et) honoravano: e q(ui)ne vidde Soc(ra)te
    (et) Platone che stavano più p(re)sso ad Aristotile che lli altri: vidde Democrito
    che pone ognia cosa esser f(a)c(t)a nel mo(n)do ad caso et ad fortuna, Diogene, Anaxagora, Tale, Empedoche, E(r)aclito (et) Çenone, Dioscoride ricollitore
    della equalità delle erbe (et) delle piante (et) de' fructi, Orfeo, Tullio,
    Lino (et) Seneca morale
    phy(losoph)o. Et vidde Eaclide che
    fu geometra, Ptholomeo
    che fu astrologo, Ypocrate,
    Avice(n)na, Galieno maest(r)i
    della medicina (et) Averreis
    che fé lo comento sop(ra)
    Aristotile. A l'ultimo si iscusa
    l'autore che erano
    assai più ma non può
    dire a pieno di tucti: p(er)ò
    che lunga materia àe ad
    tractare che 'l solicita sì che
    spesse volte lassa de le cose
    facte che no(n) le dice per
    s(er)vare l'acco(n)cia brevità.
    Adiunge che poi Virgilio
    (et) elli si p(ar)tiro da quelli q(ua)ttro
    poeti, che sono dicti di sop(ra).
    Et Virgilio lo guidò
    p(er) altra via, fuora di quel
    castello ue era l'aere cheto,
    nell'aire che t(r)emava,
    et iunse allora in p(ar)te ue
    non era lume, come era
    i(n) del castello. Ora finita
    la s(ente)n(t)ia l(icte)rale, è da ved(er)e
    lo texto coà lle expositioni allegoriche ov(er)o mo(r)ali. Dice adunqua:
    Non era lunga ancor (et) c(etera). In questi 3 ternarii lo n(ost)ro auctore pone
    come vidde un luogo luminoso, sì che s'accorse che honorevile ge(n)te
    era posta in quel luogo (et) p(er)ò dimandò Virgilio chi erano. Un(de) i(n) q(ue)sta
    prima p(ar)te fa du' cose: p(er)ò che prima pone q(ue)l che vidde (et) che elli ne (com)prese;
    in della s(econd)a p(ar)te pone come ne dimandò Virgilio: O tu, che honori.
    Dice ad adunqua così: Non era lunga ancor la n(ost)ra via di qua
    dal so(m)mo
    . Dice l'autore che non erano di lungi ancor dal so(m)mo di q(ua);
    cioè non erano ancor molto dilungati da la so(m)mità di qua; cioè
    dalla so(m)mità un(de) si scende nel primo cerchio (et) dice di qua p(er)ò che
    q(ua)n(do) l'autore scripse questo era tornato (et) era di qua, s(econd)o che finge.
    Quando io viddi un foco, cioè io Dante, che, cioè lo qual fuoco, emisp(er)io,
    cioè la metà d'u(n) tondo, di tenebre, che erano intorno, vi(n)cia,
    cioè intorneava. Questo fuoco illuminava la p(ar)te di sopra (et) daà lato
    intorno intorno. Et intorno ad q(ue)sto tondo illuminato era
    poi tucto l'altro tenebre, sì che le tenebre erano intorno al lume.
    Di lungi v'eravamo, io (et) V(ir)gilio, ancora un poco, dal d(i)c(t)o fuoco s'intende;
    Ma non sì, di lungi, che io no(n) discernesse, cioè io Dante, i(n) parte, cioè in alcuna p(ar)te del d(i)c(t)o luogo, Ch'orevil gente possedea quel loco
    ,
    et p(er)ò incominciò a p(ar)lare Dante a Virgilio, dicendo: O tu, cho
    honori e sci(enti)a (et) arte
    . Veramente Virgilio onorò la sci(enti)a (et) l'arte coà lle
    suoe op(er)e: li scientifi artifici honorano, coà le loro op(er)e che (com)pognano,
    le sci(enti)e (et) l'arti in quanto dimostrano qua(n)to volliano.
    Questi chi son, ch'àn cotanta orransa. Dimanda Dante chi sono costoro che
    ànno tanto vantaggio dalli altri (et) p(er)ò dice, Che dal m(od)o delli altri li
    dip(ar)te
    : imp(er)ò che li altri stanno con tenebre (et) costoro col lume? Finge q(ue)sto
    l'autore, non p(er)ché credesse che ne lo inferno sia veruna luce o chiaressa;
    ma p(er) convenientia de la divina iusticia, vuole significare
    che questi così facti che nel mondo sono stati famosi di p(ro)dessa d corpo
    nell'armi, o d'animo nelle scientie abbiamo lume di là, cioè abbiamo
    chiara la loro (con)scientia, che di loro non ànno lassato malo
    assemplo alli altri in delle d(i)c(t)e cose; ma à(n)nolo lassato buono (et)
    sì facto che lla loro fama ancora luce. Et allegoricam(en)te intende(n)do
    di quelli che sono in del mondo significa, che essendo già in dello
    inferno, quanto alla conditione (et) obligat(i)o(n)e p(er) la infedelità,
    pure ànno lume; cioè fama di loro exercitii virtuosi (et) questo n(on)
    vede la sensualità (et) p(er)ò ne dimanda Virgilio, cioè la ragione, che
    dichiari ciò. Seguita. Et elli ad me (et) c(etera). In questi tre ternarii,
    che sono la s(econd)a parte, l'autore fa du' cose. Imp(er)ò che prima pone
    la risposta di Virgilio a la sua dimanda; ap(re)sso adiunge quel c'uditte
    (et) vidde (et) la s(econd)a quine: Intanto voce fu p(er) me udita. Dice prima:

    [p. 0]
    Et elli se(m)biansa avea(n)o né trista né lieta; cioè Virgilio, ad me; cioè Dante,
    rispuose, s'intende: L'orrata nominansa; cioè honorata fama, Che di lor
    suona su ne la tua vita
    , cioè nel mondo. Ecco che conferma quel che
    fu d(i)c(t)o di sopra. Gr(ati)a acquista nel Ciel, cioè appo Dio. Po(n)si qui la cosa che
    tiene p(er) quella che è tenuta, ponendo lo cielo p(er) Dio, (et) è colore recthorico
    e che si chiama denominatione. Che sì lli avansa, cioè la qual gr(ati)a li
    vantaggia sì sopra li altri. Ecco che la cagione di questa chiaressa
    è lo honorevile fama,
    come sposto è. In tanto, cioè
    in quel meço, voce fu p(er) me
    udita
    ; dicente: honorate
    l'altissimo poeta
    , cioè Virg(ili)o
    che veramente si può dire
    altissimo poeta p(er) l'altessa
    dello ingegno che ebbe
    in della poesì. Chi gridasse
    nol pone; ma debbiamo
    intendere che questo gridò
    la fama sua, la quale (con)tinuamente
    questo grida;
    ma quanto alla lectera
    (con)venientem(en)te possiamo
    dire che fusse Aristotile,
    lo quale porrà di sotto stare
    sopra tucti li altri a sedere coi
    li ph(ilosoph)y (et) a' ph(ilosoph)y s'appertiene
    di comandare a' poeti, p(er)ché la poesì è soctoposta
    alla ph(ilosoph)ya. L'ombra sua
    torna, che era dip(ar)tita
    , cioè
    l'anima sua torna, che era p(ar)tita di q(ue)sto luogo.
