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Desiderio Chilovi

Le biblioteche universitarie





LE BIBLIOTECHE UNIVERSITARIE




DESIDERIO CHILOVI


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- Ci sono delle biblioteche universitarie in Italia?...
- No.
Una volta c'erano; ma allora i bisogni dell'insegnamento su-
periore erano diversi e minori dei presenti; le nuove opere let-
terarie e scientifiche, scarse; e molto limitato il numero di coloro
che si recavano alle biblioteche. È soltanto per conservare un glo-
rioso ricordo, che, da noi, si dà ancora il nome di biblioteche uni-
versitarie ad alcune biblioteche, alle quali tutto manca per esserlo:
libri, ordinamento, locali e, persino, un legame qualsiasi che vincoli
questi istituti alla Università.
La biblioteca non è, come taluno forse crede ancora, un sem-
plice magazzino in cui è riposto, e debitamente registrato, in
una specie d'inventario chiamato catalogo, un numero più o meno
grande di libri, custoditi alla meglio, da alcuni impiegati; e dove
chi vuole può andare a leggere.
No. I libri per se stessi non costituiscono una biblioteca; sono
i materiali primi, indispensabili per averne una.
La biblioteca deve poter accompagnare chi studia in tutto il
cammino che vorrà fare: è una istituzione che quando cessa l'in-
segnamento della scuola, subentra e ne prende il posto. Ma per far
questo non basta provvederla di libri e collocarli in bell'ordine ne-
gli scaffali. Chi presiede alla biblioteca deve, con occhio vigile e pre-
vidente, seguire i progressi continui della scienza e così scegliere
ed acquistare, secondo un fine prestabilito, i libri più necessari;
deve, da ultimo, render tutti i libri posseduti dalla biblioteca, siano
pure centinaia di migliaia, prontamente e facilmente accessibili ai
lettori a seconda dei vari bisogni.
Una biblioteca poi, particolarmente addetta ad un istituto lette-
rario o scientifico, ha un cómpito preciso. La sua via è tracciata;
non può, e non deve abbandonarla, nè distrarsi dai suoi lettori
per attendere ai bisogni di un pubblico diverso da quello che le
fu assegnato.

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La biblioteca universitaria è ai nostri giorni, molto più che
nei passati, non solo un sussidio continuo, ma un complemento in-
dispensabile all'insegnamento compartito dalla cattedra. Il profes-
sore non può abbracciare e comprendere nelle sue lezioni tutto
quello che vorrebbe insegnare: egli stesso è costretto a racco-
mandare al discepolo di chiedere aiuto, consiglio, maggiori notizie
e schiarimenti ai libri; di cercare ed esaminare gli autori che sosten-
gono o combattono le teorie e le dottrine da lui insegnate. E questi
libri la biblioteca deve averli pronti; ed il professore essere sicuro
che lo scolare troverà questi libri. In una solenne occasione il pro-
fessore di chimica generale Giorgio C. Caldwell faceva giusta-
mente osservare, che il professore di una Università, il quale non
possa disporre di una buona biblioteca - non solo per i propri bi-
sogni, ma anche per potervi mandare i suoi discepoli a ricercare
da loro stessi il vero, tra i ricordi a stampa del passato e del
presente - deve sempre considerare il proprio insegnamento come
seriamente incompleto (seriously incomplete).
Ora per quanto fosse manifesta ed evidente quella trasforma-
zione notevole nell'insegnare, essa, da noi, passò come inavvertita
rispetto alle biblioteche, e nessun provvedimento fu preso per met-
terle in grado di potere adempiere bene il nuovo loro ufficio. «Que
l'on ne l'oublie pas», diceva il bibliotecario Jules Cousin; «la ques-
tion spéciale des bibliothèques universitaires demande à être exa-
minée dès maintenant, avec le plus grand soin. Car ce qu'on ne
peut nier, c'est que notre enseignement supérieur est entré, de
notre temps, dans une nouvelle voie; et qu'il tend de plus en plus
à se transformer et à se revivifier au souffle de l'esprit moderne».
L'urgenza di provvedere la biblioteca di libri, a seconda di questi
nuovi e mutati bisogni, come pure la necessità di adattare a nuovi
fini i locali della biblioteca, crebbero e crescono ogni giorno; ma
in Italia per le tristi e dolorose vicende politiche della prima metà
del secolo e per la poca importanza che si è data a tutto quanto
concerne le biblioteche, negli ultimi quarant'anni nulla si è fatto;
ed ogni cosa è rimasta presso a poco come era nel secolo decorso.
Impossibilitate a provvedere ai bisogni dell'insegnamento univer-
sitario moderno, esse si videro costrette a supplire anche ai desi-
derî di altri lettori.
E per queste ragioni non si sa più che cosa sia una biblioteca
universitaria; perchè ne porti il nome; e in che essa differisca dalle
altre. Anzi, ad un paio di tali biblioteche, di Torino e di Palermo,
fu tolto addirittura il nome di universitarie. La cosa passò inosser-
vata; il nome non significava più nulla!...
I lamenti che si fanno qui per le biblioteche universitarie si

