IL BIBLIOTECARIO
Chi concepisce ancora la figura del bibliotecario secondo
l'abusato cliché d'un occhialuto vecchio in papalina assorto da
mattina a sera nella cura della conservazione e dell'incremento
della sua Biblioteca, costui non conosce neppure di vista una
biblioteca moderna, la sua funzione, i suoi bisogni, i suoi fini.
Conservazione e incremento sono sì, anche oggi, alla base delle
attività d'ogni bibliotecario, ed ancora lo ricollega a quei pitto-
reschi predecessori lo spirito di dedizione che, nell'esercizio
dei due compiti, lo fa rinunziare ad attività più attraenti; ma
altre e diverse e di più largo giro sono quelle a cui un biblio-
tecario è oggi chiamato. Chi non le conosce o, conoscendole,
non le sente fatte per sè, costui, pel bene delle biblioteche e
pel suo, scelga un altro mestiere.
Non basta esser lo studioso o il professionista d'una disci-
plina, o il «divoratore di libri» e neppure il bibliografo o il bi-
bliofilo nel senso più proprio delle parole per potersi riconoscere
le attitudini al bibliotecariato se, insieme, non si considerano i libri
gli strumenti d'un complesso lavoro da organizzare a servizio
degli altri, di quanti più altri sia possibile, nel modo più pra-
tico possibile. Il lavoro di biblioteca, veduto dal di fuori, non
dà a nessuno l'idea di quel che sia in realtà e di quel che possa
costare di operosità, di esperienze, di accorgimenti, d'inizia-
tive. Anche nel concetto di persone molto colte è raro che quel
lavoro sia considerato diverso da quello del materiale mettere
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e mantenere in ordine i libri, e che il parteciparne o il diri-
gerlo non sia ritenuto il godimento d'una specie di otium cum
dignitate. Si riconosce appena la perizia e l'utilità del biblio-
tecario quando si ricorre a lui d'urgenza pure a costo, certe
volte, di rivelare le proprie lacune culturali. Allora, sì, che
par d'aver fatto la scoperta del bibliotecario! Ma passato il
momento del pronto soccorso si torna a credere irraggiungibile
la propria superiorità dottrinale e a sentirsi a un livello molto
più alto di quello dei bibliotecari.
Qui scit ubi sit scientia, scientiae est proximus dice un
vecchio adagio. Questa prossimità, accresciuta quotidianamente
dalla padronanza che s'acquista della propria biblioteca e dal
contatto che si prende con libri del più vario scibile, rende al
bibliotecario così familiare l'uso delle fonti da farlo diventare
l'abituale intermediario, spesso addirittura il collaboratore
degli studi altrui. E tutti sanno che la competenza professorale
in questa o quella disciplina più che da profondità speculativa
viene per lo più dalla conoscenza pronta e aggiornata della
bibliografia che la riguarda. Perciò le esercitazioni pratiche
che si fanno tra i libri delle biblioteche di Facoltà o dei Gabi-
netti scientifici sono più essenziali per la formazione dei futuri
docenti che il volo del verbo lanciato dalle cattedre e l'impara-
ticcio delle dispense.
Tuttavia, una delle doti più tipiche del bibliotecario è, o
dovrebbe essere, la modestia. L'immensità dell'apparato di
scienza da cui egli si vede circondato sviluppa generalmente
in lui questa dote ricordandogli in ogni momento, meglio che
a chiunque altro, quanto sia grande il vuoto del proprio sapere:
cioè, come confessava Socrate, quanto sia grande la propria
ignoranza. Chi non ambisce alla superiorità che questa co-
sciente modestia può conferirgli non ha l'animo di bibliote-
cario. Sia detto ciò con buona pace di qualche giovane biblio-
tecario che appena entrato in biblioteca s'atteggia a piccolo
«grand'uomo» quasi che il semplice contatto con l'ambiente
libresco bastasse a infondergli il sapere che non ha; e ostenta
arie di sufficienza per certe inevitabili applicazioni iniziali pro-
prie del mestiere che ha scelto.
