Problemi italiani.
LE BIBLIOTECHE, UNA CRISI SECOLARE
[1: La crisi delle biblioteche italiane]
Al bambino che in compagnia del padre s'affacciava
nel salone di un'antica biblioteca romana, venne istintivo di
segnarsi e piegare il ginocchio: credeva d'entrare in una
chiesa. La monumentale scaffalatura settecentesca in tre or-
dini sovrapposti, che torno torno alle pareti innalza
le migliaia di volumi fin sotto la volta altissima; il finestrone
di fondo, dal quale la luce del giorno piove nel gran vuoto
dell'interno e indora le pergamene; certi busti marmorei di
papi e di cardinali - gli ornamenta bibliothecae -; le
persone ai tavoli curve sui libri, quasi in preghiera, avevano
dato al fanciullo l'immediata sensazione del tempio.
Tali si presentano ancora molte delle nostre biblioteche
storiche; tali desideriamo che rimangano, perchÈ invero ben
poche altre cose conosciamo che spirino il fascino suggestivo
e solenne di questi antichi musei del libro, zeppi di rarità
invidiateci da tutto il mondo.
Ma qualcosa purtroppo da anni, da decenni, viene a
turbare ogni giorno di più, se non nelle linee architettoniche,
nello spirito e nella originaria armonia questi venerandi mu-
sei; qualcosa li viene snaturando. Capita che lo studioso di
antiche stampe s'incontri al banco di distribuzione col gio-
vane che chiede «La Romana» di Moravia; capita che l'il-
lustre filologo debba fare anticamera perchÈ v'è in direzione
un colonnello a riposo venuto a farsi tradurre su un'antolo-
gia scolastica alcuni versi di Heine.
Fortuna per le nostre biblioteche che la maggior parte
degl'italiani ne ignorino tuttora la funzione, l'esistenza stessa!
Comunque i tempi, sia pure lentamente, camminano; e que-
sti poveri vecchi istituti si caricano sempre più, insieme coi
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loro tradizionali, di nuovi compiti di biblioteche di lettura,
addirittura di gabinetti di lettura e di «bureaux d'informa-
tion» per un pubblico vasto e vario - studenti e vecchi
pensionati, preti e giornalisti, professori d'università e lettori
qualunque -; e i bibliotecari, mentre ogni altra professione
tende alla specializzazione, continuano a essere i bibliote-
cari-omnibus d'un tempo, avendo davanti a sÈ un campo
enormemente ingranditosi. È razionale tutto questo? Avviene
all'estero? E se là non avviene, perchè avviene da noi?
La risposta è nota, ed è semplice: scarseggiano in Italia
tanto le biblioteche speciali quanto quelle «specializzate nel
non specializzarsi», secondo l'espressione del Prezzolini; man-
cano quegli attrezzati centri di documentazione, così diffusi
negli altri paesi: dove la curiosità intellettuale, che non
conosce titoli di studio nÈ distinzione di classi sociali, si
appaga e si alimenta incessantemente, e che perciò costitui-
scono uno strumento più efficace e duraturo della scuola per
l'elevamento culturale dei cittadini. Un tale tipo di biblioteca,
da concepirsi come un servizio pubblico al pari dell'illumina-
zione stradale, dell'igiene e della viabilità, è da noi scono-
sciuto, a meno che non si vogliano far rientrare in esso
quelle mortificanti biblioteche «popolari», prive di ogni de-
coro e perciò nella sostanza, antidemocratiche. È comprensibile
che siano stati proprio i più intelligenti conservatori delle no-
stre biblioteche storiche a lamentare tale mancanza e a recla-
mare che delle accoglienti biblioteche «per tutti» (così ven-
gono chiamate in Svizzera) sorgessero anche in Italia, pagate
dai cittadini mediante un'imposta speciale.
Ma tali moderne biblioteche non sono sorte; perciò in-
vano, da ormai mezzo secolo, si denunciano da bibliotecari
e studiosi sempre le medesime deficienze di quelle esistenti:
angustia di locali, limitatezza di orari, scarsezza di perso-
nale, inadeguatezza di servizi, povertà di dotazione e quindi
di raccolte, ecc. Non che dei provvedimenti in favore delle
biblioteche non siano stati presi e non si prendano; ma i
problemi di questi organismi a struttura complessa essendo
interdipendenti, avviene che dei miglioramenti parziali pon-
gano in maggiore risalto le manchevolezze a cui non s'è
rimediato. Alcune biblioteche hanno finalmente una sede
nuova, ma possiedono cataloghi antiquati, di più tipi; altre
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hanno un catalogo unico, moderno, ma le nuove accessioni vi
giungono con ritardo di mesi, talvolta di anni, quando hanno
ormai perduto il pregio della novità; alcune biblioteche sono
discretamente aggiornate in fatto di pubblicazioni recenti,
ma la crisi dello spazio obbliga i direttori a collocare i libri
in terra o a deturpare monumentali saloni; e così via. Si
consideri inoltre che i faticosi progressi sono in pratica an-
nullati dal rapido crescere delle esigenze degli studi, e che
comunque essi non possono risolvere (semmai contribuiscono
ad accantonare) il problema maius della creazione delle bi-
blioteche di nuovo tipo, dalle quali soltanto le altre potreb-
bero sperare la fine delle loro angustie. Questo non s'è vo-
luto capire finora. «Il problema delle Biblioteche - affer-
mava malinconicamente un bibliotecario venticinque anni fa
- in Italia non esiste: nessuno ha mai voluto affrontarlo, nes-
suno tenterà di risolverlo, almeno per un pezzo»,1 e pur-
troppo indovinava.
La decadenza delle biblioteche italiane è dunque irrime-
diabile? Sarebbe difficile trovare un campo in cui la moder-
nità e il progresso siano altrettanto a portata di mano per
gli esempi che ci vengono forniti dall'estero, e nel quale
invece siamo attanagliati da una così persistente arretratezza
di condizioni. NÈ studiosi, nÈ studenti nÈ lettori generici
hanno le biblioteche a loro adatte: ve ne sono alcune, forse
anche molte, che mal servono a tutti. In fatto di biblioteche
non esistono in Italia categorie di privilegiati. Tali sono sol-
tanto coloro che possono comprarsi i libri di tasca propria.
È perfino strano come un problema che interessa ogni cate-
goria, si può dire la totalità dei cittadini, susciti così scarse
proteste e polemiche, quasi che il libro non sia uno stru-
mento indispensabile alla vita intellettuale di ogni ceto di
persone, e la biblioteca un'istituzione sociale, nel suo campo,
insostituibile.
[2: Le cause storiche delle deficienze delle biblioteche italiane]
Anche le deficienze delle biblioteche italiane, come ogni
altra, dipendono da cause storiche e rivelano l'attardamento
del nostro processo democratico. Se vogliamo intendere nella
sua genesi una crisi che si può considerare cronica, e che
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pertanto è qualcosa di più che una crisi, dobbiamo rifarci
molto indietro.
