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Beccari, Agostino

Il Sacrificio


Indice




AGOSTINO BECCARI DA FERRARA IL SACRIFICIO FAVOLA PASTORALE (edizione 1555)




1. Ioannis Petri Ruscae Morbeniensis epigramma de grata egloga Augustini Beccarii.


[p. A1v]
Pastorum erraret cantus quum et fistula sylvis
prisca, voluptatis tempora plena ferunt,
talesque a sylvis miratas sive napeis
voces, quandoque; hoc tempore nos cupimus.
5Iampridem hae rursus coeperunt, hicque iocundos
pastorum lusus cernere deinde licet.

Eiusdem ad temerarios carmen.
Continuo ingenia incumbunt dum more ferendis
foetibus, ut causa est illa velilla suis,
10iudicium fortuna sui velut aequa laboris
a populo emissis his solet atque sequi.
Sunt aequi quidam certa ratione iocundum
qui faveant si quid parturit ingenium.
Ignarum ac audax alii genus, haud bene nota
15saepius obloquitur quod ratione rei:
rem hanc spectandum igitur multum, nova ne ulla videndo
ignari aut docti quid mage quisque habeat.

2. Alla Illustrissima Madama Lucretia et alla Illustrissima Madama Leonora da Este.


[p. A2r]

Chi dubita, illustrissime et eccellentissime signore che quando havessi havuto ardimento di mettere in publico questa mia favola pastorale, senza il favore di alcuna virtosa et gran persona, ch'io non havessi parimente data ampia materia di dire a tutti coloro che stanno tuttavia in su'l mordere i componimenti altrui? Et tanto più quando l'havessero ritrovata altramente divisa ne gli atti da quello in che due volte fu rappresentata in scena! Onde considerando più volte circa ciò havea fatto pensiero di ritenerla appresso me tal qual'ella si fosse, senza che più s'havesse a far vedere. Ma per che continuamente mi trovo stimulato da alcuni miei amici, desiderosi che si veggano le mie fatiche, a i quali mi conosco non poco ubbligato, non possendo negar loro questa gratia, non senza grandissimo cordoglio, mi son lasciato volgere di lasciarla pur uscire. Ma veggendola et conoscendola inculta et rozza, come cosa nata tra i boschi et tra le spine, dubitando
[p. A2v]
ch'ella non sia schernita et beffata da questi schivi giovanetti, consueti a vedere cose civili et reali, ho pensato esserle mestieri d'un appoggio riguardevole et tale che possa far sì che le sia havuto alcun rispetto. Onde non trovando a cui potessi meglio raccommandarla che alle illustrissime signorie vostre, come quelle che con lo splendore delle virtù la potrano far comparire senza che sia molestata, ho deliberato di farne a loro un presente sì per che desidero d'essere lor devotissimo servo, com'anche perché non potea trovare scudo più atto delle eccellenze vostre a potere rintuzzare et indebolire le acute et velenose arme di coloro che stanno ogn'hora avidi per ferire. A loro adunque humilmente porgo questa mia compositione et con ogni debita riverenza la inchino.

Di Ferrara il dì primo aprile. M.D.LV.

D. V. Illustrissime Signorie Humilissimo servo Agostino Beccari.

3. IL SACRIFICIO Favola pastorale di Agostino Beccari da Ferrara.


[p. A3r]

Fu rappresentata due volte a Ferrara, l'anno 1554, nel palazzo dello illustrissimo signor Don Francesco da Este: la prima adì XI febraro allo illustrissimo; et eccellentissimo signor il signor Hercole II da Este Duca IV di Ferrara et allo illustrissimo figliuolo il signor Donn'Aluigi; l'altra, adì 4 marzo alla illustrissima et eccellentissima madamma et alle illustrissime figliuole, insieme con lo illustrissimo signor Don Francesco et con lo illustrissimo signor Donn'Alfonso da Este. Fece la musica M. Alfonso dalla Viuola. Rappresentò il sacerdote con la lira M. Andrea suo fratello.

4. L'ARGOMENTO.


[p. A3v]

Erasto ama Callinome nimpha, ben che si vegga da lei sprezzato. Carpalio ama Melidia et è da lei ugualmente amato, ma temeno d'un fratello di lei; et Turico persegue nel già conquistato amore di Stellinia, la quale havendo lasciato lui, si è data a seguire Erasto novo amante. I quali diversi amori ultimamente pervengono al desiato fine con intramissione d'un Satiro che con piacevoli inganni cerca godere di queste nimphe et con inganni parimente vien da loro schernito.

LA SCENA É 'N ARCADIA.

5. LE PERSONE CHE PARLANO.

  • Erasto giovine.
  • Orenio vecchio.
  • Carpalio giovine.
  • Turico giovine.
  • Ophelio vecchio.
  • Satiro.
  • Callinome nimpha.
  • Melidia nimpha.
  • Stellinia nimpha.
  • Sacerdote.
  • Choro di pastori nudi.

[p. A4r]

6. Prologo

Tra infiniti decreti et varie leggi
che 'l buon vecchio Saturno pose 'n luce,
questa si trova da notar più degna,
la qual contien che qualunqu'huom che vegga
5a studio, overo alcuna dea,
(s'ella però d'esser veduta schife)
perder subito dee la vi ta o gli occhi,
poiché nel ver non par che si convenga
che chi beltà del ciel vide una volta
10habbia a scorger giamai cosa men degna.
E quindi habbiam che 'l misero Attheone,
il qual vide bagnar ne l'acque ignuda
la dea Diana, in bestia fu converso
et da' can propri lacerato et morto.
15Tiresia che talhor di maschio in donna,
talhor di donna in maschio, fu converso,
perché vide in un fonte con sue nimphe
scherzar Minerva, ne divenne cieco.
Che fia dunque di me, signore illustri,
20se per veder sol queste dee a caso
gli occhi perdete l'un, l'altro la vita?
Essendo io qui comparso a studio innanzi
a voi del cielo dee, che fate a quelle
con la vostra beltà scorno et infamia?
25Ma m'imagino, et parmi il ver, che seco
ogn' huom mormori et dica:
la deità è maggior che di quell'
convien ch'ancor l'auttorità e la forza
habbian molto maggior, onde, se l'hanno,
30perché non perdi parimente o gli occhi,
o la vita, o la forma, ov'hor ti trovi,
poiché l'ordine passi in contemplarle?
Ben risponder vi posso che 'n principio,
se vi rimembra ben, dissi tal caso
35intravenir alhor ch'elle sdegnose
schifavano da l'huomo esser vedute,
ma chiunque facean di veder loro
degno, non pur la luce non perdea,
anzi maggior sovente l'acquistava
40e talhor doppia vita. Ecco che 'l grande
pastor troiano, innanzi a cui co i corpi
ignudi comparir non si sdegnaro
quelle tre dee del gran signor del cielo
moglie, figlia, e sorella e pur mirava
45di lor membra bianchissime ogni parte,
non sol non fu accecato, ma il vedere
gli accrebbero assai più, che vide quanto
più nmmmmmmm.....llrave; degno fosse 'l pregio
d'una beltà di donna che di quante
50perle et oro possede Hibero et Gange:
et di quanta prudenza et virtù puote
a corpo humano destinar il cielo;
et se come comandano tai leggi
non fu punito, fu perché lor piacque
55al giudice pastor far di lor copia.
Così queste signore, anzi pur dee,
che di proprio voler qui son comparse
per udir le querele de gli amanti
nostri afflitti pastori de l'Arcadia
60verso le nimphe loro, non pur gli occhi
o l'alma non mi tranno, ma più tosto
mi rindriccian l'ingegno et l'intelletto,
e mi raddoppian le perdute forze.
Però datevi pace, o miscredenti,
65che questo sovra natural potere
è 'n lor assai, ma il voler hor n'è lungi
che con dolce et piacevole natura
create fur, ne curansi sformarmi,
né far da quel ch'io son punto diforme.
70Ma, lasciando da parte ogn'altra cosa,
dicasi homai di che trattar vogliamo.
Una favola nova pastorale,
magnanimi et illustri spettatori,
hoggi vi s'appresenta, nova in tanto
75ch'altra non fu già mai forse più udita
di questa sorte recitarsi in scena,
et nova ancor perché vedrete in lei
cose non più vedute: e 'l SACRIFICIO
vogliam si chiami, poic'hoggi è quel giorno,
80nel qual si fanno i sacrificii e i giochi
a Pan Liceo che su tal monte nacque.
Il loco è Arcadia, ove 'l fior di pastori
felice albergo tiene. Eccovi il monte
Menalo, la cui cima al cielo aggiunge,
85famoso per la cerva c'Hercol( prese
c'havea le corna d'oro e i piè di bronzo).
Quest'altro è l'Erimanto, ove 'l medesmo
prese vivo il cinghial di cui fe' dono
di Steleno al figliuol re di Micene.
90Quindi poco lontan Parthenio posa,
il monte ove Diana con le nimphe
cacciando fugge gli amorosi inganni,
ma l'altezza de i pini et la gran copia
de gli altri alberi fa che non si vede
95questo sì altero e sì honorato monte.
Non vi starò a narrar altro argomento,
che da sé si dichiara a poco a poco.
Questo restami a dir, che l'auttor nostro
pregar vi vuol che, tralasciando in parte
100per due o tre hor quella grandezza vostra,
che ne' theatri et ne' real palagi
tener solete, in questi alpestri boschi
vi diate a rimirar quella rozzezza,
quel viver primo della prima etade,
105il che vi porgerà forse diletto
non men ch'apportar soglia ogn'altra festa.
Hor, per non più tenervi in lungo, i' vado,
per dar l'aggio d'uscir' a' pastor nostri.

[p. A6v]

7. ATTO PRIMO

7.1. SCENA I

Erasto giovine. Orenio vecchio

Erasto
Horrida selva, in cui piangendo spargo
gli ardenti miei sospir, gli accesi lai,
le focose fiammelle ond'io tutt'ardo,
deh, dimmi, ond'avien mai ch'arrida essendo
5et atta a pigliar foco, che più tenghi
alcuna fronde o ramo alcun o sterpo
ch'adusto in polve non si trovi et arso?
Rispondi e dì "de gli occhi tuoi,
che, lacrimando, ognhor un fonte, un rio
10si fan sempre d' intorno et non dan loco
a fiamma che m'incenda", che dirai
cosa del sol più chiara; e questo, o Amore
è sol per tua cagione et da te pende,
ch'ognun tal seme del tuo campo miete.
15Ma com'avien che sì benigna pianta
(qual è tua madre) un sì maligno frutto
(come tu sei) habbia prodotto al mondo?
Non credo già che nella nostra Arcadia,
né più lontano, il velenoso tasso
20produr si scorga frutti sì mortali,
come sei tu, tu che gli amanti attoschi.
Orenio
Se 'l chiaro giorno a me non è nimico
contro lo stile suo, questi ch'io veggo
è l'infelice Erasto, che sua vita
25mena con tristi et angosciosi pianti.
Erasto
Ben so, Vener gentil, se 'l ciel t'havesse
dato tanto poter quanto al tuo figlio,
c'havendo homai pietà de' miei lamenti
faresti sì che la mia nimpha altera
30Ma tu non puoi, che pur vorresti aitarmi,
e 'l figliuol, possendo, non si cura.
Ah perché non son' io dunque appo 'l fonte
onde chiunque d'Amor punto puote
senza altra lesion, beendo, il foco
35estinguer, sì ch'oblia quanto dentro arse,
poich'amo e seguo chi mi fugge et odia?
Orenio
Misera gioventù, poi che 'l disio
di goder con amaro un poco dolce
qua e là girando ti trasporta et move,
40qual posta al vento una minuta canna.
Erasto
Ben ti fu contra il ciel, misero Erasto,
a porti in servitù d'una crudele,
e men pietosa d'una hircana tigre
e 'ngrata poi quant'esser donna possa.
45Che cosa è haver a governar un tauro
usando 'l sotto 'l giogo appresso questa,
che d'alterezza ogn'altra nimpha passa?
Si scorge pur co 'l tempo il fer leone,
re de gli altri animai superbo e altero,
50placar, sì che benigno al cibo viene;
ma incrudelisce più costei co 'l tempo.
Ho già più volte con la mia sampogna
fatti i venti fermar, seguirmi i sassi,
gli alberi e ogn'animal, quantunque fero,
55di contrada in contrada, tal che 'l tracio
poeta che solea cantar sovente
d'intorno al gran mont'Ismaro sonando
al par di me sì smarriria nel viso.
Né posso (oimè) questa mia nimpha tanto
60fermar co 'l suon, ch'io possa un dì scoprirle
la fiamma che 'l mio cor gran tempo serba,
e la gran piaga che mi fece Amore.
Però chi fu di me mai pi [ù] infelice?
Orenio
Tanto è misero l'huom quant'ei si tiene.
Erasto
65Ai Callinome ingrata, ai quanti scorni
per te patisco, poi che la gran fama
e 'l glorioso nome c'havea preso
appresso ogni pastor, così del suono
come del coltivar, per te si scema
70e va mancando, qual accesa lampa,
cui sia negato il nutritivo humore.
Orenio
Costui non può addolcire un cor di donna
e faria per pietà movere i sassi.
Erasto
Chi havea più grassa et più lanosa greggia?
75Chi armento più felice et prosperoso?
Chi 'l più fornito campo d'ogni frutto?
Chi havea i più bei montoni e più cornuti,
che co' Sirii e co' Caspi havrian zuffato?
Chi i tauri vincitori in ogni zuffa,
80sol che 'l meschino e sventurato Erasto?
E chi una greggia sparsa hor veder vuole,
un campo inculto et pien di mille sterpi,
un'armento infelice e senza cura
che più non entra ne l'usata mandra,
85il mio veng [a a] veder, né vadi altrove.
Orenio
Che meraviglia, s' un che di sé cura
o nulla o poca tien lascia l'agnelle
in bocca al lupo in questa e 'n quella selva.
Se qualche buon consiglio o qualche aiuto
90io non porgo a costui ch'odia sé stesso,
potria cader in qualche stran pensiero.
Ha tanto il senso il misero lontano
che vicin gli favello, né mi sente.
Et sol questa cagion da Amor deriva.
95Erasto, Erasto.
Erasto
O 'l mio gentil Orenio
Orenio
Erasto, ov'è la tua prudenza e 'l senno?
Ov'è 'l tuo bel governo et la gran cura
c'haver solevi a la tua greggia intorno?