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Non è più possibile, oggi, che un bibliotecario legga, come
faceva Magliabechi, tutti i libri che acquista: ma tra questo
e il far passare un libro sotto i propri occhi senza averne guar-
dato che il frontespizio, c'è pure grande distanza. La tendenza
odierna trae piuttosto in questa seconda direzione, credendosi
che basti al bibliotecario diventare il puro tecnico d'un mac-
chinario montato per l'uso automatico e sbrigativo di tutti.
Eppure, M. Herbert Putnam, l'illustre direttore della Biblio-
teca del Congresso di Washington, la più modernamente orga-
nizzata e pluriefficiente biblioteca del mondo, rimpiangeva i
bibliotecari d'un tempo e riconosceva che «per quanto
grande fosse il suo rispetto per il successo dei moderni si-
stemi, la sua ammirazione andava sempre al bibliotecario della
vecchia scuola, l'animo del quale s'elevava al disopra della
pura amministrazione e del funzionamento, e il cui occhio si
appassionava più per l'interno d'un libro che per l'esteriore
compiacimento di un lettore». Il nostalgico riconoscimento,
espresso così simpaticamente da uno dei più illuminati biblio-
tecari moderni, è certamente da ammirarsi, ma anche da me-
ditarsi da noi con molti grani di sale. Perchè questo appunto
è il problema che specialmente in Italia son chiamati a risol-
vere i bibliotecari: introdurre il nuovo nel vecchio quanto è
necessario a render possibile l'utilizzazione dell'uno e del-
l'altro con decoro dell'istituto e soddisfazione di chi ne ha
bisogno. Ciò che, data la ricchezza atavica delle nostre biblio-
teche e la nostra povertà di mezzi, porta, nell'esercizio dell'uf-
ficio, ad ogni genere di acrobatismi di cui è difficile rendersi
conto dall'esterno, e pei quali spesso la biblioteca finisce, come
nel buon tempo antico, per identificarsi col bibliotecario. Per-
chè su lui viene a gravare un complesso di mansioni di cui
non può neppure parzialmente spogliarsi anche se logicamente
è portato a riconoscere che son troppe per un solo, e che
la sua coscienza potrebbe restar tranquilla negligendone al-
cune. Ma come può fare dal momento che non trova rispon-
dente alla divisione del lavoro un personale che non s'è scelto
da sè, nè può cambiare a suo giudizio, e che non è mai in nu-
mero sufficiente, e che quando anche lo fosse, manca
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generalmente della necessaria preparazione culturale o di attitudini
incontrollabili nell'assunzione?
Le mansioni sono di natura diversissima: dalla scelta dei
libri da acquistare, allo studio d'un loro ordinamento sempre
più pratico ai fini dell'uso; dalla revisione, quando non è addi-
rittura il lavoro stesso, della catalogazione, alla continua vigi-
lanza sulla gestione amministrativa; dal carteggio con studiosi
specialmente stranieri, frequentissimo in certe Biblioteche, alle
quotidiane consultazioni verbali per informazioni, consigli, no-
tizie, da parte dei frequentatori, alternantisi continuamente in
una gamma che va dal curioso semianalfabeta in cerca di «un
bel libro da leggere» al professore universitario che «non sa
comprendere» perchè al catalogo non figuri ancora la quarta
edizione d'un testo straniero annunziata un mese prima.
E la responsabilità della conservazione materiale del patri-
monio prezioso che gli è stato affidato per esser trasmesso integro
ai successori e che egli, per quanto faccia, non può garantire
neppure a se stesso che non abbia subito diminuzioni dall'ieri
all'oggi? Nelle Gallerie e nei Musei l'opera d'arte o l'oggetto
prezioso sono al sicuro anche quando abbiano forma nella unità
minima della gemma, della moneta, della miniatura. Sono chiusi
nelle vetrine, non si guardano che a distanza, e a difenderli da
qualche male intenzionato ci sono fedeli e numerosi guardiani
che non hanno altro da fare. Ma i libri, i fogli dei libri, le
tavole dei libri, gli opuscoli, i fascicoli delle riviste che quoti-
dianamente sono in ridda dagli aperti scaffali ai tavoli di let-
tura, e passano per cento mani, e devono anche uscire dalla
Biblioteca pel prestito a domicilio, e dalla città pel prestito
esterno, e perfino dallo Stato pel prestito internazionale, chi
può garantire, a sera, che sian tornati tutti al loro posto o che
vi ritorneranno sicuramente un giorno?