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potrebbero con grande facilità ripetere, sotto molti altri aspetti,
anche per quelle che hanno destinazione diversa; perchè da noi
la biblioteca non è ancora considerata come parte integrante ed
attiva nel sistema della nostra istruzione pubblica; si considera
solo come un magazzino di libri.
Negli Stati Uniti invece, dove in questi ultimi venti anni la
biblioteca ha raggiunto una efficacia che prima non si sognava,
tutto l'insegnamento, dall'infimo gradino della scuola elementare
al più alto, trova il suo principale sostegno, il suo compimento e
il suo perfezionamento nella biblioteca. E i resultati ottenuti nel
volger di pochi anni sono tali, da recar meraviglia nella vecchia
Europa. È impossibile, scriveva in questi ultimi giorni, nella Library,
un bibliotecario inglese, ritornare col pensiero al 1889; ed avendo
sempre presente quello che in Inghilterra e in America si giudi-
cava essere il vero cómpito di una biblioteca, non rimanere ora
fortemente meravigliati di fronte ai progressi enormi ottenuti nel
suo ordinamento, e ancor più nell'affermare quello che ciascuna
biblioteca deve essere.
Ma non è questo il momento opportuno per parlare delle no-
stre biblioteche considerate nel loro insieme, quantunque questo
esame sarebbe molto istruttivo. Qui basta accennare che fra di loro
non esiste ancora un accordo: che le nostre biblioteche pubbliche,
appartenenti allo Stato, non sono in modo alcuno collegate a quelle
di altri enti diversi, quasi non avessero comune l'intento e il do-
vere di far progredire gli studi e promuovere la cultura na-
zionale.
Il poco che per le nostre biblioteche è stato pensato e fatto in
tanti anni di libertà, non esce dalla cerchia ristretta delle trenta
biblioteche pubbliche governative. I ministri Bargoni e Bonghi, e
poi l'on. Ferdinando Martini, mentre era segretario generale della
istruzione pubblica, cercarono di dare a queste biblioteche un as-
setto più razionale; ma nell'opera loro, bene incominciata, furono
interrotti.
Rispetto alle biblioteche governative minori, e alle altre che non
dipendono dal Governo, nulla si è fatto se si toglie la facoltà data,
dall'on. Martini, alle biblioteche governative, di concedere, entro
certi limiti, e sotto certe condizioni, i libri in prestito alle biblio-
teche comunali. Questo atto lodevolissimo è il primo, anzi l'unico,
col quale il Governo riavvicina le une alle altre, mostrando l'ob-
bligo loro di aiutarsi a vicenda. Ma è poco! e fu una vera fatalità
che, per le biblioteche non governative, non fossero effettuate le
idee, che più volte ho udite esporre di viva voce all'onorevole
Bonghi.

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Vi fu un momento, nel 1882, in cui il Parlamento stesso si mo-
strò preoccupato di tali condizioni anormali, e nominò una Com-
missione d'inchiesta; la quale, coi suoi consigli, avrebbe potuto de-
cidere e stabilire l'ordinamento futuro delle nostre biblioteche. Ma
la Commissione iniziò i propri lavori, non li continuò; non pre-
sentò il risultato delle indagini fatte nè al Parlamento nè al paese;
e i provvedimenti da prendersi si aspettano ancora.
Questo stato incerto e d'abbandono delle nostre biblioteche in
generale, spiega pur troppo come anche le Universitarie non siano
più tali, bensì biblioteche omnibus; con le quali si vorrebbe ripa-
rare a tutto mentre non possono contentare nessuno.
Tornando al nostro discorso, se si consulta il regolamento in
vigore (articolo 7) si avverte che «le biblioteche universitarie
sono costituite non solo dai libri esistenti entro la biblioteca, ma
ancora da quelli che trovansi presso i gabinetti, i laboratorî, le
cliniche, i musei e gli altri istituti o scuole speciali dipendenti dal-
l'Università», e che «hanno per obbligo: a) di porgere ai discenti
il necessario sussidio a quelli studi che si compiono nell'Università
stessa; b) di offrire agli insegnanti gli istrumenti alla ricerca, nelle
condizioni presenti della scienza che essi professano».
Abbiamo dunque una biblioteca principale e comune per gli
studi che si compiono nelle Università, e diverse librerie speciali.
Ora, prima di ogni altra cosa si deve notare che in Italia l'in-
gresso alla biblioteca principale di una Università è libero a tutti,
ai giovani, ai vecchi, ai professori e agli scolari, ai dotti, ai semi-
dotti e anche ai fannulloni, purchè abbiano oltrepassato il sedice-
simo anno di età... Non è come in altri paesi dove un estraneo, per
poter frequentare queste biblioteche, deve chiedere e ottenere il
permesso dal Rettore dell'Università. In Francia, per esempio, l'ar-
ticolo 15 del regolamento delle biblioteche universitarie è molto
chiaro:
«Sont admis de droit dans les salles de lecture:
«1° Les membres du corps enseignant;
«2° Les étudiants de toutes les Facultés à quelque école qu'ils
appartiennent, sur la présentation de leur carte d'étudiant.
«Sont admises, en outre, les personnes munies d'une autorisa-
tion délivrée par le Recteur».
Questo lasciare aperta a due battenti, come si fa da noi con li-
cenza eccessiva, la porta della biblioteca universitaria farebbe al-
meno supporre una sovrabbondanza di libri tale, da potere appa-
gare i bisogni e i desiderî di chiunque, cominciando dal libro che
contiene le più graziose e geniali creazioni della fantasia e termi-
nando con le opere nelle quali si studiano le più gravi e più ardite
speculazioni scientifiche.

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Ma non è così!
I loro scaffali possono essere stivati con libri, ma essi non sono
quelli proprio necessari all'insegnamento universitario. Con l'aiuto
d'una simile libreria si potrà forse scrivere la storia di una scienza
nei tempi trascorsi, ma essa non rispecchierà il pensiero moderno,
la sua incessante produttività ed il continuo progredire dello
spirito umano. Tolti i libri annoverati come classici in qualsivoglia
materia, che vi devono essere perchè si possono ancora studiare
in una Università, restano ben pochi libri pubblicati nella seconda
metà del nostro secolo.
Se, per un caso strano, vi fosse qualcuno che dubitasse di questa
deficienza di opere, o meglio, se qualcuno volesse accertarsi fino a
qual punto essa giunga, senza andare per le lunghe, basterà - tra-
scurando la grande scarsezza di opere italiane e di Riviste scien-
tifiche più necessarie, e per le quali soltanto occorrerebbe, al dire
di un dotto bibliotecario tedesco, per una grande Università un
assegno annuo di 25000 lire - basterà, dico, consultare un docu-
mento ufficiale, e precisamente, la tabella statistica dei libri stra-
nieri moderni acquistati o ricevuti in dono dalle biblioteche go-
vernative, inserita nel Bollettino della biblioteca Vittorio Emanuele
di Roma, stampato nel dicembre 1899.
Là si riscontra, che a Torino, per la Facoltà giuridica della sua
insigne Università, le opere moderne straniere entrate nella bi-
blioteca durante il 1899 furono 63 (sessantatre), mentre quelle
del 1898 ascesero in tutte a 56 (cinquantasei). Queste 63 opere,
(non saprei dire quante sono scritte in francese, in inglese o in
tedesco) devono rappresentare per 20 insegnanti e per i giovani
che assistono alle loro lezioni, gli studi fatti durante l'anno, le
osservazioni raccolte, i resultati ottenuti presso le altre nazioni
civili del mondo, nelle discipline seguenti: fonti, storia e filosofia
del diritto, istituzioni di diritto romano, diritto e procedura civile
e penale, diritto canonico, costituzionale, internazionale, ammini-
strativo, commerciale, legislazione civile, legislazione comparata,
economia politica, finanza, statistica...
In mezzo alla marea sempre più crescente di nuovi libri che
da tutte le parti ci innonda, anche senza comprendervi le pubbli-
cazioni di documenti ufficiali e di statistiche, si resta trasecolati
pensando che queste sessantatre opere dovrebbero contenere in sè
il fiore di tutto quello che in queste discipline diverse si è studiato
e stampato in un anno nel mondo civile. Pare di essere risaliti
ai bei tempi nei quali l'abate Bignon, bibliotecario della Reale,
ora Nazionale, di Parigi, in una sua lettera del 28 marzo 1726, fa-
ceva istanza perchè il Re destinasse alla biblioteca un assegno