[p. B1r]
Erasto
Orenio mio gentil, se 'l grand' amore
100che tu portasti in vita a la tua Crinia
ti soccorresse, tal parlar, che 'l core
mi trafige, da parte lascieresti.
Sovengati de l'hore che tu in vano
spendesti, Orenio, et del perduto tempo.
Orenio
105Ti prego, Erasto, per quel dolce nome
della nimica tua che t' sì ingrata,
lascia per sempre 'l r [amme] ntarmi quella
che morta adoro come dea del cielo.
Tu vedi ben che senza lei son fatto
110selva senza ombra et senza corso fiume,
che qual tauro a gli armenti et vite a l'olmo,
qual ondeggianti biade a i campi, tale
al choro pastoral sempre fu Orenio
mentre vivea la già sua amata Crinia,
115che ancor gli altari per le agnelle uccise
in sua memoria (o degno sacrificio)
si pon veder tutti sanguigni et grassi.
Erasto
Quant'Orenio son' io di scusa degno,
seguendo alma immortal degna d'impero,
120da prepor degna a tutte l'altre 'n cielo,
se tu la morte di colei (già tante
volte si son raccolte 'n campo spiche)
nella memoria ancor porti e nel petto?
Orenio
Tal fu il mio amor verso colei che tanto
125ardendo amai, che tempo, hora o stagione
non fia cagion che questo petto lasci
il segno ov'Amor pose il primo dardo;
e pria nel mar vietato la fredd'Orsa,
già nimpha di Diana et madre al nostro
130re che diè 'l nome a la felice Arcadia,
tuffar vedrassi con quell'altre stelle,
che 'n parte scemi il grand'amor portato
verso chi il mio pregar mai non fu indarno,
poiché nel ver' hebbi io cagion non mai
135d'odiar la Crinia mia, c'havea nel core
sola fede scolpita e amor perfetto.
Erasto
Se ben dura è la mia, convien, Orenio,
volendo o no, che questa ingrata segua,
che ben duro sarei s'io non l'amassi.
140Ch'ella è più bianca del ligustro assai,
più lieta e amena d'un fiorito campo,
del capriuol più lascivetta et molle,
del ghiaccio più lucente, et via più grata
che 'l sol d'inverno, et dolce più del'uva
145matura, et nobil più de' pomi, e 'l cigno
di dolce canto al par di lei non vale.
Orenio
Lasciamo, Erasto, il dolce ragionare
onde più tosto la nostr'alma langue
e ascolta il breve dir de le mie note.
150Tu sai che quando al nostro Pan Liceo
(qual sia lodato ognhor per mille lustri)
si fan gli antichi giochi, e i sacrificii
convien che sia purgato da ogni macchia,
qual di pura colomba, il nostro core;
155però lasciam da parte Amor lascivo,
che potria mover Pan a giusto sdegno,
onde gli armenti et le lascive agnelle
porrian di mal in peggio andar, di modo
che 'l più infelice c'hor qui in selva alberghi
160al par di noi saria beato al mondo.
Sai ben che non bisogna ove va il culto
Divin, por cosa maculata e 'mmonda.
Erasto
Amor, Amor non vuol ch'io lasci tempo,
né che 'ntrametta alcun momento d'hora
165ove non pianga la mia dura sorte.
Amor è dio et Pan Liceo è dio,
però, seguendo l'un, lascio quell'altro,
farò piacer a l'uno, a l'altro ingiuria.
Ambeduo a un tempo non potrò servire,
170che mal fa chi duo lepri a un tempo caccia;
però che mi consigli in simil caso?
Orenio
Questo intraviene una sol volta a l'anno
di far tai giochi et celebrar tai voti,
per l'altro tempo Amor si può seguire.
175Però da loco al ricordar d'Amore
sol per quel poco che t'avanza et poscia,
qual dolce Philomena, al lungo pianto
ritornerai sotto la trista pece,
sotto la noce o sotto il fral cupresso,
180che simil ombre tua sciagura merta.
Erasto
Andiamo, Orenio, et la tua chioma bianca
sia fida scorta a la mia verde etate.

[p. B3r]

7.2. SCENA II

Carpalio giovine

Carpalio
Quando vedrai, Carpalio, pascer l'api
in queste parti de l'Arcadia il thimo,
o che 'n oblio porranno i fior' hiblei,
alhor con chiara et non confusa speme
5estinguer tu potrai l'ardente foco
c'homai t'abbruscia le midolle e l'ossa.
Non credo già che ne l'oscura valle
stia con tanto disio Tantalo afflitto,
mentre lo allettan le bramate poma
10e le labbra gli van radendo l'onde,
con quanto (oimè), Carpalio, Amor ti tiene,
mentre la tua Melidia, che tant'ami
pascer ti cerca di quel dolce frutto
ove tutto 'l disio d'amor intende.
15Ai sorte iniqua, ai scelerata sorte,
perché mi vieti, onde sì bella nimpha
ricco mi vorria far, piacendo al cielo?
Misero inver si può chiamar l'amante
che quant'opra in favor de la sua dea
20tutto gli va come 'n arena grano.
Ma più infelice si può dir quell'altro,
che dopo i passi sparsi et le fatiche,
dopo i sospir che da l'interna parte
uscendo accenderiano 'l mar et l'aria,
25quando l'amata sua vuol darli il merto
e 'l guiderdon di tutto ciò che spese
in seguir lei, da qualche strano intoppo
resta impedito. O lagrimabil caso
che può duo amanti sol privar di vita.
30A tal termine sei, Carpalio, giunto
tu e la Melidia tua, che muore e langue,
poi che posar non può ne le tue braccia.

7.3. SCENA III

Turico giovine. Carpalio

Turico
Parmi la voce d'un pastor tra queste
selve sentir, che 'n lamentevol note
qualche gran caso sospirando esponga.
Carpalio
Questi è Turico, a l'habito, a la voce.
5Ben venga quel Turico et quel pastore,
di cui non ha tra tutti gli altri alcuno
il più felice e aventuroso tempo.
Turico
Era ben già che la Stellinia mia,
ove havea posta mia tranquilla pace,
10mi fea pastor più d'alcun altro lieto,
ma perché 'ndegno er'io di tal bellezza,
che a la madre d'Amor può far invidia,
o che a l'instabil dea (de gli altrui beni
invidïosa troppo) così piacque,
15ella, obliando quanto fer quest'occhi
per lei mentre cacciaro largo fiume
di sé che 'l petto e 'l sen potea far molle,
se 'l lungo e ardente sospirar gli havesse,
ove spargea, lasciato far indugio,
20mostrando quanto l'amoroso foco
stia nel petto di donna poco acceso,
me, che l'amava più che le mie luci,
più che l'hedera il tronco ove s'inserpe,
e più che 'l pelicano e figli morti,
25seguendo l'orme d'un pastor che l'odia
non altramente che 'l leone il gallo,
lasciò sdegnosa ne' primieri lai.
Dove dunque dee l'huom por la sua fede,
se così poco appresso donna dura?
Carpalio
30Come può star che così bella nimpha,
come si sa, che t'havea dato il core,
ad altro amor, ad altro van disio
habbia rimesse nove penne et ali?
Turico
Per questa sacra e 'mmaculata selva,
35ove non pose mai l'empia bipenne
pastor alcuno, e per quel sacro monte
ov'hoggi fansi i sacrificii a Pane,
per quest'arbor, cagion che l'alma dea
che rende i frutti più felici a i campi
40ritrovasse a l'inferno il caro pegno,
io giuro a te che la mia nimpha, mia
non già poi ch'ella sì mi sprezza et odia,
mia in quanto a me, perché l'amor mio in lei
né tempo, né stagion può estinguer mai,
45tant'oltraggio m'ha fatto et tanto scorno
quanto questo pastor' hoggi ti dice.
Carpalio
S'io credessi, Turico, che la mia
fosse a la tua di fede tal conforme,
non, come tu, mi nutrirei nel seno
50così nocivo e sì contrario foco,
ma tal odio nel petto et sì sanguigno
rinchiuderei, che con lo sguardo a guisa
del basilisco, la trarrei del mondo,
che dir si suol che a chi la fede rompe
55parimenti si dee romper la fede.
Ma inver la mia, se si può dar credenza
a i segni e al ragionar, mostra d'amarmi
quanto stender si pon forze di donna.
Turico
Deh, se grave non t'è, pastor felice,
60se la dimanda è lecita, et se mai
calde preghiere in cor gentil fer nido,
dimmi qual'è questa tua bella nimpha
tanto gentile et tanto ben acconcia
al tuo desire, e a le tue voglie presta,
65et che ti sprona in sì sonore note
in queste selve a ricordar d'Amore?
Carpalio
Turico, vero honor di queste selve
et di pastori alta corona et pregio,
s'io ti dirò quel c'hor dentro mi celo
70meco piangendo resterai confuso,
che felice son' io quanto altri ch'erga
da questi boschi la sua fama al cielo;
ma l'esser parimente conoscendo
in cui mi trovo, tu dirai ch'al mondo,
75non che 'n Arcadia, altri non è che 'n parte
s'agguagli al mio destin' empio et rubello,
poiché l'infima parte de la rota
onde scorger si ponno i gradi humani
mi preme 'l piede, e a la sublime 'l braccio
80quasi vittorioso in parte stendo.
Turico
Come star pon questi contrari insieme,
ch'a un tempo sii infelice e aventuroso?
Carpalio
Io ti dirò; felice son, che i cieli
la più leggiadra che di selva in selva,
85di poggio in poggio a l'honorata caccia
vadi più intenta, più vicina e ardita,
la qual d'amor non disuguale al mio
ver me si strugge et arde, ond'ambeduoi
quasi a prova facciam chi di noi possa
90amar più l'altro. Ond'invido Amor fatto,
post'ha la spina a questa rosa in mezo.
Turico
Onde vien et di qual dea è la tua nimpha?
Carpalio
Questa mia nimpha, anzi del ciel pur dea,
nacque nel mondo ben di qualche dio,
95con un fratello insieme, a un parto solo,
come Diana e Apollo, e 'n queste selve
trovati fur et hebbegli in governo
il vecchio Ophelio, il qual mi porta tanto
affetto che con altri occhi non vede,
100né conosce altro ben, ch'ambeduo noi.
Turico
Ben, ben conosco e l'uno e l'altro. O bella,
o bella, so che 'l fiore hai conosciuto.
Ma chi s'oppone a questo vostro amore,
poich'ella t'ama et parimente Ophelio,
105et essendo, com'è, libera et sciolta?
Carpalio
Hor odi: il suo fratel tanto si mostra
a me nimico fuor d'ogni ragione
che lei per mia cagion non può vedere.
Ma l'ho per iscusato, poi ch'a' furti
110notturni e alle rapine è sempre intento.
Giovin crudel più ch'altro Licaone,
che gli dia un giorno Dio l'ultimo crollo.
Sì che quest'huom malvagio, et quasi un Cacco
che sparga mortal fiamma, empio s'è opposto
115a questo nostro sì felice amore
et me rifiuta com'un vil capraro.
Turico
Forse 'l fratell', onde ambeduoi sian nati,
da qualche dio esser discesi al mondo,
però si sdegna ch'un pastoral seme
120si sparga in questo sì celeste campo.
Carpalio
Ma ecco Ophelio mio, ecco il buon vecchio
d'ambo e gemelli, che non men si duole
ch'io faccia, in conseguir sì ricca preda.

7.4. SCENA IV

Ophelio vecchio. Carpalio. Turico

Ophelio
O buon principio: ecco Carpalio mio.
Carpalio
Che vuoi, gentil' Ophelio, che mi nomi?
Ophelio
S'Amor hoggi non dà quel lieto fine,
Carpalio figliuol mio, che tu et Melidia
5già tanto tempo desiate invano
a i vostri amori et a i desiri vostri,
vuò che lasciamo di seguir più in oltre.
Tu sai c'hoggi si fan gli usati giochi
al nostro Pan Liceo, onde 'l fratello
10di lei Pimonio, fuor d'ogni sua usanza,
hoggi ha conchiuso di voler trovarsi
a simile spettacolo e a tai giochi.
Però, mentr'egli a que' be' giochi intento
starà, tu con Melidia tua potrai
15dar fine al tanto desiato amore.
Carpalio
Ma se fortuna, come suol, nimica
noi si facesse, discoprendo quello
che tra noi potria star sempre celato,
che faremo? Qual fia po 'l pensier nostro?
Ophelio
20Diremo, ch'alcun satiro o alcun fauno,
o ver, che meglio fia, alcun dio del cielo
sotto mentita forma l'habbia presa,
levandole quel fior ch'altri havrà colto.
Turico
Merita peggio, poich'è sì malvagio,
25né di rispetto se gli dee haver punto.
Così potessi io fin porr'al mio male
come al ben tuo principio dar potrai.
Ophelio
Andiamo, andiamo, che ciascun si pone
in ordine per ire al sacrificio.
Carpalio
30Turico, se ti par ch'io possa aiuto
porgerti nel tuo amor, comanda pure,
ch'io son pastor ch'agevolmente servo
chiunque l'opra mia chiede 'n soccorso.
Turico
Di questa offerta i' ti ringratio e anch'io
35mi t'offero per quanto pon patire
le forze mie. Deh, quando havrà mai fine,
miser Turico, il lamentar che fai
mentre vai dietro a sì veloce tigre?
I sospir, le querele e i gran pensieri
40mi travagliano sì, che questa salma
regger più si può a pena, onde conviene
che qui riposi alquanto, che potrei
in questo mezo, comparendo quella
che n'è cagion, mentre sì bell'oggetto
45mirassi intento, racquistar' i sensi
e 'l mio primo vigor de i lassi membri.

[p. B8r]

7.5. SCENA V

Satiro. Turico

Satiro
O, o, qualche pastor che si querela
di sua sorte infelice. Altro tra queste
selve hor non s'ode che d'amor lamenti.
Turico
Possibil fia ch'un'altra volta Amore
5non potrà intenerir quel duro petto,
ch'entro il velen d'ogn'aspra serpe inchiude?
Satiro
Salvo sii, bel pastor.
Turico
Satiro a dio
Satiro
così forte d'Amor?
Turico
Non tel vuò dire.
Satiro
Come, che nol vuoi dir?
Turico
No, che tu forse
10me 'l vorresti vietare.
Satiro
Anzi, vuò darti
(se n'hai bisogno) qualche aiuto.
Turico
Il tuo
aiuto poco curo, ch'al mio male
rimedio non havresti.
Satiro
Dimmel dunque
per cortesia.
Turico
Ti dico che non voglio.
Satiro
15Tel farò dir mal grado tuo.
Turico
Tu buono
sarai per farmel dir non volend'io?
Satiro
O, in quanta poca riverenza siamo
noi satir, hor che più non siam tenuti
né dei né semidei. Dunque ch'io possa
20farloti dir non credi?
Turico
Tu, né quanti
vorran saperlo a forza, il saperanno.
Satiro
O incredulo, o malvagio, a questo modo?
Lascia, che mi dirai più che non voglio.
Che ci va, che ti fo dormir tutt'hoggi
25con questo soporifero secreto
ch'addormentar non pur faria il dracone
che 'ntorno i pomi d'or desto sta sempre,
ma Cerbero trifauce, il fer custode.
Costui forse non sa ch'a punto a punto
30io tengo in mano un palpitante core
di gufo c'hora ho ucciso, il qual dormendo
ponendoglilo adosso farà dirli
tutto quel ch'io vorrò. Non vuò più stare,
appenderò fra tanto a questa quercia
35con l'altre tue bagaglie. O o del vino
vi sento. Bacco, Bacco, di letitia
padre, sii benedetto. O com'è buono,
o come è saporito. Dormi pure
sin c'ho vuota la fiasca. Se qui fosse
40Vulcan con la fucina, et i suoi strali
temprasse a Giove, a pena sentirebbe,
sì forte dorme. Hor lasciami sedere.
Comincia. Dimmi il nome di colei
che lamentar ti fa.
Turico
Stellinia ha nome.
Satiro
45Di qual color si veste?
Turico
Di vermiglio.
Satiro
Ove suol praticare?
Turico
Qui d'intorno.
Satiro
Horsù, sta ben, tu non l'hai detto a un sordo.
Di qual arbor' ha l'arco?
Turico
Egli è di tasso.
Satiro
Non so che chiederl'altro. Dimmi, è bella?
Turico
50Bellissima.
Satiro
É cortese?
Turico
A me non troppo.
Satiro
Sarà al proposto. Hoggi vuò in ordin porre
la mia trappola e qui stenderla, e quante
nimphe quinci hoggi passeran, tenerle
e pigliarle co i lacci, et se lei trovo
55vorrò cosa da lei che tu non pensi.
O fa tu oltraggio a' satiri; cagione
tu medesmo del tutto sol sei stato.
Non ti vuò far già star così tutt'hoggi,
che non ti fesse oltraggio alcuna serpe,
60over' altro animal. Quest'herba a punto
è da svegliarti buona. Par balordo.
Horsù me 'n vuò fuggir, che non mi vegga.
Ben gli vuò dar' il zaino et la sua fiasca,
che sonnacchioso non la vederebbe.
65Tanto fa, se gli do ben ne la testa.
Turico
Oimè. Che vuol dir questo? Ove son' io?
Satiro
Guardati i piedi, guardati le gambe.

