PER UNA LEGGE SULLE BIBLIOTECHE1
Habent sua fata libelli! Chi l'ha detto? Se ne domandate al dotto
e curioso indagatore di questi adagi e proverbi e modi e motti onde
s'infiora la sapienza di tutti, se ne domandate a Giuseppe Fumagalli,
egli vi rimanderà all'ultima edizione del suo repertorio che vi addita
in Terenziano Mauro l'autore di questa rassegnata sentenza. Ma io
credo, e credo esser nel vero, che il primo a metterla in circolazione
dovesse essere un bibliotecario, magari dell'antica Roma, sfiduciato
sulla sorte riserbata ai libri delle sue raccolte, quanto può essere un
bibliotecario di Roma o dell'Italia moderna.
È stato osservato che il più singolare e beffardo destino incombe
malauguroso sulle nostre biblioteche, e che non appena apparisca un
ministro il quale voglia ad esse rivolgere le sue cure, accade qualche
catastrofe, qualche cataclisma tellurico o ministeriale, onde le buone
intenzioni rimangono a selciare i lastrici dell'Inferno, e le cose nostre
restano nella miserevole condizione di prima. E valgano gli esempi:
il Regolamento organico formato da Ruggero Bonghi ministro reca la
data 20 gennaio 1876 e fu pubblicato insieme con quello sul Prestito
dopo il 13 marzo, cioè pochi giorni prima di quel 18 marzo che portò
così grande rivolgimento nell'egemonia politica italiana. L'inchiesta
sulla Vittorio Emanuele fu causa immediata delle dimissioni di Fran-
cesco De Sanctis, che lasciò la Minerva e la croce del potere a Guido
Baccelli; il regolamento 28 ottobre 1885, insieme con quello sul Pre-
stito del 27 febbraio 1886, che portano la firma di Michele Coppino,
non ebbero sicuro effetto per le dimissioni di Ferdinando Martini, se-
gretario generale, che di quell'ordinamento fu autore e ispiratore; il
regolamento 19 aprile 1906 che Paolo Boselli, ministro, ha testè man-
dato alla Corte dei conti affinchè, dopo lunga e grave mora, abbia
alfine esecuzione, sarà certamente applicato da chi è chiamato a suc-
cedergli alla Minerva. Strana e maligna vicenda onde son governate
le sorti della coltura italiana, alle quali il Governo e il Parlamento
riserbano soltanto le ultime e stanche sedute della Sessione, e le cure
estreme della loro operosità di regolatori e legislatori. Majora pre-
munt era il motto onde un ministro rispondeva a sollecite premure
per i nostri Istituti; perchè è destino di una nazione ancor giovane,
ancora impreparata alla vita sociale, di credere che le più vive e im-
portanti finalità sue sieno quelle che debbon soddisfare bisogni e ne-
cessità presenti e incalzanti, senza comprendere che la vita di un po-
polo non può tutta costringersi nella brutale materialità, ma che a
preparar l'avvenire, giorni più lieti e sereni ai nostri figli e nepoti,
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e «benefiche sorti e progressive» al paese, occorre levarsi talvolta
a speculazioni un po' più alte delle combinazioni de' finanzieri, a con-
cezioni un po' più ideali di quelle della politica giornaliera; è neces-
sario sopra tutto spargere e fecondare quella larga e moderna coltura
che deve aprir la via ai nostri prodotti e alle nostre manifatture, ed
educare le nostre menti alla visione e alla comprensione di ciò che
saranno i bisogni della Italia futura.