    Poi che la voce fu restata
    (et) questa
    , cioè la voce
    udita, io Dante viddi q(ua)ctro
    grande ombre ad noi
    venire
    , cioè ad Virgilio (et)
    ad me. sembiansa, cioè
    appariscentia avea né
    trista, né lieta
    , cioè non
    erano tristi, p(er)ché no(n) aveano
    martirio, nè lieti, p(er)ché
    non aveano beatitudine.
    Chi fusseno costoro
    lo dirà di sotto (et) questo
    non à altra expositione,
    p(er)ché è posto dallo auto(r)e
    p(er) (con)ve(n)ientia del texto (et) c(etera).
    Lo buon maestro (et) c(etera).
    In questi quattro ternarii
    l'autore finge che Virg(ili)o
    li manifestasse chi fusse(n)o
    quelli quattro, che veneno
    loro incontra, unde
    dice: Lo buon Maestro,
    cioè Virgilio, cominciò ad
    dire: Mira colui (con) q(ue)lla
    spada in mano, che vie(n)
    dinansi ai tre, sì come sire
    ,
    cioè come Signore.
    Quelli è Homero poeta
    sovrano
    , cioè sopra li altri.
    Finge l'autore che Homero
    fusse coà lla spada i(n)
    mano, imp(er)ò che tractò
    delle battallie che fece
    Achille, nell'una de le suoe
    opere. Questi fu poeta
    greco (et) avansò tucti li
    poeti greci in della arte
    de la poesì (et) da lui prese
    Virgilio (et) anco molti altri
    poeti latini seguitando
    la sua poesì (et) p(er)ò dice ch(e)
    fu poeta sovrano, cioè sopra
    li altri et che venia
    inanti ai tre si come signore,
    imp(er)ò che p(er) fama
    era inna(n)si a lloro. L'altro
    è Oratio satiro, che vene
    ,
    mostra che dipo' Homero
    seguitasse Oratio, lo
    quale tra ' poeti latini si dice esser lo s(econd)o sì che Virgilio sarebbe il
    primo, (et) Oratio il s(econd)o. Et contando li greci, Homero lo primo, Virgilio
    lo s(econd)o (et) Oratio lo terso. Questo Oratio fu di una cità che si chiama
    Venusa, ch'è tra la Pullia (et) la Campagnia (et) fu valentissimo
    poeta intanto che a Roma ue elli visse, fu facto correctore di poeti:
    dice satiro p(er)ché in tutte le suoe più op(er)e fu satiro, ché tractò della
    riprensione de' vitii. Ovidio è 'l terso. Questo Ovidio fu d'una
    cità che si chiamò Sulmone, posta in una contrada chiamata
    Peligno, che è in Pullia (et) fu poeta (et) tractò de l'amore in tucte
    le più suoe op(er)e. Et ancora visse ad Roma. Et l'ultimo è Lucano,
    Lucano fu valentissimo poeta, nipote del gra(n) Seneca (et) fu di
    Corduba, cità di Spagna (et) visse ad Roma (et) compuose il libro
    della dissensione tra Cesari (et) Pompeio (et) elli medesmo lo recitò
    (et) corresse, ma no(n) (com)pié la sua intensione prevenuto da la mo(r)te.

    [p. 0]
    Et p(er)ché poco usò le fictioni poetich(e) scrivendo la nuda verità,
    p(er)ò lo pone ultimo tra ' poeti soprad(i)c(t). P(er)ò che ciascun meco si co(n)viene.
    Assegna la cagione Virgilio a Dante, p(er)ché costoro li vegnano
    incontra dicendo: P(er)ché si convegnano meco Nel nome,
    che sonò la voce sola
    ; che disse: Onorate l'altissimo poeta; cioè i(n) q(ue)sto
    nome poeta; cioè p(er)ché sono poeti come io, Fannomi honore (et) di ciò
    fanno bene
    . Co(m)menda Virgilio questo costume che l'uno artista honori
    l'altro; ma oggi si fa lo contrario:
    ché p(er) invidia l'uno dell'altro biasma
    l'uno l'altro. Et è notabile detto da l'autore.
    Così viddi io; Dante, adunar la
    bella scola
    ; quando s'aiunseno questi
    quattro con Virgilio, Di q(ue)i Signor; cioè
    di Homero, Virgilio, Oratio, Ovidio (et)
    Lucano, dell'altissimo canto; cioè del
    poema heroico: p(er)ò che tucti (et) cinq(ue) scripseno
    (et) verso heroico che suona sop(ra)
    tucti li altri versi (et) p(er)ò disse dell'altissi(m)o
    canto, Che sopra li altri, come aquila,
    vola
    . Fa una similitudine che, come
    l'aquila vola sopra tucti li ucelli; così
    lo verso heroico dattilico, sopra tucti
    li altri è excellente. Ad exponere q(ue)sto,
    più non m'affatico p(er)ò che ai volgari
    non potrei tanto dire che m'i(n)te(n)desseno,
    (et) a' litterati questo è noto; (et)
    non c'è qua altra expo(s)it(i)o(n)e che l(icte)rale s(i)a.
    Da ch'eber ragionato (et) c(etera). In questi
    quattro ternarii lo nostro autore dimonstra
    du' cose; prima quel che feceno
    li quattro poeti nominati di sopra,
    poi che fu(ro)no (con)iuncti insieme; in della
    s(econd)a pone il p(ro)cesso del camino, quine: Così
    n'anda(m)mo
    (et) c(etera). Dice prima: Da ch'eber
    ragionato alquanto insieme
    ; li d(i)c(t)i
    quattro poeti (et) Virgilio, Volsensi ad
    me co(n) salutevil ce(n)no
    , cioè co(n) acto di
    salute come fa l'uno amico all'alt(r)o.
    E 'l mio Maestro sorrise di tanto; cioè
    Virgilio, che quelli poeti m'ebbe salutato.
    Et più d'onor ancor assai mi fe(n)no;
    cioè li d(i)c(t)i poeti, Ch' essi mi fecer de la
    loro schiera
    . P(er) questo significa ch(e) 'l
    facesseno poeta, sì che da lor fu approvato
    poeta, (et) p(er)ò dice: Sì ch' io fui sexto
    tra cotanto se(n)no
    . Li poeti nominati di
    sopra erano quattro (et) Virgilio era
    coà lloro, ecco cinque, et aiunctovi poi
    Dante, ecco sei (et) così Dante fu sexto
    poeta tra così facti poeti. Così n'andammo
    infine alla lumera
    . Ora pone il p(ro)cesso,
    dicendo che così poi che racolti fummo
    insieme questi sei poeti se n'a(n)dono infine
    al lumera; cioè infine al luogo
    luminoso, del quale lume fu d(i)c(t)o di sopra.