7.6. SCENA VI

Turico solo

Turico
Oimè son morto, oimè che cosa è questa?
O come son fuori di me, mi sento
tutto insensato. Chi m'ha qui condotto?
Come mi son così qui addormentato?
5Chi m'havea tolto il zaino e la mia fiasca?
Com'è leggiera? Oimè non c'è pur vino.
O satiro malvagio, o traditore.
É stato certo quel c'hora era meco.
Egli è stato, egli è stato, havrammi qualche
10incanto fatto, e m'havrà tolto il tutto
per farmi questo scherno; sempre qualche
impaccio e noia a noi pastori fanno.
Pur ti ringratio di quel che m'hai fatto,
che pensando tu farmi mal, di bene
15cagion sei stato, che mentr'ho dormito
da me si scosse in parte il gran dolore
che per Stellinia mia desto sostegno.
Ma assai mi meraviglio che costui
habbia havuto ardimento di far cosa
20che 'n spiacer torni altrui, perch'egli suole
essere il più codardo et il più rozzo
satir che ne l'Arcadia hora si trovi,
et si crede tra noi ch'egli non habbia
parte di deità seco, né punto.
25Ma non vuò star più qui, che non tornasse,
che sforzato sarei di vendicarmi.

[p. C2v]

8. ATTO SECONDO

8.1. SCENA I

Erasto. Callinome nimpha di Diana

Erasto
Havea deliberato hoggi di starmi
al sacrificio in compagnia d'Orenio,
il qual so che mi può dar buon consiglio
come regger mi deggia nelle cose
5divine e humane per la lunga etade.
Ma venendomi detto che la mia
nimpha crudel è per venir fra poco
quinci cacciando, perché sa che intento
al sacrificio io son con tutti gli altri,
10onde temer potea; fingendo io certa
iscusa con Orenio, ho da lui tolta
licenza per tentar s'Amor pur vuole
essermi favorevol, sì ch'io possa
hoggi vederla et ragionar con seco,
15ch'io spererei di poter pur far tanto
che m'ascoltasse per un'hora almeno.
Ma veggio in qua venir da questa parte
una nimpha, e mi par ch'ella sia apunto.
Io mi vuò ritirar et star a udire
20ciò che seco ragiona, e a l'improviso
discoprirmele poi. Ecco ch'è giunta.
Callinome
Sciolta da ogni pensier, da ogn'alta cura
solinga me ne vo di selva in selva,
senza punto pensar a quel nimico
25del nostro sacro santo stuolo: Amore,
onde Diana nostra gran reina
insino al cielo se n'essalta et gloria.
E se lo stimol de' pastor non fosse,
e de' cornuti e semicapri dei,
30ch 'n questa e 'n quella guisa ci dan noia,
qual più felice e aventurosa vita
saria di quella d'una nimpha tale
qual'hora i' mi ritrovo? Et qual più certa
et breve via di salir sopra il cielo,
35ove l'alme beate han posto il seggio?
Erasto
Se per esser crudel s'acquista il cielo,
tu più d'ogn'altra ti puoi dir beata,
poi che sì cruda sei.
Callinome
Lodato Dio,
c'hoggi non temerò che quel capraro
40d'Erasto mi dia noia, poi che tutti
i pastor' hoggi vanno a i sacrifici.
Erasto
Misero Erasto, a che congiunto sei?
Callinome
Però qui posso riposarmi senza
haver tema di lui. Ma chi veggo io
45nascosto in quel cespuglio? Ai che gli è Erasto.
Ai povera Callinome, ai meschina,
dove condotta sei, sola in sì folta
selva, dei tu fuggir? O pur con l'arco
farloti star lontan? Se le saette
50non mi vengano men, non credo ch'egli
mi si accosti. Egli vien. Ma vuò mostrare
di non temere.
Erasto
Io vuò venirti in contra
perché bramo morir con le tue mani,
scocca pur l'arco tuo, mille saette
55aventami, che morte mi fia grata
quando venga da te.
Callinome
Sta' pur lontano.
Erasto
Perché cerchi fuggir? Perché paventi?
Di che vuoi tu temer? Deh, ferma il piede.
Eh, degnati, Callinome gentile,
60d'ascoltar' un che te più che se stesso
riverisce et honora, et che ti tiene
più che la vita sua cara et accetta.
Callinome
Che mi potrai tu far quando non voglia?
Horsù di ciò che vuoi, di', che t'ascolto.
Erasto
65Quando fia mai, o dolce mia nimica,
ch'io venga al fin de le mie pene amare,
et che mi trovi in più gioioso stato?
Lasso, non mai, perché non altramente
mi fuggi che la damma o 'l capriolo
70fugga l'aquila altera o 'l fero lupo.
Sappi, crudel, che un pastorel non fuggi,
non un capraro vil, non un bifolco,
ch'a questi, e non a me, che nato sono
del buon Aminta e de la bella Clivia,
75giustamente negar puoi l'amor tuo.
Devresti pur saper che mille capre,
mille capretti et ben duo milia agnelli
pascono i campi miei senza l'armento,
cui numero non è, noveri il suo
80il povero Montan, Menete, e Aglauo,
ch'io non lo posso far, onde gran copia
di latte fresco tengo sì di state
come d'inverno. Et ho la mia capanna,
cui porta invidia ogni pastor del sito,
85che 'l caldo sol, ne i freddi venti oltraggio
vi posson far. Vi ho poi sì bel giardino,
cinto di fiori e d'odorose herbette,
che non invidio le più fresche rive
del Gange o de l'Idaspe. Né mi curo
90che credi al mio parlar, ma tu in persona
vienlo a toccar con mano et a chiarirti,
che troverai via più di quel c'ho detto.
Callinome
Sei molto ricco, Erasto. Hai tu fors'altro
da dir? Perché vuò andar' al mio viaggio.
Erasto
95Non t'ho ancor detto com'un capriolo
ti serbo e duoi capretti di sì fatta
bianchezza che con lor la neve e 'l latte
perderia. Un fregio ner lor cinge 'l collo
sì maestrevolmente che diresti
100haver natura in ciò posto ogni studio.
Ambeduo li ti serbo et in tuo nome
li fo nutrir, quali Stellinia cerca
lusingandomi ognhor levarmi, et vuole
in contracambio un ricco vel donarmi,
105ma senz'altro tuoi fiano e li ti dono.
Callinome
Non me ne curo, Erasto, se ben fila
d'argento i velli havessero, e le corna
d'oro. Tienlili pur, o dalli altrui,
fanne pur ciò che vuoi, poiché son tuoi.
Erasto
110Ai, Callinome dura più che un sasso,
so ben ch'i doni miei sprezzi e non curi.
Ma dove vai? Dove ne volgi il passo?
Non ti partir, volgi la fronte alquanto.
Callinome
La riverenza ch'a la mia reina
115debitamente porto vuol ch'io serbi
la castità mia intatta, e ad ascoltarti
più del dover' assai qui ho fatto indugio.
Però cerca altra via, cerca altro amore,
se vuoi disacerbar questi tuo' affanni.
Erasto
120Te, Callinome ingrata, il ciel mi diede
ch'amassi e non altrui. Né pensar ch'io
sia così rozzo che non sian tra questi
boschi nimphe leggiadre e che star ponno
a parangon di te così nel corso,
125come nel tirar arco (di bellezza
non vuò già dir) le quali mi si fanno
et mi si mostran vaghe, et mille preghi
spargon talhor, perché lor porti amore,
e lor per te, crudel, fuggo et disprezzo.
Callinome
130Fai male, Erasto, a non seguir chi t'ama.
Io son brutta appo lor, segui pur quelle.
Erasto
Anzi più bella, e tra lor sembri quale
tra le stelle minori il chiaro sole.
Et ben si vede, poi che come neve
135mi struggo appresso te, né te ne cale.
Callinome
Perché più non ti sfacci, io me ne vado.
Erasto
Deh, fammi don nel tuo partir di questa
sol gratia per li tanti miei dolori
et per gli affanni che per te sopporto:
140contentati ch'io t'ami com'io faccio,
ch'altro non bramo. Eh, non fuggir, deh, resta.
Oimè se 'n fugge qual veloce damma.
Ai sorte mia crudel, perché mi posi
a seguir nimpha così cruda e 'ngrata?
145Et che sparisce 'nnanzi a gli occhi miei
com'un baleno? Che non corri Erasto?
Che non ti movi a seguitarla? Forse
l'aggiungerai correndo, hai pur più volte
superato nel corso il buon Carpalio,
150più veloce d'ogn'altro; e quante volte
Harpalago, il buon cane di Licaste?
Ma, oimè lasso, ch'ogni mio vigore
et ogni forza m'ha levata e tolta;
tal che una cerva errante et fuggitiva
155cerco cacciar con un can vecchio e zoppo.
Ma meglio fia ch'io vadi al sacrificio,
ove Orenio m'aspetta, cui promisi
di tosto ritornar, e qui ho tardato
e 'n van le mie parole ho sparse al vento.

8.2. SCENA II

Satiro solo

Satiro
Poich'è sì lieto e sì tranquillo il giorno,
non può far che le nimphe per li boschi
scherzando liete ir non si veggan' hoggi,
qual cacciando una cerva, qual cunigli,
5qual caprioli et simil' altre fiere,
qual più animosa un d'età verde orsacchio,
ond'ho fatto pensier anch'io di porre
tutto questo bel giorno in prender fiere,
ma da queste diverse e d'altra forma,
10con la trappola mia, che di fortezza,
e di bontà può star' appresso ogn'altra,
sia qual si voglia, perché, poi che m'hanno
le nimphe a scherno, in vece de le fiere
tutte prese saran con questi lacci.
15Ne vorrò ch'indi partano, fin tanto
che mi dian qualche saporito bascio,
o quel che più vorrò, mal grado loro.
Quel pastorel che dianzi fei dormire
mi disse che la sua nimpha sovente
20quinci passar' è solita, e se cade
ne la mia rete, per suo amor vuò farle
cosa ch'egli non mai forse le fece,
ned ella il pensò mai, che parimente
hanno i par nostri a schifo, et lor putiamo
25non altramente che la ruta al serpe.
Ma a che tardo io di dar principio a questo
stabilito pensier? Qui starò ascoso.
Lungo a questo sentier porrò le fila.
Tristi pastori et disdegnose nimphe,
30vi farò haver a' satiri et a' fauni
quel sommo honor et quella riverenza
che si convien. Sentir vuò con l'orecchio
se per sorte ne venga ancora alcuna.
Una ne sento. Io vò a pormi in aguato.
35O bella, o bella. O questo è 'l bel principio.

8.3. SCENA III

Melidia nimpha. Satiro

Melidia
Quando, Melidia, havran le tue querele
qualche tregua o conforto? E quando lieta
in compagnia del tuo fidel Carpalio
coglier potrai più coloriti fiori,
5per tesserne ghirlanda e 'mpirti il grembo,
onde poi orni le sue belle tempie?
Quando l'herbette, che son fatte molli
del pianger tuo, potranno alzarsi liete
dando lor il vigor con un sol riso?
10Quando fien liete Philomena et Progne,
che più volte con lor piangendo a prova
mostran la tua, più che la lor tristezza?
Deh, Dio se 'n ciel salir pon giusti preghi,
perché non lievi il fratel mio del mondo
15per salvar duoi così fideli amanti?
Satiro
Nota, nota che vuol, che 'l fratel muoia
per darsi in preda a qualche vil pastore.
Melidia
Deh, perché Amor mi fusti sì benigno?
Perché mi fusti sì contrario e averso?
20Benigno in darmi sì leggiadro amante,
contrario in darmi sì crudel fratello?
Ove imparasti sì maligne leggi
di dar sì lunghi affanni a' tuoi seguaci?
Satiro
Ti seguirò ben' io. Vien pur innanzi.
Melidia
25Non negherai già, Amor, che tu non sappi,
che sanlo i boschi, le campagne e i fiori,
sallo la troppo a te nimica schiera,
che più volte Diana hammi voluta
tirar nel suo felice et casto albergo,
30e lei schernendo sol per tua cagione
quasi a me stessa son venuta in odio.
Ma, poich'io son dal querelarmi stanca,
io vuò veder di riposarmi alquanto
sotto questa robusta et alta quercia.
Satiro
35Vieni un poco più innanzi. Ancora un poco.
Melidia
Attendendo se 'l mio dolce Carpalio,
rinovellando le sue antiche piaghe,
quinci prendesse quest'usato calle.
Satiro
Senza troppo macchiar questa ho nel pugno.
40Siedi pur, c'hora vengo. Ma vuò prima
sentir se venga alcun, poi vi do dentro.
Oimè, veggo un pastor, che ratto viene.

8.4. SCENA IV

Ophelio. Melidia. Satiro

Ophelio
Quando il lasso bifolco il campo pieno
intorno intorno di verdette biade
vede ondeggiar a guisa di chiar'acque
leggier commosse da soave vento,
5si va rodendo e contro 'l sol s'adira,
poiché tanto ritarda il farle bionde
per riportarle 'n più sicuro loco,
per che teme 'l meschin che senza pioggia
mista con aspri folgori di Giove,
10tempesta horrenda non lor caggia sopra,
onde poi gli convenga e feri venti,
che fur cagion di questa tal ruina
senza rispetto maledire i cieli.
Così son' io di bestemmiarti, Amore,
15costretto, poiché 'l tempo ove sperava
d'haver' accoppiar questi duo' amanti
vai prolungando per più nostra pena.
Satiro
Sei pur venuto, Amore, a buon mercato,
ch'ognun vuol giocar teco a la civetta.
Ophelio
20Le selve, i boschi e le palustri valli,
quasi mosse a pietà, rispondon meste
il nome di Melidia, et Echo insieme
ripetendo la voce mi risponde
quante fiate 'n van chiamo Melidia.
Melidia
25Qualche gran caso a questo miser vecchio
è intravenuto, che sì forte cerca
chiamando il nome mio, me 'n queste selve.