Chi abbia un po' di dimestichezza con la produzione straniera, ed
abbia messo il capo fuori di casa e visto ciò che altrove si medita e
si apparecchia per la educazione pubblica, per la coltura di quella
pianta-uomo che da noi cresce selvatica e dà così amari frutti e per-
niciosi, ed alla quale oltre l'alpe ed oltre l'oceano si rivolgono le più
vigili cure come a
... pianta di buon seme
al suolo e al cielo amica;
chi abbia osservato con quanto consenso di pubblico favore si stu-
dino e si risolvano i più vitali problemi dell'educazione civile, e poi
gli occhi in giù volga e miri la querula miseria dell'Italia scolastica
e pedagogica, la eroica povertà dell'Italia scientifica; chi paragoni e
raffronti i metodi e gli ordinamenti onde son rette le nostre scuole
maggiori e minori, con quelli degl'istituti stranieri dove le giovani
generazioni si educano alla conquista del mondo e dell'avvenire,
dovrà riconoscere che noi siamo ancora inceppati da vecchi pregiu-
dizi, da tradizioni obsolete, che la nostra istruzione è tuttora chieri-
cale, che le nostre scuole serbano ancora il vecchio tipo della scuola
medievale, luogo di castigo e di costrizione, perchè non abbiamo sa-
puto innalzare la coltura e serbarne la dignità ed il pregio, conside-
randola come un premio da offrirsi ai più degni; sibbene abbiamo
voluto farne un volgare strumento per l'acquisto di beni materiali,
un vil grimaldello che apra di soppiatto la porta degl'impieghi o l'u-
sciolino delle professioni. La scuola non è la palestra libera e serena
dove si esercitano gl'ingegni, dove si coltivano gli studî e la dottrina;
essa è la fabbrica dei candidati agli esami, degli aspiranti a quello
straccio di licenza che deve liberarli dal peso delle discipline moleste,
da quella noia che sono i classici, da quel fastidio che sono la scienza
e la poesia. La scuola, dopo che fu ridotta una fabbrica d'indulgenze,
ha perduto ogni idealità, ogni moralità; ed è inutile ricerca quella
di mutare programmi e ordinamenti, quella di discutere sul sette o
sull'otto, sulla biforcazione o sull'attenuamento del classicismo, quasi
questo fosse un virus malefico; la scuola andrà sempre più deca-
dendo finchè non le si ridoni l'unica condizione di vita necessaria ad
ogni organismo, la libertà; finchè si vorrà costringerla a ricevere nel
suo seno quelli che agli studî non son chiamati, finchè ci ostineremo
a convogliarvi con un processo coercitivo quanti debbono uscirne lau-
reati sol perchè vi entrarono analfabeti. La scuola non sarà degna del
proprio nome, finchè non abbia scritto sulla sua porta che vi entra
soltanto chi è dignus intrare, e non avrà abolito il motto presente
promoveatur ut amoveatur.
Questa pletora della scuola che è la malattia onde vediamo i pes-
simi effetti, deriva, a mio credere, da un pregiudizio pedagogico dei
più perniciosi. Si è pensato da quanti hanno seduto sulle cose della
istruzione, che a fornire il compito ad essi assegnato bastasse fondare
scuole, moltiplicare istituti e maestri, e che per togliere dalla nativa
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rozzezza il popolo nostro bastassero il buonvolere e il fiato degl'inse-
gnanti, e quattro o sei panche, messe in qualche sordida stanza di
vecchio convento, dove pochi e laceri giovinetti innesteranno agli idio-
tismi del dialetto nativo parecchie sconcordanze latine e infiniti e in-
correggibili spropositi d'italiano e di senso comune.
Avete mai visitato quei ginnasi e quelle scuole tecniche minori,
che fanno bella mostra di sè nell'Annuario della pubblica istruzione,
e servono come stazione di via crucis ai poveri insegnanti di prima
nomina, i quali vi rimangono in media tre mesi o sei anni, a se-
conda delle commendatizie di cui dispongono? Molti di cotesti apo-
stoli dell'educazione nazionale, appena giunti a destinazione, si son
sentiti prendere dal più terribile scoraggiamento, e son stati lì lì per
ricusare l'ufficio. La scuola, che porta pomposa il nome di qualche
letterato o scienziato famoso, o di qualche Carneade locale, è tal mi-
sera catapecchia da sentirsene venir le fiamme al viso; e gli scolari,
balestrati al ginnasio e alle eleganze della latinità da qualche povero
maestro elementare, appariscono perfino da meno della scuola. Le
stanze sucide e cadenti, le panche intagliate e sgangherate, gli alunni
laceri, senza libri, senza scarpe, senza educazione. Non carte geogra-
fiche o storiche ai muri, non gabinetto per la storia naturale, non
libri per gl'insegnanti e gli alunni. La biblioteca si compone di qual-
che fascicolo del Bollettino dell'istruzione, di parecchie circolari, o di
qualcuna di quelle pubblicazioni che il Ministero manda in dono
quando suol fare un po' di beneficenza bibliografica. Nel paese non
trovate un libro a pagarlo un occhio, nemmeno alla rivendita delle
privative fra la carta bollata e il chinino di Stato. Francobolli, ta-
bacchi e sale, ma non il sale della sapienza o almeno dell'istruzione.