L'età d'oro delle biblioteche italiane va dal secolo del-
l'umanesimo a quello dell'illuminismo. Per circa quattro se-
coli esse furono tra le prime d'Europa, e mentre non cessa-
vano d'arricchirsi di collezioni private e di preziosi mano-
scritti ricercati dovunque, dotti di tutta Europa accorrevano
ad ammirarle e a esplorarle. Testimonianza di tale ammira-
zione e delle fortunate esplorazioni sono quegli «Itinera»,
e consimili opere, dei Montfaucon, Mabillon, Fischer, An-
dres, interessanti non solo per le osservazioni che conten-
gono intorno alle nostre raccolte e alla vita bibliotecaria del-
l'epoca, ma anche per le notizie e gli elenchi di fondi mano-
scritti, alcuni dei quali andarono poi dispersi o distrutti, o
incorporati in biblioteche maggiori.
Le biblioteche si avvantaggiarono dei regimi assolutistici.
In un'epoca in cui per gli Stati non esistevano le spese del-
l'istruzione obbligatoria, ciò che i sovrani potevano destinare
all'incremento della cultura era dato in gran parte alle biblio-
teche, le quali, anche quando fossero destinate «publicae,
maxime pauperum, utilitati», servivano naturalmente a po-
chi. In Italia, come in Germania, piuttosto che alle università
esse si appoggiavano alle corti. E poichÈ libri e collezioni di
libri sono stati sempre, fin dai tempi di Seneca, oltrechè mezzi
di studio anche un ornamento e un oggetto di vanità, acca-
deva che non solo sovrani, ma nobili, prelati e ordini reli-
giosi, come innalzavano palazzi, musei, chiese e conventi,
profondessero a gara ingenti somme per allestire sontuose
biblioteche, alle quali li portava una tradizione umanistica,
non spenta neanche durante l'età della Controriforma: ne
sono prova le due più antiche biblioteche «pubbliche» del
continente, l'Ambrosiana di Milano e l'Angelica di Roma,
fondate nei primi anni del Seicento. Essendo la biblioteca
considerata ancora un possesso privato del principe, eruditi e
bibliotecari, come ai tempi dell'umanesimo, intrattenevano
coi sovrani rapporti diretti, e da questi rapporti nasceva uno
scambio di sollecitazioni e di stimoli all'operosità e al mece-
natismo, che si risolveva in vantaggio della cultura.
La maggior parte delle grandi biblioteche pubbliche nac-
quero nel Settecento. La disponibilità di un abbondantissimo
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materiale, manoscritto e a stampa, accumulato in tre secoli
di collezionismo e di attività tipografica; la rinascita degli
studi eruditi e della tipografia come arte; l'incameramento
delle raccolte gesuitiche in seguito alla soppressione dell'or-
dine, favorirono l'istituzione e l'incremento di numerose bi-
blioteche pubbliche, alla cui direzione venivano chiamati i
più grandi eruditi del secolo: i Muratori, i Tiraboschi, gli
Affò, ecc., e che nel sontuoso stile dei loro saloni servivano
di modello a tutta l'Europa. Nonostante gli orari limitati e
altre restrizioni alla pubblica lettura, si può affermare che
per tutto il secolo decimottavo le biblioteche italiane adem-
pirono nobilmente la loro funzione. Il giudizio negativo sulle
biblioteche del suo tempo dato dal Muratori - alle cui ecce-
zionali esigenze di studioso nessuna biblioteca poteva esser
pari - è da considerare troppo severo;2 esse comunque fecero
ancora notevoli progressi. Il carattere enciclopedico della
cultura contemporanea, essendo la produzione editoriale tut-
tora limitata e prevalentemente erudita, era in genere abba-
stanza rappresentato dalle biblioteche regie, ducali o religiose,
le più importanti delle quali si aggiornavano in fatto di colle-
zioni e periodici stranieri, anche se vi difettasse per ovvie
ragioni la letteratura d'oltralpe d'avanguardia, polemica e
volterriana. Le biblioteche furono dunque nel Settecento al
centro dell'attività erudita.
Ma in seguito all'invenzione della macchina da stampa
di Koenig e Bauer (1811) e ad altre successive, il libro,
con le accresciute possibilità di una sua moltiplicazione sem-
pre più rapida, subì un processo di democratizzazione, visi-
bile anche nella perdita della rilegatura e nel diffondersi della
copertina, fino allora poco usata. Di tali invenzioni tecniche
assai si giovò l'età del Risorgimento, come già dell'inven-
zione della tipografia s'erano giovati Umanesimo e Riforma.
I turbinosi eventi politici, le alterne rivoluzioni e restaura-
zioni, mentre distraevano i sovrani dal mecenatismo per la
cultura, occasionarono, una larga produzione letteraria
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divulgativa e di propaganda (si pensi alla collezione dei Classici
italiani, alle edizioni di Bettoni, Silvestri, della tipografia El-
vetica, ecc.), spesso polemica e clandestina, che non poteva
naturalmente trovar posto nelle biblioteche - le quali per
essere pubbliche dipendevano da autorità rese sospettose da-
gli avvenimenti - , o se anche entrasse in parte in quelle
già allora fruenti del diritto di stampa, difficilmente poteva
esercitarvi la sua missione.
Mentre dunque il libro diveniva sempre più un prodotto
«di consumo», aderente alla realtà del tempo, interprete
di nuove, vaste aspirazioni e strumento di lotta, ma desti-
nato a esistenza effimera, le biblioteche italiane comincia-
rono nella prima metà del secolo scorso a estraniarsi dalla
vita intellettuale dell'epoca e accentuarono il loro carattere
di conservazione. Tale loro carattere si accrebbe ancora quan-
do, a unificazione avvenuta della nazione, affluì per disposi-
zione di legge nelle troppe biblioteche ereditate dallo Stato
la marea dei fondi dei conventi soppressi, che provocò in
molte di esse crisi di spazio e di personale. Cominciò a deli-
nearsi allora quella che sempre più si sarebbe rivelata in
seguito come la paradossale situazione delle nostre bibliote-
che, incapaci di seguire, non fosse altro mediante una loro
specializzazione, la sempre più vertiginosa produzione edito-
riale, e incapaci nello stesso tempo di sistemare conveniente-
mente, di assimilare quel qualunque materiale librario che
venivano immettendo. Questa continua immissione avrebbe
dovuto imporre, oltre all'aggiornamento dei lavori bibliogra-
fici, nei quali i nostri eruditi bibliotecari del Settecento erano
andati così avanti, l'ampliamento degli edifici, il rinnovamento
delle attrezzature e dei servizi, in armonia con una tecnica
bibliotecaria che veniva altrove facendo rapidi progressi, e
nella quale pure nei secoli scorsi eravamo stati maestri al-
l'Europa. Che i nostri bibliotecari fossero tuttora capaci d'ini-
ziativa e di creatività anche in questo campo, dimostrano un
Leopoldo della Santa, autore fin dal 1816 di un razionale
progetto di grande biblioteca pubblica, che trovò ammira-
zione all'estero ma non esecuzione in Italia, e soprattutto
l'esule Antonio Panizzi, rinnovatore geniale a Londra, dopo
il 1850, della biblioteca del British Museum.