[p. D1r]
Ophelio
Se ti rimembra punto, o sacro Apollo,
l'acuto dardo che ti punse 'l core
30mentre qui intorno ad abbracciar' il lauro
innanzi al padre suo Ladon ti stavi,
dammi soccorso in ritrovar Melidia,
c'homai le membra mie son lasse et stanche.
Satiro
Povero Apollo, ognun ti dà in su 'l viso,
35col rimembrarti la selvaggia Daphne.
Melidia
Mi vuò scoprir, né più tenerlo in tempo.
Ophelio, in queste selve (si com'hora
mi par d'haver' udito) grandemente
mi vai cercando et di chiamar non cessi.
Ophelio
40T'ho ricercata sì; quanto facesse
pastor giamai smarrita pecorella.
Satiro
Alza i piè, vecchio, che tai barbagianni
prender non vuò con la mia stesa rete.
Melidia
Eccomi.
Ophelio
Io ne ringratio il nostro Giove,
45qual salva ci mantien l'amata greggia.
E s'hoggi a tempo a i sacrificii aggiungo
gli vuò offerir un don degno di lui,
poic'hor m'ha scorto ove tu fermi il piede.

[p. D1v]
Melidia
Dimmi, Ophelio gentil, padre honorando,
50dico padre d'amor' a me e a Pimonio,
e padre d'anni et di costumi ornati:
che bisogno hai di me, che di trovarmi
tanto bramoso mi ti sei scoperto?
Ophelio
Tu sai con quanto amor, con quanto zelo,
55con quanta carità, con quanta fede,
per quanto s'han potuto stender forze
d'un pastor vecchio qual son' io, gravoso
et ripien di molt'anni, c'ha cosperso
il capo e 'l petto di gelata brina,
60ho cerco sempre compiacerti in quello
ove più vago il tuo desir s'è mostro.
Onde scorgendo ov'hor lieto ti mena
Amor, che fe' di te già et di Carpalio
preda honorata, et quanto sia il disio
65d'ambiduoi di raccor quel dolce frutto
che può sol dar' Amor, poiché si mostra
il tempo a questa sì honorata impresa
atto e opportuno, a te ratto correndo
son venuto sin qui debole et stanco,
70pur' il disio c'havea di ritrovarti,
mi fea parer la via molto più breve
Satiro
per correr più leggier, vecchio ubbriacco.
Melidia
Certa sempre ne fui, benigno Ophelio,
che 'l tuo disio di compiacermi tanto
75et tal era qual hor cerchi mostrarmi.
Però, per quelle bionde et crespe chiome
onde tu, Pan, fosti annodato e avinto,
ti prego che 'n compensa di tal merto
(poiché, per esser donna, non son tale
80ch'io possa il guiderdon renderli a pieno)
facci la greggia e gli altri suoi armenti
felici sì, che non invidi alcuno
che pasca in questa sì felice Arcadia.
Ophelio
Lasciam, Melidia, questi preghi a tempo
85più commodo di questo, et attendiamo
a quel c'hor ci prepara Amor e 'l cielo.
Tu sai c'hoggi si fan quei giochi dove
lo stuolo pastoral tutto concorre,
chi una gratia chiedendo a Pan Liceo
90et chi un'altra. Ove ognuno, ignudo, in mano
una face portando, et un flagello,
se 'n va sferzando hor questa hor quella donna
acciò più lieve 'l partorir consegua.
Ivi tu sai che quel pastor et questo
95al contrasto si pone de la lotta.
Un'altro al corso si dispon leggiero.
Altri col suon de la sampogna arguta
invita quel ch'a simil canto è pronto.
Quell'altro chiama al paragon chi vuole
100porsi seco a lanciar' il pal di ferro.
Ond'hor Pimonio, il tuo fratel, si pone
in ordine per ir' a simil festa.
Et io, che 'l caso tuo nel petto serbo
la notte e 'l giorno, hor veggo che benigno,
105partendosi il fratello, il tempo s'offre
ove tu possi il tuo Carpalio, quanto
per te si può, far più contento et lieto.
Satiro
Lieto io sarei se ti vedessi morto,
et lei ne' lacci miei vedessi presa.
Melidia
110Egli dov'è?

[p. D3r]
Ophelio
Non è troppo lontano,
che di nascosto il tuo fratello attende
fin che si parta per andar' a i giochi.
Satiro
Costei vuol far morir certo il fratello.
Melidia
Tu vecchio sei, tu ben conosci et sai
115come tu guidi questi duoi amanti.
A te lascio il pensier, a te l'affanno
ch'indi potrebbe a qualche tempo uscire.
Ophelio
No, no, Melidia, mentre 'l cacciatore
si vede haver la fera circondata,
120cessar non suol fin che 'n sue man non l'habbia.
Che chi tempo ha e l'aspetta, al fin lo perde.
Satiro
Se tu non mi impedivi, anch'io voleva
quest'ordine tener' a' miei disegni.
Ophelio
Melidia, andrò correndo a dar la nov [a]
125al tuo Carpalio, com'io t'ho trovata.
Melidia
Va' pur oltre, ch'anch'io mi pongo in via.
Satiro
Ei parte, ella rimane. O buona nova.
Melidia
Se con accenti folli,
ho fatte un tempo risonar le valli
130in questi obliqui calli,
e con sospiri ardenti ho accesi i colli,
s'ho fatti un tempo languidetti e molli
col pianto i fiori, a guisa di cristalli
che irrigan d'ogn'intorno
135qualche bel prato adorno,
io spero, Amor (se 'l mio pensier non falli),
che i colli homai potrai, le valli e i fiori
ritornar lieti ne' lor primi honori.
Satiro
Finisci tosto, e movi i lenti passi.
Melidia
140S'io porsi un tempo in vano
a te, dolce signor, le mie fiscelle
con ghirlande novelle
d'eletti fiori fatte di mia mano,
s'un tempo tu solingo il monte e 'l piano
145(e per chi, non convien ch'io ne favelle)
con gli strali et con l'arco
sei scorso in ogni varco
seguendo fere pargolette et snelle,
facendone a me don senza costrutto,
150sper'h [or] ch'entrambi ne corremo il frutto.

[p. D4r]
Satiro
che potria sovraggiungere alcun'altro.
Melidia
Se la tua sovra human
sampogna cacciò un tempo oscure note,
homai sonando puote
155trar molli gli orsi e i tigri da lontana,
s'a la tua greggia un tempo fu lontana
la dolce cura in selve più rimote,
hor ne' più verdi prati
di varii fiori ornati,
160lungo un rio che soave aura percuote,
potrai, dolce Carpalio, con Melidia
star sì ch'ogni pastor ne senta invidia.
Satiro
Vien pur' innanzi. Il tordo è ne la ragna.
Melidia
Sian maledetti i cespi. Oimè, ch'a un laccio
165son presa, oimè.
Satiro
Non dubitar, sta' salda.
Melidia
Deh, lasciami. Ritorna, Ophelio, Ophelio.
Satiro
Pensa pur che partir quindi non puoi,
se non mi dai un bascio a bocca a bocca.
Melidia
Deh, satiro mio bel, non far, ti prego,
170che se 'l sapesse il fratel mio Pimonio
m'uccideria, tanto è crudel et empio.
Però facciamo prima ciò ch'io voglio
dirti in secreto, e ti fia tanto a grado
quanto altra cosa mai.
Satiro
Di' prima, et poi
175ti lascio, se fia cosa ch'a me tochi.
Melidia
Satiro mio cortese, io vuò che sappi
ch'un certo mio fratello, anzi un serpente,
sempre 'n guerra mi tiene. Ma di' prima,
si pon gli huomini ancor pigliar con questa?
Satiro
180Huomini e donne e tutti gli animali.
Melidia
Sarà al proposto. Io vuò, se tu vorrai,
pigliar con questa questo mio fratello,
che non mi vuol lasciar far del mio corpo
quanto m'aggrada. Se satiro alcuno
185a battaglia amorosa mi richiede,
overo alcun pastor, forza è ch'io neghi
simil bel gioco, ond'io, come l'ho preso
con questi lacci, non slegarlo prima
intendo ch'ei promettami non mai
190darmi fastidio alcun, né alcun disturbo,
et che mi lasci far ciò che a me piace,
e fatto ciò, subito a te mi volgo,
e me per tua, io te per mio (se piace
a te questo partito) piglierai,
195purché per esser tu di me più degno,
ch'io vil son femminella, non ti spiaccia,
né ti curi accettar questa mia offerta.
Satiro
Anzi, m'aggrada quanto dir si possa.
Ma avertisce ch'io vuò, prima che parti
200da me, come caparra de l'offerta,
che tu mi fai un bascio di quel modo
che so che saprai darmi.
Melidia
Egli è 'l dovere.
Ma perché non vidi io mai simil cosa,
però contento sii ch'io provi prima
205come regger mi reggia, e tu m'insegna.
Et per che deve tosto uscir di casa
per ir' al santo sacrificio e a i giochi,
però fa tosto et slegami.
Satiro
Ma sappi
c'huomo alcun non è buon mai di snodare
210questi lacciuo', quando si tiran troppo.
Ma uopo è alhor che si ricida il nodo.
Melidia
Fai bene ad avertirmi d'ogni cosa.
Satiro
Hor vedi et nota ben, guardami bene.
Prima farai così. Così dopoi.
215Poi ti nascondi. Et com'ei vuol passare,
tirerai questo laccio, sì che preso
ivi lo scorgerai di piedi privo.
Ma acciò che possiam viver più sicuri,
lo puoi lasciar là preso insin che cibo
220venga a gl'ingordi lupi e a gli avoltori,
ch'altramente, slegato ch'egli fosse,
ti potria dar la morte.
Melidia
Tu ben dici.
Io non havea avertito a questo punto.
Satiro
Ma se fossi quell'io che lo prendessi?
225Perché par non convenga che tu dii
morte ad un che ti sia (com' ei) fratello?
Melidia
Deh, se tu fossi, com'io sempre sono,
mal trattata da lui, tu parimente
vorresti, et non altrui lasciar tal cura.
230Io quella istessa esser vorrò che 'l traghi
di questo mondo, poi che mille volte
per lui convien ch'io morte chiami l'hora.
Satiro
Fa' dunque tu, pur che tu sappi fare.
Melidia
Aspetta, io starò ascosa, tu va' innanzi,
235passa, ch'io tirerò tanto che impari.
Satiro
Non è fuor di proposto, tira pure.
Non tirar tanto, non tirar: che fai?
Melidia
Così chi inganna altrui vien' ingannato.
Satiro
Ai malvagia, ai rubalda, a questo modo?
240Rispetto non s'ha a' satiri? Tu fuggi?
Lascia pur, lascia pur. O pecorone.
Non t'avedevi che quell'ampie offerte
apportavano seco alcun' inganno?
Ho perduto l'honor, perduto ho il tempo,
245et quasi anche la rete. O fui pur pazzo.
O ben, nissun si creda d'ingannare
alcuna donna mai, c'han di malitia
quanto si puote haver. S'io non sapessi
la via di svilupparla, o come bene
250restava qui legato per tutt' hoggi.
Meglio è ch'io vadi altrove, che la sorte
propitia mi s'è mostra qui non troppo.

[p. D6v]

9. ATTO TERZO

9.1. SCENA I

Turico solo

Turico
Turico, che ti val l'esser sì destro,
far prove ognhor con la tua stanca vita
su l'Erimanto e 'n queste selve oscure,
ne le concave grotte et ne' foschi antri,
5ne le paludi et ne' più strani balzi,
hor con orsi feroci hor con cinghiali,
(cosa nel ver' a pensar sol' orrenda,
strana a veder et mostruosa a udire)
e ogni fatica tua nel fin sia indarno,
10come s'habbi le reti al vento stese,
o contra l'ombre habbi slanzati i dardi?
Et che ti val, per far ch'ella ritorni
al reciproco amor, ch'era tra noi,
por la tua vita a mille morti il giorno?
15Dimmi, che guiderdon, che pregio o merto
sei per portar, poi che ti fugge et schiva
qual perdice falcon, qual serpe incanto?
L'altrhier, perché lasciasse un novo amante,
le promisi donar' il più bell'arco
20che si vedesse mai, qual'Athalanta
solea portar. Et le promisi ancora,
quando voglia tornar, sì bella coppa
di faggio, con due orecchie del medesmo,
che fa parer di minor pregio ogn'altera,
25Panecon Siringa, et quel d'Egle con Sileno,
qual mi lasciò morendo Alcimedonte,
dicendo: "Habbila cara, il mio Turico,
ch'altra simil non hebbe mai l'Arcadia".
Ai, non cura Stellinia questi doni,
30che più di me le ne può dar quell'altro.
Ma a che sto qui a cianciar, perché non seguo
d'ir cercando Carpalio, che s'offerse
sta mane a far per me quanto mi piace?
E lo vuò ritrovar, perché mi sia
35d'aiuto in porr'in opra un mio disegno
c'ho fatto per veder ch'ella pur m'ami.

[p. D7v]

9.2. SCENA II

Callinome. Stellinia nimphe

Callinome
Io mi credea c'hoggi le selve e i boschi
devessi ritrovar senza lamenti
de gli amanti pastori, et più che 'n altro
tempo n'ho uditi, et questo avien che poca
5riverentia et honor portano a Pane.
Meraviglia non è se la lor greggia
vien furata da i lupi, et s'ogni cosa
lor va al contrario. Oimè quanta lascivia,
quanta dishonestà regna hor tra loro.
10Si trovan certe lascivette nimphe,
non troppo lungi in questi boschi, c'hanno
certe lor cure et certi lor pensieri
che non ponno adempir, certe lor voglie
che farian meglio a porre altrove il core.
15Io pur son bella et non invidio un'altra,
e son' amata da pastori assai,
ma, non di meno, in me non puot'Amore,
ch'io non mi lascio volger di leggieri.
Che bell'udir talhor una di queste
20che segua un pastorel che lei non curi,
et ch'ella lui più che se stessa brami.
Stellinia
Che fa qui sì soletta questa nimpha
cui porta tanto amor' il crudo Erasto,
Ben che lo fugge più ch'agnella lupo?
Callinome
25L'altrhier, porgendo a le mie stanche membra
dolce riposo sotto ombroso faggio
per la caccia ch'io fei dietro una cerva,
senti' spiegando in lamentevol voce
uscir del petto alti et profondi amori
30a una nimpha che 'n vano Erasto segue,
qual me che 'l fuggo, se non può col corpo,
di seguir con lo spirto al men non lascia.
simil' a queste o tai parole usando,
fea d'ogn'intorno risonar' i boschi.
Stellinia
35A tempo qualche cosa a udir son giunta.
Callinome
"Perché vuoi tu lasciar, benigno Erasto,
d'amar nimpha sì bella com'io sono,
che tanto t'ama, sol per seguir quella
Callinome crudel', e 'n amor fredda
40via più che 'l ghiaccio, cui non cedo punto
di bellezza et d'ardir? Deh, che non vedi
che seguendo costei segui il tuo danno
et la ruina tua? Tienti pur morto,
s'avien che la sua dea mai se n'avegga."
Stellinia
45Costei dice di me certo et d'Erasto.
Callinome
"Per te, crudel più che selvaggio toro,
lasciato ho il mio Turico, pastor tale
che per cantar con la sampogna in versi,
per innestar diversi et varii frutti
50sopra un sol' arbor, non invidia alcuno.
Hor mi sovien, ch'essendo io al par di lui
vidi ne l'unghie a pellegrin falcone
vicina a morte timida colomba,
et ei col suon de la sua dolce canna
55fe' rifermar il predator su un mirto,
lasciando il volo a l'acquistata preda,
et, lei lasciata, ripigliar lo spirto.
Perché dunque mi fuggi, Erasto altero?
Perché non degni così bella nimpha?"
Stellinia
60So che di passo in passo, ad una ad una
notò le mie parole, hor segui pure.