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speciale per acquistare libri stampati all'estero «et cet article
mérite d'autant plus de considération, que dans le cours d'une
année il ne s'imprime au plus en France, qu'une vintaine de vo-
lumes grands ou petits qui puissent être d'une véritable utilité au
sçavans, au lieu que dans le reste d'Europe, il s'en imprime bien
le double; qu'il est honteux de n'avoir pas dans une bibliothèque
telle que celle du Roy...».
La mancanza dei libri necessari all'insegnamento universitario
e l'insufficienza degli assegni accordati per l'acquisto di nuovi libri
sono lamentate non solo in Italia, ma anche altrove. Di recente, nella
Tägliche Rundschau di Berlino (25 gennaio 1900) si osservava che
con le ultime innovazioni introdotte nell'insegnamento universi-
tario della giurisprudenza, lo studio del diritto civile germanico
acquistava nuova e grandissima importanza. Ora i giovani che vo-
gliono essere ammessi al primo esame di giurisprudenza, sono co-
stretti a presentare due lavori sul diritto civile, scritti da loro, e
poi giudicati dal professore. È evidente che essi dovranno studiare
il nuovo diritto civile germanico nelle sue fonti, negli scritti e nei
commenti che intorno al medesimo furono già pubblicati in questi
ultimi anni. L'egregio scrittore crede che la sola biblioteca uni-
versitaria di Berlino abbia le principali opere o memorie necessa-
rie, in tutte 500 almeno, opere e memorie che alle altre biblioteche
universitarie tedesche mancano.
So benissimo che in tanta miseria di libri molti professori per
salire degnamente la loro cattedra si procurano con gravi sacri-
fici personali, a proprie spese, le opere più necessarie che la bi-
blioteca dovrebbe avere per loro; e che il regolamento dichiara,
alla pari degli apparecchi e delle macchine per lo studio della
fisica, strumenti necessari alle loro ricerche nelle condizioni pre-
senti della scienza. So pure, per averlo io stesso costatato, che, al
bisogno, molti professori prestano, con liberalità mai abbastanza
lodata, i loro libri agli scolari più solleciti d'imparare. Ma non si
può ragionevolmente fare assegnamento in cotesto disinteresse, in
cotesta liberalità; non si può ammettere che gli scolari manchino
di libri giudicati necessari perchè la lezione riesca pienamente
proficua.
Il nostro insegnamento superiore non può e non deve restare
segregato, neppure in parte, dal pensiero moderno delle nazioni
civili. L'Italia ha da trar profitto degli studi fatti altrove, come al-
trove si trae profitto dei nostri; e deve offrire, come fece gloriosa-
mente in passato, a tutto il mondo i risultati delle proprie inda-
gini e delle proprie scoperte.
Per le scienze sperimentali la cosa procede in modo molto

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diverso. Esse, lasciata da parte la biblioteca universitaria come
se non esistesse, perchè mancante delle opere e Riviste le quali
sarebbero necessariamente utili anche al loro esercizio, si aiutano
come possono colle librerie speciali esistenti nei gabinetti e musei
relativi. Però questo spartimento di mezzi, sotto un aspetto, senza
alcun dubbio, necessario e molto vantaggioso all'insegnamento
stesso, presenta, così come è praticato da noi, alcuni inconvenienti;
e ciò, perchè la biblioteca comune e le librerie speciali percorrono
ciascuna la loro via senza darsi pensiero delle altre, senza mettersi
fra di loro d'accordo, senza aiutarsi reciprocamente.
La biblioteca universitaria si crede esonerata dall'acquistar
libri nelle discipline che hanno già una libreria speciale. C'è, si
dice, chi ci pensa! Ma il professore destina gli scarsi assegni al-
l'acquisto dei libri più necessari agli studi e alle ricerche che, in
un dato momento, si fanno nel suo laboratorio o gabinetto. E sta
bene! Non potrebbe adoperarsi altrimenti; perchè, come stanno le
cose, nessuno si troverebbe in grado di supplirlo nel farne una
scelta migliore. Se poi ricercasse e acquistasse anche i libri per
studi o per investigazioni diverse, da farsi in seguito da altri, egli
farebbe... il bibliotecario e non il professore!
In questo modo, però, la libreria di un laboratorio o di un ga-
binetto non potrà mai rappresentare per intiero e nella sua con-
tinuità la storia e lo svolgersi di una scienza; nè rispecchiare tutto
il pensiero che la informa e le dà vita; ma lo indicherà sempre
in modo frammentario e a sbalzi, non sarà mai la biblioteca di
una determinata scienza.
È la biblioteca comune, la biblioteca universitaria che, anche
sulle indicazioni stesse del professore, dovrebbe supplire a queste
manifeste mancanze della libreria speciale, per segnare, sia pure
a grandi linee, ma con esattezza, il sentiero luminoso percorso da
una scienza. Le librerie speciali non sono librerie che devono
stare sospese in aria, e vivere da sè. Esse sono una parte della
grande biblioteca e se, entro il confine a loro assegnato, devono
possibilmente conformarsi alle esigenze degli studi che si fanno,
sono e devono essere sempre collegate fra di loro, e tutte insieme
costituire la biblioteca universitaria; la quale, se da parte sua at-
tende in modo particolare alle scienze morali e politiche, non deve
per questo trascurare le scienze sperimentali. Altrimenti, se si con-
tinua di codesto passo, si accumulano qua e là libri sopra libri,
ma le lacune saranno un giorno tali e tante da non permettere
più di fare, se non con sacrifici grandissimi, certi studi, special-
mente nei rami di una scienza che non ha un insegnamento cat-
tedratico particolare. Vi è di più! Se si continua così, se la