È stato osservato che i primi regolamenti delle
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biblioteche governative, del 1869, del 1876 e del 1885, contenevano
opportune disposizioni, le quali se fossero state applicate
avrebbero avviato i nostri istituti a un notevole migliora-
mento. Tali disposizioni concernevano la specializzazione
delle biblioteche, la stampa dei cataloghi di manoscritti e la
compilazione di speciali indici; la disciplina degli acquisti
fra le varie biblioteche d'una stessa città; il cambio o la ven-
dita dei duplicati; corsi di bibliografia per gli impiegati, la
lettura serale nelle biblioteche universitarie, ecc.3 Alludendo
a queste disposizioni e alle facilitazioni che si erano intro-
dotte nel prestito dei libri, il Biagi vent'anni più tardi par-
lava «di una riforma che ha rinnovato in gran parte la col-
tura italiana»; quantunque subito dopo fosse costretto a
smentirsi lamentando che la promessa rappresentata dal rego-
lamento del 1885 «per le mutate fortune della pubblica istru-
zione in Italia» non fosse stata mantenuta.4 In realtà nes-
suna, o quasi, delle migliori disposizioni contenute in quei
regolamenti ebbe esecuzione, causa la mancanza d'impulso
dal centro. «Mancò la grande iniziativa centrale che doveva
sostituirsi alle singole regionali già da tempo cadute, e tutte
doveva ravvivarle e riassumerle per lanciarsi ai progressi
nuovi».5
In qual modo poi il nuovo Stato italiano intendesse prov-
vedere al servizio della pubblica lettura nei numerosissimi
centri privi di biblioteca, possiamo apprenderlo da questo:
che abbandonò, più che affidare, ai singoli Comuni le migliaia
di minori biblioteche ex conventuali sparse dovunque, con
l'invito a renderle pubbliche. È facile immaginare quanto
fossero adatti a trasformarsi in organismi vivi dei vecchi fondi
monastici di libri teologici e ascetici; non c'è pertanto da
meravigliarsi che molte librerie rimanessero polverose e inuti-
lizzate in edifici comunali o presso le scuole, e che non poche
finissero - con le pregevoli edizioni che quasi sempre con-
tenevano insieme a tanta zavorra - divorate dagl'insetti o
distrutte da incendi, da crolli, o infine «scremate» da esperti
antiquari.
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Sorgevano intanto (a Prato nel 1861, per iniziativa di
Antonio Bruni, poi altrove) le prime «popolari» tra fiam-
mate di ardori apostolici: si creavano comitati, si pubblica-
vano annuari. Ma lo Stato e i Comuni ignorarono sistemati-
camente queste istituzioni, che se fossero state sostenute e
rese suscettibili d'incremento avrebbero potuto dissodare effi-
cacemente il campo della cultura popolare. Scorrendo la «Bi-
bliotheca bibliographica italica» di Ottino e Fumagalli nella
parte che riguarda le biblioteche, s'incontrano per il periodo
1860-1900 molti numeri costituiti da cataloghi, relazioni, sta-
tuti, regolamenti e notizie di biblioteche comunali e popo-
lari, che dànno l'impressione di una vita ricca e intensa di
tali istituti, presenti anche in molti piccoli centri. Si trattava
però per la maggior parte di assai modeste raccolte, che la
passione dei pionieri e magari la vanità provinciale gonfiava
d'importanza, e che comunque erano prive, in generale, di
possibilità di sviluppo. Abbandonate a se stesse, nonostante
i generosi sforzi di pochi individui, dopo un decennio di pro-
messe le «popolari» cominciarono a stentare la vita, a mo-
rire; e alla fine del secolo s'erano ridotte alla metà di quante
se ne contassero trent'anni prima, con un materiale librario,
oltrechÈ in genere scadente, invecchiato.
Gioverà tener presente che in quello stesso periodo di
tempo nei paesi anglosassoni (in Inghilterra prima, in virtù
del bill Ewart del 1850, poi negli Stati Uniti) la biblioteca
pubblica si affermava come un servizio di grande importanza,
al quale tutti i cittadini erano chiamati a provvedere mediante
il pagamento di una tenue imposta comunale: il che risol-
veva una volta per sempre in quei paesi, in modo soddisfa-
cente, il problema della pubblica lettura.6 In America i pio-
nieri che fondavano un villaggio, per primi costruivano tre
edifici: la chiesa, la scuola e la biblioteca. I favolosi mece-
natismi dei Carnegie e dei Rockefeller fecero il resto.
Un malinteso senso di venerazione per gli inestimabili
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musei di antica carta manoscritta e stampata, e una totale in-
comprensione delle necessità nuove, determinarono la para-
lisi delle nostre biblioteche arrestando alle loro soglie l'onda
della modernità, che altrove veniva trasformando o creando
di sana pianta consimili istituti. La specializzazione scientifica
e l'istruzione obbligatoria mancarono di operare in Italia
quella scissione delle biblioteche in diversi tipi, che sarebbe
stata necessaria. Fornite originariamente d'indirizzo enciclo-
pedico o ecclesiastico, adesso, nell'impossibilità di mante-
nere l'uno o l'altro, vennero assumendone uno genericamente
umanistico, pur non potendo dirsi specializzate neanche in
questo campo.
Bisogna riconoscere che l'età liberale e laica non seppe
fare in Italia per le biblioteche quanto avevano fatto per
esse l'età della Controriforma e i «tirannelli» del Settecento,
e così mancò, almeno in questo settore, alla sua missione
educatrice. Immemori del glorioso passato, insensibili agli
esempi di fuori, i governi liberali, trincerandosi dietro le so-
lite ragioni di economia, finirono per fare delle biblioteche
un angolo morto della cultura, mentre avrebbero dovuto
farne di nuovo un centro vivo.
Verso la fine del secolo assistiamo a un risveglio se non
delle biblioteche, nelle biblioteche - ma soltanto di un certo
tipo. Fu merito in gran parte della filologia e della erudi-
zione salite di nuovo in onore, e della scuola storica, alla
quale anche se non appartenessero s'ispiravano quei biblio-
tecari che illustrarono allora la professione. Si presero a
compilare cataloghi a stampa di fondi manoscritti; s'inizia-
rono, a spese dello Stato, l'importante collezione «Indici e
cataloghi» (1884), che doveva poi per tanti anni rimanere
interrotta, e i Bollettini delle opere italiane e di quelle stra-
niere pervenute alle biblioteche governative, a cura delle
Nazionali di Firenze e di Roma (1886); nacquero la rivista
«La Bibliofilia» (1899) e la collana «Inventari dei mano-
scritti delle Biblioteche d'Italia» (1891), edite dall'Olschki;7
sorse a Milano un'attiva Società Bibliografica (1896), che
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presto ebbe come suo organo la vivace «Rivista delle Biblio-
teche», nata nel 1888; iniziò la pubblicazione quell'utilis-
simo «Catalogo generale della libreria italiana» (1901),
compilato personalmente dal bibliotecario Pagliaini. Furono
imprese benemerite e coraggiose, impiantate su salde basi e
perciò in buona parte ancora oggi in vita. Ad iniziativa di
Ferdinando Martini e di Pasquale Villari lo Stato aveva
acquistato nel 1884 una parte dell'importante collezione di
codici Ashburnhamiani, che andò ad arricchire i tesori della
Laurenziana.