[p. Elr]
Callinome
"Perché, lassa,"dicea, "perché rifiuti
ciò che ti dona chi per te si strugge?
Lassa, pur feci io, pur con queste mani
65quel velo ch'io ti porsi in van, che tanto
tra ogn'altra ch'opri l'ago è havuto in pregio,
ove si può veder Venere, a caso
punta dal figlio Amor con un suo strale,
seguir pensosa il giovinetto Adone.
70Quivi veder' i dolci abbracciamenti
puoi, mentre aviticchiati entrambi stanno.
Più in oltre puoi veder de i preghi i gesti
ch'ella gli fa con ammonirlo et farlo
più cauto, ch'egli lasci il seguir fere
75c'habbiano in sé qualche nociva parte.
Oltre di ciò si scorge il bel garzone
star' in battaglia col cinghial feroce,
che, stratiato da quel, riman' essangue.
Quindi schietto si vede com'in fiore
80purpureo si cangia il bell'Adone,
la dea lasciando sconsolata e trista,
tal che diresti che Natura istessa
si stupiria de l'opra di Stellinia,
sì ben con l'ago sa imitar natura.
85Perché vuoi dunque, Erasto, un sì bel dono
sprezzar, che tanti che vedendol solo
si tengono felici, anzi beati?"
E simil' altre parolette usando
c'havrian mosse a pietà l'onde et i venti.
Stellinia
90S'io non credessi ancor che 'l vago arciero
t'havesse a trappassar quel duro petto
con mille strali de' più acuti c'habbia,
con le mie man queste mie treccie bionde
troncherei sì che la natura insieme,
95volendo, non potria porle 'n mill'anni.
Callinome
Ma non è questa quella bella nimpha
che pur hor nominava? Ella è per certo.
Ecco che verso me vien passo passo.
Stellinia
S'io potessi levarle quella cinta
100che porta intorno, Amor potria ferirla.
Nimpha leggiadra, ch'ad ogn'altra togli
debitamente di bellezza il pregio,
dimmi, qual'è l'amor che qui ti mena?
Ch'esser non può, ch'essendo bella, Amore
105in te non habbia la sua gratia infusa.
Callinome
Senza ch'altri te 'l dica tu ben sai
nimpha gentil, che 'n me non ha possanza
quel cieco Amor che voi tutt'altre acceca.
Sciolta son' io da ogni pensier d'amore
110che cader possa in cor di donna. Ond'io,
quanto per me si può, ringratio quella
a cui la di noi cura ingombra il petto
via più che de l'istessa sua persona.
Stellinia
Ho più volte disio non poco havuto
115d'entrar nel vostro choro, ma una nimpha
con false paroline il cor mi trasse
da quella così degna e honesta impresa.
Callinome
Che cosa potea mai dir la malvagia
(sia qual si fosse) che potesse un core
120dal suo primo voler trar con parole?
Stellinia
Potria porr'amistà tra il nibbio e 'l corvo,
tanto sa ben parlar. Deh, nota il modo
col quale mi fe' far quant'ella volle,
ch'a punto fu in tal guisa: "O saggia nimpha,
125se tu sapessi de le mille parti
sol' una quanto è amor dolce et soave,
tu lasceresti quell'ambrosia ch'usa
tutto il choro divin ne l'ampio cielo.
Altre fragole sono et altre ghiande,
130altre poma, altri frutti quei ch'amanti
soglion nel bel giardin coglier d'Amore.
Che qui si vede quanta forza un pasto
sol di quegli habbia, ch'una donna brutta,
brutta quanto si voglia, dopo il gusto
135di simil frutto, a guisa di serpente
si spoglia di bruttezza e beltà prende.
Però tu che fra l'altre belle bella
sei, se gustasti un amoroso frutto
a la madre d'Amor faresti invidia,
140e alhor vedresti questo et quel pastore,
anzi questo et quel dio sacrarti altari,
et adorarti come dea del cielo."
Ma, oimè lassa, che 'l contrario tutto
di ciò pur m'intraviene, ch'un pastore,
145come tu sai, invan seguo et adoro,
onde 'l mel mi si fa fele et veleno.
Callinome
Quando un si sente 'n qualche error' avinto
vorria che 'n quel cadesse il mondo tutto.
Astuta ben saria quella, et accorta,
150che me con bel parlar la mente altrove
per volger fosse mai da quel che prima
mi mostrò il cielo in sin da' tener anni.
Stellinia
Deh, se sei nimpha, come mostri, adorna
di cortesia, deh, non negarmi il primo
155piacer che 'l troppo ardir mio ti chied'hora.
Callinome
Chiedi ciò che tu vuoi, che se fia cosa
che si possa per me, non te la nego.
Stellinia
Mostra, ti prego, quella benda ch'opra
sì forte contra Amor lascivo, s'io
160di veder tal mister però son degna,
tanto che 'ntorno la mi cinga alquanto,
per sentir se l'amor da me si parte,
ch'a seguir quel pastor mi sprona et punge.
Forse a voi ne verrò per prendern' una,
165che 'n vero ho invidia al tuo felice stato,
mentre solinga, senza Amor 'intorno
Seguendo vai hor questa fera hor quella.
Callinome
Quantunque espressamente ci habbia imposto
l'alta reina nostra che da torno
170non si sleghiamo a tempo alcun tal fascia,
non di men son contenta compiacerti,
tanto che invochi il triplicato impero
de la mia dea che 'n tuo favor si volga.
Poi vuò che tu mi renda il mio legame.
Stellinia
175Ah, nimpha più cortese che natura,
non dubitar, farò quanto a te piace.
Callinome
Slegal tu stessa.
Stellinia
O membra delicate.
Eccolo, sii contenta, poic'hai fatto
il più, di far' il men. Legalo, nimpha,
180che da me non potrei. Tu stringi forte.
Callinome
Sorella mia lo stringer forte importa,
che se non fosse stretto, il suo vigor,
se non del tutto, in parte perderebbe.
Stellinia
Stringe quanto tu vuoi, quanto ti pare,
185che tu ben dei saper come si faccia.
Hor porge a la tua dea qualche preghiera.
Callinome
O alta dea, che i bianchi cervi desti
a un tempo e affreni e arresti,
figlia del re del cielo,
190ch'al tuo bel frate 'n Delo
del ventre uscendo aiuto almo porgesti,
pel tempio ove s'accendon tanti lampi,
sì che par che tu avampi,
pe 'l tripartito impero,
195il più benigno e 'l fero,
et per l'altro ove noi tue nimphe accampi,
non ti sdegnare che questa virile
saggia nimpha et gentile
venga sotto il tuo freno
200nel bel contorno ameno
con noi cacciando, nostro antico stile.
Sappi reina, che le ha tocco il core
lo spirito migliore
con apparente raggio,
205qui sotto questo faggio,
ond' ella vuol lasciar Venere e Amore.
Stellinia
Sento pastori assai tra queste frondi
venir con passo frettoloso et presto,
leva, su, non istar più così, nimpha.
Callinome
210Chi son costor?
Stellinia
É parte di pastori,
c'hoggi van celebrando intorno intorno
i giochi che si fanno a Pan Liceo.
Callinome
Rendemi, nimpha, la mia benda prima
ch'aggiungano, fa' tosto.
Stellinia
Aspetta, aspetta,
215vuoi che veggan che m'alzi e panni al vento?
Tantosto passeranno, ecco son giunti.
Tanto più tempo Amor 'havrà di trarle.
Callinome
Oimè.
Stellinia
Non dubitar, che non dan noia.

9.3. SCENA III

Sacerdote. Choro

Sacerdote
Tu, c'hai le corna risguardanti al cielo,
fisse ne l'ampia fronte et spaciosa,
con bianca barba che del petto ascosa
tien la parte maggior col lungo pelo;
5Tu, che 'n vece di vesta o d'altro velo
porti il gran cuoio cinto,
di bel color dipinto,
et con macchie distinto,
che stupor grande apporta, o Pan Liceo.

[p. E5r]

Il Choro risponde in musica.

Choro
10O Pan Liceo, o Pan Liceo.
Sacerdote
Tu, che come ver re lo scettro tieni
ne l'una man come celeste dono,
ne l'altra lo stromento onde quel suono
sì dolce trahi ch'ogn'empio cor' affieni;
15Tu, che con piè di capra vita meni,
con faccia di colore
tra rosso e nero, il core
mostrane e 'l tuo favore
tanto grato a ciascuno, o Pan liceo.
Choro
20O Pan Liceo, o Pan Liceo.
Sacerdote
Habbi del gregge et de l'armento cura,
che va pascendo in queste folte selve,
ove sta d'ogn'intorno d'aspre belve
stuol che l'ancide et di nascosto 'l fura.
25Guardalo ognhor da incanto o da fattura,
guardalo da ogni male,
poiché gli è tanto frale,
se 'l pregar nostro sale
in sino a le tue orecchie, o Pan Liceo.
Choro
30O Pan Liceo, o Pan Liceo.

9.4. SCENA IV

Callinome. Stellinia

Callinome
Deh, dimmi, nimpha mia, perché cagione
Portano que' pastori quel flagello?
Se sai tanto mistero et s'io son degna
di saperlo.
Stellinia
Lo tengono per questo,
5che le donne che son gravide vanno
loro incontro et si fan batter le mani,
perché più lieve il partorir lor venga.
Et se vi è donna alcuna che giacendo
con l'huomo divenire non possa madre,
10subito par che 'l far figliuoli impetri.
Callinome
Rider tu mi farai. O volentieri
(se però non ti scommodo) verrei
a veder tutto il resto di que' giochi,
che 'ntendo che si veggon belle cose.
Stellinia
15Bellissime nel ver. Ma chi ti tiene?
Callinome
Dubito che Diana nol risappia.
Stellinia
Deh, che vuoi star d'haver un giorno lieto,
il qual sì tosto più non vederai,
per dir che temi che Diana il sappia?
20Andiamo, andiamo, chi vuoi che le 'l dica?
Callinome
Gl'invidi del mio ben. Se mi prometti
di tacer, ne verrò.
Stellinia
Per questo giorno
tanto solenne ti prometto ch'io
son per tacer. Andiamo.
Callinome
Dammi prima
25la cinta mia.
Stellinia
Andiam pur, c'hor te la rendo.
Fatt'ho pur tanto che cagione ancora
sarò di far precipitarla et porla
in disgratia a Diana e a le compagne.

[p. E6v]

10. ATTO QUARTO

10.1. SCENA I

Erasto solo

Erasto
Ch'oltraggio, Amor, mi puoi tu far maggiore
che pormi innanzi a gli occhi il fonte chiaro,
et l'acqua sia profonda, s'io vuò trarne?
Callinome, la mia nimpha sdegnosa,
5mi conducesti innanzi a i sacrifici
in tempo che da me non si potea
far cosa che 'n spiacer fosse di Pane.
Ma non so imaginarmi onde proceda
che fosse 'n compagnia di quella nimpha,
10che di pregio due coppie val d'agnelle,
et io, pazzo, il lasciai, che pur devrei
amar chi m'ama et lasciar chi mi fugge.
Ma Amor n'è la cagione, egli non vuole.
Ma lascia, lascia, ingrata, se Diana
15può mai saper che 'n mezo di pastori
hoggi sei stata a rimirar lor giochi,
ti darà quella pena che tu merti,
et s'altri non le 'l dice, io sarò quello
che 'nnanzi a lei t'accuserà del fallo.
20Ai, duro Erasto, che? Potrai soffrire
d'usar simil oltraggio a la tua nimpha?
Non sai che ben per mal render si deve?
Se ben sin qui s'è mostra a te crudele,
forse lo fa perché a le sue compagne
25non dia sospetto alcuno o alcuno inditio.

10.2. SCENA II

Orenio. Erasto

Orenio
Deh, perché non mi diede 'l ciel cent'occhi
alhor ch'io nacqui, come diede ad Argo?
O m'havesse egli almen l'acuta vista
del lince data o de l'augel di Giove,
5acciò scorger potessi di lontano
il giovinetto Erasto. Ai sorte iniquia,
ai maledetto fato, o giorno oscuro.
Erasto
Misero me, che lamentevol voce
è quella ch'odo del pastor Orenio?
Orenio
10Deh, Amor, non ti rincresca, se i miei preghi
vagliono appresso te punto, di pormi
dritto verso il camin dove sia Erasto.
O Erasto infelice, Erasto c'hora
non hai di ben sin qui giamai gustata,
15come ti è tolta ogni speranza buona
di poter conseguir mai tuo desio?
Quando saprai, o Erasto, la tua nimpha
in pericol di morte ritrovarsi,
deh, che farai, meschin, di', che farai?
Erasto
20Udito non m'ha ancor, né ancor m'ha visto.
Orenio, Orenio.
Orenio
O caso horrendo et strano.
Erasto
Orenio?
Orenio
O, tu se' qui.
Erasto
Più volte, Orenio,
io t'ho chiamato, ma di quei più sordo
sei che sogliono star d'intorno al Nilo.
Orenio
25Perdonami il mio Erasto, che 'l gran caso
ove havea posto ogni mio senso e vista
è cagion ch'io non veggo et ch'io non sento.
Erasto
Non altramente che da vento scossa
foglia leggiera, il cor nel petto trema,
30quasi presago di futura ambascia.
Ma venga sopra me ciò che di male
può mai fortuna dar' in un sol punto,
pur che sia salva la nimica mia.
Orenio
A punto, Erasto, quella nimpha bella
35che tu speravi pur volger col tempo,
hoggi l'ultimo dì fia che la veggi,
(o gran sciagura) eccetto se la sorte
tanto propitia non le fosse, ch'oltre
il giuditio ch'io fo non me 'ngannassi.
Erasto
40Oimè, che cosa, Orenio, da te intendo.
Dimmi, ti prego, questa gran cagione,
che più non son per contemplar quel viso,
viso ch'a un tempo mi da vita et morte.
Orenio
Benché, Erasto, mi paia duro et aspro
45il raccontarti cosa onde 'l dolore,
che 'l cor t'ingombra ti raddoppiie accresca.
Pur, perché tu, possendo, al caso trovi
qualche rimendio, benché spero invano,
ti farò aperto quel che t'era occulto.
Erasto
50Se gli è mal, o gran Giove, che sia senza
qualche rimedio, dammi morte prima
ch'altro dolor al mio dolor aggiunga.