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biblioteca universitaria non vuole o non può adempiere all'ufficio suo,
mancheranno anche tutte le opere costose le quali, trattando, per
la natura loro, materie diverse, nessuna libreria speciale vuole o
può acquistare a proprie spese. Fra tante opere di questo genere,
potrei ricordare, per meglio spiegarmi, i viaggi di esplorazione, nei
quali si trovano notizie, osservazioni e memorie talvolta importan-
tissime, non solo per lo studio della geografia, della geologia, del-
l'antropologia, della zoologia, della botanica, ecc., ma anche per ciò
che riguarda il culto della divinità, la storia e la filosofia, ecc.
Un altro guaio sta in questo: che per solito il direttore del la-
boratorio o del gabinetto considera, nell'uso, le opere da lui acqui-
state col pubblico denaro, come cosa quasi propria. Certo egli le
ha comperate per averle a mano, ma ciò non esclude che sia de-
siderabile che, potendo, riescano utili anche agli altri. A questo
fine fu tentato, ma inutilmente, di far registrare queste opere nel
Bollettino delle opere straniere pubblicato dalla biblioteca Vittorio
Emanuele di Roma, affinchè gli scienziati di tutta l'Italia sapes-
sero almeno dove alcuni di questi libri si potrebbero consultare:
mentre così non possono neppure essere richiesti in prestito dalle
altre biblioteche governative, mentre forse nella libreria speciale
stanno dormendo sotto la polvere!
E qui giova fare un'osservazione d'una grave importanza per
la cultura italiana. I libri scientifici non si trovano da noi che
nelle biblioteche dei gabinetti, ecc., e sono, come ho detto, raccolti,
non con larghezza di idee, ma secondo il denaro che si può spen-
dere e secondo i momentanei bisogni dell'insegnamento. Le grandi
biblioteche per scarsità di mezzi, anche se volessero, non potreb-
bero acquistare questi libri. Ora che cosa succede? Che se uno
scienziato italiano fa studi diversi da quelli che si insegnano
dalla cattedra dell'Università, non trova libri per sè; se poi
studia materie insegnate dalla cattedra ed egli non è nelle buone
grazie del professore, oppure combatte addirittura le teorie o le
dottrine da lui esposte, allora egli è certo di non potersi valere
nemmeno dei libri esistenti nei gabinetti. Si sarebbe in qualche
modo provveduto alla scienza ufficiale, ma il lettore cortese con-
verrà che non basta!
Da una migliore intelligenza fra la biblioteca comune e le li-
brerie speciali si avrebbe quest'altro vantaggio; che la biblioteca
universitaria potrebbe, come di recente ha fatto quella universi-
taria di Berlino, inviare i suoi impiegati a queste librerie spe-
ciali per compilarne con la necessaria esattezza bibliografica i ca-
taloghi; potrebbe inoltre, ogni dieci o venti anni, ricevere da
queste librerie tutte quelle opere che il direttore del gabinetto o

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laboratorio giudicasse non essere più per lui costantemente neces-
sarie. Oramai, come ho detto, è a tutti noto che nello studio delle
scienze sperimentali, eccettuati i libri che fanno testo, si consul-
tano solo di rado opere stampate da oltre 50 anni. Il gabinetto si
sbarazzerebbe di questi libri inutili per lui, sicuro di poterli ria-
vere ad ogni richiesta; mentre conservati nella biblioteca univer-
sitaria per il loro valore storico potrebbero essere sempre studiati.
In tal modo si manterrebbero entro giusti limiti le librerie spe-
ciali, evitando che col continuo aumentare si trasformassero in
vere biblioteche.
Ma ad onta di tutti questi inconvenienti, e di altri ancora che
qui non importa indicare, io sono convinto che in questo momento
in Italia le librerie speciali siano, più delle altre biblioteche, utili
agli studiosi. Esse hanno almeno dei frequentatori, siano pur po-
chi, i quali si dedicano ad uno studio particolare; esse sanno a
che cosa e a chi devono servire, esse hanno un avviamento, chiaro,
fermo, sicuro.
Non è così della biblioteca universitaria. Essa non vive come ho
detto per i suoi professori e per i suoi studenti, trascina una vita
stentata, distribuendo libri ad una folla promiscua di studiosi, di
lettori e di... chiamiamoli dilettanti.
E a proposito di questa distribuzione di libri, fra la nostra
biblioteca universitaria e le librerie speciali, si nota una grande
diversità. Nel dare i libri, si possono seguire due sistemi diversi.
Attenendosi a quello ordinario, da alcuni chiamato autocratico, i
libri sono sempre indicati e richiesti dal lettore, e presi e conse-
gnati a lui dai distributori, oppure, per fare una notevole eco-
nomia, da inservienti assistiti da un sottobibliotecario: in ogni modo
da un impiegato. Seguendo invece l'altro sistema, detto liberale, e
immensamente più gradito dai lettori, si accorda, entro limiti più
o meno ristretti, libero accesso agli scaffali, se non a tutti i lettori
indistintamente, a una parte di coloro che sono ammessi alla bi-
blioteca. L'estensione di questa facoltá a tutti i lettori fu già spe-
rimentata con esito felice, in alcune piccole biblioteche; ma là tutto
era predisposto a questo fine.
In questo caso non è più l'impiegato che va a prendere il
libro domandato dal lettore che aspetta; è invece il lettore che,
anche senza servirsi del catalogo, cerca e sceglie negli scaffali il
libro che più gli piace, mentre l'impiegato aspetta che glielo porti
per poterglielo, se è necessario, regolarmente consegnare.
È al di sopra di ogni dubbio il grandissimo profitto che ne
ritrae lo studioso dal vedere, sfogliare ed esaminare, togliendoli a
suo talento dagli scaffali, tanti libri, che si riferiscono ai suoi

