LIBRO, BIBLIOTECHE E ASSOCIAZIONI BIBLIOTECARIE
Vive già da sette anni questa nostra Associazione: e alla promessa
iniziale del suo programma, di chiamare ogni anno a raccolta i soci per
interessarli collettivamente ai problemi delle Biblioteche, ha sempre te
nuto fede: dei Congressi di Roma, di Firenze, di Modena e di Bari, e
dei Convegni di Ferrara e di Genova è presente in tutti il ricordo, e i
lavori sono documentati nella nostra rivista «Accademie e Bibliote-
che». Ma lo scopo più essenziale per cui l'Associazione fu creata è
quello di promuovere effettivamente l'incremento delle biblioteche e
di cooperare alla diffusione fra gli Italiani dell'amore del Libro. Di
questo oggi si vuol parlare: e il fatto nuovo che se ne parli alla pre-
senza di S. E. il Ministro della Educazione Nazionale ci promette fi-
nalmente quell'impulso giovanile e dinamico di cui ha bisogno la
vita delle nostre biblioteche.
Ma vediamo prima che cosa può fare lo Stato per le Biblioteche
pubbliche. Le prestazioni di Stato, quando non ne è continuamente e
quasi automaticamente provocato l'aumento da necessità che s'impon-
gono in modo più palese di quelle delle Biblioteche, hanno limiti insor-
montabili segnati dalla ferrea disciplina dei Bilanci. Ma intendiamoci:
lo Stato già fa, e cerca di far sempre di più, per le grandi Biblioteche
che gli appartengono, e che rappresentano per l'Italia un raro privilegio
e un'invidiata ricchezza. Anche, lo Stato, vigila, sussidia e regola in-
direttamente l'attività di quelle altre maggiori o minori biblioteche che
appartengono a Comuni e a Provincie, e alcune delle quali non sono
meno ricche delle governative; di più, largisce spesso i suoi sussidi a
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quelle biblioteche dette «popolari», che nascono e muoiono continua-
mente qua e là, e la cui esistenza è stata felicemente paragonata ieri dal
collega Gallo a quella delle «sabbie mobili». Ma che cosa potrebbe
fare lo Stato per una vastissima diffusione di quelle biblioteche di col-
tura generale destinate a integrare l'opera della Scuola, promuovere e
accompagnare l'educazione intellettuale collettiva, e il cui tipo è quasi
ignorato da noi, e il cui finanziamento richiederebbe somme favolose?
Perchè noi, come biblioteche, conosciamo le massime e le mini-
me: da una parte, le grandi, solenni biblioteche dotte, ricche di storia
e di tesori librari3, vanto di tante grandi e piccole città di questa nostra
antica Italia; e, dall'altra, quei meschini ed informi aggregati di volumi
che bisogna andare a cercare in qualche localuccio di scuola o di par-
rocchia, in qualche sede di Dopolavoro o di Gruppo Rionale. Nel mez-
zo, per la gran massa del pubblico, non c'è niente o quasi; come dire:
grandi cattedrali da una parte, e dall'altra, nascosti e negletti oratori3
privati. Cosicchè, mentre le grandi Biblioteche non possono servire che
a pochi (e se servono a troppi è a tutto lor danno) anche a pochi fini-
scono per servire queste minime pseudo-biblioteche viventi nei margini
di altre attività, spesso anche diverse da quelle culturali, e non aperte
che a certe categorie. Noi, eufemisticamente, le chiamiamo «Biblio-
teche popolari» e ci basta un armadio di 50 o 100 volumi, per definirlo
«biblioteca» e per dare un numero alle statistiche; ma pel popolo e
pel pubblico in genere tutto ciò non serve a nulla.
Ora, come può diffondersi largamente la coltura senza le biblio-
teche pubbliche, e come si concilia questa nostra deficienza con l'inten-
to e con l'interesse che ha lo Stato di educare anche intellettualmente
tutta la Nazione? E che il pubblico abbia sete di libri, non può mettersi
in dubbio. Basta vedere come affolla le poche sedi di lettura esistenti
là dove, per esempio, la sezione d'una grande Biblioteca (come la Na-
zionale di Roma) può offrirgli un'ospitalità accogliente e un impiego
fruttuoso del tempo: e basta anche vedere come aumenta sempre di più
lo smercio di quella pseudo-letteratura che in ogni angolo di strada e
sotto ogni tettoia di stazione attira clienti con le sue copertine multico-
lori: mentre sulla «crisi del Libro» piangono editori, librai ed autori,
e sperano di risolverla con le fiere, le feste, le alleanze e gli ordini del
giorno! E' molto più questa, purtroppo, o editore Formiggini, «l'Italia
che legge»! Ed è naturale che i conti tornino meno bene a lei e ai suoi
colleghi, che ai produttori di quella roba e a un qualsiasi tenitore di
chiosco.