E quegli infelici insegnanti debbono su cotesto terreno seminare i
fiori del classicismo e della coltura, e parlare di Roma, della sua storia,
della sua letteratura, della sua arte, a dei pastorelli che non sono
nemmeno scesi al capoluogo della provincia, e pei quali Roma capi-
tale rimarrà sempre un mito, più di Roma dei Cesari, se la coscri-
zione e la leva non ce li porti a levarsi di dosso quelle rozze scaglie
native. Ora credete voi, che possa la scuola, non dico fiorire e dar
buoni frutti, ma non intristire in cotesto terreno? E anzi tutto, si può
chiamare scuola cotesta? E con istruzione ed educazione siffatta, ban-
dita da giovani sfiduciati che veggono svanire ogni più modesta spe-
ranza, si può sul serio credere di provvedere alle sorti future della
nazione? Ma, direte, coteste sono eccezioni. Non così accade nei centri
maggiori, in luoghi meno impervii, nelle città e nei paesi più popo-
losi. Illusioni, illusioni! Togliete dieci o dodici grandi città che, come
Milano, Torino, Genova, Bologna, Palermo, provvedono esse stesse,
come meglio possono, ai nuovi bisogni della coltura, e guardate quante
sono le altre che vi attendano o vi pongano mente? A Roma, nella
capitale, a Venezia, a Firenze medesima, deve il Governo, lo Stato
mantenere le biblioteche, e non passa neppure per il cervello agli am-
ministratori di cotesti comuni di mettere accanto alle spese obbliga-
torie per le scuole, e alle spese facoltative per la banda, il teatro o
il concerto municipale una piccola somma per largire agli ammini-
strati un po' di quel cibo intellettuale che può essere più utile e nu-
triente della magra refezione scolastica.
E nemmeno lo Stato provvede equamente, con i mezzi dei quali
dispone, alle necessità della coltura. Sei anni fa, preludendo a una
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pubblicazione governativa su La storia del libro in Italia, scrivevo
queste malinconiche osservazioni:
«Le biblioteche governative non sono equamente distribuite in
tutte le parti d'Italia e v'hanno larghissime plaghe, come quella, ad
esempio, che, facendo capo a Padova e a Bologna e discendendo fino
all'Jonio, si volge all'Adriatico, dove il Governo non ha biblioteche sue
proprie; così nel cuor dell'Italia, nella vasta regione Umbra; così
in altre provincie». Questa sperequazione fra le varie regioni con-
tinentali italiane in fatto di biblioteche governative è stata studiata
da Orazio Viola in un articolo comparso il 28 febbraio 1906 nella Ri-
vista popolare di Roma, ma può fornire materia ad ulteriori conside-
razioni. Le regioni più favorite sembrano essere il Lazio, con 6 biblio-
teche governative, tutte in Roma, e 1,255,671 abitanti, cioè con una
biblioteca per ogni gruppo di 209,278 abitanti; la Toscana, con 6 bi-
blioteche governative e 2,609,587 abitanti, cioè con una biblioteca per
ogni gruppo di 434,931 abitanti; l'Emilia, con 3 biblioteche governative
e 2,489,508 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 829,860
abitanti; la Campania, con 3 biblioteche governative, quelle di Na-
poli, e 3,207,323 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di
1,069,107 abitanti; la Lombardia, con 3 biblioteche governative sopra
4,393,558 abitanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 1,464,519
abitanti; il Veneto, con 2 biblioteche governative sopra 3,190,124 abi-
tanti, cioè con una biblioteca per ogni gruppo di 1,595,062 abitanti;
e per ultimo viene in questa lista il Piemonte, con una sola biblio-
teca governativa, quella di Torino, sopra 3,362,068 abitanti. Ma vi
sono intere regioni continentali dove biblioteche governative mancano
affatto: le Marche, con una popolazione di 1,081,635 abitanti; l'Um-
bria, con 683,286 abitanti; gli Abruzzi e il Molise, con una popola-
zione di 1,463,789 abitanti; le Puglie, con 2,029,552 abitanti; la Ba-
silicata, con 490,795 abitanti; le Calabrie, con 1,391,091 abitanti, non
hanno nemmeno una biblioteca governativa. In complesso sono sei
vaste regioni e 16 provincie con una popolazione di 7,140,148 abi-
tanti, cioè quasi un quinto di tutta la popolazione del Regno d'Italia,
alle quali lo Stato non largisce per questo rispetto nessun sussidio
per la coltura, nessun mezzo di progresso intellettuale, morale e ma-
teriale.