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studi prediletti; e per questo il desiderio del lettore di accedere agli
scaffali è vivo e giustificato. Certo una ammissione generale dei
lettori agli scaffali, come è quella della quale si parlava poc'anzi,
presenta per una grande biblioteca gravi difficoltà, e forse così
grandi che non saranno mai superate; quantunque l'edifizio ideato
per una grande biblioteca da Federico Guglielmo Poole, con un
seguito di sale diverse di studio, possa considerarsi come un av-
viamento alla soluzione di questo difficile problema. Da noi le dif-
ficoltà sono tali da non rendere possibile neppure un'ammissione
agli scaffali limitata a certe persone, come può fare, per esempio,
la biblioteca Reale di Berlino (Regolamento, § 34, 35); o come al-
l'Università di Gottinga, dove l'esimio bibliotecario Dziatzko cal-
colava che in un anno si consultassero, a questo modo, circa di-
ciottomila volumi. In tutta Italia il più che si è potuto ottenere
sotto questo aspetto fu, dove i locali lo consentivano, di formare
delle piccole librerie di consultazione (enciclopedie, dizionari, ecc.)
accessibili ai lettori, a somiglianza di quella grande che esiste nella
sala di lettura del British Museum. E niente più!
Detto questo occorre notare che nelle nostre Università sono
in vigore tutti e due questi sistemi. La biblioteca principale distri-
buisce i libri a richiesta, e considera e tratta i professori e gli
studenti presso a poco come qualunque altra persona estranea.
Nelle librerie speciali invece, il professore, i suoi aiuti e gli stu-
denti degli ultimi corsi, non disturbati da estranei, possono con
più o meno facilità recarsi in persona agli scaffali, esaminare i
volumi che a loro più talentano; in una parola essi si sentono
padroni di tutti i libri là riuniti. Questo stridente contrasto,
mentre toglie a chi fa studi di scienze sperimentali ogni voglia di
frequentare la grande sala di lettura, è, sotto più rispetti, danno-
sissimo anche a coloro che frequentano le Facoltà di scienze morali
e politiche, perchè, non trovando nella biblioteca aiuto e agevo-
lezze, la frequentano quasi unicamente per leggere i libri di testo
che non vogliono acquistare. E il bibliotecario non può fare altri-
menti. Fra le molte e diverse cause che glielo impediscono non
ultima è la pessima collocazione dei libri e la ristrettezza dei lo-
cali. Molte biblioteche si videro, solo per questa ristrettezza, co-
strette a collocare i loro libri negli scaffali alla rinfusa, suddivisi
per formato, invece di dar loro, come per il passato, un ordine
sistematico qualunque. Come potrebbe il lettore, con una simile
disposizione dei libri, accedere agli scaffali, quando gli stessi im-
piegati per ritrovare qua e là un libro qualunque hanno sempre
bisogno delle indicazioni del catalogo?
Tutte le nostre biblioteche indistintamente risentono le tristi

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conseguenze dei loro locali edificati nel secolo passato. Ai giorni
nostri per l'accrescersi della suppellettile letteraria e scientifica
essi furono semplicemente ingranditi, senza tener in alcun conto
le mutate condizioni e i nuovi bisogni di questi istituti. E questo
gravissimo errore di volere ingrandire dei locali che non possono
adattarsi alle nuove esigenze della biblioteca (errore che per le sue
irreparabili conseguenze dovrebbe essere evitato con qualunque
sacrifizio), si ripete ancora. Un nuovo esempio lo abbiamo a Napoli.
Fra i nuovi istituti scientifici che si dovranno costruire per quella
grande Università si è anche pensato alla biblioteca; ma essa sarà
semplicemente ampliata, e non sorgerà nuova dalle fondamenta.
Così essa potrà contenere un maggior numero di scaffali e di libri,
ma non avrà mai i locali di cui abbisogna; non avrà mai un ordi-
namento razionale nei suoi servizi; non sarà mai una vera biblio-
teca universitaria.
Del resto è molto tempo che i locali delle nostre biblioteche
furono severamente giudicati. Nel 1877 il signor Vincenzo Quesada,
bibliotecario di Buenos Ayres, reduce da un viaggio fatto in Eu-
ropa per visitarvi le principali biblioteche, scriveva nella sua re-
lazione: «La Italia, que possée esplendidos templos de valor fa-
bulosos, no cuenta una sola biblioteca, entre las 27 de l'Estado,
cuyo edificio sea apropriado à sus fines. Construidos con objetos
diversos se han utilizado como ha sido possible» (I, pag. 532).
Ma fino a questo punto ho considerato la biblioteca univer-
sitaria come un istituto aperto a tutti. Sbarazzate invece dai lettori
che non appartengono alla Università, e fra questi ammessi unica-
mente coloro che eccezionalmente sono muniti di regolare per-
messo, dobbiamo ora aver sempre presente che la biblioteca è il
laboratorio della parte più numerosa degli studenti della Univer-
sità; di quelli cioè che sono ascritti alle Facoltà di giurisprudenza,
di lettere e filosofia, per le quali non si fabbricano ancora edifizi
speciali; di quelle scienze il cui insegnamento non richiede stru-
menti, macchine, esemplari e persino il cadavere dell'uomo, ma uni-
camente dei libri.
La lezione data dalla cattedra potrà forse bastare all'insegna-
mento professionale, poichè in quello si spiegano ed annunziano
i resultati ultimi ottenuti in una scienza; ma è addirittura insuffi-
ciente per quei giovani che si vogliono consacrare puramente ad
una parte speciale di una scienza; a coloro che per alta intelli-
genza saranno chiamati a farla un giorno progredire. La lezione
detta dall'alto della cattedra ha una efficacia molto diversa da
quella del libro. Nel libro si può, volendo, fermarsi e meditare
ogni singola parola; si può rileggere quello che si è già letto, si