[p. E8v]

10.3. SCENA III

Stellinia. Orenio. Erasto

Stellinia
Ecco il mio Erasto, ecco il mio dolce amante.
Orenio
Erasto mio, gentil come figliuolo,
tu sai c'hoggi Callinome tua nimpha,
condotta da maligna et fera stella,
5venne a veder' i sacrifici nostri.
Stellinia
Di Callinome è 'l lor ragionamento,
non può far ch'io non oda qualche cosa.
Erasto
Io la vidi per certo con Stellinia,
et mi parea veder' a punto un tauro
10che nel contrasto habbia perduto, et tronco
si senta l'un de' corni, sì smarrita
si mostrava nel viso.
Orenio
Dubitava
di quel che gli è avenuto, che Diana
e le compagne già ogni cosa sanno.
15Ma chi si può schifar da male lingue,
che potrian porre tra la pace istessa
ardente guerra? Onde la dea sdegnosa
e piena d'ira in lei di modo è accesa,
che per le nari, a guisa del mont'Ethna,
20sparge tal fiamma, che 'l suo proprio cerchio,
quantunque freddo, accenderia volendo.
Erasto
Oimè, ch'io temo che quest'ira et sdegno
non sia cagion di più che d'una morte.
Orenio
Questo non so, so ben ch'a questa nimpha,
25per quanto si comprende, incresce assai
di non t'haver per suo compagno tolto,
poiché sovente con parlar sommesso
par che 'l tuo nome sospirando chiami.
Erasto
Amor forse l'ha punta. Ah dunque, Orenio,
30s'usa così verso il tuo Erasto, a darli
con tanto amar questa sì dolce nova?
Orenio
Dolce nova ti par ciò ch'io vuò dirti?
Non dei dunque saper perché ti chiami.
Erasto
Aspetto che me 'l dichi.
Orenio
Oimè, Diana,
35non sapendo in qual guisa darle morte
onde stratio ne porti et pena molta,
vuol che sola si ponga a sol contrasto
con lo più alpestro e horribile cinghiale
che pascesse giamai su l'Erimanto.
40Et perché sa che tu le porti amore,
e ch'altri come tu non è che l'ami,
altro aiuto dal ciel che 'l tuo non chiede,
ond'hor ne le tue man due vite a un tratto
veggio e due morti all'improviso offerte,
45che, se morir lasci costei, la morte
A te procuri, e a te la vita serbi
s'a la vita di lei soccorso porgi.
Erasto
Oimè, che è quel ch'io odo?
Orenio
Homai pon fine
a i sospiri, et con fatti et con parole
50cerca lo scampo suo, purché l'aiuti.
Erasto
Che vi posso far' io senza tuo aiuto
et senza tuo consiglio? Che ben sai
che in giovenil' età non è 'l sapere
che star suol in canuta. Però pensa
55se cosa sai che 'n tal bisogno possa
esser di giovamento alcuno.
Orenio
É vero
ch'appo me già tener solea un secreto
che mi faceva invitto in ogni impresa,
ma perché gli anni et la mia bianca chioma
60più non ricercan far di questa vita
prova di simil sorte, a pena credo
che soverrammi dov'i' l'habbia posto.
Stellinia
Fa' pur quanto tu vuoi, che poco aiuto
dar si può a quel che 'n simil caso è posto.
Erasto
65Non ti rimembra al men ciò che bisogna
a porlo insieme?
Orenio
Sì, ma non è cosa
che si faccia sì tosto come pensi.
Prima bisogna haver midolla et peli
del capo et de la fronte di leone,
70sangue di drago, et schiuma di destriero
che sia stato in battaglia vincitore,
legate ad unghie di cane con nervo
e con cuoio di cervo, over di damma.
Ma hora mi sovien dove l'ho posto,
75andiam, ch'io l'ho a man salva.
Erasto
Andiamo, Orenio,
che del più ardito paio di mie' agnelli
ti faccio don, se questo ha buon effetto.
Orenio
Fatt'io la prova ho più di diece volte.
Stellinia
80O, fosti per lo collo a un tronco appeso,
Isposto a' corvi in solitario bosco.
Erasto
Andiamo adunque, et non tardiam di gratia,
che s'io soccorro lei con questo aiuto,
ben sarà tigre, od orsa se poi nega
85di volermi accettar per suo compagno.
Orenio
Con questo patto pria l'astrengeremo.
Erasto
Fuor di proposto non mi par che sia.
il ciel ne sia propitio, Amor', e Pane.

10.4. SCENA IV

Stellinia sola

Stellinia
Misera me, ch'io credea haver la lepre
al veltro posta in bocca, et ne fia lungi
più che non è da questa pianta al cielo.
Che t'è giovata la tua bella industria
5per far levar Callinome del mondo,
se questo vecchio le va a dar soccorso?
A te stessa Stellinia hai pur' il male
finalmente trovato. Ah, che farai?
Se costei vince col favor del tuo
10gentil' Erasto, a lui si darà in preda,
et tu sarai Stellinia al fin' esclusa,
sì che gli inganni tuoi a te fan guerra.
Ma non poss'io, prima che dia soccorso
questo vecchio a la nimpha, far Diana
15del tutto consapevole et narrarle
ciò c'hora ho udito? E in ver parmi un'aviso
molto al proposto. Ma che farò poi?
Com'Erasto mi vegga andar a lei,
o che sappia, che questo habbia io scoperto,
20mi vorrà mal da morte. Onde, credendo
far ben, potrei far mal; meglio è ch'io lasci
far fortuna, che forse questo vecchio
ebbriaco non sa ciò che si dica.
Ma se i disegni miei non hanno effetto,
25già non senza ragion questo m'aviene.
Pensa, pensa, Stellinia, che Turico,
infelice pastor, senza ragione
et senza alcuna causa abbandonasti.
Hora il ciel vuol punirti, né vuol ch'unque
30un tuo disegno a buon' effetto venga.
Dunque, che dèi tu fare? A qual partito
ti dèi tener? Dèi tu seguir' Erasto,
o ritornar' in gratia al tuo Turico?
Qual capriola ch'anzi a gli occhi tenga
35il precipitio et a le spalle i lupi,
Stellinia, sei, et qual posto in un bosco
ove sian più sentieri, et qual sia quello
ov'egli intende non conosce punto.
Che debbo i' far', Amor? Che mi consigli?
40Qual via debbo tener? Dammi la mano
e mi conduci a quel miglior partito
che tu conosci e che tu già prevedi.
Ma a che, Stellinia, vuoi seguir pastore
ingrato? Volge, volge 'l tuo desio,
45e ritorna a Turico e lascia Erasto.
Deh, poiché questa dilettosa erbetta
me 'nvita, non poss'io stender le membra
incontro a questo Zephiro soave?
Che forse Amor, di me pietà prendendo,
50mentre sicura in questo bosco ameno
dormirò alquanto, inspirarammi, et quello
ch'io segua o lasci mostrerammi in sogno.
Riposa appresso me, dardo fidele,
e rendemi sicura da ogni oltraggio
55che 'ntravenir mi possa in questo loco.

[p. F4r]

10.5. SCENA V

Carpalio. Turico

Carpalio
Considerando il mio gran mal, Turico,
c'ho sofferto sin qui, render s [icuro]
ti puoi che 'n questo son per porr'ogn'opra
(che ch'ella sia) per amor tuo.
Turico
Farai,
5gentil Carpalio, ad huom piacer cui tempo
punto non leverà di rimembranza.
Carpalio
Se lei, Turico, aggiungo, et che sia sola,
pensa pur ch'io farò ciò che tra noi
habbiam deliberato.
Turico
Va' pur via,
10ch'io farò al detto fonte ch'è qui appresso.
Carpalio
Non in tempo più commodo di questo
poteva intravenir, c'hor non si vede
alcun pastor per bosco né per selva.
Ch'ognuno è ito a quella fera impresa
15di quella nimpha di Diana, astretta
a porsi al gran contrasto del cinghiale.
Turico
S'ella ne scampa, fia voler del cielo,
ma non già per sua forza. Ma lasciamo
questo da parte. Va', Carpalio, et cerca,
20che non troppo lontan quindi esser deve,
s'a quel pastor creder si dee.
Carpalio
Gli è huomo
da me fidel provato in ogni conto.
Turico
Hor va', che là t'aspetto.
Carpalio
Io vado, io vado.

10.6. SCENA VI

Carpalio solo

Carpalio
O Amor, di quante cose sei cagione.
Vedi come tu privi l'huom d'ingegno,
che per haver Turico la sua nimpha
non si cura di por mia fama a rischio.
5Che s'io piglio costei, et che per forza
la leghi, si dirà per questi boschi
ch'io son pastor malvagio et ch'io fo cose
crudeli. Che? Per questo poi Turico
si crede di tornarla a le sue voglie?
10E far che s'ella vuol ch'ei la disleghi
gli prometta di far ciò che a lui piace?
Carpalio, tu ti metti a un gran periglio.
Se l'huom non pon la vita per l'amico,
per chi porralla? Se 'l buon vecchio Ophelio
15non m'havesse la sua man destra porto,
quando havrei dato fine a' miei martiri?
Quando principio al mio gioioso stato?
Per lui pastor son fatto il più felice
che pasca greggia ovunque gira il sole,
20et per lui su salito in ciel mi trovo.
Non è nel mondo vita più felice
di quella del pastor, dica chi voglia,
quando ha sue gregge sane, et qualche nimpha
gli porti amor. O incomparabil gaudio,
25o soave piacer, o bel diletto
veder' alhor ch'a un fonte, a un chiaro rivo,
che intorno ha varie herbette et varii fiori,
circondato da pini e da alti abeti
da verdi lauri et da ramosa quercia,
30una nimpha leggiadra, scalza et scinta,
sovraggiunga, ch'alhor da qualche loco,
ove l'ombra invitava al riposarsi,
se n'era uscita sonnacchiosa et stanca
per qualche caccia, e 'n quel si tuffa et lieta
35si rinfresca le man, la faccia, e 'l collo.
Ma non vuò far più indugio, perché quanto
ho promesso a Turico attender voglio.
Ma non veggio io sotto quell'arbor nimpha
che risomiglia a quella di Turico?
40Quando vuol far' il ciel contento un huomo,
nulla in contro li può fortunaria.
O, fusti qui, Turico, che potresti,
mentr'ella dorme, a' tuoi desir dar fine.
So che dorme di cor. Come l'herbette
45da Zephiro commosse le fan rezzo.
O benedette mani incrocicchiate,
O felice faretra, che quel viso
sì delicato sostener sei degna.
Potrò star io che da sì bella bocca
50non spichi un bascio saporito et dolce?
Non posso star: ah, che? Non sai che fede
servar si dee a l'amico? Farò piano,
chi lo saprà, ch'alcun non v'è? Quest'antri
mi scopririan. Deh, basciala. Non voglio,
55ch'ancho servar la fé si dee ne' boschi.
Deh, non si serva pur ne le cittadi.
Non vuò far tale scorno al mio Turico.
Potrò soffrir levarla da quel sonno
così soave et dolce? Potrò mai
60patir' io d'annodar quelle man bianche?
Horsù, l'amor et la promessa fede
mi sprona, non è tempo ch'io ritardi.
Vuò legar prima i piedi acciò non fugga.
Non ti mover, di gratia, insin che l'opra
65non ho compita, e 'nsin che l'una mano
non ho congiunta a l'altra. Farò ancora
di modo ch'ella non vedrà chi l'habbia
legata. So che l'orso, il tasso, e 'l ghiro
perderia seco. Il ciel così ha conchiuso.
70Par che si mova. Io me ne vo a Turico.

10.7. SCENA VII

Stellinia. Satiro

Stellinia
Oimè, ch'è questo? Oimè, chi qui m'ha avinta?
Chi è stato questo tristo? A questo modo?
Ai, misera Stellinia, oimè infelice.
Deh, che farai, Stellinia sventurata,
5così soletta in questo bosco oscuro?
E già la notte s'avicina e 'mbruna?
Deh, perché 'l ciel non manda qui un pastore
che mi venga aiutar' a l'improviso?
Satiro
Io sento lamentarsi fortemente,
10et mi par voce feminil. Se cieco
non son, questa è una nimpha ch'è qui presa.
O caso strano.
Stellinia
O satiro malvagio,
O satiro crudele. Certo è stato
egli che m'ha qui avinta.
Satiro
O bella nimpha,
15chi è stato quel sì tristo et sì perverso
che qui t'avinse?
Stellinia
Se tu non sei stato,
imaginar nol mi saprei giamai.
Satiro
Non dir già questo, nimpha, ch'io non fui,
et mi vergognerei far tale scherzo.
Stellinia
20Se non sei stato tu, slegami adunque.
Satiro
Slegarti? O, o, non sai ch'io son nimico
di voi nimphe, che noi satiri tanto
havete 'n odio.
Stellinia
Slegami, di gratia.
Satiro
Dammi il tuo nome.
Stellinia
Il mio nome è Stellinia.
Satiro
25Stellinia?
Stellinia
Sì, Stellinia.
Satiro
A punto è dessa.
Dove è il tuo arco?
Stellinia
Eccolo là.
Satiro
Di tasso.
É questa.
Stellinia
Che vuoi far, di', del mio arco?

[p. F7r]
Satiro
O, o, che ne vuò far hora il saprai.
Hoggi da me non sei per dipartirti,
30che su quest'herba fresca et a quest'ombra
vuò giocar teco a singolar battaglia
del modo che natura e Amor comanda.
Stellinia
Deh, slegami, et dopo ciò che tu vuoi
chiedemi, che l'havrai.
Satiro
Ciò, che t'ho detto
35voglio, et non altro.
Stellinia
Io ti farò contento,
ma slegami, di gratia, che le mani
tutte son dormentate, né le sento.
Satiro
Mi prometti di dar ciò che ti chieggio?
Stellinia
Lo ti prometto, dico.
Satiro
Ecco, ti slego,
40ma guarda non fuggir, che ben tu sai
quanto son'io di te via più veloce,
onde poi ti farei la più scontenta
donna ch'al mondo o in queste selve sia.
Sei slegata?
Stellinia
Sì sono, et ti ringratio.
Satiro
45Ogni promessa è debita.
Stellinia
Gli è 'l vero.
Ma, satiro mio bel, satiro ornato,
sappi, se vuoi con me far cosa alcuna
(come so che vuoi far), vuò pria che tenghi
(per esser donna vergognosa alquanto)
50a gli occhi questo velo, che non mai
ardirei discoprirti quel che volle
che 'n donna fosse la natura ascoso.
Satiro
Io son contento far ciò che tu vuoi,
pur che sicuro sia che tu non fugga.
Stellinia
55Tien saldo questo lembo de la vesta,
e tienlo stretto, se tu temi ch'io
voglia ingannarti. Sei sicuro ancora?
Satiro
La vuò tener con ambedue le mani.
Stellinia
Tu mostri di fidarti mal.
Satiro
Parole.
60Horsù, veniamo al fin, vuoi tu abbendarmi?
Stellinia
Sì voglio.
Satiro
Horsù, di' pur, che vuoi ch'io faccia?
Stellinia
Corcati in terra ch'appo te mi corco
hor' hor' anch'io.
Satiro
Su corcati.
Stellinia
Horsù aspetta,
oimè mi vuoi fiaccare? Aspetta alquanto.
Satiro
65Non posso più aspettar.
Stellinia
Sei frettoloso,
aspetta, dico, ch'io vuò prima dire
certi miei preghi a Venere e a Cupido
perché buon fin nostro desio consegua.
Satiro
Di' pur ciò che tu vuoi, purché sia breve.