Altro assillo che affanna continuamente i bibliotecari come
un fantasma è il veder crescere ogni giorno la massa dei volumi
e restar sempre quello lo spazio che deve contenerli, scaffali,
pareti, piani, entro i confini invalicabili dei quattro muri d'un
edificio. E, con tutto ciò, dover riconoscere, al lume delle
bibliografie (esposte all'attenzione degli studiosi come menu
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di un convito di sogno) che quell'incremento di volumi non è
che troppo inferiore ai veri bisogni della Biblioteca, non è che
un modesto saggio di quanto gli studiosi s'aspettano di trovare
in biblioteca, e che egli non può offrir loro per la deficienza
combinata dei fondi, della mano d'opera, dello spazio. Com'è
facile e riposante il mestiere del bibliotecario!
Per comprendere pienamente la complessità del nostro la-
voro bisogna, dunque, aver vissuto a lungo nelle biblioteche,
averne studiato da vicino i mezzi del funzionamento, essere
stati operai di quel lavoro. Allora ci si accorge pure che è un
lavoro costruttivo pieno di fascino, un potente stimolo d'inge-
gno, una applicazione di coltura che può dare soddisfazioni
quali pochi altri lavori intellettuali sanno dare. E' difficile, così,
che un vecchio bibliotecario pensi che rinascendo sceglierebbe
un'altra professione.
Può immaginarsi soddisfazione simile a quella che dovè
provare il nostro grande Panizzi allorchè, dopo trentaquattro
anni di bibliotecariato, si sentì e fu da tutti proclamato il creatore
della nuova Biblioteca del British Museum? Il giovane profugo
italiano, riparato a Londra senza alcun mezzo e con pochi studi,
dopo aver tentato altre vie riesce ad entrare nel Museo Britan-
nico come assistente bibliotecario, e vi trova un istituto già
ricco di possesso, ma che per la sua povertà funzionale è consi-
derato dagli inglesi «una mostra di curiosità, una specie di
giardino zoologico inanimato». La grande cultura acquistata
durante i primi anni dell'esilio nel chiedere agli studi i mezzi
di vita; l'esperienza maturatasi alle prove delle difficoltà supe-
rate nell'ufficio di biblioteca, nell'ambiente ostile a cui s'era
affacciato straniero ed inerme; la stima crescente che a poco a
poco, a reazione di quell'ostilità, comincia a circondarlo per le
prove continue che egli sa dare di perizia, di dinamismo inven-
tivo, di lungimirante visione dell'avvenire del duplice istituto a
lui affidato, che era Biblioteca e Museo insieme, fanno conce-
pire al Panizzi un grandioso radicale programma di rinnova-
mento: dalla costruzione dell'edificio, da lui stesso disegnata,
al trasferimento nella nuova sede di 165.000 volumi «senza in-
terrompere un solo giorno il servizio del pubblico»; da una
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attrezzatura del tutto nuova e originale dei locali per la siste-
mazione dei libri, alla compilazione di nuove norme catalogra-
fiche che se rappresentarono, un secolo fa, la prima normaliz-
zazione della difficile materia, restano ancor oggi il fondamento
delle regole adottate nelle maggiori e più moderne biblioteche
del mondo.
L'esempio del Panizzi e di non pochi altri potrebbe dimo-
strare che ai più grandi bibliotecari del passato non fu neces-
saria alcuna «scuola» teorica per la loro preparazione profes-
sionale. Li formò la Biblioteca stessa, fu loro scuola l'esempio
di qualche maestro che ebbero la ventura d'incontrare e l'eser-
cizio volenteroso, cosciente e sagace del proprio ufficio. Ma da
un pezzo, più o meno dal tempo del Panizzi, anche il mondo
delle biblioteche è in evoluzione e nelle più grandi specialmente,
che contano i volumi a milioni, s'impone una organizzazione
funzionale che non può prescindere da dettati uniformi, da
studiare non solo nell'interesse delle biblioteche singole, ma
anche del comune concorso al progresso del sapere universale.