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La miglior propaganda al Libro, è inutile illudersi, viene dalla
Biblioteca pubblica. Ecco una verità che ancora non s'è fatta molta stra-
da. Nei paesi dove sono in fiore le biblioteche, non si conoscono crisi
librarie: sono specialmente le biblioteche che creano i lettori e, coi
lettori, i clienti di libreria. Il libro vero e proprio, di cui la sicurezza dello
smercio permette l'esiguità del prezzo, sia opera di pensiero o d'im-
maginazione, sia scientifica o letteraria, sia di sapere divulgato o di
storia romanzata, entra continuamente nelle case, anche nelle più mo-
deste, con la stessa facilità con cui v'entrano, generalmente, quei
«gialli» tascabili o quelle rivistùcole eccitanti di cui abbiamo parlato.
Quando, poi, la lettura seria è divenuta, per mezzo delle Biblio-
teche, un abito di masse, come lo sono, oggi, la radio, il cinema, lo
sport, ai lettori di biblioteca è affidata, senza che lo sappiano, la pro-
paganda del libro, assai più che alle vetrine dei librai, alle recensioni,
ai bollettini editoriali. D'un libro che s'è letto in biblioteca si parla vo-
lentieri anche fuori, se ne consiglia ad altri la lettura, si desidera, a
volte, anche possederlo; senza dire che, quando le biblioteche pubbli-
che si contassero veramente a migliaia, ai librai sarebbe automatica-
mente assicurato, su larga scala, lo smaltimento delle tirature. Ma que-
sto è il lato commerciale del problema, torniamo a quello culturale.
La biblioteca pubblica del tipo di quelle che a noi difettano assi-
cura a tutti la lettura gratuita ed agevole, non la fa soltanto un privilegio
di alcuni; apre le sue porte e offre il suo beneficio al passante senza chie-
dergli nulla, come fanno le chiese; non solo, ma si fa anche centro di
distribuzione di libri fuori di sede per tutti quelli che non possono fre-
quentarle a loro volontà, come sono i rurali, i militari, i degenti negli
ospedali o i detenuti nelle carceri. E' una organizzazione che parecchie
nazioni progredite intellettualmente hanno già inserito nel quadro delle
loro attività, e si sforzano ogni giorno di perfezionare. Il Nord America,
naturalmente e per sue speciali condizioni, è alla testa; ma anche na-
zioni piccole, come il Belgio o la Cecoslovacchia, hanno imparato come
si fa. Dei libri, in queste biblioteche, non si hanno grandi cure conser-
vative: il libro, anzi, diventa là dentro oggetto di puro consumo, e nel
suo maggior consumo possibile sta l'intento precipuo. Cosicchè i libri
vi si rinnovano sempre, e non soltanto perchè diventano materialmente
inservibili, ma perchè della maggior parte invecchia ogni giorno il con-
tenuto, e la lettura pubblica deve essere sempre aggiornata ai progressi
culturali, ai gusti, alla moda. Perfino, in queste biblioteche, si ha poca
paura delle sottrazioni o delle mutilazioni pensandosi che un esemplare
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perduto per la biblioteca non è, in fondo, perduto pel suo fine di dif-
fondere dovunque conoscenza e luce di pensiero.
Il lettore, del resto, in queste biblioteche si sente, insieme, in casa
propria e in casa di tutti. Sono pochissime, e accordate colle esigenze
comuni, le limitazioni d'orario, le formalità d'uso. La porta è aperta
a tutti: più gente entra e più l'istituto risponde ai suoi fini. E qui può
ricordarsi la meraviglia di quel bibliotecario americano, che, entrando
in una biblioteca europea, si sentì dire dall'usciere: Richiuda la porta,
che può entrare qualcuno! Che cosa ha che vedere questo tipo di bi-
blioteca con quelli che noi conosciamo?
Avviene, in conseguenza, che negli Stati Uniti, su circa 130 mi-
lioni di abitanti, più della metà possono beneficiare della lettura pub-
blica. Le nostre statistiche, che cifre ci offrono? Fra biblioteche gover-
native, scolastiche, provinciali e popolari, si arriva appena ai quattro
milioni di lettori. Appena un decimo, dunque della popolazione legge
libri di Biblioteca. Legge, forse, in casa libri propri? Quanti pochi, ce
lo dicono i librai, e che cosa leggano, quando leggono, lo abbiamo
veduto.
Ma dove trovare i mezzi per il finanziamento d'una organizza-
zione di biblioteche così vasta e poderosa, per la quale ogni Comune,
ogni rione o quartiere di grande città dovrebbe avere la sua biblioteca
attrezzata in modo da fornire al pubblico decorosamente e gratuitamente
la lettura? Diciamo subito che questo finanziamento non può chiedersi
allo Stato: devono provvedere ad esso direttamente i Comuni, cioè i
cittadini stessi con un contributo speciale lievissimo, che si corrisponde
in aggiunta alle tasse sulla proprietà: contributo destinato esclusiva-
mente alla istituzione e al mantenimento delle Biblioteche. Lo Stato au-
torizza soltanto, per legge, l'imposizione di questo contributo. E quando
il Comune non vuole imporlo ve lo costringe.