    P(ar)lando cose che 'l tac(er)e è bello. Molti
    exquisitioni dimandrebbono q(ui):
    Che parlo(n)no costoro che l'autore
    dice che 'l tacere è bello? Ai quali si può
    rispondere convenientemente ch(e)
    p(ar)lo(n)no della poesì: imp(er)ò che dice Oratio:
    Q(uod) medico(rum) e(st), p(ro)mittu(n)t medici:
    tractant fabrilia fabri.
    Et è qui notabile
    ai poeti (et) ai co(m)ponitori che no(n)
    de(o)no fare nelle loro op(er)e disgressio(n)i
    imp(er)tinenti alla m(ateri)a che si dice scriv(er)e
    (et) p(er)ò dice: che 'l tac(er)e è bello; p(er) no(n) incorrere
    in vitio, che si potrebbe chiamare
    in dell'arte della poesì quando si facesse
    Nimia ampliatio. Sì com'era 'l
    p(ar)lar colà dov'era
    . Quasi dica: come era
    cosa conveniente ad p(ar)lar colà
    della poesì tra quelli poeti; così qui è bello
    a tacere hora quella m(ateri)a p(er)ché i(n) q(ue)sta
    comedia non si tracta di ciò (et) sarebbe
    imp(er)tine(n)te. Dov'era si può intend(er)e
    dov'era lo p(ar)lare (et) puosi intendere,
    dov'era io Dante con quelli cinque
    poeti. Venimo al pie' d'un nobile castello;
    noi sei poeti andando così p(ar)lando
    de la m(ateri)a sopra d(i)c(t)a (et) descrive lo castello
    d(i)c(t)o di sopra in dello quale finge
    che fusseno li virtuosi exercitati in delli exercitii corporali, come
    in dell'arme p(er) la iusticia o p(er) la sua republica. Et li exercitati
    in delli exercitii mentali, come in delle scientie, li quali sono mo(r)ti
    sensa battissmo (et) sensa fede (christ)iana. Et chiama questo castello
    nobile, et descrivelo dicendo: Septe volte cerchiato ad alte mura,
    p(er)ché dimostra che 'l castello avesse intorno a sua difentio(n)e
    septe mura l'uno dipo' l'altro. Difeso intorno d'un bel fiumicello.
    Monstra che oltra ciò avea intorno p(er) sua difensione uno fiumicello,
    et questa è la spositio(n)e l(itte)rale. Sopra questa p(ar)te la quale
    non à allegoria, se non in questa discriptione del castello, ue si
    puoe co(m)prendere chiaramente che l'autore ebbe altra
    intentione che l(itte)rale, descrivendo questo castello, e p(er)ò si
    può dire che convenientemente fingesse, quanto all'arte della
    poesì, intendendo questi così f(a)c(t)i e(ss)er posti qua(n)to all'arte della

    [p. 0]
    poesì (et) alla reputatio(n)e di quelli che sono in del mondo in altessa (et) fortessa
    (et) fermessa di fama onorevile, la quale fama è defesa da septe
    mura; cioè da septe arti mecchanice, quanto alli exercitii corporali
    (et) da le septe scientie lib(er)ali, qua(n)to ad ex(er)citio dell'animo; questi arti
    (et) sci(enti)e difendeno li loro exercitato(r)i da le pene de' martirii (et) pognoli
    i(n) fortessa alta, ue risplende lo lume della fama laudevile ch'è rimasa
    di loro in del mondo. Et questa alta fortessa, quanto ad quelli
    del mondo s'intende contra li vitii (et) contra le p(er)secutio(n)i monda(n)e.
    Et lo fiumicello che difende intorno lo castello convie(n)si a la fictio(n)e
    di castello: ché co(mun)eme(n)te le fortesse solliano e(sser)e intorneate dall'acq(ue);
    ma quanto a quelli del mondo, de' quali allegoricam(en)te intende l'autore,
    significa l'abo(n)dantia de le richesse, le quali sono necc(essar)ie a coloro
    che si volliano exercitare in sì facti exercitii sì che p(er) esse si caccii
    via la i(n)digentia, coà la quale non si può vacare ai d(i)c(t)i exercitii.
    Questo passammo (et) c(etera). In questi quattro ternarii l'autore pone
    come intrò coi d(i)c(t)i savi in del discripto castello, et in g(e)n(er)e monstra
    quel che vi trovò: unde dice: Questo; cioè lo fiumicello, passa(m)mo; noi
    sei savi come terra dura sensa bag(n)arci
    P(er) septe porte intrai; io Dante (et) dice
    septe porte p(er)ché ae ficto che avea septe
    mura sì che co(n)veniente è che og(n)i
    muro avesse la sua porta co(n) questi
    savi
    ; cinq(ue) s(crip)ti: Iunge(m)mo in prato di
    fresca verdura
    . (Et) p(er) questo significa
    che dentro al castello era un bel prato,
    ue finge che fusseno li exercitati
    in del op(er)atio(n)i corporali Gente v'avea
    con occhi tardi (et) gravi
    . Descrive
    in g(e)n(er)e chi erano dentro in quello castello;
    cioè genti sapute, s(econd)o il mondo.
    Di grande auctorità in de' lor sembianti;
    cioè in de' loro acti: P(ar)lavan rado
    con voci soavi
    . Quattro segni po(n)e
    notamente dello homo savio cioè
    la gravità delli occhi in levarli, la ta(r)dessa
    in vorgelli, la rarità del parlare,
    la soavità della voce; et oltr'a q(ue)sti
    g(e)n(er)aleme(n)te pone li altri che finge
    esser quine qua(n)do dice: Di grande
    auctorità in de' lor sembianti
    ; e p(er)
    questo si può intendere delli altri acti
    corporali, come di stare coà llo capo alto
    (et) fermo, col movim(en)to honesto
    delle mani, coll'andame(n)to te(m)p(er)ato
    Trae(m)moci così da l' un de' canti. Ora dice
    che p(er) veder mellio s'areco(r)no da
    l'un lato: In luogo ap(er)to, luminoso (et)
    alto, sì che veder si potean tucti q(u)a(n)ti
    ;
    cioè quelli che n'erano in su quella
    prataria, (et) questi erano li armige(r)i.