Quindi l'opportunità che esistano scuole preparatorie al biblio-
tecariato, nelle quali i due fondamentali diversi indirizzi di
conservatori e di progressisti, di chartisti e di amministratori,
concorrono insieme alla formazione unitaria del bibliotecario
moderno.
Esistono, infatti, queste scuole, o autonome, come sono
spesso negli Stati Uniti, o aggregate ad alcune Università, e
sono di differenti tipi, differenti non solo da nazione a nazione,
ma anche da città a città d'uno stesso Stato (1)1. Per noi, che
possediamo quasi soltanto ricche biblioteche a fondo storico-
umanistico, i programmi d'insegnamento, pur con differenze
tra scuola e scuola, mirano giustamente alla formazione del
bibliotecario del vecchio tipo: e sarebbe inutile, almeno per
ora, insegnarvi a fare il bibliotecario per biblioteche che non
abbiamo (quelle, cioè, «per tutti», che noi ci illudiamo di
sostituire chiacchierando di «biblioteche popolari», che
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neppure riusciamo a diffondere); vi s'insegnasse, per esempio, la
«letteratura infantile» o la «psicologia infantile» come si fa
negli Stati Uniti ed in Russia dove abbondano anche le biblio-
teche per ragazzi (non scolastiche, come quelle che abbiamo
noi, ma pubbliche: che li attirano, cioè, invece di allontanarli);
o s'insegnasse l'«orientamento dei lettori» o l'«educazione
sociale» come si fa nel Giappone, ove la Biblioteca pubblica,
sempre più avvicinandosi al tipo del Community Club ameri-
cano, mira ad affermarsi definitivamente come istituto educativo
di masse.
Ci fa dunque leggermente sorridere la concezione del bi-
bliotecario «bibliopsicologo» ossia capace di «trasferire il
centro del suo lavoro dal libro nel campo della psicologia del
lettore»: e ciò non solo perchè non sapremmo dove esperimen-
tare tale capacità; ma anche perchè possiamo arrivare sempre,
per la via più diretta del comune buon senso, a capire quali
sono i libri meglio adatti, a confronto di altri, alle varie clien-
tele di lettori (1)2. Questo metodizzare tutti i possibili aspetti e
sviluppi delle teorie con conseguenti montature pseudoscienti-
fiche, creazioni di istituti, enti, centri ecc. non è, grazie a Dio,
dell'indole nostra: e se ci cadiamo qualche volta anche noi, non
è già per sentita necessità di cose ma per maneggi di persone
interessate alla montatura, che riescono a épater le autorità
incompetenti: a «incantare il burino», come si dice più pitto-
rescamente a Roma. Ciò riusciva specialmente bene sotto il
passato regime. Non è necessario del resto nè possibile che il
bibliotecario sia, neppure nelle sue discipline professionali,
omniscente in partenza: basta che abbia lo spirito pronto e
l'intelletto aperto a far scienza sua di tutto ciò che la Biblioteca
gli insegnerà. E sopra tutto sarebbe bene che in quelle nostre
Università nelle quali si vuole insegnare ai futuri bibliotecari
il loro mestiere, la delicatezza e la serietà se ne cominciasse a
prospettare con insegnamenti impartiti da competenti e non,
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come avviene a volte, da improvvisati docenti autoinvestitisi, che
delle biblioteche non hanno mai vissuto la vita.