Su questa base finanziaria assicurata, sorgono e si sviluppano le
biblioteche pubbliche. Ma poi, incoraggiati dal palese frutto che dànno,
i cittadini più facoltosi d'ogni classe, perfino di quella dei librai, ag-
giungono, al modestissimo contributo obbligatorio, qualche cosa e tal-
volta molto di più. S'afferma così il mecenatismo, nasce la gara fra
donatore e donatore, fra Comune e Comune, fra biblioteca e biblioteca.
E quella che coi suoi mezzi normali vivrebbe modestamente, diventa
una biblioteca modello, si fa centro di succursali, diffonde intorno i suoi
germogli.
Suona male, è vero, la parola «contributo» e non persuade troppo
l'idea di dover aggravare, sia pure in misura minima, gli oneri
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cittadini, per uno scopo che è dai più considerato come del tutto estraneo
alle necessità nazionali. Ma questo è l'unico mezzo che sia stato escogi-
tato finora con successo per assicurare alle Biblioteche una vita decente
e costante. Leggi come la nostra del 1917, che obbliga genericamente
i Comuni a istituire biblioteche, senza porger loro o insegnare i mezzi
per farlo, vediamo che non servono a nulla. La povertà di certi co-
muni che mancano ancora di strade, di fogne, di cimiteri, non permette
certo loro di pensare ai libri: ma non ci pensano neppure quei comuni
ricchi, di cui i Podestà siano, come può accadere, poveri di coltura e
di spirito d'iniziativa. Avviene, così, che la legge c'è, ma non ci sono
le biblioteche. E quando anche lo Stato interviene e presta qualche sus-
sidio, spentosi il piccolo fuoco fatuo, tutto ricade nell'oblio.
Creare nel pubblico la persuasione che la Biblioteca deve essere
pretesa e pagata da lui stesso, come ogni altro pubblico servizio, come
quelli che riguardano l'istruzione primaria, l'igiene, la viabilità, l'il-
luminazione stradale, è questo il còmpito che si propongono general-
mente le Associazioni Bibliotecarie: un servizio pubblico che lo Stato
non può accentrare, anche se potesse sopportarne il gigantesco finan-
ziamento; un servizio pubblico di delicata natura, è vero, ma che oggi,
garantiti come siamo dal Fascismo, non potrebbe più temere (come
temè altre volte) deviazioni e mire diverse da quelle sanamente edu-
cative.
Ma in che modo può un'associazione di persone colte (le meno
adatte a far rumore intorno a sè) agire sulla pubblica opinione e offrire
al Governo la sua cooperazione perchè possa legiferare in materia? Al-
l'estero, le Associazioni di tal genere offrono questa cooperazione con
un'attivissima propaganda di stampa, con conferenze, con pubblica-
zioni, con mostre organizzate per rendere visibili a tutti, e quasi tangi-
bili, i còmpiti, i mezzi, le realizzazioni, con cui le biblioteche pubbliche,
da quelle per l'infanzia a quelle per tutti, possono farsi agenti poten-
tissimi di progresso collettivo.
A tali associazioni non appartengono soltanto bibliotecari, stu-
diosi, bibliofili o librai, ma tutti quei cittadini che sentono la necessità
d'una azione comune, vòlta disinteressatamente alla propaganda be-
nefica.
Si contano già a una trentina queste Associazioni in tutto il mondo:
e sono legate tra loro in una Federazione internazionale che dà notizia,
ogni anno, dei progressi singoli. E' un internazionalismo, questo, che
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non dà ombra a nessuno, mette in gara le nazioni più civili a dimostrare
la loro capacità culturale, e rafforza in ciascuna l'intenzione di far sem-
pre meglio e di più. In America e in Inghilterra, dove sorsero per prime
sessanta anni fa, gran cammino è stato fatto. Negli altri paesi l'avvia-
mento è molto più recente e data soltanto da questo secolo. ad ecce-
zione di quello del Giappone, che cominciò nel 1892, e della Svizzera,
nel 1897. Ma l'avviamento è oramai sicuro e costantemente progressivo,
specie là dove le Associazioni son riuscite a indurre i rispettivi Governi
a adottare la lievissima tassazione a cui s'è accennato.
Sottrarsi a tale necessità non appare oggi più possibile a nessuno,
se si vuol veder finalmente spuntare ed espandersi questo incompara-
bile fiore di civiltà, che è la «Biblioteca per tutti».
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Luigi de Gregori.

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