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può, al bisogno, chiedere aiuto e consiglio ad un altro libro. Alla
lezione pubblica non si può far ripetere quello che non si è po-
tuto udire, quello che si è frainteso, quello che si è scordato. La
viva parola del maestro infiamma e lascia desiderio profondo e ine-
stinguibile di sapere nell'animo e nella mente dello scolare, quando
è ispirata all'alto fine che una scienza si propone, ai molti doveri
che essa accenna; quando è risposta ad una domanda fatta; quando
spiega quello che lo studente non ha saputo o non ha potuto ca-
pire; quando chiarisce le oscurità e i dubbi della sua inesperienza.
È nelle sale della biblioteca universitaria, in mezzo ai libri, che il
professore potrebbe e dovrebbe ritornare, discorrendo familiar-
mente, sull'argomento della sua lezione, o sulle traccie, talvolta
fuggevoli, lasciate dall'insegnamento orale; è la che g!i sarebbe
dato di ammaestrare a viva voce l'alunno nell'arte non facile di
rinvenire le fonti e saperle studiare; come pure in quella ancor più
difficile di servirsi accortamente del libro e di non distrarre e disper-
dere la propria energia in letture inutili. Così fa il professore di
scienze naturali quando guida od educa negli esperimenti la mano
ancora inesperta o mal destra del giovane. È là soltanto, in mezzo
ai libri, che il professore potrebbe e dovrebbe avviare ed assistere
il giovane in quelle speculazioni geniali alle quali si sente più
attratto e nelle quali l'insegnante, dalla cattedra, non può essergli
nè guida nè maestro. Più volte la parola del professore, detta
senza pretesa alcuna d'insegnare, ha efficacia maggiore di una le-
zione! È in questi discorsi, che il professore può meglio che nella
scuola scoprire ed apprezzare le doti della mente e le particolari
attitudini del giovane che, altrimenti, conosce forse appena di nome.
In Italia, quasi senza accorgerci di questa grande trasforma-
zione che si compieva e si compie, intorno a noi, la biblioteca via via
si staccò dalla sua Università; si mostrò sempre più indifferente al-
l'insegnamento, e, scarsa di mezzi, incerta su quello che doveva
essere, non si curò dei bisogni dei suoi lettori. Quale meraviglia se
enorme è la diversità che si riscontra fra le nostre biblioteche uni-
versitarie e quelle fra le straniere che meglio rispondono al loro
fine? Quanto è manchevole e insufficiente il sussidio da noi offerto,
con questi istituti, all'insegnamento dei professori, agli studi dei
loro discepoli!
Per dare al lettore una idea di così incredibile differenza citerò
qui una di queste biblioteche straniere: la biblioteca Cornell, perchè
sorta da poco tempo, non obbligata a custodire dei cimeli o dei
libri per antichità introvabili, non fuorviata da vecchie consuetu-
dini, ha potuto, con larghezza di mezzi, francamente e liberamente
adattarsi ai bisogni dei suoi lettori. Ecco la sua breve, ma gloriosa
storia.

[p. 14]
Il Governo degli Stati Uniti, volendo imprimere nuova e ri-
gogliosa vita all'insegnamento superiore, aveva, nel luglio 1862, ce-
duto gratuitamente ai diversi Stati dell'Unione, vasti terreni.
Per approfittare della liberale concessione, il vecchio, austero
e benefico quacquero, Ezra Cornell, offriva 500000 dollari per la
fondazione di un istituto nel quale chiunque potesse, come egli
desiderava, trovare l'insegnamento che stimava più necessario per
dedicarsi poi a qualunque ricerca scientifica
. Il nuovo istituto do-
veva sorgere a Ithaca, nello Stato di Nuova York, dove Ezra
Cornell, arrivato povero nella sua gioventù, si era dato alla mec-
canica ed aveva menato vita molto laboriosa e stentata fino al mo-
mento in cui il professore Morse inventò il suo telegrafo. A lui
egli si associò per costruire la prima linea telegrafica di prova fra
Washington e Baltimora. Riuscito felicemente quel primo impianto,
ne seguirono altri che a lui fruttarono onori e ricchezze; ma della
ricchezza usò sempre a beneficio d'altri e largamente.
Così, in grazia di Ezra Cornell, sul dolce declivio di una col-
lina dominante la piccola città d'Ithaca e dalla quale si ammira
e si gode uno dei più pittoreschi panorami del mondo, nell'ot-
tobre 1868, venne inaugurata l'Università che porta il nome di lui.
Ma allora sui terreni che appartengono alla Università (University
Campus
), non si vedevano che poche case, fra le quali uno sta-
bilimento idroterapico che nei primi anni servì di sede provvisoria
all'Università. Presentemente più di venticinque grandiosi edifizi
furono, col mezzo di ricche offerte private, eretti dalle fondamenta
e destinati ai diversi istituti scientifici dell'Università. Fra questi,
uno degli ultimi, fu quello assegnato alla nuova e definitiva sede
della biblioteca universitaria.
Da poco istituita, la biblioteca crebbe rapidamente, e conta già
più di 200000 volumi e 30000 opuscoli. Ma non è il numero grande
dei volumi raccolti, che dà una importanza notevolissima a questa
biblioteca, considerata già fra le migliori universitarie. È la cura
grandissima con cui i libri moderni furono scelti e messi insieme,
cominciando da quelli comperati in Europa e donati alla biblioteca
dallo stesso Ezra Cornell; è l'idea predominante di offrire in dono
o acquistare per gl'insegnanti e per i discepoli, come strumenti
di studio, i libri stessi già scelti ed adoperati con amore intelli-
gente da coloro che in una qualche disciplina erano saliti in grande
rinomanza. Fra le librerie private che hanno concorso a formare
la nuova biblioteca universitaria basterà qui ricordare i 6000 vo-
lumi di filologia latina e greca appartenenti a Carlo Anthon, l'eru-
dito editore del Classical Dictionary; le 1500 opere di matematica
di Guglielmo Kelly; i 3000 volumi sulla storia inglese di Goldwin