Nè mi si obietti che in coteste regioni provvedano all'uopo biblio-
teche comunali, provinciali e consorziali; perchè se qua e là esiste
qualche raccolta di libri, o libreria che si usurpa il titolo di biblio-
teca, e se si eccettuino la Sagarriga Visconti di Bari, la Salvatore
Tommasi di Aquila, le Comunali di Ancona e di Macerata, l'Olive-
riana di Pesaro, e la Comunale di Perugia, che al fondo antico ag-
giungono con gli scarsi mezzi di cui dispongono qualche libro mo-
derno, - vere e proprie biblioteche, rispondenti alle necessità degli
studii, mancano totalmente in coteste 16 provincie, nelle quali, ap-
punto perchè difettano istituti superiori, è più vivo e avvertito il bi-
sogno di tener dietro sui libri e sulle riviste al movimento intellet-
tuale italiano e straniero.
Se scorrete le melanconiche pagine di quella Statistica delle Biblio-
teche, che fu con lodevole solerzia pubblicata per iniziativa del sena-
tore Filippo Mariotti, vedrete che sparsi in vari luoghi, affidati a mani
diverse, e non tutte adatte e amorevoli, si trovano volumi e volumi
a migliaia, manoscritti e cartacei, e fra essi preziosi cimelî da fare
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invidia a bibliofili e collettori stranieri. Sono quelli i laceri e spar-
pagliati avanzi dell'antica nostra coltura, ma son ruderi, niente altro
che rovine gloriose, lasciate in un abbandono non so più se provvi-
denziale o pericoloso.
Il regio decreto 7 luglio 1866 in esecuzione della legge per la sop-
pressione delle corporazioni religiose, prescriveva all'articolo 24 che i
libri e manoscritti, i documenti scientifici, i monumenti, gli oggetti
d'arte o preziosi per antichità che si trovassero negli edifici colpiti
dalla legge di soppressione dovessero essere devoluti a pubbliche biblio-
teche od a musei nelle rispettive provincie, mediante decreto del Mini-
stero dei culti, previi gli accordi col ministro della pubblica istru-
zione. Quando cotesta legge, così esiziale per i nostri monumenti e
per il patrimonio artistico nazionale, fu eseguita, molte di coteste
biblioteche claustrali furono incorporate con le biblioteche governative
viciniori; altre, e furono le più, si cederono ai comuni, che si assun-
sero l'obbligo di conservare cotesti libri, di tenerli a pubblico uso e
di stanziare ogni anno una somma non inferiore a lire 100 per l'in-
cremento di coteste biblioteche. Il Ministero della pubblica istruzione
doveva alla sua volta vigilare alla osservanza di coteste condizioni
accettate dai comuni e che i comuni dovevano rispettare sotto pena
della retrocessione delle librerie ad essi affidate.
Or bene, in quaranta anni, da che coteste cessioni si fecero, una
sola volta il Ministero ordinò un'ispezione, che fu con gran zelo, ma
parzialmente, eseguita dal comm. Torello Sacconi, già prefetto della
Nazionale di Firenze. Il valentuomo riferì puntualmente al Ministero,
fece raccomandazioni, propose provvedimenti; ma credo che negli
Archivi del Ministero nessuno abbia mai pensato a togliere dal loro
onorato riposo le carte e le tabelle che il comm. Sacconi ebbe lo zelo
di vergare e compilare. Majora premunt. Fortunatamente per i libri
ci sono le tarme ed i topi Ça se mange tout seul, e la gente non se
ne incarica. Eppure cotesto materiale sconosciuto o negletto, se pru-
dentemente concentrato presso quelle regie Biblioteche dove si è fatta
con ogni cautela la vendita dei duplicati, potrebbe o cedersi alle biblio-
teche governative cui fosse utile o alienarsi e convertirsi in buoni
denari da acquistare opere che servano alla coltura moderna. È cotesto
un prezioso patrimonio nazionale che non conviene lasciare andare
in rovina, e sul quale è obbligo preciso del Governo di vigilare, sol-
lecitandone la retrocessione quando sia dimostrato che le condizioni
accettate dai Comuni ai quali fu devoluto non furono rispettate. E
nella maggior parte dei casi rispettate non furono nè potevano essere;
perchè fu errore credere che quei libri, per la massima parte ascetici,
potessero costituire una biblioteca pubblica, o gradire a quelle pub-
bliche librerie comunali che sono già un onere gravoso alle ammini-
strazioni, le quali non ne vedono - ed è naturale - alcuna pratica uti-
lità. Ma cotesti stessi volumi mandati nei centri di studî, dov'è un
largo mercato bibliografico, o avrebbero giovato a completare altre
raccolte governative, o sarebbero stati venduti a buone condizioni,
segnatamente quando con l'istituzione delle nuove Facoltà teologiche
ve n'era grande richiesta. Ma neppur questo si fece, per la solita
ragione che di biblioteche e di libri lo Stato italiano non ha mai
voluto occuparsi, e le rarissime volte che vi attese lo fece tiratovi per
i capelli e di mala voglia.