    Colà diricto sovra il verde smalto mi
    fur mo(n)strati li sp(irit)i magni
    . P(er)ché li armigeri
    si sono exercitati in delle fatiche
    corporali, p(er)ò finge che a ssedere
    stesseno diricto loro; cioè in contra lloro
    che stavano a vedere. (Et) p(er)ché
    in de' campi sono stati li loro ex(er)citii,
    p(er)ò finge che fusseno in una prata(r)ia
    (et) finge che fusseno monstrati pe(r)
    li poeti: p(er)ò che quelli che no(m)i(n)arà sono
    quelli, de' quali fanno mentio(n)e li poeti
    p(er) la maggiore parte: et dice li sp(irit)i
    magni p(er)ché cotali, i quali finge e(ss)er
    qui sono stati di grande a(n)i(m)o. Che del
    veder in me stesso n'exalto
    . Qui demostra
    che anco n'à allegressa (et) exultatione
    d'averli veduti, et p(er)ò dice:
    n'exalto in me stesso; cioè ne faccio
    allegressa in me medesmo del vedere; cioè d'averlli veduti Q(u)i
    non à allegoria. Seguita il texto. Io viddi Electra co(n) molti
    co(m)pagni (et) c(etera)
    . In questi tre ternarii l'auctore no(m)i(n)a alquanti
    di coloro, che fur(o)no famosi p(er) exercitii corporali. Et prima dice
    Io viddi Electra. Electra fu filliuola del re Athla(n)te (et) fu mollie di Corito
    che habitò in Italia, dal quale fu denominato lo mo(n)te (et) la terra
    che elli habitò; Corito: (et) di questo Corito ebbe uno filliuolo che
    ebbe nome Iasio: et di Iove re di Creta ebbe uno filliuolo lo quale
    ebbe nome Dardano, lo quale (et) Iasio venendo in corruccio coà lloro
    fratre l'uciseno (et) p(er)ciò si p(ar)titteno d'Italia (et) ando(n)sene Iasio ad Tracia
    (et) Dardano ad Troia. (Et) quine incominciò in delle valle ad habitare
    (et) cusì fu Dardano lo primo edificatore della cità chiamata
    prima Dardania, poi Ilion; e dèsi intendere che la ragione si
    chiamò Troia (et) la contrada Frigia (et) la cità principale del reg(n)o
    Dardania, prima (et) Ilion (et) alcuna volta adpo li altri si chiama
    la cità Troia. Et p(er)ché Electra fu principio della g(e)n(er)at(i)o(n)e de' Troiani,
    p(er)ò fa l'auctore mentione d'Electra, p(er)ché li Troiani fu(ro)no homini molto exercitativi et p(er)ò adiunge: con molti (com)pagni. Questi (com)pagni puose
    l'auctore p(er) li discendenti da Eletra ne la stirpe di Dardano: imp(er)ò che
    di lui discese Ericthonio; et de Ericthonio, Troe (et) Ylo (et) di Troe, Assaraco
    (et) d'Assaraco Capi (et) di Capi Anchise (et) d'A(n)chise (et) venne Enea
    (et) de Enea, Ascanio Iulo, di Creusa troiana; ma di Lavinia d'Italia
    Silvio; e d'Ascanio Iulo Latino (et) da Latino, Alba (con)ditore de la
    città Alba (et) d'Alba, Epico (et) Capi; lo quale Epico fece la nuova cità
    chiamata Troia (et) da Capi, Tib(er)ino, de la filliuola del quale nacq(ue)no
    Rom(o)lo che fu p(er)cosso dalla saetta (et) Arippa, del quale nacq(ue) Aventi(n)o
    (et) d'Ave(n)tino, Foca (et) di Foca, Numitore (et) Amulio (et) di Numitore Ilia
    (et) Lauso; lo quale Lauso Amulio ucise, acciò che non succedesse il regno,

    [p. 0]
    (et) Ilia fece monaca della dia Vesta, acciò che non avesse successioni
    di filliuoli; ma di le' (et) di Marte nacq(uero) Romulo (et) Remo; lo quale
    Romulo (et) Remo fu(ro)no edificatori della cità di Roma. Et p(er)ché molti
    fu(ro)no di costoro degni de esser posti nel sop(ra) d(i)c(t)o luogo, p(er)ò disse: Io viddi
    Electra con molti co(m)pagni, tra' quali (co)gnovi Ecthor et Enea
    . De
    Enea appare che fusse p(er) quel che è d(i)c(t)o di sopra; cioè che filliuolo d'A(n)chise
    troiano disceso da Dardano, cioè da Troe, filliuolo d'Erictonio,
    filliuolo da Dardano, lo quale fu virtuosissimo, come dimonstra
    Virgilio in della sua Eneide, et regnò dipo' lo re Latino in Italia. Et
    (con) Enea regno(ro)no innanti che si facesse Roma xv re, 142 anni successivamente;
    cioè Enea primo che edificò Lavinio; lo s(econd)o Ascanio
    filliuolo del d(i)c(t)o Enea, della mollie troiana Creusa lo qual fece Alba;
    lo terso Silvio Postumo filliuolo de Enea (et) di Lavinia filliuola
    del re Latino; e 'l quarto Silvio Latino fratello di Silvio Postumo;
    lo sexto Silvio Alba filliuolo di Silvio Enea; lo septimo Silvio
    Atis; l'octavo Silvio Capis; lo nono Silvio Capeto; lo decimo Silvio
    Tiberino, dal quale lo fiume fu chiamato Tevero, che prima
    si chiamava Albula: imp(er)ò
    che in quello anegò;
    Silvio l'undecimo Silvio
    Agrippa; lo duodecimo Silvio
    Romulo; lo tertiodecimo
    Silvio Ave(n)tino, dal
    quale uno de' septe mo(n)ti
    che sono dentro in Roma,
    si chiama Ave(n)tino,
    che in esso fu sepulto; lo
    quartodecimo Silvio P(ro)cas;
    lo quindecimo Silvio
    Amulio, et di q(ue)sto
    Silvio Amulio funno
    nipoti Romulo (et) Romo,
    li quali edifico(ro)no Roma,
    et dipo' Romulo regnonno
    vii re, in fine a Tarquinio
    Sup(er)bo in Roma, lo q(ua)le
    fu ultimo (et) poi resseno
    la republica li consuli. Lo
    primo fu Romulo, poi
    coà llui Tatio sabino; ma
    Romulo rimase nel regno,
    poi Nu(m)ma Po(m)pilio,
    poi Anco Martio, poi Tullio
    Hostilio, poi P(ri)sco Tarquinio,
    poi Tullo Servio,
    poi Tarquinio Sup(er)bo
    (et) costui finitte lo regno
    p(er) la iniuria f(a)c(t)a dal filliuolo
    Sexto a quella nobilissima
    donna che fu chiamata
    Lucretia (et) regnosi
    da d(i)c(t)i re in tucto dalla
    edificatio(n)e della cità. Etthor
    fu filliuolo del re P(ri)amo,
    lo quale discese da
    Dardano ancora dall'altro
    fratello; cioè Ilo ch(e) fu
    filliuolo d'Erictonio che
    filliuolo di Dardano, sì
    che Ilo fu nipote di Dardano,
    (et) fratello di Troe
    un(de) discese Anchise padre
    de Enea, come d(i)c(t)o è di
    sopra; ma da Ilo discese
    Titono (et) Laumedon;
    di Lauinedon Priamo (et)
    di Priamo, Ecthor, lo quale
    fu arditissimo (et) galliardissimo
    (et) fu morto p(er) difend(er)e la patria da Achille greco, co(m)e
    appare nelle storie troiane. Et cusì Enea morì p(er) difendere la patria,
    c'avea f(a)c(t)a nuova in Italia, cont(ro) Turno che llo i(n)festava: imp(er)ò
    che cavalcando (con)t(ro) Turno (et) passando lo fiume Numicio v'a(n)negò
    dentro, et p(er)ché non si trovò il corpo suo disseno che era deificato.