SenonchÈ fu proprio in seguito a tale risveglio che nei
dibattiti ai primi congressi, nelle polemiche sulla stampa e
nelle discussioni in Parlamento si cominciò ad esaminare
la situazione generale delle biblioteche e ad accorgersi quanto
grave essa fosse e bisognosa di un radicale rinnovamento. La
esatta diagnosi dei loro mali fu fatta allora. «Il tipo della
nostra biblioteca non è un tipo italiano, è semplicemente
il tipo della biblioteca in ritardo, il tipo della biblioteca ar-
retrata».8 La diagnosi fu ripetuta più volte in seguito, ma
nessun rimedio venne adottato. Inutile gettare allarmi e dire
che le biblioteche non rappresentavano «un problemuccio,
ma una questione nazionale»; inutile dichiarare in Senato,
come fece l'on. Arcoleo, che «in nessun altro ramo urge,
come in questo, svecchiare e rinnovare», e mettere il dito
sulla piaga riconoscendo che l'argomento delle biblioteche
«non stimola la pubblica opinione» e che «tale oblio o
indifferenza è il torto delle così dette classi dirigenti».9 La
pubblica opinione non si commuoveva allora, come non si
commuove oggi; e per quanto riguardava il governo, alla
minaccia dell'Arcoleo di rinnovare ogni settimana un'inter-
pellanza al ministro del Tesoro sull'organico delle bibliote-
che, il ministro rispondeva, suscitando l'ilarità generale, che
il ministro e il Senato avrebbero guadagnato molti bei di-
scorsi.
Generazioni di bibliotecari invecchiarono, scomparvero,
e le cose restarono al punto di prima. Basterà ricordare che
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dal 1860 al 1935 un solo nuovo edificio di biblioteca go-
vernativa sorse, a Padova e due trasferimenti ebbero luogo,
della Marciana di Venezia e della Nazionale di Napoli dal
palazzo del Museo alla Reggia, dove peraltro solo in seguito
all'avvento della Repubblica essa ha potuto liberamente di-
sporre di tutto lo spazio che le abbisognava. Il personale per
la trentina di biblioteche governative scese nel 1925 a meno
di duecento impiegati (la sola Biblioteca del Congresso di
Washington ne contava il doppio); le dotazioni in bilancio,
già irrisorie, subirono in proporzione una forte riduzione:
cioè, mentre nel 1875 le spese per le biblioteche rappresen-
tavano il 4,40 per cento del bilancio della pubblica istruzione,
nel 1920 scesero al 0,85.10 È vero che un'analoga riduzione
subirono nello stesso periodo i bilanci della istruzione media
e di quella superiore; ma non si riflettÈ che l'impulso dato
alla istruzione elementare era in gran parte vano senza l'in-
tegrazione della biblioteca pubblica; non si riflettè che l'anal-
fabetismo «di ritorno» e il più esteso e dannoso semianal-
fabetismo mentale di gran parte della popolazione anche
cosiddetta civile si evitano e si vincono con il libro offerto
a tutti in ambienti confortevoli e attraenti, e che senza la
biblioteca pubblica anche una buona istruzione scolastica
rimane atrofizzata, non riesce cioè a trasformarsi in cultura
viva. Un indice eloquente, citato dal Nalli, può essere que-
sto: che mentre nell'anno 1875 ai due milioni di spese per
la istruzione elementare corrisposero 822 mila lettori nelle
pubbliche biblioteche, quarant'anni più tardi, nonostante
l'aumento della popolazione, a 46 milioni spesi per lo stesso
capitolo corrisposero appena trecentomila lettori in più. Aveva
ragione il Biagi di affermare che la incuria delle biblioteche è
nel «pregiudizio inveterato, che il Governo ribadisce, consi-
stere la pubblica istruzione soltanto nelle scuole, in quelle
povere scuole destituite anche del materiale didattico...».11
È naturale che gli unici sforzi per rimediare alla grave
deficienza partissero da un gruppo di uomini politici, educa-
tori e bibliotecari, orientati verso il socialismo. In seguito
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all'importante Congresso di Roma del 1908 (al quale in
verità presero parte individui di tutte le tendenze politiche)
fu costituita a Milano la Federazione italiana delle
biblioteche popolari, che in venticinque anni di vita
molto fece per assistere, incrementare, promuovere l'istitu-
zione di biblioteche di questo tipo in ogni regione d'Italia:
molto fece se si considerino le difficoltà che il terreno pre-
sentava, particolarmente nel Mezzogiorno. Il compito era
immane, e le condizioni sociali di certe provincie erano tali
che la creazione di bibliotechine per il popolo poteva sem-
brare perfino prematura; senonchè mentre nel nord le «po-
polari» si rivolgevano a un proletariato industriale evoluto,
in Sicilia e in Basilicata miravano soprattutto a redimere la
piccola borghesia di provincia, che la mancanza di libri e la
povertà di comunicazioni abbrutivano nell'ozio o intorno ai
tavoli di giuoco.12 Ben altro sarebbe occorso perchÈ si ottenes-
sero risultati durevoli, grandiosi, e le popolari si trasformas-
sero in stabili biblioteche di cultura generale. I mezzi per ciò
mancarono, e quelle raccolte rimasero, e tuttora rimangono,
confinate entro i limiti di una categoria inferiore.
Sembrò che lo Stato volesse finalmente aprir gli occhi e
fare qualche cosa quando, nel 1917, fu emanato un decreto
luogotenenziale che faceva obbligo a ogni comune d'istituire
presso le scuole elementari biblioteche «per ex alunni e
adulti». Ma si trattò di un provvedimento irrisorio, che ri-
mase lettera morta giacchè non indicava i mezzi con cui le
amministrazioni comunali avrebbero dovuto provvedere alla
nuova istituzione. È vero che presso le scuole elementari e
medie sorgevano intanto bibliotechine per insegnanti e per
alunni; ma la povertà anche di queste, il loro carattere non
pubblico e la stessa natura delle raccolte le rendevano scar-
samente utili.
Fino all'anno 1926 le biblioteche pubbliche non ebbero
un apposito organo direttivo in seno al Ministero della pub-
blica istruzione, ma dipesero dalla Direzione generale della
istruzione superiore: il che può spiegare a sufficienza il loro
destino di Cenerentole. La creazione, avvenuta in quell'anno,
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di una Direzione generale delle Accademie e Biblioteche do-
veva naturalmente migliorare la situazione. Si cominciò col
provvedere all'edilizia delle governative: venne ripresa e
portata a termine la costruzione, che si trascinava da de-
cenni, della nuova Nazionale di Firenze, la quale potè nel
1935 trasferirsi in una sede sontuosa, seppure ormai stilisti-
camente sorpassata; rinnovate furono le Universitarie di
Genova, Roma, Cagliari; importanti restauri ebbero la
Marciana di Venezia, l'Universitaria di Bologna, la Gover-
nativa di Cremona, la Vallicelliana, la Casanatense, l'Ange-
lica di Roma. Altre furono ampliate, nuovamente arredate,
fornite di scaffalatura metallica. Si trattava, come è stato os-
servato, di rinnovamenti soltanto esteriori, che il più delle
volte mascheravano vecchie deficienze. Ma non bisogna ta-
cere di altri utili provvedimenti, che vennero presi in quegli
anni: l'immissione di nuovo personale mediante concorsi che
non si bandivano da un ventennio; l'attivazione delle Soprin-
tendenze regionali, esistenti sulla carta fin dal 1919, e per
mezzo di esse il censimento, l'esplorazione e qualche assi-
stenza alle biblioteche comunali, ecclesiastiche, popolari; la
istituzione presso la Nazionale di Roma di un modesto Cen-
tro d'informazioni bibliografiche; il restauro di cimeli dete-
riorati; l'incremento degli acquisti; l'allestimento di mostre;
la ripresa della collezione «Indici e cataloghi»; la pubbli-
cazione di una rivista «Accademie e Biblioteche d'Italia»,
edita dal Ministero della educazione nazionale; l'istituzione
presso le Soprintendenze di corsi annuali per dirigenti delle
biblioteche popolari: corsi che in mancanza di biblioteche da
dirigere servirono a dare ai maestri qualche utile nozione
di bibliografia.13 In seguito al Congresso mondiale delle Bi-
blioteche tenutosi a Roma nel 1929 sorse anche in Italia
un'Associazione per le biblioteche (la Società Bibliografica
si era spenta nel 1916), la quale esplicò la sua attività so-
prattutto con l'organizzare convegni annuali e col parteci-
pare a quelli internazionali.