Gli esempi abbondano in questa miserevole storia retrospettiva
che è pur necessario far conoscere. Un solo ministro, perchè di molta
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e vasta coltura e perchè ebbe modernità d'idee, di studî e di propo-
siti, un solo ministro, Ruggiero Bonghi, pose nel suo programma la
fondazione d'una nuova biblioteca, la Vittorio Emanuele. Ma l'esempio
di lui non consigliò certo altri ad imitarlo. Fatto sta che, tranne co-
testa singolare eccezione, il nuovo Regno d'Italia, non soltanto non
ha cercato d'aumentare il numero delle biblioteche esistenti nei vari
Stati prima dell'annessione, ma ha dovunque procurato di cedere ad
altri enti non solo i libri di sua proprietà, ma perfino le biblioteche
che, come quelle di Mantova e di Siena, gli appartenevano. Del come
abbia poi amministrato e governato e aiutato le proprie, è inutile
dire, perchè fatti dolorosi, anche recenti, lo provano.
Quando, dopo l'incendio che il 26 gennaio 1904 s'apprese alla
Biblioteca Nazionale di Torino, la pubblica attenzione fu momenta-
neamente richiamata ai pericoli ond'erano minacciati i nostri istituti,
il ministro Orlando fu sollecito a presentare una legge che provve-
desse alle necessità più urgenti. In quella occasione un illustre e
provetto parlamentare, l'on. Paolo Boselli, dettò una relazione piena
di utili ammonimenti, in cui dal fatto particolare assorgendo a con-
siderazioni e disamine d'indole generale, dimostrava l'opportunità di
una classificazione delle nostre biblioteche, la quale assegni alle go-
vernative il vero còmpito loro, destinando contemporaneamente biblio-
teche speciali e diverse ai bisogni della scuola e della coltura. In
cotesta relazione, che meriterebbe esser più nota perchè è una pagina
importantissima per la storia delle biblioteche italiane, l'on. Boselli
scriveva: «È mestieri separare le biblioteche che provvedono alla
istruzione ed educazione popolare, vale a dire alla coltura generale,
da quelle istituite a provvedere alla coltura letteraria e scientifica
speciale. Sono due fini che richiedono suppellettili, metodi d'ordi-
namento e di servizio l'uno dall'altro ben differenti... A ciò valgono
le biblioteche municipali se fomentano l'istruzione media e diffon-
dono le cognizioni dalle quali scaturisce il progresso morale, intel-
lettuale ed economico dei cittadini. Valgono a ciò le biblioteche
proprie degli enti e dei contribuenti locali, disseminate per tutta
l'Inghilterra dalla legge Ewart ripetutamente perfezionata».
E a proposito della necessità di dividere il lavoro e di affidarne
una parte a nuovi istituti, ricordava il voto del nostro Congresso di
Firenze formulato dalla Presidenza della Società bibliografica.
Non basta: quella stessa relazione sosteneva la necessità di re-
golare il diritto di stampa che è ancor governato dall'editto Alber-
tino, e per il quale Luigi Rava, deputato, presentò un disegno di
legge, che, approvato nel Congresso della Bibliografica in Venezia,
non ebbe poi corso. E annunziando prossima una riforma dei nostri
ordinamenti, toccava il Boselli i diversi punti che essa avrebbe dovuto
considerare, come lo scambio dei duplicati di cui trattò l'on. Carlo
Del Balzo, il prestito dei libri di cui si occupò l'on. Credaro, l'ur-
genza di compiere i cataloghi dei manoscritti, l'opportunità di pro-
muovere riproduzioni dei codici più preziosi e dei cimelî più rari. E
terminava, l'illustre uomo, con queste parole: «L'azione dello Stato
rispetto alla coltura deve essere massimamente fomentatrice e inte-
gratrice», e con presentare un ordine del giorno del tenore seguente:
«La Camera prende atto delle dichiarazioni del Governo del Re sia
rispetto agli ulteriori provvedimenti per la Biblioteca Nazionale di
Torino, sia relativamente alla presentazione di un disegno di legge
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per la riforma e per la tutela delle biblioteche italiane». E quasi
contemporaneamente la Giunta generale del bilancio esprimeva i me-
desimi concetti nella relazione presentata alla Camera dei deputati
dall'on. Credaro il 7 giugno 1904. In essa si legge: «La Giunta fa
voti che il Governo raccolga un maggior numero di elementi di studio
per preparare una riforma organica e radicale di tutto l'ordinamento
delle biblioteche, che renda più ricche le dotazioni, migliori e au-
menti il personale di tutte le categorie, soddisfi ai molti bisogni dei
locali, renda sicura la conservazione del materiale raccolto... adatti
il funzionamento di questo importantissimo servizio a tutti i moti
della coltura e della società moderna».