[p. 15]
Smith; le 5000 opere e i 4000 opuscoli di storia americana dell'il-
lustre storico Jared Sparks, raccolta che comprende manoscritti,
stampe, disegni, ecc., e lettere autografe di Washington, Franklin,
Lafayette, e d'altri; i 2000 volumi per lo studio della filologia orien-
tale e comparata di Francesco Bopp, della Università di Berlino;
i 600 volumi per lo studio delle credenze popolari e della storia
e letteratura russa regalati da Eugenio Schuyler; i 13000 volumi
per la letteratura e storia tedesca di Federico Zarncke, già pro-
fessore all'Università di Lipsia e direttore del Literarisches Cen-
tralblatt
, generosamente acquistati per la biblioteca da Guglielmo
H. Sage; la libreria legale di oltre 20000 volumi offerta per ono-
rare la memoria del preside Boardman e quella splendida di storia
e di scienze sociali (20000 volumi) offerta, e continuamente arric-
chita, dall'illustre storico e diplomatico Andrea Dickson White,
primo rettore e quasi fondatore di questa Università, alla quale
aveva già precedentemente donato 1200 opere d'architettura.
Non basta! A queste ricche collezioni, ciascuna delle quali ab-
braccia buona parte di un ramo dello scibile, bisogna aggiungere
le raccolte di libri intorno ad un particolare soggetto, come, per
esempio, quella di Samuele J. May sulla schiavitù e la sua aboli-
zione in America, e i 1500 volumi in lingua romancia raccolti nel-
l'Engadina dall'eminente bibliografo Willard Fiske, che da alcuni
anni dimora fra noi, ospite molto gradito. Egli fu il primo bibliote-
cario di questa nascente biblioteca, che sotto la sua sopraintendenza,
dal 1868 al 1883, arrivò a possedere 70000 volumi.
Gli Italiani poi devono essere specialmente grati al signor Fiske
per avere promosso in America lo studio ed il culto di Dante, do-
nando a questa biblioteca una ricchissima ed invidiata collezione
di edizioni della Divina Commedia, di traduzioni fattene in molte
lingue e di una grande quantità di scritti su Dante o intorno ai
suoi tempi. In tutto sono circa 4000 stampati, dei quali si pubblica
ora il catalogo.
Da tutti questi doni preziosissimi apparisce evidente come è in
tutti grande la convinzione che la biblioteca è necessaria alla Uni-
versità e che tutti si industriano a renderla sempre più ricca e
più utile.
In quanto al nuovo edificio di questa biblioteca, senza parlare
delle librerie speciali che hanno la loro sede nei diversi istituti
scientifici, basterà dire che potrà contenere, senza bisogno di ul-
teriori possibili ingrandimenti, 450000 volumi, e che offre a 220 let-
tori una gran sala comune, un'altra sala, pure comune, è per la
lettura dei giornali letterari e scientifici, ed una terza gran sala
destinata alle conferenze, nella quale possono star sedute

[p. 16]
comodamente 900 persone. A queste grandiose aule furono aggiunte altre
sette sale (seminary rooms), riservate allo studio della filosofia,
della storia d'Europa, di quella d'America, delle lingue classiche,
della lingua e letteratura inglese, del francese e del tedesco, e delle
scienze politiche e sociali.
Queste sale riservate della biblioteca sono il vero laboratorio
intellettuale per chi studia scienze morali e politiche. Là gli sco-
lari che si dànno a particolari ricerche sono assistiti dai loro pro-
fessori. In quanto ai libri, dei quali ciascuna di queste sale è ric-
camente provveduta, si possono ripartire in tre classi distinte: quelli
inamovibili che formano le librerie di consultazione; quelli che il
professore desidera che là siano provvisoriamente riuniti durante
il corso delle sue lezioni, e finalmente quei libri che lo studioso
ha bisogno di avere sempre pronti per ragione delle ricerche spe-
ciali che fa. Nell'anno 1895-96, per esempio, queste librerie di con-
sultazione si accrebbero di 826 volumi, e in queste sette sale di
studio vennero trasportati dai magazzini della biblioteca 2004 vo-
lumi, là temporaneamente collocati per ordine dei professori, o per
desiderio degli alunni. Così gli studiosi non hanno a loro disposi-
zione, dopo averne fatta richiesta, solo un numero di volumi molto
limitato dal regolamento (in Italia 2 opere o 4 volumi al più), ma
tutti i libri necessari; essi possono liberamente servirsi di tutte
queste opere, e là possono ancora avere qualunque altro libro della
biblioteca. Non basta! Agli studenti graduati, il bibliotecario può
dare per un tempo limitato il permesso di accedere agli scaffali
(Cards of admission) di una determinata sezione di opere, e previa
raccomandazione del professore, anche agli scaffali dell'intiera bi-
blioteca.
Questi provvedimenti dimostrano nel loro insieme con tutta
evidenza quanto è grande l'aiuto che nei loro studi la biblioteca
offre ai giovani; ma la parte molto importante che si vuole assegnata
alla biblioteca per raggiungere gli alti fini che l'Università si pro-
pone, si rivela in modo ancor più chiaro nell'ordinamento stesso
dato alla direzione suprema dell'Università. Perchè tanta ricchezza
di libri sia rettamente usata, perchè i nuovi acquisti fatti dai pro-
fessori, e le facilitazioni accordate ai lettori siano sempre in per-
fetta armonia colle lezioni che si dànno, e affinchè le librerie spe-
ciali degli istituti non vivano isolatamente, ma unite concorrano
a render più completo l'insegnamento, e perchè possa essere vera
fonte di potenza intellettuale, è necessario che il bibliotecario abbia
nel corpo insegnante un posto autorevole. E perciò egli fa parte
ex-officio del Consiglio superiore di direzione e di vigilanza della
Università (Board of Trustees) come ne fanno parte, ad egual ti-
tolo, il rettore della Università, il governatore di Nuova York, ecc.;
e così pure ex-officio fa parte del Comitato esecutivo (Executive
Committee
) assieme al rettore; quasi a dimostrare che come al
rettore spetta l'onore di rappresentare l'Università e sorvegliarne
l'insegnamento, il bibliotecario viene a lui associato per accertarsi
che i libri posseduti o che si acquistano assecondino sempre con
unità di propositi l'insegnamento impartito dalla cattedra.
E quindi bene a ragione, e con giusto orgoglio, nel discorso
solenne col quale s'inaugurava il nuovo edificio di questa biblio-
teca universitaria (ottobre 1891), si poteva pubblicamente affermare
che agli studenti, per poter continuare con risultati felici le loro
libere ricerche, si offrivano in quella biblioteca comodità ed age-
volezze non ancora superate in alcun altro paese del mondo; e
nel 1893, il signor E. H. Woodruff, bibliotecario della «Stanford
University», poteva additare al Congresso di Chicago quell'edi-
fizio come l'esempio più perfetto che si avesse sul modo di adat-
tare tanta ricchezza ed abbondanza di suppellettile letteraria e
scientifica al fine più utile di chi studia, facendo per di più notare
che l'edifizio di quella biblioteca era forse la prova materiale più
evidente e più caratteristica per dimostrare la grande diversità
che correva tra l'insegnamento universitario presente e quello
del passato.
Così utili e desiderate innovazioni trovarono subito, come era
naturale, imitatori. Anche di recente, nel nuovo edifizio inaugu-
rato per la biblioteca universitaria di Princeton, New Jersey, oltre
alle due grandi sale comuni, vi sono quindici sale speciali di stu-
dio, destinate alle scienze storiche, filosofiche e filologiche.
In Italia l'inadattabilità dei locali ai bisogni recenti delle bi-
blioteche universitarie reca, nessuno oserà metterlo in dubbio,
danno gravissimo all'insegnamento. Ora le maggiori cure rivolte
all'istruzione pubblica superiore sono quelle di provvedere alla co-
struzione di nuovi palazzi per gli istituti scientifici. Inalziamo pure,
se ciò è necessario, per tutta Italia, questi templi sacri alla scienza,
ed auguriamoci che da ogni dove vi accorrano i fedeli ad ascoltare
religiosamente gli insegnamenti che là si daranno. Ma non per
questo si dovrebbe dimenticare che vi sono altri bisogni, e che i
libri ai quali è affidato il pensiero delle passate generazioni, e che
devono ispirare quello della presente, sono le pietre fondamentali,
sulle quali deve inalzarsi e riposare tutto l'edificio del pubblico
insegnamento.
Si sa, e si vede benissimo, quanto sia giusta l'osservazione,
fatta nel Centralblatt für Bibliothekswesen da Adolfo Langguth,
che le scienze naturali, considerate per lungo tempo dagli altri