    Cesar armato coà lli occhi grifagni. Questo Cesari fu romano
    (et) discese della stirpe d'Ascanio Iulo filliuolo de Enea, et p(er)ò fu
    chiamato Iulio (et) fu il primo che solo tenesse la signoria del mo(n)do
    che aveano li Romani (et) p(er)ché fu homo battallieri co(m)e appa(r)e
    in nelle storie romane (et) nel Lucano (et) in uno libro che fece elli medesmo,
    che si chiama Cesarino, maximamente in delle p(ar)ti occidentali
    (et) molto felice in ciò: imp(er)ò che cinquanta volte si trova Cesari
    avere (com)battuto a gonfaloni spiegati (et) e(ss)er stato vincitore, p(er)ò
    dice, armato (con) occhi grifagni. Dice p(er)ché Cesari ebbe occhiatura
    rilucente, spaventevile d'altrui (et) erano li occhi suoi del quel
    colore che è lo griffone (et) p(er)ò dice: (con) occhi griffagni; cioè di colore
    nero rilucente; cioè né al tutto neri, né al tutto gialli; ma fulvi, come
    el colore della pe(n)na del griffone: potrebbesi anco intendere
    a m(od)o delli acchi del griffone, che credo che siano cusì f(a)c(t)i. Visse Cesari
    46 anni (et) te(n)ne la signoria anni tre (et) mesi septe. Da Romulo
    (et) li altri re succedenti che fu(ro)no infine in septe, si regnò anni 270
    sotto 'l re. Possa sotto li consuli si signorèggiò Roma anni 474 (et)
    così, da poi che fu f(a)c(t)a la cità infine la morte di Cesari erano passati
    anni 729, et fu morto in Capitolio da Bruto (et) Cassio (et) loro
    seguaci, coà lli stili (et) lo corpo suo fu incenerato (et) messo in uno
    vagello di metallo in su una pietra che oggi dì si chiama la
    Iulia che com(une)mente si dice la Gullia. Viddi Camilla. Di q(ue)sta Camilla
    fu d(i)c(t)o di sopra in nel s(econd)o canto, q(ua)n(do) fu d(i)c(t)o: P(er) cui morì la vergine

    [p. 0]
    Camilla
    (et) p(er)ò non dico qui niente (et) la Pantesilea. Pantasilea fu
    vergine (et) fu rei(n)a delli Amaçoni, la quale, come scrive Dare troiano,
    con moltitudine di femine venne in aiuto a' Troiani, q(ua)n(do)
    li Greci assedio(ro)no Troia anni 10 (et) di questo fa anco mentio(n)e
    Virgilio in del primo libro delle Eneide (et) fu morta in della battallia
    coà lle suoi femine da' Greci (et) p(er)ché fu exercitativa p(er)ò ne fa
    mentione qui l'autore. Dall'altra p(ar)te viddi il re Latino. Poiché
    l'auctore à facto mentione delli stranii, qui incomincia a no(m)i(n)are
    delli Italiani (et) polli di p(er) sé dalli altri (et) p(er)ò dice: Dall'altra p(ar)te
    viddi il re Latino
    . Questo re fu di Italia del quale nacque Lavinia,
    mollie che fu poi de Enea troiano, poi che ve(n)ne in Italia. Et
    è da notare che prima regnò lo re Iano in Italia lo quale si dice
    che fu edificatore di Genova (et) dipo' lui regnò Saturno padre
    di Iove, lo quale Saturno edificò Sutri; et lo terso che regnò
    fu Pico (et) lo quarto fu ... (et) lo quinto fu lo re Latino padre
    di Lavinia mollie che fu poi de Enea (et) infine ad Enea da Iano
    erano passati anni 140: ché prima Italia non era stato sotto
    re, p(er) quel che si trovi; poi regn(ar)ono li re d'Alba, come d(i)c(t)o è di
    sopra. Che (con) Lavinia sua fillia sedea. Questa Lavina, come d(i)c(t)o
    è di sopra, fu filliuola del re Latino (et) mollie de Enea troiano
    d(i)c(t)o di sopra (et) in honore di questa Enea fece la cità che si chiamò Lavinio.
    Viddi quel Bruto che cacciò Tarquino. Due fu(ro)no Bruti i(n) Roma,
    famosi homini; l'uno fu quello che cacciò Tarquino Sup(er)bo re
    di Roma del regno (et) l'altro fu quello che coi suoi (con)iurati in nel senato
    coà lli stile ucise Cesari: quel primo Bruto fu quello, di ch(e)
    l'autore parla qui (et) a
    d(iffe)r(ent)ia del s(econd)o, dice che cacciò
    Traquino. Questo Bruto
    fu prima chiamato
    Iunio (et) poi fu chiamato
    Bruto: imp(er)ò che vede(n)do
    la crudeltà del sio suo Tarquino
    che tucti li virtuosi
    homini romani avea
    uciso, p(er)ché niuno si trovasse
    che resister potesse
    alla sua crudeltà, tra i qua'
    avea morto lo padre di
    Iunio infinsesi animale
    bruto ne' costumi acciò
    che non concepesse (contra)
    lui; et p(er)ò fu chiamato Bruto,
    benché in dell'animo
    fusse savio, come poi le
    suoe op(er)e dimonstro(ro)no (et)
    sì in cacciare Tarquino coi
    suoi p(er) la iniuria facta a
    quella nobilissima donna
    Lucretia da Sexto suo
    filliuolo come toccato è
    di sopra. Et sì come mo(n)strò
    poi nel consulato lo quale,
    elli electo primo (con)sulo,
    resse con molta iusticia,
    intanto che p(er) amore di iusticia,
    due suoi filliuoli (con)de(n)nò
    ad morte, p(er)ché trovò
    che faceano septa (contra)
    la republica p(er) rimett(er)e
    Tarquino in Roma, sì come
    dice Tito Livio i(n) ne la prima decade nel libro 2. (Et) dim(ost)rando
    ciò tocca Virgilio in del sexto libro dell'Eneide (et) Vallerio in del libro septimo
    cap. De vafre Factis tocca della sua industria ue monstra che
    all'oraculo di Febo andato coi filliuoli di Tarquino, udito che Colui
    dovea esser signore di Roma dipo' Tarq(ui)no, che prima baciasse
    la madre, lassosi cadere in t(er)ra subbitame(n)te (et) baciò la t(er)ra intendendo
    mellio l'oraculo che non aveano inteso ellino, che intendevano
    della madre loro che era rimasa a casa ad Roma, elli intese della madre
    t(er)ra: e v(er)o disse l'oraculo ch'elli fu co(n)sule electo dipo' Tarquino