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A dire il vero non uno dei massimi problemi venne
neanche allora affrontato: non quello della catalogazione
centrale, adottata in forme diverse nei principali paesi del
mondo; non quello della Nazionale di Roma, sempre più
penosamente inadeguata rispetto alla sua funzione di carat-
tere nazionale; non quello della creazione di moderne bi-
blioteche di cultura generale, «per tutti». In questo settore
il regime dimostrava di volere andare incontro al popolo sop-
primendo nel 1932 la benemerita Federazione milanese, in-
tinta di umanitarismo socialista, e irreggimentando le biblio-
techine popolari in un Ente burocratizzato e settario. Le popo-
lari, il cui numero venne gonfiato dalle migliaia di insignifi-
canti raccoltine presso i Dopolavoro, ebbero da questo mo-
mento il precipuo scopo di servire alla propaganda politica:
le biblioteche popolari e scolastiche assommare a 22 mila;
l'Ente essere il primo d'Europa - mentre in realtà eravamo
e siamo all'ultimo posto. Come i governi liberali avevano
ignorato quello che contemporaneamente si faceva per le
biblioteche nei paesi anglosassoni, così il fascismo non volle
vedere il rivoluzionario, grandioso sviluppo che le biblioteche
venivano assumendo nell'Unione Sovietica, dove lo Stato, in
armonia con lo straordinario incremento dato alla istruzione
obbligatoria e alla ricerca scientifica, in armonia con l'enor-
me sviluppo della produzione editoriale, creava o potenziava
migliaia e migliaia di biblioteche d'ogni tipo: da quelle moder-
nissime e mastodontiche di Mosca e di Leningrado alle minu-
scole bibliotechine ambulanti, che seguono i pastori sulle mon-
tagne.14
Città dell'Italia meridionale di centinaia di migliaia di
abitanti, come Napoli e Taranto, non avevano una sola bi-
blioteca per il popolo: il che non impediva che nelle acque
di quei porti si specchiassero superbe navi da guerra del co-
sto di miliardi, destinate a inabissarsi nei mari o a cambiare
bandiera in seguito alla disastrosa avventura della guerra.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale doveva rimandare
alle calende greche l'attuazione di un disegno di legge
[p. 87]
riguardante le biblioteche dei capoluoghi di provincia e del
progetto per l'ampliamento della Nazionale di Roma: pro-
getto che dopo venti anni di fascismo era finalmente arrivato
sul tavolo di Mussolini.
Che cosa la guerra abbia fatto di tanti fragili organismi
delle «popolari»; quanti e quali danni abbiano subìto ne-
gli edifici e nel patrimonio librario le biblioteche governative
di Torino, Palermo, Napoli, Parma, Cagliari e molte comu-
nali, non è qui il caso di dire.15 Si stanno ora lentamente e
faticosamente sanando le ferite; ma le lacune verificatesi ne-
gli ultimi anni nelle collezioni e nei periodici stranieri non
sono facilmente colmabili: di ciò si vanno purtroppo ren-
dendo conto gli studiosi più seri. Il persistere e anzi l'ag-
gravarsi di tali lacune dipende oltrechè dalla mancanza di
valuta estera a disposizione dei librai e delle biblioteche,
dalle complicazioni burocratiche nei rapporti internazionali
in questo settore e dalla mancanza d'iniziativa: di quella
iniziativa che va riprendendo perfino in Germania.16 Qualche
aiuto, nella forma di doni di libri e riviste americane, ci viene
d'oltre oceano; qualche altro ci è promesso dal piano Erp;
ma tutto ciò, anche se bene accetto, non potrà mutare la si-
tuazione, che è di grande miseria: non si acquistano tante
opere costose, di cui soprattutto oggi le biblioteche dovreb-
bero fornirsi per venire in aiuto agli studiosi, caduti tutti in
povertà; le rilegature si riducono al minimo. Il bilancio
delle biblioteche governative (tolte le spese per il personale)
non supera i cento milioni di lire. Se si pensi che i sette mi-
lioni di anteguerra erano considerati del tutto insufficienti,
che cosa dobbiamo dire oggi che il prezzo dei libri è aumen-
tato da allora, in media, quaranta volte? Dal 1940 è inter-
rotta la pubblicazione del Bollettino delle opere moderne
straniere, e del suo indice decennale siamo ancora alla metà
(pubblicata nel 1938) del volume relativo al decennio 1920-
1930; la rivista «Accademie e Biblioteche d'Italia» morì nel
1942 e non accenna a risuscitare o ad essere sostituita da
[p. 88]
altra; l'Associazione per le biblioteche va ora faticosamente
riprendendo la sua attività.
Per quel che riguarda le biblioteche per il popolo, da
qualche congresso di educatori e di bibliotecari s'indirizzano
di nuovo all'opinione pubblica e al Governo quegli stessi
appelli che in passato trovarono così debole eco, perchè si
affronti con radicali provvedimenti il grave problema. Un
recente progetto, annunziato dal Ministro della pubblica
istruzione e discusso in seno al primo Convegno nazionale
delle biblioteche popolari e scolastiche tenutesi a Palermo
nel novembre scorso, prevede l'istituzione di biblioteche aper-
te a tutti «presso ogni Comune, in corrispondenza dei Cir-
coli didattici, ove non esistano biblioteche di carattere pub-
blico». Benchè l'esperienza insegni che la biblioteca popolare
presso la scuola elementare suole ingenerare equivoci e in-
contra gravi difficoltà di convivenza, tuttavia la creazione
a spese dello Stato di centinaia e forse migliaia di vivi nu-
clei librari riuscirebbe, se ben organizzata, d'indubbia uti-
lità. Lo sviluppo dei nuovi nuclei e la loro successiva tra-
sformazione in autonome biblioteche di cultura generale re-
steranno sempre affidati alla istituzione della imposta accen-
nata. Ma se il progetto odierno sarà realizzato ciò signifi-
cherà che finalmente lo Stato, il quale spende oggi non più
di tre milioni annui per assistere le biblioteche popolari -
mentre ne spende oltre millequattrocento per l'educazione fi-
sica - comincia a sentire in forma concreta i suoi doveri
verso questo importante quanto negletto strumento di ele-
vazione del popolo.
[3: La situazione odierna dei vari tipi di biblioteche e alcune soluzioni]
Ci sia ora consentito di venire a esaminare più partico-
larmente la situazione odierna dei vari tipi di biblioteche e di
indicare alcune soluzioni.