Il disegno di legge presentato dal ministro Orlando, sul quale
aveva così saggiamente riferito il relatore on. Boselli, fu messo in
discussione alla Camera dei deputati il 27 giugno 1904, in una di
quelle sedute mattutine che preludono alle vacanze imminenti. Il pre-
sidente del Consiglio, on. Giolitti, accettò la dizione del disegno di
legge della Commissione, che fu letto dal segretario, ma sul quale
nessuno chiese di parlare. Il presidente pose allora in discussione
l'ordine del giorno proposto dalla Commissione, quello che contiene
la formale promessa di presentare un disegno di legge per la riforma
e la tutela delle biblioteche italiane. Il presidente del Consiglio, ono-
revole Giolitti, dichiarò d'accettarlo a nome del Governo, e l'ordine
del giorno fu approvato.
Intanto due anni sono trascorsi, e nel frattempo alla Minerva si
sono succeduti, dopo l'Orlando, tre ministri, il Bianchi, il De Marinis e
il Boselli (1)2. Quest'ultimo avrebbe certamente mantenuto da ministro
ciò che egli aveva da semplice deputato eccitato il Governo a pro-
mettere. La legge invocata, di cui lo stesso Governo riconobbe la
necessità e l'urgenza, non soltanto non fu presentata, ma nemmeno
preparata o sognata. Quell'ordine del giorno del 27 giugno 1904, che
è un solenne impegno per il Governo, qualunque sia il Ministero che
lo impersoni, è certamente dimenticato o ignorato dai più, da quelli
stessi che lo accettarono. Pertanto è debito della Società bibliografica
di ricordare cotesta promessa, e di sollecitarne con tutti i mezzi un
prossimo adempimento.
E poichè non dubito che questo mio voto sia da voi accettato, e
sostenuto con i vostri suffragi, mi permetto ancora tediarvi per poco,
aggiungendo alcune considerazioni che mi sembrano importanti. È
necessario che l'opera del Governo in fatto di biblioteche non si re-
stringa in troppo modesti confini, in un angusto e sterile campo. È
d'uopo ricordare che l'istruzione e l'educazione pubblica non consiste
unicamente nella scuola. La legge Casati, da chi apre una scuola
pretende giustamente certe garanzie di moralità e di abilità didattica.
Se è vero che il libro è lo strumento dell'istruzione, se è da tutti
riconosciuto esser il libro lo strumento o l'arme di cui la scuola in-
segna l'uso e i vantaggi, non deve cotesto strumento e cotest'arme
esser affidata a mani inesperte. L'on. Turati, in un recente discorso
tenuto a Milano per celebrare il terzo anniversario delle biblio-
teche popolari milanesi, disse che la diffusione della coltura nel
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popolo è la propaganda più rivoluzionaria e nello stesso tempo la più
conservatrice, perchè «vôlta ad elevare una massa che non sa leg-
gere o legge male, che dispone spesso soltanto di una mezza coltura,
la quale la rende così partigiana e settaria e dogmatica da mettere a
repentaglio la democrazia e da rendere il socialismo una delusione
e un'utopia». È necessario dunque che cotesti strumenti di progresso
siano adoperati a scopo educativo, scelti con amorevole cura, sommi-
nistrati con savia preveggenza. È necessario che la scuola trovi nella
biblioteca il suo ausilio, la sua continuazione, la sua integrazione, e
che perciò i maestri, gl'insegnanti siano fatti esperti dei metodi e delle
norme onde i libri si scelgono, si classificano, si catalogano, estraen-
done quasi il succo, per modo da renderli profittevoli per la ricerca
immediata e per un più meditato studio, da consigliarli e suggerirli
agli alunni desiderosi di acquistare nuove cognizioni sopra un dato
soggetto; e dall'altro lato occorre che le persone alle quali si affidano
coteste raccolte di libri conoscano il mestiere di bibliotecario, che è
più arduo di ciò che dai più non si creda, e che per certi rispetti
richiede maggior somma di dottrina, d'energia e di pazienza che non
quello di maestro. Invece da noi il bibliotecariato non esiste, e comincia
appena ora ad affermarsi e ad esser riconosciuto.