    (et) morì in del (con)sulato, et fu pianto p(er) tucte le donne in Roma co(m)e
    padre della cità, come dice Tito Livio in nel libro p(re)d(i)c(t)o. Lucretia. Q(ue)sta Lucretia duca della romana honestà, come dice Vallerio in del libro
    sexto, cap. De Pudicitia, ebbe virile animo intanto, che poi ch(e)
    fu sforsata da Sexto filliuolo di Tarquino no(n) volente vivere
    corrotta, la macchia del corpo lavò coà llo p(ro)p(i)o sangue. Questa storia
    pone Tito Livio in del primo libro della prima decade et chi la
    vuole stesa cerchila quine. In Roma Lucretia s'ucise poi che fu co(r)rotta
    da Sexto filliuolo che fu del re Tarquino sup(er)bo in p(rese)ntia d(e)l
    padre Vallerio (et) di Bruto suo sio (et) di Collatino suo marito (et) Lucretio
    suo parente, dicente che ben che fusse libera da la colpa
    p(er)ò che non avea consentito, se no(n) co(n) p(ro)po(s)ito di morire no(n) liberava
    il corpo ch'era macchiato da la pena et che no(n) volea che niuna do(n)na
    vivesse non casta ad exemplo di Lucretia. Iulia. Questa Iulia
    fu filliuola di Iulio Cesari (et) mollie di Po(m)peio Magno, lo quale, co(m)e
    dice Vallerio i(n) nel libro quarto, cap. De Amore essendo gravida, vede(n)do
    arrecata a casa la vesta di Po(m)peio, macchiata di sangue, spaventata
    temendo che Po(m)peio fusse stato morto, cadde in terra
    tramortita (et) disertosi del parto (et) di ciò par che morisse (et) fu la mo(r)te
    sua da(n)no di tucto il mondo: imp(er)ò che, se fusse vissuta, no(n) sarebbe
    stata la discordia che fu tra Cesari (et) Po(m)peio. Martia. Questa Ma(r)tia
    fu mollie del ulti(m)o Catone, la quale, elli poi che ebbe avuto di
    le' filliuoli diede p(er) mollie ad Orte(n)sio lo quale no(n) avea filliuoli a
    ciò che di le' n'avesse, volendo Catone da quinde inna(n)si vivere
    sensa acto carnale; ma poi morto Ortensio, Martia avuto avuti filliuoli
    d'Ortensio ritornò anco a Catone primo marito non che poi
    fussevi più mistura di matrimonio come testifica Lucano. Et Cornilia.

    [p. 16]
    Cornilie fu(ro)no due famosissime do(n)ne nella cità di Roma; l'una
    fu filliuola del primo Scipione (et) mollie di Gracco, la quale honestissima
    addimandata da una sua parente ue erano le gioie suoe
    (et) li suoi adornam(en)ti, imp(er)ò che honestissima no(n) ne volea, disse:
    Aspectate ch'io ve le mo(n)sterò addesso (et) tornati li filliuoli in casa dalla
    scuola, disse: Queste sono le gioie mie (et) li adornamenti. L'altra Co(r)nelia
    fu filliuola di Metello (et) mollie prima di Marco Crasso (et) poi
    di Po(m)peio Magno poi che fu morta Iulia (et) poi che Marco Crasso moritte
    apo i Parti. Et solo in p(ar)te viddi il Saladino. Questo Saladi(n)o
    fu soldano di Babilonia (et) fu in del suo tempo savissimo homo,
    del quale si (con)tano molte belle istorie; ma p(er)ché noà ll'ò autentiche,
    noà lle scrivo. Tanto è da dirne che essendo di vile natione: imperò
    che quello officio del Soldano non si dà p(er) origine; ma p(er) nuovo m(od)o,
    p(er) electione del populo, usando la virtù che usò (et) sì in cortesia, (et) sì in
    iusticia a l'autore p(ar)ve degno di farne mentione in questo luogo;
    (et) p(er)ché di sua (con)dictione non v'era più niuno pa(rve) che l'autore dicesse:
    (Et) solo in p(ar)te (et) c(etera). Seguita poi: Poi che 'nalsai un poco (et) c(etera).
    In questi cinq(ue) ternarii, poi che l'autore àe contati coloro che fu(ro)no
    p(r)atici in delle virtù morali (et) nelli exercitii corporali, ora fa mentione
    di coloro che fu(ro)no otiosi cioè studiosi (et) op(er)ono(n)si in delli exercitii
    dello ingegno; cioè in delle scientie. Et p(er)ché questo è magio(r)
    grado, p(er)ò li pone più in alto, dicendo: Poi che 'nalsai un poco più le
    cillia
    ; cioè poi che levai un pogo in alto li occhi, Viddi 'l maestro
    di color che sa(n)no; cioè A(ristotil)e seder
    tra philo(sophi)ca famillia.
    Quivi viddi io Socrate (et) Platone
    che i(n)nansi alli altri più p(re)sso li sta(n)no
    .
    Però che intorno avea molto ph(ilosoph)i dice
    di color che sanno: imp(er)ò che lli ph(ilosoph)i
    primame(n)te fu(ro)no chiamati savi;
    ma Pictagora trovò lo nome del
    phi(losoph)o: imp(er)ò che addimandato s'elli
    era savio, rispuose che era amato(r)e
    di sapientia, che tanto viene a dire
    phi(losoph)o. Et dice che Aristotile era maestro
    di coloro che sanno: p(er)ò che co(mun)eme(n)te
    si dice Princeps phi(losoph)orum.
    Et fu Aristotile d'una cità di Greci ch(e)
    si chiamò Elide, discepulo di Plato(n)e,
    trovatore, vivente Platone ancora,
    della setta de' peripatetici. Li quali
    andati ora alli stohici, ora alli epicuri,
    disputavano del so(m)mo bene et
    diceano che ll'anima in p(ar)te era i(m)mo(r)tale;
    ma p(er) maggior p(ar)te mortale (et)
    ch(e) 'l mondo non avea avuto p(r)incip(i)o
    (et) non dovea mai aver fine (et) altre
    cose che sono contra la n(ost)ra fede ma
    niente di meno sì disse excellentem(en)te
    dell'altre cose, che l'autore lo chiama
    maestro de' ph(ilosoph)i overo delli scientifici:
    p(er)ò che ora tutti li phi(si)ci (et) metaphi(si)ci
    studiano Ar(istotile) (et) in delle scuole
    s'asegnia la sua autorità: perch(é)
    già si incominciano a llassare le suoe
    op(er)e, p(er)ché sono facte nuove op(er)e. Et
    dice: Tutti lo miran, tutti honor li fanno.