Al centro della discussione deve porsi la creazione della
grande Biblioteca Nazionale di Roma, la cui mancanza rap-
presenta oltrechè un grave danno per gli studi, un troppo
evidente titolo d'inferiorità rispetto ad altri paesi civili. Delle
trentadue biblioteche governative la Vittorio Emanuele non
è nè la più ricca nè una delle più antiche. Per ovvie ragioni
storiche il nascente regno d'Italia non trovò a Roma quella
biblioteca di carattere nazionale, formatasi lentamente nei
[p. 89]
secoli, che rappresentasse quasi l'archivio di tutta la produ-
zione libraria italiana dall'inizio della tipografia: paragona-
bile alle grandi biblioteche di Parigi, Londra, Berlino, Mosca
e Washington. Senza larghezza di vedute venne creata nel
1876 in un'ala del gesuitico Collegio Romano la nuova Bi-
blioteca Nazionale Centrale mediante l'incorporamento di
sessanta librerie conventuali; e benchè poi arricchita di
notevoli lasciti e acquisti di private raccolte, benchè
fruente del diritto di stampa e fornitasi più di ogni
altra biblioteca d'Italia di moderne opere e riviste
straniere; benchè accresciutasi di nuove sale di stu-
dio, e dotata di un unico catalogo degli stampati; benchè la
più frequentata d'Italia, essa è ancora oggi inferiore alle
Nazionali di Firenze e di Napoli per numero di volumi e
ad alcune altre per copia di manoscritti. Quanto poi alle
condizioni dei locali, delle attrezzature e degli impianti essa
è forse la più indecorosa d'Italia. Gli studiosi che hanno bi-
sogno di ricorrervi lo sanno bene; del resto le condizioni
odierne non sono molto diverse, in proporzione, da quelle che
ispiravano alla musa pseudonima di Marco Balossardi una
espressione di compatimento per il suo nuovo bibliotecario:
Povero Gnoli condannato a morte
nel caos della Vittorio Emanuele!
Una fortunata occasione si presenterebbe ora di risolvere
economicamente il problema fondamentale della sede e di
attuare la sistemazione progettata nel 1940 dall'architetto
Prandi: sapremo afferrarla?17 Giacchè non è più il caso or-
mai di sperare nella costruzione di un edificio apposito: la
Biblioteca Nazionale di Roma non può avere un simile pri-
vilegio, riservato alle stazioni ferroviarie e magari ai musei
storici della Guardia di finanza.
Fu soprattutto l'inadeguatezza della Vittorio Emanuele
che favorì il sorgere in Roma di alcune biblioteche governa-
tive speciali, formatesi o a spese della stessa Nazionale o
mediante donazioni e acquisti di raccolte private: ci rife-
riamo in modo particolare alle Biblioteche dell'Istituto di
[p. 90]
archeologia e storia dell'arte e dell'Istituto di storia moderna
e contemporanea. Quelle due biblioteche si rivelano indub-
biamente utili, ma esse dimostrano l'assoluta casualità e ad-
dirittura incoerenza con cui si risolve in Italia il delicato pro-
blema delle biblioteche speciali. Perchè vennero create pro-
prio quelle due e non altre di analoghi istituti ed enti cultu-
rali? Non sarebbero state sufficienti per le necessità di quei
due Istituti, raccolte di consultazione? Infine, la sede più
opportuna per le biblioteche speciali non è forse l'Univer-
sità? Presso l'Università si vanno infatti formando collezioni
di libri di archeologia, di storia e di ogni altra materia. Se
si tien conto delle biblioteche dei Ministeri, della Camera e
del Senato, degli istituti ecclesiastici, del Consiglio delle
ricerche e dell'Istituto internazionale di agricoltura (assor-
bito ora dalla Food Agricultural Organization) e di tante altre,
le biblioteche a Roma sono così numerose, i loro acquisti così
poco coordinati, che per condurre uno studio serio è neces-
sario correre in più di esse, sempre con la speranza, mai con
la certezza, di trovare quel che si cerca.
Oltrechè, quindi, la disciplina (coordinamento o assor-
bimento) di alcune minori governative, la sistemazione del-
la grande Nazionale di Roma implicherà necessariamente la
creazione di un servizio del genere di quello che in Inghil-
terra è ottimamente disimpegnato dalla londinese National
Central Library, e soprattutto l'inizio di quella catalogazione
centrale degli stampati (union catalogue) delle più impor-
tanti biblioteche di Roma e d'Italia, alla quale dopo oltre
sessant'anni di proposte e progetti non siamo ancora arri-
vati.18 Tralasciamo per brevità di menzionare altre imprese,
sempre di carattere centrale, che si dovranno pure affron-
tare quando la ridesta coscienza degli studiosi reclamerà nuo-
vi indispensabili strumenti di ricerca e di studio: accenniamo
soltanto allo spoglio sistematico dei periodici culturali e
scientifici, e a un servizio di Stato per la riproduzione foto-
grafica dei manoscritti e degli stampati. Quest'ultimo, ben-
chè non sia concepibile legato a una sola biblioteca, ma
[p. 91]
debba aver sede in città diverse dove sono le più importanti
raccolte, può tuttavia per certe necessità far capo a una bi-
blioteca, o istituto, centrale, se è vero che in America esiste
una Microfilm University, e a Parigi è sorto un assai utile e
generoso Institut de recherche et d'histoire des textes. Men-
tre l'uso del microfilm si va estendendo rapidamente, le bi-
blioteche di Firenze e di Roma, ricche di manoscritti e stam-
pati ricercati da studiosi di tutto il mondo, non possiedono an-
cora una sola macchina per la lettura dei microfilms. Se lo
studioso residente a Roma può ricorrere alla Biblioteca Va-
ticana, quelli di Firenze, Venezia e Napoli non sanno come
fare; per la riproduzione poi debbono tutti ricorrere alla in-
dustria privata.
Per ciò che riguarda le altre biblioteche, è necessario ar-
restare la confusione che paralizza molte di esse e procedere
a una loro razionale classificazione, a cui tutte, col tempo e
con le dovute cautele, dovrebbero venire ricondotte. Attual-
mente la maggior parte delle governative e delle grandi co-
munali sono costrette ad assolvere la triplice funzione di
biblioteca di conservazione e civica, sacrario delle memorie
locali; universitaria, per gli studenti; e di lettura, per tutti.
Questa disparità di funzioni mentre ne limita l'efficienza,
crea inconvenienti facilmente immaginabili e difficilmente
evitabili. La distribuzione delle trentuno governative nella
penisola è del tutto casuale; vaste aree ne sono prive. Esse
sono servite complessivamente da poco più di cento biblio-
tecari, e con gli altri impiegati si arriva al numero di quattro-
cento (la sola Biblioteca Lenin di Mosca ne ha più di otto-
cento). I bibliotecari vengono in Italia o esaltati come umili
asceti della erudizione e generosi dispensatori della scienza
bibliografica, ovvero dileggiati come pigri «pennajuoli».