Per fare il veterinario si richiede un diploma, per fare il farma-
cista si richiedono studî particolari e una speciale abilitazione; ma chi
ha da curare le menti e i cuori, chi deve somministrare i farmachi
della sapienza non importa - a quel che pare - abbia una adeguata
preparazione. Per adoperare una caldaia a vapore si richiede un mac-
chinista, ma per chi deve dirigere una biblioteca, che può certe volte
diventare un pericoloso deposito di materie esplodenti, nessuna abi-
litazione. Ricordo l'idea che aveva d'una biblioteca un ex-deputato
che dalla pietà d'un conterraneo fu messo a far il bibliotecario in un
Ministero. Il suo decalogo era formulato in questa sentenza: «in una
biblioteca i libri debbono stare uno appresso all'altro». Era tutta la
sua biblioteconomia, e a dir vero somigliava a quella di molti altri
che anche oggi vanno per la maggiore e amministrano la cosa pub-
blica. Dove le amministrazioni locali dispongono degli uffici, le ele-
zioni a quello di bibliotecario si fanno con cotesti criterî. E ciò accade
perchè non si ha punto l'idea di ciò che dev'essere una biblioteca
moderna. Guardate le biblioteche popolari che si andavano fondando
anni sono, dopo che Antonio Bruni, un pratese, se ne fece promotore
ed apostolo. Non parliamo di ciò che ha qui fatto L'Umanitaria e di
ciò che con modernità di propositi si va ora tentando in varie parti
d'Italia. Or bene, le biblioteche popolari quali si ideavano, consiste-
vano in una accozzaglia di libri d'ogni genere, raccattati di qua e di
là: tutta roba di rifiuto, raccolta richiedendo ai cittadini quel che
fosse inutile per le famiglie, quei libri che strascicano per le case e
dei quali non par vero disfarsi. Le uniche biblioteche degne di questo
nome son quelle nelle quali non entra un libro se non abbia una
ragione speciale per esser prescelto. Così deve farsi, e ricorderò come
tipo del genere quelle fondate in Bergamo e in Ravenna dalla nostra
consocia la contessa Maria Pasolini.
Un qualche segno di buon volere anche da parte del Governo
comincia a vedersi. Pare che in questi giorni siasi dal Ministero ini-
ziata un'inchiesta sulle biblioteche popolari; ma, al solito, l'inchiesta
è affidata a funzionari che, se s'intendono d'istruzione popolare, di
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biblioteche non hanno nessuna pratica; e per essi questa nuova in-
dagine rappresenta una fatica di più, mentre han già altri e gravi
carichi sulle povere spalle. Converrebbe anche qui non disperder le
forze e, se si vuole ordinare logicamente questo servizio, affidare la
vigilanza di tali biblioteche ai bibliotecari governativi, in ciascuna
circoscrizione. Altrimenti si distribuiranno i soliti sussidi con nessuna
garanzia di riuscita, senza utilità, senza profitto. Non so perchè, mentre
tante cose mediocri si son prese dalla Francia, non si è almeno imi-
tato il sistema colà vigente di promuovere utili pubblicazioni, acqui-
standone parecchie copie, sul parere di una speciale Commissione, e
distribuendole alle biblioteche popolari.
Ma tornando alla legge e alla riforma invocata, converrebbe che
essa ponesse nuovi fondamenti a questa istituzione delle pubbliche
biblioteche, alle quali non vorrei fosse dato il solo titolo di popolari.