    Questo dice delli ph(ilosoph)i che erano
    i(n)torno a llui: imp(er)ò che la maggior
    p(ar)te di ph(ilosoph)i tirò in nella setta sua, da
    tutti fu honorato (et) come singular
    cosa raguardato; et veramente i(n)
    ph(ilosoph)ia avansò tutti li altri: imp(er)ò che più la manifesta (et) più ne
    scripse che niuno delli altri. (Et) p(er)ò dice: Quivi viddi io Socrate et
    Platone, Che innansi alli altri più presso li sta(n)no
    . Socrate fu maestro
    di Platone (et) Plato fu maestro da Aristotile (et) nie(n)te di meno
    più valse Aristotile che Socrate (et) Platone (et) p(er)ò pone che lli
    stiano più presso che lli altri, p(er)ché valseno più che lli altri i(n) ph(ilosoph)ia
    ma meno di lui (et) p(er)ò pone lui come maestro. Questo Socrate
    fu ateniese (et) fu di vile co(n)dictio(n)e, benché la sci(enti)a lo fece nobile (et) fu
    trovatore dell'Ethica; cioè della ph(ilosoph)ia morale: p(er)ché riprendea li
    homini dal culto dell'iduli fu messo in p(ri)gione da Aneto duce
    delli Atheniesi (et) datoli a bere la cicuta che è erba velenosa che ucide lo h(om)o,
    benché ingrassi le capere, et q(ua)n(do) pilliava lo beveraggio, piangeva
    la mollie Santipe dicendo: O homo innocente! Al quale elli,
    pilliando lo beveraggio volentieri, p(er)ché in quel tempo
    stando in p(ri)gione avea disputato della immortalità dell'a(n)i(m)a,
    rispuose: Dunqua reputi tu che mi fusse mellio ad morir nocente,
    che piangi che io muoio innocente? Platone. Plato
    discepulo di Socrate (et) maestro da Aristotile, fu filliuolo d'A(ristone)
    athenie(n)se (et) studiò in una villa p(re)sso ad Athene ch(e) si chiamò
    Academia, ue erano spessissimi tremuoti, acciò che p(er) quelli
    si spaventasseno li suoi discepuli da' vitii: accordosi Plato coà lla catholica
    fede più che tucti ph(ilosoph)i (et) fu homo di grandissima (et) savissima eloquentia,
    et andò in Egipto p(er) imparare da' sacerdoti geometria et.
    Democrito che il mondo a caso pone. Democrito fu antico (et) famoso
    phi(losoph)o (et) essendo riccho, lo suo patrimonio donò a la patria, ritenutasene
    piccula so(m)ma: visse grande t(em)po ad Athene scognosciuto (et) all'ultimo
    s'accecò a ciò che avesse più sotili speculatio(n)i. Altri dice acciò
    che non vedesse le femine, le quali non potea vedere sensa concupiscentia.
    Questi fu acrescitore dell'arte magica dipo' Çoroastere
    re che fu primo trovatore di quella ebbe una falsa oppinione; cioè
    che tucte le cose si reggesseno p(er) caso (et) fortuna (et) no(n) p(er) la prude(n)tia
    di Dio, sì che tucte le cose ponea incerte come li academici, della setta
    de' q(ua)li fu questo Democrito, et p(er)ò dice l'autore: che 'l mondo a caso
    pone
    ; cioè pone lo mondo e(ss)er a caso (et) fortuna (et) no(n) p(er) la providentia
    di Dio. Diogene. Questo Diogene fu phi(losoph)o n(atur)ale (et) visse in extrema
    povertà: imp(er)ò che brevemente non volse nulla se none una tunica

    [p. 0]
    (et) uno mantello (et) una tasca ue portava lo cibo (et) una coppa
    di legno (con) che potesse bere dell'acqua: et uno fanciullo vedendo bere
    al fiume coà lla mano, disse che no(n) s'avea anco posto a sé che lla
    natura ci avesse dato la coppa (et) allora gittò la coppa (et) la tasca
    come cose d'avanso (et) visse poi d'erbe le quali d'ogni lato trovava
    ad costui Alexandro non poté dare niente, p(er)ché niuna cosa volse
    ricev(er)e. Molte cose si diceno della sua extrema povertà, che al
    p(rese)nte lasso p(er) brevità. Anaxagora. Questo Anaxagora fu phi(losoph)o (et) riprese la stoltitia di coloro che adoravano il sole, dicendo ch(e) 'l
    sole era come una pietra affocata (et) p(er)ò fu scacciato dalla cità et
    sbandito come dice s(an)c(t)o Agostino in del libro octavo De
    Civitate Dei
    capitulo XLI. Et tale. Questo Tale fu di Mileto cità di G(re)cia,
    (et) fu uno di septe savi di Grecia li quali avanso(ro)no tutti li altri in del
    tempo loro, e fu(ro)no questi; cioè Tale Miletio, Pitacho Mitheleno,
    Biante prieno (et) P(er)iandro di Corinto, Pilon. di Sparte, Solone athiense,
    Ligargo di Tartia. Questo fu trovatore della phi(losoph)ca appo li Greci,
    (con)te(m)plando inanti alli altri le cagioni dello cielo (et) la virtù delle
    cose naturali; le quali poi Platone divise in mathematica (et) phi(si)ca
    (et) la matematica divise in arismetrica, geometria, musica (et) ast(r)ologia,
    chiamando quella che tracta delle cagione del cielo, mathematica
    (et) quella che tracta della virtù de le cose naturali, phi(si)ca.
    Empeclodes. Questo Empeclode fu antichissimo phi(losoph)o et di lui dice
    Oratio che, p(er) esser tenuto immortale, si gittò in nella voragine
    d'Ethna monte di Sicilia, unde evapora il fuoco (et) arsevi dentro,
    (et) fu homo sottilissimo investigare le cagioni delle cose. Eraclito.
    Questo Eraclito fu phi(losoph)o (et) fu molto oscuro in del suo parlare, et
    p(er)ò dice Seneca, che fu chiamato Scoto mio, dall'oscurità del pa(r)lare.
    Et Çenone. Questo Çenone fu phi(losoph)o stoico (et) ucise se medesimo,
    acciò che dipo' lla morte vivisse fellicissimo, come dice Lacta(n)tio.
    (Et) come dice s(an)c(t)o Agostino, Çenone (et) Crispo fu(ro)no principi delli
    stoici; et come dice Vallerio libro
    tertio capitulo De Patientia; Çenone
    andò in Sicilia ad Sergenti et
    fecela liberare dalla s(er)vitù del tira(n)no
    Phalare per nuovo modo come
    quine appare. Et viddi il buono
    accollitor del quale Diascoride dico
    .
    Quine pone l'autore come vidde Diascoride
    phi(losoph)o lo quale fece il libro della
    qualità di tucte le cose della nat(ur)a,
    et p(er)ò dice: accollitor del quale cioè
    della qualità delle cose. Diascoride
    dico
    ; cioè io dico, Diascoride esser q(ue)llo.