Raramente si pensa che quella del bibliotecario costituisce
una professione degna e utile al pari di tante altre, ma che
non può convenientemente esercitarsi ove manchino gli stru-
menti adatti e un minimo di considerazione. (Forse tenendo
presente l'aforisma «Il bibliotecario che legge è perduto» è
stata ai bibliotecari negata l'indennità di studio, concessa ai
maestri elementari). Il bibliotecario non è più oggi l'erudito
semienciclopedico d'un tempo, ma è un funzionario e sem-
mai uno specialista in un particolare rame della scienza
[p. 92]
bibliografica. Lentezza e povertà della carriera, complessità
delle attribuzioni e delle responsabilità, miseria degl'istituti
loro affidati, tengono lontani da questa professione - che
all'estero è assai stimata e incoraggiata - tanti ottimi gio-
vani che pure avrebbero inclinazione a essa. A formare, inoltre,
le nuove leve di bibliotecari mancano le apposite cattedre
e scuole di perfezionamento così diffuse in altri paesi; esi-
stono soltanto «incarichi» in alcune università. Dannosa fu
infine l'abolizione della distinzione, che un tempo v'era, del
ruolo tra bibliotecari e conservatori di manoscritti: distin-
zione che, con denominazione diversa o senza alcuna denomi-
nazione, esiste dappertutto, a cominciare dalla Biblioteca Va-
ticana, dove le mansioni del bibliotecario nulla hanno a che
vedere con quelle dello «scrittore» dei codici.
Le biblioteche che non appartengono allo Stato, ma ai
Comuni e alle Provincie, sono anch'esse distribuite in modo
non uniforme sul suolo nazionale. Alcune per importanza
uguagliano e superano le minori governative; soffrono in ge-
nere dei loro stessi mali; ma dato il differente interessa-
mento delle amministrazioni vi sono enormi disparità, soprat-
tutto tra nord e sud.
Una razionale classificazione delle pubbliche biblioteche,
secondo quanto già accennato, potrebb'essere la seguente:
a) biblioteche di conservazione, con fondi antichi e ma-
teriale moderno di consultazione per lo studio dei mano-
scritti e delle antiche edizioni. Queste biblioteche, di pro-
prietà dello Stato o di altri enti, dovrebbero raccogliere l'an-
tico materiale librario, soprattutto appartenente a fondi ex
conventuali, che giace ancora disperso ed esposto a pericoli
di ogni genere nei minori centri di provincia. Le biblioteche
di questo tipo esigerebbero uno scelto personale, esperto ne-
gli studi paleografici e bibliografici, capace di riprendere quei
lavori eruditi, nei quali stiamo perdendo tanto terreno. La
intensificazione della catalogazione a stampa dei fondi di
manoscritti, fatta con criteri uniformi, costituirebbe uno dei
primi di tali lavori. È ovvio che le biblioteche di conserva-
zione non vanno concepite come «pubbliche» nel senso più
esteso della parola: non lo sono infatti all'estero, mentre
purtroppo sono costrette finora a esserlo da noi, con danno
delle loro raccolte.
[p. 93]
b) Moderne biblioteche specializzate, di tipo universi-
tario: umanistiche, scientifiche, tecniche. Le undici Universi-
tarie governative hanno, come la maggior parte delle altre
d'antica fondazione (la più recente Universitaria, quella di
Napoli, fu fondata nel 1812), un originario carattere enci-
clopedico, che per ovvie ragioni non possono più mantenere:
per cui seguono oggi un indirizzo prevalentemente letterario
o scientifico. Tanto varrebbe che, a prescindere dai loro
antichi fondi (per i quali esse rientrano nel tipo «di conser-
vazione» piuttosto che in quello universitario) se ne limi-
tasse ufficialmente l'estensione, si considerassero, come i loro
direttori auspicano, «governative» indipendenti dalle uni-
versità, e si desse maggiore importanza alle biblioteche di fa-
coltà, che in Italia hanno, forse più ancora delle Universi-
tarie, concrete possibilità di sviluppo. Non è raro il caso, in-
fatti, che quelle giovani biblioteche dispongano di una do-
tazione per acquisto di libri superiore a quella delle stesse
Universitarie. Molta economia anche in questo settore si
potrebbe realizzare dal coordinamento negli acquisti e addi-
rittura dalla fusione delle varie raccolte formatesi presso i
vari istituti universitari, seminari, scuole e gabinetti, nelle
quali si disperde come in tanti piccoli rivoli il patrimonio
comune, giacchè esse, mentre mancano di opere fondamen-
tali, sono spesso abbonate ai medesimi periodici e collezioni,
anche assai costose.19 Non c'è dubbio che sarebbe di grande
utilità un tale coordinamento, o piuttosto fusione, contra-
stando la tendenza generale dei docenti universitari a for-
marsi delle bibliotechine speciali.
c) Biblioteche «per tutti», o di cultura generale, o di
lettura, o come altro si vogliano chiamare. Si suole ripetere
che gl'italiani non leggono e che frequentano scarsamente
le biblioteche; ma quali biblioteche abbiamo per un pub-
blico che conti qualche cosa nelle statistiche? I pochi corag-
giosi esperimenti fatti qua e là, dal successo ottenuto confer-
mano che qualora il tipo della moderna biblioteca di cultura
generale, vera stazione di rifornimento intellettuale alla
[p. 94]
portata di tutti, esistesse, non avrebbe forse bisogno per
essere ricercato e amato di quelle studiate forme di propa-
ganda a cui ricorrono certe biblioteche anglosassoni. Solo ec-
cezionalmente si potrebbe consentire che un tale servizio
fosse disimpegnato da biblioteche «storiche». C'è ad es. in
Firenze una governativa, la Marucelliana, che per un insieme
di fortunate circostanze si avvicina, pur essendo antica, al
tipo della biblioteca che auspichiamo. Ebbene, la Marucel-
liana per numero di lettori supera ogni altra d'Italia, se si
eccettuino la Nazionale, e forse l'Universitaria, di Roma.
Si parla e si scrive tanto, da anni, della crisi del libro,
ma non si pensa che se le biblioteche fossero assai più nu-
merose e in grado di acquistar libri, verrebbero incontro in
misura notevole alla crisi dell'editoria, sia direttamente, sia
indirettamente alimentando nel popolo l'amore alla lettura.
È così poco vero che le biblioteche diminuiscono il numero
dei privati acquirenti (questo timore è stato espresso da al-
cuni editori), che furono sempre i topi di biblioteca i più
appassionati bibliofili. Ed è così vero che esistono in Italia
moltitudini anche illetterate di lettori «in potenza», che
l'amore della lettura, oggi abbandonato a se stesso, si va
corrompendo coi romanzacci e i giornali «a fumetti», i
quali si moltiplicano in modo impressionante e hanno tirature
spaventose. Prima che il gusto del leggere sia irrimediabil-
mente depravato, occorre provvedere, mettendo a disposi-
zione del popolo milioni e milioni di libri in biblioteche at-
traenti. In quale modo si può pensare di far questo? Con
quali mezzi?
Le biblioteche destinate a colmare il vuoto o a sostituire
le indecorose «popolari» dovrebbero essere amministrativa-
mente autonome, con sede propria costruita secondo i det-
tami della moderna biblioteconomia, con orari estesissimi di
apertura (comprese le domeniche), con cataloghi semplici e
aggiornati: biblioteche liberali nei prestiti, con reparti per
ragazzi, servite da impiegati che abbiano frequentato speciali
corsi e sentano la nobiltà, l'importanza della missione edu-
cativa che viene loro affidata.