La public library d'Inghilterra e d'America non ha nulla che vedere
con queste ibride biblioteche popolari da noi vagheggiate. Essa deve
servire a tutti, alla coltura generale, così dell'operaio, come della
madre di famiglia, come del professionista. Dev'essere una biblioteca
di coltura, non di abbassamento intellettuale; non deve disdegnare
nè la politica, nè la letteratura romanzesca, nè quella tecnica e spe-
ciale. Soltanto coteste opere devono essere accessibili a tutti e di facile
intelligenza, come ad esempio i Manuali Hoepli. Così il livello intel-
lettuale del popolo si innalzerà, e la biblioteca in ogni centro abitato
sarà un focolare d'istruzione e di educazione a tutti gradito; non
un'accolta di libri o stupidi, o sciatti, come quelli che si mettono ora
insieme per utile e diletto del popolo. Per ciò fare richiedonsi mezzi,
e non deve credere lo Stato di potersela cavare con i soliti sussidi
di 100 o di 50 lire. La riforma ha da farsi ab imis, e occorreranno dei
buoni denari, che, dove manchino enti morali come L'Umanitaria,
si potranno ricavare per altra via, sol che si voglia. Un'agitazione
legittima e doverosa si va facendo dai maggiori comuni d'Italia, con a
capo quello di Firenze, per ottenere quel quarto della rendita delle
soppresse corporazioni religiose che ad essi spetta per la legge 7 lu-
glio 1866 (art. 35). È stato calcolato che la rendita reale di cotesti
beni degli enti soppressi è ora di annue lire 21,736,706.48, anche ac-
cettando le cifre confessate dall'Amministrazione del Fondo per il
culto. È dunque una somma annua di oltre 5 milioni che dev'essere
distribuita ai comuni e da essi impiegata specialmente per la pub-
blica istruzione. Se di questa somma la massima parte, o almeno la
metà, o anche un terzo si adoperasse per fondare pubbliche biblio-
teche, quanto grande vantaggio ne ricaverebbe la coltura italiana,
quale beneficio ne ritrarrebbe la stessa produzione libraria! Dunque
anche per questo rispetto, per la vexata quaestiodei mezzi che serve
di pretesto alla più supina negligenza ed inerzia, non vi sono diffi-
coltà.
Riepilogando, che è tempo, noi facciam voti che si ponga mano alla
preparazione e presentazione di una legge sulle biblioteche, la quale
involga e protegga tutto il patrimonio bibliografico nazionale, che -
come il patrimonio artistico - non comprende soltanto la suppellettile
delle biblioteche governative, ma quella degl'istituti sovvenuti dallo
Stato, quella in possesso delle provincie, dei comuni e degli enti mo-
rali; che, oltre a tutelare e regolare la conservazione e l'incremento
del patrimonio bibliografico esistente, la legge provveda alla
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istituzione di pubbliche biblioteche di coltura dovunque sia necessario,
con i mezzi che può attingere dal soppresso asse ecclesiastico; che
coordini ed integri l'opera della scuola con quella della biblioteca,
abilitando all'ufficio di bibliotecario chi abbia seguito uno dei corsi
tecnici che debbono fondarsi nelle biblioteche governative maggiori,
per modo che il bibliotecariato sia riconosciuto come professione; che
vigili, per mezzo di idonei ufficiali, non soltanto il patrimonio biblio-
grafico governativo, ma quello altresì che è posto a pubblico uso anche
da enti morali o da privati; che riformi ed adatti alle presenti neces-
sità la legge sul diritto di stampa, e che, per ultimo, nell'Ammini-
strazione centrale raccolga sotto una unica direzione tutto ciò che si
riferisce al servizio bibliografico (1)3.
Questo voto raccomando al patrocinio autorevole de' miei egregi con-
soci. Facciano essi che il nostro Congresso, raccolto a Milano per cele-
brare una delle più grandi vittorie dell'umano lavoro, segni anche per
la coltura italiana una data memorabile da cui cominci per il nostro
paese una vita novella. L'opera assidua dell'uomo, la pertinacia diu-
turna perfora le roccie impenetrabili delle montagne e apre al progresso
e alla civiltà, ai commerci e all'affratellamento delle nazioni nuove
vie, nuovi valichi, nuovo avvenire. Procuriamo che il fascio dei nostri
concordi voleri sforzi la rôcca in cui si è rinchiusa l'ignoranza, la
superstizione e l'arte di governo. Io credo che la redenzione del po-
polo nostro, redenzione intellettuale, morale ed economica, avverrà
soltanto quando esso avrà imparato a fare buon uso della sola arme
con la quale si debbon combattere le battaglie future: un'arme che
abbrucia e guarisce ad un tempo, che risana e consola, l'arme che
fece le più durevoli e immortali conquiste, senza spargimento di sangue,
senza seminare odi e dolori: l'arme onde si valsero i grandi pastori
di popoli, i grandi seminatori di idee, gli apostoli del pensiero e del-
l'ideale: - il libro.
Guido Biagi.
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1. Nota. - Memoria letta nella VII Riunione della Società Bibliografica ita-
liana in Milano, 31 maggio-3 giugno 1906.
2. Ormai i ministri, dal giugno in poi, son diventati cinque, poichè dob-
biamo aggiungere i nomi dell'on. Guido Fusinato e di Luigi Rava, della cui
operosità e intelligenza abbiamo già prove sicure e promettenti.
3. La Società Bibliografica fece suo questo voto e lo presentò con calde
raccomandazioni al Ministero.
Guido Biagi.

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