    Et viddi Orfeo. Questo Orfeo, s(econd)o che
    dice Ovidio Meth(amorphoseos) libro 10, et anco
    Boetio libro t(er)tio De Consolatione, fu
    sacerdote (et) citarista (et) phi(losoph)o theologo.
    Citarista cioè sonatore di strom(en)to
    di corde (et) fu di Tracia. Dicesi che
    fu filliuolo di Febo (et) di Caliope, ch'è
    una delle nove muse, come fu d(i)c(t)o
    di sopra in del s(econd)o canto (et) p(er)ò appare
    che fusse anco poeta (et) col suono
    della sua cithara, si dice che rivolgea tutte le cose della sua condictione,
    che non è altro a dire, se non che coà lla sua eloquentia rivolgea
    li homini da loro costumi (et) inducevali a quello ch(e) volea.
    Di questo Orfeo si scrive una bella fictione, come andò allo inferno,
    la quale lassò p(er) brevità: (con) ciò sia cosa che sia nota tra ' litterati. Tullio.
    Questo Tullio fu citadino di Roma nato d'Arpino, cità che era
    presso a Roma, de la quale si dice anco nato Vallerio Maximo;
    (et) fu phi(losoph)o morale (et) maestro d'eloquentia latina, unde si trova
    aver f(a)c(t)o molti libri in dell'una (et) in dell'altra facultà (et) f(a)c(t)o (con)sule
    di Roma prima che niuno altro citadino risistette al tractato
    di Catilina (et) liberò la patria da servitù, come dice Salustio nel
    primo libro d(i)c(t)o Catelinario, et niente di meno n'ebbe malg(ra)do:
    imp(er)ò p(er)ché era della p(ar)te di Ponpeio, q(ua)n(do) Antonio Marco prese
    la republica dipo' Cesari, fu mandato in bando ad Gaeta, et
    come dice Vallerio libro quinto capitulo De i(n)gratis, fu morto
    da uno chiamato Popilio Lenate che era della Marca, i(m)petrate
    l(ette)re di poterlo uccidere dal d(i)c(t)o Antonio; lo quale Popilio Tullio avea
    difeso in Roma (et) ca(m)pato dalla morte avocando p(er) lui, sensa che
    Tullio li avesse poi facto mai niuna offensione, e 'l capo (et) la mano
    dextra di Tullio lo d(i)c(t)o Popilio portò seco ad Roma, p(er) far fede che l'avesse
    morto. Lino. Questo Lino fu sacerdote, theologo, phi(losoph)o (et) poeta
    (et) fu di Tracia, parente d'Orfeo, del quale fa mentione Virgilio i(n) nella
    Bucolica, q(ua)n(do) dice: Ut Lin(us) h(aec) illi, div(in)a in veste sacerdos. Seneca morale. Seneca fu phi(losoph)o morale, di Spagnia p(er) natione d'una cità
    che si chiama Cordula; sio di Lucano poeta, et di (con)tinentissima
    vita intanto, che e(ss)endo maestro di Nerone imperadore, fu amicissimo
    di sa(n) Paulo apostulo (et) molte epistole scripse a san Paulo
    (et) san Paulo a lui, p(er) le quali s(an)c(t)o Ieronimo il pone Seneca nel catalago
    de' sancti; p(er) la qual cosa si potrebbe dubitare come l'autore
    lo pone in del limbo. A che si può rispond(er)e poi che la Chiesa no(n)
    à det(er)minato ch(e) sia, come dice, s(an)c(t)o Ieronimo, ogniuno può ten(er)e
    di Seneca come li piace (et) p(er)ché al n(ost)ro autore p(ar)ve che Seneca
    mancasse alquanto della fede, p(er)ché no(n) si fe' batteggiare, p(er)ò lo pone
    in del limbo. Moritte Seneca datoli da Nerone ch'elli sé eleggesse
    la morte in uno bagno d'acqua calda, ap(er)teli le vene p(er) le quali p(er)dette
    tucto il sa(n)gue, et da ciò non si puote cessare volendo dare
    tucte le suoe richesse a Nerone, pensando che Nerone lo facesse p(er)
    avaritia; sì che possiamo dire che, benché lli fusse dato la elect(i)o(n)e,
    non potea campare che no(n) morisse. Questo Seneca fece molto
    belle op(er)e, come l'ep(isto)le ad Lucilio, de le declamationi, de' benefitii, De
    clementia
    , De ira (et) molti altri delle tragedie si dubita, se le facessi
    elli o altri. Euclide geometra. Euclide fu grandissimo phi(losoph)o
    (et) molto valse in nella scientia della geometria, sì che ne fece

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    libbro, et è la geometria arte delle misure. Et Tolomeo. Tolomeo
    fu re d'Egipto; cioè d'Alexandria, grandissimo filoçofo (et) astrologo
    come testimonia Cassiodoro in del suo libro de l'ep(isto)le (et) fece libro d'ast(ro)logia. Ipocrate. Questo Ipocrate fu greco, principe de' medici et
    primo trovatore della medicina, come testimonia Galieno; cioè
    che la recò in ordine, imp(er)ò che b(e)nché molti n'avesseno scripto
    inansi niuno avea scripto sì ordinatamente, fece più libri i(n) dell'arte
    della medicina, come sanno li medici. Avice(n)na. Avice(n)no
    fu saracino (et) fu di Spagnia (et) fu re di Saracini (et) fu ne' tempi d'Averrois,
    che fece il comento sopra tutti li libri d'Ar(istotil)e. Questo Avice(n)na
    fu p(er)itissimo in della sci(enti)a naturale (et) in della medicina, elli
    dichiarò lo s(econd)o libro di Galieno et fece anco in medicina più
    libri. (Et) Galieno. Questo Galieno fu di Grecia (et) tanto famoso in
    della vita sua, che la fama sua venne infine a Roma, et a lui fu
    appropriato questo nome, come medico (et) fece più di ce(n)to volumi
    nell'arte della medicina, de' q(ua)li appena se ne trovano sexanta.
    Averois che gra(n) comento feo. Averrois fu phi(losoph)o saracino,
    lo quale tucti li libri d'Ar(istotile) comentò, et p(er)ò dice l'autore che feo; cioè
    fece il gran comento. Seguita poi. Io non posso ritrar (et) c(etera).
    In questi du' t(er)narii (et) uno versetto lo n(ost)ro autore pone la sua excusatione
    e 'l p(ro)cesso più oltra. Et p(er)ò à du' p(ar)ti; prima pone la excusatione;
    nella s(econd)a continua il p(ro)cesso quine: La sexta compagnia i(n) du'
    si scema
    ; excusasi prima l'autore dicendo che assai ve n'era più
    che no(n) à contati de' valenti homini in armi (et) scientie; ma elli n(on)
    può ad pieno dir di tutti, et p(er)ò dice: Io non posso ritrar di tutti;
    cioè io non posso scrivere di tutti quelli che v'erano, ad pieno; cioè