Il finanziamento di queste moderne biblioteche, presenti
dovunque e integrate, per i più piccoli centri sperduti, da bi-
bliotechine autotrasportate, deve gravare sui cittadini
[p. 95]
mediante una lieve imposta comunale proporzionale al reddito,
come appunto avviene in quei paesi - Inghilterra, Stati
Uniti, Cecoslovacchia, Belgio, Paesi Scandinavi, ecc. - dove
il sistema è stato adottato con risultati eccellenti. Consta-
tiamo con piacere che quest'idea della imposta - l'unica
che permetta di risolvere il problema - si va affermando
anche da noi: in alcuni recenti congressi essa è stata caldeg-
giata in acclamati ordini del giorno. Allo Stato spetterà il
superiore controllo di queste, come di tutte le altre biblio-
teche, per mezzo dei suoi organi tecnici centrali e periferici,
che sono l'ispettorato e le Soprintendenze bibliografiche: uf-
fici che non renderanno mai abbastanza finchè non saranno
forniti di mezzi adeguati all'importanza delle loro funzioni
e, come la maggior parte dei bibliotecari auspicano, resi in-
dipendenti dalle direzioni delle biblioteche governative. Non
è infatti concepibile che i capi delle maggiori, più onerose
biblioteche nazionali o universitarie, siano gravati contem-
poraneamente da altro ufficio, già di per sÈ bastante ad as-
sorbire l'attività di un funzionario.
Un dubbio è stato affacciato da alcuni: che le auspicate
biblioteche di cultura generale, premature quando il popolo
ignorava ancora l'alfabeto, siano oggi da considerare supe-
rate, nel senso che quella missione secondatrice e feconda-
trice dei bisogni intellettuali del popolo sia oggi adempiuta,
meglio che dal libro, dai più rapidi, efficaci e attraenti mezzi
di diffusione delle umane cognizioni: giornale, teatro, cine-
ma, radio, turismo ecc. Per accorgersi quanto un tale timore
sia infondato basta riflettere che in paesi dove cinema, turi-
smo e radio sono più diffusi che da noi, anche le biblioteche
pubbliche sono più numerose e affollate.
Se si voglia lavorare utilmente per le biblioteche, e quindi
per la cultura, è necessario sollevarne il problema generale
nei suoi aspetti sociali e politici, lanciarlo e imporlo al Go-
verno attraverso l'opinione pubblica. Solo da questo lato si
può sperare di ottenere un riconoscimento della sua impor-
tanza. I bibliotecari hanno molto meditato e discusso sulle
deficienze dei loro istituti e sui modi migliori per rime-
diarvi: il terreno è preparato. Ma perchè l'esperienza di po-
chi non si perda, e la loro voce non rimanga inascoltata come
in passato, è necessario che si desti l'interessamento della più
[p. 96]
vasta cerchia degli studiosi, degli educatori e in genere delle
persone colte, e sorga una diffusa, acuta coscienza del pro-
blema. Una riforma delle biblioteche non può nascere che in
seguito al crearsi intorno a esse di una vivace opinione pub-
blica e al suo maturarsi attraverso discussioni e polemiche a
cui partecipino tutti coloro che soffrono l'umiliazione del-
l'attuale stato di cose. È necessario che intorno alle biblio-
teche si formi un alone d'interessamento e si eserciti un poco
di quello spirito d'iniziativa e d'intraprendenza che si espli-
cano in tanti altri campi assai meno nobili. Nella speranza di
contribuire al nascere di tale interessamento abbiamo cer-
cato di gettare le basi di quella discussione, che ci auguriamo
di veder presto sorgere su questo tema, così vitale per le
sorti della cultura italiana.
Francesco Barberi
[p. 97]
1. P. Nalli, Le Biblioteche italiane, in Problemi italiani, II (1923),
fasc. 16°, p. 250.
2. «In Modena Fischer (p. 343 seg.) udì esprimere da Muratori il
rammarico che i principi italiani avessero perduto ogni amore alle arti
e alle scienze e che nelle biblioteche si trovassero soltanto le reliquiae
di quelle degli antenati». A. Bömer in Milkau - Leyh, Handb. der Biblio-
thekswissenschaft, III (Leipzig, 1940), p. 444.
3. Nalli, op. cit., pp. 254-57.
4. In Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, XVI (1905), p. 119.
5. L. de Gregori, Le Biblioteche, nel vol. Dal regno all'impero pubbl.
dall'Accad. dei Lincei (Roma, 1937), p. 560.
6. Troppo esclusiva ci sembra l'affermazione del Predeek (in Milkau-
Leyh, op. cit., p. 856), che l'istituzione e lo sviluppo delle biblioteche
pubbliche inglesi si debba, diversamente che nei paesi del continente,
non allo Stato ma all'iniziativa di privati, di corporazioni e di mecenati.
Senza togliere nulla all'importanza di tale iniziativa bisogna ricordare
che fu in seguito a una legge votata dal Parlamento, e fortemente con-
trastata, che quel grande sviluppo fu possibile.
7. L'importanza dei lavori di catalogazione dei manoscritti delle nostre
biblioteche è stata riconosciuta dai bibliotecari tedeschi: «In questo
campo l'Italia è notevolmente superiore alla Germania». J. Vorstius
in Milkau-Leyh, op. cit., p. 1007.
8. D. Gnoli, in Per una riforma nell'uso pubblico delle maggiori biblio-
teche. Documenti raccolti a cura della Società Bibliografica italiana (Mi-
lano, 1903), p. 11.
9. In Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, XVIII (1907), p. 77.
10. Nalli, op. cit., p. 261. Attualmente esse rappresentano poco più
del 0,50%.
11. Le biblioteche e i loro bisogni più urgenti, in Rivista delle Biblioteche
e degli Archivi, XVIII (1907), p. 85.
12. Vedi F. Barberi, Biblioteche e cultura popolare nel Mezzogiorno
d'Italia, in Atti del I Congresso nazionale della cultura popolare, Firenze
15-18 ottobre 1947 (Milano, 1948), pp. 66-75.
13. Un'abbondante documentazione dell'attività svolta dalla Dire-
zione generale delle Accademie e Biblioteche in questo periodo è nei due
volumi pubblicati dallo stesso Ministero: Le Accademie e le Biblioteche
d'Italia nel sessennio 1926-27 - 1931-32 (Roma, 1933), e Le Biblioteche
d'Italia dal 1932 al 1940 (Roma, 1942).
14. Un cenno sommario e indicazioni bibliografiche in J. Vorstius
(Milkau-Leyh, op. cit., pp. 1021-25). Un elenco delle maggiori biblioteche
dell'U.R.S.S. trovasi nella British Universities Encyclopaedia, vol. XII,
pp. 345-70.
15. Vedi F. Ascarelli, Le biblioteche italiane e la guerra, in Rivista
storica italiana, LX (1948), pp. 177-82.
16. G. Pasquali, Libri stranieri, biblioteche nostrane e altro, in Bel-
fagor, IV (1949), pp. 115-18.
17. F. Barberi, Speranze per la Biblioteca Nazionale In Giorn. d'Italia,
2 Marzo 1949.
18. Un tentativo, intrapreso due anni fa da un gruppo industriale
d'intesa col Ministero della pubblica istruzione, di affrontare l'arduo
compito della catalogazione centrale, è fallito miseramente.
19. Si verifica talvolta il caso di cinque, dieci, perfino quindici esem-
plari dello stesso periodico acquistati da diversi istituti della medesima
facoltà. Ciò accade soprattutto nelle facoltà di medicina.
Francesco Barberi.

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