[p. F8r]

Mentre la nimpha dice le infrascritte parole, lega la sua sopravesta aperta dinanzi a un albero vicino. Et poi si parte pian piano.

Stellinia
70Venere bella, e tu, suo figlio Amore,
concedete a' duo amanti
che mai non gustin pianti,
ma sempre lieti in più fervente amore
(mentre scalda del sol l'ardente raggio)
75godino fresco e sempiterno maggio.
Satiro
Hai tu finito? Di'? Tu non rispondi.
O là, sei sorda? Dimmi, hai tu finito?
Costei perduta ha la favella. Il lupo
forse l'ha prima vista. O nimpha, o nimpha.
80Che fai? Tu non ti movi. Scoprirommi
il viso. Io romperò i patti. Parla.
Mi slegherò. Tu non me 'l credi? Ai trista,
ai rubaldella, ah pecoron son io.
O sciocco, come sei stato schernito
85da queste nimphe. Che? Non ti ricorda
come quell'altra ti beffò stamane?
O feminil' astutia, o inganni rari.
S'io ti potessi haver non scamperesti.
Non più m'ingannerai, se più ti trovo.
90Ma a che tard'io? Perché non vo a cercarla?

11. ATTO QUINTO

11.1. SCENA I

Satiro solo

Satiro
Io credo che costei si sia disfatta
o che si sia conversa in fior o in fonte.
Ho ricercati i più riposti luochi,
tutti i cespugli et tutte le caverne,
5né l'ho mai ritrovata, et qui pur anche
son le sue robbe. Debbo ritornare
per veder pur s'io trovo alcun vestigio?
Sì ben, ch'io cercherò quest'altra parte.
Ma non è meglio che l'aspetti alquanto?
10Perché converrà pur che qui ritorni,
havendovi lasciata la sua vesta.
Ma se fossi veduto qui vicino
a queste robbe ad aspettar costei,
ognun potria pensar c'havessi fatto
15qualche oltraggio a una nimpha, onde potrei
portarne alcun' insulto da' pastori.
Ma che? Non se ne vede alcun, che tutti
hor son' intenti a i sacrifici loro.
Tuttavia il tempo è innanzi et si fa sera;
20onde, in frotta venendo, potrian darmi
il mal'anno. Ma che? Starò nascosto.
Deh, ch'io non son da tanto che di novo
senza ch'ella mi veggia? Qual migliore,
qual più ispedita, et qual più bella via
25fia mai di questa? Se vorrai portarne
quindi queste tue robbe, vuò ti costi.
Ti farò star per tutta questa notte
intiera a far la vegghia a questi boschi.
Non vuò mai che si dica che da donna
30sì obbrobriosamente io sia deluso.
Io voglio aprir quest'albero in due parti
e appendervi ogni cosa, et mentre ch'ella
si crederà sicura di levarle,
vuò che vi lasci in pegno ambe le mani,
35od una almen, che questo poco importa,
ch'una sol mano, ancora che sia sciolta,
non havrà tanta forza che s'aiuti.
Per forza i' non la vuò, che gli è 'l dovere
pagar l'inganno con un altro inganno.
40Che sto dunque a tardare? O, come è duro.
Altra forza, che questa per aprirlo
non bisognava a punto. O, starà bene
come vi ho posto questo legno. O buono,
ch'ella senza alcun dubbio al primo tratto
45vi porrà il braccio over le mani sopra,
il qual toccato, l'arbor si rinchiude,
sì che qui rimarrà. Ma se ne scampa,
vuò dir che donne han col diavol parte.
Quindi poco lontan starò nascosto.
50A nasconder mi vo, credo che venga.

11.2. SCENA II

Stellinia. Satiro

Satiro
Io non lo veggo, certo è andato altrove.
Ah ah, rider conviemmi, questa bestia
che si credea ingannarmi. O gran peccato
ch'io non lo contentassi.
Satiro
Vieni, vieni.
5Piglia la vesta, se tu vuoi ch'io rida.
Stellinia
Ma dov'è la mia vesta? Forse questo
buffal per mio dispregio l'havrà tolta.
Ma dov'è l'arco? La faretra, e 'l dardo?
O, o, le veggio. O pecora, ha creduto
10Di farmele cercar. Forse ha pensato
Ch'aggiunger non vi possa. O bella prova,
O bello scherno.
Satiro
Senti, senti come
mi vitupera et morde.
Stellinia
O, che vuol dire
che quest'albero è aperto?
Satiro
Oimè, l'aguatto
15discoprirà.
Stellinia
Costui nel salir forse
qui sopra per lo peso l'ha schiantato
in due parti.
Satiro
Ha proposo ella et risciolto,
più non temo. Su, spacciati e fa' tosto.
Stellinia
20Ma non vuò star più qui, che la disgratia
non rimenasse qui quell'animale,
Ch'egli mi dee cercar per queste selve.
Bisogna che mi slunghi et che m'ingegni.
Oimè son morta, oimè, oimè meschina.

[p. G2v]
Satiro
25Ecco che 'l tordo è dato ne la pania.
Stellinia
O satiro malvagio, oimè, di novo
mi ci ha pur colta. Oimè, questo è un inganno
novo che 'l maledetto qui m'ha [a] tteso.
Oimè, da me non posso, oimè, il mio braccio.
30O me infelice.
Satiro
Sì tu vi sei giunta?
A questo modo tu ti pigli gioco
del fatto mio? Così i satiri inganni?
Perfida et disleale.
Stellinia
Oimè ­eschina
Mi chiamo in colpa, oimè, di ciò c'ho fatto.
Satiro
35Colpa a tua posta.
Stellinia
Eh aiutami, ti prego.
Satiro
Aiuto non havrai da me, ch'usarmi
non devevi tal' atto.
Stellinia
Oimè, l'amore
de la mia castità questo volea.
Satiro
40L'amor ne i dei maggior dev'esser sempre.
Stellinia
La fede che già diedi al mio compagno
questo non richiedea.
Satiro
La fede c'hebbi
inverso te quando ti diedi aiuto
questo non meritava. Deh, che vuoi
45parlar di fede? Poi che fede 'n donna
si può scorger di rado. Fede in donna?
Non mai più crederò, che si ritrovi.
Donna malvagia. "Vergognosa sono."
"Metteti un velo a gli occhi." Tristarella,
50sfacciata che tu se'.
Stellinia
Non son per trarre
più da costui pietà, poic'ha sì in odio
il sesso feminil.
Satiro
L'ho in odio a punto
che voi donne cagion sete, che l'huomo
non habbia in questo mondo alcun riposo.
Stellinia
55Perché, satiro mio, hai qualche sdegno
d'altra cagion, sol per sfocarti contra
le donne hor ti se' opposto. Ma, ti prego,
lascia quest'ira tua che sì t'acceca
e torna in te, che d'haver noi a schifo
60forse ti roderai, et d'haver detto
contra noi cosa che sia men che degna.
Satiro
Favole.
Stellinia
Eh dammi, satiro gentile,
aiuto, che vedrai ch'a servir donna
non si può perder mai, anzi s'acquista.
Satiro
65Di' pur ciò che tu vuoi.
Stellinia
Deh, dammi aiuto.
Satiro
Deh sì, per Dio.
Stellinia
E se poi non ti faccio
contento, d'ogni morte fammi rea.

[p. G3v]
Satiro
Ma che? Havendo costei ne le mie forze,
per suo maggior dispregio, per l'inganno
70che m'usò poco dianzi, non debbo io,
senza riguardo haver' a l'honor suo,
adempir le mie voglie?
Stellinia
Oimè meschina.

11.3. SCENA III

Turico. Satiro. Stellinia

Turico
Oimè, che fa quel satiro malvagio
qui d'intorno a Stellinia?
Satiro
Pensa pure
che mi vuò contentar senza aiutarti,
ma lasciandoti pur così qui presa
5come tu stai, perché sì tosto fuori
non saria di periglio che di novo
con qualche inganno qui mi troverei
deluso. Non mai più mi fido in donna.
Turico
Oimè meschino.
Stellinia
Ai povera Stellinia.
Satiro
Sì tu piangi?
Turico
10Ai rubaldo, comportarti
debbo io questo giamai?
Stellinia
Aiuto, aiuto.
Turico
Gli è tempo homai. O là, Silvan, Dametha,
Carpalio, su, pastori, su, correte.
Oimè, la mia Stellinia, adosso, adosso.
Satiro
15Oimè rotto è 'l disegno.

[p. G4r]
Turico
Dalli, dalli.
Satiro
Tempo non è di star più qui.
Turico
Tu fuggi.
Non dubitar, Stellinia, io son Turico,
Ch'a tempo e ad hora ti può dar le mani.
Stellinia
O Turico gentil, gentil Turico,
20deh, se calti di me, dammi soccorso
ch'ad altro effetto il ciel qui non ti spinse.
Turico
Ecco ch'io vuò aiutarti, tu fa poi
ciò che ti piace: assai mi basta ch'io
ti mostri l'amor mio tanto più verde
25quanto fu il tuo ver me sempre più secco.
Stellinia
Quando potrò giamai, anima mia,
conforto mio, di questo sì bel merto
farti pago et contento? Che se i cieli
mi concedesser di mill'anni vita,
30renderti il guiderdon mai non potrei.
Turico
O giorno aventuroso, o giorno lieto,
tanto più accetto quanto men pensato.
Ecco la vesta tua, ecco ogni cosa.
Stellinia
Aiutami, Turico, a rivestire,
35ch'io non ho forza.
Turico
Che? Ti duole? Lascia
veder, non dubitar. Eh, non vi hai male.
Deh, se'l duol non è tal che ti rincresca
il raccontarmi, come a questa guisa
con tanto obbrobrio sei qui stata presa
40a periglio di perder l'honor tuo,
nol mi negar, poich'ogni tuo scontento
m'annoia e ogni piacer tuo mi diletta.
Stellinia
Due volte, anima mia, qui in picciol tempo
son con due scorni stata avinta et presa.
45La prima sallo Dio sol, ch'io non vidi
ch'egli si fosse, che dormiva; e l'altra
quel satiro malvagio mi ci accolse,
il qual'ha fatto tutto ciò c'hai visto
sol perch'a lui di me copia non feci
50alhor che m'aiutò, legata essendo.
Turico
O bella cosa s'io vi fossi stato.
Ma il tristo ha havuto ardir di farti oltraggi
sì enormi perché ben sapea che tutti
noi altri eramo intenti al sacrificio.
55Ma s'io non era da un compagno mio
nel camin ritenuto, i' giungea a tempo.

[p. G5r]
Stellinia
Ma chi è questo pastor che 'n qua ne viene?
Turico
Quest'è Carpalio mio, pastor cortese,
qual satio di lodar non sarò mai.

11.4. SCENA IV

Carpalio. Turico

Carpalio
Ho sentito gridar' ad alta voce
e mi parea Turico. Ma lo veggio
ch'egli sostien col collo assai contento
a la sua nimpha un braccio; egli già deve
5con lei redintegrata haver la pace.
M'incresce esser venuto a disturbarli,
ma li vuò salutar, poiché m'han visto.
Prospera il ciel conservi questa copia
et le lor greggie ognhor felici accresca.
Turico
10Di simil gratia ancor te parimente
faccia il ciel degno, poiché tu lo merti.
Carpalio
Tra me godo, Turico, sommamente
sol per tuo amor, poiché sì ben condussi
la lepre al varco ch'è rimasa presa.
Turico
15Sopra questo con teco un'altra volta
vuò ragionar, un caso, o se sapesti.
Carpalio
Basta, quanto tu vuoi. Ecco Melidia,
et par sì mesta et sconsolata in viso.
Oimè pur che 'l fratel non habbia intesa
20la cosa che tra noi tanto fu occulta.

11.5. SCENA V

Melidia. Carpalio. Turico. Stellinia

Melidia
O cieco mondo, o pien d'inganni Amore,
tu m'hai pur presa come pesce a l'hamo.
Ho commesso col mio Carpalio quanto
commesso haver mi trovo. Ma mi è stato
5il duol sempre dopoi nel core, il duolo
che mio fratel dar mi potria quand'egli
sappia la cosa come stia tra noi.
Carpalio
Come senza ragion sospira et geme.
Melidia
Se ben dirò ch'un satiro selvaggio
10(com'anco quasi inver m'è 'ntravenuto)
m'habbia tolto l'honor, onde noi donne,
come spogliate siamo, altro di buono
in noi non resta, creder non vorrallo.
Carpalio
O, come teme.

[p. G6r]
Melidia
A posta mi son tolta
15di casa, ch'io non vuò la sua fierezza
aspettar sola, io vuò cercar Carpalio,
con cui sicura son per star mai sempre.
Carpalio
Melidia, o là, Melidia.
Melidia
Chi mi chiama?
O il mio Carpalio, di mia vita vero
20sostegno, ne le braccia tue mi pongo.
Carpalio
Che vuol dir questo? Di che cosa hai tema?
Onde procedon queste tue querele?
Melidia
O quanto poco è per durar' il nostro
dolce piacer' e 'l nostro bel diletto.
25Oimè, ch'io temo del fratel mio crudo
l'aspre minaccie et la vendetta horrenda.
Carpalio
Non dubitar, conforto mio, non darmi
questo sì mal contento, te ne prego,
che sì afflitta vedendoti non lasci
30ch'io prenda alcun piacer del mio conforto.
Turico
Quando l'huom pensa haver la rota in mano,
e a suo bel grado di girarla crede,
alhor trabocca in qualche strano abisso,
ove sia d'ogn'intorno il duolo e 'l pianto.
35Io mi credea Carpalio il più felice
pastor del mondo, ed hor non mi par desso.
Melidia
Deh, che farem Carpalio? Oimè, Carpalio
dammi conforto, ch'io mi sento l'alma
venir' a meno et liquefarsi il core.
Carpalio
40Non dubitar, non dubitar, Melidia,
che se per te bisognerà ch'esponga
questa misera vita, a tutte l'hore
pronta sarà. Deh, lascia il porti affanno.
Lascia questi sospir, questi singulti.
Stellinia
45Tutta mi sento alleggerita et scarca
poi che son ritornata al mio Turico,
che pria parea che su le spalle havessi
il mondo, et mi piegasse insino in terra.
Turico
Ti veggio, il mio Carpalio, in gran fastidio.
50La cagione non so, la cerco meno,
ma se per te convien mia vita isporre,
comandami, che pronto sarò sempre.
Carpalio
Non accade, Turico, io ti ringratio.
Questa piaga non è cui uopo sia
55d'altrui rimedio; se, Melidia, temi
il tuo fratel, con questo legno il tolgo
(purché tu vogli) hor hor di questa vita.
Melidia
Oimè, debbo io del sangue mio medesimo
(ch'a un tempo nati siamo) divenire
60micidial? Che mi consigli in questo?
Ma che consiglio? Poiché dee la donna
per lo compagno porr'a morte il padre,
la madre, i suoi fratelli et le sorelle.
Muoia pur egli, et viviam lieti noi.
Turico
65Ben fe natura a non dar forze a donna
che invitta e' inespugnabil saria sempre.
Ma chi è costui che vien sì lieto in viso?
Melidia
Gli è Ophelio nostro, che credea di porne
in bel giardino e 'n selva oscura siamo.