[p. 17]
scienziati come tante Cenerentole, e trattate quindi duramente in
particolar modo dagli uomini di lettere, prendono ora la loro ri-
vincita e il sopravvento, e vogliono per sè tutti gli assegni straor-
dinari che il paese può accordare alla pubblica istruzione supe-
riore. Ma se dei milioni spesi, e non devono essere pochi, a fab-
bricare nuovi palazzi per gli istituti di scienze fisiche e naturali,
se ne fosse destinato anche uno solo a migliorare la suppellettile
letteraria e scientifica delle pubbliche biblioteche governative, è
certo che non sarebbe stato speso male, nè inutilmente; come pure
è certo che non si sciuperebbero i denari destinati a procurare alle
biblioteche universitarie locali tali da metterle in grado di potere
adempiere l'ufficio loro, non solo verso i professori, ma anche di
fronte al più gran numero degli studenti ascritti ad una Università.
Ma io credo che questo stato di cose cesserà presto. Il progetto
di dare alle nostre Università piena libertà in fatto di amministra-
zione interna, di disciplina, di ordinamento didattico, sarebbe prov-
videnziale anche a queste biblioteche. Una Università senza biblio-
teca propria non si può immaginare, perchè tutti gl'insegnamenti
ne soffrirebbero e l'insegnamento universitario delle scienze mo-
rali e politiche andrebbe sempre più decadendo, e sarebbe ogni
giorno più difettoso e manchevole. Tutto il mondo civile lo può
attestare. Il bisogno per i professori e per gli studenti di avere
una buona biblioteca è manifesto, come è evidente che il nuovo
Consiglio accademico solo potrà e saprà dare questa desiderata
unità di intenti alla sua biblioteca principale e alle sue librerie spe-
ciali. Esso solo saprà riordinarle nel miglior modo a profitto degli
studi e secondo le speciali esigenze dell'Università. La fama stessa
dell'Università dipende da questo, perchè, come diceva uno dei
più illustri bibliotecari dei nostri giorni, Guglielmo Federico Poole,
della «Newberry Library», nel suo discorso (The University Li-
brary and the University Curriculum
) a proposito delle biblio-
teche americane, «una volta la rinomanza di una Università di-
pendeva esclusivamente dalla fama professionale dei suoi inse-
gnanti, ora invece, prima di darne un giudizio, si vuole conoscere
anche la ricchezza, l'indole e l'ordinamento della sua biblioteca».
Giova sperare che le nostre Università, ricuperata l'autonomia,
che avevano in passato, daranno a queste loro biblioteche un av-
viamento più rispondente ai nuovi bisogni del loro insegnamento
e che si stringerà nuovamente quel legame intimo e necessario che
esisteva una volta, e che deve esserci, tra le Università e la loro
biblioteca. Essa rivivrà allora una vita nuova, e tale da poter in-
fondere con virtù maggiore, nelle giovani menti, la dottrina dei
nostri valorosi insegnanti.

[p. 19]
Allora soltanto, come giustamente fu osservato da altri, la bi-
blioteca potrà essere il centro luminoso dal quale irradia la vita
intellettuale delle Università su tutto il paese.
Che la biblioteca debba direttamente dipendere nelle sue fun-
zioni dalla Università, e non dal Ministero, è cosa ammessa da tutti.
E su tale proposito basterà ricordare un brano della circolare di-
retta, il 20 novembre 1886, dal ministro dell'istruzione pubblica
francese ai rettori delle Università, perchè questa idea vi è espressa
in modo reciso: «La bibliothèque universitaire Étant un établis-
sement affecté aux besoins communs de l'ensemble des Facultés doit
nécessairement se trouver placée sous votre autorité immédiate.
Le personnel de la bibliothèque vous est directement subordonné;
de vous relève tout ce qui touche à l'administration, à la compta-
bilité, à la discipline intérieure».
Che la biblioteca ritorni alla sua Università non è soltanto un
desiderio manifestato più volte, ma è anche un vecchio lamento!
Nei primi giorni del 1880, son già passati vent'anni, Michele
Lessona, rettore dell'Università di Torino, rispondendo ad una let-
tera aperta inviatagli dai Topi della Biblioteca, e stampata nella
Gazzetta Piemontese, scriveva: «Una volta la biblioteca dipen-
deva dalla Università, ma oggi non è più così: il rettore non ha
il diritto di scrivere una lettera al bibliotecario, cioè ha il diritto
di scrivere una lettera, come ogni altro uomo che sappia o abbia
un segretario; ma il bibliotecario ha il diritto di non rispondere.
Un bibliotecario che abbia il diritto di non rispondere avrebbe
molto torto a rispondere.
«La biblioteca ora si chiama Nazionale, il bibliotecario cor-
risponde direttamente con il Ministero e si dà tanto pensiero del
rettore della Università, quanto pensiero si danno loro, Signori
Topi
, dei gatti morti nella seconda metà del secolo passato».

[p. 20]



Desiderio Chilovi.

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