A parte l'esercizio dell'ufficio, il bibliotecario può anche
distinguersi tra i rappresentanti della cultura scientifica in quelle
specializzazioni di studi che riguardano più da vicino le sue
attitudini culturali. Generalmente provenienti da scuole di let-
tere o di giurisprudenza, essi portano a volte con sè la sicura
disposizione a studi superiori, che han dovuto abbandonare per
ragioni contingenti, ma che li avrebbe accompagnati con ogni
probabilità alla cattedra universitaria. Se l'amore a quei loro
studi e la coscienza del nuovo dovere sono così forti da poter
coesistere nell'esercizio del bibliotecariato, non è detto che non
possano conciliarsi senza danno. Non ne sono frequenti gli
esempi, ma non mancano. Più frequente è il caso dell'abban-
dono tempestivo dell'una o dell'altra attività (e se non è tempe-
stivo è a tutto danno dello studioso e dei suoi studi, e insieme
del bibliotecario e delle biblioteche): o l'adozione d'una solu-
zione capace di accomunare lo studio personale al lavoro d'uf-
ficio. Questa soluzione la offre oggi lo studio scientifico della
bibliografia, della bibliologia, della biblioteconomia. La prima
è vecchia di secoli, ma come studio rigorosamente scientifico
(basta pensare alla catalogazione dei manoscritti e delle antiche
edizioni) non s'è affermata che recentemente, circa il tempo in
cui presero consistenza e si definirono le altre due. Ed è inutile
ai lettori di questa rivista spiegare la loro essenza e la loro im-
portanza.
Assai fosco si presenta oggi l'avvenire delle nostre Biblio-
teche. Dopo le distruzioni di guerra che, a bilancio finale, non
si riveleranno nè poche nè tutte rimediabili; dopo le mortifi-
cazioni subìte durante l'infausto ventennio in cui qualche im-
pulso materiale ottenuto indubbiamente da esse fu scontato dal
prepotere dell'incompetenza e dell'intrigo sull'onesta serietà
dell'opera nostra: ai giovani bibliotecari d'oggi è affidata la
sorte di questi ancora invidiabili e preziosi istituti ai quali noi
veterani dobbiamo dire addio. Le curino, le difendano, le amino
sopra tutto, restando fedeli a una tradizione che s'è finora
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cercato di mantenere, e sentendosi orgogliosi del loro còmpito.
In questa povera Italia manomessa e oscurata possono ancora
le Biblioteche offrire il più efficiente contributo a quel prestigio
culturale a cui sono estranei confini, partiti, fazioni. Ricostruire
di esse tutto ciò che sarà da ricostruire, sarà ancora possibile.
Ma quello che sopra tutto s'aspettano è la serietà dei propositi,
la simpatia fattiva, la dedizione incondizionata di coloro ai quali
saranno affidate.
Ci pensi il Governo, ci pensino i dirigenti di tutti quegli
enti o istituti che godono il privilegio di possedere una Biblio-
teca: sentano la responsabilità di questo che non è tanto un
possesso quanto un geloso deposito da trasmettere ai futuri non
solo integro ma arricchito e perfezionato pur attraverso la sua
quotidiana messa in valore ed usura: e si guardino dall'affidare
una tale responsabilità a chi non è capace di sostenerla. Ma poi
mostrino anche di apprezzare onestamente il valore del servizio
che richiedono. Ai disconoscimenti materiali i bibliotecari, adu-
sati al muto clima dei libri, si son dovuti finora rassegnare, più
o meno in silenzio; ma le mutate condizioni di chiunque oggi
lavora fanno pensare che una tale rassegnazione possa esser
risparmiata anche a loro nei tempi nuovi. Niente, tuttavia, tro-
veranno mai più mortificante dell'incomprensione dell'opera
loro, del non sentirsi al posto che loro spetta nella scala dei
valori professionali.
Luigi de Gregori.
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1. Rôle et formation du bibliothécaire. Ètude comparative sur la formation
professionnelle du bibliothécaire (Dossiers de la Coopération intellectuelle). Paris,
Institut international de Coopération intellectuelle, 1935.
2. A Losanna fu creato nel 1889 un «Istituto internazionale di Psicologia
bibliologica» sotto la direzione del russo Nicola Roubakine (M. Camerani
Teodorova, Les tendances de la bibliopsychologie in Primo Congresso mondiale
delle Biblioteche e di Bibliografia, Atti ecc., vol. V, pp. 70-82).
Luigi de Gregori.

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