11.6. SCENA VI

Ophelio. Carpalio. Melidia. Turico. Stellinia

Ophelio
Dove potrò trovar Carpalio mio?
Dove Melidia da me tanto amata?
Vuò pur esser quell'io ch'a'mbedui porti
questa (come mi credo) grata nova.

[p. G7v]
Carpalio
5Senti, Melidia, il nostro vecchio Ophelio,
che noi cercando va con buona nova.
Melidia
Chiamiamilo.
Ophelio
Non credo che più a tempo
cosa sì grata ad huom avenir possa.
Carpalio
Ophelio.
Ophelio
Io ne ringratio il sommo Giove
10c'ha morto un sol per conservarne duoi.
Benché morto non è, pur come morto
starà da noi lontan qualch'anno intiero.
Carpalio
Ophelio.
Ophelio
Chi mi chiama?
Carpalio
Il tuo Carpalio
et la Melidia tua, che te più a petto
15han che la vita lor.
Ophelio
Carpalio mio,
Melidia mia, che nova, o Dio, che nova
v'apporto a l'improviso.
Turico
Su, Stellinia,
andiamo ancora noi a udir tal nova,
che rallegrar mi possa con Carpalio.
Stellinia
20Non ascoltiam, Turico, e fatti loro.
Carpalio
E perché no, s'amici siam? Venite.
Che nova è questa?
Ophelio
Il tuo fratel, Melidia,
mentre stava a mirar intento il porco
da quella nimpha di Diana ucciso,
25temendo la sua furia, che già fero
contro lui ne veniva, ratto un olmo
salì, e l'arbor piegosse, anzi si ruppe.
Et ei cadde col tronco in mezo l'onde
del lago, il qual chiunque a nuoto passa
30subito divien lupo, onde s'havesti
al misero veduto il capo prima
mutarsi in quel d'un lupo e 'l resto poi
di membro in membro, havresti quel piacere
(mi credo) preso che chiunque alhora
35per la sua mala vita a tempo prese,
come diè inditio il batter palma a palma.
Onde se l'infelice per nov'anni
carne humana non gusta, potrà allora,
ripassando quel lago, ne la prima
40sua humana forma ritornar, sì ch'ambi
in questo mezo vi potrete dire
i più felici giovani del mondo.
Carpalio
Ben v'ha provisto il cielo, c'havevamo
dat'ordine levarli hoggi la vita.
Meledia
45Dunque ha da ritornar dopo nov'anni
huomo com'era prima?
Ophelio
Sì, purch'egli
non gusti, com'ho detto, carne humana,
mentre lupo starà tra gli altri in schiera.
Melidia
Oimè, saran pur pochi sol nov'anni.
Ophelio
50Non dubitar, ch'egli potria fra tanto
giunger' al fin de la sua trista vita.
Melidia
Io stupisco del caso.
Carpalio
Et io, Melidia,
non so se questo sogno o desto senta
narrarmi.
Ophelio
O voi felici, o gratia rara.
55Non so per amor vostro ch'io mi voglia,
che 'n ver vedendo l'un e l'altro mesto
e mal contento com'erate, il core
sentia che 'n mille pezzi era diviso,
sì come tra più veltri è un picciol lepre.
Turico
60Carpalio, mi rallegro del tuo bene,
che sì insperatamente ti è avenuto.
Carpalio
Ben possiam dir, Turico, hoggi che 'l cielo
ci ha rimenati a nova vita al mondo.
Turico
Senti, senti, Carpalio, ecco qui Erasto
65che sospirando viene.
Stellinia
Ecco 'l crudele
ch'al fin non vien d'alcun contento suo.

[p. H1r]

11.7. SCENA VII

Erasto. Ophelio. Carpalio. Turico

Erasto
Che vuoi tu far più in questo mondo, Erasto,
poich'ogni stella a' tui disegni è contra?
Che mi puoi far più, Amor? C'hai che tu serbi,
che sia per darmi maggior duol di questo?
Ophelio
5Ecco, chi lieto in su la rota siede
in questo mondo et chi nel basso cade.
Questo pastor' al mio giuditio ha cosa
che lo tormenta quanto dir si possa.
Erasto
Ai fortuna malvagia, ai fero Amore,
10o Amor malvagio, o instabil dea, o dea
ch'a un colpo hai tronco ogni disegno mio.
Carpalio
Tu che 'l più vecchio sei, chiamalo, Ophelio,
e offerisce di noi l'opra, s'è buona.
Ophelio
Gentil pastor, che 'n questi boschi hai preso
15così solingo aspro sentier da mille
angosciosi sospiri accompagnato,
dolendoti d'amor et di fortuna
più del dover' assai, più che non sogli,
dimmi, se dir si può, questa sì horrenda
20cagion che di tal duol ti fa sì pieno.
Erasto
Saggio pastor, più non convien ch'io dica
l'alte querele e i gran sospiri e pianti
che per nimpha crudel' ho spesi invano,
che 'n questo tronco è scritto et in quel sasso.
25Ma hor, quando credea d'haver nel pugno
la fera che gran tempo ho invan seguita,
più lontana è da me che 'l ciel dal centro.
Non so se sappi la sanguigna zuffa
di Callinome mia poc'anzi havuta
30contra un crudel cinghial postole 'n contro
da la dea Diana.
Ophelio
Anzi sì. sciolla,
e so ch'ella è rimasa vincitrice.
Erasto
Però questo è cagion ch'io vuò con questo
dardo darmi nel cor con le mie mani;
35ch'ella m'havea promesso (anzi che posta
fosse 'n battaglia) la sua fede, e 'o
questa benda che già portava intorno
mi diede, et io le ho data la fortezza
con certi miei secreti che pon fare
40in ogni impresa qualunque huom'to.
Ma dopo che Diana l'uta
star contro quel cinghial sì forte, ch'
quasi al primo incontrar l'to in terra,
l'he prima havea contro costei
45tutto ha converso in più fervente amore.
Ophelio
Non suol Diana già rimetter l'
a chi l'e una sol volta; sai
tu di certo che gratia habbia et pietà
costei trovata appresso la reina?
Erasto
50Non lo vuò già affermar, ma ben vuò dirti
ch'i me n'to alcun inditio,
havend'to innanzi a la sua dea
andar lei dopo questo, ond'sato
che sia per perdonarle. Havrei ben'
55lo fin di ciò aspettato, ma, temendo
di non cader'alche strano errore,
mi son partito, e ciò ch''a,
ancor non so, ma temo sia in mio danno.
Ophelio
Ancor non sai, come la cosa passi
60et già ti tieni più che disperato.
Erasto
Ai, s'essi, s'essi contra
pormi a Diana, o che farei. O mondo,
mi sei pur stato sepoltura eterna.
Ophelio
Che vuoi tu far, poi che così a la dea
65piace: ben sai che contra i dei non ponno
le forze humane, però ti consiglio
A lasciar questa impresa.
Erasto
Ai che consiglio?
Ai maledetto Amor cieco et nefando,
70che nel principio di sì stran camino
m'stri i lieti fiori et gli arbuscelli,
ch'e et spine ha poi nel fin'e.
Turico
Non por la cosa tanto disperata,
che forse ancor potresti haver un giorno
75da lei qualche conforto: il ciel sa fare,
fratello, quando vuol, mirabil cose.
Carpalio
Chi è questo vecchio sì felice al mondo,
al par di cui vien così bella nimpha?
Erasto
Questa è la nimpha mia, questa è colei
80che lo stame a mia vita accorcia et slunga.
Ophelio
Se ti bisogna aiuto o di parole
o d' qui per te son preparato.
Carpalio
part="I">E noi tutti altri.
Erasto
Stiamo qui in disparte
et ascoltiamo et, come 'o è buono
85d'e 'ro, siate meco tutti.
O Dio, come può star ch'ì tosto
sia con Orenio, s'r con Diana.

11.8. SCENA VIII et ultima.

Callinome. Orenio. Erasto. Turico. Ophelio. Stellinia. Carpalio. Melidia

Callinome
Non si può inver dir'mente ch'
fosti accorti et prudenti in darmi quello
sì degno et salutifero secreto,
ch'alcun non se n'avide
Orenio
Ben più saggia
5fosti tu, nimpha, in dar quel velo in pegno
al giovinetto Erasto.
Callinome
Io credea bene,
che Diana dopo sì gran vittoria
mi devesse accettar con buona pace,
vedendomi sì forte; ma a noi nimphe
10non convien deviar da la sua legge
pur un sol punto, che mai non perdona.
Orenio
Che volontà ti venne di venire
hoggi a que'i sacrifici?
Callinome
Causa
ne fu quella Stellinia, che 'me
15che noi nimphe portiam cinto d'o,
il qual (come tu sai) diedi ad Erasto,
scinger mi fece, ond'Amor hebbe alhora
forza di far gustarmi a poco a poco
odor de l' e alhor disio mi venne
20stato è cagion.
Orenio
Deh dimmi, che pensiero
è ' poi che Diana ti rifiuta?
Erasto
Andiamo tutti insieme e siate meco
in volgerla, accadendo, che mi tolga
per suo compagno.
Callinome
Oimè, che turba è questa?
Turico
25Non dubitar.
Callinome
Oimè.
Turico
Non hai temuto
un sì forte cinghiale, e temi hor noi?
Orenio
Erasto, vieni innanzi et hor contempla
quanto tu vuoi la tua leggiadra nimpha.
Callinome, non parmi che convenga
30c6apos; mostri più ingrata a chi sì a tempo
t'ha donata la vita, però ascolta
ciò che 'e parlar ti vuò far chiaro.
Tu sai che la tua dea più non ti vuole,
onde, se viver vuoi per questi boschi
35senza compagno, o che 'e vita.
Questo pastor cui tu donasti
la cinta che portar solevi intorno,
quasi offerendo a lui quel primo fiore
che già con quella fu sì casto et santo,
40vogliam (com'e; 'r) sia tuo compagno,
poiché t'to sempre amor non poco,
e già glie 'ettesti, e qui non valti
alcuna scusa, che se tu vuoi dire
che brutto sia (benché sia il falso), pure
45Vener, la dea de la beltà, col zoppo
Vulcan non si sdegnò porr'taglia.
Oltre di ciò, non ti sdegnar che sia
pastor, che tutti gli huomini di pregio
o fur pastori, o da pastor discesi.
50Se vuoi dir che lo star tra'i è vile,
a sdegno non l' che la ciprigna
dea col suo bel giovinetto Adone
tra arbuscelli et herbette ignuda giacque,
e in Ida fe'eacute; copia ad Anchise.
55Et sappi che divina cosa è amore,
et non humana, poiché i proprii dei
se gli son sottomessi. Io potrei dirti
simil' parole, ma ben veggio
che la tua buona volontà nol chiede.
Erasto
60O, quant' tengo con costui.
Non le hai pur detto, Orenio, come ricco
et ben fornito io sia più d'altro
et di greggie et d'i et d'beni,
ch'reder nol vuol.
Orenio
Si fa tuo conto
65ch'ol dee saper sì ben com'
Callinome
Quanto forza d'Amor sia grande et forte
ne la persona mia fatt'prova,
et render testimon ne posso a ogn'
ma da quel che su in ciel Giove ha prescritto
70nissun su può schifar. Chi mai m'be
fatto creder ch'Amor' devesse
far di me preda in così poco tempo?
Ma tu, Stellinia, principal cagione
d'osa sei stata.
Stellinia
É stato pure
75lo tuo sprezzar Amor che t'uto
hoggi mostrar quanto sua forza vaglia.
Callinome
Horsù lasciam da parte tai parole.
Erasto, poiché tu fosti cagione
ch'a ancor, et poiché la mia fede
80ti diedi in pegno, ti vuò far contento,
et in segno di ciò questo è l'o.
Ophelio
Ha perduta la voce d'ezza.
Melidia
Tutta mi sento lieta per suo amore.
Erasto
O dilettevol giorno, o giorno ameno.
85Ridono i prati, le campagne e i fiori,
et gli augelletti col cantar fan festa.
O Amor, se detto t'a che sia
in parte alcuna contra l'tuo,
perdonami, ti prego, et di'l duolo
90stato è cagion d'arola ingrata.
Voi che qui sete a mia felice sorte
presenti, non vi incresca questa sera
con me tutti venir'o tugurio
ove festa farem con canti e suoni.
Carpalio
95Venite pur voi tutti al mio, che sorte
a me non men ch6apos,a te stata è propitia
Turico
Anzi, con me venir non vi sdegnate,
che di sorte miglior' non ciedo.
Orenio
Horsù, così si faccia. Hoggi noi tutti
100andiamo con Erasto, et con Carpalio
domani, et dopo andremo con Turico.
Carpalio
Così è conchiuso?
Turico
E così sia.
Erasto
E sia.
O il mio gentil'Orenio, la mia vita
e ciò ch'e; mio, vuò che sia tuo per sempre.
Turico
105Deh, poiché qui è Carpalio e 'hio Orenio,
la mia Stellinia e 'uoso Erasto,
che tra gli altri pastori tien nel canto
il primo loco, una canzone in lode
di sì felice giorno andiam cantando.
Erasto
110Egli è 'r, cantiamo pur.
Carpalio
Cantiamo.
Ma tu, Turico, c'oposo, dinne
pria la canzon che vuoi che noi cantiamo.
Turico
Io son contento, horsù, poiché a voi piace.

[p. H6r]
Carpalio
O dei silvestri, s'ui d'o
115è stato a udir le nostre fiamme vive
su le più fresche rive,
date alcun segno d'ezza e festa,
né quella nimpha et questa
danzando in lieto corno,
120si sdegni d'r così bel giorno.
Orenio
Andiam, non più, che l'de la notte
qui non ci sovraggiunga. E voi, madonne,
andate a casa, che tra queste selve
il satiro di notte non vi trovi.
125Et se la nostra favola aggradita
vi sia, fate hora sì che si conosca.

IL FINE.

Sonetto dello auttore in morte di uno de i recitanti

Voi, vaghe nimphe, che più volte ascose
vi degnaste ascoltar'ci accenti
del Falco, il buon pastor per cui son spenti
130tutti gli honor di queste selve ombrose,
ben've; ragion che le più belle rose
cogliendo andiate con sospiri ardenti,
per adornarne l'ue innocenti
che furo in questa età sì gloriose.
135Voi, muse, che 'l e 'l manto
l' conosciuto un Rosio e un Polo,
volgete il lieto in più lugubre canto.
Et tu, compagno a lui già mesto stuolo,
sian sempre i tuoi desiri al lungo pianto,
140poiché morte è cagion di tanto duolo.



Beccari, Agostino.

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